L’Italia libera e nuova di Matera che Di Maio dovrebbe leggere

Stiamo parlando di un libro su Matera (La voce di Matera, Storie di La Martella, di Francesco Paolo Francione, Edizioni di Comunità) e dobbiamo ricordare subito tre notizie che danno un senso all’argomento (parlare di Matera) in questo strano tempo italiano. La prima notizia è che Matera sarà nel 2019 la Capitale mondiale della Cultura. La seconda è che non si ha per ora alcuna seria informazione del come e con chi il Paese Italia e la città Matera si stiano preparando per questo evento. La terza notizia è che il vice primo ministro italiano Di Maio, in una delle sue passeggiate con cortigiani e scorta, che sembra siano la sola attività pubblica sia dell’uno sia dell’altro vice di governo (o così vengono filmate per il tg ) sembra sia stato ascoltato chiedere al presidente della Regione Puglia Emiliano: “E per Matera che cosa stai facendo?”. Facile spargere pettegolezzi di governo e sostenere che uno dei vice presidenti del Consiglio non sappia dove stia Matera. Però è una ragione in più per sperare che La voce di Matera, circoli e arrivi su certi tavoli dove la realtà (tranne che per l’impegno a perseguitare gli immigrati ) sembra sia lontanissima. La voce di Matera è come un diario, scritto decenni dopo, di un evento straordinario e grandioso in cui una opposizione cattiva e rivoluzionaria (il Pci) legata all’Urss, e un governo conservatore e succube della Chiesa, legato agli Usa, hanno lavorato insieme a dare alla città ciò che nei comizi di allora si chiamava “casa e lavoro”. Matera era un nascere di nuovo, dove le case erano sassi e la terra da lavorare era arida e lontana. È ad Adriano Olivetti che “buoni” e “cattivi” della storia di Matera si rivolgono per creare il nuovo quartiere (La Martella) a cui l’ing. Adriano stava già pensando e disegnando con i suoi architetti. Scorrete (e poi fatalmente leggete) le 260 pagine de La Voce di Matera e vi troverete una Italia oggi ignota e perduta in cui un borgo con case, scuole e cinema, nasce in tre anni, e in cui tutto ciò che la civiltà di un Paese può dare, viene dato senza trucchi e senza inganni, e i naturali scontri politici (Togliatti e De Gasperi) lasciano spazio al fabbricare nuove case e nuove vite. È una storia in cui tutte le promesse vengono mantenute, narrata dalle voci di chi era bambino allora. Rassicurate Luigi Di Maio. Almeno una cosa per Matera è stata fatta. Sappiamo che non legge. Ma potrebbe fare una eccezione per poi parlarne nella prossima passeggiata tv.

Appia scordata e senza fondi. La Grande Bellezza è perduta

“O via Appia, consacrata da Cesare venerato sotto l’effigie di Ercole, tu che superi in celebrità tutte le italiche vie …”: l’invocazione di Marziale risuona oggi come una disperata richiesta di aiuto. Sembra quasi che all’Appia Antica si voglia far pagare il no di quattro anni fa alla Società Autostrade. Pochi oggi lo ricordano, ma nell’estate del 2014 divampò furiosa una battaglia di opinione intorno al tentativo di aggiungere la Regina Viarum al vasto regno dei Benetton.

Lo scopo di Autostrade era evidente: ripulire la propria immagine associandola alla Grande Bellezza. Lo stesso perseguito dalla Fondazione Benetton, che promuove da anni un progetto dedicato all’articolo 9 della Costituzione (i signori dell’asfalto paladini del paesaggio!), e che anche dopo Genova continua a proporre con ammirevole disinvoltura la “cittadinanza attiva attraverso la cultura e il patrimonio artistico”. Ma in quel 2014 la campagna di Autostrade dovette fare i conti con la sollevazione delle associazioni e dei cittadini che hanno a cuore il bene comune. Se mi è permesso, ricordo che io stesso mi chiesi, su questo giornale: “Siamo proprio sicuri che sia opportuno permettere ad Autostrade di sommare al monopolio sulle scelte infrastrutturali strategiche del Paese anche il governo dell’Appia? Ed è giusto che chi mangia (per esempio) il prezioso territorio del Parco Agricolo di Milano Sud con la costruzione della Tangenziale Esterna, voluta da Maurizio Lupi e legata all’Expo, possa poi presentarsi ai cittadini come il generoso paladino del verde dell’Appia?”. Alla fine l’operazione Grand Tour si fermò: ma il prezzo da pagare fu alto, e la vendetta dei vertici del ministero di Dario Franceschini prese le forme più tipiche del non governo democristiano: la più totale inerzia.

