Moavero non andrà a Vienna: “Alto Adige, no doppio passaporto”

Altro che amici. Grande freddezza tra il governo italiano e quello austriaco, che negli scorsi mesi si erano avvicinati in virtù delle impostazioni molto simili sull’immigrazione promosse dal ministro Matteo Salvini e dal cancelliere Sebastian Kurz. Il deterioramento dei rapporti è stato sancito dal ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, che ha annullato l’incontro bilaterale previsto a Vienna con la sua omologa austriaca. Il motivo è una legge a cui sta lavorando il governo austriaco per conferire il doppio passaporto ai cittadini italiani dell’Alto Adige di lingua tedesca e ladina. Moavero ha spiegato le ragioni della rinuncia al vertice in una nota ufficiale: “Un’iniziativa (quella dell’Austria, ndr) che incrina il clima di serenità e fiducia reciproca, che costituisce la premessa indispensabile per la buona riuscita di questo tipo di incontri”. La legge sul doppio passaporto – prosegue la nota della Farnesina – “risulta difficilmente comprensibile, specie se si considera che tutti gli austriaci e tutti gli italiani già condividono la comune cittadinanza dell’Unione Europea, status ben evidenziato da un’apposita menzione sulla stessa copertina dei loro passaporti. È pertanto davvero curioso che un’iniziativa di questo tipo sia discussa proprio nello Stato, l’Austria, che assicura pro tempore la presidenza Ue”. Quello dell’Austria di Kurz, conclude Moavero, rischia di somigliare a un “revanscismo anacronistico”, tanto più che l’iniziativa del suo governo si manifesta “proprio nella ricorrenza del centenario della Prima guerra mondiale, funestata dal sangue di tanti italiani e austriaci”. Considerazioni molto dure che arrivano dal ministro forse più esperto e prudente del governo giallo-verde e somigliano a una pietra tombale sull’amicizia tra Austria e Italia sbandierata da Salvini durante i primi cento giorni dell’esecutivo. Parole che arrivano, peraltro, alla vigilia dell’incontro tra i due premier: oggi Giuseppe Conte incontra il cancelliere Kurz a Palazzo Chigi. La legge austriaca sul doppio passaporto sarà inevitabilmente al centro del vertice.

1993-2018: B. da ricattatore a ricattato sugli spot in tivù

Come se il tempo si fosse fermato a 25 anni fa, riecco B. in ambasce perché non controlla più il governo, teme la concorrenza della Rai e trema all’idea di perdere pubblicità sulle sue tv. Nel 1993 i suoi referenti politici (il Caf Craxi-Andreotti-Forlani) erano travolti da Tangentopoli, al governo c’erano i tecnici di Ciampi e alla Rai la politica “amica” era stata rimpiazzata dai “professori”, che non obbedivano ad altri input se non a quelli aziendali. Nel 2018 Forza Italia – che ha fatto parte di cinque governi e ne ha ricattati otto di centrosinistra, ottenendo vantaggi per le tv e i processi del padrone – ha perso rovinosamente le elezioni e i sondaggi la danno sotto l’8%. Per la prima volta dopo 35 anni, il Caimano ormai sdentato non è più in grado di condizionare neppure i suoi dicasteri preferiti, tutti in mano ai nemici 5Stelle: alla Giustizia c’è Alfonso Bonafede, alle Telecomunicazioni Luigi Di Maio, all’Editoria Vito Crimi. Idem la Rai, guidata dall’ad Fabrizio Salini (indipendente, ma indicato dal M5S). Ai tempi del Caf, B. ricattava i governi e ne finanziava i leader. Dopo Tangentopoli, per qualche mese, ne fu ricattato. Poi, dopo la discesa in campo, alternò periodi di comando (quelli dei suoi governi) a periodi di ricatto (quelli del centrosinistra consociativo). Ora è di nuovo ricattato, o almeno così dice. Basta che il governo annunci norme di minima civiltà e buonsenso – tetti antitrust alla pubblicità in tv, rilancio della Rai, norme anti-corruzione, anti-prescrizione, anti-conflitti d’interessi – perché si avverta nel mirino. Di tutto questo ha parlato l’altra sera ad Arcore con Salvini, l’unico alleato (ricattabile o meno, non si sa) che gli rimane al governo.
1993-2018. Il 22 gennaio 1993 è un sabato. Craxi, indagato da un mese, è prossimo alle dimissioni. Forlani e Andreotti lo seguiranno a stretto giro. Il governo Amato, l’ultimo del pentapartito, ha i giorni contati, poi arriveranno i tecnici di Ciampi, infine le elezioni che vedono favorita la sinistra di Occhetto. Il Cavaliere non ci dorme la notte, anche perché ha tutte le aziende e quasi tutti i manager sotto inchiesta, alcuni in galera. Dice al suo consulente Ezio Cartotto: “A volte mi capita perfino di mettermi a piangere sotto la doccia”. E poi ci sono i conti della Fininvest. Nelle riunioni dei Comitati Corporate al quartier generale di Milano2, manager e dirigenti del gruppo non nascondono l’allarme. Stretti intorno al capo – mentre Guido Possa, ex compagno di scuola e ora segretario particolare di B., annota parola per parola in accurati verbali che finiranno in mano al pool Mani Pulite – discutono per ore di prospettive e numeri. Neri, nerissimi.
Ubaldo Livolsi, direttore finanziario, fa il punto: i debiti Fininvest ammontano a 4.550 miliardi, 700 in più rispetto al 1991. E il quadro è ancor più drammatico se si guarda alle necessità di cassa stagionali: 1.224 miliardi nei primi tre mesi dell’anno. E aggiunge: “Il sistema bancario non è disposto ad aumentare ulteriormente l’affidamento nei nostri confronti (alcune banche, anzi, hanno chiesto a noi, come a tanti altri clienti, piccole ma significative riduzioni dell’esposizione)… La situazione va considerata molto seria”. Il rischio concreto si chiama fallimento. Il 1° marzo Livolsi rincara la dose: “Basterebbe una sia pur lieve flessione delle entrate pubblicitarie della televisione (non improbabile vista la recessione in atto e vista la presente sofferenza di qualche nostro investitore come la Curcio Editore e Ciarrapico) per porci in grosse difficoltà”.

