Per Genova arriva un altro progetto: verde e negozi attorno al ponte

Progetti e processi. Da Genova a Lecco, dove nel 2016 il crollo di un viadotto uccise una persona. I ponti, invece di unire, dividono.

Sul blog di Beppe Grillo è apparso un progetto alternativo a quello offerto a Genova da Renzo Piano: “A dir poco geniale!”, così il blog sposa l’idea del progettista bergamasco Stefano Giavazzi che raccoglie 78mila visualizzazioni. La rete si schiera e per il governo e gli enti locali liguri si prospetta un’ulteriore gatta da pelare dopo le polemiche sul decreto legge e il nome del commissario: quale progetto scegliere? “So che ho un curriculum imparagonabile con Piano che ammiro, anzi sono stato ispirato anche dal suo Beaubourg, oltre che dal Ponte Vecchio. Ma sono animato da agonismo”, sostiene Giavazzi. Cosa prevede il suo progetto? “Ciò che rimane del ponte non deve essere buttato, ma va ingabbiato in una maglia strutturale. Diventerà una città verticale. I ponti non possono servire solo come strada. E il mio oltre a sei corsie prevede un percorso panoramico pedonale, 10mila metri quadrati di specchi solari. Poi spazi commerciali, per il quartiere e per le imprese ad alta tecnologia. C’è anche una stazione per i treni”. Giavazzi parla di un “ponte da pensare con coraggio, dove si possa fare anche bungee jumping. Un progetto realizzato in due giorni”. Gli abitanti della zona si dividono. “Splendido”, dice qualcuno. Non mancano, però, le critiche: “È una diga alta decine di metri che ci toglie il panorama verso il mare. E se poi venisse un’alluvione?”.

La Guardia di Finanza di Genova intanto ieri ha eseguito perquisizioni presso il Politecnico di Milano e la società di progettazione Cesi-Ismes che avevano eseguito studi sulle condizioni di ‘salute’ del Morandi. Sollevando allarmi. Sono stati sequestrati anche pc e cellulari. Si indaga in particolare sulla mail inviata da una dipendente Ismes che la notte dopo il crollo assolveva Autostrade. Un’analisi da cui la società si dissocia totalmente. I pm vogliono incrociare i documenti sequestrati con le dichiarazioni fornite da alcuni testimoni per capire se abbiano detto la verità. Potrebbe aprirsi un nuovo filone di inchiesta.

Genova, ma anche Lecco. Dove nell’ottobre 2016 un viadotto – costruito anch’esso negli anni ’60 – crollò uccidendo una persona e ferendone 5. Gli indagati sono 7. La perizia dei tecnici dei pm contiene una ricostruzione sconcertante: “Dal progetto si evince un grave errore del progettista”. Ancora: “Le indagini compiute mostrano un degrado significativo”. Il ponte “pur con sella fessurata e acciaio ampiamente snervato ha portato per molti anni carichi con un coefficiente di sicurezza rispetto alla rottura molto prossimo a 1”. Si parla di “concessioni alla circolazione di trasporto eccezionale rilasciate dalla Provincia di Lecco senza imporre alcuna cautela di velocità e di passaggio in asse carreggiata”. Fino all’affermazione che “una delle cause indirette del crollo deve individuarsi nell’incertezza della titolarità delle strutture”. Non si sapeva, par di capire, neanche di chi fosse il viadotto. Poche ore prima del crollo un tecnico fotografò crepe nella struttura, ma nonostante questo il carico eccezionale passò. E provocò la tragedia.

Legittimo lo stop a Romeo per il maxi appalto Consip

Il Consiglio di Stato mette la parola fine alla guerra tra l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo e la Consip. I giudici amministrativi della V sezione (presidente Giuseppe Severinbi, estensore Giovanni Grasso) hanno rigettato i ricorsi della Romeo Gestioni contro la principale stazione appaltante d’Italia che escluse la società dall’appalto Fm4, la gara più grande d’Europa: bandita nel marzo del 2014, vale 2,7 miliardi per due anni e riguarda le pulizie e la gestione dei servizi integrati negli uffici pubblici, nelle università e negli istituti di ricerca d’Italia.

