Stangata in vista per lo sputo. E l’ombra del razzismo

Gomitata, testata e sputo. Per aver perso la testa Douglas Costa si beccherà una mini-stangata: almeno tre giornate, forse di più se il giudice sportivo volesse andarci col pugno pesante. Cosa abbia provocato la follia dello juventino invece è un mistero: sul web si rincorrono voci su un presunto insulto razzista da parte del giocatore del Sassuolo, Federico Di Francesco (figlio di Eusebio, allenatore della Roma). “Non sapete nemmeno cosa mi ha detto!”, ha risposto il brasiliano sui social a chi lo rimproverava del brutto gesto, per cui si è detto dispiaciuto. Resterà un segreto fra i due giocatori, almeno per il momento.

Il fattaccio è accaduto domenica, nei minuti finali di Juventus-Sassuolo (2-1 per i padroni di casa). Una gomitata su azione di gioco, non sanzionata; un accenno di testata a gioco fermo, punita con l’ammonizione; uno sputo a palla lontana, per cui l’arbitro Chiffi (fischietto molto giovane che ha faticato a gestire gli attimi concitati) lo ha espulso dopo segnalazione del Var.

Il codice di giustizia sportiva prevede un minimo di tre giornate di squalifica per “condotta violenta”, che possono diventare cinque in casi di “particolare gravità” (ma lo sputo non rientra nella categoria secondo la recente giurisprudenza; vedi i precedenti di Castaignos nel 2012 o Lavezzi nel 2011 ). C’è di più: la procura Figc ha inoltrato al giudice sportivo Gerardo Mastrandrea i video dei tre episodi, nell’eventualità che il direttore di gara non li abbia visti tutti. Il secondo e il terzo sono stati già sanzionati, il dubbio è sul primo: la gomitata-spallata, sicuramente volontaria, non troppo dura (l’avversario si è subito rialzato). Normale contrasto o altro fallo violento? Se il giudice dovesse optare per la seconda, potrebbe costare un turno in più.

Resta il dubbio su cosa abbia fatto Di Francesco per scatenare un simile raptus. Sul ragazzo aleggia l’ombra del razzismo, con una serie di presunti insulti diffusi sui social (insieme a una foto di una sua esultanza con saluto fascista al Lanciano, nel 2016, seguita da olemiche e chiarimenti). Il giocatore del Sassuolo non è coinvolto nel procedimento disciplinare contro Douglas Costa. Soltanto se la Juventus ricorresse contro la squalifica, mettendo nero su bianco le presunte accuse razziste (fin qui il calciatore ha fatto solo allusioni, mentre l’allenatore Massimiliano Allegri ha parlato genericamente di “provocazione”), allora la Corte d’appello valuterebbe anche la posizione di Di Francesco.

La provocazione rappresenterebbe un’attenuante, potrebbe valere uno “sconto” al brasiliano. Ma andrebbe comunque provata, mentre non sembra esserci traccia di offese discriminatorie, né nel referto arbitrale né nelle immagini televisive: solo il replay di un altro contrasto, precedente alla reazione, in cui Di Francesco entra duro sul bianconero e poi si allontana dicendogli qualcosa (ma il labiale non è chiaro). Non è neanche detto che la Juve faccia ricorso, considerata la gravità del gesto. Una cosa è certa: Douglas dovrà pagare, sono tutti d’accordo.

Olimpiadi, Milano non ci sta. Giochi a tre verso l’addio

Il sogno olimpico rischia di andare in frantumi. “Alpi 2026” (così al Coni pensavano di chiamare la candidatura italiana) vacilla pericolosamente sotto i colpi delle rivalità interne fra le due grandi città candidate, Milano e Torino.

E in attesa della posizione ufficiale del governo (oggi parlerà il sottosegretario Giorgetti in Senato), la rottura arriva per bocca del responsabile sport del Movimento 5 stelle, Simone Valente: “Non è possibile procedere quando determinate condizioni proposte da Coni e Governo non sono sostenute da una città così importante come Milano a causa delle dichiarazioni del suo sindaco”.