Prendi Rai, salvi Fininvest. Anche Silvio B. l’uomo dal “sole in tasca”, stavolta è pessimista: “In complesso la nostra televisione è un’azienda matura, con buona redditività, che tuttavia lentamente si avvia al declino”. Bisogna inventarsi qualcosa. I suoi dirigenti suggeriscono quelle più tradizionali: un piano di dismissioni per raccattare quattrini e rimborsare le banche. Ma lui non ci sente. Il 18 gennaio ’93 boccia la proposta di vendere “un’importante partecipazione” di Telepiù (che illegalmente possiede quasi per intero tramite vari prestanomi, in barba alla legge Mammì che gli consente un misero 10%): “Non è questo il momento, nonostante le difficoltà finanziarie. La tv del futuro è quella che vende programmi”. E il 22 febbraio affossa pure “l’operazione Ame-Sbe così come si sta configurando”, cioè il collocamento in Borsa di quote che la Silvio Berlusconi Editore detiene in Mondadori. Guai a “rinunciare al totale controllo di un gioiello”. Che fare allora? Ecco il suo piano, che lascia tutti con gli occhi sgranati e le bocche aperte: “L’unica, concreta, importante azione possibile a breve è quella di un accordo con la Rai: potrebbe arrivare a ridurre i costi di 300-350 miliardi l’anno. È urgente per questo intervenire nel processo in atto di ridefinizione della struttura della Rai, per far sì che le massime responsabilità siano assunte da veri manager (con i quali sarebbe più agevole raggiungere un buon accordo) e prega Roberto Spingardi (capo del Personale Fininvest, ndr

) di suggerirgli al riguardo alcuni nominativi di persone papabili (congiuntamente a G. Letta)”. Traduzione: il padrone della Fininvest vuole scegliersi i dirigenti della Rai. Imbottire Viale Mazzini di manager “amici”, perché “tengano bassa” la programmazione della concorrenza, dando un po’ di fiato alle sue boccheggianti tv.

Il tetto che scotta. Per legge, nella corsa contro il Biscione, il cavallo della Rai già parte con l’handicap: avendo il canone, deve rispettare un tetto pubblicitario più basso di quello della Fininvest. B. può inondare i suoi canali con un 18% di spot all’ora, la tv di Stato non può superare il 12. È uno dei tanti regali del Caf al Cavaliere: il canone Rai è fra i più bassi d’Europa e viene evaso da 3,5 milioni di utenti. Se vuole aumentare gli introiti, la Rai non può aumentare la pubblicità e deve investire enormi risorse per battere la Fininvest. Solo così riesce a invogliare gli inserzionisti a pagare i suoi spot più cari di quelli del Biscione. Più sale lo share, più costa uno spot, più soldi si incassano. Non solo. Chi pianifica una campagna pubblicitaria preferisce acquistare spazi dal numero 1 sul mercato. E se, per ipotesi, può permettersi un solo spot, non ha dubbi: lo prenota sulla Rai. Almeno finché batte la Fininvest.

Anche la Fininvest, però, per tenere il passo con la Rai, deve dissanguarsi. E non può più permetterselo, con le banche all’uscio che le chiedono di rientrare. Ergo – ragiona B. – non c’è che un rimedio: mettersi d’accordo con la Rai, cioè con la concorrenza. Un disarmo bilanciato che porti entrambi i contendenti ad abbassare gli investimenti, dunque la qualità e – quel che più conta – i costi. Per il momento il Cavaliere, essendo un privato cittadino, deve cercare un accordo con i partiti che controllano il servizio pubblico. Poi, quando diventerà lui stesso un politico, anzi il capo del governo e dunque il padrone della Rai, farà tutto da solo.

