Tutti contro il presidente: “Il congresso si faccia subito”

La proposta di Matteo Orfini di sciogliere il Pd viene accolta dal partito con un coro di no. Primo tra tutti quello del segretario Maurizio Martina che da Genova conferma l’intenzione di fare al più presto il congresso con tanto di primarie a gennaio. Carlo Calenda, invece, invita direttamente a cena a casa sua martedì tutti i big del partito (ad eccezione di Martina): Gentiloni, Minniti e Renzi (che non ci sarà) nel tentativo di arginare l’avanzata dell’asse giallo-verde che come ricorda l’ex premier “è il vero problema”. “Il PD deve smetterla col fuoco amico che troppe volte ha colpito e indebolito chi era al governo” – scrive su Facebook Matteo Renzi – Ci sarà un congresso e chi lo vincerà avrà l’aiuto degli altri ma dopo sei mesi di analisi psicologica e di terapia di gruppo, possiamo iniziare a fare opposizione dura?”.

Alla linea dura contro il governo Lega-M5S incita anche Matteo Guerini che invita ad aprire un primo confronto tra i Dem nei congressi regionali a cominciare da quello toscano del 14 ottobre. Per il resto, il coro di no allo scioglimento è abbastanza compatto. Francesco Verducci preferisce parlare di rifondazione del partito, mentre Franco Mirabelli definisce “grave” la posizione di Orfini, mentre Areadem con Marina Sereni insiste sul fatto che bisogna andare avanti con il percorso verso per il Congresso anche perché, sostiene, Monica Cirinnà è “un percorso votato da tutti”. In più, osserva Gianni Cuperlo, il congresso, che serve a smetterla di “discutere a colpi di tweet”, dovrebbe essere “rifondativo e costituente,. Ma Orfini insiste: “Pensate davvero che possiamo ripresentarci con il Pd come funziona oggi? Tutti dicono di voler superare il correntismo e poi chiedono di fare un congresso basato su accordi tra correnti. Bene, facciamolo e il giorno dopo? Ricominciamo come sempre con la minoranza che combatte la maggioranza”.

“Chi ha rovinato il Pd ora non può certo rifondarlo”

“Ma quale scioglimento. Si faccia il congresso il prima possibile. Siamo un partito a pezzi, ma abbiamo ancora una buona base elettorale. Con tutto quello che è successo pensare che il 18% degli italiani possa darci ancora fiducia, adesso, è tanta roba”. Parola amare, quelle di Francesco Boccia, ex presidente Pd della Commissione Bilancio della Camera.

Boccia, partiamo da Orfini: sciogliere il partito e rifondarlo: una proposte che non sembra aver avuto molto successo…

Per forza, la proposta – per di più fatta dal presidente del Partito – non poteva avere alcun successo. Il Pd non è una Spa e noi non ne siamo gli amministratori. Abbiamo avuto l’onore di rappresentarlo – qualcuno purtroppo non degnamente – e tutto possiamo fare tranne che arrogarci il diritto addirittura di sciogliere qualcosa che non è nostro. Il Pd è una comunità di persone che non abbiamo servito adeguatamente. Serve un congresso presto e prendere atto che il fallimento culturale del renzismo è stato anche la disfatta di una generazione intera. La rottamazione è stata un disastro senza precedenti per la sinistra italiana. E tra i responsabili metto anche chi, come me, si è sempre opposto al renzismo. Fa male assistere alla sconfitta di chi criticava i sessantenni, ma che quello stesso gruppo dirigente possa pensare di fare e disfare ancora il partito è una cosa che non sta nè in cielo nè in terra.

Qual è stato il vostro errore più grave?

Il Pd, purtroppo, è nato nel 2008 per disperazione dopo la caduta di Prodi. Sarebbe dovuto nascere nel ’96, ma allora mancò il coraggio. E dal 2008 è iniziato il percorso che ha stravolto la nostra identità. A non cogliere la sfida della nuova epoca digitale sono stati proprio i 40enni: mentre nel mondo si acuivano le differenze tra ricchi e poveri, noi che rappresentavano la sinistra europea non abbiamo colto il senso della più grande rivoluzione capitalista della storia: abbiamo preferito i selfie con Jobs, Cook, Bezos e Zuckemberg. I nuovisti del mio partito, tra cui Renzi, erano allora come Toni Blair, dieci anni dopo però.

Quali dovranno essere i punti principali su cui discutere?