Altro che Olimpiadi. A 24 ore dalla decisione finale (domani il Coni avrebbe dovuto dare una risposta al Comitato internazionale) è già cominciata la gara di scaricabarile: il M5s contro Sala che accampa pretese, Sala contro il governo che gli ha scippato la candidatura, il governo contro il Coni che ha varato il “tridente”; il Coni pure farà sentire la sua voce, visto che nelle sue scelte si era solo adeguato alle indicazioni di Palazzo Chigi. Di fatto, però, il progetto di riunire le diverse aspirazioni olimpiche di Milano, Torino e Cortina non è mai decollato.

Da una parte Beppe Sala, che chiede un ruolo da capofila nel nome e nell’organizzazione (anche per le promesse che gli aveva fatto Malagò); dall’altra Chiara Appendino, sindaca 5 stelle a Torino che ha aperto mal volentieri alla proposta congiunta a patto di una parità totale. Solo Cortina è felice e contenta, ma l’accondiscendenza dei veneti non basta. Le due big continuano a tirare la coperta troppo corta del dossier.

In mezzo c’è stato il disastro di Genova, che ha catalizzato giustamente le attenzioni del governo: i Giochi sono scivolati in secondo piano, il tempo è passato e si è arrivati al momento clou senza che nulla fosse risolto. Tutti attendevano il vertice decisivo fra Di Maio e Salvini, ma la bolla è esplosa prima.

Alla proposta interlocutoria del governo, i due sindaci hanno risposto negativamente: prima Appendino, sottolineando le criticità irrisolte; poi Sala, ribadendo le sue richieste di leadership. La goccia che fatto traboccare il vaso dei 5 stelle, insofferenti da giorni nei confronti delle pretese milanesi. “Le parole di Sala non sono allineate con quanto emerso nel recente incontro a Palazzo Chigi, mettiamo un punto fermo a questo paradosso”, l’attacco del deputato Valente (che rispecchia il pensiero dei vertici del Movimento). “Forse era quello che volevano ottenere sin dal principio”, accusano dal capoluogo lombardo.

Guerra aperta, anche e soprattutto politica: Milano è una città a guida Pd, i 5 stelle difendono la “loro” Torino. E una posizione, storicamente scettica nei confronti dei Giochi, che le recenti aperture di Luigi Di Maio e Beppe Grillo avevano solo ammorbidito, non cambiato. Nel pieno della trattativa sulla prossima manovra, poi, qualcuno nel Movimento avrebbe messo nel mirino anche il “tesoretto” olimpico (circa 400 milioni di euro) per avere più risorse a disposizione per altri provvedimenti.

Resta una notte per salvare la candidatura italiana. In teoria siamo ancora solo sul piano delle schermaglie: le accuse reciproche non compromettono ufficialmente il percorso, ma su queste basi risulta difficile approvare una candidatura tripla senza la piena disponibilità delle tre città coinvolte.

C’è persino chi ventila l’ipotesi di rinunciare al tridente, per tornare su un progetto singolo: ma ci vorrebbe un nuovo voto del consiglio del Coni (con un supplemento di tempo dal Cio), e poi una scelta fratricida probabilmente servirebbe solo ad acuire le polemiche.

L’ultima parola spetta al sottosegretario con delega allo sport, Giancarlo Giorgetti: al rumore di ieri, l’uomo forte della Lega ha preferito rispondere col silenzio. Si prenderà queste ultime ore per capire se è possibile in qualche modo ricucire lo strappo, accontentando le richieste dell’una e dell’altra città. “La trattativa è ancora in corso”, assicura chi lavora al progetto, o forse non vuole proprio rassegnarsi alla sua fine. Giorgetti parlerà oggi in audizione al Senato, per ufficializzare la posizione del governo sulla candidatura italiana. E se le cose andranno male, per farle il funerale.

Il gruppo di Maresco: “Ridate la scorta all’ex pm Ingroia”

Caro Direttore, le scriviamo a nome dell’Associazione Lumpen, ovvero il gruppo di lavoro di Franco Maresco. Nei primi giorni di luglio, durante le riprese del film che ora stiamo montando (La mafia non è più quella di una volta), abbiamo avuto modo di intervistare l’ex pm Antonio Ingroia sulla sentenza del “Processo Trattativa” e, in quell’occasione, abbiamo saputo che gli era stata revocata (in modo vergognoso) la scorta. Siamo rimasti sconcertati dall’apprendere questa notizia ma, soprattutto, lo siamo ancora di più oggi che sono passati oltre due mesi e del ripristino della scorta non c’è alcuna traccia… Ci tenevamo, dunque, a inviarle queste poche righe di solidarietà per il Dottor Ingroia, a nome di Franco Maresco e di tutti i suoi compagni di lavoro, nella speranza (non ce ne voglia la memoria di Pasolini…) che la raccolta firme possa smuovere qualcosa in questo momento di transizione perenne dove vogliono farci credere che la mafia sia diventata ormai una cosa innocua o, al massimo, un banale soggetto per l’ennesima fiction televisiva…

