Un Dizionario di oltre duemila voci: enciclopedico sì, ma “non eccessivo”

Pubblichiamo la postfazione al Dizionario Enciclopedico di Mauro della Porta Raffo, “Nel mentre il tempo si va facendo breve”, scritta da Antonio Padellaro, che sarà tra gli ospiti dell’incontro di lunedì alle 17.30 a Palazzo comunale a Varese.

Giunto al termine del viaggio che ha trattato oltre mille temi disseminando più di duemiladuecento nomi il lettore, ristorato ma non appagato, chiederà dove sarà condotto in seguito.

Domanda a cui il previdente autore, ha in qualche modo già risposto annunciando che la seconda edizione del Dizionario Enciclopedico, “ovviamente tenuto conto del trascorrere dei tempi”, sarà pubblicata nel 2020.

Un limite temporale che, naturalmente, noi viandanti della parola scritta ci auguriamo di raggiungere gagliardamente, convinti che la chiave di una postfazione che si rispetti sta tutta nel prefisso “post”.

Chi siamo noi, infatti, per commentare criticamente una via così sapientemente tracciata?

Mentre ci sarà concesso immaginare i possibili effetti, virtuosi, di una tale maestosa opera di documentazione, elaborazione, accumulazione e molto altro ancora.

Se solo si volesse metterla a frutto.

Per esempio, un governo che avesse rispetto di sé (contraddizione in termini) istituirebbe un ministero della competenza: senza portafoglio naturalmente ma dotato dei pieni poteri. Onde verificare il livello di preparazione dei candidati a guidare le articolazioni fondamentali del potere esecutivo. E con il compito di correggerne gli svarioni in corso d’opera.

Secondo il precetto evangelico del “molti saranno i chiamati ma pochi gli eletti” l’autore (chi altri se no?) potrebbe utilmente escludere dalla guida della nazione personaggi esperti nell’arte del raggiro e del mendacio.

Non altrettanto nell’uso appropriato di virgole e accenti.

Si sa: chi scrive male (e parla male) pensa male.

Non stiamo affatto celiando e non ci fa velo neppure l’amicizia con Mauro della Porta Raffo quando c’interroghiamo sull’uso pubblico del giacimento di conoscenze che il Dizionario, pur nella sua vastità, può solo necessariamente compendiare.

E qui ci viene in aiuto il citato maestro ebanista Adalbert Poesch che sfidò un giovane Karl Popper a interrogarlo su qualunque cosa “poiché io so tutto perfino le cose che devono ancora accadere”.

Eppure in Mauro non v’è alcuna prosopopea.

Anzi a scorrere i mille incontri, anche con protagonisti eccelsi della letteratura e della arti che si alternano alle voci enciclopediche, emerge l’autoritratto di un originalissimo osservatore del mondo, ironico, beffardo, tagliente senza mai eccedere.

Un uomo che come Neruda potrebbe ben dire: “Confesso che ho vissuto” e a cui mi piace accomunarmi in quella frase di Yasmine Reza che da tempo ho fatto mia: “Vivo quel momento delizioso in cui tutto è possibile e niente obbligatorio”.

Forse sarà così anche quel dopo che, non dubitiamo, l’autore sta già preparando.

“La rivoluzione sulla Carta inizia riconoscendo i diritti sociali”

Tra il 1945 e il 1946, poco prima di partecipare ai lavori della Costituente, Piero Calamandrei scrisse la prefazione a un saggio di Francesco Ruffini (circolato clandestinamente durante il fascismo), in cui si interrogava su libertà, giustizia ed equità sociale. Anticipiamo qui uno stralcio de “L’avvenire dei diritti di libertà”, che torna in libreria da lunedì con l’introduzione di Enzo Di Salvatore.

Mentre i tradizionali diritti di libertà hanno carattere negativo, in quanto a essi corrisponde l’obbligo dello Stato di non ostacolare l’esercizio di certe attività individuali, i diritti sociali hanno carattere positivo, in quanto a essi corrisponde l’obbligo dello Stato di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che si frappongono alla libera espansione morale e politica della persona umana. Coi primi si mira a salvaguardare la libertà del cittadino dalla oppressione politica; coi secondi si mira a salvaguardarla dalla oppressione economica. Il fine è lo stesso, cioè la difesa della libertà individuale, ma i mezzi sono diversi: mentre per soddisfare i diritti sociali lo Stato deve adoprarsi attivamente per distruggere il privilegio economico e per aiutare il bisognoso a liberarsi dal bisogno, il compito dello Stato a difesa della libertà non si racchiude più nella comoda inerzia del laissez faire, ma implica una presa di posizione nel campo economico ed una serie di prestazioni attive nella lotta contro la miseria e contro l’ignoranza.

Libertà di pensiero o di parola vuol dire diritto del cittadino a che lo Stato non lo perseguiti per le sue opinioni e non lo ostacoli nella pubblica manifestazione di esse; libertà dal bisogno vuol dire diritto del cittadino a che lo Stato concorra a fornirgli i mezzi per lavorare e per assicurargli una vita non bestiale ma umana. Senza l’accompagnamento dei diritti sociali le tradizionali libertà politiche possono diventare in realtà strumento di oppressione di una minoranza a danno della maggioranza: sicché si può dire in conclusione che i diritti sociali costituiscono la premessa indispensabile per assicurare a tutti i cittadini il godimento effettivo delle libertà politiche.

I diritti di libertà nel senso tradizionale costituiscono, per il solo fatto di trovarsi iscritti nella Costituzione, un impegno immediato dello Stato di astenersi dal compiere atti che possano turbare, in modo non consentito dalle leggi, quelle libertà: sono diritti già perfetti ed attuabili che lo Stato, purché voglia, può immediatamente rispettare e soddisfare senza fatica e senza spesa, dato che per rispettarli e soddisfarli le autorità pubbliche non devono far altro che mantenere una posizione di non intervento e di inerzia che non costa nulla. Ma lo stesso non si può dire per i diritti sociali: i quali, poiché ad essi corrisponde da parte dello Stato un obbligo positivo di fare e di dare, pongono allo Stato, per la loro soddisfazione, una serie di esigenze pratiche che non possono essere soddisfatte se non disponendo di mezzi adeguati, conseguibili soltanto a prezzo di profonde trasformazioni dei rapporti sociali basati sull’economia liberale. Quando si pone nelle Costituzioni, fra i diritti sociali, il diritto al lavoro o il diritto all’istruzione gratuita fino alle università per i meritevoli non abbienti, è chiaro che in questo modo si pongono per lo Stato formidabili compiti che non possono essere adempiuti coll’inerzia e coll’astensione. E il vero problema politico, allora, non è quello di riuscire ad inserire nella Costituzione la enunciazione di questi diritti, ma è quello di predisporre i mezzi pratici per soddisfarli e per evitare che essi rimangano come vuota formula teorica scritta sulla carta, ma non traducibile nella realtà.

