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Leva obbligatoria: nessuna campagna, solo idee

Non riesco a capire perché Il Fatto stia insistendo con questa campagna a favore della leva. Prima Marco Travaglio e poi Nando dalla Chiesa. Spiace affermarlo ma c’è tanta retorica nelle argomentazioni dei due. Ma quale valore formativo? Quale incentivo alla coesione? Quale disciplina? È proprio vero che la memoria degli italiani è corta, Marco Travaglio e Nando dalla Chiesa compresi. Ho svolto il servizio di leva nel lontano 1985 e ho visto di tutto. Suicidi, spaccio, ruberie, totale lassismo e voi parlate di ripristino di tali situazioni? Mah! Sarei semmai d’accordo su un eventuale servizio civile, ma solo su base volontaria e con una minima diaria da corrispondere ai “volontari”. Tutto il resto sarebbe un disastroso ritorno al passato che ho avuto la sfortuna di vivere.

Lettera non firmata

Non c’è nessuna campagna. Semplicemente Dalla Chiesa e io abbiamo espresso il nostro libero pensiero, che lei legittimamente non condivide.

M.Trav.

 

L’ora legale è anche un problema di salute

Dopo aver scritto dozzine di lettere ai quotidiani di ogni tendenza politica contro lo stupido e dannoso rito di spostare una volta ogni sei mesi le lancette di un’ora per obbedire a una demenziale legge, fatta per risparmiare 40 milioni di euro all’anno (1/4 di quanto ci costa un F35), ho avuto una splendida notizia: l’ora legale verrà cancellata grazie a una proposta fatta in Europa, approvata dall’84 per cento dei votanti.

Purtroppo ho sentito dire che l’iter per arrivare alla cancellazione sarà lungo e la cosa mi preoccupa, perché se i burocrati ci si mettono contro, l’ora legale resterà per altri decenni a torturare per due volte all’anno milioni di cittadini.

Queste torture costringono molte persone a ricorrere all’uso di medici e farmaci; i più forti resistono senza ricorrere ai farmaci ma il fastidio che ricevono non è indifferente.

Da qualche parte ho letto che le aziende farmaceutiche ricavano somme ingentissime grazie a questa pratica demenziale (perciò non staranno a guardare) e allora non ci resta che sperare che l’Europa non si occupi più della curvatura delle banane o del diametro delle vongole, ma di cose ben più importanti come la salute degli europei.

Speranza vana?

Angelo Casamassima Annovi

 

I no global di ieri oggi chiamati “sovranisti”

Per valutare quale sia l’attuale livello di manipolazione lessicale (o di dissociazione cognitiva) di quel che resta della sinistra, basterebbe pensare che circa vent’ anni fa i “no global”, cioè i manifestanti di sinistra contro la globalizzazione, venivano pestati a sangue e torturati a centinaia nella caserma Bolzaneto di Genova. Il vicepresidente del Consiglio di allora era un post-fascista “vero”, cioè Gianfranco Fini. Il presidente del Consiglio era un anticomunista craxiano, classista di destra e sdoganatore degli ex missini che aveva portato al governo, cioè Berlusconi. Oggi chi è contro la globalizzazione viene definito “sovranista” e quasi automaticamente tacciato di nazionalismo, quindi di fascismo e, perché no, di razzismo da chi si trova in pieno accordo con Berlusconi e si definisce di sinistra, multiculturalista e democratico, cioè il Pd. Alleato tattico e strategico di Forza Italia, adesso come qualche anno fa, anche sulla riforma autoritaria della Costituzione.

E Fini, da sotto le carte del processo per la casa di Montecarlo, concorda con il Partito democratico: anche lui è contro i sovranisti e a favore dell’Europa e della globalizzazione, come da intervista a Repubblica del 7 febbraio 2017. Non è fantastico?

Glauco Campanozzi

 

I leader Dem sono ancora troppo lontani dagli italiani

Renzi si compra 12 vani a Firenze per 1,3 milioni di euro. La Boschi trascorre le vacanze nel lussuoso Hotel Palace di Merano dove la camera più economica costa 300 euro a notte. Per milioni di italiani invece rimangono solo i pochi euro del reddito d’inclusione/povertà! Il bello è che in modo abbastanza stizzoso i “leader” del Partito democratico continuano a domandarsi, dopo l’ultima batosta elettorale, perché gli operai/impiegati non li abbiano votati. Forse perché i “leader” del Partito democratico non rappresentano più gli operai/impiegati?