La gara (ora sospesa) era alle battute finali nel 2016. Le graduatorie erano state stilate ma mancava l’aggiudicazione. La commessa era divisa in 18 lotti, l’azienda di Romeo si era classificata prima in tre lotti, per un totale di 609 milioni di euro, mentre era arrivata seconda nell’aggiudicazione del lotto 10, che riguarda il Municipio 1 di Roma, gli uffici del centro.

La gara è quindi aperta quando il 22 febbraio del 2017 la Procura di Roma comunica alla Consip che un suo dipendente, Marco Gasparri, è indagato per corruzione con l’accusa di aver ricevuto circa 100 mila euro da Romeo in quattro anni in cambio di informazioni riservate sulle gare. Gasparri ha patteggiato una pena a 20 mesi di reclusione, mentre per l’imprenditore napoletano il processo è in corso in primo grado.

Consip ha escluso Romeo Gestioni dalla gara e la società ha fatto ricorso al Tar del Lazio, lamentando l’illegittimità del provvedimento e chiedendo l’annullamento. A gennaio scorso, il Tar gli dà torto e così la società si rivolge al Consiglio di Stato, che il 14 giugno, ma la sentenza è stata pubblicata ieri, rigetta il ricorso.

Chi ha deciso di escludere la Romeo Gestioni dalla gara Fm4 è Luigi Marroni. Ex amministratore delegato della Consip è colui che il 19 dicembre 2016, ai pm di Napoli e ai carabinieri del Noe che gli chiedono del perché abbia fatto rimuovere le microspie nel proprio ufficio, risponde: “(…) Ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni (Presidente della fiorentina Publiacqua, ora indagato per favoreggiamento, ndr), dal generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”. Ferrara, a sua detta, lo avrebbe saputo dall’ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette. Dopo queste rivelazioni, i generali Del Sette e Saltalamacchia e l’ex sottosegretario Lotti vengono indagati per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento. Sono accuse pesanti che tutti respingono, ma che Marroni sostanzialmente conferma davanti ai pm di Roma, quando viene risentito a giugno del 2017. Poco dopo verrà silurato con una mozione in Senato che chiedeva di azzerare i vertici della Consip.

Ai pm di Napoli, Marroni parla anche della gara Fm4. Racconta di un pranzo “Al Moro” a Roma tra la fine di settembre e ottobre del 2016, chiestogli dall’ex senatore Verdini (estraneo all’indagine Consip), con l’imprenditore Ezio Bigotti. “Bigotti – spiega – ha parlato della Consip, del modo di fare le gare e di come la Consip agisce con il contenzioso; (…) Dissi che io ero presente per cortesia nei confronti di un amico comune, ovvero Verdini, e che le considerazioni (…) erano inopportune”. Non è noto in che termini Marroni, in un secondo interrogatorio a Roma, abbia raccontato questa circostanza. Ma l’ex ad racconta ai pm di Napoli che anche Carlo Russo era interessato alla gara e che il padre di Matteo Renzi lo aveva raccomandato. In quel verbale dice di non ricordare quale azienda sponsorizzasse, ma – secondo L’Espresso – risentito a Roma avrebbe detto che a Russo non interessava Romeo ma il raggruppamento capeggiato da Cofely.

Dalle intercettazioni ambientali in mano ai pm però – secondo gli investigatori – si evincerebbe che Russo (magari millantando) si impegnava ad aiutare Romeo e in cambio chiedeva un compenso per sé e per Tiziano Renzi. Così è stato indagato per traffico di influenze con Tiziano Renzi in un altro filone d’indagine.

Intanto la decisione del Consiglio di Stato di ieri per Luigi Ligotti, avvocato che segue Marroni anche se è testimone nell’inchiesta, è una vittoria dell’ex ad. “La scelta di Marroni di escludere Romeo fu una decisione che venne definita coraggiosa: all’epoca l’inchiesta Consip era all’inizio. Marroni lo fece nonostante i rischi, professionali e di risarcimento, ai quali poteva andare incontro se le cose fossero andate diversamente. La sentenza di ieri gli dà ragione”.