Questa è la ragione per la quale i diritti sociali che si leggono in molte delle Costituzioni apparentemente democratiche uscite dalla prima guerra mondiale sono rimasti nella realtà allo stato di vaghi indirizzi programmatici e di promesse affidate all’incerto avvenire. Il diritto al lavoro, il diritto all’assistenza contro la vecchiaia e contro la malattia, il diritto all’istruzione gratuita sono stati affermati come lontane mete ideali non ancora raggiunte: la miseria se pure attenuata è rimasta, la disoccupazione se pur fronteggiata è rimasta, il privilegio dell’istruzione è rimasto.

La proclamazione dei diritti “sociali” nella Carta costituzionale rimarrà lettera morta se ad essi non corrisponderà una trasformazione effettiva della struttura economica della società, ossia una rivoluzione sociale che fornisca allo Stato i mezzi per soddisfarli. Quando si è affermato nella Costituzione che tutti i cittadini hanno diritto al voto, non c’è altro da fare: il diritto al voto entra senz’altro nel meccanismo costituzionale ed è senz’altro una realtà politica; ma se nella Costituzione si scrive che tutti i cittadini hanno diritto al pane, questa non è ancora una realtà politica, fino a che non si è modificata la struttura economica che finora ha consentito ai privilegiati la libertà di accumulare ricchezze e ai diseredati la libertà di morire di fame.

Per questo l’apparizione dei diritti sociali nelle Costituzioni è, più che il punto d’arrivo di una rivoluzione già compiuta, il punto di partenza di una rivoluzione (o di una evoluzione) che si mette in cammino.

“Berlusconi è il capostipite dei venditori, ma il migliore in assoluto resta Mike”

Il suo cognome è oramai un aggettivo nel parlar comune, con utilizzi plurimi, inaspettati, forse infiniti. È metro di paragone. Giorgio “Mastrota” è dentro il discorso di Renzi dedicato ai celeberrimi 80 euro; è il rimpianto di Nino Frassica (“anche io voglio pubblicizzare i materassi!”) e fonte di riflessione per Edoardo Pesce (“In questa società sono più riconosciuti i divi alla Mastrota, che attori come Elio Germano”).

Il protagonista di tutte queste attenzioni sorride: “So perfettamente di non ottenere sempre giudizi positivi, però a me va bene. Non mi offendo. Anzi”.

Negli anni Ottanta (“li ho presi in pieno”) è stato il delfino della televisione in stile Gianfranco Funari, gli anni dei socialisti lottizzatori su Rai2 (“li ho votati”); quindi concorsi come bello d’Italia, la fama, copertine, soldi, riconoscibilità e un matrimonio da rotocalco con Natalia Estrada (non finito benissimo); quindi alti e bassi, altri alti e altrettanti bassi, fino a quando dallo sgabuzzino-televisivo delle televendite di Mediaset ha ricavato un “monolocale” di lusso, da star del piccolo schermo. Oggi è uno dei protagonisti, nel ruolo di se stesso, in Romolo + Giuly. La guerra mondiale italiana, la nuova (e divertente) serie di Fox, prodotta da Wildside e Zerosix (in onda da domani sera) dove si accende una lotta tra Roma Nord e Roma Sud..

Lei è ovunque…

Anche dove meno uno se lo aspetta. E riesco ancora a stupirmi per alcuni contesti e situazioni.

C’è.

Diciamo che sono diventato un must, il mio cognome lo inseriscono nei meandri più disparati, mi trovo citato in narrazioni improbabili.

È un sistema di giudizio.

Che varia a seconda del tono di voce con il quale pronunciano il mio cognome.

Non si offende.

Quasi mai. Perché dovrei?

Ostinati.

Molto dipende dalla mia cocciutaggine di questi ultimi anni: ho insistito nelle televendite, mai mollato, alcuna scorciatoia, nessuna variazione di traiettoria.

Sempre tra pentole e materassi.

Chissà come mi definirete voi giornalisti dopo la mia morte.

Suggerimento?

Televenditore. Però qualcosa cambierà, e magari grazie a questa serie televisiva, forse mi riscopro attore.

È se stesso.

Non ho scritto le battute, quindi non rispecchia il mio pensiero: in Romolo + Giuly sono un cattivo, in un contesto non politicamente corretto.

Il suo personaggio si sente sottovalutato.

Ecco, io no. Conosco perfettamente le dinamiche televisive, le ho vissute tutte e in prima persona; i picchi di fama e i momenti bui; il telefono che squilla in continuazione e la fase in cui sei tu a chiamare e nessuno risponde.

Quando nessuno risponde…

Bisogna tenere a bada l’invidia, concentrarsi su come uscire dallo stallo. Non svendersi.

Tipo?

Non ho mai accettato un reality e me ne hanno proposti tantissimi; ogni volta ho replicato con ‘scusate, io lavoro’. E poi ci vuole anche una bella dose di fortuna, soprattutto nell’evitare i passi falsi.

Ha partecipato a “Uomini e donne” della De Filippi.

Un mese da tronista: un momento mi corteggiavano, e poco dopo cambiavo studio e vendevo i miei prodotti. Ho poi scoperto che molte delle pretendenti erano fidanzate, stavano lì solo per pubblicizzarsi.

Chi sono i suoi fan?

Sopra i 70 anni, e se sono donne, non ho rivali. Lì sono il numero uno. Quando vado al mercato accade di tutto, e in quei rari momenti di malinconia, basta una passeggiata e l’umore muta verso.