Proposta indecente. Nell’attesa, Sua Emittenza mette in moto l’uomo dei momenti difficili: Gianni Letta, vicepresidente Fininvest e felpato mediatore dalle mille entrature nei palazzi romani. Al suo fianco, di supporto, c’è Angelo Codignoni, il manager che ha seguito la sventurata campagna di Francia con La Cinq e sarà presto protagonista della nascita di Forza Italia. Ma la missione, se non è impossibile, poco ci manca. Nel guazzabuglio di Tangentopoli, con i segretari di partito e i ministri di Amato che si dimettono al ritmo di uno alla settimana fino alle dimissioni dell’esecutivo sostituito dai tecnici di Ciampi, di referenti politici si stenta a trovarne. Almeno a piede libero. Non solo: quel che resta del Parlamento tenta di recuperare un minimo di decenza presso l’opinione pubblica inferocita con una riforma del Cda Rai: è la numero 206 del 25 giugno ’93, nata da un emendamento di Nando dalla Chiesa, che affida non più ai partiti, ma ai presidenti di Camera e Senato il compito di nominare il nuovo Cda. Composto non più da 16 membri (6 Dc, 4 Pci-Pds, 3 Psi, 1 ciascuno ai tre partiti laici minori), ma da cinque “persone di riconosciuto prestigio professionale e di notoria indipendenza di comportamenti”. Inizia così l’èra dei “professori di area”. Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini scelgono Claudio Demattè, prorettore della Bocconi; l’amministrativista Feliciano Benvenuti; l’editrice Elvira Sellerio; il filosofo Tullio Gregory; il giornalista Paolo Murialdi. Il 13 luglio ’93 il Cda elegge presidente Demattè, che lancia subito due parole d’ordine: “Risanare i conti e delottizzare”. Il dg è Gianni Locatelli, giornalista finanziario, area centrosinistra.

A B. la nuova Rai dei “professori” fa paura: non ne conosce e non ne stipendia nessuno. All’improvviso sembrano avverarsi le fosche previsioni di Giuliano Ferrara, che soltanto otto mesi prima, in una delle riunioni mensili del sabato ad Arcore con i direttori di testata del gruppo Fininvest, aveva vaticinato con toni apocalittici: “L’attuale difficoltà della Rai di rapporto con i partiti ci deve preoccupare: può darsi che in poco tempo ci troveremo a concorrere con una Rai non solo senza tetto di pubblicità, ma anche molto più libera dalla logica dei partiti e quindi rilegittimata”. E infatti in Viale Mazzini prendono piede professionisti competenti e incontrollabili: Angelo Guglielmi, Carlo Freccero, Aldo Grasso, Franco Iseppi. Torna persino Beppe Grillo, per ben due serate in diretta, e senza censura.

Una carta da giocare, però, il Cavaliere ce l’ha. Anche la Rai è a un passo dal crac. I bilanci sono in rosso per 450 miliardi. A fine anno mancheranno pure i soldi per le tredicesime. Così, nel settembre ’93, B. in persona si fa avanti con Demattè e Locatelli e butta lì la sua proposta indecente: un accordo di cartello per spartirsi non solo la pubblicità, ma anche l’audience. Come annoterà nei suoi diari Murialdi, i rappresentanti delle due aziende ancora concorrenti cominciano a incontrarsi per discutere come “ridurre le spese degli acquisti e di produzione sia della Rai che della Fininvest”. Alla faccia della concorrenza. Ma il Cavaliere, mai contento, chiede di più: la “ripartizione dell’audience in parti uguali, nella misura del 45%”. Ricorda Murialdi: “All’epoca la Rai totalizzava un’audience leggermente superiore a quella delle reti berlusconiane. E un punto di audience voleva dire all’incirca 20 miliardi di lire di introito pubblicitario”. Lo confermerà Demattè: “Tutto è partito da una necessità comune, quella di ridurre i costi. Una via per ridurli sarebbe stata indubbiamente quella di allentare la pressione concorrenziale. Per conquistare quel punto o due in più che avrebbero consentito il sorpasso nell’audience, Rai e Fininvest stavano spendendo oltre ogni ragionevole limite. Senonché la via proposta da Berlusconi era inaccettabile in un paese a economia di mercato: voleva che si raggiungesse un accordo di ferro per dividerci in partenza le quote di audience. Se uno dei due superava la quota, doveva provvedere a scaricare il palinsesto… inserire programmi di bassa qualità e basso costo per permettere alla rete concorrente di riguadagnare le quote perdute. Tecnicamente è possibile, ci sono degli specialisti in grado di prevedere con esattezza millimetrica le capacità di ascolto di un certo programma. Ma tutto questo avrebbe comportato problemi sia di etica che di diritto antitrust assolutamente intollerabili”.

Spotpolitik. Il 26 gennaio 1994 il Cavaliere svela, a reti unificate, il suo segreto di Pulcinella: “Scendo in campo”, “ho deciso di bere l’amaro calice”, “l’Italia è il Paese che amo” e via fiabeggiando. Il vero movente della sua improvvisa vocazione politica lo spiegheranno, molto sinceramente, i suoi uomini più fedeli e devoti. Marcello Dell’Utri: “Eravamo nel settembre 1993, Berlusconi mi convocò nella sua villa di Arcore e mi disse: ‘Marcello, dobbiamo fare un partito pronto a scendere in campo alle prossime elezioni’. Lui aveva provato in tutti i modi a convincere Segni e Martinazzoli per costruire la nuova casa dei moderati… ‘Vi metto a disposizione le mie televisioni’, aveva detto. Tutto inutile, e allora decise che il partito dovevamo farlo noi. Poi c’era l’aggressione delle Procure e la situazione della Fininvest con 5.000 miliardi di debiti. Franco Tatò, all’epoca era l’amministratore delegato del gruppo, non vedeva vie d’uscita: ‘Cavaliere dobbiamo portare i libri in tribunale’… I fatti poi, per fortuna, ci hanno dato ragione e oggi posso dire che senza la decisione di scendere in campo con un suo partito, Berlusconi non avrebbe salvato la pelle e sarebbe finito come Angelo Rizzoli che, con l’inchiesta della P2, andò in carcere e perse l’azienda”. Giuliano Ferrara: “Sì, Berlusconi è entrato in politica per impedire che gli portassero via la roba”. E Fedele Confalonieri: “La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l’accusa di mafia. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento (per prescrizione, ndr) nel Lodo Mondadori!”.