Gianfranco Torregiani

 

Alla Versiliana persone che parlavano la nostra lingua

Desidero esprimere la mia ammirazione per la festa del Fatto. Siamo venuti all’apertura con Carlo Verdone e nei giorni successivi. Abbiamo riso tanto e ci siamo sentiti “a casa” grazie alla gente, tantissima gente, che aveva il nostro stesso modo di pensare, di vedere le cose. Abbiamo trovato persone che erano sulla nostra lunghezza d’onda, che parlavano la nostra lingua. Allora ci sono, esistono le persone che sanno vedere dietro le quinte, dopo che scellerati governi ci hanno portato alla rovina! Leggiamo Il Fatto ogni giorno.

Il vostro giornale ci ha riportato a leggere il quotidiano. Le copie vanno a ruba e la gente che vi segue è sempre più numerosa. Grazie per il coraggio che avete di dire sempre le cose come stanno.

Francesca Bello

Contanti. Costringere a pagare tutto con la carta serve contro l’evasione?

Vorrei fossero resi noti i risultati della madre di tutte le battaglie: quella contro l’evasione tributaria. Messa in atto per mezzo di sistemi che hanno schedato gli italiani e tracciato i loro pagamenti ovunque, manco fossimo tutti condannati ai domiciliari. Tutto doveva passare attraverso un conto corrente bancario, e secondo un certo Bersani questo sarebbe dovuto accadere su tutti gli importi superiori a 300 euro. Via gli assegni trasferibili, pagamenti delle imposte solo con versamento in banca e per le imprese solo online, pagamento dipendenti vietato per contanti, Pos obbligatorio per tutti, fino ad arrivare all’obbligo di indicare la causale del versamento di contanti che io ho fatto sul mio conto. Tutte misure che estendono sempre più la fetta di popolazione che diventa ostaggio di un sistema a cui è costretta a pagare pedaggio per ogni transazione o a prestare denaro al sistema bancario grazie al sistema dei giorni di valuta che la banca si mangia quando il pagamento avviene con assegni. Quindi la domanda è molto semplice. Queste norme, che mi auguro che il nuovo governo smonti al più presto dalla prima all’ultima, hanno portato effettivamente dei miglioramenti nella lotta al sommerso, oppure, come molti pensano, si è trattato dell’ennesimo favore al sistema bancario?

Randall J Wilkins 

 

Gentile Randall, nella vita ci sono poche certezze, tra queste che è molto più difficile evadere se i pagamenti sono tracciati ed è molto più facile se sono in contanti. In un Paese che ha un problema di evasione endemico – basta con la bufala assolutoria che c’è una “grande evasione” da combattere e una “evasione di sopravvivenza da tollerare” – a me dei disagi di chi soffre a pagare con il bancomat o della sempre citata vecchietta che vuole andare alla posta a farsi dare la pensione cash (magari per farsi poi scippare all’uscita) importa meno di zero. E se lei ha dovuto spiegare dove aveva preso un mazzo di banconote, lo trovo sacrosanto. Quindi: viva le carte e i pagamenti tracciati, anche il tanto atteso reddito di cittadinanza sarà quasi certamente erogato tramite una card, come molte altre misure sociali (le Poste sono pronte a gestire il tutto, se verranno coinvolte). Discorso a parte meritano le banche: posta questa esigenza di tracciare tutto, bisognerebbe liberalizzare il settore per evitare che aumentino i balzelli. Ma in questi anni è successo il contrario, visto che con i tassi azzerati le banche si sostenevano soltanto con le commissioni, hanno avuto mano libera ad alzarle, perfino per ripagare i salvataggi bancari organizzati dal governo, che quindi non poteva protestare.

Stefano Feltri

“Le mie scene di tortura pensando a Giulio”

“Non sta a me suggerire al vostro governo cosa fare per conoscere la verità sull’assassinio di Giulio Regeni, ma ritengo sia fondamentale che le vostre istituzioni e la magistratura tengano sotto pressione il regime”. Nel giorno in cui il presidente della Camera, Roberto Fico, ha incontrato il generale-presidente egiziano al-Sisi, lo scrittore egiziano Ala al Aswani si trova in Italia per presentare il suo nuovo romanzo Sono corso verso il Nilo e domani sarà tra i protagonisti della serata inaugurale di Pordenonelegge.