Le 70enni tentano l’approccio?

La bellezza di quell’età è la minor percezione delle inibizioni; quindi sì: alcune ci provano, ma sempre con un sorriso accompagnato da una battuta sboccata.

Audaci.

Non toccano, sia ben chiaro.

Insomma, lei raramente è triste.

Sempre stato un tipo positivo; sempre guardato al domani con l’occhio benevolo, anche quando ho iniziato abbastanza presto a perdere i capelli, esattamente come mio padre.

Tradizione.

Guardo il ciuffo di mio figlio e gli dico: ‘Rassegnati, sei come noi’.

In televisione ha iniziato presto.

Grazie a Gianfranco Funari, è stato lui a portarmi in Rai, e in quel periodo ho imparato tantissimo.

Funari.

Si vendeva come nessun altro, possedeva lo studio televisivo, lo dominava; un vero animale da riflettore in grado di calcolare i tempi ottimali per mantenere alto il ritmo della trasmissione.

Anche negli ultimi anni di carriera?

Insomma, a un certo punto ha strabordato.

Quando parlava dei suoi problemi intestinali…

Avrei evitato, ma quello è un errore tipico del nostro mondo: spesso chi sta davanti alla telecamera passa una fase della carriera nella quale si sente troppo sicuro di se stesso, a volte onnipotente, e va oltre l’opportuno.

Funari con lei.

Generoso, ma non solo con me, con l’intero gruppo di lavoro. Un giorno mi guarda: ‘Non me piace come te vesti’; mi carica in macchina insieme alla sua moglie dell’epoca e mi porta in centro a Milano: ‘Adesso vedi’.

Risultato?

Mi guida all’acquisto di una lunga serie di giacche, quelle di moda allora, orribili, con le spalline da corazziere e dei colori anacronistici. Lui soddisfatto: ‘A Giò, adesso sei un’altra cosa. Ora cambia tutto’.

Ed è cambiato?

I primi tempi sono stati tosti, non è semplice la tv. Per fortuna sono sempre stato abbastanza sveglio, ero belloccio, sapevo parlare, conoscevo il congiuntivo grazie anche all’università.

Non finita.

Manca la tesi, lo so. Il problema è stata la botta di popolarità riscontrata in quel periodo, un’altissima sbornia di ego, quando bastavano pochi passaggi in Rai per diventare un personaggio pubblico.

Sintesi: giovane, belloccio, famoso, soldi in tasca. Risultato?

Mi sono beccato la Estrada. Poi è sfuggita (si è legata a Paolo Berlusconi).

È sfuggita anche la fama.

In questo mestiere nessuno è insostituibile, nessuno! Dove non ci sei tu, prima io poi arriva un altro.

Proprio nessuno è insostituibile?

Neanche Fiorello; quando è mancato per due anni dalla televisione, non ho visto manifestazioni di piazza, o persone strapparsi i capelli. Non ho sentito petizioni pubbliche. Ovvio, nel momento in cui Fiore è protagonista di qualcosa, lo seguo perché è bravissimo.

Questa regola vale anche per lei.

Soprattutto. E se vuoi sopravvivere, e bene, devi tenerla in mente; devi sapere che basta andare a Lugano per non contare più un cavolo.

Però lei è invidiato da Frassica.

Recentemente ho sentito il Mago Forest citarmi in uno show: ‘Il posto più strano dove ho fatto l’amore? Su un materasso mentre Mastrota lo vendeva’.

Lei quanto conta?

Dipende dal contesto, funziono molto sui beni di largo consumo, certo non ci sono più i numeri di un tempo: negli anni Duemila potevo spostare molto, in quanto a vendite, oggi un pochino meno a causa delle differenti piattaforme di comunicazione.

Berlusconi l’ha mai consigliata su come si vende?

No, ma solo perché quando ho iniziato lui era sceso in politica.

Nel vendere, più bravo lui o lei?

Berlusconi è in assoluto il capostipite di tutti i venditori moderni, ma il più grande era e resta Mike (Bongiorno).

I colleghi la trattano mai con sufficienza?

Credo di no, ma non saprei accorgermene. Anche in questa serie tv ho trovato persone carinissime, Fortunato Cellino (il boss in Gomorra, e nel cast di Romolo + Giuly): mi ha aiutato molto, soprattutto su come pronunciare le battute, come tenere i tempi giusti, le inflessioni.

Lei ha recitato nella telenovela “Manuela”.

E parliamo di una serie da cinque-sei milioni in prima serata.

Brividi.

Nei primi anni Novanta non c’era ancora l’offerta di oggi: di sera, o ti drogavi di telenovelas, o leggevi, o trombavi.

I suoi figli lo sanno?

Il piccolo pochi giorni fa è uscito da scuola con un cruccio: ‘Ma tu sei famoso perché vendi i materassi?’. Quasi quasi mi ha turbato.

Non conosce il suo passato.

Ho chiesto a dei tecnici Mediaset il favore di realizzare una raccolta dei miei precedenti lavori: dal Gioco delle coppie alla stessa Manuela, fino a Meteore.

Si è mai rivisto in “Manuela”?

Abbastanza ridicolo, recitato con modalità assurde. In una scena prendo un pugno da Fabio Testi, e lì ho toccato alte punte di ilarità.

Si sente famoso?

Sono conosciuto.

Citato da Renzi.

Forse gli ho portato male.

Ha sperato in lui.

Giovane, nuovo, in apparenza capace. Succede.

La gestione del privato.

Oramai ci sono abituato, all’inizio no, è stato molto complicato capire come muoversi quando il tuo viso è riconoscibile e la tua vita preda dell’altrui. Poi oggi sono cambiati i processi.

Con i social.

Un tempo uscivano solo i settimanali tipo Novella 2000: bastava apparire lì per scatenare endorfine da primadonna; adesso è una comunicazione perenne ed è più complicato comprendere che è tutto un attimo.

Battito di ciglia.

E da pseudo-famoso torni nei ranghi.

Lei sui rotocalchi ci è finito, eccome.

Si riferisce alla separazione con Natalia?

Sì.

