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Salvini ora dimostri che vengono prima gli italiani

Salvini allude a un complotto contro la Lega dopo delle vicende giudiziarie della nave Diciotti e ai fondi indebitamente incassati come rimborsi elettorali. Ma Salvini è un ministro della Repubblica italiana o no?

Per quanto riguarda la nave Diciotti sembra di no ma, per certi aspetti, è più interessante la vicenda dei 49 milioni di euro incassati a sbafo, a spese dello Stato, cioè di noi cittadini.

Non sono Salvini e la Lega quelli del “Prima gli italiani”? Fa comodo inveire contro i giudici, cosa che in Italia è un po’ come sparare ai piccioni, ma se si tratta di avere a cuore qualcuno, bisogna dimostrarlo quando le cose vanno male. Quando le cose vanno bene sono buoni tutti. Prima gli Italiani? Ora è il momento di dimostrarlo.

Paride Antoniazzi

 

Diritto di replica

In riferimento all’articolo del 15 settembre (“Anas si proroga la concessione. Toninelli: Bloccate il bilancio”), vanno precisate diverse gravi inesattezze.

È falso che il Ministero delle Infrastrutture non fosse informato dell’approvazione del bilancio Anas e che in esso sia deliberato l’allungamento della concessione dal 2032 al 2052, che viene solo ipotizzato a livello probabilistico. Il temine della concessione resta fissato al 2032, termine entro il quale la stessa è ammortizzata, e il Ministero ha sempre avuto comunicazione di tutti i passaggi relativi al bilancio, degli atti consiliari propedeutici e delle riunioni del collegio sindacale. Va evidenziato che il bilancio ha avuto il via libera del collegio sindacale e della società di revisione e che esso ha recepito indicazioni del Mef all’azionista, informato il Mit, anche sugli aspetti patrimoniali.

Si segnala una ulteriore inesattezza: la “fusione”, come erroneamente la definite, è indipendente dal valore patrimoniale di Anas. Come discusso con il Ministro, la separazione tra Anas e Fs non richiede necessariamente che si abbatta il patrimonio di Anas, come erratamente evidenziato nell’articolo, ma è sufficiente abrogare la legge che ha imposto la fusione con una scissione deliberabile dall’assemblea di Fs. D’altronde Anas è di proprietà di tutti gli italiani ed è interesse dello Stato avere una società pubblica forte ed efficiente, che possa rappresentare un’alternativa al privato nella gestione delle concessioni autostradali, come fa già in Veneto reinvestendo gli utili in opere per il territorio. Riguardo allo stipendio dell’Ad Gianni Vittorio Armani, va precisato che al momento dell’ingresso di Anas nel gruppo Fs, la società delle strade ha dovuto adeguare il suo modello di governance a quello di tutte le altre aziende del gruppo.

Quindi, dietro espressa richiesta scritta di Fs, Armani ha dovuto rinunciare alla carica di presidente ed è stato nominato Ad e direttore generale, con uno stipendio in linea con gli altri manager delle altre società, e inferiore a quello dell’Ad del gruppo e a quello di analoghi ruoli di gruppo valutati più rilevanti dell’Ad di Anas. Infine le supposizioni del giornalista sulla pretesa di Armani di restare abbarbicato al suo posto sono false, cosa di cui il Ministro Toninelli è sempre stato informato.

L’Ufficio Stampa Anas

 

Dispiace constatare quanta confusione regni al vertice dell’Anas che è un’azienda importante e un bene dello Stato. Anas sostiene che nel bilancio approvato dall’azionista Fs l’ammortamento della rete stradale è fissato al 2032. Vero. Non è vero, però, che lo stesso bilancio non abbia tenuto conto dell’allungamento della concessione al 2052. Nella parte riguardante il patrimonio netto al 31 dicembre 2017 risulta una riduzione di 1 miliardo e 596 milioni per di più retrodatata al primo gennaio 2016 in relazione alla svalutazione patrimoniale non più rinviabile.

Tale riduzione è compensata con un importo, guarda caso, quasi identico (1 miliardo e 590 milioni) basato proprio sul presupposto dell’allungamento ventennale della concessione. Il prolungamento, però, non è nei poteri dell’Anas, spetta eventualmente al ministero dei Trasporti.

Anas nel suo bilancio lo dà probabile all’80%, ma anche chi non è esperto sa che la redazione di un bilancio si basa su due aspetti imprescindibili: la certezza e la prudenza. Se forse si può ritenere prudente ipotizzare all’80% l’allungamento della concessione, nel bilancio Anas manca l’aspetto della certezza. E senza certezze un bilancio non si approva. Anas dice che il Mit era a conoscenza dei contenuti del bilancio e li ha addirittura condivisi.

