Gravina, Sibilia e i tormenti di Tommasi

S’avanza Gravina da Castel di Sangro. Il calcio pare a un passo dall’elezione del suo nuovo capo e da un assetto stabile, si vedrà se moderno e di largo respiro. Costretto a convocare il 22 ottobre l’assemblea Figc, Roberto Fabbricini ha tradito il suo ruolo, affermandosi come il commissario più divisivo nella storia della Figc, a differenza di Pagnozzi, Petrucci, Rossi e Pancalli. Invece di ricompattare, ha avvelenato ulteriormente i pozzi, lasciandosi telecomandare dal suo patron, Giovannone Malagò, ansioso di mettere le mani sul pallone. Grazie anche alla vigilanza da Palazzo Chigi di Giancarlo Giorgetti, il capo del Coni vede però naufragare il suo progetto di un secondo stallo, per ri-commissariare in prima persona la Figc. Ecco le mosse dei protagonisti, in ordine alfabetico.

Giancarlo ABETE: aveva accettato di tornare – su proposta di Serie C, Dilettanti, calciatori e arbitri (73%) – per riunire le anime; si è fermato per il tetto ai mandati, evitando ricorsi sulla retroattività della legge, ma non ha rinunciato al ruolo di mediatore. Positivo.

Andrea ABODI: tirato per la giacchetta dal governo come pacificatore, si è ritrovato – suo malgrado – candidato di Malagò che lo aveva sgambettato a favore di Tavecchio. Ha i numeri per guidare la Figc, ma vuole mantenere la presidenza del Credito sportivo. Sogna un “commissariamento votato” per 2 anni. Suggestivo.

Franco CARRARO: bocciato da Forza Italia al Senato (secondo lui per colpa dell’ex amico Galliani), travolto da Calciopoli 2006 (si dimise per “responsabilità politica”), è confinato nel ruolo di consigliori. Con l’aiuto di Gianni Letta ha provato invano a convincere Sibilia, deputato forzista, a votare il commissario Fabbricini. Disperato.

Giancarlo GIORGETTI: quando ha capito che il Coni faceva melina sulla Figc, ha messo in riga Malagò. Chiusa la strada ad Abete, ha lanciato la candidatura Abodi, anche nella speranza di liberare per la Lega la ricca poltrona del Credito sportivo (180 mila euro all’anno). Refrattario al sistema di cene, cocktail e grandi feste – tanto caro a Malagò – bada al sodo e punta a ridimensionare il Coni. Vigile.

Gabriele GRAVINA: folgorato come San Paolo, sulla via di Castel di Sangro e non Damasco, apre a un’alleanza con i Dilettanti, rifiutata il 29 gennaio su pressione di Malagò e Lotti, quando favorì il commissariamento. Dirigente esperto e imprenditore capace, salgono le sue quotazioni come n. 1, in ticket con Sibilia disposto ad aspettare un giro. Convertito.

Giovanni MALAGÒ: il vero obiettivo resta la Figc. Prova a sabotare le alleanze per autonominarsi commissario e farsi poi eleggere presidente. A novembre entrerà nel Cio (il Comitato olimpico internazionale), incarico a vita. E preferirebbe la vetrina del calcio a quella del Coni dove monta il malumore dei presidenti federali. Nervoso.

Beppe MAROTTA: fatica a passare da 2 milioni di stipendio alla Juve ai 36 mila euro di indennità, ma l’idea di guidare la Figc gli piace e piace soprattutto ad Agnelli. Non ha i voti per essere candidato unico e non vuole rischiare un flop. Se ne riparlerà nei prossimi anni, resta un’ipotesi di tutto rispetto. Futuribile.

Marcello NICCHI: il capo degli arbitri l’ha spuntata sul Coni che voleva toglierli diritto di voto. Conta poco (2%) ma sta al tavolo dei big. Vittorioso

Cosimo SIBILIA: per evitare alla Figc altre aggressioni, mette di nuovo a disposizione di Gravina il patrimonio della sua corazzata Dilettanti (34%). Per ora tornerà vicario e al dg Uva ha chiesto ufficialmente di presentare i costi delle ultime assunzioni, promozioni e super minimi elargiti ai fedelissimi. Combattivo.

