Gray, l’eterna ragazzaccia roca della black music

Nonostante i venticinque milioni di dischi venduti in un paio di decenni ed essere stata a buon diritto nel ristretto manipolo di quegli artisti che a cavallo del millennio diedero nuova luce alla black music, Macy Gray ha ancora un profilo da outsider. E non fa nulla per modificarlo.

Che sia quel timbro aspro di voce, anomalo secondo qualsiasi canone di belcanto, o l’aspetto da simpatica brigantella poco importa. Nel nuovo Ruby c’è un caleidoscopio di musica nera, aggiornato agl’anni Venti e un gusto tutto particolare nello shakerare gl’ingredienti. Addirittura nella scrittura, sapiente e immediata, con una paio d’invocazioni in apertura e in chiusura dell’album. Nel primo caso facendo ricorso alla leggerezza di un testo poetico in linea con il Buddha del titolo; nel secondo, Witness, rivolgendosi nientemeno che a nostro signore per chiedergli di mantenere le sue promesse, salvandoci dei mali del mondo.

In mezzo c’è tanta musica: simpatici arrangiamenti dei fiati, possenti e numerosi in chiave rythm’n blues, che fanno il paio con altrettante seconde voci in White Man e Sugar Daddy. Nell’un caso auspicando un maggior rispetto razziale, nel secondo invece per dare corpo a un mero divertissement musicale meno banale di quanto appaia a un primo ascolto.

A intervallarle ci sono le due vere perle dell’album, Tell Me e When It Ends. La prima è un blues orchestrale che, al di là dell’incrementare l’entusiasmo (eccessivo) di chi la considera una nuova Billie Holiday, mette in luce le capacità interpretative oltre che canore di Macy Gray. E fa dell’andamento altalenante del blues il viatico per una ballata romantica e avvincente al tempo stesso. Oltre a essere un omaggio alla nuova etichetta Mack Avenue, molto impegnata nel valorizzare importanti inediti della storia del jazz, con cui la vocalist ha iniziato a collaborare.

When It Ends invece cambia radicalmente registro, la voce si fa possibilmente più roca nell’iniziale notturno che la introduce. Prima di esplodere letteralmente sostenuta da un florilegio di ritmiche (acustiche e campionate) e sintetizzatori. Pop d’autore insomma, laddove per “pop” s’intenda qualcosa di più di un facile successo commerciale e per “d’autore” qualcosa in meno di un impasto barboso di temi impegnati a serio rischio pedanteria.

Altra sintesi di questo è But He Loves Me, brano che si fa forte delle atmosfere gospel introdotte dal pianoforte e veicolate poi da voce e violoncello per concludersi in un inno di bellezza.

Ruby è un disco riuscito proprio perché ha saputo miscelare a dovere le due (e le tante altre) componenti in mano a Macy Gray e a un’attenta produzione, significativa ma non invadente. A farne le spese quel nu-soul, etichetta mai tanto maldestra e affibbiata negl’anni a tanti che con il soul vecchio o nuovo non avevano nulla a che fare.

Emorragia cerebrale per il chitarrista dei Negramaro

È ricoverato all’ospedale Vito Fazzi di Lecce, in prognosi riservata, Emanuele “Lele” Spedicato, chitarrista dei Negramaro, che compirà 38 anni a ottobre. Ieri mattina è stato trasportato in codice rosso al Pronto Soccorso da un’ambulanza del 118 dopo aver accusato un malore. La moglie Clio, che aspetta un bambino, ha riferito di averlo trovato privo di sensi a bordo piscina, nella sua casa in Salento. Pare che Spedicato si fosse svegliato con un forte mal di testa. Stando al primo bollettino, i medici lo hanno immediatamente sottoposto a una serie di esami diagnostici che hanno evidenziato una emorragia cerebrale in corso, e ne hanno disposto il ricovero nel reparto di Rianimazione, dove è costantemente monitorato. Moltissimi i messaggi di incoraggiamento arrivati dai fan del gruppo fondato nell’agosto del 2000 da Spedicato insieme con Giuliano Sangiorgi ed Ermanno Carlà, rispettivamente frontman e bassista dei Negramaro. Non sono mancate le manifestazioni di affetto dei colleghi: Jovanotti su Twitter ha scritto “Forza Lele, siamo con te, torna presto”. E poi Fiorella Mannoia, Alessandra Amoroso, Ermal Meta. Sul profilo del gruppo si legge “Pensate forte forte al nostro Lele. Fortissimo”. Giuliano Sangiorgi è volato in Puglia da Roma, dove si trovava, per sostenere l’amico.