Il più noto e acclamato scrittore contemporaneo egiziano, tra i sostenitori della rivoluzione contro Mubarak a favore della democrazia, non ha trovato tuttavia in patria nemmeno un editore disposto a pubblicare questa sua nuova opera. Aswani, che continua a esercitare come dentista al Cairo, dall’arrivo del generale al-Sisi alla presidenza non ha più potuto pubblicare articoli sui quotidiani con cui collaborava, nè tenere seminari e ogni volta che rientra in Egitto viene interrogato e perquisito.

Come si spiega questo trattamento?

Il regime ha fatto terra bruciata attorno a me perché nei miei libri dimostro che la democrazia è l’unico modo per far progredire la società. Ma è ancora più grave che, a causa del regime, in Egitto non esistano più media indipendenti. La libertà di stampa è una delle colonne portanti della democrazia, così come l’indipendenza della magistratura e del potere legislativo. Oggi in Egitto la situazione è ancora più grave che durante l’era Mubarak: ogni singola parola che viene scritta per essere pubblicata è sottoposta al vaglio della censura. Si rischiano dai 5 ai 15 anni di prigione se ciò che viene pubblicato non sta bene al regime.

Il suo libro si apre con una scena di tortura. Ha pensato a Regeni quando lo ha scritto?

Ho finito di scrivere il libro nel marzo dello scorso anno e, ovviamente, ho pensato a Giulio, di cui ho apprezzato la preparazione e sensibilità quando lo incontrai su sua richiesta. Ma ho pensato anche ai tanti cittadini egiziani che sono stati torturati dopo essere stati arrestati solo per aver partecipato a manifestazioni pacifiche, che sono peraltro garantite dalla nostra Costituzione. Nell’Egitto contemporaneo non c’è posto per la politica, solo per il terrore. Pensi che si stanno costruendo nuove prigioni per contenere tutte le persone che vengono continuamente arrestate.

Con quale pretesto è stato rifiutato il suo romanzo ispirato a quanto accaduto a piazza Tahrir?

Perché ci sono scene di sesso che possono offendere le persone religiose.

Nel libro scrive che la religione senza etica è di fatto un guscio vuoto.

È così, al contrario l’etica senza religione non perde nulla. Non sono contro la religione però. Ritengo allo stesso tempo che lo Stato debba essere laico.

Qual è il compito di uno scrittore egiziano oggi?

Il nostro dovere, a mio parere, è difendere i diritti umani e, di conseguenza, gli esseri umani oppressi. Dobbiamo dare voce a chi non ce l’ha attraverso i nostri personaggi.

La rivoluzione sembra fallita ormai. Lo crede anche lei?

No. Dopo ogni rivoluzione c’è una controrivoluzione, come ha dimostrato anche quella francese. Anche la Fratellanza Musulmana, prima di al-Sisi ha contribuito perché non ha dimostrato di avere a cuore la democrazia. Ma io non ritengo sia fallita. Ci vuole tempo, è un processo lungo e bisogna trovare nuovi strumenti.

Cosa pensa dei rapporti fra le nazioni europee e al-Sisi?

Il sostegno ai dittatori continua anche da parte dei Paesi europei perché anche i leader democratici del Vecchio continente sono interessati agli scambi economici e solo dopo ai diritti umani. L’Unione europea non ha dato prova di fermezza nei confronti di al-Sisi sul caso Regeni.

Fico: “Su Regeni servono fatti e non in tempi biblici”

“Con il presidente egiziano al-Sisi c’era un solo argomento in agenda, la questione di Giulio Regeni. Questo è il punto dello Stato italiano e non arretreremo mai”.

A differenza dei colloqui precedenti con i membri del governo e delle autorità italiane in visita nella grande sala del palazzo presidenziale del Cairo, stavolta Abdel Fattah al-Sisi si è trovato davanti il presidente della Camera, Roberto Fico, partito l’altroieri dall’Italia con un solo obiettivo, porre l’accento sul caso del ricercatore friulano trovato morto ai bordi dell’autostrada Il Cairo-Alessandria la mattina del 3 febbraio 2016.