Oggi è Rita Paris, l’esemplare archeologa che dirige il Parco dell’Appia Antica, a fare i conti con i danni provocati da questo abbandono politico e da una stagione di riforme concepite in odio alla tutela del patrimonio culturale. Lungo vent’anni Rita Paris ha proseguito le battaglie del grande apostolo dell’Appia, Antonio Cederna: che denunciò con forza i gangsters (parola sua) che avevano ridotto la strada più bella del mondo a “canale di scolo dei nuovi quartieri: tagliata, sminuzzata, sventrata”, e sognò che essa potesse diventare, attraverso un collegamento pedonale continuo con il Colosseo e i Fori Imperiali, un unico grande polmone verde e archeologico per Roma. Ebbene, Paris ha riportato l’Appia alla condizione di monumento, liberandola dall’asfalto su cui sfrecciavano le auto di lusso dei gangsters, scavando, restaurando e acquisendo pezzi di patrimonio, aprendo al pubblico monumenti e siti che prima erano il simbolo del degrado e dello sfregio al patrimonio. E non basta: con un’opera instancabile di comunicazione e di accoglienza, sotto la sua direzione si è messa al centro la creazione e la redistribuzione della conoscenza attraverso un laboratorio continuo indirizzato alla conservazione del patrimonio all’aperto e allo studio del paesaggio, che qui è davvero straordinario. Insomma, un lavoro eccellente: che dimostra che lo Stato può anche funzionare alla grande, pur con mezzi risicatissimi. Ma ora anche quei mezzi sono esauriti: manca il personale, e (a causa del dissennato spezzatino a cui la riforma Franceschini ha ridotto le soprintendenze romane) mancano drammaticamente gli spazi, le sedi e gli strumenti di lavoro, così che anche i nuovi archeologi rimangono inutilizzati.

Soprattutto mancano i finanziamenti: e le conseguenze potrebbero essere drammatiche. Ricordate la scena della Grande Bellezza in cui Anita Kravos prende a testate l’Acquedotto Claudio, uno dei monumenti più celebri dell’Appia? Ebbene, oggi potrebbe essere rischioso anche solo passeggiarci sotto: il collasso dei grandi blocchi che coprono il canale delle acque potrebbe determinare la caduta di frammenti di pietra dalle arcate. E dunque o si interviene subito, o si sarà presto costretti a transennare l’acquedotto: un’immagine devastante, che farebbe il giro del mondo.

Oltre a tamponare le urgenze, e a mettere in sicurezza molti altri luoghi cruciali del Parco, i soldi servirebbero a rendere visibili parti immense del parco: come la straordinaria Villa di Sette Bassi, con un’area archeologica estesa quanto Pompei e oggi del tutto inaccessibile. E poi la ricerca: un lusso che nel patrimonio culturale nessuno può più permettersi. Non si possono catalogare e studiare i nuovi reperti né si riesce a far funzionare l’archivio di Cederna che proprio lì è conservato.

E la divulgazione: le condizioni del bilancio dell’Appia sono tali che non si possono più nemmeno ristampare le guide e l’eccellente materiale didattico. L’aspetto paradossale della vicenda è che i soldi ci sarebbero: a partire dai venti milioni di euro (pari a oltre quindici anni di bilancio dell’Appia!) stanziati (ma mai erogati) dal Ministero per il progetto Appia Regina Viarum nato dall’ispirato libro di Paolo Rumiz: un’esperienza, importante e celebratissima, cui però nulla è seguito. Se il ministro Alberto Bonisoli vuole davvero dare quel segnale di inversione di rotta che stenta a farsi sentire, può cominciare dall’Appia: ascoltando Rita Paris, e dandole gli strumenti per continuare il suo straordinario lavoro.

Quando Cederna fu eletto deputato della Repubblica, la Società Autostrade gli fece recapitare una delle prime mountain bike. Cederna la donò a don Guanella, rispedendone la ricevuta di consegna ad Autostrade: perché non voleva essere in debito con i suoi avversari. Per la sua coerenza Cederna fu sempre un isolato: oggi non vorremmo che fosse l’Appia a dover pagare il prezzo della propria libertà. Che è la nostra.

Sanità: business per ricchi e fatturati da capogiro

È in libreria “Salute S.p.A.” di Francesco Carraro e Massimo Quezel: un viaggio lungo il progressivo smantellamento della macchina sanitaria italiana. Ne pubblichiamo un estratto.

 

Questo libro racconta la storia di un delitto perfetto. Un delitto orribile, perpetrato non nei confronti di una singola persona, ma del bene più prezioso per ciascuno di noi: la salute, fondamentale presupposto della felicità, senza il quale ogni altro bisogno e interesse perde importanza. È il cardine stesso della vita, il tanto sbandierato “valore supremo”. Non a caso, la nostra Costituzione, al primo comma dell’articolo 32, fa riferimento alla sua rilevanza sia sul piano privato che sociale. (…) La tutela della salute dei cittadini, insomma, è un fatto di civiltà, riguarda tutti, non solo chi sta male. Una indicazione, questa, che sarà alla base del Servizio sanitario nazionale istituito proprio 40 anni fa, nel 1978: uno dei cambiamenti istituzionali più profondi ed efficaci in Europa nel campo del welfare.