L’Europa e il rapporti con i 5 Stelle. A chi nel mio partito sostiene che i 5 Stelle siano uguali alla Lega rispondo di no. Molte cose di quel mondo non mi piacciono, ma l’attenzione sociale dei 5S è altra cosa rispetto al soffiare a prescindere della Lega sul vento del conflitto. I 5 Stelle intercettano una parte del nostro elettorato proprio per la loro sensibilità sui temi sociali. La parte più povera del Paese oggi guarda alla Lega e ai 5 Stelle ed è una pericolosa illusione ottica (soprattutto quella salviniana) che porta il Paese a destra e contro l’Europa. Ma non basta dire “sì” Europa, la sinistra non deve aver paura dell’establishment e, se serve, di piegarlo alle ragioni collettive. Se l’Europa che sostieni è quella di Juncker e Merkel, due leader di destra, passi anche tu per uno di destra. Siamo arrivati al paradosso di difendere un modello europeo di destra. Ma che se la vedano Berlusconi e Salvini, non noi. Davvero ogni volta che aprono bocca i Junker e i Moscovici ci fanno perdere voti. Poi ci stupiamo che la gente non ci sopporta più…

Intanto ci sono anche quelli che vanno a cena a casa Calenda, tipo Renzi, Minniti e Gentiloni…

Mi viene da sorridere. Suggerirei loro qualche cena in meno e qualche hamburger per strada in più. Bisogna stare tra i ventenni, sono loro che ti raccontano come va il mondo, che ti raccontano le complessità. Se vuoi governare e non guardi lì non vai da nessuna parte.

Chi vedrebbe bene alla guida del Pd?

Intanto spero che ci siano molti candidati. Chiunque vinca dovrà prima di tutto ascoltare, mettere insieme le cose e non pensare di poter fare quello che vuole. Per anni Renzi ha ripetuto “non mi avete fatto lavorare”, salvo poi cacciare tutti gli oppositori. Deve finire l’era del partito con un uomo solo al comando. E sarà importante capovolgere il modello di gestione finanziaria: più risorse ai circoli e meno al centro, dove sono state sperperate per propaganda spesso inutile.

Durerà il governo gialloverde?

Penso che non abbia senso che vada avanti, sono due forze politiche troppo diverse. Più dura e più si rafforzerà Salvini. Lo dico per loro e per il Paese. Se vanno oltre le europee saranno obbligati a sopravvivere e a farsi male a vicenda.

La Camusso contro il governo: “Riforme slogan e corporative”

“C’è una discussione sulla legge di bilancio tutta improvvisata, fatta di slogan della campagna elettorale ricollocati nel contratto di Governo, annunci che si inseguono e si contraddicono mentre appare sempre più evidente che un progetto per il Paese non compare mai”: la forte critica arriva dalla leader Cgil Susanna Camusso che ieri ha commentato le parole dei vicepremier Di Maio e Salvini, chiudendo le “giornate del lavoro” a Lecce. “Provvedimenti profondamente ingiusti – dice riferendosi alla pace fiscale e alla flat tax -: un gigantesco condono di massa e l’abbassare le tasse a chi ha di più”. Parla poi anche del progetto di riforma del sistema pensionistico: “L’annuncio di quota 100, un giorno a 62 anni, un giorno a 64: numeri al lotto”. E aggiunge: “La possibile riforma, messa come la sta mettendo il governo, riguarda una piccola parte, fabbriche del nord, ed una parte della P.a. Ma per un lavoratore edile, per esempio, resta l’impianto della Fornero: deve restare fino a 67 anni sulle impalcature. Se vuoi eliminare delle ingiustizie non lo puoi fare solo per una parte perché la rappresenti elettoralmente. Vuol dire corporativizzare la riforma”.

Tra Foa e tetti, B. vuole “garanzie” da Salvini

La prima domanda ha un sapore ormai ontologico più che politico. “Caro Matteo che cos’è l’unità del centrodestra?”. Già. Che cos’è l’alleanza tra Lega e Forza Italia, meglio tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, ai tempi del governo gialloverde o gialloblu?

