I “buchi neri” della Cina di Xi, dove spariscono i dissidenti

Michael Caster è uno studioso dei diritti umani e un militante appassionato. Quanto avviene in Cina è il centro della sua attività. La fotografia che offre sulla situazione attuale è questa: “Nell’era di Xi Jinping, l’assalto della Cina ai gruppi che si occupano di diritti umani ha raggiunto punte estreme, non viste neanche ai tempi del movimento pro democrazia del 1989 (la protesta e la strage di centinaia di giovani a piazza Tien An Men, ndr). Insieme ai progressi tecnologici, possibili anche per la complicità di società non cinesi, si è verificato un aumento senza precedenti nella capacità di controllo da parte della polizia e dello Stato”.

Chi immaginava che la politica imperiale del leader cinese avrebbe portato oltre che crescita economica anche qualche libertà nel Paese, dovrebbe leggere il saggio di Carter sui protagonisti del movimento per i diritti umani che sono stati vittime della repressione del regime capital-comunista. Si tratta di dodici storie di militanti per i diritti umani, in gran parte avvocati che avevano tra i loro clienti dissidenti accusati di “sovversione” ed “incitamento al disordine”. Undici di queste sono state scritte in prima persona dai protagonisti, tutti scomparsi nel nulla e riaffiorati dopo mesi davanti ai tribunali o con l’annuncio che erano sotto “sorveglianza in località designate” e “sotto inchiesta per crimini contro la sicurezza dello Stato”. Una storia è stata scritta da Carter: quella di Xie Yang, avvocato della regione dello Yunan che aveva difeso molti attivisti. Scomparso nel 2015, dopo sei mesi di detenzione non comunicata, incontrò un legale e raccontò terribili torture. Ma al processo nel 2017 dichiarò di essere stato manipolato da potenze straniere e negò le torture subite, confessando le “colpe”.

Molti hanno ceduto a pressioni e privazioni nei “buchi neri”, le prigioni segrete dove i militanti vengono segregati. Molti altri non si sono piegati e sono scomparsi nel nulla, come l’avvocato Wang Quanzhang, sequestrato nel 2015 e riapparso a luglio del 2018 solo attraverso il racconto di un altro dissidente che sostiene di averlo visto nel centro di detenzione di Tianjin. La svolta repressiva è del 2015, quando il regime di Xi Jinping decise un’operazione in grande stile contro gli oppositori. Pochi mesi prima c’era stato un grande risveglio del movimento pro democrazia in ricordo di Tien An Men. Il governo cinese prese di mira soprattutto coloro che difendevano in giudizio gli attivisti perché rappresentavano un pericoloso passaggio che avrebbe amplificato in ogni momento la protesta portandola dalla piazza al luogo deputato per l’atto finale della repressione, il tribunale. Scomparvero decine di avvocati e, a seguire, le loro famiglie furono oggetto di intimidazioni e rappresaglie, giunte fino a viltà come negare l’iscrizione alla scuola elementare al figlio di un dissidente.

Fu con quello che è stato definito il “709 crackdown” che venne alla luce il nuovo sistema di repressione, ovviamente definito nel codice penale. È la norma chiamata con il suo abbreviativo Rsdl, ovvero “sorveglianza residenziale in un luogo designato”: puoi essere prelevato e sparire in un buco nero della detenzione senza regole, perché la Rsdl stabilisce che la polizia non è obbligata a comunicare il luogo di detenzione, il diritto a ricevere la visita di avvocati e parenti è sospeso, neanche il magistrato può visitare il detenuto “per non ostacolare le indagini”.

Si tratta di un arbitrio totale, nato per riparare la falla che si era creata nel 2003 quando era in vigore il cosiddetto “custodia e rimpatrio” che permetteva alla polizia di arrestare chiunque senza dover comunicare il fatto. Accadde però che nel marzo del 2003, Sun Zhigang, lavoratore emigrato dalle campagne alla città di Guangzhou, morì in seguito ai maltrattamenti subiti dopo un arresto non reso pubblico. Ne seguì, in una non prevista catena di eventi gestiti da persone perbene, il processo ai poliziotti e la condanna delle autorità a risarcire il danno. Bisognava evitare altri avvenimenti simili. Ed ecco la Rsdl.

Oggi, alle meraviglie sbandierate da Xi Jinping della nuova via della seta, del progresso economico, degli aiuti miliardari all’Africa, fa da contraltare una guerra sistematica e senza tentennamenti contro qualsiasi atto che metta in discussione le libertà civili negate, la censura, la libertà di religione. La macchina repressiva si muove lungo cinque direttrici e altrettanti obiettivi: i militanti dei diritti umani a cominciare dagli avvocati; tutti coloro che cercano di usare la rete per conquistare spazi di libertà, discussione e critica al regime; gli autonomisti del Tibet, con i monaci al primo posto; gli uiguri di religione musulmana che vivono nello Xinjiang, il nord ovest della Cina; i democratici di Hong Kong che si rifiutano di piegarsi all’arbitrio di Pechino.

Se gli avvocati scompaiono nei “buchi neri”, coloro che cercano libertà attraverso la rete se la devono vedere con la censura che ha trovato un inaspettato alleato nelle grandi società occidentali del settore a cominciare da Apple e Google: la prima ha accettato di chiudere i Vpn – le reti di comunicazioni private – utili per bypassare la censura, la seconda fornisce al governo tutte le informazioni sugli utenti e sulle loro attività in rete. Sul Tibet c’è sempre una cappa di piombo, e l’ultima invenzione per stroncare la protesta degli uiguri dissidenti, accusati di terrorismo solo perché musulmani, è quella dei campi di rieducazione religiosa. In questa situazione, il disinteresse sempre più manifesto dei Paesi occidentali alimenta la repressione. Abbagliati dal miraggio di fare affari coi cinesi, i governi statunitense ed europei hanno messo nel cassetto politiche attive di sostegno ai diritti umani in Cina. Basterebbe vedere le tiepide reazioni alla notizia che il dissidente e premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo era morto (luglio 2017) per tumore, in stato di detenzione in ospedale, e la moglie era scomparsa in qualche “buco nero” della polizia. Il regime di Xi ha approfittato di questa ritirata occidentale.