Eppure, i figli dissennati di quei padri – cioè la classe dirigente del paese, senza distinzioni di colore e appartenenza – sembrano impegnati da tempo a raggiungere l’obiettivo di affossare il sistema sanitario e liberarsi di quello scomodo articolo, rendendolo lettera morta. I nostri rappresentanti eletti, che sarebbero tenuti a tutelare gelosamente lo spirito costituzionale, lo hanno invece messo nel mirino e fremono dalla voglia di premere il grilletto. Conosciamo bene la loro tesi: “Dobbiamo ridurre il debito, dobbiamo gestire meglio i soldi dei contribuenti”. Molto spesso seguita dal sempreverde: “Ce lo chiede l’Europa!”. Certo, ci sono i vincoli europei da rispettare, il contenimento del deficit, la necessità di limitare gli sperperi, la crociata contro gli sprechi… Tutto giusto, la realtà però è un’altra (…). Da tempo è in atto una strategia – portata avanti all’insaputa dei cittadini – che punta a un bersaglio molto più allettante della tanto pubblicizzata spending review. Qualcuno sta mettendo in discussione l’inestimabile conquista civile lasciataci in eredità dai padri della patria e rubricata sotto il nome di sanità pubblica accessibile a tutti? Esiste un progetto per rottamare la punta di diamante del welfare universale? Analizzando a fondo la questione, quanto sta accadendo alla sanità italiana sembra in linea con i desideri dei veri regnanti del nostro tempo: i mercati e la finanza. (…) Non c’è ambito della vita pubblica o patrimonio della collettività, in Italia e in Europa, che non possa trasformarsi in un’occasione di guadagni a moltissimi zeri. Un piatto ricco, di cui la nostra salute è il boccone più ghiotto.

In un contesto di aziendalizzazione spinta, dove contano solo budget, target e business, a soffrire non sono solo i pazienti, ma anche i medici sottoposti a vessazioni e intimidazioni. I rappresentanti dell’Anaao parlano di “diffuso comportamento aggressivo da parte delle aziende sanitarie nei riguardi dei propri dipendenti, in clima da caserma. In alcuni casi il codice disciplinare è stato volutamente utilizzato in modo improprio, come strumento di intimidazione”. L’aspetto grottesco della situazione è che i nostri governanti si stanno impegnando con puerile entusiasmo nel business della medicina – o meglio, nella medicina come business – anziché nel recupero di una visione costituzionalmente orientata della salute pubblica. Tant’è vero che la Farnesina si sta prodigando per spingere “un mercato in forte crescita” come “quello del turismo sanitario che l’Italia tenta di intercettare grazie a strutture di ottimo livello”.

Nell’ottobre del 2017 al convegno Qualità del sistema sanitario italiano, turismo e attrattività dei territori, organizzato dal ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, si è constatato che “il sistema sanitario italiano si colloca già oggi ai primi posti nei ranking mondiali grazie a strutture di assoluta qualità, che attraggono numerosi pazienti dall’estero e stanno portando a crescere ulteriormente nel turismo medical e della salute”. Favolosa istantanea dell’era contemporanea: l’eccellenza nazionale vantata non a buon pro dei cittadini (soprattutto poveri) che avrebbero diritto alle sue prestazioni, ma a beneficio degli stranieri (soprattutto ricchi) che possono spendere e spandere quattrini nelle magnifiche location sanitarie del nostro paese. E a conferma dello spirito che anima l’attuale governance delle politiche sanitarie e i più attenti player del settore, nell’articolo appena citato si può leggere che il turismo sanitario “è un mercato in forte espansione a livello globale che ora l’Italia sta tentando di intercettare e coordinare. Quello che è mancato finora è stato un brand di sistema nazionale che rappresenti l’Italia nel mondo. (…) Secondo gli studi più recenti, si potrebbe registrare un incremento del fatturato della filiera della salute di oltre 5 miliardi di euro l’anno”. Capita l’antifona? Il problema non è quindi trovare il modo per destinare più soldi alla sanità pubblica, semmai trovare il modo per fare più soldi con la sanità privatizzata. Ma davvero le cose devono andare così? Davvero siamo tenuti a sacrificare l’enorme privilegio di un sistema sanitario funzionante, tendenzialmente gratuito e universale sull’altare della regolarità dei conti pubblici e degli interessi del mercato? Forse no. Forse possiamo ancora fermare la marcia di questa macchina perversa. La ribellione contro una simile deriva è possibile sia sul piano della fattibilità sia su quello del diritto. Già nel 1988, con la sentenza numero 1146, la Corte costituzionale aveva sancito che la legge andasse assoggettata ai “principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale e ai diritti inalienabili della persona umana”. Una posizione ribadita nella pronuncia numero 284 del 13 luglio 2007. E, sempre dal giudice delle leggi, nel 2017 è arrivata anche la sentenza numero 169 a ridare fiato alle istanze di giustizia, spostando in secondo piano l’equilibrio contabile.