È ufficiale, Cassese ha perso il potere

Sabino Cassese non si dà pace. A 82 anni, dopo aver insegnato il Diritto amministrativo a legioni di allievi e aver presieduto la Corte costituzionale, scopre che in Italia c’è il suffragio universale e che i partiti che vincono le elezioni prendono il potere. Che orrore! Il professore non lo sapeva, perché fino a ieri, fino a quando al potere c’erano i partiti che piacevano a lui e ai quali poteva dare ordini e anche suggerire nomine di allievi e amici, tutto sembrava scorrere secondo le regole. Le sue. Ieri dalla prima pagina del Corriere della Sera ha ammonito che “nessun governo della storia italiana ha manifestato una così grande fame di posti come quello in carica”. Il povero Giuseppe Conte, avidamente, ha infatti nominato i vertici di Cassa Depositi e Prestiti, Ferrovie e Rai. Che orrore! I precedenti manager erano scaduti e non l’avevano detto a Cassese. Che continua a versare calde lacrime sulle dimissioni di Mario Nava dalla Consob, dovute a pressioni del governo. Cassese non ci sta: la nomina di Nava era illegale, ma secondo lui invece c’è stata “una spallata all’indipendenza delle autorità indipendenti”. Aspettiamo che il dotto giurista ci mandi l’articolo con cui tuonò contro il governo Berlusconi che nel 2011 spedì all’autorità indipendente che vigila sui mercati finanziari il sottosegretario all’Economia Giuseppe Vegas.

Torna la Cassa integrazione per fine attività

Per tutti i lavoratori che rischiano il licenziamento, con l’azienda in procinto di chiudere, è arrivata una piccola boccata d’ossigeno. Il governo, come annunciato per rispondere alle ansie degli operai della Bekaert di Figline Valdarno (Firenze), ha reintrodotto la cassa integrazione (cig) per cessazione dell’attività. L’ammortizzatore, cancellato con il Jobs Act dal 2016, potrà essere usato dalle imprese in crisi anche per il 2019 e il 2020. La norma è contenuta nel decreto Urgenze, approvato dal Consiglio dei ministri giovedì.

La cig per cessazione serve a creare un periodo ponte per provare a salvare le aziende che decidono di abbassare le serrande o delocalizzare all’estero. Con questo strumento, in pratica, anziché dichiarare i licenziamenti e chiudere subito bottega, si potrà utilizzare una finestra di massimo dodici mesi durante la quale cercare un acquirente dello stabilimento e così mantenere tutti i posti di lavoro. Per attivarla, l’impresa e i sindacati dovranno raggiungere un accordo presso il ministero del Lavoro, con la presenza del dicastero dello Sviluppo Economico e della Regione interessata dalla crisi aziendale. Trovata l’intesa, lo Stato potrà erogare l’integrazione al salario dei lavoratori. Il requisito, come detto, è la sussistenza di “concrete prospettive di rapida cessione dell’azienda e di un conseguente riassorbimento occupazionale”. Nel frattempo i lavoratori saranno coinvolti in percorsi di formazione e riqualificazione professionale.

Giovedì mattina, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio aveva comunicato l’imminente ritorno della cassa per cessazione. Poi, dopo il Consiglio dei ministri, l’intenzione non era stata ribadita nelle dichiarazioni ufficiali, generando il panico nei corridoi dei sindacati che reclamano a gran voce quella norma. Il ministero del Lavoro, però, rassicura sul fatto che la reintroduzione dell’ammortizzatore sociale ha trovato spazio nello schema di decreto approvato dal governo. Quindi le prossime crisi aziendali potranno essere affrontate con questo strumento, a partire da quella della Bekaert: la multinazionale belga produce fili di ferro per pneumatici e ha deciso di lasciare la Toscana per spostarsi in Romania; i licenziamenti scatterebbero il 3 ottobre, ma sembra che l’azienda sia disponibile a sfruttare la cassa per cessazione al fine di dare un po’ di respiro ai 318 lavoratori.

Per la Cisl, comunque, l’intervento del governo non è sufficiente: “Non ci si deve limitare ad una semplice proroga – dice il segretario Luigi Sbarra – ma vanno previsti maggiori finanziamenti e maggiore elasticità applicativa”. Per la Uil, inoltre, andrebbe estesa anche alle aziende coinvolte da procedure fallimentari.