Il 29 marzo 1994, all’indomani della vittoria elettorale, il neopremier B. s’impegna solennemente a risolvere il conflitto d’interessi, affidando le sue aziende a un fondo cieco (blind trust). E giura: “Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta”. Invece parte subito all’assalto di Viale Mazzini per costringere il Cda a dimettersi due anni prima della scadenza di legge. E spiega spudoratamente al Corriere che la Rai non deve fare concorrenza a Fininvest: “La Rai è un servizio pubblico, non dovrebbe curarsi di andare a raggiungere il massimo di ascolto, casomai coprire i vuoti che le tv commerciali lasciano aperti”.

Il 26 giugno si riuniscono in gran segreto ad Arcore i manager di Publitalia (concessionaria pubblicitaria del Biscione, capitanata da Marcello Dell’Utri) ed esaminano il piano triennale di risanamento della Rai appena proposto da Demattè al ministro delle Poste, Giuseppe Tatarella (An). Il progetto prevede una serie di aumenti automatici del canone legati al costo dei programmi trasmessi e la crescita del 5% annuo del fatturato pubblicitario. E viene confrontato con un documento top secret di 17 pagine elaborato dal Biscione: se Rai cresce ancora, Fininvest tracolla. Quindi i Publitalia Boys bocciano il piano Demattè: i vertici Rai – sostengono sdegnati gli uomini del Cavaliere – osano proporsi “come un concorrente commerciale per gli operatori privati, in contraddizione con la sua funzione istituzionale di servizio pubblico… Non è accettabile che la Rai si ponga un obiettivo di audience generalizzata del 45%… Il piano dovrebbe invece prevedere la significativa riduzione degli investimenti e, genericamente, del livello di spesa”.

Così i manager berlusconiani, nella residenza del capo del governo, decidono che deve fare la Rai: non l’aumento dei ricavi pubblicitari, ma il loro “contenimento”: “Si potrebbe imporre un tetto tra i 100 e i 1.100 miliardi di lire annui”. Più precisamente: “1.050 miliardi nel ’95 e 1.100 nel ’96”. Al resto provvedono gli altri uomini del Cavaliere: quelli che a Roma siedono sui banchi del governo, della Camera e del Senato. Letta è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. E Ferrara ministro dei Rapporti con il Parlamento.

(1 – Continua)

 

Abruzzo, c’è la data delle Regionali: si vota il 10 febbraio

Per le elezioni abruzzesi ora c’è una data ufficiale: il presidente vicario della Regione Giovanni Lolli ha fissato al 10 febbraio 2019 la data per l’elezione della giunta e per il rinnovo del consiglio regionale. Oggi Lolli firmerà il decreto di fissazione della data delle elezioni con la conseguente convocazione dei comizi elettorali. L’Abruzzo è quindi la prima Regione che torna alle urne nel 2019 per trovare il sostituto dell’ex governatore Pd, Luciano D’Alfonso, che a inizio agosto ha lasciato la presidenza optando per la poltrona di senatore. Le elezioni abruzzesi potrebbero essere un test sulla tenuta della coalizione di centrodestra: in un primo tempo la Lega aveva deciso di andare da sola, chiudendo anche a livello locale l’alleanza con Forza Italia e Fratelli d’Italia, ma il riavvicinamento tra Salvini e Berlusconi dovrebbe far rimescolare le carte. La data scelta per le urne è stata fortemente criticata dalla stessa Forza Italia, che si aspettava di andare a votare già entro dicembre 2018. Gli azzurri hanno annunciato ricorso al Tar.

L’accordo con B. parte da Foa, Cinquestelle irritati

Il Movimento finora si era tenuto distante dallo scontro sul presidente della Rai. Incassato il posto più importante, con l’ad Fabrizio Salini, Luigi Di Maio è sempre stato dell’idea di non occuparsi della presidenza.

Questo fino a ieri. Perché ora i pentastellati in questa partita ci entrano, e a gamba tesa, minacciando di non votare Marcello Foa se la contesa dura troppo. Che sarebbe un bel problema, visto che i voti dei parlamentari grillini sono necessari per raggiungere la maggioranza dei due terzi in commissione di Vigilanza. A non andar giù al M5S non è stato tanto il vertice di centrodestra andato in scena domenica sera ad Arcore tra Berlusconi e Salvini, ma che nell’incontro l’alleato leghista abbia rassicurato l’ex Cav. su ciò che il governo intende e non intende fare su tv ed editoria.