I giudici di legittimità hanno infatti sancito che i diritti costituzionali non sono negoziabili né sacrificabili sull’altare delle esigenze di finanza pubblica. Ma il principio più chiaro e importante è quello che la Corte costituzionale ha sintetizzato nella sentenza numero 275 del 2016, sempre in materia di salute e sanità: “È la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione. (…) Ferma restando la discrezionalità politica del legislatore nella determinazione – secondo canoni di ragionevolezza – dei livelli essenziali [di assistenza], una volta che questi siano stati correttamente individuati, non è possibile limitarne concretamente l’erogazione attraverso indifferenziate riduzioni della spesa pubblica”. In conclusione, esistono ancora gli strumenti giuridici con cui tutelare il bene inestimabile e non negoziabile che chiamiamo “salute”, insieme alla sua estensione organizzativa che chiamiamo “sanità”. Se la politica ha abdicato – senza il nostro consenso e, a volte, a nostra insaputa – al suo ruolo di difendere ciò che ci spetta di diritto, forse sarà proprio il diritto ad aiutarci a recuperare quanto era nostro e nostro deve restare.

Lotta ai signori del marmo: “Nazionalizziamo le cave”

Cosa c’entra un editto del 1751 con l’ultimo bilancio del Comune di Carrara? La risposta è nei cosiddetti “beni estimati”, quelle cave di marmo in mano ai privati su cui la città non ha alcun diritto proprio in virtù di un regolamento che risale a tre secoli fa e che nessuno è ancora riuscito a cambiare. Il prossimo a provarci sarà il deputato massese del Movimento 5 Stelle Riccardo Ricciardi, che ha promesso di portare la questione in Parlamento: “La gestione delle cave deve tornare in mano al pubblico”. Non sarà per niente facile.

Le cave attive a Carrara sono 81, di cui 29 agri marmiferi (cioè pubbliche e date in concessione ai privati), 8 beni estimati e 44 a regime misto. Sulle prime il Comune –ora guidato dal 5 Stelle Francesco De Pasquale – può pretendere il canone di concessione, ovvero una tassa annuale che nel 2017 ha garantito circa 26 milioni di gettito nelle casse della città. Le stesse aziende pagano poi un contributo ambientale alla Regione Toscana, pari a meno di un milione di euro l’anno. Chi possiede i beni estimati, invece, non è tenuto a pagare la tassa comunale e può godere delle cave senza passare da gare pubbliche per la concessione. Colpa – o merito, a seconda dei punti di vista – dell’editto del 1751 di Maria Teresa Cybo Malaspina, che volendo metter ordine sulla questione del marmo stabilì che “se l’allibrazione delle medesime (cave, ndr) è seguita venti anni prima della presente Nostra ordinazione, niun diritto pretender mai più possa sopra di esse o sopra i loro Possessori”.

Musica per le orecchie dei proprietari dei beni estimati, che hanno dunque potere eterno sulle loro cave. Negli ultimi 300 anni questi bacini sono stati trattati come beni privati, al centro di trattative e passaggi di mano che non hanno mai coinvolto il Comune. A comprare alcune delle cave, quattro anni fa, è stata la famiglia di Osama Bin Laden, i cui fratelli e cugini hanno acquistato il 50 per cento della Marmi Carrara che a sua volta, tramite partecipazioni, controlla diversi bacini carraresi.

D’altra parte il business fa gola a tanti: ogni anno si escavano più di 3 milioni di tonnellate di marmo, buoni a garantire ricavi a sei zeri ai colossi delle cave. Basti pensare alla Franchi Umberto Marmi, che nel 2017 ha avuto utili per 19,2 milioni, o alla Sagevan (12 milioni), o ancora alla Furrer (5 milioni), in un comparto in cui solo la produzione – senza dunque tener conto della lavorazione – ha un valore di quasi 1 miliardo all’anno nell’intera provincia.

Con le regole di oggi sul canone di concessione, restituire al pubblico i beni estimati varrebbe almeno 4 milioni di euro l’anno per Carrara: “Dei grandi profitti dei proprietari del marmo – dice Ricciardi – resta troppo poco al Comune. Bisognerà aprire un tavolo con le parti in causa e poi portare la questione a Roma, come indicato dalla sentenza della corte costituzionale sulla legge regionale del 2015”. Il riferimento è alla pronuncia che due anni fa ha bocciato una delibera della Toscana sulla nazionalizzazione dei beni estimati: “Sostenevamo che l’editto non avesse concesso la proprietà – spiega Vincenzo Ceccarelli, assessore alla Mobilità e all’Urbanistica della Toscana – ma soltanto la concessione di cave che, a quel punto, erano sempre rimaste pubbliche”. Allora il governo aveva impugnato la legge davanti alla Consulta, che ha poi ribadito la sacralità dei beni estimati. Quella stessa sentenza, però, non aveva escluso la possibilità di superare Maria Teresa Cybo Malaspina, pur rimandando eventuali interventi al Parlamento e non alla Regione: “La potestà di interpretazione autentica spetta a chi sia titolare della funziona legislativa nella materia cui la norma è riconducibile. Ed è innegabile che l’individuazione della natura pubblica o privata dei beni appartiene all’ordinamento civile”.