Domenica sera tardi, ad Arcore, la storica residenza brianzola dell’ex Cavaliere. Il leader leghista nonché vicepremier e ministro dell’Interno concede finalmente il tanto atteso “incontro” di chiarimento al capo degli azzurri. In base agli attuali sondaggi tra i due ci sono più di venti punti di differenza. Un abisso, con Forza Italia ben sotto il dieci per cento. Non a caso, Salvini si presenta consapevole dei rapporti di forza. Nel pomeriggio ha spadroneggiato da Barbara D’Urso a Canale 5 e coi giornalisti derubrica a “incontro privato” quello che per B. e il suo stato maggiore, Antonio Tajani in testa, dovrebbe essere un vero e proprio vertice.

Al momento di chiudere l’edizione del Fatto, la riunione è ancora in corso ma i primi umori berlusconiani sono stati all’insegna della diffidenza, peggiorati dal Milan sotto a Cagliari nel primo tempo. Entrambi uniti dai colori rossoneri, a Canale 5, Salvini ha gigioneggiato: “Vado da Berlusconi a vedere la partita perché ha la tv più grossa della mia”.

Quasi una metafora involontaria ché tutto ruota intorno agli interessi in materia dell’ex Cavaliere. Ecco perché, a partire dal caso Foa – dal nome del “presidente” investito dalla Lega per la Rai e ancora in ballo per la poltrona più importante di Viale Mazzini -, Berlusconi ha introdotto la questione del metodo sull’unità del centrodestra. Che tradotto vuol dire: “Matteo su Foa hai deciso tutto tu senza interpellarci. Se adesso vuoi il nostro sì devi darci garanzie precise sul metodo da seguire in futuro su ogni decisione che prenderai”. Insomma il negoziato su Foa, meglio la trattativa è inquadrata in un accordo complessivo che riguarda “i punti del centrodestra da realizzare” da parte della Lega di governo, le Regionali in Basilicata e Abruzzo, finanche le Provinciali che sono sì un’elezione di secondo grado ma hanno bisogno di intese per andare avanti al Nord. Di qui anche la presenza di Tajani ad Arcore: il numero due di Forza Italia, nel primo round tv su Foa, minacciò le dimissioni dal partito qualora B. avesse detto sì a “Matteo”.

In realtà, mai come questa volta, tra “stanchezza” e sondaggi avvilenti, Berlusconi tenta di conciliare la sua partita personale con quel che resta di Forza Italia. Pure ieri, per esempio, Tajani ha ribadito la contrarietà azzurra al partitone unico del centrodestra. Premessa peraltro condivisa da Salvini, convinto che la vera annessione dei forzisti continuerà ad avvenire nelle urne. È lo schema già seguito nelle settimane della lunga gestazione del governo Conte. Adesso l’orizzonte sono le Europee e anche B. ammette che nulla di rilevante accadrà fino alla primavera del 2019.

Semmai, appunto, la ripresa della trattativa su Foa – in quella che potrà essere una settimana decisiva per l’elezione del presidente della Rai – ha consentito a B. di riferire a Salvini e al suo numero due Giancarlo Giorgetti le “inquietudini” scatenate dall’intervista al Fatto da Vito Crimi, il sottosegretario grillino di Palazzo Chigi con la delega all’editoria. In ballo i fatidici tetti pubblicitari che tengono in vita Mediaset. Per B. quello di Crimi è un “messaggio mafioso”. Salvini avrebbe offerto rassicurazioni ma l’ex Cavaliere non si fida del M5s. Come dimostrano anche le recenti aperture a Vivendi su Telecom.

La “pace fiscale” della Lega è un condono continuato

Al vertice di oggi tra il premier Giuseppe Conte, i suoi vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini e il ministro del Tesoro Giovanni Tria sulla legge di Bilancio il punto più delicato sarà la “pace fiscale” o condono, come lo chiamano le opposizioni e non soltanto. I vertici Cinque Stelle hanno ripetuto che ci saranno limiti stringenti, “non può essere un liberi tutti”, ha detto per esempio la presidente della commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco (M5S) dieci giorni fa. Da allora, però, la scena è stata monopolizzata dalla Lega che ogni giorno aggiunge dettagli al progetto di una misura che assomiglia sempre di più a un gigantesco condono.

Il più loquace è il sottosegretario leghista al Tesoro, Massimo Bitonci, che ha delineato una “pace fiscale” molto diversa da quella compatibile con le promesse del M5S: tetto di un milione a contribuente di somme contestate dal fisco, così da escludere la grande evasione (ma da includere tutta quella piccola e media), per chiudere ogni genere di liti pendenti in un intervento “più ampio possibile”. L’idea dei Cinque Stelle di un intervento di clemenza fiscale che aiuti soltanto o almeno soprattutto chi non è riuscito a pagare le tasse perché in difficoltà economica, nelle intenzioni della Lega verrebbe declinata in una specie di condono permanente, “una sorta di transazione fiscale” (parole di Bitonci) che preveda concordato per adesione tenendo conto della situazione patrimoniale e reddituale del contribuente. Tradotto: chi non paga le tasse e poi riesce a dimostrare di essere in condizioni economiche difficili può beneficiare dello sconto fino a due terzi delle sanzioni.