La cig per cessazione ha permesso fino alla fine del 2015 di affrontare molte crisi aziendali. “Con tutte le proroghe possibili – spiega Marco Massera della Uil – poteva arrivare a 24 mesi. Ai lavoratori andavano le politiche attive, nel frattempo si cercavano nuove prospettive industriali per la fabbrica”. In alcuni casi, però, diventava di fatto solo uno scivolo verso la pensione: i lavoratori finivano prima in cassa, poi passavano qualche anno in mobilità (che era più lunga per i lavoratori anziani del Sud) per poi andare a riposo. Per evitare questi abusi, il governo Renzi decise di cancellare l’ammortizzatore: l’esecutivo Pd riteneva inutile tenere attaccato il lavoratore ad aziende decotte e ha preferito che finissero subito in disoccupazione (con il sussidio lungo, massimo due anni) per spingerli a cercare un nuovo impiego con l’aiuto dell’assegno di ricollocazione.

Manovra, scontro sul deficit M5S e Lega contro la linea Tria

È un numeretto, ma da quello dipende il futuro della prossima legge di bilancio. S’intende il livello del deficit pubblico che il governo fisserà per il 2019. Ieri è stato al centro del vertice a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, e Matteo Salvini insieme al ministro dell’Economia Giovanni Tria per fare il punto sulla manovra, che ad oggi ammonta a oltre 30 miliardi. L’incontro è andato come peggio non si poteva, almeno secondo i 5Stelle. Tanto che al termine Di Maio ha radunato ministri e sottosegretari del M5S in un ristorante romano per studiare il da farsi. Perché è scontento di come Tria vuole impostare la manovra, considerata dal capo del M5S “poco coraggiosa”. Anche perché, ripete ai suoi, “sul reddito di cittadinanza non si indietreggia di un millimetro”. E può essere il preludio a uno scontro durissimo.

Prima ancora dei contenuti, la discussione nel governo è su come finanziare i diversi interventi. Da giorni Tria, fautore di una linea assai morbida con Bruxelles, fa sapere che l’obiettivo è fissare nel Documento di economia e finanza, che fa da base alla manovra e verrà presentato il 27 settembre, un deficit all’1,6-1,7% del Pil il prossimo anno, rispetto allo 0,8% a cui si era impegnato il governo Gentiloni. In questo modo mostrerebbe un lieve calo rispetto all’1,8% con cui chiuderà quest’anno, evitando così uno scontro con la Commissione europea. La linea, risulta al Fatto, non piace ai due alleati di governo. L’obiettivo di M5s e Lega è arrivare oltre il 2%, così da aprire uno spazio fiscale da almeno 15 miliardi. “Altrimenti tutto non ci sta”, spiega un fonte leghista. Anche perché la crescita rallenta e l’obiettivo del Def di un Pil a +1,5% quest’anno non verrà centrato (probabile si arrivi a +1,1%), e questo ha un effetto sul deficit che l’anno prossimo partirà dall’1% del Pil. I maggiori margini consentiranno di rinviare senza patemi l’aumento dell’Iva (vale lo 0,7%) e far fronte alle spese obbligatorie, il resto verrà usato per avviare il programma di governo, per cui mancano le risorse.

Solo alzando il deficit si riuscirebbe infatti a dare qualche segnale su tutti i capitoli portanti: flat tax, la revisione della riforma Fornero e il reddito di cittadinanza. “È stato un vertice proficuo, manterremo l’impegno sui tre capitoli”, ha spiegato Salvini. Ed è la stessa linea ufficiale di Conte. Ma 5Stelle in realtà sono furiosi. Perché un accordo non c’è.

Per avviare il reddito di cittadinanza il M5s pretende da Tria, assai riluttante, uno stanziamento di almeno 8 miliardi, anche accorpando i due miliardi messi dal governo Gentiloni per il reddito di inclusione. Ieri l’ennesima resistenza del ministro ha urtato i grillini. “Ha sbagliato l’impostazione della manovra”, spiegano fonti di maggioranza. E anche sulle altre misure ci sono poche certezze.

La Lega punta ad alzare il regime forfettario per le partite Iva (costa 1,5-2 miliardi). Sulla “pace fiscale”, o meglio il condono voluto dalla Lega lo scontro è totale. “Non accetteremo nessuna forma di condono”, ha spiegato Di Maio. Ossia, è inaccettabile l’idea ventilata dal sottosegretario leghista al Tesoro, Massimo Bitonci: tetto a un milione a contribuente per le somme contestate dal fisco, e un meccanismo permanente per chiudere le liti pendenti (oltre a una riedizione tris del condono sui capitali esteri). Il M5s invece chiede una misura una tantum limitata ai piccoli contribuenti in difficoltà economica.