Ma perché allora lo stesso ministero ha inviato a Fs e Anas la lettera che il Fatto ha pubblicato con cui li invitava a rinviare la data di approvazione? E ora lo stipendio: così come la racconta Anas sembra che l’ad e direttore Armani si sia dovuto sacrificare rinunciando alla carica di presidente.

Ma trasformarsi il contratto facendolo diventare a tempo indeterminato e aumentarsi lo stipendio fino a 400 mila euro, a un livello di almeno 160 mila euro superiore al limite imposto dalla legge Madia per i manager pubblici, è un sacrificio? Suvvia. E già che ci siamo: dal momento che l’Anas è un’azienda pubblica, perché Armani non decide di rendere ufficialmente pubblico il suo stipendio e quello dei dirigenti? Infine, Anas mi rimprovera di aver usato il termine “fusione” per il matrimonio Fs-Anas e poi nella stessa nota qualche riga più sotto lo usa lei. Decidetevi.

Dan. Mar.

Armi, un passo avanti verso il modello Orlando (Florida)

 

“Dal 14 settembre sarà più semplice acquistare un’arma. L’Italia accetta e amplia una direttiva europea”.

SkyTg24

 

Finalmente! Se ne sentiva l’assoluta necessità. Non era accettabile, infatti, che nel nostro arretrato Paese il numero di armi che era permesso possedere per uso sportivo fosse incredibilmente limitato a 6. Che era veramente come andare in giro alla mercé del primo malintenzionato: che ci fai con un paio di pistole e qualche carabina, che poi magari s’inceppa? Adesso il numero di pezzi per l’artiglieria a disposizione di ogni buon padre di famiglia sale a 12, mentre (era ora) la capienza dei proiettili per ogni caricatore passa da 5 a 10 per le armi corte e da 15 a 20 per quelle lunghe. Non è ancora quello che ci vorrebbe (un paio di bombe a mano farebbe sentire tutti più sicuri) ma si tratta certamente di un deciso passo nella direzione giusta: gli Stati Uniti d’America dove, come si sa, chiunque può comprare un kalashnikov dal tabaccaio sotto casa (con qualche inevitabile effetto collaterale). Ampliare il novero dei modelli disponibili significa poter detenere un gioiellino come, per esempio, l’AR-15 che tuttavia – leggiamo – può essere caricato con max 45-60 cartucce da 5,56 (sufficienti a sfondare un muro). Un passo in avanti, comunque, verso il modello Orlando (Florida) dove nel 2016 un tale ha potuto uccidere 49 persone e ferirne 35 grazie all’uso illimitato, e legittimo, di caricatori. Per cui soltanto qualche buonista in malafede potrebbe chiedersi se tra i mille problemi che affliggono lo Stivale, raddoppiare il numero di armi a disposizione dei cittadini onesti fosse quello più urgente. La classica domanda delle élite che vivono al sicuro nelle loro sontuose ville mentre gli italiani veri devono difendersi da orde di criminali, negri e rom, che ci hanno invaso a causa dei governi calabraghe di sinistra.

Certo, si parla di armi per uso sportivo, ma se qualcuno ti entra in casa senza bussare, sportiva o non sportiva, una bella raffica non gliela toglie nessuno. Certo, al Rambo della porta accanto occorre pur sempre un certificato medico che escluda malattie mentali (che tuttavia potrà essere rilasciato da dottori “in quiescenza o in congedo”, e magari un tantino rincoglioniti). Apprezzabile inoltre la norma che evita di dovere comunicare ai familiari più stretti l’avvenuto armamento (che poi se ne accorgeranno quando meno se lo aspettano). Da sottolineare che il varo di questa misura di civiltà è stata, naturalmente, fortemente auspicata dal vicepremier nonché ministro degli Interni Matteo Salvini (non a caso chiamato il Capitano dai numerosi fan cingolati). In continuo contatto, egli, con il Comitato direttiva 477 (che non è la misura di un obice ma l’associazione dei cittadini artiglieri). Apprezzabile, infine, che le nuove disposizioni abbiano origine da una direttiva europea. È la dimostrazione che esiste un’Europa che piace ai sovranisti: quella che prende la mira col dito sul grilletto.