Accusò i Casamonica: “Ora rivoglio mio figlio”

“Io credo nella giustizia, ma fatemi vedere mio figlio”. È un grido di dolore quello che Massimiliano Fazzari consegna in esclusiva al Fatto. Un figlio, di 6 anni, conteso in una storia di criminalità organizzata, pentiti e di una città, Roma, sotto scacco.

Fazzari non vede suo figlio da oltre un anno nonostante il Tribunale dei minori abbia disposto che possa vederlo una volta a settimana. Fazzari, oggi difeso dall’avvocato Nicola Artese, apparteneva a una nota famiglia di ‘ndrangheta, legata alla cosca Mancuso. Quando arriva a Roma, continua i suoi affari, ed entra in contatto con i Casamonica, con il ramo della “famiglia” che governa vicolo di Porta Furba, con a capo il padrino Giuseppe Casamonica, oggi recluso in carcere al 41 bis. All’arresto dei Casamonica, nell’operazione Gramigna dello scorso luglio, ha contribuito notevolmente anche Massimiliano Fazzari che ha deciso di pentirsi e iniziare un percorso di collaborazione. Ai magistrati racconta lo strapotere dei Casamonica: “Non ti ci metti contro questi ti si mangiano come i topi di fogna”.

Fazzari entra in contatto con i Casamonica, nel 2011, grazie alla compagna Noemi Ranieri, amica di infanzia di Debora Cerreoni, oggi testimone di giustizia, moglie di Massimiliano Casamonica, detto Ciufalo, anche lui arrestato nel blitz del luglio scorso. Si trasferisce nel fortino del clan. La Procura e il Gip lo ritengono pentito affidabile. Oggi vive in una località protetta, ma non può vedere suo figlio. L’ultimo decreto del Tribunale per i minorenni di Roma è dello scorso 8 marzo. Ha evidenziato la conflittualità tra i genitori, limitato la loro responsabilità e stabilito l’affidamento del bambino agli assistenti sociali “collocandolo” presso la madre. Ha indicato anche la possibilità per il padre di vedere il figlio un giorno alla settimana, una possibilità mai tramutatasi in realtà. Altro pronunciamento è dello scorso luglio del Tribunale ordinario di Roma che ha negato la richiesta di mantenimento presentata da Ranieri. Oggi ci sarà la decisione della Corte di appello, sezione civile, sull’affidamento del bimbo ai servizi sociali e sulla richiesta della madre, già bocciata in passato, di far vedere il bimbo al padre solo in presenza di uno psicologo. Fazzari vuole rivedere il suo bambino anche in forza di una scelta antitetica compiuta rispetto alla ex compagna.

I Casamonica hanno fatto soldi con droga e prestiti a strozzo. In una storia di usura è protagonista, infatti, anche Ranieri, indagata insieme a Fazzari, quest’ultimo ha raccontato quanto sapeva ai magistrati. Accuse che hanno avuto altri riscontri. La vittima di usura ha confermato tutto ai magistrati: “Noemi Ranieri mi disse che avrei pagato il 20% di interessi al mese e che il debito si sarebbe estinto solo se e quando io avessi pagato il capitale (2 mila euro)”. È il cosiddetto prestito a capitale fisso, così i Casamonica hanno strozzato imprenditori e poveracci, ma quando la vittima non paga, arrivano le minacce: “Noemi mi disse – continua la vittima – che i Casamonica aveva intenzione di venire a prendermi a casa”. Così la vittima racconta tutto alla mamma e vola negli Stati Uniti per evitare ritorsioni. La madre incontra Ranieri e paga alla presenza anche di Fazzari, la signora ai magistrati che la ascoltano dice: “Ho paura per quello che potrebbe succedere a me e ai miei figli”. Questo il clima di terrore creato dai Casamonica nella città di Roma. Ranieri non si è mai pentita e soprattutto ha rinunciato al programma di protezione. E’ stato un decreto del Tribunale a limitare la responsabilità della madre che non si rendeva conto del pericolo, anche per il bimbo, provvedimento che ha indotto Ranieri ad accettare la tutela per il minore e l’abitazione messa a disposizione dal servizio centrale di protezione. Ma Ranieri vive con il figlio mentre Fazzari non lo vede mai. “Soffro troppo – conclude il pentito – non voglio cresca con l’idea che io sia l’infame, voglio trasmettergli i valori della giustizia e dell’onestà”.