Nell’aprile 2017 Dolkun Isa, attivista uiguro, è stato cacciato dalle Nazioni Unite mentre era in attesa di parlare di minoranze etniche. Tre mesi dopo, a Roma, mentre si recava al Senato dove era stato invitato, Isa è stato fermato da agenti in borghese e portato via per le procedure di identificazione. La lunga mano del regime fa di tutto per portare dalla sua parte gli altri governi. A giugno del 2017 era atteso un intervento dell’Unione europea all’assemblea annuale del Consiglio per i diritti umani delle Onu di Ginevra. Ma la Ue non ha parlato perché la Grecia ha posto il veto a un discorso in cui si criticava la Cina per la violazione sistematica dei diritti umani. Pochi giorni dopo, sempre Atene, si è opposta a controlli più accurati sugli investimenti cinesi nella Ue. Atene ha spiegato che il suo governo non è mai d’accordo con iniziative che contengano “critiche non costruttive”. Ma la verità sta nei 500 milioni di euro che Pechino ha pagato per il porto del Pireo e nei contratti milionari che il premier Alexis Tsipras ha firmato in Cina.

Con omicidi e “affari” la Russia di Putin dilaga in mezza Africa

Sopra la terra. Al loro funerale a Mosca, gli amici che stringevano tra le mani i ritratti in bianco e nero, erano vestiti dello stesso colore. Sotto la terra. Tre tombe, tre giornalisti russi, tre omicidi in un’imboscata sotto i cieli d’Africa ad inizio agosto. Tre lapidi: Orkhan Djemal, ex reporter di Novaya Gazeta (lo stesso giornale di Anna Politkovskaja, uccisa a Mosca nel 2006), corrispondente veterano di guerre d’Africa, il suo cameraman Kiril Radchenko e Aleksandr Rastorguev, autore di un documentario sull’opposizione russa. Proprio come la loro patria, la Russia, anche l’Africa si è rivelata terra fatale per i giornalisti. Sono morti nell’ex colonia francese, la Repubblica Centrafricana, a 300 km da Bangui, la capitale, lungo la strada sabbiosa per Sibiut. Uccisi in quella che le forze dell’ordine del luogo hanno bollato come rapina, ma che ai loro colleghi sembra un’imboscata.

È una storia russa di armi e soldati sopra la terra, di oro, uranio e cadaveri sotto. I giornalisti indagavano sui mercenari russi spediti nella zona, ma come tutti quelli che si avvicinano ai contractor del gruppo Wagner, sono tornati indietro cadaveri. Già avvistati in Siria e Ucraina, i Wagner sarebbero foraggiati anche in varie zone d’Africa dallo “chef di Putin”, l’oligarca Yevgheni Prigozhin, amico del presidente. Il Cremlino smentisce da sempre non solo il legame con i mercenari, ma la loro stessa esistenza. Prima di morire i tre giornalisti russi si dirigevano forse proprio alla base Wagner in cui avevano già una volta provato ad entrare o forse, scrive Vedomosti, alla miniera di Ndassim, ex base dei gruppi armati musulmani Seleka.

Ancora un tre. Dopo tre settimane dal loro assassinio, invece di investigare la loro morte, Mosca ha firmato un accordo di espansione della cooperazione militare con il Paese dove i tre reporter hanno perso la vita. È il ministro della Difesa Serghey Shoigu ad agosto a dichiarare che nuovi accordi col Centrafrica “hanno rafforzato i legami nella sfera della difesa tra i due Paesi”. Il governo centrafricano ha un potere di controllo molto limitato sul suo stesso territorio, per gli scontri tra bande armate di cristiani e coalizioni di milizie musulmane. La Russia si propone come garante di protezione parziale di equilibri, di cessate il fuoco conciliatori e come intermediaria con le milizie ribelli che occupano le miniere. Mosca offre ciò di cui abbonda. Forgiati nelle lande siderali dagli Urali all’estremo Est, i fucili russi diventano roventi sotto il sole dei deserti. Vengono impugnati dalle Faca, le forze armate della Repubblica Centrafricana. Le armi sono state consegnate con il consenso Onu dopo le pressioni di Mosca, nonostante l’embargo del 2013.

La Russia offre difesa, ma anche protezione ed “esperienza”. Armi e uomini: istruttori ufficiali dell’esercito. O i Wagner, ma nessuno può provarlo e chi ci ha provato è morto. Mentre il mondo li osserva sugli schermi nelle guerre d’Ucraina e di Siria, sono in pochi a notarli laggiù: pallidi ragazzi russi in divisa mimetica tra le dune sabbiose del continente nero. Ma solo almeno 175 gli istruttori di Mosca in Centrafrica e su di loro investigava il trio di reporter del gruppo Icm, Investigation Management Center: la fondazione finanziata da Mikhail Khodorkovsky, magnate del petrolio della compagnia Yukos nella sua prima vita, detenuto politico in Siberia perché nemico di Putin nella seconda e russo in esilio nella dorata Londongrad nella sua terza ed ultima esistenza, dedicata alla sovvenzione di media indipendenti che indagano sugli “affari” del Cremlino.

Quando le sanzioni anti-russe hanno ridotto i flussi di denaro in entrata ed uscita verso Europa e America, quando l’urgenza economica è diventata somma, i russi hanno cominciato a voltare piano le spalle all’ovest, cercando nuovi alleati più sud. Il 2018 è stato per Mosca l’anno di accordi sotterranei in Africa che sono diventati negoziati firmati in conferenze ufficiali. Zimbabwe, Sudan e Centrafrica, non amati dall’ovest e dalle sue sanzioni, ora sono legati alla diplomazia militare del Cremlino.