Damiano TOMMASI: in alternativa a se stesso, rilancia Albertini e Vialli, ma in Italia non è ancora tempo per un calciatore al vertice Figc. Dovrà accontentarsi di gestire le nazionali col Club Italia. Inquieto.

Sport, ecco le quote rosa. Ma non per il pallone

“Il calcio è una cosa seria e le donne non hanno nulla a che vederci”. Lo diceva Jack Charlton, fratello maggiore del mitico Bobby, un passato in campo e in panchina a cavallo tra anni 70 e 80: da allora le cose non sembrano essere molto cambiate. Un ex presidente della nostra Federcalcio, molto più di recente, aveva paragonato le donne nel pallone a delle “handicappate”, in una delle sue proverbiali gaffe. Per fortuna ci ha pensato il Coni di Giovanni Malagò a introdurre le quote rose, che finalmente avrebbero dovuto portare un po’ di parità nei governi dello sport, a partire dal calcio. Invece una svista a livello normativo farà sì che Serie A, B e C potranno continuare a essere controllate da soli uomini.

I principi informatori sono le regole del Comitato olimpico a cui le Federazioni devono attenersi: il governo ha approvato la nuova versione venerdì, dopo un lungo tira e molla tra Coni e Palazzo Chigi. Qui sono state recepite le ultime indicazioni della legge 8/2018: essenzialmente il limite di mandati (massimo tre per ogni carica) e, appunto, le quote rosa. Uno dei provvedimenti principali, sia per le aspettative di dirigenti e atlete donne che spesso fanno fatica a trovar spazio nella politica sportiva; sia perché il loro ingresso doveva favorire il rinnovamento, facendo pulizia dai soliti potentati. Qualcosa è andato storto.

Nel testo viene prevista la parità almeno per un terzo del totale. Subito dopo, però, ecco l’errore: dal computo sono “esclusi i settori professionistici che non regolamentino attività per entrambi i generi”, cioè le Leghe che hanno atleti professionisti solo uomini. E si dà il caso che in Italia non esistano calciatrici professioniste: così la potente Serie A (ma anche la Serie B e la Serie C) non avranno alcun obbligo, solo le altre componenti. La svista – perché di questo si tratta – riguarda solo il calcio (e la pallacanestro). L’errore probabilmente è frutto delle frenetiche trattative col governo. Al Coni non hanno visto il problema e quando se ne sono accorti era tardi per intervenire: una modifica avrebbe fatto ripartire l’iter e dopo i tanti rinvii Malagò voleva portare a casa la riforma.

L’errore, però, rischia di avere ricadute anche sulle prossime, attesissime elezioni della Federcalcio (22 ottobre). Il pallone voterà con le vecchie norme, e nel faticoso compromesso siglato il Coni, col benestare del governo, era riuscito a far inserire solo una “spruzzata” di rosa. La legge, infatti, rimanda agli statuti federali la parità: il vecchio statuto Figc non la prevede e per questo il regolamento elettorale si è dovuto mantenere vago. “Le componenti promuovono le pari opportunità anche nell’elezione dei consiglieri”. La verifica di questo impegno generico è rimandata al Collegio di garanzia, e qui avrebbero potuto entrare in gioco i nuovi principi, “criterio ispiratore” su cui valutare le candidature. Invece niente: Serie A e le altre sono libere di comportarsi come meglio credono. Qualche dirigente donna arriverà da Dilettanti (il presidente Sibilia ne ha annunciate due), calciatori e forse allenatori, le componenti anche dilettantistiche per cui il principio sarà comunque introdotto: 4 su 20, ben che vada. Solo un intervento del sottosegretario Giorgetti, che ha favorito il ritorno al voto della Figc e insistito per inserire le quote rosa, potrebbe a questo punto costringere con un suo intervento diretto di moral suasion le Leghe maggiori a dar spazio alle donne. La riforma “bucata” del Coni no.