“Le parole giuste per dialogare con i bimbi: le loro”

Da poco in libreria con “L’innocente”, Marco Franzoso torna a occuparsi di infanzia, e in particolare di “vittimizzazione secondaria”. Gli abbiamo chiesto di parlarci del rapporto tra bambini, parole e verità.

Un mattino di qualche anno fa stavo in un tribunale per un’intervista e aspettavo seduto a fianco di un giovane padre con un bambino. Il bambino doveva avere dieci anni, portava una camicia azzurra chiusa all’ultimo bottone e i capelli corti ben pettinati all’indietro. Ascoltava il padre che sottovoce gli poneva delle domande ed era molto concentrato nel cercare le risposte e le parole esatte che il padre gli richiedeva. Era chiaro che non voleva sbagliare, e questo lo agitava molto. Poteva essere una vittima, o un testimone, non so, ma subito ho pensato che in quel momento si stesse affacciando a un significato nuovo delle parole, diverso, se non opposto, rispetto a quello che aveva sperimentato fino a quel momento con gli altri bambini. Il messaggio che il padre gli stava in modo inconsapevole trasmettendo era che nel mondo degli adulti le parole non servono solo per descrivere la realtà o essere utilizzate temporaneamente durante il breve spazio di un gioco. Al contrario, certe parole e certi discorsi servono per creare la realtà. Sono la realtà.

Questo deve avere compreso quel bambino, in quel momento della sua esistenza, a fianco di suo padre. Per questo doveva essere tanto preciso. E per questo era in ansia.

E allora, se le parole sono così importanti e se un bambino non le ha ancora verificate nel profondo della loro potenza ed è quindi vulnerabile alla loro forza, che cosa significa davvero dare voce a un bambino che abbia subito una violenza e allo stesso tempo volerlo difendere dal loro peso?

Tanto più in certe occasioni particolari della vita, quando l’esistenza è a un bivio, e se grazie alle parole della vittima si definisce la verità, talvolta proprio su queste stesse parole si può generare in lui il processo che gli psicologi definiscono di “Vittimizzazione Secondaria”, cioè la condanna della vittima ad una seconda, involontaria, ma spesso perentoria violenza. Vittimizzazione tanto più difficile da governare e da controllare quando avviene in buona fede, perpetrata proprio dalle persone che sono dalla nostra parte, ci vogliono bene e non solo dovrebbero difenderci, ma desiderano difenderci, e tuttavia magari privilegiano gli obiettivi rispetto alla persona. Pongono per esempio in secondo piano la sensibilità di un bambino rispetto all’esigenza di “fare giustizia”. Anche perché nella mente di un bambino accade sempre anche un’altra cosa molto importante. Le due vittimizzazioni per lui vengono vissute come collegate da un vincolo di causa ed effetto, cioè si subisce la seconda violenza perché si è subita la prima e lui in qualche modo, quindi, “si merita” questa seconda violenza.

Come vanno utilizzate e ascoltate, quindi, le parole di un bambino senza produrre nuove violenze in lui, nel momento in cui devono per forza di cose entrare in un discorso definitivo e adulto come un dibattimento, un interrogatorio, o un confronto serrato? E come possiamo usarle per difenderlo e proteggerlo, piuttosto che per condannarlo una seconda volta? Qual è la sua voce? Cosa possiamo fare noi adulti e che cosa soprattutto lo Stato e la Giustizia possono fare per ascoltarla nel modo più adatto a lui, mettendo in campo ogni risorsa possibile per ricucire le ferite, e interrompendo allo stesso tempo il processo di vittimizzazione secondaria? Non ho ovviamente le risposte definitive. Il ruolo di chi scrive è porre le domande, sottolineare le criticità e casomai indicare un percorso. Ma si tratta di mettere in essere un lavoro aggregativo e preventivo, molto più vicino al concetto di cura che a quello di chirurgia. Si tratta di partire innanzitutto dalla volontà di ascoltare, cioè di entrare in contatto, di mettersi a disposizione, di porre al centro delle pratiche quella persona così ricca e non catalogabile che è il bambino.

Si tratta di avere cura, sì, ma nel modo in cui lui intende questa parola. E di riportare come primo passaggio innanzitutto le parole dentro il significato che hanno per lui senza imporgli il nostro. Ridefinire quindi la nostra idea di parola e di ascolto secondo quelli che sono i suoi parametri. Dobbiamo imparare dai bambini per parlare con i bambini. In questo modo da una parte possiamo accedere a una verità più profonda, dall’altra, questa sarà una verità che salva e non una verità che condanna. Quella volta, dopo tanto discutere, ho osservato il bambino alzarsi in piedi e camminare lentamente. Quando si è avvicinato alla porta che doveva varcare si è guardato in giro, come se stesse cercando una via di fuga, o volesse procrastinare il momento in cui avrebbe varcato quella porta, oltre la quale doveva starci un qualche sconosciuto e spaventoso baratro. Guardandosi in giro abbiamo incrociato lo sguardo per un istante. Gli ho sorriso, non mi veniva altro da fare e l’ho guardato entrare. Gli ho fatto ciao con la mano quando ormai non mi poteva più vedere. La cosa più calda che ho trovato. Non credo che sia stato sufficiente. Ma è proprio dalla consapevolezza di questo nostro limite e di queste nostre insufficienze che bisogna ripartire.