E se oggi la Russia è in Africa è anche perché ieri l’Africa era in Russia: nelle università sovietiche l’educazione era gratuita come la formazione politica per attivisti dei movimenti di liberazione o per guerriglieri comunisti in armi in arrivo dal Senegal fino al Mali, che poi tornavano indietro con dottrina, istruzione e appoggio finanziario per le rivolte popolari. Rispolverare quei legami storici, rinsaldare i vecchi contatti della Guerra fredda, dopo il ritiro delle risorse dal continente per il collasso dell’Unione sovietica è stato difficile, ma non troppo. Se oggi Mosca media tra Centrafrica e gruppi armati in Sudan, senza l’Unione africana stessa, è per tentare di riservarsi una via d’accesso privilegiata a riserve di diamanti, oro, uranio nelle zone al momento controllate dai ribelli.

Sono state le visite ufficiali di Serghey Lavrov e Valentina Matviyenko, presidentessa del Consiglio federale russo, a rendere saldi tutti questi rapporti lo scorso marzo. Dall’Angola al Namibia, dal Mozambico all’Etiopia, fino allo Zimbabwe. Accordi di cooperazione militare reciproca e di perforazione per la ricerca di minerali sono stati stretti come le mani del ministro degli Esteri russo ai suoi colleghi omologhi africani. Ora lungo tutto il Corno d’Africa sulla mappa c’è l’ombra di Mosca, che solo una settimana fa ha chiesto la rimozione delle sanzioni al Consiglio di Sicurezza “per i processi di regolarizzazione e i profondi cambiamenti positivi degli ultimi anni, in particolare tra Eritrea ed Etiopia che hanno ripreso i contatti diretti”. A quelle latitudini diplomazia e commercio vengono confusi spesso o combaciano del tutto. Non si dove, non si sa quando, si sa solo che succederà: è stato riferito a inizio di questo settembre dalla Duma russa di uno sbocco militare sul Mar Rosso e una base logistica russa è in fase di avvio in Eritrea.

Sotto la terra d’Africa i russi scavano e cercano: idrocarburi, diamanti, uranio, oro, tutto ciò di cui l’Africa è piena. Sopra la terra li armano. Più che un omicidio di tre reporter, ad agosto c’è stato un assassinio del giornalismo nel continente e il lavoro dei tre sulle armi russe in Africa non è stato continuato da nessuno. Erano andati ad investigare sui Wagner, poi nessuno è andato ad investigare sulle loro morti.

Ma chi come me vuole bene a Mussolini, non lo rivede certo in Salvini né in altri

Pierre Moscovici, il commissario europeo che per insultare dà del Mussolini ai gialloverdi del governo italiano, mi ricorda quelli che al mio paese davano del “frocio” a un omosessuale solo che questi, spiritoso assai, rispondeva loro: “Mi avete detto barone, mi avete detto. Onore mi fate a chiamarmi così…”. Il morto tra noi per antonomasia è sempre e solo Benito Mussolini. Proprio il caso di ripetere M.s.i., e non tanto il partito della Fiamma tricolore ormai scomparso, piuttosto il sottinteso con cui – nel dopoguerra – se ne restava pittato nei muri, nascosto nelle sigle, l’esito metafisico più che politico: Mussolini sei immortale.

Quasi come il W V.e.r.d.i. in vista del Risorgimento: la gendarmeria austriacante passava di ronda nottetempo, annotavano la passione melomane dei lombardo-veneti e questi, invece, volevano sottintendere Viva Vittorio Emanuele re d’Italia. Quasi come, anzi, di più. Non passa mai di moda, infatti, il Figlio del Fabbro.

In piedi, o capovolto – a testa in giù, nel macabro sabba di piazzale Loreto – il socialista rivoluzionario, il ragazzaccio che si unisce in coppia a diciassette anni con Rachele Guidi per poi sposarla davanti a un prete anni dopo, quando è diventato anche interventista (dopo essersi fatta la galera per avere contestato la guerra di Libia) è rimasto quello che al congresso del suo partito – il Psi – ai riformisti che ne chiedevano l’espulsione, sibilava: “Voi mi odiate perché mi amate ancora”.

Quando nelle sale arriva il film Lui è tornato nella versione italiana, adattato al Duce, c’è un inciampo falsificante, quello di incastrarlo – per annaspare con la narrazione corrente – nella questione dell’immigrazione. Ne risulta un Mussolini totalmente asincrono e non plausibile perché “Il razzismo”, per come diceva davvero lui, giusto lui che era stato emigrato, muratore in Svizzera, “è un solo problema per i popoli biondi”. Il nuovo Salvini di Maurizio Crozza si affaccia dal balcone di palazzo Venezia, a Roma, al grido di “ita-li-ani!”.

L’ora delle decisioni ir-re-vo-ca-bi-li diventa l’ora della diretta social e gli “utenti” di terra, di cielo e di mare del celebre discorso dal balcone aggiornano la folla oceanica nella forma inedita. Sono, appunto, “italiani di Twitter, di Instagram e di Facebook”.

E prende la vena giusta, allora, Antonio Scurati, scrivendo M. Il figlio del secolo (edizioni Bompiani), come un tentativo – al fondo sentimentale – di romanzo totale a uso di tutti noi: la biografia del figlio di Alessandro, il fabbro di Predappio, scritta apposta per restituirci tutti – noi che lo amiamo per odiarlo ancora, e voi tutti, la maggior parte, che lo odiate perché comunque lo amerete sempre – alla sincronia col più vivo dei morti tra noi. Non ci sono nuovi Mussolini tra noi, non ci saranno mai. L’unico è solo Lui.