La notizia del nostro addio è stata data dal Tg5 della sera. Chiaro? Mia madre lo ha scoperto guardando il telegiornale.

Non male.

È nel conto di questo mondo, devi solo calibrare i possibili danni.

Pragmatico.

Un po’. E piazzo paletti dove necessario.

Negli Ottanta Rai2 era molto socialista.

Compreso me: ho vissuto a pieno la Milano da bere, quella della triade Tognoli-Pillitteri-Craxi.

Come Funari.

Assolutamente, funzionava così e ammetto spudoratamente un certo disinteresse per la politica, si viaggiava verso altri lidi della mente, l’edonismo dominava le nostre giornate.

Non sempre e non per tutti.

A Milano sì, erano pochi quelli veramente impegnati.

Meglio il potere o i soldi?

Sono due facce fondamentali della nostra società, non due metri di valutazione.

Secondo un settimanale lei guadagna 850 mila euro l’anno dalla televendite.

Eh, magari.

Lascerà per dedicarsi alla fiction?

Io? Non ci penso proprio, a quelle non rinuncio, non abbandonerò i miei comodi materassi. (Gli si abbassa la voce) Mi scusi, sono a Roma e ieri sera ho mangiato un’amatriciana. Sono ko.

(Nella battaglia tra Roma Sud e Roma Nord per ora ha vinto il bucatino).

Twitter: @A_Ferucci

Renzi, Leosini, Conte: pazze idee per rimpiazzare Asia

Grande agitazione dalle parti di Sky per l’uscita di scena di Asia Argento dalla giuria e l’urgente necessità di trovare un suo sostituto entro l’inizio delle dirette serali. Certo, voci di corridoio dicono che si stia cercando una scusa per tenerla dentro senza che il produttore di X-Factor non sia arso vivo in una diretta Netflix e che una sua compagna nei boy-scout dica che a sette anni in campeggio la molestò con la fiaschetta per l’acqua, ma per ora l’ipotesi sostituzione è la più probabile.

Ecco quindi la lista dei candidati che Sky sta vagliando in questi giorni e che comunque, se maschi, in via preventiva, sono stati tutti barbaramente menati un quarto d’ora da Mara Maionchi con una vecchia cucchiara in ottone, in modo che già prima di iniziare le dirette passi a tutti la voglia anche solo di dire “ciao” a una donna.

Matteo Renzi. L’idea di entrare nel cast di X-Factor gli è venuta a una festa dell’Unità in cui all’ingresso della band, a fine serata, ha contato quanta gente c’era in platea e quanta sul palco. A quel punto, visto che vuole tornare a dirigere una squadra numerosa, ha riconsegnato la tessera del Pd e ha chiesto a X-Factor che gli venisse assegnata la direzione delle band. Naturalmente, ben consapevole di doversi guadagnare la simpatia del pubblico di Sky, per la prima puntata ha già preparato una serie di slide con cui prenderà per il culo i giurati rivali tramite l’ausilio battute esilaranti tipo “ecco qui Somara Maionchi!”. Durante le selezioni ha scelto i frontman delle varie band con un unico criterio, ovvero che cantino tutti peggio di lui.

La figlia di Asia Argento. La sua ipotesi piaceva molto, ma durante il provino, con un vecchio mascara dei Maneskin trovato in camerino, ha scritto il nome della band che aveva selezionato sulla facciata della sede Sky di Rogoredo.

Dino Giarrusso. Il Movimento 5 Stelle non sa più come riciclarlo per cui inizialmente lo volevano affiancare a Virginia Raggi mandandolo a tappare le buche, ovvero infilandocelo dentro per livellare la strada, ma pare non fosse sufficientemente qualificato. Poi volevano fargli mettere dei baffi finti e fargli fare quello che va chiedere i selfie ai funerali di Stato a Matteo Salvini così la Lega perde mezzo punto di percentuale e il Movimento risale. Poi, forte del suo giornalismo d’inchiesta alle Iene, lo volevano mandare a scovare le truffe in concorsi delicati come Miss Italia, ma il secondo giorno già sosteneva che la lacca Wella, sponsor del programma, con i suoi clorofluorocarburi, provocasse piogge acide sul Gran Sasso e conseguenti infiltrazioni nelle falde acquifere abruzzesi che avrebbero scatenato un’apocalisse atomica su Sulmona e istigato tutti i bambini abruzzesi vaccinati a praticare il Blue Whale e a parlare come Antonio Razzi, quindi Patrizia Mirigliani ne ha chiesto l’allontanamento. Alla fine, è rimasta in piedi solo l’ipotesi X-Factor, ma Manuel Agnelli sostiene che ai bootcamp Giarrusso gli abbia messo una mano sul culo avendolo scambiato di spalle per Giusy Ferreri e quindi la sua candidatura appare piuttosto debole.

Franca Leosini. Le hanno chiesto se starebbe pensando di accettare X-Factor perché le interessi aiutare la carriera musicale dei giovani, ha risposto: “No, mi interesserebbe aiutare gli ardori lombari del giovane Cattelan”.

Luigi Di Maio. Si è dichiarato entusiasta di partecipare al programma perché si svolge a Milano e a lui il Piemonte è sempre piaciuto. Qualcuno gli ha fatto notare che Milano è in Lombardia, al che Michele Emiliano ha risposto che Di Maio sa benissimo dov’è Milano ed è noto il sostegno del Piemonte a Milano capitale dell’apericena 2019.

Il senatore Simone Pillon. La sua candidatura vacilla perché gli hanno ipoteticamente affidato la categoria “Under donne” e lui ha già fatto sapere che accetta solo se a metà canzone la donna lascia il palco e prosegue un uomo. Inoltre, le under 18 devono salire sul palco col papà e stare in camerino con la mamma e viceversa a serate alterne. Nel caso di scazzi con la Maionchi va chiamato il mediatore familiare, ovvero quella figura neutrale, che non tifa per nessuno e piuttosto che prendere una posizione si farebbe sciogliere nel wc net. Ovvero Alessandro Cattelan.

Antonio Conte. La sua candidatura è fortemente caldeggiata dai sostenitori di Asia Argento, secondo i quali sarebbe l’unico modo per far sì che nessuno si accorga che Asia Argento è stata sostituita.