Anche Time finisce a due Paperoni della Silicon Valley

Per Time Magazine inizia una nuova era. La rivista sarà venduta dal gruppo Meredith al co-fondatore dell’azienda hi-tech Salesforce Marc Benioff e a sua moglie Lynne, per 190 milioni di dollari. Un altro magnate della Silicon Valley decide dunque di entrare nel mondo dell’informazione comprando uno dei pezzi storici e più pregiati, dopo il patron di Amazon, Jeff Bezos, che nel 2013 acquistò il Washington Post per 250 milioni di dollari, e dopo la vedova di Steve Jobs, Lauren Powell, che l’anno scorso acquisì una partecipazione di maggioranza nella rivista The Atlantic tramite la sua organizzazione Emerson Collective.

Ad annunciare l’accordo per il cambio di proprietà di Time è lo stesso gruppo editoriale Meredith, che aveva a sua volta completato l’acquisto di Time Inc. all’inizio del 2018. I Benioff hanno acquistato la storica rivista a titolo personale e in contanti, mentre Salesforce, società pioniera nel settore del cloud computing, non è coinvolta nell’operazione. La vendita dovrebbe concludersi nei prossimi 30 giorni e la coppia di nuovi proprietari, come si legge nella nota, non sarà coinvolta in operazioni o decisioni giornalistiche.

Il Messaggero, che fu progressista e combatteva pure i “palazzinari”

Un nuovo quotidiano esce a Roma a otto anni dalla storica “breccia”, prima come numero unico di prova e si chiama Il Messaggiero. Diventerà Il Messaggero col gennaio 1879.

Il suo fondatore, il milanese Luigi Cesana, proviene da Firenze, ha respirato in casa giornalismo e garibaldinismo.

Il padre Giuseppe Augusto, torinese, ha partecipato alle Cinque giornate di Milano (1848), ha conosciuto presto Cavour e Garibaldi e, da direttore della Gazzetta di Torino, ha caldeggiato più di tutti la partenza dei Mille. A Firenze crea Il Fanfulla, dove si fa le ossa il figlio Luigi. I quotidiani di quel periodo sono molto “militanti”, spesso veri giornali-partito. Il Messaggero no. All’inizio molto elitario, sorta di “giornale dei giornali” e poi, invece, quotidiano di grande cronaca specie a partire dal processo Fadda che lo fa decollare in copie prevalendo fra i 22 quotidiani del 1880.

Il suo “collante”? Laicismo che spesso diventa anticlericalismo, quindi radicale, talora accusato persino di socialismo. Vi scrive spesso il primo deputato socialista, Andrea Costa, allievo di Carducci. Sostiene l’epica impresa dei cooperatori ravennati nella bonifica del malarico litorale romano: 300 morti nei primi anni. Il giornale è anche anti-colonialista e anti-militarista. Quei 250 milioni all’anno li destinerebbe alla scuola, alla drammatica “questione sociale”. Non è “parlamentarista”, critica bizantinsmi e trasformismi. Con molta apertura però al dibattito, anche interno (attualissimo) sull’indennità ai deputati: senza una remunerazione andranno alla Camera “gli improvvisati” e “gli sfaccendati”.I primi deputati socialisti, poveri in canna, sovente per dormire approfittano del treno (che è gratis).

Il Messaggero nasce da gente integerrima, senza interessi economici privati, che lo gestirà e pubblicherà fino al 1912, per 35 anni.

Sopravvive, quasi solo, allo scandalo della Banca Romana perché da essa non ha preso un centesimo. Oltre all’onestà, il “collante” è per decenni l’anticlericalismo. Così i disordini durante la traslazione serale della salma di Pio IX a San Lorenzo fuori le Mura, il giornale li attribuisce essenzialmente alla rumorosa e organizzata “gazzarra” dei clericali e non alle grida “Al Tevere! Al Tevere!” degli anticlero.

Vanta orgogliosamente l’appoggio pieno al corteo di massa per l’inaugurazione del monumento a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori dove nel 1600 il filosofo domenicano è stato arso vivo dai confratelli dell’Inquisizione: 20 mila partecipanti, tutti i vertici dell’Università e della scienza, accusati dai Gesuiti e dall’Osservatore Romano di “debaccare” (cioè di darsi a danze bacchiche, orgiastiche) per strada. Gesuiti che vorrebbero ribattezzare la piazza “Campo maledetto” e che reclamano ancora, nel 1929, per il Concordato, la rimozione della statua.