Ma non è solo una questione di competenze. Sul merito dei beni estimati si è espresso lo scorso anno il Tribunale di Massa: “Anche il legislatore nazionale – spiega Sergio Menchini, l’avvocato che ha assistito diversi proprietari dei beni estimati – avrà non pochi problemi a intervenire dopo che il Tribunale ha chiarito che quelle cave sono private”. Le strade possibili, dice l’avvocato, sono due, entrambe complicate: “Se il legislatore decide che da ora in poi le cave sono pubbliche, si tratterebbe di un esproprio mascherato e dovrebbe pagare fior di milioni ai proprietari. Se invece si dice che l’editto era stato mal interpretato e che le cave sono sempre state pubbliche, allora lo Stato si esporrebbe a facili ricorsi”. A Ricciardi – e al Parlamento – il compito di trovare una soluzione.

“Le più giovani hanno capito: chiedono di salvare i loro figli”

Roberto Di Bella, presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, di che tipo di provvedimenti parliamo?

Si va dalla decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale all’allontanamento forzato dal nucleo familiare, nei casi più gravi. E sono provvedimenti che cessano al compimento della maggiore età, anche se molti poi chiedono di non tornare più ai paesi d’origine. Su 50 provvedimenti adottati per 60-70 minori, dal 2012 a oggi, abbiamo recuperato quasi tutti i ragazzi: hanno ripreso a frequentare scuola, seguono percorsi di legalità, mostrano talenti e potenzialità altrimenti compressi.

I risultati sono incoraggianti.

Assolutamente. La nostra esperienza a Reggio è apripista non solo per i numeri, anche perché abbiamo messo a sistema – con tre protocolli – una sinergia tra i vari uffici giudiziari che permette grande tempestività; la rete di supporto che, attraverso psicologi e operatori antimafia come Libera, aiuta e sostiene i minori; e i necessari fondi, messi a disposizione dal precedente governo, dalla procura nazionale antimafia, da Libera e dalla Cei. Sarebbe importante che questi circuiti virtuosi diventassero normati per legge, con finanziamenti stabili. Anche perché la questione minorile è cruciale. Agire a partire dal versante culturale, come facciamo noi, vuol dire svuotare un bacino per la criminalità.

Quando decidete di intervenire?

Mai preventivamente. Solo in presenza di una situazione di reato, di “un concreto pregiudizio, riconducibile al metodo educativo mafioso o all’integrità psicofisica dei minori”. Sulla scorta quindi della normativa italiana e internazionale,
e valutando caso per caso.

Critici e scettici sono tanti, però.

Meno di quando siamo partiti.
Ci hanno accusato di “deportazione di minori”, di “epurazioni”. Per alcuni lo Stato non dovrebbe intervenire nei nuclei familiari, anche se intrisi di mafia. Per altri, dovrebbe essere la stessa società civile calabrese a maturare gli anticorpi per debellare la ’ndrangheta. Ma intanto noi non possiamo voltarci dall’altra parte, di fronte a famiglie che destinano i bambini a un futuro di sofferenza o criminalità. E, a volte, per ribellarsi all’omertà è sufficiente percepire la presenza dello Stato. Il nostro tribunale dei minori non è più vissuto solo come un’istituzione nemica. Lo dimostra il sostegno delle mamme ai nostri provvedimenti. Ora 9 su 10 sono con noi: a scrivere lettere sono in tante. E, soprattutto, lo dimostrano le giovani donne che ci chiedono di essere portate via assieme ai loro figli, lontano da mariti e famiglie.

Quante sono?

Fra dissociazioni e collaborazioni, siamo intorno ai 15-16 casi. È un fenomeno del tutto nuovo. Vuol dire che i nostri provvedimenti stimolano a reagire. È una piccola grande rivoluzione.

“Io, madre di ’ndrangheta vi imploro: portateci via, la strada è senza ritorno”

Sono la madre di Rosario, di anni 15, ma sono anche la sorella di Alessandro che il Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria ha giudicato per omicidio negli anni ’90, e che ora per altro omicidio si ritrova all’ergastolo. Sono la sorella di Francesco, condannato per aver picchiato un carabiniere. E di Umberto, e sono figlia di Antonio, uccisi entrambi di recente in un agguato di mafia.