Roberto Burioni. L’ipotesi della sua candidatura è tramontata quando al suo provino, uno dei cantanti, ha intonato “Non dirgli mai”. Burioni è scattato immediatamente in piedi ed è corso verso l’uscita dello studio inseguito dagli autori che gli chiedevano cosa avesse. “Ho tutti i vaccini tranne quello contro le canzoni di Gigi D’Alessio”, ha risposto mentre saliva in taxi scolando l’Amuchina da 100 ml.

Il ministro della Famiglia Cioè il leghista Lorenzo Fontana. Al suo provino un cantante di Bisceglie ha cantato Anna e Marco di Lucio Dalla. Il ministro si è complimentato col cantante per la performance “anche perché non è mai facile cantare un inedito”. Il cantante ha replicato che Anna e Marco è una canzone di Lucio Dalla. Fontana, con aria mefistofelica, gli ha risposto: “Era un tranello, ci sei cascato: i cantanti gay non esistono”. E l’ha cacciato.

Maria Elena Boschi. La deputata aretina pare ben disposta ad accettare la proposta di Sky ma avrebbe chiesto un’unica condizione: che il televoto sia attivo solo per il Trentino Alto Adige. La Maionchi, tramite un asciutto comunicato stampa, ha risposto: ma vaffanculo.

“Le gadget c’est moi”: Macron vende souvenir dell’Eliseo

L’Eliseo ha il suo marchio, i suoi gadget e anche la sua boutique on line di souvenir. Il fine è rispettabile: parte dei fondi raccolti serviranno a finanziare il restauro del palazzo presidenziale che, alla veneranda età di 300 anni, ha bisogno di un lifting completo, a cominciare dalla salle des fêtes, che presto sarà chiusa per lavori. In Inghilterra i tanti gadget a marchio Windsor con i volti dei membri famiglia reale su mug e ombrellini genera un mercato di diversi miliardi di sterline ogni anno. Macron, che si è meritato i soprannomi di Jupiter (“Giove”) e di Napoleone, si mette a fare come la regina Elisabetta.

L’operazione è stata lanciata ieri in occasione delle Giornate europee del Patrimonio. Solo per questo fine settimana una boutique “fisica” è stata installata all’Eliseo, che come ogni anno da Giscard-d’Estaing in poi è aperto al pubblico. Lunghe file fino agli Champs Elysées si formano sin dalla mattina presto. Nel 2017 i visitatori sono stati 17mila. Se ognuno lascia il palazzo con un gadget, l’Eliseo avrà fatto affari. Da domani gli acquisti si potranno fare invece solo on line.

Ma per un motivo o per un altro, l’operazione commerciale dell’Eliseo non convince tutti. “Abbiamo già visto la funzione presidenziale perdere credito con Sarkozy, un altro po’ con Hollande, ma si può ancora perdere una tacchetta con Macron”, si leggeva ieri su un blog del giornale Mediapart. Il motivo? Una maglietta con una figurina stilizzata in cui si riconosce il presidente francese mentre festeggia col pugno alzato la vittoria dei Bleus ai Mondiali di calcio. L’immagine di Macron esultante in maniche di camicia aveva fatto il giro del web a giugno. Non è uno scherzo: la t-shirt è in vendita a 55 euro. Diciamo che il giovane presidente non teme di ridicolizzarsi.

Ma in tanti cominciano a pensare che il marketing presidenziale, invece di essere un omaggio alla grandeur dell’Eliseo, assomiglia piuttosto a una propaganda alla gloria del suo attuale inquilino. Il ritratto ufficiale di Macron finisce sulla mug a 24,90 euro. Alcune magliette, sempre a 55 euro, portano le frasi “celebri” del presidente, scelte tra le quelle più “divertenti”, naturalmente. Un orologio da polso con la fascetta tricolore, a 169 euro, è stato visto da un paio di settimane al polso di Macron, principale testimonial dei prodotti a marchio Elysée. Secondo Marianne bisogna fare attenzione a “non confondere la République e il fan club di Macron”: “Non è scioccante celebrare la figura del presidente – scrive il giornale –. È fastidioso invece consacrare un culto alla personalità dell’effimero titolare del posto”. La scelta in boutique è tra 56 oggetti. Per fortuna non tutti hanno la faccia di Macron. Chi vuole spendere meno possibile può acquistare la matita tricolore a 3 euro. Tutti i prodotti sono made in France. Ma non è mancata la gaffe. A poche ore dal lancio, si è scoperto che le tazze in “porcellana di Limoges”, come annunciato dal logo, erano in realtà prodotte a Tolosa. L’Unione dei fabbricanti della prestigiosa porcellana ha dato l’allarme e i “falsi” sono stati ritirati dalla vendita appena in tempo.

“Sono Samir, sono italiano e combatto per l’Isis”

“Mi chiamo Samir Bougana e vengo dall’Italia”. Inizia così, in un italiano perfetto, la confessione davanti ai combattenti curdi siriani delle Unità di protezione del popolo (Ypg) del trentenne italiano di genitori marocchini che 3 anni fa si arruolò nell’Isis diventando, secondo le prime notizie arrivate dalla Siria, responsabile per l’organizzazione terroristica islamica dell’approvvigionamento di armi via Turchia. Catturato lo scorso 27 agosto nei pressi di Raqqa dalla milizia che costituisce la spina dorsale delle Forze siriane democratiche – l’esercito di combattenti arabi e curdi, sostenuto dagli Stati Uniti, autore della disfatta dell’Isis nel nord-est della Siria – Bougana è il primo italiano ad ammettere di essere stato un membro dell’Isis.

Durante la confessione registrata e postata su Youtube, il jihadista, nato e cresciuto in Italia fino all’età di 16 anni, spiega senza tradire emozione e preoccupazione di aver trascorso gli ultimi 3 anni della sua vita in Siria dove era arrivato con la moglie tedesca e le figlie passando dalla Turchia. Ed è in Turchia che stava tentando di tornare con la famiglia quando è stato arrestato dai curdi.