Straordinarie le inchieste del giornale per una nuova rete ospedaliera, per la difesa delle Ville storiche dagli appetiti dei “palazzinari”, in specie di Villa Borghese, con una martellante campagna dall’84 in poi, e il Messaggero vince: una sentenza pretorile gli dà ragione, lo Stato nel 1901 compra il Parco e la Galleria Borghese per 3,6 milioni destinando il polmone verde al “godimento dei cittadini romani”.

Nel 1907, l’appoggio forte, generoso alla Lista di Ernesto Nathan, al Blocco del Popolo, radicali, repubblicani e socialisti riformisti e, dopo il suo trionfo, alla sua rigorosa e scomoda politica urbanistica, alla creazione di interi quartieri-modello, di villini e case economiche, di municipalizzate moderne, di una fitta rete di asili, scuole, istituti, di Musei e auditori come l’Augusteo, ecc. Sei-sette anni luminosi, coi “palazzinari” italo-vaticani messi in un angolo per anni.

Poi il fascismo con un gruppo di giornalisti antifascisti (Vittorio Gorresio, Gino De Sanctis, Sandro De Feo e altri) e di tipografi che stampano il foglio clandestino La Voce Operaia di Ossicini e Rodano. Ma la vera svolta, il ricongiungimento con la grande tradizione laica e democratica, nel 1974, quando redattori e tipografi si oppongono alla vendita a Edilio Rusconi editore di fiducia della Dc e capeggiano la battaglia vittoriosa per il No alla cancellazione referendaria del divorzio. Ripetuta contro l’abrogazione dell’aborto nel 1982.

Penna giuridica di punta, Giuseppe Branca. Anche qui una grande ripresa della politica urbanistica per l’interesse generale e contro le speculazioni immobiliari voraci in corso da decenni, con articoli di Italo Insolera, Vezio De Lucia, Franco Ferrarotti, Alfonso Testa e miei. I “cedernisti”, come ci chiama l’attuale Messaggero. E articoli di storia firmati da Alberto Caracciolo, Giorgio Spini, Mario Sanfilippo. Un gran bel periodo il 1974-1986.

Qualcosa da spartire con l’oggi? “È la stampa bellezza! E tu non ci puoi fare niente!” grida Humphrey Bogart nel fragore delle rotative che stampano una grande inchiesta giornalistica contro potenti interessi. I giornalisti di allora lo tenevano bene a mente. Così si dice.

Suicidio web, il blackout pericoloso del buon senso

Qualche giorno fa mi è arrivato il messaggio via Facebook di un ragazzo che mi suggeriva di leggere un post in una pagina che si chiama pareti.it e che raduna gli appassionati di arrampicate.

Ho letto così questa storia assurda di un ragazzo di 14 anni, Igor, che si sarebbe suicidato per fare il gioco del “blackout”, una sorta di soffocamento controllato (che non è una novità assoluta). La tragedia la racconta il padre Ramon, un arrampicatore professionista noto nell’ambiente, affermando che lui aveva messo in guardia Igor da tanti pericoli ma questo lo ignorava. Aggiunge poi altrove che andrà nelle scuole a parlare di questo gioco così pericoloso per gli adolescenti.

Il triste caso di Igor, quando l’ho appreso, era stato riportato solo da un sito minore. Ho riflettuto un po’ e ho risposto al tizio che me lo segnalava che mi pareva ci fossero pochi elementi per trarre delle conclusioni e che comunque, quando sento parlare di fenomeni che sembrano limitati a uno/due casi e che dunque non sono fenomeni, temo il rischio emulazione. Il giorno dopo tutti i siti e giornali riportavano la notizia con titoli che parlavano della morte del povero Igor e del terribile nuovo gioco del blackout così in voga tra gli adolescenti. Qualcuno, va detto, ha usato il condizionale, pur dedicando pagine intere all’episodio.

Quindi ho cercato di capire qualcosa di più sulla vicenda, che elementi ci siano a supporto di questa storia e quali siano i precedenti recenti, ovvero quelli che possono fare ritenere questa del blackout una pericolosa pratica di moda tra i giovani. Dopo la faccenda del Blue Whale, altra epidemia di morti social denunciata dalle Iene ma inesistente, è bene essere prudenti. Igor viene trovato impiccato nella sua stanza il 6 settembre. Per appendersi al soffitto ha usato le corde da roccia. I carabinieri trasmettono alla Procura per i minorenni notizia e primi accertamenti sul suicidio. Non ci sono particolari sospetti.