PS. Poiché l’ironia non sempre funziona negli articoli, a chi dovesse chiedersi se per caso mi ha dato di volta il cervello chiarisco che si tratta di norme assurde e indegne di un Paese civile. Prima che mi sparino.

Antonio Padellaro

Gli insulti inutili ai leader populisti

Il voto del Parlamento europeo sul rapporto che ha messo sotto accusa il governo ungherese per le asserite infrazioni ai “principi fondatori” dell’Ue ha sollevato fra gli avversari del populismo un’ondata di entusiasmo.

Un illustre editorialista ha parlato di un “primo segnale” lanciato contro i disgregatori dell’ordine liberale, altri hanno parlato di un “duro colpo” al progetto di coordinamento continentale delle formazioni euroscettiche patrocinato da Steve Bannon. Un coro quasi unanime di commenti radiotelevisivi ha seguito lo spartito. Tutti coloro che gli hanno prestato la voce e la tastiera del computer sono evidentemente convinti che mettere alla berlina Viktor Orbán e tacciarne l’azione come un continuo attentato alla democrazia sia l’inizio di una strategia di arginamento e contrattacco del fenomeno detestato destinata ad averne ragione in tempi più o meno brevi. Sbagliano.

La vicenda è solo la penultima delle tante mosse errate che da anni costellano l’azione degli antipopulisti; l’ultima l’ha compiuta il Commissario europeo Pierre Moscovici, evocando i “piccoli Mussolini” del Vecchio continente. Moscovici è uno dei massimi esponenti di un partito, quello socialista francese, che sta agonizzando e non riesce ancora a rendersi conto di come la sua storia sia stata terremotata dal trio Macron-Le Pen-Mélenchon, che di argomenti populisti ha persino abusato. Agitare lo spettro del fascismo contro i colpevoli di tale scempio deve essergli sembrato il modo più adeguato per esprimere la sua rabbia. L’ormai frequente semi-fascistizzazione dei movimenti populisti, l’imputazione nei loro confronti di una vocazione antidemocratica e l’agitazione di paragoni fra il secondo decennio del Ventunesimo secolo e il periodo fra le due guerre mondiali non solo stanno dimostrandosi inefficaci, ma si trasformano spesso in altrettanti boomerang. Perché è difficile inculcare nella testa dei potenziali sostenitori dei Salvini, degli Orbán, delle Le Pen, dei Wilders un paragone con le figure più demonizzate della storia recente: all’orizzonte, costoro non vedono né uniformi, né raduni di stile militare, né tumulti e scontri di piazza, né assalti alle aule parlamentari. E, se sui giornali o sui siti web si imbattono in qualche saluto romano, lo ad addebitano agli anacronistici residuati di un’epoca passata che vivacizzano la lunatic fringe del marginalismo estremista: soggetti che, in tutta Europa, faticherebbero a mettere insieme uno 0,5% di voti.

Confondere populismo ed estrema destra può essere visto come un argomento di peso, ma non lo è. Perché il primo ha di mira, come base del proprio consenso, il fatidico “uomo qualunque”, che, per dirla alla Giannini, vuole essere lasciato in pace, diffida di tutto ciò che è estraneo alle abitudini con cui si è formato (da ciò, oggi, una certa sua propensione alla xenofobia), detesta corruzione, sprechi e inefficienza e ama tranquillità e sicurezza; il che lo porta a non avere alcuna intenzione di attivarsi politicamente, se non per infilare ogni tanto una scheda nell’urna. La seconda sogna legioni di “guerrieri dell’Idea” pronti a mobilitarsi, si alimenta di presunzioni di superiorità (anche razziale), indulge alla violenza e resta convinta che il potere, alla fin fine, si conquista con la forza. Tra i due soggetti c’è una distanza siderale, che la convergenza di giudizi su alcune questioni – l’immigrazione – non modifica. E chi vota populista sa bene di non avere nulla a che spartire con qualche manipolo di scalmanati; quindi le accuse di esserne semplicemente una versione artificiosamente moderata e camuffata non lo tange e non lo scuote. Anzi: lo irrita e lo spinge a perseverare, prendendosela con chi gli fa quelle prediche infondate.