Sempre per sua ammissione, una volta arrivato nel paese sarebbe andato a chiedere protezione e rimpatrio al consolato italiano. Dalla Farnesina non sono arrivate delucidazioni in merito ma è auspicabile che gli inquirenti italiani siano già al lavoro per capire se Bougana avesse mantenuto contatti con l’Italia dopo essersi trasferito in Germania quando era poco più di un adolescente.

Contatti che magari sarebbero rimasti attivi anche dopo la sua decisione di entrare nelle fila dei combattenti dell’Isis. A quel punto andrà capito se lo jihadista aveva deciso di ritornare in Italia, anziché in Germania (paese natale della moglie) per continuare la lotta con una cellula oggi dormiente, come ha raccomandato alle sue truppe in disarmo, nel suo ultimo discorso diffuso via internet un paio di settimane fa, il Califfo Al Baghdadi, a quanto pare sopravvissuto alla debacle in Iraq e Siria.

Dopo la dissoluzione dello Stato Islamico con la caduta di Raqqa, il nostro connazionale sarebbe rimasto nascosto in quella sacca di resistenza che si trova al confine con lìIraq attorno all’ultimo caposaldo di Hajin.

Secondo l’antiterrorismo curdo l’uomo, si faceva chiamare con i nomi di battaglia di Abu Hureyre al Muhajir o Abu Abdullah al Muhajir e aveva un ruolo importante nell’organizzazione terroristica. Sarebbe stato infatti anche uno dei coordinatori dei mercenari stranieri del Califfato. Del resto Al Mijahir è il soprannome di battaglia che molti foreign fighters avevano adottato.

Qualora venisse confermato che ha avuto questi ruoli cruciali nell’organizzazione, l’aria tranquilla e lo spirito collaborativo, confermato dai suoi custodi curdi, che mostra nel video risulterà ancora più impressionante. Insomma per salvarsi sembra stia svuotando il sacco senza remore, fornendo dettagli circa il funzionamento dell’Isis e il suo rapporto con l’estero.

Bougana aveva vissuto anche a Cremona, ma l’ultima residenza nota era a Canneto sull’Oglio. Il motivo per cui decise di andarsene in Germania nel 2012 non lo ha spiegato nel video. Secondo la legge internazionale, a cui l’Italia aderisce, i combattenti di organizzazioni terroristiche anche straniere, una volta rientrati nel paese d’origine, devono essere processati.

Arriva il fuso pazzo: neppure l’orologio unisce più l’Europa

C’era una volta, il meridiano centrale europeo. Da Madrid a Berlino, da Stoccolma a Roma, cambiano le lingue, il clima, il cibo ma non l’ora, che è stessa ora per tutti. Certezza che potrebbe presto svanire. Se la corsia preferenziale voluta dalla Commissione europea sarà rispettata, una nuova direttiva Ue porterà entro l’aprile 2019 all’abolizione dello spostamento orario tra estate e inverno.

Una semplificazione solo apparente, dato che l’Europa rischia di perdere omogeneità di orario tra nord a sud. Questo perché ogni Stato Ue avrà il potere di decidere se adottare l’ora legale o quella solare, con possibili conseguenze sul coordinamento dei trasporti e delle attività commerciali tra un Paese e l’altro. Aggiungendo così al temuto caos politico post elezioni europee anche l’inedita sindrome da orologio impazzito.

La Commissione ha avviato l’iter legislativo per restare tutto l’anno sulla stessa ora dopo la consultazione popolare che ha visto esprimersi la grande maggioranza (84%) in favore dell’abolizione del cambio di ora due volte l’anno.

Il motivo per cui si era arrivati a interpellare i cittadini europei attraverso moduli online è che da tempo vengono espresse preoccupazioni, da molti ritenute infondate, su possibili danni per la salute psicofisica a ogni aggiustamento delle lancette.

Il referendum consultivo svolto non è stato pienamente rappresentativo della volontà dei cittadini: molto partecipato da tedeschi, austriaci e abitanti del nord Europa, pochissimo da greci, spagnoli e italiani. Senza contare che i 4,6 milioni che si sono espressi non sono che un’esigua minoranza degli oltre mezzo miliardo di abitanti dell’Ue.

La voce del popolo è un mantra che perfino l’euroburocrate Juncker non può ignorare a otto mesi dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Ma ammesso che gli europei si siano trovati d’accordo sull’abolizione del cambio ora, si sono immediatamente divisi su quale regime adottare: quelli del sud vorrebbero sempre l’ora estiva, quelli del nord preferiscono l’invernale. E dato che la Commissione non ha il potere d’imporre l’uniformità oraria – ha spiegato la commissaria Ue ai trasporti Violeta Bulk – dopo l’eventuale approvazione della direttiva, la decisione se essere “solari” o “legali” verrà lasciata alle singole capitali.

L’ora legale è una convenzione, introdotta nel secolo scorso con lo scopo di favorire il risparmio energetico. Per giunta la stessa scelta dell’ora da adottare è spesso legata a decisioni politiche. Di naturale il fuso – linea convenzionale che divide la superficie terrestre adottata in Usa a fine 800 per uniformare i tempi del trasporto ferroviario – ha davvero poco, se solo si pensa che la Cina è tutta strizzata (per evidenti ragioni politiche) nel meridiano di Pechino.

La Spagna, che si trova sulla linea Greenwich, fu spostata da Francisco Franco sul meridiano di Berlino nel 1942 in omaggio all’amicizia con Hitler.

Hugo Chavez nel 2007 ha voluto segnare l’avvento del bolivarismo in Venezuela mandandolo mezz’ora avanti.

Che male c’è ad avere più ore nello stesso Paese? Gli Usa ne contano 5 dall’East Coast all’Alaska, la Russia il doppio da Mosca alla Kamchatka. L’Europa ne ha oggi già almeno 3 da Lisbona passando per Berlino e Roma, fino a quello di Helsinki e Atene, e per giunta neppure è una federazione di Stati vera e propria.

Eppure, prima di passare (primo caso al mondo), al cambio d’ora verticale, trasversale o persino a zig-zag, non sarebbe male – è il caso di dirlo – fermarsi tutti e resettare gli orologi.