Passano cinque giorni, soltanto cinque, non c’è ancora stato neppure il funerale e il padre Ramon comincia a sostenere che Igor sia morto per il blackout. A testimonianza di ciò ci sarebbero alcuni video su questo gioco pericoloso visitati dal figlio sul computer, come testimoniato dalla cronologia. Ora, per carità, io ci credo, ma prima di parlare di certezze assolute avrei atteso la conclusione delle indagini. Io stessa ho un figlio (spesso rimproverato da me) che guarda un sacco di video sul tema “le morti più stupide” e così via, Youtube è impestato di questa roba. Roba che ha milioni di visualizzazioni.

Il padre del povero ragazzino comunica a varie pagine facebook di climbing che il figlio è morto per il gioco del blackout. Il messaggio è questo: “Igor era un bravo arrampicatore, non un fenomeno ma appassionato e soprattutto coraggioso, una qualità che è diventata merce rara tra i ragazzi e i ragazzini. Purtroppo non ha avuto paura a lasciarsi coinvolgere da un gioco che con la scalata non c’entra nulla e che sta diventando incomprensibilmente popolare tra gli adolescenti che hanno accesso a Internet, il cosiddetto blackout, o gioco del soffocamento (…) Tra le tante cose a cui dobbiamo badare nella crescita dei nostri ragazzi s’è aggiunto anche questo maledetto blackout, parlatene e verificate che tutto sia a posto!”.

Quindi, per il padre, il caso è già chiuso. Le certezze sono così granitiche da trarre già conclusioni, parlare di “gioco popolare tra i giovani”, mettere in guardia e addirittura, come ho letto altrove, già pensare di andare a parlarne nelle scuole. Ora. Io rispetto il dolore di questo padre, ma un po’ di prudenza sarebbe importante.

Addirittura, ieri, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, parlando all’Isola d’Elba in occasione della cerimonia inaugurale dell’anno scolastico, ha detto di essere vicino ai genitori di Igor, perché “le connessioni digitali sono grandi finestre aperte sul mondo, ma esiste anche un lato oscuro della Rete. Non è accettabile che un ragazzo di 14 anni muoia in conseguenza di un’emulazione in un gioco perverso in chat”.

Insomma, ora un video su YouTube è diventato una chat, quindi perfino un gioco condiviso con qualcuno. Ma chi? Da cosa sarebbe supportata questa affermazione?

E le indagini? Quelle naturalmente sono appena iniziate visto che i computer e il cellulare di Igor sono stati sequestrati pochissimi giorni fa. Le dichiarazioni di chi sta indagando sono un po’ confuse: si dice che il ragazzo non abbia cercato tutorial sul soffocamento, che però su un computer siano state trovate nella cronologia visite a un video che parla del blackout ma questo video, nei lanci delle agenzie, ha sempre nomi diversi. Da “Le 10 cose più pericolose del mondo” a “I modi per sballarsi senza droga”, “5 sfide pericolose”, “5 sfide pericolosissime” (che avrebbe milioni di views) e così via.

Il pm (che ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio dopo le notizie della stampa sul caso) aggiunge poi che “di questa pratica assurda si era iniziato a parlare lo scorso mese di febbraio quando un altro 14enne fu trovato in fin di vita a Tivoli, strangolato dal cavo della playstation, poi morto giorni dopo al Gemelli”. Già, peccato che in quel caso non sia mai stato trovato nulla sul computer del ragazzino e che l’ipotesi blackout (mai confermata) fu frutto di una dichiarazione del padre, il quale sostenne che il figlio giorni prima gli mostrò un video sul blackout (mai trovato nella cronologia)

Insomma. Io trovo questa vicenda molto strana. E trovo molto pericolosi titoloni, comunicati e allarmismo, visto che forse (e ribadisco forse) c’è qualche caso isolato di ragazzi che provano a emulare gesti pericolosi visti in un video, ma per fortuna non c’è alcuna moda. Mi spiace moltissimo per il dolore dei genitori di Igor, ma suggerisco, sommessamente, prudenza perché per ora l’unica certezza sul caso è la morte incomprensibile di un ragazzino di 14 anni.

Una volta che le indagini saranno concluse e i loro sospetti eventualmente confermati, ci sarà il tempo per le valutazioni. Che però devono sempre tener conto della vecchia domanda: e se un titolone sul giornale a proposito di un caso isolato causasse, anziché una morte in meno, una morte in più per emulazione?

