C’è un motivo per cui Giovanni Tria vuole fissare all’1,6% del Pil il deficit pubblico per il prossimo anno, scatenando la rabbia di Lega e M5S: è l’unico modo per mostrare un miglioramento del saldo “strutturale”, cioè al netto del ciclo economico, assai caro a Bruxelles, evitando così uno scontro con la Commissione. Linea che non piace agli alleati e che ha fatto naufragare il vertice di lunedì a Palazzo Chigi con Salvini, Di Maio e il premier Conte.
Ieri Di Maio ha tracciato il solco: “Non ho chiesto le dimissioni di Tria, ma un ministro serio deve trovare i soldi per gli italiani che sono in grande difficoltà”. I 5Stelle chiedono al ministro dell’Economia 8 miliardi per avviare il Reddito di cittadinanza. Tria ha offerto solo di potenziare con 1 miliardo il Reddito di inclusione, una misura anti-povertà del governo Gentiloni, facendo infuriare il vicepremier. “Le parole di Di Maio sono sacrosante”, avverte il leghista Alberto Bagnai, presidente della Commissione Finanze del Senato molto ascoltato da Salvini.
Il governo “del cambiamento” è di fronte a un bivio: varare una manovra per tirare a campare che – senza scontentare l’Ue – riduca o non aumenti il deficit rispetto allo scorso anno, cioè in sostanza simile a quelle dei governi precedenti; o alzare l’asticella dello scontro per evitare di morire sul nascere e presentarsi con un avvio – e solo quello – del programma di governo in vista delle elezioni europee di maggio, che potrebbero cambiare i rapporti di forza a Bruxelles.
L’esito si conoscerà il 27 settembre, quando sarà presentata la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def), che fa da base per la manovra. Per ora si lavora alle stime “tendenziali”, in sostanza quello che accadrà senza interventi. Oggi l’Ufficio parlamentare di bilancio invierà al Tesoro la validazione delle stime. Che sicuramente saranno più basse di quelle messe nel Def di Gentiloni. La crescita quest’anno chiuderà all’1,1%, non più all’1,5 e il deficit salirà dall’1,6 all’1,8%. La cosa ha un effetto anche sul 2019, con il deficit che partirà dall’1%, invece dello 0,8 a cui si era impegnato Gentiloni (una stangata da 12 miliardi).
Il governo può far valere la minor crescita nella trattativa con Bruxelles. Al momento l’unica certezza è che la Commissione non chiederà la correzione da 10 miliardi sul 2018 che aveva annunciato in primavera, ma difficilmente concederà di più. Il deficit all’1,6% nel 2019 – su cui ha già dato rassicurazioni a Tria – eviterebbe una stangata insostenibile, ma permetterebbe solo di rinviare gli aumenti automatici dell’Ilva (12,5 miliardi), che verrebbero sostituiti con una nuova clausola di salvaguardia. Mancano tutte le risorse per avviare il programma, dal reddito di cittadinanza alla flat tax, alla riforma della Fornero (con la famosa quota 100 da declinare in qualche modo).
Per questo dove fissare l’asticella del deficit è fondamentale. Con il deficit 2019 “modello Tria”, la manovra resta, anche se solo un po’, recessiva. È il meccanismo usato finora dai governi Renzi-Gentiloni: far scendere il deficit nominale rispetto all’anno precedente, ma meno dell’impegno fissato con Bruxelles, contrattando uno sconto sulla dose di austerità da assumere e impegnandosi a raggiungere il pareggio di bilancio. Problema: anche a causa di scelte sbagliate, questo meccanismo ha portato a una crescita asfittica e alla rovina elettorale. M5S e Lega vogliono che si parta almeno dal 2%, grossomodo il livello a cui il deficit chiuderà quest’anno, ma l’obiettivo è il 2,4%. In questo modo si aprirebbe uno spazio fiscale di 15 miliardi, al netto dell’Iva, sufficiente ad avviare parte del programma. Questo scontro svela un altro non detto: dopo la stretta fiscale degli ultimi anni, non è più possibile fare tagli lineari alla spesa pubblica; non esiste nessuna spending review miliardaria.
Finora Tria ha tenuto il punto, proponendo di far aumentare l’Iva e usare le risorse per il programma. “È la sua linea, non la nostra e non è nel contratto di governo”, l’ha fulminato ieri il leghista Claudio Borghi. Il timore al Tesoro è che, alzando il deficit, lo spread salirebbe vanificando – via costo del debito – la misura, anche se con un ritorno dello spread ai 270 punti del mese scorso – quando si ipotizzava di portare il deficit oltre il 3% – la maggiore spesa, almeno il primo anno, sarebbe di poco superiore al miliardo.