Tria va alla guerra del deficit per evitare lo scontro con l’Ue

C’è un motivo per cui Giovanni Tria vuole fissare all’1,6% del Pil il deficit pubblico per il prossimo anno, scatenando la rabbia di Lega e M5S: è l’unico modo per mostrare un miglioramento del saldo “strutturale”, cioè al netto del ciclo economico, assai caro a Bruxelles, evitando così uno scontro con la Commissione. Linea che non piace agli alleati e che ha fatto naufragare il vertice di lunedì a Palazzo Chigi con Salvini, Di Maio e il premier Conte.

Ieri Di Maio ha tracciato il solco: “Non ho chiesto le dimissioni di Tria, ma un ministro serio deve trovare i soldi per gli italiani che sono in grande difficoltà”. I 5Stelle chiedono al ministro dell’Economia 8 miliardi per avviare il Reddito di cittadinanza. Tria ha offerto solo di potenziare con 1 miliardo il Reddito di inclusione, una misura anti-povertà del governo Gentiloni, facendo infuriare il vicepremier. “Le parole di Di Maio sono sacrosante”, avverte il leghista Alberto Bagnai, presidente della Commissione Finanze del Senato molto ascoltato da Salvini.

Il governo “del cambiamento” è di fronte a un bivio: varare una manovra per tirare a campare che – senza scontentare l’Ue – riduca o non aumenti il deficit rispetto allo scorso anno, cioè in sostanza simile a quelle dei governi precedenti; o alzare l’asticella dello scontro per evitare di morire sul nascere e presentarsi con un avvio – e solo quello – del programma di governo in vista delle elezioni europee di maggio, che potrebbero cambiare i rapporti di forza a Bruxelles.

L’esito si conoscerà il 27 settembre, quando sarà presentata la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def), che fa da base per la manovra. Per ora si lavora alle stime “tendenziali”, in sostanza quello che accadrà senza interventi. Oggi l’Ufficio parlamentare di bilancio invierà al Tesoro la validazione delle stime. Che sicuramente saranno più basse di quelle messe nel Def di Gentiloni. La crescita quest’anno chiuderà all’1,1%, non più all’1,5 e il deficit salirà dall’1,6 all’1,8%. La cosa ha un effetto anche sul 2019, con il deficit che partirà dall’1%, invece dello 0,8 a cui si era impegnato Gentiloni (una stangata da 12 miliardi).

Il governo può far valere la minor crescita nella trattativa con Bruxelles. Al momento l’unica certezza è che la Commissione non chiederà la correzione da 10 miliardi sul 2018 che aveva annunciato in primavera, ma difficilmente concederà di più. Il deficit all’1,6% nel 2019 – su cui ha già dato rassicurazioni a Tria – eviterebbe una stangata insostenibile, ma permetterebbe solo di rinviare gli aumenti automatici dell’Ilva (12,5 miliardi), che verrebbero sostituiti con una nuova clausola di salvaguardia. Mancano tutte le risorse per avviare il programma, dal reddito di cittadinanza alla flat tax, alla riforma della Fornero (con la famosa quota 100 da declinare in qualche modo).

Per questo dove fissare l’asticella del deficit è fondamentale. Con il deficit 2019 “modello Tria”, la manovra resta, anche se solo un po’, recessiva. È il meccanismo usato finora dai governi Renzi-Gentiloni: far scendere il deficit nominale rispetto all’anno precedente, ma meno dell’impegno fissato con Bruxelles, contrattando uno sconto sulla dose di austerità da assumere e impegnandosi a raggiungere il pareggio di bilancio. Problema: anche a causa di scelte sbagliate, questo meccanismo ha portato a una crescita asfittica e alla rovina elettorale. M5S e Lega vogliono che si parta almeno dal 2%, grossomodo il livello a cui il deficit chiuderà quest’anno, ma l’obiettivo è il 2,4%. In questo modo si aprirebbe uno spazio fiscale di 15 miliardi, al netto dell’Iva, sufficiente ad avviare parte del programma. Questo scontro svela un altro non detto: dopo la stretta fiscale degli ultimi anni, non è più possibile fare tagli lineari alla spesa pubblica; non esiste nessuna spending review miliardaria.