Difficile che i Cinque Stelle possano avallare una simile proposta che fornirebbe un incentivo permanente a evadere e a nascondere redditi e patrimoni al fisco. Però un compromesso andrà trovato: per ora il M5S pare rassegnato all’idea che una qualche misura di pace fiscale ci sarà e sembra aver identificato come linea insuperabile quella dei favori alla grande evasione e al rientro dei capitali dall’estero (la Lega vorrebbe anche un’altra voluntary disclosure come quelle degli ultimi governi).

La pace fiscale dovrebbe prendere la forma di un decreto collegato alla legge di Bilancio, così da assicurare una discussione parallela e più rapida. Ma il gettito dell’intervento dovrà servire comunque a coprire le misure di spesa nella manovra la cui entità complessiva dovrebbe essere tra i 25 e i 30 miliardi. Il gettito atteso dal condono resta un mistero: Bitonci e altri leghisti evocano la montagna di 870 miliardi (o addirittura “più di 1000 miliardi”) di contenziosi tra fisco, cittadini e imprese. Ma il condono potrà avere effetto su somme molto più basse, visto che gran parte di quei crediti sono inesigibili. Le prime stime parlavano di 3,4 miliardi di gettito potenziale, il sottosegretario leghista Armando Siri ha stimato “5 o 6 miliardi”, il vicepremier Salvini continua a promettere “20 miliardi”.

Potrebbero però esserci cattive sorprese per il governo: più generosa si annuncia la pace fiscale, minore sarà l’adesione alla rottamazione delle cartelle ancora in corso. Il 31 luglio si è chiusa la finestra per pagare la quarta rata (su cinque): l’incasso è stato di 1 miliardo di euro che si somma a quello di 6,5 miliardi delle tre rate precedenti. Resta la rata di settembre: le stime del ministero del Tesoro sono di altri 900 milioni, quindi il totale dovrebbe essere intorno a 8,4 miliardi, circa 1,2 miliardi in più di quanto previsto. Manca però ancora una rata della prima rottamazione e le più consistenti della seconda: chi ha avuto accesso alla procedura agevolata e non salda tutto torna nel calderone del normale contenzioso. E potrebbero essere in molti a farlo in vista della pace fiscale.

“Non ci sono tensioni sulla manovra, c’è un dibattito franco sul fatto che o si mantengono le promesse o è inutile che ci stiamo”, ha detto ieri Luigi Di Maio. Ma da oggi si inizia a parlare di numeri, in vista della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza del 27 settembre.

Vertice Kurz-Merkel: rafforzare Frontex e bloccare le partenze

Sostenere e rafforzare Frontex entro il 2020: è quanto stabilito ieri dal cancelliere austriaco e presidente di turno dell’Unione europea Sebastian Kurz a Berlino, dopo un incontro con la sua omologa tedesca Angela Merkel. Sull’immigrazione, ha aggiunto, serve una svolta: l’obiettivo “è quello di non far neanche partire le barche”. Tema centrale dell’incontro, in vista del vertice straordinario mercoledì e giovedì prossimo a Salisburgo, la questione migranti. Kurz vuole concludere il suo semestre con dei risultati concreti. Ha ribadito la necessità di “portare a termine la svolta nella politica migratoria” sostenendo che solo con controlli dei confini esterni dell’Unione possono venire meno i controlli interni.

A dicembre, Vienna ospiterà un summit sull’Africa. Merkel ha sottolineato l’importanza di “occuparsi maggiormente” di questo continente. La cancelliera ha perciò proposto di “dividersi il lavoro” all’interno dell’Unione. “L’Africa è composta da tanti stati e non possiamo occuparci di tutti”, ha spiegato. Oggi incontrerà il presidente francese Emmanuel Macron e insisterà, con ogni probabilità, sulla creazione di piattaforme di sbarco al di fuori dell’Unione.

Lussemburgo vs Salvini, atto II: “Metodi fascisti”. “Ignoranti!”