A dieci anni scappa con i due fratellini dai genitori violenti

A dieci anni è scappato di casa con i due fratellini più piccoli, per sfuggire ai maltrattamenti che sarebbero stati loro inflitti dai genitori. È quanto riferito dalla Questura di Arezzo che si sta occupando del caso con la Squadra mobile. Il padre e la madre dei tre bambini, una coppia di origine nigeriana che vive ad Arezzo, sono stati denunciati dalla polizia che ha provveduto anche a collocare i tre minori, il più piccolo ha 6 anni, in una struttura protetta.

In base a quanto riferito, ad allertare la questura è stato un passante a cui il bambino di 10 anni ha chiesto aiuto dopo essere scappato di casa, in tutta fretta e senza scarpe, con i due fratelli, dopo l’ennesimo presunto maltrattamento subito. Secondo il racconto fatto alla polizia, le punizioni che i genitori avrebbero riservato ai figli andavano da aggressioni verbali al picchiarli con un bastone e un manico di scopa, al costringerli a sostenere dei pesi per ore, chiusi al buio in una stanza. Del caso, oltre alla Procura di Arezzo, si sta occupando anche il Tribunale dei minori di Firenze.

Armi più facili, Salvini è di parola con la lobby

Lo scambio era graficamente illustrato in un documento datato 1 marzo 2018, tre giorni prima delle politiche. Una sorta di semaforo che segnalava gli amici, i tentennanti e i nemici. Un bel rosso per questi ultimi (Pd, Liberi e uguali e M5S), giallo per i pencolanti che, piuttosto sorprendentemente, comprendono gli azzurri di Forza Italia e i post-almirantiani di Fratelli d’Italia. Probabile che a far pendere la bilancia verso il giallo siano stati alcuni vocianti animalisti di fede berlusconiana. Promossi, senza se e senza ma, sono invece i leghisti che stanno tutti nella confortevole zona verde.

In testa il Matteo Salvini che oggi, da Ministro dell’interno, ha diretta competenza sul controllo delle armi che circolano nel nostro Paese. E che ha ben tre citazioni, per di più in grassetto, sul documento della lobby armiera. Perché quella pagella-semaforo l’aveva compilata alla vigilia delle elezioni un potente anche se poco conosciuto gruppo di pressione raccolto nel cosiddetto “Comitato direttiva 477” dal nome di una norma europea che da due giorni fa è entrata in vigore anche in Italia dopo essere stata recepita da un decreto legislativo licenziato ad agosto dal Parlamento.

Apparentemente non cambia moltissimo nella disciplina delle armi “private” in Italia, ma sono state introdotte alcune modifiche non visibilissime che tradiscono una tendenza pericolosa. Prendiamo il caso del numero di armi detenibile da un singolo individuo. Fino a tre giorni fa un “collezionista” poteva avere in casa sei armi corte (sono esclusi i fucili da caccia: di quelli ne posso avere anche cento). Adesso sono diventate dodici. Nella analoga legge francese che traduce nell’ordinamento nazionale la norma europea (si tratta della legge 2018-133 del 26 febbraio 2018), è fatto ad esempio divieto di detenere più di un’arma a testa, salvo deroga esplicita. Non una piccola differenza. Su molti siti specializzati gli appassionati ironizzano sugli allarmi. “Posso fare una strage anche solo con un’arma” sostengono i più vocianti. Ma l’esperienza, soprattutto americana e non solo, dimostra che non è così. La strage di Las Vegas di un anno fa, dove morirono 58 persone e 851 rimasero ferite, non sarebbe stata possibile se lo sparatore non avesse avuto più di venti fucili a disposizione.