Un riequilibrio del sistema pubblicitario tra tv e carta stampata – e quindi un tetto allo strapotere di Mediaset – era stato annunciato, con un’intervista al Fatto, dal sottosegretario alla Presidenza con deleghe all’Editoria, Vito Crimi. Berlusconi, preoccupatissimo, ha chiesto rassicurazioni a Salvini e Giorgetti, ricevendo un feedback positivo: tranquillo Silvio, non c’è nel contratto di governo, non se ne farà nulla. Via libera di B. a Foa, dunque, in cambio di una tutela per Mediaset. Tutto ciò, però, ha provocato la reazione grillina. Dallo staff di Di Maio si fa trapelare “una forte irritazione per il fatto che si parli di garanzie a Berlusconi”. Il leader forzista, secondo il M5S, “non potrà mettere in alcun modo le mani sulla Rai, non avrà reti o tg”. Ma si fa anche sapere che “su Foa il tempo scade questa settimana e non si accetteranno altre perdite di tempo: se non ce la farà, ce ne faremo una ragione”.

Questa sera o domani, probabilmente ad Arcore, Berlusconi e Salvini si vedranno di nuovo per il sì definitivo a Foa, questa volta anche con Giorgia Meloni, irritata per non essere stata invitata domenica. “Se bisogna parlare delle alleanze per le Regionali e del futuro del centrodestra, allora devono essere presenti tutte le forze del centrodestra”, fanno sapere da FdI. L’ex Cavaliere e Meloni, però, oltreché sulle Regionali, chiederanno lumi sul futuro dell’alleanza. “Fino alle Europee non c’è alternativa a questo governo”, ha detto domenica sera Salvini a B. “Il centrodestra ha bisogno di essere rifondato e rilanciato. Per questo deve tornare unito anche a Roma. Conviene a Salvini continuare a stare al governo con una forza politica che ha preso ormai una deriva a sinistra?”, si chiede Fabio Rampelli.

Tornando alla Rai, la strada per Foa presidente, se l’accordo verrà confermato, è già tracciata: domattina è convocata la Vigilanza per votare la risoluzione che chiede al Cda di esprimersi su un nome, iniziativa che, in caso di via libera da Arcore, rischia di innescare un effetto a catena; già questa settimana potrebbe riunirsi il cda Rai (la cui convocazione può avvenire “per motivi urgenti” anche con sole 24 ore di anticipo) per rivotare Foa.

“Luigi, non è come sembra”. La pochade ora è al governo

All’apice della popolarità, Donald Trump disse che avrebbe potuto stare in mezzo alla Quinta Strada e sparare a qualcuno, senza perdere nemmeno un elettore. Un po’ come Matteo Salvini che può permettersi di concordare nelle stesse ore l’agenda di governo con Di Maio e quella dell’opposizione con Berlusconi, senza che nessuno abbia nulla da obiettare. Anzi, c’è un’ovazione quando fa il suo ingresso nello studio di Barbara D’Urso, nel cuore di quella Mediaset che, molto teoricamente, potrebbe costituire il nocciolo duro della legge sul conflitto d’interessi citata (e poi dimenticata) a pagina 15 del contratto di governo tra Lega e Cinquestelle.

Scrive il Corriere della Sera che “il sistema solare di Salvini prevede la congiunzione astrale con Di Maio per il governo nazionale e un’orbita satellitare di Berlusconi per le amministrazioni locali”. Dunque il Salvini planetario, che “finché dura è una pacchia”, durerà, certo che durerà, perché al momento non c’è nessuno, nella maggioranza come nell’opposizione, con gli attributi necessari per contestare al “Capitano” comportamenti che sono una vera barzelletta politica.

Infatti, l’incontro al chiaro di luna di domenica sera ad Arcore ricorda quel famoso marito beccato dalla consorte a letto con l’amante, che non si perde d’animo e dice: ‘Cara, non è quello che tu pensi’. Con la differenza che in questo caso non si capisce bene chi sia il cornuto. Grazie al quotidiano bombardamento nucleare di tweet, Facebook, Instragram nessuno si ricorda più se il vicepremier alfa dell’esecutivo gialloverde sia tuttora anche il capo della fantasmagorica coalizione di centrodestra. Divisa, come la Gallia di Giulio Cesare, in partes tres: governo, opposizione e un po’ di qua e un po’ di là (Fratelli d’Italia). Ma ben decisa a fare squadra. E se esista ancora un nesso tra quel Salvini al 17%, che cinque mesi fa nelle consultazioni al Quirinale parlava sotto dettatura di B., e il Salvini dell’odierno 32% intenzionato a prendersi tutto il cucuzzaro.

Certo che un nesso c’è e si chiama televisioni. Apprendiamo, infatti, che Berlusconi (che quando parla dei suoi affari ritorna vispo e gioioso come un putto) in cambio del sì alla nomina alla presidenza della Rai del suo ex dipendente Marcello Foa, avrebbe ottenuto ampie rassicurazioni sulla robba. Nessuna stretta sui tetti pubblicitari ammessi nelle tv private (intervista del sottosegretario M5S Vito Crimi al Fatto). Conferma che alle prossime Regionali (Abruzzo e Basilicata) Lega e Forza Italia si presenteranno come sempre a braccetto.