Il capitolo più corposo riguarda però le pensioni. La possibilità di alzare quelle minime a 780 euro per arrivare alla “pensione di cittadinanza”, annunciata da Di Maio vale oltre 10 miliardi, e ne servono altrettanti per la quota 100 (tra età d’uscita e contributi versati) che vuole Salvini. Parte delle risorse dovrebbe arrivare dal taglio delle “pensioni d’oro”, che secondo i 5stelle riguarderà la parte non coperta dai contributi versati per gli assegni a partire dai 4.500 euro netti mensili. E su questo pare esserci accordo. Da qui, però, si potranno ricavare non più di 400 milioni. E al momento mancano coperture per almeno dieci di miliardi. Così l’unica speranza è riuscire a piegare Tria.

Anche l’Italia spinge la Macedonia verso l’Europa e la Nato

L’adesione della Macedonia alla Nato e alla Ue garantirà al Paese balcanico sicurezza, stabilità e un futuro prospero per tutti i cittadini, e per i giovani in particolare. Per questo è importante votare a favore dell’accordo sul nome con la Grecia nel referendum del 30 settembre. È quanto emerso da un colloquio che il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, in visita ieri a Skopje, ha avuto con il premier macedone Zoran Zaev. La Macedonia, è stato sottolineato, merita di diventare il 30º Stato membro dell’Alleanza atlantica, e come tale divenire fattore di stabilità nella regione. Zaev, che è leader del Partito socialdemocratico, ha sottolineato al ministro Trenta l’impegno e la volontà del suo governo nel portare avanti il processo di riforme per rafforzare lo Stato di diritto e ammodernare la Pubblica amministrazione, e al tempo stesso continuare e rafforzare la lotta alla corruzione. Obiettivo della sua visita, ha detto Trenta, è stato quello di esprimere il sostegno dell’Italia alle aspirazioni euroatlantiche della Macedonia, e di rafforzare ulteriormente l’amicizia tra i due Paesi.

Le bombe italiane sullo Yemen: ora Trenta dice basta

Un autobus pieno di bimbi e mamme, in fuga dalla guerra civile nello Yemen con la regia internazionale dei sunniti dell’Arabia Saudita e degli sciiti dell’Iran, è stato colpito – un mese fa – da una gragnuola di bombe, forse sganciate da aerei di Ryad. Nessuno s’è salvato. I sauditi, secondo diverse inchieste e denunce internazionali, usano armi prodotte in Italia. Ieri l’ennesimo attacco di Ryad ha ammazzato sette civili, tra cui due bimbi. Così Elisabetta Trenta, il ministro della Difesa, ha chiesto di controllare la regolarità del contratto fra i sauditi e la Rmw Italia, società del gruppo tedesco Rheinmetall Defence con basi in Sardegna, che da anni fornisce bombe ai sauditi.

Trenta ha scritto per competenza a Enzo Moavero Milanesi, il collega degli Esteri, per verificare il rispetto della legge numero 185 del ‘90 che limita le esportazioni militari: in caso di violazione, l’accordo va annullato. Gli analisti indipendenti valutano in 410 milioni di euro la spesa – per oltre 20.000 bombe – dei sauditi in Sardegna nel 2016 durante il governo di Matteo Renzi. Acquisti ridotti negli ultimi due anni, ma c’è tempo ancora per intervenire, perché soltanto il dieci per cento della commessa è stato trasferito – spesso via mare da Cagliari – in Arabia Saudita. Alle organizzazioni internazionali e ai partiti di opposizione, in passato, il governo ha risposto sempre che il rapporto tra la Rwm Italia e Riad rispetta la legge. Dunque nel caso Moavero dovesse fornire la stessa spiegazione, il ministro Trenta proporrà una modifica delle norme per renderle più severa.