Sono venuta qui, in occasione del processo penale che si celebrerà nei confronti di mio figlio Rosario, per segnalarle la forte preoccupazione di madre per la sorte dei miei figli, in particolare di Rosario e di suo fratello più piccolo, che ha solo 13 anni. Mio figlio è giù in aula di udienza, ma non sa che io sono qui da voi.

Temo che possano finire in carcere o ammazzati, come mio padre e mio fratello Umberto, oppure come mio suocero. La mia famiglia è stata coinvolta in numerose faide locali, in un contesto di ’ndrangheta, con diversi morti ammazzati. Anche mio cugino, e il figlio di 11 anni, sono stati ammazzati. I miei due figli sono ribelli, sono violenti, sono affascinati dalla ’ndrangheta e attratti, nonostante l’età, dalle armi. Temo che possano commettere reati e imboccare una strada senza ritorno.

Mio figlio Rosario pensa che andare i carcere sia un onore, e crede che possa dargli rispetto, ma in realtà non sa cosa è il carcere e non sa cosa può accadergli lì dentro.

Io non riesco a controllare i miei figli e chiedo, al Tribunale per i minorenni, di essere aiutata, perché possano avere un destino diverso da quello di mio padre, di mio marito e dei miei fratelli.

La prego, mandi i miei figli lontano da Reggio Calabria. Vorrei che avessero delle regole forti, perché altrimenti non hanno rispetto di nulla, e io non riesco a esercitare la mia autorità materna.

La prego di comprendere quanto sia sofferta la mia decisione, che per la prima volta comunico a un giudice.

Ma è l’unica soluzione, perché vorrei che i miei figli avessero una vita serena e diversa da quella mia e dei miei familiari.

Nella mia famiglia non c’è nessuno, nessuno di cui mi possa fidare.

 

La lettera di una madre di ’ndrangheta depositata in un verbale presso il Tribunale dei minori di Reggio Calabria

Generazione paranza da strappare alle mafie

Il sangue è sangue, dicono da queste parti. E il sangue si mastica, ma non si sputa. Pure quando fa male ingoiare. “Io in carcere da mio padre non ci volevo andare. Non era per lui. Mia madre mi diceva: ‘Vieni, ti devo portare’. E io niente. Ero piccolo, 5 anni. Ogni volta iniziavo a vomitare”, racconta A.

A. è nato e cresciuto a Forcella, a due passi dai Decumani e dalla via dei presepi, in quel quartiere che prima fu il Regno di Lovegino Giuliano e poi dei suoi nipoti: quei Giuliano che, insieme alla paranza dei fratelli Sibillo, hanno terrorizzato il centro di Napoli e ispirato la penna di Roberto Saviano. A. da anni non abita più nel ventre molle della città, ultima tra le grandi ad avere la periferia in pancia, A. vive a migliaia di chilometri di distanza.

“A casa siamo cresciuti solo con mammà, papà stava chiuso. Non è una novità di oggi per me pensare che il carcere faccia schifo. Una persona, per stare là dentro, non ha valore. Non ha carattere. Non ha la testa di dire: voglio vivere bene, voglio far crescere i miei figli come si deve anziché come rifiuti. Perché a Napoli già si cresce sbandati… i ragazzi, le madri, li prendono e li buttano in strada. L’ho capito meglio da quando sono lontano. Per me mio figlio deve crescere come dio comanda. Purtroppo io ho una famiglia in cui quasi tutti hanno precedenti. Forse sono l’unico che si salva, insieme a un fratello di mio padre. Per il resto, anche le donne da noi sono pregiudicate. Forse, restando a Napoli, cercavo la morte. Ora mi sento invece che sto cambiando perché sto iniziando a vedere la luce, davanti agli occhi. A Napoli vedevo solo buio perché frequentavo sempre il male. Immagino che la mia vita sarebbe stata molto diversa se fossi nato altrove. Immagino… però può darsi che sarebbe anche stata uguale, ma almeno non avrei dovuto frequentare persone che non andavano bene per me”.

Liberi di scegliere chi essere, chi diventare. Senza avere il destino segnato, solo perché si è nati con un determinato cognome, o in un determinato quartiere. Allontanare i minori da contesti familiari mafiosi, fino a togliere o limitare la responsabilità genitoriale, è una delle questioni più dibattute, e non solo all’interno della magistratura che si sta interrogando sul tema, grazie ai provvedimenti apripista adottati negli ultimi anni dai tribunali dei minori di Reggio Calabria e di Napoli.