Ma questo non è l’unico errore che i refrattari al populismo stanno commettendo. Un altro si connette all’uso alternato di argomenti dall’eccessiva carica emotiva, un giorno apocalittici e l’indomani entusiastici. Si drogano le aspettative prima di ogni cimento elettorale paventando strabilianti successi del partito populista di turno e, se questo raccoglie un consenso un po’ meno cospicuo di quello atteso subito si suonano le trombe della vittoria, pensando che ciò significhi l’imminente scomparsa del nemico; ma né Marine Le Pen, né Geert Wilders né i Democratici svedesi sono stati o saranno spazzati via da risultati inferiori alle attese. I sondaggi attestano che il loro elettorato, oggi, è tutt’altro che volatile. E reagisce negativamente alla tracotanza di chi lo vilipende trattandolo da idiota, razzista o retrogrado. Il caso Orbán, probabilmente, non farà eccezione alla regola: anzi, l’oltre 50 per cento di ungheresi che lo sostiene prenderà gli schiamazzi degli europarlamentari dopo il voto sanzionatorio come l’ennesima prova che l’Unione europea non è un’istituzione amica ma il covo dei nemici del proprio Paese, e rafforzerà il suo euroscetticismo.

Il palese disprezzo per i sostenitori dei movimenti populisti è il più grave dei difetti di chi intende bloccare la loro avanzata. Come qualunque manuale di marketing politico insegna, se si vuole catturare il voto di un elettore, bisogna capire quali sono le sue preferenze, le sue aspettative, il suo modo di sentire e di ragionare e cercare di convincerlo di possedere le risposte giuste alle sue domande e alle sue ansie. L’intellettuale che, dal suo empireo mediatico, lancia strali contro il “voto di pancia” dell’elettore leghista o lepenista – dimenticando magari i molti anni in cui il voto di pancia (non abbastanza piena) delle classi subalterne per il Pci non lo disturbava affatto, e anzi lo rallegrava – o lo dileggia perché dà retta alle “percezioni” dei fenomeni e non ai dati reali che dovrebbero farlo riflettere e ravvedere, ottiene di regola un risultato opposto a quello atteso. Perché nella vita quotidiana di ciascuno di noi, da sempre, le percezioni esercitano un’influenza ben maggiore di qualunque tabella statistica: se sentiamo un caldo insopportabile e il meteorologo ci dice che abbiamo percepito 40 gradi ma in realtà ce n’erano 32, è lo “scienziato” quello che mandiamo al diavolo. E se percepiamo in un interlocutore un atteggiamento di un tipo o di un altro, è sulla base di quel che sentiamo che orientiamo i nostri comportamenti: non possiamo leggergli nell’animo se non attraverso sensazioni, giuste o sbagliate che siano. L’elettore populista, effettivo o potenziale, “sente” disagio in una società che gli pare “invasa” da alieni, che non di rado hanno comportamenti per lui incomprensibili o sgraditi. Che gli sbarchi dalla Libia siano calati (pur, comunque, aumentando il numero degli arrivati), poco gli importa.

Con questi dati di fatto, chi intende combattere la presa del populismo deve fare i conti. Il solo modo per raggiungere il suo scopo è prosciugare il terreno su cui il fenomeno prospera. Cioè trovare soluzioni ai problemi, ai disagi, alle paure che lo alimentano, non rifiutarsi di ammetterli. Anche in questo campo, il negazionismo non paga. E fa danni a chi lo propaga.

“Aiuta solo chi ha già diritti. E fa danni all’informazione”

Minor circolazione di conoscenza, più diritti per chi ne ha già e meno possibilità di guadagnarseli per chi è meno forte. Senza contare che con eventuali filtri preventivi rischia di essere censurato anche chi utilizza contenuti senza violare nessuna legge: Maurizio Codogno è il portavoce di Wikimedia Italia, la fondazione dell’enciclopedia online Wikipedia.

Quali sono i problemi della direttiva copyright?

Non favorisce gli autori e i creativi, ma chi già detiene i diritti, ovvero gli editori. È stato detto che finalmente i creativi avrebbero potuto essere più liberi, ma non è così. Chi ha già i diritti li mantiene e ne aggiunge.

Come?

Esempio banale. Finora i diritti di una gara sportiva erano di chi la organizzava. Ora, con uno degli emendamenti, qualunque cosa attorno a questa gara rimane in capo agli organizzatori. Non si può neanche fare una foto delle iconografie senza aver interpellato l’organizzatore. Una decisione che ha poco a che fare con il copyright, eppure è nella direttiva. Eppure i diritti sulle manifestazioni sportive esistevano già. E lo stesso vale per gli snippet, le anteprime degli articoli con titolo, foto e un paio di righe estratte dal testo.

Cioè?

Nessuno può copiare un articolo e metterlo sul suo sito, è già una violazione del copyright. Ora, se prendo le prime due righe di un articolo vado contro la direttiva nonostante l’articolo continui a stare sul sito su cui era e la mia fosse solo una segnalazione.