Finora Tria ha tenuto il punto, proponendo di far aumentare l’Iva e usare le risorse per il programma. “È la sua linea, non la nostra e non è nel contratto di governo”, l’ha fulminato ieri il leghista Claudio Borghi. Il timore al Tesoro è che, alzando il deficit, lo spread salirebbe vanificando – via costo del debito – la misura, anche se con un ritorno dello spread ai 270 punti del mese scorso – quando si ipotizzava di portare il deficit oltre il 3% – la maggiore spesa, almeno il primo anno, sarebbe di poco superiore al miliardo.

L’Europa accusa; “Migranti torturati in Ungheria”

“È al di là di ogni ragionevole dubbio che i migranti irregolari catturati dalla polizia ungherese corrano il serio rischio di essere soggetti a maltrattamenti fisici”, come dimostrato dalle numerose denunce ricevute dal comitato anti tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa dalle persone rinviate in Serbia, e corroborate da prove. Lo afferma l’organo di Strasburgo nel rapporto sulla visita condotta in Ungheria quasi un anno fa osservando che le criticità rilevate e le preoccupazioni sollevate “sono valide anche oggi”. Nel rapporto il Cpt espone “come esempi che illustrano la situazione” 7 casi di migranti irregolari vittime di maltrattamenti da parte della polizia ungherese durante la cattura e l’accompagnamento alla frontiera. La maggior parte denuncia di essere stata presa a pugni e calci, alcuni di essere stati morsi dai cani poliziotto, altri di essere stati colpiti con manganelli anche quando erano già inermi e sotto controllo. Il Cpt sottolinea che tutti sono stati visitati da un medico della delegazione, che ha riscontrato ferite che combaciano con quanto descritto. Il Cpt critica duramente anche le procedure per il rinvio dei migranti verso la Serbia, che evidenzia, l’Unhcr non considera “un paese terzo sicuro”.

Morandi, sospesi i dipendenti delle email notturne

Sospesi. La società di ingegneria Cesi-Ismes ha deciso di prendere provvedimenti verso i due dipendenti protagonisti dello scambio di mail notturne immediatamente successive al crollo del ponte. Mentre dalle carte delle indagini emerge un terzo studio sul ponte commissionato da Autostrade (oltre a quelli di Cesi e del Politecnico di Milano).

Sono almeno due i filoni presi dall’inchiesta genovese sul Morandi. Assume sempre maggiore consistenza quello che vuole verificare se vi siano stati depistaggi nei primi accertamenti dopo il crollo e se i testimoni finora sentiti abbiano detto il vero ai pm. Un fascicolo finora senza indagati. La vicenda principale è proprio quella rivelata dal Fatto il 17 agosto. Tutto comincia nel febbraio 2017 quando Cesi – nota società ingegneristica – presenta ad Autostade uno studio sul ponte in cui si evidenzia la necessità di controlli dinamici costanti. Un campanello d’allarme che porta il concessionario ad avviare i lavori di retrofitting. Ma passiamo alla notte tra il 14 e il 15 agosto. A mezzanotte e otto minuti di Ferragosto Chiara Murano, addetta commerciale di Ismes che si occupa dei rapporti con il cliente Autostrade invia una mail a Enrico Valeri, dirigente della concessionaria, nonché in copia al responsabile di Ismes. Scrive Murano: “A nostro avviso il ponte ha mantenuto pressoché inalterata la sua risposta dinamica nel tempo, nonostante la vetustà della struttura, il variare delle condizioni di traffico, la particolare esposizione ambientale e la severa esposizione al rischio idrogeologico dell’area. Dal nostro punto di vista, le attività di gestione e sorveglianza del ponte sono state adeguate e svolte con la dovuta diligenza. Riteniamo piuttosto che le cause di quanto tragicamente occorso siano da rintracciarsi nel vizio progettuale originario”. Due gli elementi che hanno attirato l’attenzione degli inquirenti: primo, Murano non ha competenze tecniche, ma commerciali. Bisogna quindi capire perché abbia fornito – apparentemente a nome della sua società – questa lettura dei fatti. E se qualcuno glielo abbia chiesto. Secondo, la mail – insieme con lo studio di Ismes – arriva sulle scrivanie del ministero delle Infrastrutture. Proprio nelle ore in cui si tenta una prima e parziale ricostruzione di fatti e responsabilità. A stupirsi delle parole dei propri dipendenti – Murano e il suo superiore che riceve la mail – sono proprio i vertici Cesi. Che li scaricano: “Il contenuto della mail non riflette in alcun modo la nostra posizione”. Di qui anche la decisione di sospendere provvisoriamente i due dipendenti in attesa di ulteriori accertamenti. I pm, dopo averli sentiti come testimoni, stanno incrociando le loro dichiarazioni con le mail e il contenuto di pc e telefonini sequestrati presso Cesi.