Il ritorno di Mara ovvero battere Barbara essendo più barbari di lei

Datemi uno sgabello e vi solleverò lo share. Lo sgabello non tradisce mai, è così fin dai lontani tempi dell’epifania di Alba Parietti, così è stato anche per il ritorno di Mara Venier, consumata artigiana della qualità, alla conduzione della sua decima Domenica in. Una vaga somiglianza con Loredana Berté non ha impedito a Mara di riprendersi il primato nella fascia postprandiale per eccellenza, là dove si può toccare il bolo con un dito. Segato d’imperio il nazional-populista Giletti, l’anno scorso Cristina Parodi aveva tentato di alzare di qualche centimetro l’asticella del costume, e gli ascolti di Rai Uno erano sprofondati di qualche metro. Eh, no, Barbara D’Urso e Domenica Live si affrontano sul loro terreno: quello delle corna, dei figli segreti, del c’è sfiga, in diretta, per te. Per dire, i due fustini di trash si sono salomonicamente spartiti la Dynasty di Cellino San Marco e il ritorno di fiamma tra Al Bano e Romina Power, perfetta metafora dell’Italia 2018 (la stessa di quarant’anni fa, ma con quarant’anni di più). Mara si è assicurata Romina medesima, messa sotto torchio in favore di sgabello; da Barbara c’erano le gemelle Lecciso gemellate con le gemelle Kessler, anch’esse in auge proprio agli albori di Al Bano. Morale: per battere Barbara bisogna essere più barbari di lei. Varrà anche per la politica? Allora l’arrivo di Matteo Salvini in chiusura di Domenica Live non farebbe una piega: se Al Bano è tornato con Romina volete che Matteo non torni con Silvio?

Orfini e il prodigio mancato: sembrava aver detto il giusto

Sabato scorso è accaduto un prodigio inaudito: Matteo Orfini è parso dire qualcosa di sensato. Addirittura condivisibile. L’evento, di cui certo si occuperanno i libri di storia, ha stupito milioni di persone in Italia e ancor più nel mondo, perché Orfini è da sempre idolo delle folle e delle masse, che varca con agio i confini nazionali, europei e financo mondiali. A lui il Pianeta Terra sta stretto. Orfini è uomo dalle mille doti. Vive da sempre dentro il partito, ma non si è mai accorto di Mafia Capitale. Amava definirsi “giovane turco”, senza mai esser stato né turco né giovane. Più dalemiano di D’Alema, di cui tuttora scimmiotta la timbrica sabinaguzzantesca e quel gusto astratto per il politichese, ne è da anni uno dei più massimi detrattori, a conferma di un’altra sua cifra distintiva: la coerenza. Una coerenza che gli ha permesso di trasformarsi in turborenziano dopo esser stato fermamente (va be’) antirenziano, garantendosi con ciò lo scranno di presidente del Pd. Un ruolo che Orfini ha interpretato da par suo: fedelissimo a una linea che non c’era e non c’è, il virgulto romano 44enne ha saputo contribuire fattivamente alla distruzione del partito. Tale apocalisse, lenta e inesorabile, lo ha visto in prima linea come fiancheggiatore zelante e privo di guizzi: nelle direzioni rideva alle battute del Tondo di Rignano ridimensionando il dissenso allo stesso, nelle interviste dava la colpa ai 5 Stelle o a Minniti (l’unico nel Pd ad averci cavato qualcosa), nei talk-show induceva tutti alla catalessi. Nei rari ritagli di tempo, Orfini soleva rilassarsi dando consigli su Twitter agli allenatori del Milan (poi tutti esonerati), oppure interpretando lo spot di un noto marchio di patatine, o magari chiedendo a Carlo Verdone la parte di Fabris nel remake di Compagni di scuola.

Dopo un periodo di parziale inabissamento, Orfini è tornato sabato a palesarsi. E lì ha avuto luogo il Prodigio. Ascoltiamo il Verbo del Profeta, giacché egli ci ha parlato: “Cambiare nome non basta, il partito non funziona. Sciogliamolo”. Inaudito: Orfini ha detto il giusto. Certo che cambiare nome non basta. Certo che il partito non funziona. Certo che il Pd va sciolto. È vero, si potrebbe ricordare al nostro nuovo Mahatma che a tali considerazioni c’è arrivato un po’ tardi, ma non è il caso di essere puntigliosi: Orfini è nel giusto, que viva Orfini! Mentre stavo sostituendo il poster di Rosario Dawson sadomaso con quello di Orfini in pigiama cremisi, ho però voluto leggere di nuovo l’intervento-prodigio di Orfini. Ho così scoperto che l’intervento integrale era un po’ diverso: “Cambiare nome non basta, il partito non funziona. Sciogliamolo e rifondiamolo”. Tristezza, dolore, afflizione: Orfini non era più il Profeta, ma era già tornato Orfini. In quel finale “e rifondiamolo” c’è l’ennesima prova di non avere ancora capito nulla. Non è che il Pd non funzioni per un maleficio della storia: non funziona perché è composto – perlomeno nella sua dirigenza nazionale – da gente come Orfini. Una volta sciolto, va sì rifondato: Orfini è però l’ultimo a doversene occupare. Lui deve fare altro: il mimo, l’ufologo, il tronista dalla De Filippi. Quello che vuole. Ma il politico proprio no. Un “nuovo Pd” può avere senso solo se dentro non ci saranno più gli Orfini, gli Andrea Romano, le Boschi e compagnia cantante. Se devono essere gli Orfini a rifondare il Pd, evitatevi la fatica ed evitateci il maquillage: state così sulle palle al mondo reale che gli italiani, anche quelli di sinistra, pur di non votarvi sarebbero disposti ad appoggiare chiunque. Persino Salvini.