Daniele Tissone, funzionario della Polizia di Stato e segretario del sindacato SILP-CGIL, ha scritto due giorni fa sul sito infodifesa.it che “aumentare il numero e la potenza delle armi possedute, facilitando la detenzione e riducendone i controlli, non costituisce un bel segnale. In un Paese che ha nel G8 il triste primato del maggior numero di omicidi commessi con armi da fuoco, l’approvazione di tale norma non farà che aggravare i problemi anziché risolverli”. Benché in Italia non si sappia quante siano le armi legalmente detenute (il dato non è mai stato diffuso dal Ministero degli Interni), siamo tuttavia il Paese europeo con il maggior numero di omicidi compiuti con arma da fuoco. L’unica stima attendibile è fornita dall’organizzazione Small arms survey secondo la quale (dati riferiti al 2017) in Italia ci sarebbero 8,6 milioni di armi tra legali e illegali, contro ad esempio i 15,8 della Germania e i 12,7 della Francia. Ma da noi sono usate in modo improprio molto di più. A credere allo United Nations office on drugs and crime (Unodc) di Vienna, la percentuale di omicidi commessi in Italia con arma da fuoco è del 41% sul totale contro circa il 24% della Germania. Un dato che rende ancora più preoccupante una previsione che sta nelle nuove norme. Adesso chi detiene un’arma basterà che autocertifichi di averne dato avviso ai conviventi. Un obbligo già in vigore, ma da oggi non serviranno prove, basterà la parola di chi è armato di averlo assolto. In nome della semplificazione.

Eroina sintetica, il mix killer a portata di clic

C’è un cadavere in un palazzo di Milano. Accanto un accendino, un cucchiaino e una bustina con della polvere marrone. Che sia morto di overdose non vi è dubbio, che quella sostanza non sia eroina è altrettanto certo. Sì c’è del paracetamolo e della caffeina, sostanze da taglio classiche. Il dato non risolve il giallo. È il marzo del 2017 quando la polizia scopre il corpo. Circa 10 mesi dopo, la sezione di Tossicologia forense del Dipartimento di scienze biomediche dell’Università Statale trova la risposta. Si tratta di Ocfentanyl (OcF), un oppioide sintetico 200 volte più potente della morfina. Il dato è clamoroso. L’Istituto superiore di sanità pochi giorni fa lancia l’allerta massima.

L’eroina sintetica arriva in Italia mettendo a nudo l’impreparazione dell’intero sistema di prevenzione. L’Ocfentanyl è uno dei derivati dei fentanili. Uno di loro, il fentanyl, è da tempo in commercio. Si utilizza per il dolore cronico. L’OcF, invece, non è mai entrato sul mercato legale. Chi lo usa, lo acquista sul mercato nero. La sostanza viene creata in laboratorio e un chilo vale circa 3.000 dollari. Un costo irrisorio rispetto all’eroina classica e che promette guadagni enormi e dosi a basso costo per strada. E che la cosa sia vera, lo dimostrano i 29 mila morti nel solo 2017 registrati negli Stati Uniti per l’uso di oppioidi sintetici. In Italia il primo caso riguarda questo cadavere a Milano. È un 39enne con una lunga dipendenza e, di recente, il tentativo di disintossicarsi. Poi la ricaduta, l’uso di varie sostanze, quindi l’Ocfentanyl acquistato in Rete. Quando il corpo viene analizzato dalla dottoressa Marica Orioli e dal suo staff, si scopre un dato riportato nel report universitario. Si legge: “La presenza di OcF nel sangue e nel cervello dimostra la somministrazione della sostanza poco prima della morte (…) I dati ci consentono di sostenere il potere letale di OcF”. Per arrivare a questi risultati ci sono voluti oltre 10 mesi. Il motivo è semplice: gli standard per individuare l’OcF non sono commerciati in Italia, ma solo negli Usa e l’invio deve essere autorizzato. Ora, però, il test esiste e permetterà identificazioni più rapide. Per questo chi, tra carabinieri e polizia, si occupa di droga ha subito contattato l’università. La mente, così, corre al boschetto dell’eroina di Rogoredo. Qui, nell’ultimo anno, sono state cinque le morti per overdose. Se sia stato l’Ocfentanyl non si saprà mai. Ma c’è una domanda: com’è possibile che a Rogoredo si vendano dosi da 5 euro di buona qualità? Qui molti sono veterani del buco e con un’alta tolleranza. L’OcF ha due caratteristiche: è potente e dura molto. A oggi, però, a Rogoredo non è stata trovata traccia di OcF. La vicenda milanese apre un tema enorme per il futuro ed è quello dell’abuso degli oppioidi sintetici. Spiega Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento internazionale dipendenze dell’Asst Santi Paolo e Carlo: “Le sostanze cambiano e non possiamo più affrontare il problema con i vecchi standard. Serve un coordinamento centrale. Allo stato l’OcF non è individuabile con i test tradizionali”. L’allerta, però, non nasce solo con la morte del 39enne: a Milano nelle ultime settimane le forze dell’ordine hanno sequestrato migliaia di pillole di Ossicodone (oppioide, ndr), molte vendute fuori dalle scuole.