“Via D’Amelio, bugie su di me. Vogliono coprire la verità”

Altro che sassolino dalla scarpa. Il pm antimafia Nino Di Matteo al Csm si è tolto un macigno. Anche dal cuore, considerato l’amarezza, comprensibile, in alcuni passaggi della sua audizione alla Prima commissione.

I consiglieri hanno cominciato una preistruttoria a fine consiliatura sul depistaggio nell’inchiesta Borsellino.

“Sulla strage di via D’Amelio siamo a un passo dalla verità. Mai come ora. E questo grazie a me, ai sacrifici altissimi miei e della mia famiglia, e ad altri magistrati. Non è giusto che questi magistrati siano oggi accostati a depistaggi. Questa accusa è strumentale a chi non vuole che si vada avanti”. L’audizione, contrariamente alla norma, è stata pubblica su richiesta proprio del pm della trattativa Stato-mafia. È chiarissimo che ritenga ingiusto che sia stato chiamato a parlare del falso pentito Scarantino. Lui che si occupò della strage dopo oltre due anni e che nei suoi processi non utilizzò (o in minima parte) le dichiarazioni di Scarantino, “il pupo vestito”.

Il macigno se lo toglie dicendo chiaro e tondo che i consiglieri avrebbero dovuto ascoltare subito chi fece le prime indagini: “Ilda Boccassini, Fausto Cardella, Paolo Giordano”. E puntualizza: cominciai a occuparmi della strage nel novembre 1994, “mai parlato con loro. Mai parlato con La Barbera (ex capo del pool di investigatori, morto, ndr). Mai saputo della lettera di Boccassini e Roberto Saieva ( altro pm, ndr) dell’ottobre 1994” sulle loro riserve su Scarantino”. E aggiunge che i colloqui investigativi (senza pm) del luglio 1994 con Scarantino li scoprì solo al processo Borsellino quater, “nel fascicolo non c’erano. Se fossi stato io il pm non li avrei autorizzati”.

Di Matteo vuole azzerare definitivamente “falsità reiterate. Il mio nome è stato accostato a indagini a cui non ho mai partecipato”. E spiega che vuole dare “un contributo di verità” perché ha il timore che “l’attenzione su Scarantino possa bloccare la ricerca di tutta la verità, mai così vicina”. Denuncia pure “l’uso strumentale della sacrosanta ansia di giustizia dei familiari (leggi Fiammetta Borsellino, ndr)” e racconta che già al Borsellino bis (di cui seguì solo il dibattimento insieme ad Anna Palma) “ci siamo resi conto che l’attendibilità di Scarantino era limitata, tant’è che nei confronti di 3 dei 7 soggetti che aveva chiamato in causa abbiamo chiesto l’assoluzione”. Ma la difficoltà era che Scarantino aveva detto anche delle cose vere. Compresa la responsabilità dei Graviano. Quindi “non è vero che Scarantino serviva” a coprire i Graviano e i suoi rapporti “con Dell’Utri e Berlusconi”. E ribadisce: “Non è vero che in 25 anni non si è fatto nulla. Ci sono 26 condanne definitive”. Inoltre, ricorda un fatto importante, noto solo a chi ha seguito tutti i processi: “Al Borsellino ter, di cui ho seguito indagini e dibattimento (1996-1998) insieme alla collega Palma, era già emerso il tema dei contatti della mafia con i politici. Di Berlusconi e Dell’Utri. In quel processo Scarantino non era neppure nella nostra lista dei testi. Altro che processo basato su Scarantino!” Di Matteo spiega che l’insabbiamento della verità sulla strage cominciò in via D’Amelio con “la sottrazione dell’agenda rossa” di Borsellino. “Non c’è dubbio sull’esistenza dell’agenda rossa, regalata al magistrato dai carabinieri e su cui nell’ultimo periodo aveva annotato con trepidazione delle circostanze. Sappiamo ormai da una sentenza di primo grado che era in corso una trattativa tra Riina e il Ros dei carabinieri con la mediazione di Vito Ciancimino. Non credo al furto dell’agenda rossa da parte della mafia”. Insomma, oltre Scarantino “c’è molto altro”. Per esempio: “Sappiamo che il 15 luglio 1992 Borsellino parlò con la moglie (del tradimento, ndr) di un alto ufficiale (l’ex comandante del Ros Subranni, ndr) con tale ansia da vomitare”.