Le sviste di Galli della Loggia sull’identità

“Solo chi crede in un’altra storia – vi crede perché la vede correre parallelamente alla storia della volontà di potenza – può concepire un compito della cultura diverso da quello di servire i potenti per renderli più potenti”. Così Norberto Bobbio tracciava i confini del piccolo campo degli intellettuali disorganici al potere. Liberi di non chinare la testa di fronte alla “storia della volontà di potenza”, anche quella degli Stati-nazione: che ieri mandavano i loro cittadini a farsi massacrare sui campi di battaglia gridando “Viva l’Italia”, e oggi disconoscono i diritti dell’uomo allestendo campi di tortura per chi è nato fuori dai loro sacri confini.

Ernesto Galli della Loggia non crede in un’altra storia: crede che il compito degli intellettuali sia servire il potere, seguendo la corrente. Sarebbe ingeneroso parlare di opportunismo: no, il professore ama davvero il potere. Vuole esserne organicamente intimo: come Carlo d’Inghilterra bramava d’esserlo con Camilla.

Da qui la violenta intemerata che ho avuto l’onore di riceverne domenica, dalla prima del Corriere della Sera. La mia colpa? Aver detto, sul Fatto del 10 settembre, che l’identità degli italiani non si può usare come una clava. Come tutti gli inquisitori, Galli non attacca un testo, ma ciò che crede di leggerci. Disonestà intellettuale: stigma fondamentale dell’intellettuale di corte. “La tesi di Montanari è perfettamente espressa dal titolo dell’articolo: l’identità italiana non esiste”: fatto si è che quel titolo diceva tutta altra cosa: “L’identità inventata degli italiani”. E cioè: l’identità italiana non è biologicamente data, ma è una invenzione, cioè una creazione, intellettuale, collettiva, multipla, aperta ai cambiamenti. Ovviamente Galli dimentica poi la frase che compendiava l’intero articolo: “Naturalmente, tutto questo serve a dire non che ‘gli italiani non esistono’, ma invece che ‘gli italiani sono multiculturali per storia e cultura’”. Ma perché, invece di rispondere da storico agli argomenti dei suoi colleghi citati (da Tony Judt a Piero Bevilacqua), Galli ha preferito lo svisamento intenzionale e l’aggressione personale? Davvero egli pensa che il tema dell’identità non sia sul tavolo? L’intera comunità umanistica riflette da tempo su questo nodo centrale: dall’antropologia (si rammenti il Contro l’identità di Francesco Remotti) alla filosofia (per esempio il recentissimo L’identità culturale non esiste di François Jullien). E chissà cosa avrebbe detto se avessi scritto che “l’identità autentica assomiglia alle Matrioske, ognuna delle quali contiene un’altra e s’inserisce a sua volta in un’altra più grande… La nostra identità è contemporaneamente regionale, nazionale – senza contare tutte le vitali mescolanze che sparigliano ogni rigido gioco – ed europea… È una realtà europea, occidentale, che a sua volta si apre all’universale cultura umana”. Ma questo è Claudio Magris: su un Corriere di un’altra fase.

Il movente di Galli emerge dalla chiusa: “Così la Sinistra è servita: se lo desidera ha la ricetta perfetta per assaporare il bis della catastrofe elettorale del 4 marzo”. La Sinistra, cioè, avrebbe perso perché troppo di sinistra. E non perché ridotta a una fotocopia sbiadita della destra: per esempio offrendo, con Minniti, una politica della paura meno credibile di quella di Salvini. Per fortuna c’è Galli della Loggia: sempre lungimirante, come quando, ironizzando sulla vocazione minoritaria degli intellettuali che si opponevano alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, era certo di mettere a fuoco “il significato più generale dell’arrivo sulla scena di una figura come quella di Matteo Renzi: mettere il Pd con le spalle al muro, obbligare la cultura postcomunista a fare apertamente e fino in fondo una scelta a favore di una politica realmente riformatrice”. Ecco un intellettuale libero e acuto, sulle cui analisi una Sinistra che voglia vincere può certo contare.