Livio va in pensione, ma in municipio resterà la sua leggenda

Una pennellata sulla vita. Una striscia bianca sopra il cielo. Perché anche i vecchi leoni vanno in pensione. Alla fine c’è andato anche Livio, figura semileggendaria del Comune di Milano. A volte, guardando certe persone, ti chiedi come sia possibile che non le conoscano tutti. Perché non sia stato dato in sorte anche a loro di essere Belen o Maradona. A vantaggio del popolo, si intende. La festa di addio di questo imperdibile sessantaquattrenne a un ufficio presidiato per decenni con amore si è tenuta l’altra sera. Un’ottantina di persone mescolate in un locale di tendenza. Con il timore, da parte di alcuni, dei classici album di famiglia.

La sinistra di un tempo, che si sarebbe verosimilmente prodotta in qualche Bella ciao nostalgica e stonata. Il rimpianto scontato di quando c’era il Pci di Berlinguer, o addirittura l’opposizione di Democrazia proletaria. Magari qualche ballo ingaggiato da generose e aitanti sessantenni, con l’immancabile rosso-castano di capelli sempre ricci e riottosi all’età. E invece minuto dopo minuto è andato in onda il miracolo. Fino a lasciare una scia di ammirata dolcezza nell’animo di chi c’era. Volete dunque sapere chi è Livio Poggi, voi che non avete avuto la fortuna di conoscerlo? Semplice: è uno dei “tre dell’Ave Maria”, come più di vent’anni fa venne ribattezzata la affiatatissima squadretta di collaboratori (team, si direbbe oggi) del gruppo consiliare di Basilio Rizzo, storico esponente della questione morale a Palazzo Marino. Tre monelli in bilico tra la giovane età e la maturità, con quest’ultima che alla fine ha vinto inesorabilmente la partita. Fedelissimi del loro consigliere, pieni di inventiva e votati alla lotta radicale, anche se condita di buon senso. Un giorno vennero sorpresi a lanciarsi pallottole di carta con rudimentali fionde uscite come per prodigio dalla loro cancelleria. Ma li si poteva sorprendere assai più spesso a lavorare di notte su una interrogazione, su una mozione, sulle verifiche più difficili di conti pubblici o di progetti urbanistici. Erano loro, in gran parte, il segreto di Rizzo il consigliere, che lavorava per venti e che sapeva e scopriva sempre tutto. Tutti e tre catapultati dalla scuola rivoluzionaria degli anni Settanta nel cuore delle istituzioni cittadine. Glieli invidiavano tutti, al consigliere moralista, quei monelli cresciuti. Leo, Tutù e Livio. Livio con le sue foto dei campioni dell’Inter, i primi piani di Massimo Moratti, passate di nerazzurro sulle pareti e sullo schermo del computer. E vignette politiche iconoclaste vaganti in ogni dove. E la battuta ironica che trasformava stanze di lavoro senza fine in luoghi di allegria, soprattutto quando vi si ricevevano con pazienza i “fuori di testa”, in cerca del consigliere per rivelargli le più inverosimili vicende di corruzione.

Livio, grandi occhiali e barba riccioluta e rada, si rifaceva degli stress offrendo a sé e agli amici il nocino fatto dalla moglie di Leo. Poi Tutù andò a fare il tassista. E i tre rimasero in due. Ora sono diventati uno, un po’ come i famosi amici al bar di Gino Paoli. Ma l’addio è stata una delizia. La celebre banda degli ottoni ha suonato per Livio inni di rivolta e liberazione, sprigionando allegria e ritmo. E foto e filmati avevano la genuina bricconeria che ha imperversato per decenni nei famosi uffici del terzo piano di via Marino. Impiegate e impiegati regolarmente in età matura hanno bevuto e poi attinto alla grande torta a forma di orso nerazzurro. E hanno poi svuotato bottiglie frizzantine, riscoprendo in pochi attimi la freschezza di una comunità che sembrava di nuovo senza rughe. Basilio Rizzo – “di-scor-so, di-scor-so” – ha fatto l’elogio del suo collaboratore. Il quale si è a sua volta commosso, decidendosi alfine a dire poche parole, così svelando il vero segreto della gente lì convenuta. Ha annunciato che continuerà a dare una mano anche dalla pensione, perché in pensione le idee non ci vanno, e nemmeno gli affetti. E allora la musica è ripresa, e gli ottoni hanno fatto squadra, e sessantenni aitanti e dai ricci riottosi all’età hanno danzato. E maschi imbiancati si sono aggiunti. Oddio, ho pensato. E invece dalle sembianze mature è salita una leggerezza misteriosa, una festa di vita, un profumo di tempi che non ho saputo decifrare, maledicendomi per le mie diffidenze.

Perché certe migliorano ciò che toccano: la politica, le burocrazie e le scartoffie, gli amici e le feste. Persone che a volte passano nelle nostre vite senza che ne scorgiamo la grandezza.

Quel Risorgimento anti-conformista

Ammirava i braccianti e i miniatori delle sue maremme. Detestava i ragionieri milanesi, il disordine della grande città neocapitalista, le segretarie secche del terziario avanzato, gli intellettuali larghi, autorevoli e prudenti.