Il presidente del Tribunale per i minori del capoluogo reggino Roberto Di Bella – che indossa la toga da 30 anni, più o meno quanti ha dedicato alla giustizia minorile – è convinto che la ’ndrangheta si erediti: “Sono a Reggio dal ’93. In tutti questi anni abbiamo trattato più di 100 procedimenti relativi a minori per reati di criminalità organizzata, e più di 50 processi per omicidio e tentato omicidio: oggi mi trovo a giudicare i figli di coloro che giudicavo negli anni ’90 più o meno per gli stessi reati. Tutti con lo stesso cognome. E il dato impressionante è che abbiamo di fronte una generazione che potevamo salvare, e che invece abbiamo abbandonato”.

La malapianta trae prima di tutto linfa dal sangue. Ma se usciamo dalla Calabria, e allarghiamo lo sguardo? I minori coinvolti in episodi criminali, spiega Gemma Tuccillo, a capo del Dipartimento per la giustizia minorile, dal punto di vista delle biografie presentano tratti convergenti: “Sono, nei profili più gravi, contigui alla criminalità organizzata per ragioni di appartenenza familiare, o per la provenienza da quartieri ad alta densità mafiosa. Più in generale, sono minori che vivono in zone periferiche e degradate, inseriti in contesti familiari segnati da disgregazione o da gravi forme di disagio affettivo, economico o abitativo”.

Qualche dato su tutti, solo guardando alla Campania: il 22% dei minori vive in condizioni di povertà relativa; 1 su 3 abbandona prematuramente la scuola; 7 bambini su 10 non sono mai andati a teatro o a visitare mostre; 7 bambini su 10 non hanno mai fatto sport. Ecco perché, secondo molti, “la diffusione dei comportamenti criminali, quando investe ampie fasce di popolazione giovanile come a Napoli e nel Sud, è innanzitutto un immane problema sociale e politico”, sottolinea Nicola Quatrano, giudice, ora in pensione, che tra tanti processi seguiti nella lunga carriera a Napoli si è occupato della paranza dei bambini. Per lui, la misura dell’allontanamento dei figli risponde a un’impostazione repressiva e sanzionatoria non tanto verso i tipi di reato quanto verso il contesto, la famiglia da cui si è nati.

“Una ‘sanzione’ aggiuntiva per quella che io chiamo ‘la criminalità della plebe’. Bisogna invece affrontare la questione con maggiore, e migliore, attenzione. Perché se è indubbio che crescere in un ambiente criminale può generare criminalità, è altrettanto vero che pure la deprivazione degli affetti familiari potrebbe provocare il medesimo risultato. Senza contare che non è affatto certo che interesse del bambino sia quello di diventare un disadattato onesto, piuttosto che un delinquente psichicamente equilibrato”.

“Se ci provano a toccarmi i figli, acca scoppia ’na guerra nuclear’”. Grazia ha quattro figli maschi. Due sono detenuti a “Poggi Poggi”, il carcere di Poggioreale a Napoli: uno con un ergastolo – il grande, 23 anni – e l’altro con una condanna a 14 anni da scontare. “Avessi fatto quattro femmine! Mi sarei coricata con meno pensieri…” e, mentre parla, i suoi grandi occhi azzurri sorridono, perché, come ama ripetere, nonostante tutto “più scuro della mezzanotte non può venire”. Grazia lava le scale tre volte alla settimana, venti euro al giorno quando va bene e lavora, e ha cresciuto quattro figli da sola – divenuta mamma a 16 anni – perché il marito era in carcere. “E ci è rimasto fino a quando non si sono fatti grandi i figli. Non siamo cattivi noi. È Napoli, è la città, che ti fa diventare cattivo. Però io non me ne andrei mai da casa mia. E non lascerei mai i miei figli andare lontano. Vivo per andarli a trovare in carcere, quella volta alla settimana. Io dico allo Stato: io a fare la mamma ci ho provato. Ho sbagliato. Giusto? Ma tu Stato che fai? Mi uccidi la vita, se mi togli un figlio. Uccidi la vita pure a lui”.

I risultati dei primi provvedimenti di allontanamento dei minori presi da Di Bella, a Reggio Calabria, raccontano altro. Così come anche le prime lettere che arrivano, non più solo dalle madri ma anche dai padri, in carcere, detenuti al 41bis. “Sono d’accordo con lei – scrive un boss a Di Bella – solo allontanandolo da questo ambiente, il mio bambino avrà un futuro migliore. Se avessi avuto io le stesse possibilità forse non sarei dove sono ora. Decida lei e stia tranquillo. Non farei mai più qualcosa che possa influire o danneggiare la vita di mio figlio”. “Questo ci dà speranza”, dice il procuratore. Spezzare i vincoli sacri del legame familiare sembra essere l’unico modo, per questi ragazzi, per aspirare a una vita diversa. Poi puoi scegliere, una volta compiuti i 18 anni, se tornare. Molti, specie le ragazze, non lo fanno. Di Bella lo chiama “Erasmus della legalità”. Entri in un mondo diverso. Torni a scuola, hai la possibilità di lavorare. Anche se i primi giorni, quelli del distacco, sono difficilissimi. Ma, in caso di genitori che manifestino segni di ravvedimento, si fa di tutto per mantenere i rapporti, anche se c’è di mezzo il carcere. Tu minore sei seguito passo passo da psicologi e da operatori qualificati come Libera, con Vincenza Rando e il suo prezioso aiuto. Proprio lei, che fu avvocato di Lea Garofalo e poi di sua figlia Denise.