“Sono venuto al Cairo perché siamo a un punto di stallo. Le parole vanno bene, gli impegni pure, ma adesso devono seguire i fatti. Al presidente l’ho detto, penso di essere stato chiaro. Tutto è importante, la stabilizzazione dell’area, i rapporti tra i Parlamenti, ma io voglio solo fare passi in avanti nel caso di Giulio Regeni, in tempi rapidi e non in tempi biblici. Senza sviluppi seri i rapporti per me si possono solo complicare. Chiedo l’apertura di un processo vero, dopo gli indizi e le prove importanti consegnate agli inquirenti durante la collaborazione tra procure. Giulio è un nostro ricercatore che è stato torturato e ucciso, non da cittadini comuni. I depistaggi lo hanno ucciso due volte”.

Al-Sisi e i suoi collaboratori hanno preso atto e confermato che sono state date tutte le istruzioni per eliminare ogni ostacolo dall’inchiesta, arrivare ai criminali e consegnarli alla giustizia. Si vedrà, nei prossimi mesi, se dalle parole il regime egiziano passerà ai fatti, in vista del terzo anniversario del rapimento di Giulio Regeni, avvenuto il 25 gennaio 2016 dentro la metropolitana del Cairo. Nessuna autorità italiana, di Stato e di governo, nei passati due anni e mezzo, si era mai rivolta in questi termini ai vertici egiziani.

Nessuno aveva mai incontrato i legali della famiglia Regeni al Cairo, i primi che hanno pagato e stanno pagando sulla loro pelle le conseguenze di tanta attività di ricerca della verità su cosa è veramente accaduto a Regeni.

Prima di lasciare la Capitale egiziana, il presidente della Camera Fico, infatti, ha avuto un breve incontro con i vertici della Commissione egiziana per i diritti e la libertà (Ecrf), Ahmad Abdallah e Mohamed Lotfy. Quest’ultimo ha ricordato a Roberto Fico anche la situazione di sua moglie, Amal Fathy, in carcere da più di tre mesi: le accuse parlano di diffusione di video sui social “per incitare pubblicamente a rovesciare il governo“, “appartenenza a un gruppo illegale”, “diffusione intenzionale di notizie false che potrebbero danneggiare la sicurezza e il pubblico interesse”. Per i suoi sostenitori si tratta invece di un pretesto per colpire indirettamente l’organizzazione egiziana che segue il caso Regeni.

Il prossimo “passo in avanti”, a parere di Fico, potrebbe arrivare in ottobre quando i magistrati italiani dovrebbero incontrare i loro colleghi egiziani: “Sono passati due anni e mezzo e non c’è ancora un processo in corso. Ci sono solo indagini e questo non è accettabile”.

Sempre più spioni russi, pure con gli ultrasuoni

Il nostro agente all’Avana è diventato sordo. Ci sono spie russe in Olanda, veleni a Salisbury, cacciatorpedinieri nel Mar Nero e caccia Sukoi in cielo. La guerra si fa anche con gli ultrasuoni: per delle frequenze sonore non riconoscibili 26 diplomatici americani a Cuba hanno subito perdite di memoria e udito. Hanno nausea, lesioni celebrali, problemi di cognizione, difficoltà lessicali e danni al cervello. Dal 2016 ci sono uomini dietro le scrivanie dell’Fbi, agenti negli uffici della Cia che analizzano quelli che la stampa americana chiama “misteriosi attacchi al cervello” con frequenze ultrasoniche. I servizi Usa ora dicono di avere le prove dopo i test militari fatti con i laser nei laboratori del New Mexico: i signori delle frequenze mortali e della armi elettromagnetiche sono i russi. “È un attacco, non è colpa dei microonde, tutte le strade portano a Mosca” dicono in coro le tv americane, dopo l’assolo della Nbc che ha dato la conferma per prima. Una cosa hanno imparato dalla Russia dopo le elezioni 2016: tutto è possibile.

I diplomatici perdono l’equilibrio mentale, le potenze perdono quello geopolitico. Dopo gli ultrasuoni, c’è un altro bis di spie russe dopo la coppia identificata per il caso Skripal. Altri due agenti di Mosca sono stati fermati in Olanda ed espulsi per “tentato cyber-sabotaggio” al laboratorio svizzero Spiez, dove i campioni di novichok prelevati dal suolo britannico sono stati analizzati. Lo scoop è del giornale olandese Nrc, ma la conferma dell’informazione l’hanno data il giorno dopo tre servizi d’intelligence: olandese, svizzero e britannico, che hanno coordinato l’operazione per l’arresto.