Soldi e auto in cambio di case popolari: sei arresti a Roma

Avevano allestito un tariffario per ogni tipo di “commissione”. Un sistema corruttivo all’interno dell’Ater, l’istituto romano che gestisce l’edilizia popolare, che garantiva, previo pagamento, informazioni riservate sulle case da occupare, nulla osta e autorizzazioni per regolarizzate la presenza negli immobili e scalare illecitamente la graduatoria. È quanto emerge dall’inchiesta della Procura di Roma che ha portato all’arresto di sei persone, tutte ai domiciliari, tra cui un dipendente del Comune e alcuni funzionari dell’istituto. In totale 52 le persone indagate dal procuratore aggiunto, Paolo Ielo, e dal sostituto Dall’Olio. I funzionari pubblici in cambio di mille euro verificavano le case disponibili ad essere occupate e le comunicavano ai richiedenti. Con 1.500 euro si poteva ottenere il nulla osta ma la corruzione poteva raggiungere anche i 17 mila euro (autorizzazione a effettuare lavori in casa) o avvenire attraverso altre utilità.

“C’avemo in mano ‘a graduatoria, ce l’ho in mano io!”, si vantava al telefono, parlando in romanesco, un dipendente comunale arrestato. Dalle intercettazioni emerge il giro di denaro cui era soggetta l’assegnazione degli immobili.

“Dare lavoro ai testimoni di giustizia altrimenti denunciare sarà inutile”

“Quando si entra nel sistema di protezione testimoni si viene trattati come semplice carta bollata”. E ancora: “Le mafie ti uccidono facendoti terra bruciata attorno, ma questo modo di agire l’ho trovato anche all’interno delle stesse Istituzioni che dovrebbero invece tutelare i testimoni”. Non usa mezzi termini, Luigi Coppola, classe ’65, imprenditore originario della provincia di Napoli, poi vittima dei clan, poi testimone che denuncia e fa condannare oltre 20 persone, gente pesante, boss di camorra senza scrupoli e oggi è animatore di un’associazione antiracket.

Era il 2001, 17 anni dopo.

Siamo a un punto di non ritorno. La politica deve fare in fretta, le regole di tutela e sovvenzione dei testimoni devono essere cambiate.

In alternativa?

Non c’è alternativa e io non voglio che lo Stato si faccia vivo solo per commemorarmi. È ora che le istituzioni la smettano di usare i testimoni di giustizia come un semplice spot. I nostri disagi non devono più essere un manifesto politico.

Il vostro referente, va da sé, è il ministero dell’Interno.

Matteo Salvini deve scegliere in che modo fare la lotta alla mafia. Deve usare la sua popolarità di oggi e metterla al servizio della battaglia contro i clan. Domani saremo a Roma come associazione proprio per incontrarlo o per provare a farlo. È dal 2001 che il Viminale è latitante nei nostri confronti. Tanti governi e tanti ministri assenti.

Una storia italiana

Dal 2001 al 2007 ho vissuto in una località protetta, recitando la parte di un non me stesso, poi sono tornato a Pompei con la tutela fino al 2011. Tra il 2012 e il 2014 ho vissuto per strada con la famiglia, spesso in macchina. Ho chiesto se potevo abitare in una casa confiscata alle mafie, mi hanno detto di no, perché quelle devono avere un uso sociale.

Più uso sociale di così…

Le leggi si fanno e si disfano. In Italia soprattutto. Il governo Letta ne aveva approvata una nella quale i testimoni di giustizia potevano accedere a un lavoro nella Pubblica amministrazione. Poi il governo Renzi ha cambiato tutto, aggiungendo la possibilità di un rimborso. Ora noi chiediamo che il lavoro ci venga garantito. Perché il lavoro dà dignità, quella dignità che noi abbiamo dato allo Stato per combattere le mafie.