E qui il filone si intreccia con quello che deve portare all’accertamento delle responsabilità nel crollo. La Finanza ha acquisito materiale anche presso il Politecnico di Milano autore di un dossier consegnato nel novembre 2017. Ma c’è un terzo studio compiuto dalla Edin Ingegneria di Roma, una società guidata tra gli altri dai professori Fabio Brancaleoni e Claudio Valente. Che, come si legge nel sito, si occupò di “rehabilitation” del viadotto Polcevera. Il risultato delle analisi è stato acquisito dalla Finanza.

Tedesca 33enne in carcere getta i figli giù dalle scale

Ha atteso che tutte le altre detenute sfilassero per le scale vicino ai locali della mensa, poi ha lanciato giù i suoi due figli, la più piccola di appena 6 mesi e il primogenito di 2 anni. Sono schegge di una violenza inaudita quelle che emergono dalle prime ricostruzioni della tragedia avvenuta ieri mattina nella sezione femminile del carcere romano di Rebibbia, dove una detenuta tedesca di 33 anni ha ucciso la figlia e ferito gravemente il figlio.

Quando le altre recluse, per la maggior parte rom, si sono accorte dell’accaduto, sono corse a fare da scudo con i loro corpi ai bambini, mentre le agenti della polizia penitenziaria bloccavano la donna. Per la bimba però non c’è stato scampo: è deceduta sul colpo. Il maschietto è ricoverato in codice rosso all’ospedale Bambino Gesù. La loro mamma ne avrebbe sbattuto ripetutamente i corpi in terra.

Che si sia trattato di un raptus di follia o di un gesto premeditato, quanto si è consumato ieri tra le mura della casa circondariale di Rebibbia, nella zona nord-est della Capitale, riapre la discussione sulla presenza dei bambini negli istituti di pena. Mai era accaduto in Italia che una detenuta uccidesse suo figlio dietro le sbarre.

In un sistema carcerario che vive quotidianamente i problemi legati al sovraffollamento (circa 8.500 mila detenuti più della capienza di 50.600 posti) e alle strutture spesso vecchie o fatiscenti, la normativa – datata 2011 – prevede possano entrare in carcere assieme ai figli le detenute con bambini di età tra 0 e 6 anni. Poi ci sono gli Icam, ovvero gli Istituti a Custodia Attenuata, ma si contano sulle dita di una mano, attualmente sono solo cinque: Milano San Vittore, Venezia Giudecca, Torino Lorusso e Cutugno, Avellino Lauro e Cagliari. Quindi, salvo esigenze cautelari specifiche, legate a reati particolarmente gravi come terrorismo e mafia, per le madri con bambini fino a 10 anni è prevista la possibilità di scontare la pena in una casa famiglia sorvegliata. Al momento sono 62 i bambini che vivono in cella assieme alle madri, 16 solo a Rebibbia, una delle poche strutture in Italia dotate di un nido e di assistenza pediatrica continua.

La detenuta che ha ucciso sua figlia era stata estradata dalla Germania lo scorso 27 agosto, con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti, ipotesi di reato per cui è in attesa di giudizio. All’arrivo a Rebibbia, la donna era stata sottoposta ai controlli medici di routine e alla visita psicologica, dalla quale però sembra non fossero emerse criticità. Ora la donna si trova nell’infermeria del carcere, tenuta sotto stretta sorveglianza.

A Roma, dopo anni di attesa per problemi burocratici, dal luglio 2017 è attiva la Casa di Leda, una villetta confiscata alla banda della Magliana e riconvertita in casa famiglia dove da un anno vengono ospitate sei madri detenute con bambini. Ma l’estradizione non consente la collocazione in una struttura alternativa al carcere.