Lo scontro era iniziato mercoledì, a Vienna e ieri c’è stato il secondo capitolo tra il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn e il ministro degli Interni italiano, Matteo Salvini. “Usa metodi e toni dei fascisti degli anni Trenta” ha detto Asselborn. Il ministro lussemburghese è tornato a parlare del video del suo diverbio durante il vertice dei ministri europei dell’Interno e lo ha fatto con il Der Spiegel. Salvini aveva detto “Non abbiamo l’esigenza di avere nuovi schiavi per soppiantare i figli che non facciamo più”, lui aveva risposto: “In Lussemburgo, caro signore, avevamo decine di migliaia di italiani che sono venuti da migranti, che hanno lavorato in Lussemburgo affinché voi in Italia poteste avere i soldi per i vostri figli. E che diamine ( l’ormai famoso “Merde alors!”)”.

Secondo Asselborn “si è trattato di una provocazione calcolata”, un video girato “a sua insaputa”. Se vengono ripresi incontri di ministri Ue oppure addirittura di capi di governo e di stato, “allora non ci potrà mai più essere un dibattito franco”, ha detto. I collaboratori di Salvini, dice allo Spiegel, “si piazzano nelle sale in posizioni strategiche e riprendono sistematicamente tutto quello che dice”. Salvini ha subito replicato via Facebook: “Il ministro socialista del paradiso fiscale Lussemburgo, dopo aver paragonato i nostri nonni emigranti italiani ai clandestini che sbarcano oggi, dopo aver interrotto un mio discorso urlando ‘merda’, oggi mi dà del ‘fascista’. Nessun fascismo, solo rispetto delle regole. Se gli piacciono tanto gli immigrati che li accolga tutti in Lussemburgo, in Italia ne abbiamo già accolti anche troppi.” Poi ha rincarato la dose a Domenica Live, su Canale 5: “È un ignorante”, nel senso che ignora la storia dell’emigrazione italiana che non ha nulla a che vedere con i clandestini che arrivano, spacciano e rubano in Italia e perché fa come tutti coloro che non hanno argomenti, continuando a darmi del fascista, del populista, del razzista”.

Gli emigrati dal Sud sono più degli immigrati che arrivano

E chi glielo dice adesso a Salvini? Chi gli dice, mentre attende operoso al respingimento dei neri d’Africa, i nuovi invasori, che negli ultimi sedici anni circa un milione e ottocentomila italiani sono fuggiti dalle proprie case per cercare un lavoro e un futuro altrove? Siamo in presenza di una invasione biblica oppure del più possente processo emigratorio dal dopoguerra ad oggi? In sedici anni abbiamo perso 288 mila giovani, il nostro futuro è scappato all’estero, per metà laureati e per l’altra metà ragazzi in età lavorativa (15-34 anni), e il resto è andato a cercare fortuna al nord.

E il Nord regge solo grazie al Sud, perché il saldo demografico del settentrione è appena pari in ragione dello svuotamento del meridione e degli arrivi dall’estero, regge dunque grazie all’emigrazione interna, allo spostamento e alla scheletrizzazione di una porzione di Paese che solo tra trent’anni avrà un’età media altissima, sopra i 51 anni. Un grande ospizio a cielo aperto.

Sembra un effetto ottico, un paradosso del quale non ci siamo proprio accorti. Perché ogni occhio e ogni sforzo è destinato a fronteggiare l’immigrazione africana, e ogni polemica indirizzata alla paura di perdere la nostra identità, le nostre ricchezze, i nostri averi. E Matteo Salvini, da vero ministro della paura, sul tema è maestro indiscutibile. L’Europa si sta rompendo per via della contesa sui barconi da accogliere e poi da smistare. Muri si alzano, e intanto…

Intanto siamo in presenza di una grande e silenziosa fuga, del tutto conosciuta ma scriteriatamente negata, sottovalutata, incompresa. Sono anni che lo Svimez (e da ultimo questo appena pubblicato) nei suoi rapporti avverte che il Mezzogiorno di questo passo morrà presto. L’Istat annuncia che tra qualche anno, non più di cinque, un migliaio di paesini creperanno per inedia. E che si fa?

Dovremmo andare alle frontiere e conoscere i volti di chi parte, magari coi voli low cost, o sui bus a lunga percorrenza, sui treni, i pochi, chiamati eurocity invece di ammassarci, telecamere in spalla, a Lampedusa o al porto di Catania e registrare ore e ore in favore del dramma nazionale il centinaio di disperati bloccati al molo.