Il fenomeno degli addicted è in crescita nel Nord Italia. Una diffusione legata all’uso medico e agli interessi delle case farmaceutiche che producono oppiodi. In una recente indagine della Procura di Parma emerge l’interesse di alcuni medici e di alcune aziende nel diffondere tali farmaci e questo nonostante l’Osmed (organismo interno all’Aifa) nel 2015 avesse già dato l’allarme. Intercettato, un medico spiega i gradi di dipendenza: “Ci sono gli addicted, i malati normali, che aumentano la loro roba, poi ci sono i dipendenti dei farmaci che una volta prendono Ossicodone e un’altra Benzodiazepina”. Suggerimenti involontari per trasformare oppioidi a lento rilascio, in bombe narcotiche stanno anche nelle prescrizioni. Per l’Ossicodone si legge: “L’assunzione di compresse frantumate, masticate o schiacciate potrebbe portare al rapido rilascio e all’assorbimento di una dose potenzialmente tossica”.

“Sono nipote di abruzzesi e dico a Salvini: attento al Lussemburgo”

Il presidente del Parlamento del Lussemburgo si chiama Mars Di Bartolomeo e ha sangue al 100 per cento abruzzese. Fa parte del Partito Socialista Operaio, come il ministro degli Esteri Joan Asselborn, che ha ricordato a Salvini venerdì: “In Lussemburgo, caro signore, migliaia di italiani sono venuti a lavorare come migranti affinché in Italia poteste avere i soldi per i vostri figli”. Per poi concludere “merde, alors”. Il Fatto ha chiesto a Di Bartolomeo un parere sulla lite e lui ha colto l’occasione per bacchettare Salvini (“la sua politica semplifica, divide e semina odio”) ma anche per dirgli: “Se davvero la Lega ha nascosto la sua cassa nel mio Paese, presto scoprirà che non siamo un paradiso fiscale ma seguiamo le regole della trasparenza”.

Presidente Di Bartolomeo, cosa ha pensato quando ha visto il video di Salvini con il suo compagno di partito?

Ho pensato che per colpa di movimenti nazionalisti, come quello di Salvini, tutto quel che abbiamo fatto per unire i nostri popoli è ora in pericolo. Questo modo di dividere e semplificare mi ricorda quel che abbiamo vissuto prima della Seconda guerra mondiale. E mi fa paura.

Anche Asselborn è andato sopra le righe …

Lui aveva citato il premier francese Macron dicendo solo che i migranti possono essere un’opportunità in un continente che invecchia. Salvini gli ha replicato dicendo che forse voleva soppiantare i nostri figli con ‘schiavi’. Questa immagine non è innocente. I migranti sono spesso scuri e lui, usando la parola schiavi, ha voluto richiamare concetti noti. Questo modo di dividere tra nero e bianco è usato dai Trump, gli Orbán… Semplifica, divide e peggiora il mondo. La mia politica e la mia storia è diversa. Io sono nato lussemburghese, ma i miei nonni sono partiti dall’Italia perché erano trattati, loro sì, come schiavi.