Recitare un non se stesso…

Lo Stato per darti i soldi pretende che te ne vada dal tuo luogo di origine, sradicando ogni legame. Denunci e scappi. Se invece resti sarai tutelato, ma con le forze e le risorse di uno stato che investe poco nella lotta alla mafia.

Non c’è soluzione…

Quando sono ritornato a Pompei un gruppo di cittadini portò un documento all’allora prefetto Pansa descrivendomi come un pericolo.

Pansa poi capo della Polizia rispedì tutto al mittente?

Scherza? Mi consigliò di allontanarmi, lui doveva mettere al primo posto i cittadini. Lo denunciai. E come lui l’ex sottosegretario Alfredo Mantovano che mi disse: ‘Coppola, cerchiamo di non prenderci il dito, la mano, il braccio’. Parole di intimidazione mai ricevute nemmeno dalla camorra. Tutto fu archiviato.

Napoli, per evitare lo sfratto fa esplodere l’appartamento

Nei Quartieri Spagnoli, il ventre della Napoli povera che vive nei bassi e in palazzi fatiscenti, da settimane correva una voce nei vicoli. “Quella famiglia sta per essere sfrattata, ed ora come faranno? La signora non ha lavoro, il figlio ha problemi psichici e minaccia di far scoppiare tutto, la figlia è invalida, dove andranno”? Dei presunti problemi psichici dell’uomo, si saprà poi, non esiste documentazione medica. Resta una voce colta nel vicolo, diffusa da persone che li conoscevano e l’hanno testimoniata alle telecamere del sito Fanpage. La procedura di sfratto era in corso da qualche mese, un paio di proroghe scadute, e ieri alle 10.40 l’ufficiale giudiziario ha bussato alla porta della casa all’ultimo piano di un edificio di via Don Minzoni, a Pignasecca, per notificare alcuni nuovi atti. Lo sfratto era in calendario il 12 ottobre. Esecutivo. Non doveva avvenire ieri, ma era imminente. La clessidra stava esaurendo i granelli di sabbia.

L’abitazione era in pessime condizioni, piena di ciarpame come quando viene abitata dagli accumulatori seriali. “Signora non vi agitate, potete ancora fare ricorso”, questo il saluto dopo la notifica. Non sappiamo se la signora Rita Recchione, 65 anni, si fosse tranquillizzata e non ce lo potrà dire, e nemmeno sapremo se qualche anima buona sarebbe riuscita a trovarle un tetto a ottobre, a lei che non poteva permettersi nemmeno quell’appartamento. La signora è morta per l’esplosione di un ordigno rudimentale che i vigili del fuoco e gli addetti della protezione civile intervenuti dopo il botto hanno ricostruito così: un secchio di plastica blu, di quelli usati per lavare per terra, riempito con due bottiglie d’alcool e una bomboletta di gas da campeggio. A fare da miccia, alcuni cartoni pressati e bruciati. Il boato è fortissimo, qualcuno pensa a una scossa di terremoto e corre in strada e riferisce di aver sentito un fortissimo odore di alcool prima della detonazione.

Chi è stato? Secondo il vicinato, il figlio, Antonio Cavalieri, 36 anni, da giorni aveva fatto sapere in giro che non se ne sarebbe andato e avrebbe resistito fino in fondo, e poi avrebbe detto all’ufficiale giudiziario: “Piuttosto che lasciare casa, metto una bomba ‘into palazzo. Ora che te ne vai, lo faccio”. Tra la notifica degli atti e la deflagrazione trascorrono appena 40 minuti. Con le cautele del caso e in attesa dell’esito dei primi accertamenti giudiziari, la connessione tra l’avviso di sfratto e l’esplosione pare evidente e gli inquirenti non avrebbero dubbi sul punto. Il fascicolo giudiziario è sulle scrivanie dei pm di Napoli Michele Caroppoli e Stefania Di Dona, il procuratore capo Giovanni Melillo ha chiesto agli agenti del commissariato di polizia di Montecalvario di essere costantemente aggiornato.