L’Ndb, servizi segreti svizzeri, riferisce che le due spie sono state “fermate all’Aia ed espulse dallo stesso posto, possedevano l’equipaggiamento necessario per l’attacco” al laboratorio, dove ci sono anche i campioni dei presunti attacchi chimici compiuti in Siria nel 2013 con gas nervino. Di quei mille morti è accusato l’alleato di Putin, Assad. Da Salisbury a Damasco: le prove di tutti i casi che hanno fatto rotolare scandali e sanzioni contro Mosca, sono tutte li dentro, nelle camere sterili e lattiginose dello Spiez.

La Svizzera ha convocato ieri l’ambasciatore russo per interrogarlo, poi ha ripetuto le domande direttamente alle autorità di Mosca. Sono interrogativi che riguardano le attività delle spie russe nel paese, che terminano con un imperativo: smettetela di averci come target nei mirini nella guerra degli agenti segreti. Secondo una fonte del quotidiano tedesco Sonntags Zeitung, uno su quattro tra i diplomatici russi ora in Svizzera ha lavorato o è un ufficiale d’intelligence.

Quando chiamano in causa il Cremlino, Mosca risponde sempre: ma alle domande che vuole e solo sulle questioni che le sono congeniali. Il ministero della Difesa, 4 anni dopo l’abbattimento del Boeing malese in Ucraina, si è svegliato ieri con le foglie del primo autunno russo e le prove, finalmente trovate, che inchiodano i veri responsabili delle morti dei turisti olandesi: sono gli ucraini.

Sono stati analizzati particolari frammenti del missile rinvenuto sul luogo, con i numeri di serie del motore del Buk che ha colpito il volo MH17, ha detto il generale maggiore Igor Konashenkov: è colpa di Kiev. E di tutto il resto non ci sono prove.

L’intelligence e l’ambasciata: doppio vuoto italiano in Libia

L’Italia rischia di affrontare il momento più delicato dell’infinita crisi libica senza i suoi esperti sul campo. L’ambasciatore Giuseppe Perrone non è mai tornato in Libia dopo le ferie e probabilmente non ci tornerà, il capo del servizio segreto estero (Aise) Alberto Manenti, che ha gestito la politica italiana in Libia, doveva essere sostituito insieme al capo del coordinamento dell’intelligence, il Dis, Alessandro Pansa. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha deciso l’avvicendamento dei due vertici dei servizi prorogati in primavera dal governo Gentiloni. Lo stallo che si è generato tra Lega e M5S sulle poltrone potrebbe spingere il governo Conte a una decisione imprevista: continuare ad avvalersi di Manenti, rimandando l’avvicendamento all’Aise.

Manenti aveva avuto l’incarico formale dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti (Pd) di occuparsi di Libia: nato a Tarhouna nel 1952, Manenti parla l’arabo e conosce la Libia e i suoi protagonisti come nessun altro, in questi anni ha tenuto rapporti con il premier del governo riconosciuto dall’Onu a Tripoli, Fayez al Serraj, quanto con il maresciallo Khalifa Haftar che controlla la Cirenaica dal governo parallelo di Tobruk. Il predestinato a prendere il suo posto è il suo vice, il generale Giovanni Caravelli, anche lui attivo sul dossier Libia. Come ha rivelato l’Espresso, però, i segnali di qualche tensione intorno al passaggio di consegne si registrano perfino in Libia, dove sono apparse scritte sui muri, pare di Tripoli, di scritte tipo “Gianni Garavelli e servizi segreti italiani uscite dalla Libia!”. Forse messaggi interni al mondo dell’intelligence, forse tensioni locali.