Sgomento il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che nel pomeriggio si è recato nel penitenziario e poi in visita al bambino ferito. “È una tragedia, la magistratura sta già facendo i suoi accertamenti, il ministero ha aperto una inchiesta interna per verificare le responsabilità”, ha detto il ministro appena uscito da Rebibbia. Mentre il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma, ha commentato: “È stata una situazione imprevedibile, non c’erano elementi relativi a questa persona che lasciassero supporre un comportamento del genere”. Poi ha aggiunto: “Forse ci sono situazioni in cui il riesame del singolo caso andrebbe fatto in breve. Sicuramente servono più Icam, basti pensare che oggi la metà dei bambini figli di madri detenute vivono in strutture di questo tipo, un quarto è Roma, mentre il resto sono frammentati sul territorio nazionale”.

Invito a cena con relitto

Se è vero che “le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola” (Leo Longanesi), la cena ai Parioli in casa Calenda era un’ottima idea. Peccato che sia saltata sul più bello, quando elettori e militanti Pd avevano già l’acquolina in bocca. Le ragioni che hanno indotto Calenda ad annullarla sono misteriose, come del resto quelle che l’avevano indotto a convocarla (a parte la gratitudine per le masse operaie del quartiere Parioli, ultima roccaforte elettorale del Pd a Roma). Ma le cose, per chi ama la precisione, sono andate così. Domenica pomeriggio, dopo la pennica ma ancora con l’abbacchio di traverso nel doppio mento, Calenda ha un’ideona e la twitta immantinente: un invito a cena per martedì (ieri) ai due ex premier che gentilmente lo nominarono ministro (Renzi e Gentiloni) e all’unico ex ministro Pd che la gente ricordi senza maledirlo (Minniti). Scopo della seduta culinaria: “Essere operativi”. Almeno di stomaco. La trovata gli è venuta leggendo un tweet (il Pd non rimborsa più le telefonate): quello di un altro noto frequentatore di se stesso, tal Giuliano da Empoli, “intellettuale” fiorentino, figlio di un consigliere di Craxi e collezionista di poltrone da far invidia a Divani & Divani. Laurea con Cassese (ottima alternativa ai centri per l’impiego), consigliere di Maccanico, D’Alema, Amato, Rutelli e Renzi, ma anche autore Mondadori, firma di Sole, Corriere, Repubblica, Riformista e Messaggero, Cda Biennale di Venezia, ad di Marsilio, testa d’uovo della renziana Big Bang, assessore a Firenze nella giunta Renzi, presidente del Gabinetto Vieusseux, membro dell’associazione Italia-Usa, ecc.

Il noto self-made-man s’è appellato ai Quattro dell’Ave Pd per dare al partito che tanto ha dato a lui una nuova mission: non – per carità – recuperare qualche elettore in fuga con un paio di idee nuove, ma “impedirne la deriva verso la sottomissione al M5S illiberale e antidemocratico” (nel senso che prende voti). Giusto il problema numero 1 del Pd. Calenda, che s’era appena scusato per la sua “scomparsa” di cui peraltro nessuno s’era accorto, i più ignorando anche la sua comparsa, s’ispira e lancia la cena a quattro. La risposta Dem alla Prova del cuoco. I tre invitati “devono confrontare le agende”. Calenda però è disposto a spostare, se non è martedì sarà mercoledì o giovedì: “Per evitare l’ennesimo tormentone, la data resterà segreta”. Renzi si fa vivo dalla Cina: “Il problema del Paese non è il Pd, ma il governo”, e non si capisce bene se andrà o non andrà. Per Gentiloni, “non è con le cene che si risolvono i problemi del Pd”, però “a Carlo non dico no”: in fondo è gratis.