Il vento del cambiamento che sembra spirare a Roma rischia, però, di farsi bufera per la piccola comunità di Domusnovas, 6.000 abitanti al centro della piana del rio Cixerri, provincia di Carbonia-Iglesias, dove la Rwm ha impiantato i suoi stabilimenti e dove l’azienda di armamenti programmava di espandersi ancora, con un progetto di costruzione di nuovi fabbricati e pertinenze – compresi poligoni di tiro – in un’area di oltre tredici ettari. Ora non solo c’è il pericolo dello stop per le nuove concessioni, ma c’è il timore per la stessa azienda e per il relativo mantenimento dei livelli occupazionali: oggi la Rwm garantisce 300 posti di lavoro, che con l’indotto arrivano a mille, nella provincia più povera d’Italia, dove in 10 anni di crisi sono andate in fumo 30mila buste paga. Questa è la terra di Alcoa che, dopo oltre dieci anni di vertenza durissima, inizia a sperare nel rilancio con Sider Alloys; di Eurallumina, ancora in mezzo al guado; di Cardnet, chiusa dopo un anno e 10 milioni di euro di finanziamenti pubblici. Sono solo alcune delle croci nel cimitero industriale del Sulcis-Iglesiente, ex roccaforte operaia dell’isola. Ecco perché oggi, davanti agli anti-militaristi di Sardegna Pulita che chiedono la riconversione della Rwm e annunciano una nuova mobilitazione per il 19 settembre davanti all’ambasciata saudita a Roma, le reazioni a Domusnovas sono preoccupate e scettiche. Già in passato il sindaco del paese Massimo Ventura aveva espresso le sue perplessità: “Riconversione: sì, ma di che cosa? Come? Dov’è il progetto? Chi sono gli investitori? Chi ci dà la garanzia che i posti di lavoro non si toccano? In tanti anni di politica di progetti di riconversione ne ho vissuti a migliaia e tutti hanno fatto la stessa fine: la gente è rimasta a casa disoccupata. Qui nessuno è a favore della guerra, tutti vogliamo la pace. Quello che non è accettabile è fare proposte generiche quando qui nessuno sa di cosa sta parlando”.

A dicembre scorso, Domusnovas era salita agli onori delle cronache internazionali dopo la pubblicazione di un articolo del New York Times dal titolo più che eloquente: “Bombe italiane, morti yemenite”. E così anche il sindaco del paese si era trovato coinvolto, suo malgrado, in un dibattito complesso che va ben oltre gli interessi, legittimi, della sua piccola comunità. Tanta l’amarezza provata per essersi trovato da solo sulla prima linea: “Né la Regione, né i comitati tecnici, ci hanno mai coinvolto in un tavolo per parlare di cose concrete”.

Ma i comitati anti-bomba vanno avanti, annunciando un nuovo presidio il 29 settembre davanti ai cancelli della fabbrica di Domusnovas. La loro richiesta è semplice e complessa allo stesso tempo: stop alla produzione e all’esportazione di armi. “Non è giusto però che a pagare siano i lavoratori della fabbrica”, sottolineano. “Ecco perché chiediamo al presidente della regione Pigliaru di farsi carico della situazione, favorendo il reimpiego dei lavoratori”.

L’economista Rinaldi si candida in Consob: “Mi hanno sondato”

La partitadelle nomine si è arricchita, grazie alle dimissioni di Mario Nava, di un nuovo tassello: l’ambita posizione di presidente della Consob. Tra i papabili, almeno a stare all’interessato, c’è l’economista Antonio Rinaldi, allievo del ministro Paolo Savona e animatore del sito euroscettico Scenari Economici. L’indiscrezione partita da Dagospia è stata poi confermata dallo stesso Rinaldi: “Sono stato sondato e ho un ampio gradimento sia tra la base dei 5Stelle che della Lega”. Forte del sondaggio e del gradimento, Rinaldi rivela all’Ansa che sarebbe “felicissimo” di guidare l’Authority di controllo sullo Borsa, compito che affronterebbe per essere “un po’ il garante del risparmio degli italiani”. Nonostante tutto, però, l’interessato è scettico sulle sue reali possibilità di sedersi sull’ambita poltrona: “Sono legato mani e piedi a Paolo Savona: magari mi sbaglio, ma penso sempre che quello che hanno fatto a Savona lo potrebbero fare anche a me”. E chi? Potrebbe esserci “qualche riserva da parte di qualche istituzione, come Bankitalia, anche se formalmente non dovrebbe avere un ruolo nella scelta”. In corsa, si dice, anche il procuratore di Milano Francesco Greco e l’accademico Franco Nardini, gradito ai 5Stelle.