In parallelo al delicato passaggio di consegne nell’intelligence si sta consumando la crisi diplomatica che riguarda l’ambasciatore Giuseppe Perrone. A inizio agosto, in un’intervista a una televisione locale, Perrone ha detto che non c’è fretta di fare le elezioni se non ci sono le condizioni di sicurezza (dice lui) o che le elezioni previste per il 10 dicembre da un vertice di Parigi di fine maggio con Serraj e Haftar vanno rinviate (così hanno capito i libici). Morale: Perrone non è mai tornato in Libia dopo le ferie in Italia e difficilmente ci tornerà. Sono arrivate lamentele via social network dal governo di Tobruk che risponde ad Haftar, ma pure da Tripoli e da Serraj, in modo più riservato, la Farnesina aveva ricevuto rimostranze. Perrone è stato praticamente l’unico ambasciatore occidentale attivo a Tripoli in questi anni ed è rimasto vittima delle faide locali, oltre che delle guerre di potere in Italia, anche per una sua certa disinvoltura nell’uso di Twitter e nell’intervenire nel dibattito libico. La Farnesina non può scaricarlo formalmente e c’è ancora la speranza che la situazione si normalizzi, ma per ora è tutto congelato e quando l’11 settembre il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha incontrato Haftar a Bengasi, Perrone non c’era.

L’Italia sta organizzando per novembre, a Sciacca, una conferenza con tutti gli attori della scena libica, non soltanto Haftar e Serraj. Deve bilanciare l’attivismo francese (il presidente Emmanuel Macron reclama un ruolo da regista) e approfittare della delicata tregua ottenuta dall’Onu il 4 settembre, dopo che per una settimana la Settima Brigata di Tarhouna guidata da Salah Badi ha lanciato un’offensiva a Tripoli contro le milizie che sostengono il governo Serraj, appoggiato fino ad allora anche dalla stessa Brigata. Un semplice posizionamento in vista della campagna elettorale che è costato comunque 60 morti.

Moavero, con l’abituale basso profilo, ha modificato la linea tenuta dai governi precedenti e sta cercando di dialogare con tutti, a cominciare da Haftar (sostenuto dall’Egitto, Paese su cui è in corso una pressione diplomatica a colpi di visite ministeriali), invece che con il solo Serraj. Ma ora l’Italia rischia di trovarsi senza uomini sul campo e con un certo caos nella catena di comando. Ragion per cui l’ipotesi di una proroga – informale, rimandando cioè la successione – di Manenti fino alla naturale scadenza di aprile 2019, inizia a sembrare dentro l’esecutivo la soluzione più indolore.

Amazon, tangenti per dati e recensioni. L’azienda indaga

Alcuni dipendentidi Amazon fornivano informazioni riservate degli utenti ai commercianti in cambio di tangenti. È quanto ha raccontato il quotidiano statunitense Wall Street Journal, riferendo di un’indagine iniziata a maggio che riguarderebbe soprattutto la Cina. I commercianti avrebbero ottenuto, corrispondendo cifre comprese tra gli 80 e i 2.000 dollari, dati sulle preferenze e sul comportamento dei consumatori, utili per incrementare le vendite. Alcuni impiegati avrebbero, inoltre, inoltrato indirizzi email degli utenti insoddisfatti ed eliminato recensioni negative, abusando della possibilità di accedere ai sistemi di gestione. La pratica, in netta violazione della policy aziendale, risulta più diffusa in Cina, paese in cui i dipendenti del colosso dell’ eCommerce sarebbero più facilmente disposti ad accettare tangenti per via dei salari bassi. Un portavoce di Amazon in una nota ufficiale ha confermato che l’azienda sta indagando sulla vicenda: “La violazione del nostro codice di Condotta ed Etica Aziendale comporta sanzioni disciplinari, compreso il licenziamento, nonché eventuali conseguenze penali”.

La città è finita? Ci fanno un videogioco horror

Come tentare di far rivivere – almeno virtualmente – il centro storico di una città in crisi profonda? Accelerandone il declino, fino a trasformarla in un luogo terrificante. Da anni Carrara, capitale del marmo e dell’anarchia, è afflitta da una cronica depressione economica e sociale: i profitti del lapideo ricadono in misura irrisoria sul territorio; gran parte dei fondi commerciali sono sfitti o in vendita; i locali languono e i turisti sono merce rara. Solo un cinema è aperto, mentre i due teatri, un tempo baluardi della lirica e della prosa, sono chiusi.