Minniti non twitta niente e, staccati i telefoni, si pensa a un silenzio-assenso. Calenda prenota il catering, tenendosi vago sul numero dei coperti: “Facciamo tre abbondanti. Poi, se avanza qualcosa, spàzzolo io”. Renzi intanto ha deciso per il no: “Il governo leva i vaccini e i nostri discutono di cene? Roba da matti”, twitta da Pechino, dove cerca invano un vaccino contro le maniglie dell’amore. Invece i non invitati parteciperebbero volentieri. “Come interpretare la mia esclusione?”, si tormenta Martina l’autoreggente, ma nessuno gli risponde, e non per cattiveria: a parte quando lo mandano ai funerali a prender fischi in conto terzi, non sanno proprio chi sia. “Dario è nero”, fan sapere i seguaci di Franceschini (e, per favore, nessuno ci chieda i nomi). Orlando, che pesa un quinto di Renzi e Calenda, si dice “a dieta”. Giachetti, gelosone, entra in sciopero della fame. Zingaretti viceversa è ben contento di non far parte della compagnia della buona morte: certi inviti, come i premi, “non basta non riceverli, bisogna proprio non meritarli” (Leo Longanesi). E si organizza per conto suo: “Cenerò in trattoria con un imprenditore, un operaio, un amministratore, un membro di un’associazione, una studentessa e un professore”. Manca solo Giovanni Rana, ma magari entra al posto dell’operaio, se non se ne trova uno che non voti 5Stelle o Lega. Intanto, fuori, accadono alcune cosucce: la Ascani dice al Foglio che si candida alla segreteria, poi Renzi la smentisce, lei strilla alla fake news e il Foglio risponde “ce l’hai detto tu”; Orfini, presidente del Pd, chiede di sciogliere il Pd e rifondarlo con Orfini presidente; Martina sposta la “grande manifestazione contro il governo dell’odio” dal 29 al 30 perché il 29 c’è il derby; il Pd scende sotto il 17% e il governo dell’odio sale al 62.
Lunedì Calenda, temendo di ritrovarsi da solo, o peggio solo con Minniti, annulla la cena prim’ancora di poter litigare sul menu: “È stata un errore, sarebbe inutile e dannosa”. Intanto però elettori e militanti si sono appassionati. Gente che da due notti bivacca all’addiaccio sotto casa Calenda, tipo villa di Ronaldo, per salutare i commensali. Chi paga cifre astronomiche per noleggiare le terrazze adiacenti e godersi lo spettacolo. Chi tempesta i centralini (purtroppo staccati) del Pd per incitare la Banda dei Quattro: “Forza, ragazzi, mangiate anche per me!”. E i giornaloni aprono ampi e articolati dibattiti sull’Evento, come se fosse una cosa seria. “Noi – avverte la Bonino su Repubblica – corriamo alle Europee con +Europa e vediamo chi si aggrega”: il 4 marzo furono pochini, ma ora è tutto diverso, purché si evitino “calderoni” (tipo la lista Bonino-Tabacci, per dire). Christian Rocca, su La Stampa, invita Calenda a invitare pure “il sindacalista Bentivogli, baluardo antifascista in questi mesi di vuoto politico dell’opposizione”, dunque pronto alla pugna sulle montagne. Il Foglio  dedica due paginoni di pareri al tema “Cena una volta il Pd”. Poi, purtroppo, a rotative ormai spente, si scopre che non se ne fa più nulla. Caso unico di un partito che, prima di sedersi a tavola, è già alla frutta.

Tetto basso, una scelta tra passione e business

C’era una volta lo sport utility. Imponente, criticato, amato e osteggiato. Ma capace di veicolare gusti e desideri, lasciandosi anche qualche cadavere alle spalle. Leggi monovolume e, in parte, station wagon. C’era una volta e c’è ancora, solo che non basta più. Intere squadre di stilisti nei centri design di tutto il mondo ne stanno ridipingendo i tratti, inventando una moda nella moda. Che nella fattispecie si chiama suv-coupé: ovvero smorzare la componente massiccia delle linee incrociandola con quella sportiva. Non nuova, come idea. Lo aveva fatto nel 2007 Bmw con la X6, auto allora destinata agli Usa che nel 2019 darà il benvenuto alla sua terza generazione, e che ora accoglie la rinnovata sorella minore X4. Cammino simile per Audi, che alla Q8 farà seguire la Q4 nel 2019. Senza dimenticare Mercedes con la GLC coupé, affiancata poi dalla più grande GLE. E neanche Porsche, che ha pronta una versione coupé della Cayenne presto in arrivo.