Una Repubblica fondata sulle cene

Per un misterioso verificarsi di congiunzioni astrali, siamo simultaneamente informati circa due importanti cene (cioè patti) tra i componenti di due opposte (?) fazioni: B. e Salvini ad Arcore, domenica sera; Renzi, Minniti e Gentiloni prossimamente a casa di Calenda, che s’è preso la briga di diramare un “invito formale” su Twitter “per renderlo più incisivo” (e come no, alla notizia il popolo della rete è impazzito, qualcuno s’è anche proposto di offrire il catering). Dalle manifestazioni di piazza contro i fascisti alla cena carbonara nei quartieri alti (“per essere operativi”), il passo non è stato breve, seppure previsto e prevedibile; eppure sembra che da questa cena, a cui non è stato invitato Zingaretti né Martina né altro cartonato di sinistra, dipendano le sorti del Fronte d’opposizione.

Intanto ad Arcore, B., in tutti i sensi riabilitato, tesse la sua infinita tela nelle cose d’Italia. Una foto sul Corriere lo mostra, impettito come un tacchino, dritto sulla soglia di casa, mentre attende l’arrivo degli ospiti. Come sempre quando si tratta di B., la foto è fisica e metafisica insieme; è come se il corpo dell’anziano suggerisse un’eternità ineffabile, un’aura d’altrove, amplificata dal fanale di un’autoblu. Ai suoi piedi Dudù, o chi ne fa le veci (sospettiamo che i cani con cui B. posa siano cloni putiniani del barboncino-matrice originale), atteggia un’espressione stolida. A cena, la collaudata prassi tra il cattivo gusto di B. – il salotto coi libri finti, la tavernetta dei giorni di gloria, il menù tricolore – e l’approccio pragmatico di Salvini e Giorgetti avrà dispiegato tutti i suoi effetti pratici, fattivi, ineluttabili (Tajani avrà versato da bere). Concludendo affari privati al tintinnare di soldi pubblici, Salvini e B. hanno incanalato la discussione nell’inequivocabile assertività del do ut des (tu mi voti il presidente Rai, io ti prometto clemenza contro questi scellerati dei 5Stelle), cioè hanno fatto politica. Gli sarà avanzato pure del tempo per parlare del Milan.

Calenda, di per sé bravo ragazzo, è uomo di poche idee e approssimative; non si capisce perché, dopo una giovinezza spesa dietro ai padroncini della finanza, si ostini a candidarsi a un ruolo gestionale o aggregante in un partito di ex centrosinistra di cui Renzi ha già fatto poltiglia. Per come siamo fatti, una cena con Calenda, Renzi, Minniti e Gentiloni potrebbe esserci fatale. Approveremmo qualunque risoluzione pur di terminare prima possibile. Congresso? Sì. Primarie? Sì. Marcia su Roma e appoggio a un golpe militare guidato da Tiziano Renzi? Sì, per sfinimento, mentre il barzellettiere Matteo tiene banco sfidando chiunque a fare meglio di lui, minacciando ritorni e nessuna pietà per i vinti (ora va dicendo “non vi libererete facilmente di me”, come i clown psicopatici di Stephen King) e tutti mettono in scena la verbosa inettitudine di un ceto politico che non ha studiato abbastanza e ha lavorato esclusivamente alla tutela del proprio interesse, perdendo milioni di voti.

I quattro dell’Ave Maria, sempre che questa cena si faccia e Renzi non la disdica in Tv da Fazio (intanto è stata rimandata da oggi a giorno da destinarsi, un po’ perché Renzi è inopinatamente in Cina, un po’ perché Calenda vuole evitare “l’ennesimo tormentone sul PD”, come se non fosse stato lui a cominciare), parleranno del nulla; Minniti dispiegherà la sua tromboneria di esperto, Calenda e Renzi si fronteggeranno col loro ego aspirazionale, Gentiloni si appisolerà nella sua garbata inconsistenza. Basterebbe cambiare prospettiva per far quadrare il cerchio. Suggeriamo di mischiare la lista dei partecipanti alle cene. Calenda potrebbe incontrare Salvini per vedere se c’è un posto libero da social media manager per lui, e, come sosteniamo da sempre, Renzi dovrebbe cenare con B.: col 24% insieme, potrebbero davvero fare l’opposizione.