Così, uno sviluppatore di videogiochi indipendente, Elvis Morelli, ha deciso di rendere metafora l’abbandono e la desolazione della sua città proiettandola in un futuro apocalittico. Si chiama Game Over Carrara il titolo provocatorio del gioco di Morelli, che lo scorso autunno ha lanciato un ‘casting’ per coinvolgere gli abitanti e inserirli un’avventura horror, ambientata in una Carrara immaginaria, ma non troppo. Morelli ha fotografato la città di notte o all’alba, rielaborando digitalmente ogni scatto per renderla ancora più spettrale. Le strade sono costellate di auto distrutte, la vegetazione ricopre i monumenti, un cielo in tempesta incombe sui tetti. Ovunque si annidano creature orribili.

La storia ruota attorno a un protagonista che ha perso la memoria. Quale catastrofe ha colpito la sua città trasformando i suoi abitanti in zombie? Nel gioco, indizi e istruzioni gli indicheranno come procedere. Non può fare rumore, perché a ogni angolo sono in agguato morti viventi. Occorrerà interrogare i personaggi (i tanti carraresi del ‘cast’), raccogliere oggetti lungo il cammino, risolvere enigmi, impossessarsi di codici numerici per avanzare nel gioco e ricostruire gli eventi che hanno portato all’ecatombe.

Morelli ha coinvolto i commercianti del centro, che con un piccolo contributo sono diventati i primi sponsor. In cambio, le loro attività sono state inserite nel gioco, che per i primi tre mesi era disponibile – tramite un codice per il download – solamente nei locali aderenti. I 2.700 utenti della pagina Facebook ‘Game Over Carrara’ sono così diventati anche potenziali clienti, e oltre 500 hanno fatto acquisti – anche solo un caffé o un aperitivo – per scaricare il gioco. L’obiettivo – far rivivere il centro storico – è stato raggiunto: per alcuni mesi in città non si è parlato di altro, e i cittadini si sono riappropriati del centro, passando dal mondo virtuale a quello reale. “Tutto è iniziato – racconta Morelli – l’autunno scorso. Era domenica, e non c’era un bar aperto. Ho fatto una foto, modificandola in modo da far sembrare che l’abbandono fosse dovuto a qualche catastrofe. L’ho postata su FaceBook e, goliardicamente, ho scritto: ‘Carrara la domenica quando vuoi un caffè’. In tanti hanno messo un like, perché trovarsi in centro e vedere la città tristemente desolata è uno stato d’animo condiviso da molti, e non solo qui”. Tuttavia, anche in uno scenario apocalittico la città conserva la sua bellezza: “Carrara rimane un posto stupendo – afferma Morelli – sia dal punto di vista storico che da quello architettonico, ed è la città che amo”.

Il gioco è ancora gratuito, disponibile nel Play Store di Google. Scaricato da oltre 2.000 persone, ha come sottotitolo “L’orrore”, ed è ancora un episodio pilota. A seconda del riscontro seguiranno altre puntate. La seconda, ‘Rivelazioni’, è già in cantiere.

Chiude Italiansubs. “Eppure non siamo noi i pirati del web”

Giulia Zannoni, nickname TutorGirl, collabora con Italiansubs, il sito che dal 2005 crea e condivide i sottotitoli in italiano delle serie tv prima che arrivino in Italia dal 2007. “Sono una senior” spiega quando la contattiamo. La piattaforma ha annunciato la rimozione di gran parte dei propri sottotitoli e la chiusura per una settimana: “Non troverete più contenuti per i quali non disponiamo dell’autorizzazione del titolare del copyright – si legge nel comunicato – dopo segnalazioni di utilizzi impropri e illeciti da parte degli organi di controllo”.