Purtroppo, non eravamo nel luogo dell’idillio ma abbiamo come un vago sentore che, in quell’augusta dimora, soltanto accennare al conflitto d’interessi sarebbe stato come bestemmiare dentro San Pietro. E Salvini è uomo pio. Inoltre non ci sorprenderebbe affatto se, come leggiamo in un retroscena, alla fine della cenetta il padrone di casa avesse detto all’ospite: “Ma da ora voglio essere coinvolto nelle scelte” (Repubblica).

Al che immaginiamo che il furbo Matteo si sarà fatto due conti in tasca. Perché se è vero che lui possiede tanti voti, l’altro ha tanti soldi (oltre a tutto il resto). A uno che deve restituire alla Stato 49 milioni di euro non conviene alzare tanto la cresta. Con tutto ciò comprendiamo il fatalismo dei vertici grillini che alla notizia della fuitina di Salvini avrebbero freddamente commentato: fatti loro. Come in ogni coppia aperta che si rispetti.

Che altro possono fare? Aprire un conflitto con il contraente verde per servirgli sul classico piatto d’argento la scusa per andare a nuove elezioni, con tutti gli assi in mano? Più prudente abbozzare. Del resto, Conte, Di Maio e compagnia cantante con tutti i loro casini, rimangono il solo argine per impedire il dilagare del salvinismo di lotta e di governo. Lo diciamo soprattutto a quelli del Pd che gridano ogni momento al fascismo, nazismo, razzismo e alla democrazia in pericolo. Forse ci sono delle ragioni per farlo ma dovevano pensarci prima.

Quando, dopo il 4 marzo, la maggioranza tra Cinquestelle e Democratici sommava 51,4 % contro il 35,8 del centrodestra. Ancora oggi, secondo i sondaggi, malgrado il calo di entrambi, Pd e Cinquestelle avrebbero insieme il 46,7% contro il 41,6% di Lega, FI, FdI.

Intanto al Nazareno i vari Renzi, Calenda e Zingaretti preferiscono passare il tempo organizzando allegre bicchierate contrapposte. Come nelle sfide tra scapoli e ammogliati.

P.S. Siamo convinti che se oggi Salvini scendesse in strada e si mettesse a sparare (in aria) andrebbe facile al 40%

Ancora corruzione: per Formigoni un altro processo

Nuovo processo per corruzione per l’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni. Il gup di Cremona, Paolo Beluzzi, lo ha rinviato a giudizio nell’ambito dello stralcio del procedimento sul “caso Guarischi” assieme all’ex direttore generale della sanità lombarda Carlo Lucchina, che risponde solo di turbativa d’asta. Il dibattimento si aprirà davanti il prossimo 27 novembre. Un terzo imputato, l’ex sottosegretario regionale Paolo Alli, è stato invece prosciolto. Formigoni, che attende domani la sentenza d’appello per il caso Maugeri/San Raffaele dopo la condanna a 6 anni in primo grado, a Cremona è accusato di aver ricevuto dall’ex consigliere lombardo di Fi Massimo Gianluca Guarischi utilità per 447 mila euro, in cambio di un “trattamento preferenziale” alla Hermex dell’imprenditore Giuseppe Lo Presti per una fornitura senza gara in campo oncologico. Secondo l’accusa all’ex governatore furono corrisposti contanti, un orologio di lusso, 7 mila euro per un viaggio in Sudafrica, 11.900 euro e 17.910 euro per due vacanze in barca in Croazia, il noleggio di un aereo per Olbia (quasi 12 mila euro) e di due elicotteri, uno per la Valtellina e l’altro per Saint Moritz (quasi 14 mila), oltre a pranzi e cene.

Maroni, la sentenza del caso Carluccio. “Assunta per compiacere il presidente”

Il caso giudiziario che ha coinvolto l’ex governatore lombardo Roberto Maroni si chiarisce in 90 pagine di documento redatto dai giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Milano. Condanna a un anno per aver fatto assumere Mara Carluccio in Eupolis, società partecipata dalla Regione, assolto dal reato più grave (induzione indebita) che avrebbe prodotto la decadenza dalla carica per la legge Severino.

Il fatto non sussiste. Partiamo dall’inserimento in Expo di Maria Grazia Paturzo con tanto di viaggi del World Expo Tour (Wet). Missioni internazionali andate a buon fine e alcune fallite, come quella di Tokyo. Nulla di penalmente rilevante secondo i giudici che però smentiscono Maroni e confermano il rapporto affettivo tra lui e la Paturzo. Rapporto confermato da alcuni messaggi telefonici trascritti in sentenza. Il ruolo di Paturzo all’interno di Expo era marginale. Nulla di operativo, tanto che è la stessa signora, al telefono con la sorella, a confermarlo. “Sto ancora in ufficio – dice – sto producendo questa relazione da dare alla società (…) . Non ho fatto un cazzo, non so cosa ci devo mettere dentro, terribile”. Il 31 dicembre 2013, Paturzo scrive a Maroni: “Per il 2014 ti auguro il giro del mondo più bello, il Wet. Ti voglio bene tanto, mille baci di felicità”. Risponde Maroni: “Voglio fare l’Mgt”.