I 5 Stelle e il Pd, due enigmi speculari

Per chiarire subito il mio punto di vista, vorrei fissare telegraficamente e in sequenza (senza argomentarle) tre mie convinzioni: Lega e 5stelle sono affatto diversi, non sono omologabili entro la cifra di una destra estremista, come si fa sbrigativamente e strumentalmente dalle parti del Pd renziano, sfidando l’evidenza (da ultimo il cruciale voto su Orbán); il “contratto di governo” sul quale si fonda l’esecutivo giallo-verde è indifendibile, sconta un’ambiguità genetica, una contraddizione insanabile; la pregiudiziale indisponibilità del Pd, ostaggio di Renzi, ad andare anche solo a vedere le carte 5stelle è stata una imperdonabile irresponsabilità omissiva. Come hanno tardivamente osservato un po’ tutti, da ultimo Veltroni, i dirigenti Pd non di rito renziano. Qualche osservatore, che pure ha condiviso tale opinione, oggi eccepisce che ora è troppo tardi, che il processo di assimilazione/subalternità di Di Maio all’egemonia di Salvini si è spinto troppo avanti. C’è del vero. Su Di Maio, nutro un sentimento misto. Mi spiego: quelli che, a cavallo delle elezioni, ai miei occhi, furono i suoi meriti (portare, pur con una certa disinvolta estemporaneità, un movimento protestatario e utopico a una conversione quale “quasi partito” con ambizione/cultura di governo, dalla politica estera alla politica economica, specie con riguardo alla Ue), oggi si risolvono nei suoi limiti.

Alludo alla sua realpolitik, alla “politique politicienne” che si manifesta nella frettolosa archiviazione di talune istanze originarie del movimento e ai suoi parziali e imbarazzati distinguo formali dalle parole e dalle opere del suo ingombrante partner di governo Salvini. Al più una rapsodica azione di contenimento. Un cedimento che forse attinge a un mix di ambizione personale e calcolo politico: il governo come occasione non agevolmente ripetibile per lui e per i 5stelle. Ciò detto, le differenze e le contraddizioni interne alla maggioranza non si sono dissolte e una opposizione degna di questo nome dovrebbe fare leva su di esse. Qui entra in gioco il terzo attore, il Pd. Che, ripeto, a suo tempo, è stato colpevolmente inerte. E tuttavia sorprende che, in questi primi mesi per certi versi allarmanti della vita del governo, il Pd abbia saputo solo gridare contro la “destra eversiva”. Solo qualche esempio, desunto dall’agenda politica grillina post elezioni. Possibile che un partito nel quale residuasse una qualche sensibilità di sinistra non abbia avvertito l’esigenza di una interlocuzione certo critica ma non pregiudizialmente ostile su questioni quali: il contrasto al lavoro precario e alla povertà, la lotta ai privilegi, le misure anticorruzione, la difesa della indipendenza della magistratura, il riposo festivo, la sostenibilità ambientale delle grandi opere, qualche caveat su una editoria foraggiata da aziende di Stato, una più severa regolazione delle concessioni, da parte di uno Stato che non abdichi in toto a un compito di indirizzo e controllo? Sia chiaro: tutte questioni sulle quali le soluzioni pratiche (i mezzi) possono essere diverse, ma che non dovrebbero inibire l’apprezzamento dei fini o comunque la tematizzazione di problemi reali. Ma qui l’enigma irrisolto è il Pd. Non è necessario evocare il conflitto di classe, ma come tacere l’impressione di un Pd tuttora più sensibile alle ragioni dell’impresa (e dell’establishment) che non a quelle del lavoro e dei soggetti deboli?

Persino nel caso Ilva, che si è chiuso – perché non riconoscerlo? – con una soluzione più avanzata. Lo faccia il Pd questo benedetto congresso e finalmente decida di sé. Certe sue macroscopiche bizzarrie – un organigramma formale cui non corrisponde la catena di comando sostanziale, Renzi che interviene a Firenze mentre Martina chiude la festa nazionale del partito a Ravenna, entrambi invocando l’unità! – vanno ricondotte alla radice: vi sono due diverse idee del Pd tra loro incompatibili. Il problema non sono il nome e il simbolo, ma la sostanza ovvero l’identità politica. Come testimonia la distanza di tutti gli esponenti di prima fila del Pd originario, figlio dell’Ulivo, dal Pd di Renzi, che significativamente, a suo dire, non avrebbe rottamato abbastanza e aspira a tornare in sella. Reiterare la finzione unitaria significa rassegnarsi alla paralisi. Ci si conti, ci divida, poi, nel caso, si potrà anche negoziare un’alleanza tra soggetti distinti.