Poi c’è la questione dei filtri preventivi e della responsabilità delle piattaforme.

Quando una legge ha molte eccezioni, vuol dire che qualcosa non funziona nella logica. Per vent’anni ci si è tutelati con le segnalazioni. Ora, con i sistemi automatici che le piattaforme potrebbero scegliere di usare per evitare violazioni, potrebbe essere oscurato anche ciò che non è previsto debba stare sotto le norme sul copyright. Non è detto che tutti decidano di pagare licenze forfettarie.

Ci sono altri aspetti controversi?

Speravamo di avere maggiore libertà nei casi in cui non c’è un vero diritto d’autore, liberalizzando ad esempio le opere orfane, di cui non si sa chi siano editore e autore. Abbiamo ottenuto che si possano utilizzare solo se non a scopo di lucro oppure dopo sforzi immani per rintracciare i possibili autori. Ma perché un creativo non può prenderle e farci dei soldi se non li toglie a nessuno? Lo stesso vale per il diritto di panorama.

Di cosa si tratta?

Prevede che chi fa una foto a opere i cui architetti/autori siano ancora in vita, o non morti da 70 anni, debba chiedere il permesso. Ma quante foto di palazzi o ponti recenti producono soldi per gli architetti e i progettisti? Molto poche. E allora come è possibile dire che la direttiva sia una vittoria per i creativi? Lo è solo per chi detiene già i diritti commerciali.

Dicono che Wikipedia sia stata risparmiata.

L’articolo 2 recita: ‘I servizi che agiscono a fini non commerciali, come le enciclopedie online, […] non sono considerati prestatori di servizi di condivisione di contenuti online […]’. Peccato che Wikipedia sia sì non commerciale, ma che dia licenze d’uso commerciale. Se ci fosse stato scritto ‘enti e associazioni non profit’ non ci sarebbero stati problemi, ma così la formulazione può voler dire tutto e il contrario di tutto.

Cosa cambierà?

Non sappiamo cosa succederà fino a che la direttiva non sarà approvata e recepita. Potrebbe accadere che smetteremo di caricare materiale. In generale potrebbero sparire gli aggregatori di news: i piccoli non potranno sostenere il costo delle licenze e i grandi come Google vi rinunceranno perché di quei soldi potranno fare a meno. Ci sarà una minore possibilità di conoscenza da parte di tutti. Se gli articoli sono interessanti e scritti bene, lo snippet può servire solo ad attrarre. Senza sarà difficile che qualcuno vada sui siti, ancor meno su uno che magari non conosce.

“La cultura costa, la libertà del web non è la gratuità”

La battaglia degli artisti è una battaglia per la democrazia, per dimostrare ai giganti del Web che le persone e i politici sanno distinguere tra accuse strumentali e i fatti”: Giulio Rapetti Mogol è il nuovo presidente della Siae e oggi è il riferimento della difesa del diritto d’autore.

Direttiva copyright e polemiche: ci spiega cosa è successo?

È stata osteggiata dai giganti del web con argomenti strumentali. Wikipedia ha oscurato il sito per protesta quando è previsto nell’articolo 2 che la direttiva non si applica alle enciclopedie online. È stato detto che comporta filtri preventivi, ma l’ultimo testo non ne fa cenno. Nessuno dice che oggi Google si riserva il diritto di rimuovere un contenuto e capita che lo faccia a sua assoluta discrezione, sulla base di un contratto e senza assumersi alcuna responsabilità. È stata una campagna per distrarre l’attenzione dagli enormi ricavi dei giganti del web, non tassati nei Paesi dove vengono prodotti.

Ora cosa cambia?

La responsabilità dei contenuti caricati passerà alle piattaforme che li mostrano. Ad esempio, Y ouTube avrà l’obbligo di ottenere una licenza per liberare da responsabilità i suoi utenti. Una misura di elementare equità, visto che i ricavi che ne derivano vanno nelle loro tasche. Mi aspetto che non ci siano passi indietro. Mi farò carico di incontrare il governo italiano per spiegare – se necessario – riga per riga gli articoli 11 e 13 per chiarire quali sono gli interessi dell’Italia e dei cittadini.

Quale sarà il vantaggio economico per autori e artisti?