Riscrive Maria Grazia Paturzo: “Io ci sto! Per l’Mg tour”. Mg sono le iniziale di Maria Grazia, usate in altri sms dallo stesso Maroni. Il 27 gennaio la Paturzo al presidente: “Posso prenotarti per una megasupercolazione a domicilio? Garantisco croissant al cioccolato e coccole”. Il 6 marzo, scrivono i giudici, i due sono nella stanza 119 dell’hotel Bernini di Roma e stanno facendo colazione. Nell’insieme la conferma, secondo la corte, che tra i due ci fosse ben più che amicizia. Questo, però, non influenza il giudizio di merito. Maroni non è colpevole per il reato di induzione indebita. Secondo l’accusa, uno dei passaggi cruciali dove si consumerebbe il reato, sta negli ultimi giorni di maggio del 2014, poco prima della partenza per Tokyo. Con Giacomo Ciriello, ex capo della segreteria politica del governatore leghista, che, su indicazioni dello stesso Maroni, chiede a Christian Malangone, manager di Expo, di inserire la Paturzo nel viaggio. Scrive Ciriello: “Il pres, ci tiene”. Una frase intesa dall’accusa come pressione. Interpretazione che non convince i giudici, i quali non trovano nemmeno lo spazio per individuare i benefici che Malangone potrebbe ricavare. Per la condanna a un anno per turbata libertà del contraente, il ragionamento dei giudici è chiaro: è “inequivocabile” che la commissione dell’ente di ricerca regionale Eupolis che ha valutato il curriculum di Mara Carluccio abbia scelto proprio lei “all’esclusivo scopo di compiacere” l’ex governatore della Lombardia che ha perseguito il suo “interesse personale”.

La norma per il cognato di Renzi può salvare Bossi

Il conto alla rovescia è cominciato. La Lega di Matteo Salvini ha tempo fino al 30 novembre 2018. Poi, se non interverrà, farà morire il processo di Milano sui soldi pubblici del partito usati per fini privati dal suo ex tesoriere, Francesco Belsito, dal suo fondatore, Umberto Bossi, e dal figlio Renzo. È una parte di quei 49 milioni di fondi pubblici di cui i magistrati chiedono la restituzione o il sequestro, perché ritengono siano stati incassati dal partito in modo illegittimo, cioè con rendiconti falsi.

La Corte d’appello di Milano ha mandato una lettera al legale rappresentante della Lega, cioè Salvini, in cui spiega la situazione. Una modifica del codice penale contenuta nella riforma Orlando della giustizia e introdotta dal governo Gentiloni in zona Cesarini, il 21 marzo, due giorni prima dell’insediamento del nuovo Parlamento, ha stabilito che il reato di appropriazione indebita non è più perseguibile d’ufficio, com’era finora, ma soltanto in seguito a querela della parte offesa. Un cambiamento che potrebbe essere utile al cognato di Matteo Renzi, Andrea Conticini (sposato con sua sorella Matilde) e ai suoi fratelli Alessandro e Luca, indagati dalla Procura di Firenze con l’accusa di aver dirottato su conti privati circa 6,6 dei 10 milioni di dollari raccolti per finanziare attività benefiche in Africa.

L’accusa, almeno per Alessandro Conticini, è appropriazione indebita aggravata. La stessa contestata a Milano a Umberto Bossi, a suo figlio Renzo e a Belsito. Niente più procedibilità d’ufficio: se dunque la Lega non presenta, entro tre mesi, una querela nei confronti del fondatore del partito e di quelli che allora erano il suo tesoriere e il suo successore designato (“Renzo? Non è proprio il mio Delfino, ma almeno il Trota”), il processo d’appello non potrà neppure iniziare. La lettera è stata firmata dalla presidente della quarta sezione penale, Cornelia Martini, in data 21 maggio 2018. I tre mesi sarebbero dunque già scaduti il 21 agosto e la partita sarebbe già chiusa. Ma gli uffici giudiziari milanesi hanno tenuto nel cassetto la lettera fino agli ultimi giorni d’agosto e – dopo un sollecito ricevuto dalla presidente della Corte d’appello Marina Tavassi – l’hanno notificata in via Bellerio a Milano, sede del Carroccio, soltanto il 31 agosto. Così il termine di tre mesi scatterà il 30 novembre. Intanto però la prima udienza del processo d’appello è già stata fissata per il 10 ottobre. Quel giorno, la presidente Martini non potrà far altro che rinviare il dibattimento a dopo il 30 novembre. A meno che Salvini non voglia stupirci con effetti speciali e presentare querela contro Belsito e i due Bossi prima del 10 ottobre. Improbabile, vista l’aria che tira ai piani alti del Carroccio. Alla domanda del Fatto se il partito interverrà, la risposta è stata: “Al momento, no comment”.

Il processo milanese è gemello di quello in corso contro Belsito e i Bossi a Genova, in cui sono contestati altri reati che non richiedono la querela di parte e che dunque arriverà alla sentenza d’appello probabilmente a novembre. Il procedimento di Milano, invece, in primo grado ha stabilito condanne per 2 anni e 3 mesi a Umberto Bossi, per 1 anno e 6 mesi al figlio Renzo e per 2 anni e 6 mesi a Belsito. L’inchiesta, chiamata “Family”, era stata avviata nel 2012 dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai sostituti Paolo Filippini e Roberto Pellicano.