E mentre tutti lodavano i grattacieli, i supermercati e il fatturato del Boom, lui scriveva isolato contro “la diseducazione sentimentale del Miracolo economico”, proclamandosi anarchico, provinciale e guastafeste. Per i suoi molti disincanti di italiano solitario, Luciano Bianciardi amava il Risorgimento. Non quello di Cavour, re degli inchiostri politicanti, ma quello sfacciato di Garibaldi che vinse tutte le sue battaglie in campo aperto, con il sigaro tra i denti, sempre sapendo che avrebbe perso l’ultima: destinazione gli scogli spumeggianti di Caprera, incorporati alla solitudine dell’esilio. Gli piaceva immaginare l’epopea delle piazze di Palermo e Napoli, liberate, con le bandiere in festa. La fatica dei soldati semplici (…), i ragazzi, in camicia rossa, morti per l’ideale, quando ancora l’ideale brillava in purezza, prima di diventare lo spento bottino dei re piemontesi e del loro esercito sceso a occupare il Meridione con tasse e baionette. Gli piaceva la rivoluzione di popolo anche quando resta inconclusa, irretita dalle cautele delle classi dirigenti, dagli opportunismi, dai tradimenti politici, dai vantaggi personali, come sarebbe accaduto una seconda volta, proprio davanti ai suoi occhi, con la Resistenza tradita, anche quella lampo di un riscatto incompiuto, dopo la guerra persa e vent’anni di tragico stordimento fascista. Lui nel fascismo c’era nato, anno 1922, e c’era cresciuto, senza mai prendere nulla sul serio, se non a vent’anni il massacro della guerra, poi le macerie di una Italia transitata dalle camicie nere delle adunate, al nero dei funerali e della fame, eppure velocissima, dopo la pace, a sbiancarsi d’abito, ammaestrata dallo stesso conformismo di prima, benedetta dallo stesso prete.

Diceva che era stato il padre Atide a trasmettergli il lungo incanto per il Risorgimento, l’epica dei Mille, il cuore puro di Garibaldi. C’era voluto il lento Dopoguerra di provincia a fargli rimpiangere davvero quella stagione di vite mirabolanti in gioco, di speranze comuni a una intera generazione, e a voltare quelle delusioni del passato, nell’insofferenza per il presente. Che per lui era già diventato il matrimonio, il primo figlio, le passeggiate notturne con gli amici a discutere della vita che scappa, di un quieto vivere che lentamente soffoca. Fino a quel fatidico pomeriggio di maggio, quando il boato squassa la miniera di Ribolla, 43 minatori bruciati in un istante dal grisù, impossibile continuare la vita di prima, impossibile accontentarsi delle lacrime e della retorica dei funerali. Non provare – come lui provava, seduto sui gradini del Duomo – una “tremenda incazzatura” contro i vivi, contro la rassegnazione, contro la sabbia del presente. Ma il furore, forse, non sarebbe bastato a convincerlo di lasciarsi alle spalle l’insopportabile Grosseto. Ci voleva l’amore per Maria Jatosti e poi una scrivania nella nascente casa editrice Feltrinelli, lassù a Milano, a perfezionare quel distacco dalla vita di prima. A far salire anche lui su quel treno, anno 1954, come stavano facendo tanti altri giovani intellettuali che dalle provincie arrivavano nella nuova capitale dell’industria culturale (…). Quasi tutti con la valigia di cartone piena di libri e idee, poco tempo per la nostalgia. Salvo Luciano. Che quella rabbia se la portava dentro, come una sua personale predisposizione, sapendo che non sarebbe mai stata troppo comune alla sua generazione, come non lo fu quella dei garibaldini. E dunque trovandosi da subito spiazzato nella Milano delle cento fabbriche, delle cento miniere, delle cento case editrici “arredate come profumerie”. Un provinciale fuori posto. Un “anarchico individualista” che vestiva strano, parlava colto, poteva accoglierti con un abbraccio o con un grugnito. Un eccentrico che viveva (scandalosamente) con una donna non sposata e una famiglia tradita. Un visionario ingenuo. Ma anche un irritabile idealista che parlava troppo, specie al lavoro, della grande città come di una “giungla merdosa”. Dove vivere è sempre più complicato, perché “i soldi ti corrono dietro e ti scappano davanti”. Specie dopo il licenziamento dalla Feltrinelli, per reciproca insoddisfazione, quando gli tocca scalare il fine mese con il duro lavoro del traduttore a cottimo, inseguendo cambiali, figli, bollette che scadono.

Da quella fatica Luciano estrasse il meglio, la trilogia della rabbia – Il lavoro culturale, L’integrazione, La vita agra – scritta di notte in compagnia della grappa gialla e di certe ossessioni che viravano il suo sguardo al nero, all’insofferenza. Facendogli intuire, molto prima di Pier Paolo Pasolini, anche se più confusamente, i veleni del consumismo, il vuoto dell’omologazione, la solitudine dell’uomo dentro al rumore della folla. Con La vita agra arrivano i soldi e il successo, quello vero, che non è più solo “il participio passato di succedere”. Arriva un po’ di fama, qualche festa, qualche vacanza. Ma anche lo stupore per la inaspettata circostanza che la sua invettiva gli spalanchi i sorrisi e i salotti: “Invece di mandarmi via da Milano a calci nel culo come meritavo, mi invitano a casa loro”. E poi: “Finirà che mi pagheranno uno stipendio per fare l’arrabbiato”. Lui quello stipendio non lo vuole, gli sembra un cedimento, un altro passo verso la definitiva integrazione piccolo borghese in una Italia che non gli piace.