Schiavi in Italia?

Mio nonno materno era di una località vicino a Teramo, Ponte Vomano. Lui mi ha raccontato che c’erano i latifondisti che li trattavano come schiavi. Mio nonno paterno era di San Demetrio Ne’ Vestini, in provincia de L’Aquila. Non fuggivano dalla guerra, ma da quella situazione di estrema povertà. Nessuna ditta li aveva chiamati in Lussemburgo. Sono venuti da soli, senza le famiglie: giovani maschi come i migranti di oggi. Erano schiavi in Italia e sono diventati più liberi grazie al Lussemburgo. Non c’è più memoria. Allora l’Europa era Mussolini e Hitler. Ora ci sembra scontato che esista la pace, ma non è così.

Era più facile integrare i suoi nonni nel Lussemburgo di allora, che i migranti africani di oggi in Italia.

Oggi i lussemburghesi mangiano italiano, vestono italiano, fanno le vacanze in Italia ma è un amore recente. Allora l’Italia era un Paese sconosciuto, abitato da gente diversa per lingua e cultura. Quando ero piccolo, negli anni 60, ci chiamavano con disprezzo ‘spaghetto’, ‘orso’, o ‘boccia’, per irridere le origini italiane. Poi sono diventato sindaco della mia città, Dudelange, poi ministro e ora sono il presidente del Parlamento lussemburghese.

Lei è il corrispondente di Roberto Fico, che ne pensa?

Fico mi piace per quello che ha detto sui migranti. Ho cercato di contattarlo tramite la sua segreteria, senza successo, per invitarlo in Lussemburgo. Mi piacerebbe mostrargli il CDMH, Centro di documentazione sull’immigrazione, da me voluto nella stazione di Usines a Dudelange, nel quartiere ‘Piccola Italia’, un luogo importante perché dimostra che l’immigrazione all’inizio è un problema ma può diventare una grande opportunità.

I leghisti le direbbero che non c’erano problemi così forti per le differenze di cultura e religione in quella immigrazione italiana.

Non è vero. Dopo le guerre nella ex Jugoslavia, venti anni fa, c’è stata una forte immigrazione anche islamica. E gli italiani all’inizio non erano ben visti. I miei nonni non erano avvocati ma lavoravano in una miniera e in una fabbrica di ferro. I loro colleghi erano quasi tutti italiani. Mezzo milione di italiani sono venuti in Lussemburgo. Molti sono andati via, ma per capire quanti siano rimasti basta consultare l’elenco telefonico. Io mi chiamo Di Bartolomeo e sono il presidente del Parlamento.

Il suo ‘compagno’ Asselborn pensava a lei quando rispondeva a Salvini?

Lui viene da un ambiente operaio, conosce bene la storia degli italiani emigrati in Lussemburgo. Quando ha sentito chiamare, da un ministro italiano, i migranti ‘schiavi’, ha reagito.

Sì, ma quel ‘Merde alors’ se lo poteva risparmiare.

Non equivale a un insulto come ‘stronzo’ (scusi il termine) è un modo forte e un po’ volgare di dire: ‘Ora basta!’.

Però l’Europa del suo concittadino, il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, sembra costruita per le banche più che per i popoli.

L’Italia ha ragione quando dice che è stata lasciata sola di fronte all’immigrazione. Juncker ha provato a cambiare le cose ma troppo tardi.

Salvini ha detto che il Lussemburgo è un paradiso fiscale e non può darci lezioni.

Presto si accorgerà che non è così. Se veramente la Lega ha lasciato il suo tesoro in Lussemburgo, non è al sicuro. Perché il Lussemburgo è cambiato molto negli ultimi 15 anni e noi seguiamo le regole della trasparenza.