Poveri prenditori, gli hanno azzoppato il CR7 della Consob

La sedicente classe dirigente italiana e i suoi pensatori a gettone cominciano a fare tenerezza. Sono a un tale grado di disperazione da risultare gli unici convinti (quindi terrorizzati) che con questo governo ci sia il cambiamento. Neppure la foto di Danilo Toninelli raggiante con Bruno Vespa li ha rassicurati sul nulla in arrivo. Temono addirittura che la masnada populista strappi al quel distrattone di Sergio Mattarella la firma su un presidente Consob disposto (signora mia!) a far rispettare la legge. Il capitalismo italiano è guidato da figli di papà invecchiati, convinti che il reato sia mezzo di risoluzione delle controversie economiche. E che Mario Nava alla Consob fosse una garanzia. Chiariamo: il governo pentaleghista è spaccato su tutto e i parlamentari di maggioranza non hanno la forza di far dimettere nessuno. Solo che Nava ha incassato la guida dei “poliziotti del mercato” raccontando balle sul suo rapporto di lavoro con la Commissione europea. La legge dice che per fare il presidente della Consob, se dipendente da un ente pubblico, devi prendere l’aspettativa. Nava si è impuntato per nove mesi, e ha indotto governo, Quirinale e Corte dei Conti a bersi la strampalata idea che l’Unione europea non sia un ente pubblico. In questo sventurato Paese si troveranno sempre un avvocato che, ben pagato, argomenterà che Gesù è morto di freddo, e un consigliere di Stato che farà finta di credergli.

Mattarella e Conte alla fine gli hanno fatto sapere che, per il bene comune, era meglio che se ne andasse prima di costringere le amate istituzioni a fargli male davvero, con pubblico scandalo. Niente da fare. Continuano a scrivere che l’orda populista ha strappato Nava al Paese, con danni incalcolabili. Il Corriere della Sera spiega al Paese che cosa si è perso con Nava: “Ha detto di essersi sentito a Roma come Ronaldo che giocava nel Chievo”. Attenzione, non l’ha detto al bar ma nel discorso di commiato dai 600 dipendenti della Consob, se il Corriere non se l’è inventato. E già questo basterebbe, se fossimo un Paese serio, a far chiamare il CR7 della Consob a Palazzo Chigi o al Quirinale, scegliete voi, per comminargli “una satanica girandola di calci nel culo” (da una poesia di Amadeo Bordiga).

Il Corriere, con sintassi offuscata dall’emozione, descrive la vera paura di lorsignori: “La Consob ha poteri di manovrare la Guardia di Finanza per ispezioni improvvise in qualunque società abbia emesso titoli. Di conseguenza, se il presidente dell’Autorità non desse le necessarie garanzie di equilibrio e indipendenza dalla politica, potrebbe esercitare un forte condizionamento su banche o aziende quotate in tutti i settori”. Il panico è tale da dimenticare che la nomina del presidente della Consob la firma Mattarella e non un esperto di scie chimiche. E il rapporto di lavoro di Nava con l’Ue viene chiamato “affiliazione”, lapsus di cui saranno grati i dementi convinti che Bruxelles sia il covo della massoneria internazionale. Il panico è tale che si paventano “ispezioni improvvise”, come se finora si facessero con il preavviso, che magari è vero ed è un altro lapsus.

Chiariamo ancora: il presidente della Consob dev’essere indipendente da banche e grandi società quotate. E non deve ricevere i vertici dell’Ubi che protestano contro gli uffici Consob che manifestano “accanimento”, come faceva Giuseppe Vegas così amato da lorsignori. Poi dev’essere indipendente dalla politica, non come Vegas che fu nominato in quanto viceministro di Berlusconi. Solo che nel 2010 il governo (con Consob e Bankitalia complici) stava solo portando al disastro pensionati e risparmiatori, e i prenditori erano sereni. Mentre i loro giornalisti applaudivano.

Twitter@giorgiomeletti

Discepolo è chi dona la vita per e con Cristo. Non solo chi lo riconosce

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Marco 8, 27-35).

Dopo la professione di fede di Pietro, Gesù partecipa ai discepoli che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto … venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. È il primo annuncio della passione ad occupare il centro del Vangelo di Marco, a segnare il decisivo orientamento del cammino di Gesù con i suoi verso Gerusalemme. Ma l’evangelista, finalmente, vuol mettere a fuoco l’interrogativo, chiaro fin dalla prima riga, riguardante l’identità di Gesù: Ma voi chi dite che io sia? Può sembrare una restrizione della domanda destinata alla gente. Invece, intende farci comprendere che cosa si agita nell’animo dei discepoli, dato che seguendolo hanno potuto vedere tutto ciò che Egli ha fatto e detto. Ciò che apparteneva alle profezie, alle rivelazioni, ai messaggi, alle attese mantenute vive dai profeti come promessa della fedeltà di Dio si sta compiendo. E questo rivela e illumina comprensibilmente il mistero della sua vita e l’efficacia della Sua Parola che tocca i cuori. Gesù appare in tutta la Sua solitudine: doveva soffrire molto! I suoi stanno comprendendo che la Passione non è un incidente di percorso, né una fatalità: rientra nella volontà di Dio. Questo sconvolge e scandalizza i discepoli!

L’anticipata l’ostilità degli anziani, il misconoscimento dei sacerdoti e il rifiuto degli scribi nei riguardi di Gesù è una morsa paurosamente terribile, senza scampo. Ecco diminuire la fiducia in Lui! All’ottimismo che li ha sorretti sinora s’insinua il timore che la loro sorte futura non sia dissimile da quella del Maestro. Hanno investito tutto su Gesù. Con l’inatteso annuncio della sua morte vedono aprirsi l’oscuro orizzonte del fallimento! Il disorientamento è totale. Sì, anticipa una cosa inaudita: dopo tre giorni risorgerò, ma la risurrezione è un’esperienza tanto sconosciuta che non riescono a capirla, a rasserenarsi.