Aveva preso il nome da una cartellina sequestrata dai magistrati a Belsito, su cui era scritto, appunto, “Family”: conteneva la documentazione delle spese sostenute con soldi pubblici per gli interessi privati della famiglia Bossi: la ristrutturazione della casa del senatur a Gemonio, le multe del “Trota”, la sua “laurea” comprata in Albania, l’operazione di rinoplastica dell’altro figlio, Sirio… Circa 500 mila euro, a cui – secondo l’ipotesi d’accusa – si aggiungono 2,4 milioni intascati da Belsito tra il 2009 e il 2011. Le motivazioni della sentenza di primo grado stilate dal giudice Maria Luisa Balzarotti affermano che Umberto Bossi sarebbe stato “consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro” del partito, proveniente “dalle casse dello Stato” ma usato “per coprire spese di esclusivo interesse personale”, suo e della sua famiglia. In primo grado, la Lega non si era costituita parte civile a dunque aveva rinunciato a chiedere i danni al suo fondatore. Ma il procedimento era andato avanti ugualmente perché il codice non imponeva la querela di parte. Ora invece la esige. E alla prima udienza del processo d’appello, il 12 ottobre, la presidente Martini non potrà far altro che rinviare a dicembre, quando saranno scaduti i tre mesi concessi al partito per querelare. Allora, salvo miracoli, il processo ancora in culla morirà.

La destra, la sinistra e la patente

Forse tra poco mi daranno la patente di guida. L’esame di teoria l’ho superato perché ho copiato tutto da Manolita, la logica dei quiz non mi è congeniale, troppi trabocchetti! Ma l’unico vero neo è l’esame di pratica, perché io ho un piccolo problema: confondo la destra con la sinistra. Eppure ho buona dimestichezza con i pedali, stacco la frizione morbidamente, sono prudente e rilassata e sono campionessa di parcheggio. L’istruttore era disperato durante le lezioni, mi diceva di svoltare a destra, io indugiavo, frenavo, ripartivo e svoltavo a sinistra. È che devo guardarmi le mani per essere sicura. Con quale mano mangio la zuppa? La destra. E poi un po’ strimpello la chitarra, quindi associo la destra alla mano che pizzica le corde e la sinistra a quella che compone gli accordi. Solo che alla guida non posso guardarmi le mani, quelle devono stare ben salde sul volante e non posso neanche portarmi la chitarra, o guidi o suoni! Che Dio me la mandi buona. L’esaminatore è alto, elegante e austero, mi ricorda Daniele Piombi dai Giardini Naxos. Salgo sulla Uno rossa della scuola guida e mi appronto a seguire le indicazioni. Il rettilineo lo percorro tranquilla, rallento al semaforo giallo, riprendo e conduco come una veterana. A un certo punto la fatidica frase: “Giri a destra signorina”. Oddio, e adesso? La zuppa, la zuppa, la zuppa. Mi agito, vado nel pallone, inchiodo, riparto e giro… a sinistra! L’esaminatore frena con il pedale d’emergenza, io arrossisco e lui rimane impassibile. “Mi scusi, è che ho problemi con la destra e la sinistra”. Lui tace, io tento una battuta: “Anche quando vado a votare, sa, prima devo guardarmi le mani. Ah, ah…”, ma non ride. Bocciata! Chissà forse è democristiano e l’ha presa male. È chiaro: l’esaminatore è di centro, e poi si sa i democristiani sono la maggioranza.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Marciare su Roma non è necessario, Augusto insegna

Il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici è stato molto duro, non tanto con l’Italia quanto con i nazionalisti, oggi definiti “sovranisti” da una suadente semantica, nell’ammonire l’opinione pubblica sui tanti “piccoli Mussolini” in giro per la Vecchia Europa. E, in effetti, al di là delle aspre e risentite prese di posizione italiane, non c’è da star tranquilli a fronte dei clangori sovranisti contro un’Europa, che nonostante le nubi continua a non farsi amare mentre la stragrande maggioranza degli europei vorrebbe più politica, più unità, più solidarietà e meno finanza. Eppure all’indomani del voto contro il regime illiberale di Orban, Moscovici ha colto un punto essenziale, cioè che sia Hitler sia Mussolini, nonostante alcune vulgate storiografiche, non siano giunti al potere attraverso strappi, rotture costituzionali o colpi di Stato, ma mediante elezioni, nel primo caso, o attraverso legittime dinamiche costituzionali, nel secondo caso. Persino passaggi cruciali della storia antica di Roma, come l’avvento al potere di Ottaviano Augusto, continuano a esser letti con occhiali deformanti che non aiutano neppure a comprendere il presente. Ottaviano non condusse una marcia su Roma ante litteram, come la caricatura messa in atto dalle camicie nere 2000 anni dopo. Augusto, il fondatore del principato, divenne gradualmente il “padrone” della res publica attraverso decisioni degli organi costituzionali del tempo (Senato e assemblee popolari), affiancando poi a essi, come ricorda Svetonio, nuovi fundamenta rei publicae, cioè nuove istituzioni per rendere più stabile la repubblica romana (Svetonio, Vita di Augusto 28.3). E questa è tutta un’altra Storia!