Il Pd è uno e trino: verso la ri-divisione fra Ds e Margherita

Come in tutte le famiglie borghesi che si rispettino, a un invito a cena non si risponde mai no. Piuttosto si dice “sì, certo, grazie, ma purtroppo martedì non posso”. E così sia Paolo Gentiloni che Matteo Renzi, quando hanno letto l’invito lanciato su Twitter domenica mattina da Carlo Calenda, originariamente per stasera, non sono stati particolarmente entusiasti (per usare un eufemismo). Hanno detto di sì – come ha fatto anche Marco Minniti – ma poi entrambi hanno sottolineato di avere già un impegno. Renzi, in particolare, oggi è in Cina per tenere una lezione. Dunque, la cena ufficialmente non è saltata, ma c’è da scommettere che sarà molto difficile trovare una data. “Non è sufficiente una cena. Per rifondare il Pd c’è bisogno di un congresso”, ha detto Gentiloni.

Ora la questione è complessa. Se si sta ai rapporti personali, quelli tra lo stesso Gentiloni e Renzi sono pessimi. Se si parla di politica, la discussione è aperta a tutti i livelli. Matteo Orfini ha lanciato la “bomba” dello “scioglimento” del Pd. Respinto con perdite da tutti. Almeno a parole, ma una discussione esiste da mesi.

“Il congresso non può essere solo una conta tra i big del momento”, dice al Fatto Peppe Provenzano. Ha rinunciato alla candidatura nelle liste dem, dopo aver scoperto di essere stato inserito nella lista di Agrigento-Caltanissetta dopo Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Salvatore e ha messo su una rete “Sinistra anno zero”. Sono due mesi che gira l’Italia. Anche nel Pd c’è chi guarda a lui come leader possibile di un soggetto di sinistra. Provenzano – ovviamente – non si pronuncia.

Ma sulla discussione politica in atto sì: “Noi rischiamo di consegnare alla destra, via M5S, le fasce del disagio”. E dunque, il Pd “ha dei compiti delicati: bisogna capire se basta un partito o se si deve prendere atto che non si può tenere insieme chi vuol fare Corbyn e chi Macron. Questo è il tema”.

Insomma, un’altra scissione, che vede da una parte un partito di sinistra, che inglobi anche i fuoriusciti di LeU, e dall’altra un soggetto centrista, è dietro l’angolo? Si sta tornando a Ds e Margherita? Può essere. Ma lo scenario è in movimento. Nicola Zingaretti resiste come candidato e continua a ribadire che la sua operazione è allargare, non restringere. Che lui dal Pd non si muove. Che casomai saranno altri a decidere di uscire. Il governatore del Lazio ha pure rilanciato con una cena in trattoria organizzata per la prossima settimana: invitati un imprenditore del Sud, un operaio, una studentessa, un professore, un amministratore impegnato nella legalità, un giovane professionista e un membro del terzo settore. Calenda si è risentito, ma Gentiloni è con Zingaretti e lavora per blindarlo: si fa forza del fatto che su di lui converge anche Dario Franceschini e che Martina ha indicato la data del congresso a gennaio.

Le incognite però, non finiscono mai. C’è la “mina” Renzi: per adesso, l’ex premier non ha trovato un candidato da opporre al presidente laziale e i fedelissimi spingono perché si ricandidi lui stesso. Non ha deciso, come non ha deciso se lasciare il Pd: i sondaggi sono pessimi, l’operazione sarebbe di cortissimo respiro. Ma è pronto a stare in un partito nel quale non comanda? Ci credono in pochi. Quel che tutti danno per scontato è che sarà Carlo Calenda a uscire e a fare una sorta di Scelta civica reloaded: europeista, centrista, macroniana.

Il tema si fa urgente, non solo dal punto di vista congressuale, ma pure elettorale. A maggio si terranno le Europee e la discussione è anche su come presentarsi. Anche qui, girano più opzioni: c’è chi pensa a una lista unica, di centrosinistra, europeista, anti populista e alternativa alle destre e chi crede che la cosa migliore sarebbe correre con due liste (una nel Pse e una con Macron). Per allearsi dopo. Sempre voti permettendo: il sistema è un proporzionale puro, ma lo sbarramento è al 4%.