L’incauta ma affettiva generosità di Pietro dà subito, a nome del gruppo, la risposta dogmaticamente precisa e sicura: Tu sei il Cristo! Anzi, prende in disparte il Maestro e si mette a rimproverarlo per la sottomissione a quell’annuncio. Ma senza mezzi termini, con altrettanta immediatezza e vivacità, Gesù ammonisce Pietro e marchia come satanico il suo modo di pensare. Mai successe diverbio tanto forte con un discepolo dei più vicini e proprio con quello che poco prima l’aveva riconosciuto come il Cristo. Chi non pensa secondo Dio cade nel gioco dell’Avversario, del Separatore; non riconosce come volontà di Dio di salvare e amare gli uomini nell’irrevocabile e libera decisione di Gesù di abbracciare la via della Passione. Pietro è tentato di mettersi davanti al Maestro per difenderlo o per ostacolarlo meglio dal pauroso disegno. Ma Gesù, con tono perentorio, ricolloca il suo Pietro al posto che spetta ad ogni cristiano: Va’ dietro a me. Discepolo non è tanto chi riconosce Gesù come il Cristo, ma chi con Lui e per Lui sa far dono della sua vita.

*Amministratore Apostolico di Camerino – San Severino Marche

Moscovici e l’amor patrio ferito

Che cosa c’è che non va nella frase del Commissario europeo Moscovici (“Vedo in giro tanti piccoli Mussolini”) che ha provocato reazioni violente e risentite sia dai due vicepremier della nostra Repubblica, sia da pattuglie di giornalisti italiani (si segnala la pronta e risentita difesa della Patria da parte di Mentana in Tv), benché la frase non fosse sull’Italia ma sull’aria che tira in Europa? Vi sono varie versioni della frase di Moscovici e ne cito alcune. “C’è paura. In giro non c’è Hitler ma forse dei piccoli Mussolini” (Repubblica, 14 settembre ). Oppure: “Chiaramente non c’è Hitler ma, per quanto riguarda dei piccoli Mussolini, beh questo resta da verificare” (Il Corriere della Sera, id). Oppure: “C’è un clima che assomiglia molto agli anni Trenta. Certo non dobbiamo esagerare, chiaramente non c’è Hitler, forse dei piccoli Mussolini” (Il Messaggero, stesso giorno).

Ora vediamo alcune reazioni giornalistiche italiane. Per capire che cosa abbia provocato il senso di indignazione che dilaga di testata in testata, suggerisco di rileggere, accanto a ogni spunto di commento, la frase incriminata. Corriere della Sera: “Parole durissime nella forma, che suscitano l’immediata reazione dei due vicepresidenti e di fatto co-gestori del governo giallo-verde, visto da molte cancellerie come populista e pericoloso. ‘Il commissario Moscovici parla a vanvera di tanti piccoli Mussolini in giro per l’Europa. Si sciacqui la bocca prima di insultare l’Italia, gli italiani e il loro legittimo governo’, è lo sfogo di Matteo Salvini. Non meno piccata la replica di Luigi Di Maio: ‘Si permettono di dire che in Italia ci sono tanti piccoli Mussolini. Non se lo devono permettere. Ci siamo sentiti scherniti da questo mix di politichese e supponenza’”. Il Messaggero, 14 settembre: “Sbanda Pierre Moscovici quando evoca un passato irripetibile. Usa il fascismo per offendere l’Italia. Le fonti hanno chiarito che la battuta sui ‘piccoli Mussolini’ va letta nel contesto della situazione europea in generale. Ma la sbandata di Moscovici non è facile da rimediare”. Forse. Ma non così impossibile come la sbandata italiana. L’intera sequenza, infatti, comincia con una situazione che, sul versante nazionale, diventa subito ridicola. Ognuno dei due vicepresidenti del Consiglio del nostro Paese, che non si riuniscono mai quando si tratta di nominare il commissario per il ponte di Genova, reagisce separatamente e prontamente quando qualcuno evoca lo stile mussoliniano di alcuni governi (senza dire quali, come richiede l’effetto retorico) e grida concitato a tutti, indicando se stesso: “Come si permette di darmi del fascista?” Per Moscovici è facile far notare che parlava in generale, come dire “brutti tempi” o “momento difficile”. Per Di Maio e Salvini impossibile uscire dalla trappola. Si parlava di fascisti e loro si sono prontamente candidati (“è chiaro che stanno parlando di me”) e prontamente dichiarati offesi. A questo punto, Moscovici non ha altro da aggiungere, visto che piccoli Mussolini europei, come il leader polacco Kaczynski, che è, e non si vergogna, un duce adeguatamente cattivo ma un po’ basso di statura. E il primo ministro ungherese Orbán, più nazista che fascista, niente affatto imbarazzato di esserlo, che è appena stato dichiarato, con voto schiacciate dal Parlamento europeo “dittatore dell’anno”, non vivono sotto copertura, si dichiarano volentieri per quello che sono (Orbán minaccia l’Europa se l’Europa, di cui fa parte, gli tocca la patria), provocano con piacere e si vantano dalla somiglianza. Perché dovremmo far torto a queste persone, che vogliono, nel loro piccolo, sembrare il duce e non trovano affatto offensivo il paragone? Tutta da spiegare resta la storia italiana.

Il vicecapo del governo 5Stelle avrebbe diritto di offendersi a essere definito fascista, solo se il suo dipendente Toninelli, M5S, ministro della Repubblica ma devoto di Salvini, non avesse chiuso i porti italiani senza preavviso. E solo se avesse rifiutato il giro di vite sugli immigrati. Il caso del vicecapo del governo leghista è più semplice perché il ministro si vanta continuamente delle decisioni adottate senza la copertura di alcuna legge, si vanta di essere indagato per sequestro di persona, è orgoglioso dell’articolo del Time che lo descrive come lo zar dell’immigrazione in Italia, colui che si dichiara dalla parte degli spioni russi e uno “che ha per missione la distruzione dell’Unione europea”. Se le cose stanno così, come può dichiararsi offeso dalle miti dichiarazioni di Moscovici e perché il Commissario europeo dovrebbe “sciacquarsi la bocca” (come dicono i ragazzini di terza media, quando stanno per picchiarsi) prima di parlare dell’Italia”? Cosa c’è di patriottico e sacro nella lunga tortura inflitta ai sopravvissuti della nave Diciotti, incluse donne stuprate, uomini torturati e bambini rimasti soli?