È prematuro dare cifre, ma si tratta di somme non trascurabili, i giganti del web hanno speso già tanti milioni di euro per fare lobbying contro la direttiva. Ora dovranno pagare cifre che possono assolutamente permettersi. La direttiva aiuta a correggere le distorsioni del mercato online, difendendo la diversità culturale e i posti di lavoro dell’industria creativa e del suo indotto, oltre 1,5 milioni di persone soltanto in Italia.

Quali ostacoli incontra sul web chi è titolare di diritti d’autore?

Uno è la difficoltà di essere visibile in una rete globale. Internet rende apparentemente più facile raggiungere il pubblico, ma poi i servizi musicali sono spesso dominati da una mano tecnologica. C’è il rischio che si perda il piacere della scoperta e della diversità. Lo spostamento delle risorse pubblicitarie dai media tradizionali ai social media e al web ha creato il cosiddetto value gap (divario tra il valore generato dai contenuti e quanto restituito a chi li ha creati). La cultura richiede investimenti che non arrivano se i ricavi vanno altrove. Dietro ogni opera c’è fantasia, creatività, fatica ma anche investimento sull’artista che può impiegare anni per crescere, un costo che queste piattaforme non considerano.

Perché tutta questa opposizione?

C’è questa pericolosa e assurda convinzione che la libertà che Internet ha portato nelle nostre vite coincida con l’idea di gratuità. Ma qui non si parla di libertà ma di equità. Per il diritto d’autore è come andare al ristorante: certo che c’è la libertà di mangiare, ma a fine pasto il conto poi va pagato. Allo stesso modo, le piattaforme digitali sfruttano la creatività degli autori e non pagano il conto in nome di un’idea di libertà che è assolutamente distorsiva. Chi regala il diritto d’autore è un ladro, perché regala qualcosa che non è suo.

Ha parlato anche dei giovani…

Nel 1992 ho fondato il Cet, un’associazione non profit dove insegno ai ragazzi a fare musica. Nel mio nuovo incarico di presidente Siae voglio mettere a disposizione quello che ho fatto e che ho scritto nella mia carriera per la formazione dei giovani. A chi vuole vivere di musica dico: bisogna essere pronti a imparare. Sono convinto inoltre che le potenzialità dell’arte e della creatività sono infinite. I repertori creativi e autoriali possono migliorare condizioni di disagio ed emergenza in Italia.

La direttiva Ue sul diritto d’autore

Mercoledì l’Europarlamento ha approvato la controversa direttiva sul diritto d’autore: da un lato editori e artisti chiedono maggiori tutele sui prodotti condivisi online, dall’altro i big del digitale e i ‘padri fondatori’ del web denunciano i rischi per la libertà della Rete. Due gli articoli contestati: l’11 prevede che piattaforme e aggregatori di notizie debbano pagare agli editori una quota sugli snippet condivisi (titolo degli articoli con foto e breve estratto); il 13 scarica sulle piattaforme, e non sugli utenti, la responsabilità di ogni violazione. L’obiettivo è cercare di far pagare delle licenze forfettarie che però non tutti possono permettersi.

Condono, “Soglia di 1 milione”. E soldi per vittime banche

La Legge di Bilancio potrebbe essere accompagnata da un decreto fisco collegato: ad annunciarlo, Massimo Bitonci, sottosegretario al Ministero dell’economia spiegando che nel dl potrebbero essere inserite pace fiscale “con un tetto di 1 milione a contribuente” e nuova voluntary disclosure. Dal tavolo economico della Lega, spiega ancora, è emersa anche la proposta di una misura a regime, cioè “una sorta di transazione fiscale” che preveda la completa attuazione del concordato con adesione e che tenga conto della situazione patrimoniale e reddituale del contribuente. La pace fiscale “va trattata nel Def e poi probabilmente con un collegato a parte. Ci stiamo ragionando”. L’obiettivo della Lega è una pace “più ampia possibile” che riguardi accertamenti, cartelle, sanzioni amministrative e contenzioso tributario. Un’operazione “definitiva” con un tetto per contribuente a un milione di euro. Parte dei proventi una tantum della pace fiscale potrebbero essere utilizzati per rimborsare i risparmiatori vittime delle crisi bancarie a cui la Lega punta a destinare il prossimo anno 500 milioni di euro, rimpolpando l’attuale Fondo ad hoc creato dal Pd.

Da Gratteri a Karl Marx, a Lecce alla Festa Cgil Landini punta al vertice

inviato a Lecce

Benvenuti al Sud. A Lecce, dove potrebbe resistere in futuro l’unica festa della sinistra, quella della Cgil. Domenica si chiude la quinta edizione, con il doppio della partecipazione, sintomo di un “bisogno di trovare uno spazio in cui discutere” spiegano gli organizzatori.