Non sopporta la chiesa democristiana e quella comunista, le ideologie, le piccole mafie dei premi, le virgole dei letterati da convegno, le cordate. Rifiuta un ingaggio al Corriere della Sera (…). Bazzica i notturni milanesi, Jannacci, il Santa Tecla, il Derby Club. Frequenta giornalisti sportivi, pittori matti, fotografi squattrinati (…). Nell’Italia bigotta scrive di rivoluzione sessuale e anarchia. Elogia l’ozio, contro il calvinismo milanese (…). A metà dei Sessanta abbandona Milano. Fa l’errore di scegliere Rapallo. Finisce dentro le sue piogge e i suoi bar, dove beve Campari e mastica chiacchiere da nulla. Si incanta ai suoi tramonti e al proprio, mentre lassù a Milano arrivano i primi sprazzi del ’68 che hanno musica e parole per lui già vecchie, già sentite. Guarda e non capisce. Non gli piacciono gli studenti in piazza, né il nuovo conformismo della protesta. Così che avendo vissuto una sua rivoluzione dei costumi in anticipo, di colpo si ritrova in imperdonabile ritardo. È in quel ritardo che tornano a balenare il Risorgimento e le sue storie. Belle da scrivere. Belle da raccontare. Come una vacanza. Come una nostalgia delle tante cose perdute – nella lunga apnea milanese e poi ligure – che non hanno mai smesso di abitargli dentro. (…) Scrive di quegli anni lontani (…) sapendo che quel passato contiene la chiave del presente. Un presente collettivo, che riguarda la nostra Italia imperfetta, “lacerata e divisa”, tra Nord e Sud, ricchi e poveri, analfabeti e dotti. E un suo presente privato, di provinciale che dopo tanti anni, cerca in quelle pagine, in quelle emozioni, la strada del ritorno. Non avrà abbastanza energia per intraprenderlo davvero quel ritorno. Distratto da troppa solitudine. Prigioniero di troppi bicchieri, troppi brindisi tristi alla sicura sconfitta (…). E consegnandoci le pagine finali di un Garibaldi – uscito postumo – dove per l’ultima volta raccontava l’esilio del generale, per non parlarci del suo.

La tragedia dei “bastardi” di Franco e gli archivi chiusi di conventi e chiese

L’avvocato Enrique J. Vila Torres aveva ventitré anni quando seppe per caso di essere stato adottato. Era il 1988 e il padre adottivo, malato di cancro in fase terminale, morì tre giorni dopo lo choc della scoperta da parte del figlio. Da allora una ricerca quotidiana durata decenni per conoscere la madre biologica si è scontrata con gli archivi blindati della casa conventuale di Valencia che lo diede in adozione, nonostante dal 1999 la Spagna riconosca a ogni figlio il diritto all’identità biologica.

Vila Torres si autodefinisce un “bastardo” strappato alla madre naturale, un po’ come successo in Argentina con i figli dei desaparecidos. Colpa in questo caso del regime fascista di Francisco Franco, cominciato dopo la guerra civile spagnola, nel 1936, e terminato solo nel 1975. Una prassi disumana durata quattro decenni, come scrive lo stesso avvocato di Valencia: “Ci fu una prima epoca, negli anni Quaranta del XX secolo, nella quale i bambini venivano separati dalle loro madri biologiche per motivi chiaramente politici. Poi la motivazione divenne sociale e religiosa, oltre ovviamente a quella economica. Si applicava una morale reazionaria e ipocrita (alle ragazze madri per esempio, ndr) che apportava però importanti benefici agli intermediari: avvocati, funzionari, alcuni membri della Chiesa, soprattutto suore”.

I genitori adottivi di Vila Torres, nel 1965, fecero una “donazione” di un milione di pesos all’istituto religioso che praticava queste “separazioni forzate” tra madre biologica e figlioletto appena nato. Respinto dal muro di omertà clericale nel suo Paese, l’avvocato ha scritto quindici lettere a papa Francesco rimaste però senza risposta, adesso raccolte in un volumetto della Castelvecchi: Lettere di un bastardo al papa, a cura di Luigi Contadini. Il suo obiettivo è piegare la resistenza delle suore che lo diedero in adozione e sapere finalmente il nome della madre: “Si tratta dello stesso e inumano problema che si è verificato proprio in Argentina, il suo Paese, Santo Padre, e intorno al quale di recente Sua Santità ha manifestato l’intenzione ferma e generosa di collaborare per scoprire la verità”.

A Napoli il film su Cucchi primo nelle classifiche pirata e non solo

Caro Coen, come si fa a misurare il successo di un’opera d’arte, in questo caso un film, a Napoli? Te lo dico subito. Nelle altre città funziona analizzando il botteghino delle sale, oppure con le recensioni dei critici. Sotto il Vesuvio no, il successo viene deciso dalla bancarella, quella dei film “appezzottati”, vale a dire copiati in modo pirata, riprodotti su dvd e venduti a pochi euro. Un Oscar, praticamente. Il dvd più venduto in questi giorni, secondo una inchiesta fatta per il sito Il24.it da Arnaldo Capezzuto, giornalista, scrittore e blogger de ilfattoquotidiano.it, è senza ombra di dubbio Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, con Alessandro Borghi nei panni laceri di Stefano Cucchi. Se acquisti tre dvd, i bancarellari te lo regalano, ci informa Capezzuto, perché “tutti devono sapere”. Napoli è la città della caserma Raniero (un triste preludio della macelleria messicana del G8 di Genova), dove il 17 marzo del 2001 vennero picchiati e umiliati decine di giovani e manifestanti, di Davide Bifulco, il diciassettenne ucciso a Rione Traiano durante un inseguimento dei carabinieri, della “Cella zero” del carcere di Poggioreale, dove, secondo denunce e inchieste, i carcerati venivano picchiati. Insomma, il tema è di quelli sensibili.

Ora, a parte le giuste considerazioni sulla pirateria che danneggia la già malmessa industria del cinema, c’è solo da prendere atto del successo del film. Lo stanno proiettando in tutta Italia, da Nord a Sud, e dovunque sale, circoli, piazze sono affollate. Venerdì sera a Roma, alla Sapienza, c’erano più di duemila persone (tantissimi giovani) ad assistere alla proiezione e a commuoversi, interrogarsi, indignarsi, per il supplizio degli ultimi giorni del ragazzo Stefano. Caro Coen, dvd appezzottati a parte, forse c’è un’altra italia che social, tv, giornali e sondaggi non vedono. C’è e noi ci ostiniamo a non capirla.