Non pensiamo ai milioni che partono, non li vediamo, non c’è polizia a respingerli. Dove vanno?

Il sud si svuota e si dirige in massima parte verso il nord che mantiene intatto il suo declino demografico, nel senso che non lo acuisce, solo grazie a questa trasfusione di sangue nazionale. Prima gli italiani, già! Un milione e 800 mila italiani hanno intanto lasciato casa in questi ultimi sedici anni, ottocentomila non sono più ritornati. E, novità disperante, chi è partito non ha più la forza economica di aiutare i parenti rimasti. Non solo non ci sono rimesse, ma, per incredibile che possa apparire, i figli andati via spesso hanno bisogno di un aiuto economico dei genitori o dei nonni per campare.

Si capovolge il senso dell’addio, del sacrificio verso una vita nuova.

Abruzzo e Basilicata perdono oltre il trenta per cento di chi ogni anno si laurea. E la percentuale si fa enorme se si conta la regressione degli iscritti. Molti sono quelli che rinunciano all’università, e dei pochi che arrivano alla laurea tanti sono quelli che partono. La Calabria si riduce all’osso, come la Sicilia. E cosa accade?

Tre milioni di poveri, gente senza arte né parte, senza un’ora di occupazione, abita al Sud. Seicentomila le famiglie meridionali i cui componenti non hanno un’occupazione, nemmeno saltuaria.

Ma il dato più sconfortante è che di poveri al Nord ce ne sono quasi altri due milioni e insieme fanno cinque i milioni dei diseredati. E altre 470 mila famiglie senza reddito. A cui si aggiunge la gente in transito: i nuovi disperati emigranti.

La fuga dal Sud è così massiccia perché non solo non c’è più ricchezza, ma anche la precarietà, quel regime sospeso che confina col piccolo sussidio, sta divenendo una chimera.

Il Sud ha visto sparire 580 mila iscritti all’anagrafe ricompresi tra i 15 e i 34 anni. E dove sono andati? In dieci anni i ragazzi che hanno perso il lavoro sono stati 311mila. E ora che fanno?

Questa grande striscia di capitale umano scompare senza che nessuno alzi la voce, si interroghi, ponga almeno in fila i problemi.

Quale il più grande? Se è vero che non possiamo assumerci la responsabilità di dare vita e lavoro a tutti coloro che corrono via dalla fame, dall’Africa e dagli altri territori del mondo in guerra, è indiscutibile che senza gli stranieri i danni alla nostra economia (l’8,9 per cento del nostro Pil, pari a quello della Slovenia, è frutto dei nuovi lavoratori venuti dall’estero, molti con mezzi di fortuna) sarebbero più gravi ancora, e la vita delle nostre famiglie (vogliamo fare il conto del sostegno sociale offerto dalle badanti dell’est?) più fragile e depauperata.

E siamo sicuri che senza i clandestini, coloro a cui Salvini vorrebbe dare un biglietto di solo ritorno, i nuovi schiavi adibiti nell’agricoltura, l’impresa agricola avrebbe retto i prezzi miserabili stabiliti dalla grande distribuzione a cui i produttori debbono attenersi?

Salvini non lo sa, e il guaio è che nessun altro sembra saperlo.

Siamo tutti concentrati a fermare l’invasione mentre si realizza la più spettacolare, drammatica e definitiva evasione di massa.

Ma mi faccia il piacere

Rassegna Stanca. “Ed ora passiamo al Corriere della Sega: 5Stelle-Lega, sale la tensione” (Nicolò Bellagamba, Tg3 Lineanotte, 11.9). Pensa se veniva pure a sapere che il direttore si chiama Fontana.

Insaputismi. “Falso profilo social, indagata la figlia di Scajola. Spacciandosi per un uomo, attaccava gli avversari del padre, tra i quali suo cugino” (La Verità, 12.9). Forse è la volta buona che lo beccano, quel mascalzone che comprò al padre la casa con vista Colosseo senza dirgli niente.

Di bene in meglio. “Rete4 nacque con Bocca a Montanelli, l’aristocrazia del giornalismo che oggi passa il testimone” (Pier Silvio Berlusconi, 12.9). Per dire come vi siete ridotti.

Roba forte. “Le mie sfide: fare un tg non urlato e raccontare la realtà dal di dentro” (Gerardo Greco, direttore Rete4, La Stampa, 13.9). Torna finalmente il cinema muto.