Il programma è vasto e, se non avesse dato forfait all’ultimo momento, l’elenco dei dibattiti avrebbe visto anche il leader del Movimento 5 Stelle, invitato naturalmente come ministro del Lavoro.
Di Maio, chiamato a discutere con Maurizio Landini e il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, non è potuto venire e la numerosa platea, che si era sistemata nel bel cortile di palazzo Celestini, sede della Prefettura, già un’ora prima dell’inizio del dibattito, ha accolto la notizia con dei fischi di delusione, segno di un’attesa “che il capo dei 5Stelle ha forse sottovalutato”, dicono in Cgil.

La partecipazione in politica è tutto, soprattutto se fatta a sinistra, e la Cgil in questa festa si sente viva. La giovane segretaria della Camera del Lavoro, Valentina Fragassi, è molto colpita dalla presenza alle lectio magistralis del mattino, una sorta di “scuola quadri” con intellettuali come Luciano Canfora che parla dello “stato di salute della democrazia”, Gian Luigi Gessa sulle tossicodipendenze, Marco Revelli, Carlo Galli o la professoressa Donatella Di Cesare sul sovranismo.

Temi “alti”, ma tanta gente accorre anche a sentire il capo della polizia, Franco Gabrielli e il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, discutere di giustizia e sicurezza. Gratteri, molto applaudito, fa il suo intervento “scostumato”, insistendo sull’importanza del senso dello Stato che “io vedo anche nello spegnere la lampadina dell’ufficio”. Da Gratteri si passa a Karl Marx, che occupa la serata del venerdì prima in “Bibliomarx”, mostra virtuale degli scritti pubblicati in italiano, e poi con la proiezione di tre cortometraggi, un documentario fino al film Il giovane Karl Marx. Dalla sicurezza dei magistrati a quella delle proprie radici.

Oggi si chiude con un’intervista in piazza alla segretaria generale Susanna Camusso. A dicembre il suo mandato scade e lei si è candidata alla presidenza dell’Ituc, la Confederazione internazionale dei sindacati, contendendo la carica all’australiana Burrow appoggiata da inglesi e americani. Camusso ha dalla sua i sindacati dell’Europa continentale più il Giappone e se la giocherà al congresso di dicembre, a Copenaghen. Lascerà la Cgil italiana che si appresta a svolgere il suo congresso e a scegliere il successore.

E a Lecce, nel corpo centrale dell’organizzazione, il dibattito scorre sotto traccia. A pochi mesi dallo svolgimento dell’assise ufficiale e a pochi giorni dall’apertura dei congressi locali, il segretario uscente non ha avanzato la proposta di una nuova leadership. Camusso all’inizio pensava a un cambio generazionale con l’idea di candidare l’attuale leader della Funzione pubblica, Serena Sorrentino, quarantenne, in continuità con l’attuale leader. Ma il progetto è saltato per una rottura nella maggioranza dovuta all’autocandidatura di una figura pesante all’interno della Cgil, Vincenzo Colla, già segretario dell’Emilia Romagna, rapporti solidi con i pensionati dello Spi, cioè metà degli iscritti, fautore di una linea di unità sindacale e soprattutto di ricostruzione di un qualche rapporto con il Pd. Sorrentino si è tirata fuori bollando come fake news le notizie relative alla sua candidatura.

In questa difficoltà si è inserito allora Maurizio Landini, che dopo i rapporti burrascosi avuti con Camusso da segretario della Fiom, è passato alla segreteria della Confederazione ricostruendo l’unità interna. A sentire i rumors di Lecce, le sue quotazioni sono in netto rialzo, mentre la candidatura Sorrentino potrebbe non esserci mai stata anche se non c’è una discussione aperta, men che meno una votazione diretta degli iscritti. A scegliere il segretario sarà l’Assemblea nazionale che sarà formata dopo il congresso di gennaio. L’attesa, a questo punto, è per l’indicazione che darà Camusso.

In ballo c’è il futuro e l’identità del sindacato. Chi sostiene Landini sottolinea che se si vuole recuperare un rapporto con la società, avere una presenza anche mediatica e rapporti con le varie forze politiche, quella dell’ex segretario Fiom è una grande opportunità. Colla, invece, è il sindacato tradizionale, nel dibattito che lo vede protagonista insieme alla pd Teresa Bellanova si dichiara d’accordo col ministro Tria, sostiene il Tap e chiede una politica industriale vera. Lo scontro sta per entrare nel vivo e se fosse un dibattito aperto e pubblico darebbe forse una scossa all’intera sinistra.