Sarebbe però sbagliato pensare che il nuovo corso estetico riguardi solo roba di lusso. Anche i costruttori mainstream seguono la tendenza. Come Renault, che ha presentato il concept Arkana al recente salone di Mosca, o Skoda, che ha realizzato una variante coupé (si chiamerà GT, probabilmente) del suo suvvone Kodiaq. Più originale Ford, che ha scelto di usare come base per il prototipo Mach 1 il suo cavallo di battaglia: la Mustang. Alla festa, paradossalmente, manca invece un nome altisonante come quello della dura e pura Jeep. Per ora.

La sorpresa della nuova Cherokee? Il prezzo

Il 2018sarà un anno che ricorderanno a lungo gli uomini di Jeep. Tra record di vendite (+75% nei primi 8 mesi in Europa) e lanci di prodotto (Renegade e Wrangler), non c’è stato tempo per annoiarsi. L’ultima fatica porta il nome pesante di Cherokee, ed è l’aggiornamento della quinta generazione arrivata nel 2014: abbastanza apprezzata nel mondo, non troppo in Italia. Non per ragioni di prodotto ma di posizionamento: qui da noi il prezzo è sempre stato un tantino alto. Così, approfittando dei ritocchi estetici e del rimpolpamento di contenuti tipici di metà cammino commerciale, il marketing Fca ha cambiato i listini e puntare sul ‘value for money’. Il risultato? Vantaggi fino a 6.000 euro per i clienti e un prezzo d’attacco, quello della versione Longitude 2.2 diesel da 195 Cv (con la novità del cambio automatico a nove rapporti abbinato alla trazione anteriore), di 43mila euro. Che diventano 36.200 per effetto della promozione di lancio, per la quale ad oggi non esiste una data di scadenza. Il segreto della Cherokee rinnovata sta dunque nel prezzo. Ragionevole nonostante la vettura, fin dagli allestimenti più bassi, abbia una dotazione completa. Dai sistemi di assistenza alla guida (sono 75) alla connettività, che può contare sul sistema Uconnect di quarta generazione, fino ai nuovi rivestimenti in pelle. Senza dimenticare il comfort su strada e le capacità in fuoristrada, esaltate dai ben tre sistemi di trazione integrale disponibili. Ultima notazione per i motori: oltre al 2.2 da 195 cavalli, e alla sua versione depotenziata da 150 Cv che arriverà più in là, il prossimo anno Cherokee potrà contare anche su un 2.0 benzina da 270 cavalli.

Bmw, i segreti della X4. Il suv diventa coupé sportivo

F

ra sorpresa e scetticismo: nel 2007, è così che critica e pubblico accolsero la Bmw X6, primo suv-coupé in salsa premium della storia. Oggi gli sport utility col tetto spiovente non sono più un genere di nicchia e, anzi, contribuiscono in maniera determinante a generare volumi di vendita. Cosicché la X4, in appena 4 anni di carriera, è stata fabbricata in oltre 200 mila unità: perciò le aspettative commerciali sulla nuova generazione sono molto elevate.

Del resto sulle potenzialità dei suv non si discute: dal 1999 Bmw ne ha piazzati oltre 5,6 milioni di unità, allargando progressivamente l’offerta, che oggi copre dal segmento delle compatte a quello large. Tanto che la gamma “X” vale il 32% del venduto della casa bavarese ed è in costante crescita. In Italia, addirittura, l’offerta a ruote alte rappresenta il 37% del venduto Bmw e nell’ultimo ventennio ha convinto 250 mila clienti. E presto sarà presentata la nuova X7, un “lussuoso bisonte” da oltre 5 metri di lunghezza, destinato a diventare la nuova ammiraglia fra i suv della marca: sarà prodotta a Spartanburg, negli Stati Uniti, dove nascono X3, X4, X5 ed X6.

Già, ma cosa hanno di speciale i suv col tetto sfuggente rispetto a quelli tradizionali? In primis la sportività. Non è un caso che Bmw Italia confidi che il 53% della clientela del nostro mercato sceglierà X4 nell’allestimento “M Sport”, il più votato alla dinamica di guida fra quelli disponibili e dotato di paraurti e altri dettagli di foggia atletica. Pure la denominazione è illuminante: per il costruttore, infatti, i numeri pari identificano le vetture più prestazionali ed i coupé.