Scuola, anche la ricca Milano soffre di povertà educativa

Scampati all’epidemia di legionella che impazza tra Bresso e Brescia, sopravvissuti al flagello delle zanzare che trasmettono la febbre del Nilo, per i ragazzi di Lombardia è cominciato il nuovo anno scolastico. Qual è lo stato della scuola declinata al lumbàrd? Lo rivelano le tabelle regionali: diversamente dagli slogan, i numeri svelano la salute reale del Paese, di cui la scuola dovrebbe essere la spina dorsale. La popolazione scolastica lombarda – cuore dell’opulenta Padania – conta 1.188.580 alunni (-0,27% rispetto al 2017), dei quali ben 192.952 stranieri (16,2%). La leggera diminuzione è la prima dopo 16 anni. Colpa dell’andamento demografico, spiegano i dirigenti scolastici. In verità, i residenti lombardi sono aumentati dello 0,17% (10.036.258 persone): è vero, però, che ci sono stati 99.335 decessi contro 78.888 nascite. Il saldo negativo dura dal 2011. A salvare la baracca demografica sono gli arrivi degli stranieri. Come conferma la tendenza sempre più multiculturale di Milano: gli iscritti alle scuole provinciali sono 363mila, più di un quinto stranieri (79.070, cioè il 21,7%).

Purtroppo, caro Enrico, la narrazione della Lombardia terra d’eccellenza è contraddetta da qualche inaspettato numero che denuncia una discreta dispersione scolastica. Confrontando le annate scolastiche 2015/2016 e 2016/2017, si è scoperto che hanno abbandonato gli studi 2.007 studenti delle medie, 1.360 al cruciale passaggio dalle medie alle superiori, 15.438 che hanno mollato durante le superiori, ossia il 4%. Save the Children descrive il fenomeno come “povertà educativa”. La capacità di riscatto che le scuole dovrebbero garantire ai ragazzi disagiati è bassa anche nella ricca Lombardia, afflitta dall’emergenza presidi (una scuola milanese su tre è affidata al dirigente di un altro istituto) e da 8mila cattedre vacanti (a Milano serviranno 3.500 supplenti). Ma gli scolari non votano: perché i politici devono perdere tempo per loro?

Douglas Costa sputa ma Zago fece meglio

Ora è necessario che Douglas Costa non si monti la testa: perchè lo sputo in faccia tirato a Di Francesco jr nel finale di Juventus-Sassuolo 2-1 – doppietta di Cr7 in secondo piano – dopo che l’arbitro Chiffi aveva tentato in tutti i modi di evitargli il rosso a dispetto della testata in faccia inferta all’avversario proprio sotto i suoi occhi (e sorvoliamo sulla gomitata in viso sferrata allo stesso Di Francesco poco prima), lo sputo in faccia, dicevamo, gli regalerà una settimana di popolarità; e però, il buon Douglas deve stare con i piedi ben piantati a terra perchè un altro brasiliano di stanza in Italia fece di meglio, in tema-sputi, una ventina di anni or sono.

Parliamo di Antonio Carlos Zago, ex Corinthians, difensore a quei tempi trentenne, che nella stagione 1999-2000 riuscì nell’impresa di fare doppietta, campionato e coppa: uno sputo in serie A nientemeno che al Cholo Simeone, rischiando la vita dunque, durante il derby Roma-Lazio di novembre e poi uno sputo in Coppa Uefa a Rogerio del Boavista, una doppietta che gli procurò una sorta di immortalità in vita. Non c’è curvarolo della Roma che non abbia cantato infatti, almeno una volta, il ritornello della canzone As Roma di Brusco con le strofe “Zago sputa foco come ’n drago” e “la gente potrà ssolo stà muta, artrimenti Ac Zago je sputa”. Insomma: il brasiliano della Juventus è partito col piede, anzi, con la saliva giusta, ma se davvero vuole eguagliare Zago deve mostrare di che pasta è fatto anche in Europa, magari già mercoledì al Mestalla di Valencia in Champions. Un bis in mondovisione è un’occasione che non capita tutti i giorni: noi non ci sputeremmo su.

Il raptus di Douglas Costa riporta alla memoria gli sputatori folli del calcio mondiale: alcuni a dir poco famosissimi. Il primo a uscire di capoccia, ormai sono trascorsi 28 anni, fu Frank Rijkaard, il terzo olandese del Milan, che ai mondiali di Italia 90 durante Germania-Olanda si accapigliò in campo con Rudy Voeller cui, a parte le botte, sputò in testa. L’arbitro li cacciò entrambi e il buon Frank, uscendo dal campo, decise che un secondo sputo ci stava ancora. E glielo ammollò. Nel 2003, durante Lazio-Chelsea di Champions League, a uscire di testa fu Sinisa Mihajlovic, della Lazio, che a favore di telecamere sputò in faccia a Adrian Mutu: l’Uefa gli appioppò otto giornate di squalifica e il destino gli riservò anche la sorpresa, anni dopo, di ritrovare da allenatore della Fiorentina proprio Mutu come suo giocatore. Imbarazzo.

E che dire der Pupone, al secolo Francesco Totti? A Euro 2004 (anche se in partita nessuno se ne accorse, nemmeno la tv) il romanista sputò in faccia a Poulsen. Il caso esplose nei giorni seguenti, Totti venne fermato per 4 giornate. Poi ci fu Terry, capitano del Chelsea, che nella finale Champions di Mosca contro il Manchester United (2008) sputò a Carlitos Tevez, Rosi e Lavezzi che in Roma-Napoli si sputarono a vicenda, più democraticamente, se vogliamo; e infine, tenetevi forte, un bello sputo in faccia all’avversario lo vantano anche loro due, gli dei del calcio, Messi e Cr7: Messi sputò a Duda del Malaga in un match di Liga nel 2008, Cr7 (ai tempi del Manchester) sputo a Savage del Derby County che da gran signore a fine partita disse: “Avete visto le immagini? Strano, io in campo non mi sono accorto di niente”. Chapeau.