Serra migrante economico per la mini-tassa di Renzi

Dopo 25 anni a Londra, Davide Serra, il finanziere amico e sponsor dell’ex premier Matteo Renzi, torna in Italia. Come rivelato ieri dal Sole 24 Ore, il trasferimento è del 15 giugno scorso, ed è stato comunicato alle autorità di Gran Bretagna e Lussemburgo, dove hanno sede le principali società del gruppo Algebris, di cui Serra è proprietario e amministratore delegato. Il gruppo con succursali tra le Cayman Island, Singapore e lo stato americano del Delaware, gestisce fondi d’investimento per 15 miliardi di dollari.

La parte più interessante di questo ritorno alla terra natia è quella fiscale. Grazie alla norma voluta da Renzi e poi inserita dal governo Gentiloni nella legge di Bilancio 2017, infatti, Serra (che ha ripetutamente criticato il progetto leghista di flat tax) potrà godere di quella super flat tax che permette ai neo residenti di pagare sui redditi prodotti all’estero un’imposta forfettaria di soli 100 mila euro annui, per un periodo massimo di 15 anni. Per i familiari il forfait è a 25 mila euro. Una norma di cui ha approfittato anche il calciatore juventino Cristiano Ronaldo (per i soli redditi, per esempio da sponsorizzazioni, prodotti all’estero). Anche in Inghilterra vige un regime di esenzione dei redditi esteri, ma quello italiano va oltre. Spiega Francesco Tundo, ordinario di Diritto tributario all’Università di Bologna: “A differenza di quello inglese, il regime italiano permette anche di rimpatriarli i redditi prodotti all’estero”. Inoltre, a differenza del contribuente comune, la legge italiana esenta dal monitoraggio fiscale chi opta per questo regime: non si devono dichiarare i redditi e i patrimoni detenuti oltrefrontiera.

Quali siano i redditi di Serra non è dato da sapere, molto si può immaginare: la holding Algebris Uk Limited, registrata il 2 agosto 2016 come Private limited company, nel bilancio al 31 dicembre 2017 evidenzia 37,5 milioni di utili netti.

I legami di Serra con l’Italia in ogni caso erano rimasti forti. Martedì scorso, per dire, il finanziere era a Milano insieme a Renzi a presentare la prima iniziativa del think tank di Algebris, una pensatoio di cui il segretario ombra del Pd è adviser , insieme all’ex leader del Partito liberale britannico e vicepremier con David Cameron, Nick Clegg. Ma soprattutto forti sono i legami con il ricco settore dei crediti deteriorati; una torta da quasi 200 miliardi, nei quali Serra ha investito con diversi fondi in oltre 75 operazioni con 35 banche per un valore di libro di 2,6 miliardi.

Interessante anche notare che la società italiana Algebris srl, che nel bilancio 2016/2017 aveva ricevuto oltre 10 milioni di compensi da Algebris Uk limited, per “ricerche e consulenze”, quest’anno è stata messa in liquidazione e le sue attività incorporate dalla capogruppo inglese. Ora si chiama Algebris Uk Milan branch.

Caos Serie B, accolto il ricorso di Ternana e Pro Vercelli al Tar

Non se ne esce più. Dietro la ricca Serie A, è caos totale nelle categorie minori. Dopo la decisione del commissario della Figc, Roberto Fabbricini, di cambiare le carte in tavola e bloccare i ripescaggi, l’inedita Serie B a 19 squadre è stata subissata dai ricorsi. Il controverso pronunciamento del Collegio di garanzia, che aveva bocciato i reclami delle squadre escluse, sembrava aver chiuso la partita. Ma dove la giustizia sportiva fa finta di nulla, quella ordinaria sembra pronta a intervenire. Ieri il Tar ha accolto il ricorso di Ternana e Pro Vercelli (due dei 5 club a chiedere il ripescaggio: gli altri sono Catania, Novara e Siena), sospendendo in via cautelare la decisione della Cassazione dello Sport presieduta da Franco Frattini. L’udienza di merito, però, è fissata solo per il 9 ottobre: la Serie B andrà avanti (si è giocato anche ieri), la Lega Pro ha preferito rinviare le gare dei club interessati, almeno per questo turno. Il rischio di dover stravolgere i calendari a stagione abbondantemente iniziata, o fronteggiare cospicue richieste di risarcimento danni da parte delle società escluse è sempre più alto.