Gli sforzi devono concentrarsi sul concedere, una volta finito il percorso di allontanamento, delle opportunità legali a questi giovani. Altrimenti si torna al punto di partenza. E per evitarlo bisogna avere lo sguardo ampio. Quando entrano in campo magistrati come Di Bella o, a Napoli, Maria De Luzenbergher, è perché la situazione è già patologicamente endemica. Se in alcune zone del Paese la cultura del malaffare è diffusa e le famiglie sono sempre le stesse, vuol dire che la scuola ha fallito. “Non abbiamo ricevuto segnalazioni dalle scuole sulla dispersione dei ragazzi nemmeno durante la faida di San Luca, quando – abbiamo scoperto solo durante il processo – le famiglie contrapposte non mandarono i figli a scuola per paura di ritorsioni”. È proprio il sistema che sembra non reggere: sul piano culturale, sociale, economico. Basti pensare che su 97 comuni della provincia di Reggio Calabria, più dell’80% non ha servizi sociali. E anche nell’area di Napoli non va meglio: un assistente sociale ogni 5.600 abitanti. Ma per questo dovrebbe esserci la politica, dicono i magistrati. La sospensione o la perdita della responsabilità genitoriale è nel contratto di governo Lega-5 Stelle. Non è prevista per camorristi o ’ndranghetisti: solo per i rom.

 

Assalto ad una scuola popolare, solidarietà anche dal Viminale

Sono una decina i bambini che già ieri mattina si sono messi al lavoro per cancellare i segni del raid contro la Scuola Popolare di via Bramantino a Milano devastata e insudiciata da insulti contro gay e lesbiche, svastiche e slogan pro Salvini oltre al nome Allah scritto in arabo, anche se sgrammaticato come tutto il resto. Raid che risale probabilmente alla notte tra venerdì e sabato e che ha preso di mira un’associazione che organizza corsi e attività di sostegno per i ragazzi italiani e stranieri che vivono nel quartiere della periferia nord di Milano e che doveva riprendere le attività proprio ieri. A condannare l’episodio è stato lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che ha espresso “solidarietà alla scuola e a chi è stato colpito da questi vigliacchi. Omofobia, violenza e razzismo non fanno parte dell’Italia che voglio e per cui lavoro”. Ieri mattina, dopo i rilievi delle forze dell’ordine, i ragazzini, armati di scope, spugne e stracci, hanno aiutato a ripulire le pareti imbrattate con la vernice rossa usata per i corsi di pittura, e a rimettere ordine nei locali resi inagibili: “Aiuteremo quell’esperienza – aggiunge l’assessore alle politiche sociali Pierfrancesco Majorino – ad andare avanti senza paura”.

Autostrade chiede ai dipendenti di devolvere parte dello stipendio per le vittime del ponte Morandi

Autostrade per l’Italia ha chiesto ai propri dipendenti se volessero donare parte del proprio stipendio per le famiglie delle vittime del crollo del Ponte Morandi a Genova. A riportare la notizia in questi termini, ieri mattina, sia Libero che La Verità. Il responsabile delle risorse umane, Carlo Parisi, ha infatti firmato una lettera inviata a tutti i dipendenti, con il seguente testo: “Cari colleghi, coloro che volessero devolvere volontariamente il valore di una o più ore di lavoro a favore delle famiglie delle vittime della tragedia del crollo del ponte Morandi, dovranno compilare il modulo qui di seguito riportato”.

Nel pomeriggio, il ministro dei trasporti e delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha twittato: “È incredibile leggere di Autostrade che chiede ai suoi dipendenti di devolvere parte dello stipendio per risarcire le vittime di Genova. Scaricare i costi del disastro sui lavoratori è semplicemente ignobile”. Autostrade ha poi fatto sapere che “come aveva già chiaramente annunciato in un comunicato stampa del 13 settembre, la raccolta di fondi promossa a favore delle famiglie delle vittime della tragedia del ponte Morandi è un’iniziativa spontanea di alcuni dipendenti, nata dalla loro sensibilità …che la società ha deciso semplicemente di sostenere e supportare e che si realizza su base esclusivamente volontaria… e che non ha e non potrebbe mai avere nulla a che fare né con i contributi per le primissime necessità che la società ha già versato agli abitanti e ai commercianti della Zona Rossa, né con il piano di interventi per Genova dal valore di 500 milioni di euro. Dispiace molto constatare come anche iniziative così nobili possano essere oggetto di strumentalizzazioni fondate su notizie false e tendenziose”.