Il Dittator Nessuno. “Conte, il burattino che non riesce a diventare Pinocchio” (Francesco Merlo, Repubblica, 12.9). “Ponte, i vicepremier ora accusano Conte: ‘Decide tutto da solo’” (La Stampa, 16.9). “Conte e il decreto ‘in autonomia’: tensione con Salvini e Di Maio” (Corriere della sera, 16.9). E noi che, leggendo i giornaloni, pensavamo fosse un burattino-prestanome inesistente, invisibile, telecomandato. Che delusione.

Una bella gara. “La politica non è la schifezza mostrata da questi cialtroni!” (Matteo Renzi, senatore Pd, festa dell’Unità a Firenze, 9.9). Verissimo: è anche la schifezza mostrata dai cialtroni di prima.

Chi ben comincia. “Mi vedrete il doppio di prima. Il Pd ricomincia l’opposizione. Basta rassegnazione, lottiamo contro una classe dirigente di cialtroni” (Renzi, Reptv, 13.9). Praticamente minaccia il suicidio.

CoeRenzi. “Utilizzate tecniche di aggressione verbale che mi lasciano perplesso. Anche noi potremmo fare lo screening di chi sta seduto sui banchi del governo, ma non ci permetteremo di usare il vostro metodo di aggressione verbale. Perché siamo un’altra cosa” (Renzi, al senato sulla fiducia al governo Conte, 5.6). “Renzi ha proiettato, alla Festa dell’Unità di Milano, i volti dei ministri e del premier, schernendoli: ‘Questi sono una banda di cialtroni incapaci, scappati di casa!’” (ilfattoquotidiano.it, 11.9). Resta da capire chi siano i maestri e chi gli allievi.

Agli ordini! “Big e operai in Duomo per Marchionne, ma il governo non si presenta. Assente anche la Fiom…. Uno sgarbo meschino… una caduta di stile” (Repubblica, gruppo Elkann-De Benedetti15.9). La prossima volta, per punizione, governo e Fiom si presentino al Lingotto accompagnati dai genitori.

Chi può e chi non può. “L’indagine della Procura generale appare anomala al punto da sembrare persecutoria”, “L’accusa di abuso d’ufficio è come l’elisir di Dulcamara: vale quando non c’è niente di meglio” (note dei legali di Giuseppe Sala, sindaco Pd di Milano, imputato per falso e abuso d’ufficio, 13 e 31.12.2017). “Non si cerca il consenso attaccando i magistrati anche se sei un eletto” (Giuseppe Sala a Matteo Salvini, Repubblica, 9.9.2018). Quando si dice avere la faccia come il Sala.

Fate la carità. “Ma quale casta. Parliamo di ex deputati tra i 70 e gli 80 anni, che al massimo prendono 3mila euro al mese. E ora, dall’oggi al domani, taglieranno loro fino all’80 per cento della pensione. E come pagheranno il mutuo e le medicine?” (Maurizio Paniz, ex deputato FI, avvocato difensore dei parlamentari anti-tagli ai vitalizi, 9.9). Ma è semplicissimo: si faranno aiutare dalla sua vecchia amica nipote di Mubarak.

La portafortuna. “Boschi promuove Chiamparino: ‘No al rinnovamento per forza’” (Corriere della sera, 10.9). Ora al pover’uomo manca solo Fassino.

La badante. “’Per Berlusconi è finita la pacchia’ ha tuonato il sottosegretario con delega all’editoria Vito Crimi dalle compiacenti colonne del Fatto Quotidiano” (Laura Cesaretti, il Giornale, 16.9). E chi s’è incazzato? La badante con delega alla Pagnotta dalle dipendenti colonne del Giornale.

Il titolo della settimana/1. “Ottavia Piccolo fermata. Perchè è giusto cacciare una partigiana da Venezia” (Lorenzo Mottola, Libero, 12.9). Perchè sei fascista o perchè sei fascista?

Il titolo della settimana/2. “In fila per baciare Cuffaro: l’ex presidente condannato torna da star all’Assemblea regionale siciliana” (Repubblica, 14.9).La famosa affettività per i detenuti.

Il titolo della settimana/3. “Banchieri e imprenditori in sala. Il think thank antipopulista di Renzi. L’iniziativa del finanziere Serra” (Corriere della sera, 12.9). Di operai, per dire, manco uno per sbaglio.