Una notizia che ha sconvolto il popolo italiano di Internet degli ultimi 13 anni: la community di Italiansubs conta 500 mila utenti registrati e 500 volontari che hanno tradotto, senza scopo di lucro, i dialoghi di più di 800 telefilm Usa e inglesi. “Non ci siamo mai considerati dei pirati – spiega Giulia -. Sappiamo che se le serie tv si sono diffuse in Italia a pochi giorni dalla messa in onda negli Usa anche grazie a noi, che le tv si sono basate anche sui nostri dati per definire i loro palinsesti e anche che il nostro lavoro viene spesso associato a comportamenti illegali come il download o lo streaming. Per questo non abbiamo mai promosso direttamente né l’uno né l’altro e non abbiamo mai guadagnato nulla. Il lucro avrebbe reso la nostra attività innegabilmente illegale”. E poi non è mai stato quello il movente: “Pur con un notevole traffico web e quotidiane proposte per monetizzarlo, non abbiamo mai inserito un banner pubblicitario sul sito, nemmeno per le spese di gestione dei server”. L’idea della piattaforma è del 2005. Il fondatore è l’allora 16enne di Bergamo Andrea che online si fa chiamare Klonni. “Io e i miei compagni di classe – spiega in Subs Heroes, il docu-film che racconta la storia di Italiansubs – volevamo vedere la seconda stagione di The Oc senza dover aspettare che arrivasse in Italia, un anno e mezzo dopo”. Succede lo stesso con un’altra serie made in Usa, Smallville: “Su un forum si organizzavano gruppi di traduzioni – spiega – e mi sono chiesto: perché limitarsi a Smallville?”. Lancia l’idea di un nuovo sito, cerca collaboratori, trova Antonio, nickname “Pilo”. Comunicano tramite Msn, comprano uno spazio online, creano un forum e caricano i sottotitoli. È il 25 novembre del 2005. Tra attacchi e sviluppo, dal 26 dicembre riescono a tenerlo online più di 72 ore. “È la partenza ufficiale”, spiegano. A quel punto si aggiungono nuovi traduttori: Giov3, perché non sopporta che alcune parti di Desperate Housewife non siano tradotte, Robbie – che oggi è un ingegnere informatico in Germania – perché affascinato dalle traduzioni, dal fatto di poter esercitare il suo inglese, come Bettaro, studente di Fisica. In un mese si registrano al sito mille utenti. Il picco c’è con l’arrivo in Italia della serie Lost. Per capirla bisognava seguire con devozione e ordine tutti gli episodi, ma la tv creava confusione. “Molti hanno scoperto la nostra community cercando gli episodi online. Poi sono rimasti”, spiegano. Lo staff si organizza nel tempo, tra traduttori e revisori. I sottotitoli sono file di testo, basta rinominarli e associarli al video per farli funzionare. “La parte illegale era la condivisione del video – spiegano nel docufilm –, rilasciando solo il sottotitolo era tutto tranquillo”.

A ottobre 2006 qualsiasi serie con un grosso seguito era tradotta. I membri della comunità lavorano anche di notte. “Era strano, certo, ma lo era di più che ci fosse chi scaricava i sottotitoli già alle 6”, dice Chiarachi. Diventano più selettivi: per essere traduttori bisognava effettuare una sorta di esame, e c’è anche chi lo ha ripetuto più volte. Solo per passione.

“Alcuni, come me, collaborano a Italiansubs da anni – spiega Giulia – e ora è come aver perso una piccola parte di noi stessi. Molti sono stati influenzati nelle loro decisioni personali e lavorative dall’essere parte di questa community. Splendide amicizie e grandi amori sono nati sul forum e dietro le quinte di Italiansubs. È un po’ come perdere una casa. Sappiamo che ci potremo incontrare e frequentare anche al di fuori del sito, ma sapremo sempre che un piccolo pezzo di cuore ci è stato portato via”.

Padre picchia a sangue la figlia: veste troppo da occidentale

Era stata appena picchiata in casa dal padre, un operaio marocchino di 58 anni, quando sono intervenuti i carabinieri. La sedicenne di Soresina, in provincia di Cremona, secondo quanto riferito dalle forze dell’ordine, era vittima dell’uomo che presumibilmente non accettava che la figlia si fosse integrata nella comunità, che vestisse all’occidentale e che assumesse atteggiamenti contrari alle proprie tradizioni e alla propria cultura. La ragazza ha raccontato di essere stata sbattuta contro il muro. Dopo l’aggressione è riuscita a chiamare il 112: ”Sono arrivata a casa con qualche minuto di ritardo e sono stata picchiata da mio padre, aiutatemi perché ho paura». Pochi minuti dopo i carabinieri hanno bussato alla porta ma il padre ha risposto “Mia figlia non è qui”. Entrando l’hanno trovata stesa a letto, con ecchimosi sul viso e sulla fronte. Trasportata in ospedale, la ragazza è stata medicata e dimessa con una prognosi di 5 giorni. Il referto riporta “Policontusioni da percosse”. L’uomo potrebbe rispondere di maltrattamenti e lesioni personali anche se le accuse non sono state ancora formalizzate.