La nuova X4, che vuole essere la “X” più sportiva a listino, è fatta su una piattaforma costruttiva avanzata, che ha permesso di risparmiare mediamente 50 kg di peso rispetto al modello uscente. Inoltre, sono cresciute le dimensioni – 8 centimetri in più in lunghezza per 4,75 metri complessivi – a vantaggio della spaziosità interna e della capacità di carico: 525 litri totali per il bagagliaio e di serie c’è il portellone posteriore ad azionamento elettrico.

Rispetto alla X3, da cui deriva la base tecnica, la X4 prevede di serie l’assetto ribassato (a richiesta gli ammortizzatori a controllo elettronico), a tutto vantaggio della guidabilità.

I motori benzina e diesel hanno potenze da 184 a 360 Cv. Presenti la trazione 4×4, il cambio automatico a 8 marce e i più avanzati sistemi di ausilio alla guida.

Il listino parte da 53.850 euro, ma si stima che la maggior parte della clientela acquisterà optional per un valore compreso fra 9 e 14 mila euro: il che la dice lunga sulla redditività generata da auto come la X4.

Da Londra l’anti-folk dei Treetop Flyers

Con un nome preso in prestito da una canzone del celebre chitarrista Stephen Stills, componente del supergruppo Crosby Stills Nash & Young, i londinesi Treetop Flyers arrivano al loro terzo disco, omonimo, indovinando pienamente le coordinate di un sound che recupera la memoria storica di un certo rock americano tradizionalista, quello della West Coast, e li proietta come band di spicco nel panorama anti-folk e pop britannico del momento. Composto da 10 brani che sono un susseguirsi di brividi e carezze, il disco si apre con Flea Drops, pezzo strumentale che prepara il terreno alla bellissima Sweet Green & Blues, la cui atmosfera dolce e retrò la rende senz’altro il punto culminante dell’album. Segue Kooky Clothes, la cui enfasi richiama alla mente un grande Rory Gallagher, ma è nella seconda parte del disco che la band azzarda di più a livello di sperimentazioni. Il risultato? Non tutto è radio-friendly come il disco precedente, ma questo ha il sound di una band che ha acquisito la certezza che osare si può.

Un dj da mezzo milione di euro: Aphex Twin

L’attesa spasmodica per ogni release di Aphex Twin, leader indiscusso dell’élite dei produttori di musica elettronica, assomiglia a una caccia al tesoro. Molto prima del marketing operativo sui social odierni, Richard D. James (vero nome dell’artista inglese) si divertiva a spiazzare il pubblico con idee geniali (memorabili i mini dirigibili personalizzati in viaggio sul cielo di Londra).

Nelle settimane antecedenti la pubblicazione del nuovo Ep Collapse, sono spuntati alcuni manifesti in 3d nella metro londinese e – attenzione – in via Carlo Alberto a Torino. La città italiana, infatti, sarà la location prescelta per l’unica esibizione live il 3 novembre, grazie al festival Club 2 Club, autorevole appuntamento internazionale capace di portare nelle scorse edizioni personaggi quali Kraftwerk, Thom Yorke, Flying Lotus, Laurent Garnier, Four Tet e Jamie XX – riconfermato quest’anno – ovvero il gotha dell’elettronica contemporanea.

Secondo alcuni addetti ai lavori Aphex Twin percepirebbe un cachet capace di sfiorare i 500.000 euro (per ciascuno dei sei spettacoli dell’anno scorso) e poco più della metà per la tappa italiana. Voci o verità presunte, il “filone” della musica elettronica è quello che “tira” il mercato e attira sponsor. Dj e produttori come Calvin Harris e David Guetta chiedono mezzo milione di euro a evento, rendendo risibili i cachet degli artisti rock e pop.

Aphex ha collaborato con Philip Glass, ha reso omaggio a Stockhausen, ha ispirato i Radiohead e ha cortesemente rifiutato un ingaggio stratosferico per remixare Madonna. Un genio o un guitto capace di elevare l’ascoltatore con un riff lisergico o di torturarlo graffiando puntine di giradischi in sequenza. Nell’Ep Collapse le tracce oscillano tra beat impazziti Autechre-style e ambient jazzata con innesti di funk bizzarro. Mt1t29r2 è la traccia maggiormente in equilibrio tra ambient e beat compulsivi. L’Ep dura quasi un’ora ed è oro colato e mistica per incalliti follower di elettronica barricata.