Il figlio e la figlia della signora, Francesca Cavalieri, 34 anni, sono rimasti feriti gravemente, lui è in condizioni critiche, lei non rischia la vita. Per la povera mamma, Rita, non c’è stato scampo. E’ stato ferito anche un ragazzino di 14 anni che giocava per strada. Guarirà in pochi giorni, è stato colpito di striscio da alcuni calcinacci. L’esplosione, per certi versi ‘annunciata’, fa scoppiare la rabbia nel quartiere. I residenti la indirizzano contro l’avvocato del proprietario dell’appartamento, che è appena accorso per capire cosa sia successo. “Accussì si fanno gli sfratti? Munnezza!!! Ti vengo ad appicciare casa, hai capito”? In poche ore vigili del fuoco e tecnici provvedono a sgomberare in via precauzionale le 9 famiglie che vivono in quel plesso, per eseguire verifiche sulla tenuta statica. Sono 29 le persone che questa notte hanno dormito altrove. Il sindaco Luigi de Magistris, che ieri sera avrebbe dovuto essere a Padova a partecipare insieme al primo cittadino Sergio Giordani al convegno “Civismo e governo: città a confronto”, annulla l’impegno e resta a Palazzo San Giacomo per monitorare la situazione e per offrire aiuto istituzionale agli sgomberati. Sul luogo accorre il vicesindaco, Raffaele Del Giudice. Un paio di telefonate, e si scopre che la famiglia della signora Recchione era sconosciuta ai servizi sociali e uno dei figli non risultava nemmeno residente lì.

Nessuna segnalazione era pervenuta ad assistenti ed operatori. Eppure, vivevano di elemosine e di espedienti, nella miseria. Unica entrata fissa, e modesta, l’indennità di invalidità della figlia. Erano conosciuti nel quartiere. Lei aveva lavorato fino a qualche tempo fa come badante in casa di un anziano. Poi aveva perso il lavoro: per la donna era diventato davvero difficile sbarcare il lunario. I due suoi figli invece uscivano raramente dalla loro abitazione. Una vita di stenti. La rabbia dello sfratto imminente. La paura del futuro. E quelle parole dell’uomo che ancora risuonano: “Andatevene che altrimenti faccio scoppiare tutto”. E poi scoppia tutto davvero.

Costa: “Il sistema per i rifiuti speciali ha fallito. Si userà il Gps”

L’attuale sistema per il controllo della movimentazione dei rifiuti speciali, il Sistri, “non ha funzionato” ed “entro la prossima primavera entrerà in funzione un nuovo sistema di tracciabilità”, basato sul Gps. A dirlo ieri è stato il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, in una intervista al portale di notizie di Tiscali.

“Da ministro, credo che vada ripensato il sistema di controllo ambientale dei rifiuti – ha detto Costa -. Si chiama Sistri, ed è in vigore da una decina di anni. In sostanza, una scatoletta nera applicata sotto i tir e i mezzi di trasporto dei rifiuti, tracciano i percorsi dei mezzi”.

Il ministro nutre dei dubbi: “Dobbiamo riconoscere che Sistri non ha funzionato. Non si tratta di migliorarlo, ma di mandarlo in pensione. Entro la prossima primavera entrerà in funzione un nuovo sistema di tracciabilità dei 140 milioni di tonnellate di rifiuti speciali che si movimentano in Italia”.

Secondo Costa “quasi tutti i mezzi sono dotati di gps e rilevatori satellitari. Vanno messi in rete”.

Intrieri, la condanna del super consulente: soldi usati per chiudere un debito con Intesa

Continua la polemica sul ruolo di Gaetano Intrieri, consulente del ministro Danilo Toninelli che lo ha nominato nella Struttura di missione del ministero delle Infrastrutture. Come ha rivelato La Verità, il docente di Tor Vergata è stato condannato con sentenza definitiva a 2 anni e 4 mesi per bancarotta fraudolenta per aver sottratto 429 mila euro dalle casse della società aerea Gandalf, di cui era ad, fallita nel 2004. Ieri il quotidiano ha svelato che è stato lo stesso Intrieri a spiegare ai pm di aver usato quei soldi per estinguere un debito che aveva con Banca Intesa, smentendo così la versione fornita in precedenza al Gip di averli usati per pagare una consulenza alla società Usa Aws che voleva essere pagata in nero “per ragioni fiscali”. Intervistato dal Fatto domenica, Intrieri ha offerto una versione simile: “Gli americani non volevano essere pagati direttamente da Gandalf, perché temevano fallisse”. Al processo i suoi avvocati hanno provato a sminuire l’ammissione (“era stremato dalla misura cautelare…”). I giudici, però, lo hanno condannato proprio in base alla sua confessione.