Quella Dunkerque al contrario 75 anni fa tra Sicilia e Calabria

All’alba del 10 luglio 1943 al largo delle coste meridionali della Sicilia apparve la flotta alleata: cominciava così Husky, una delle più grandi operazioni anfibie della Seconda guerra mondiale con la sua imponente formazione da sbarco tra 180.000 uomini, 600 carri armati e 1.000 cannoni e 3.700 aerei da caccia e da bombardamento tattico, (…) in capo i generali Harold Alexander, George Patton, Bernard Montgomery e Jimmy Doolitle. Contro quella forza d’invasione l’Asse schierava 10 Divisioni italiane e 3 tedesche per un totale di 170.000 uomini, con 265 carri armati e 1.000 aerei. Unità poste al comando del generale Alfredo Guzzoni, (…) ma le divisioni tedesche obbedivano soltanto al Feldmaresciallo Kesserling, in una confusione accentuatasi dopo il 25 luglio, con la caduta del fascismo e la scomparsa dalla scena di Mussolini (…). Secondo L. M. Chassin (Storia militare della seconda guerra mondiale, Sansoni, 1964, pag. 295) la superiorità degli Alleati rendeva impossibile che l’isola non venisse conquistata (…).

Ma la Sicilia resistette per 38 giorni e questo perchè le truppe italiane, al di là di qualche episodio “dubbio”, combatterono in grande maggioranza fino al limite delle proprie possibilità, al fianco delle valorose unità tedesche. Lo sbarco avvenne lungo due direttrici: la 7° Armata Usa (Patton) doveva puntare verso Sud-Sud-Est con obbiettivo la linea Licata-Scoglitti-Gela; l’8° Armata britannica (Montgomery) doveva investire la penisola di Pachino e occupare le due estremità del golfo di Noto. In una prima fase l’invasione si svolse con successo, tanto che la sera stessa unità inglesi occupavano Siracusa, la prima città italiana strappata all’Asse, ma dopo qualche giorno gli anglo-americani incontrarono in alcuni settori serie difficoltà che misero a dura prova la loro strategia di penetrazione a tenaglia.

Un primo incredibile intoppo all’avanzata di Patton si verificò nelle prime ore del giorno 11 luglio quando 144 aerei Dakota che traportavano due battaglioni di paracadutisti inviati a protezione della testa di ponte di Gela, furono attaccati dalla contraerea delle navi alleate che, sbarcate le truppe, erano rimaste a presidiare la rada. Il “fuoco amico”, scatenato a causa di errate comunicazioni con la Marina che non era stata preavvertita dell’operazione, causò la perdita di 23 Dakota mentre soltanto 400 paracadutisti atterrarono nella zona loro assegnata.

Il 12 luglio l’importante piazzaforte di Augusta si arrese senza combattere poiché la sera prima il suo comandante ammiraglio Leonardi, presagendo l’invasione e ritenendo inutile opporsi alle preponderanti forze Alleate, aveva ordinato di predisporre la distruzione delle batterie (…). Nei giorni seguenti Patton, sul fronte di Gela, si imbattè nella fortissima resistenza delle divisioni italiane Livorno e Napoli, che furono piegate solo a seguito di incessanti bombardamenti (…).

A Biscari (Catania) l’aeroporto fu difeso per tre giorni dalle forze tedesche, che inflissero gravi perdite agli attaccanti americani prima di ritirarsi . (…) Nei giorni seguenti la pressione degli Alleati aumentò gradualmente. Catania, difesa dai tedeschi, fu occupata dai britannici il 5 agosto; il 18 i canadesi conquistavano Caltanissetta e il 21 Enna, mentre il 20 erano cadute Porto Empedocle e Agrigento; il 22 le truppe americane entravano a Palermo accolte da folle festanti. Infine, nella notte tra il 16 e il 17 agosto, Patton arrivava per primo a Messina vincendo la gara ingaggiata con Montgomery la cui marcia era stata ritardata dalla strenua resistenza opposta dai tedeschi a Giarre e a Troina. L’Operazione Husky si era conclusa vittoriosamente per gli Alleati, le cui perdite furono stimate tra i 23.000 e i 31.000 uomini tra caduti, dispersi e feriti; per l’Asse l’Italia ebbe 4.678 caduti, 36.072 dispersi, 32.500 feriti, 116.851 prigionieri; la Germania 4.325 caduti, 4.583 dispersi, 5.523 prigionieri.

Trascinati dall ’euforia della vittoria, tuttavia, gli Alleati commisero un gravissimo errore: permisero cioè che le forze nemiche (…) in pochi giorni riuscissero ad organizzare una delle più brillanti ritirate strategiche della storia delle guerre moderne, traghettando nello stretto di Messina verso le coste della Calabria, da tre spiagge d’imbarco prestabilite, un numeroso contingente di uomini e di mezzi. (…)

Fu quella una Dunkerque alla rovescia in cui i tedeschi si fecero beffa degli Alleati ricostituendo sul versante della Calabria una vera e propria Armata, che inglesi e americani si sarebbero trovati presto di fronte nelle battaglie di Salerno o di Anzio.

Lo smacco fu ammesso dai capi militari alleati che tuttavia per coprirsi le spalle lo ascrissero non già al mancato blocco aeronavale di quell’importantissimo braccio di mare bensì “a un forte concentramento di artiglierie contraeree pesanti (!?) grazie al quale i tedeschi erano riusciti ad evacuare, attraverso lo stretto di Messina, sul continente migliaia di soldati delle loro migliori formazioni corazzate e i paracadutisti” (comunicazione del generale George Marshall, capo di Stato maggiore generale degli Stati Uniti, al Segretario della Guerra Henry Stimson, v. Frido von Senger und Etterlin, La guerra in Europa Longanesi 1960, pag. 215).

*ex magistrato