Studente guineano pestato a Sassari: arrestato un 20enne

La polizia locale di Sassari ha arrestato il giovane ritenuto il capo del gruppo che lunedì scorso, 10 settembre, in viale Berlinguer ha aggredito e pestato uno studente della Guinea di 22 anni, che vive a Sassari sotto protezione internazionale. Si chiama Pietro Silanos, 20 anni, di Sassari. Il gip di Sassari, Carmela Rita Serra, ha accolto la richiesta del procuratore di Sassari, Gianni Caria, e della sostituta procuratrice Maria Paola Asara. Le ipotesi di reato contestate sono lesioni personali e violenza per motivi razziali. Il giovane ha riportato, tra l’altro, una frattura del setto nasale.

Due settimane fa, Silanos era finito ai domiciliari dopo un concitato episodio in via Tavolara, vicino al luogo dell’aggressione al giovane guineano, con altri giovani sulle cui tracce si muovono gli investigatori. Silanos era, infatti, stato arrestato perché aveva seminato il panico tra i passanti, aizzando il pit-bull di un amico e scatenando una lite col proprietario di un altro cane, aggredendo poi a calci e pugni due vigili. Proseguono le indagini rivolte a identificare gli altri due aggressori.

Il 61% con il ministro che chiude i porti Intenzioni di voto: Lega davanti al M5s

La “linea della fermezza” che impedisce gli sbarchi di migranti soccorsi in mare, promossa da Matteo Salvini, ha il consenso del 61% degli italiani. Lo dice il sondaggio Ipsos pubblicato ieri dal Corriere della Sera, secondo il quale anche il 23% degli elettori di centrosinistra e il 57% dei cattolici praticanti condividono le scelte del leader leghista. Oltre metà del totale (56%) lo appoggia anche sulla replica ai magistrati che l’hanno indagato per il caso Diciotti: “Sono stato eletto, i giudici no, sono qui per contrastare lo sbarco dei clandestini e continuerò”. Salvini vola anche secondo il sondaggio Demos pubblicato da Repubblica: la coalizione M5S-Lega sfiora il 60% dei consensi; il Carroccio va oltre il 30% mentre i Cinquestelle al 29,4 perdono tre punti rispetto alle elezioni. Sui migranti, per Demos, le politiche del governo sono approvate dal 54%. Secondo la rilevazione, il Pd scende al 17,3 dal 18,7% delle Politiche, Forza Italia è “ridotta” all’8,7% (dal 14%). Il premier Giuseppe Conte è il leader più apprezzato: 61% contro il 60% di Salvini. Matteo Renzi è al 23%, Silvio Berlusconi e Maurizio Martina al 29%.

La squadra antirazzista di Amburgo per integrare i migranti a Siracusa

Un pallone di calcio per abbattere le barriere sociali del razzismo e favorire l’integrazione. È il progetto che la società calcistica del St. Pauli di Amburgo promuove da molti anni in Germania ma che desidera esportare anche in altre parti d’Europa. Per questo motivo dodici componenti dello staff tecnico della società sono a Siracusa, per avviare un piccolo campus sportivo con la comunità della chiesa di Bosco Minniti, del parroco Carlo D’Antoni, situata a pochi passi dal quartiere popolare della Mazzarrona e dai luoghi di spaccio del bronx siracusano.

Il prete da circa 28 anni accoglie nella sua parrocchia i migranti che arrivano sull’isola, fornendo loro vitto e alloggio, assistenza sanitarie e aiutandoli nell’ottenere la documentazione per avere asilo.

Il trait d’union tra il St Pauli e padre Carlo è stata l’associazione tedesca Seehilife, fondata nel 2014, che provvede ad inviare dalla Germania verso la Sicilia beni di prima emergenza, abbigliamento, medicine destinati ai migranti.

“Da diversi anni aiutiamo padre Carlo, ultimamente abbiamo allestito a Bosco Minniti un’aula multimediale e una radio web – spiega Agata Vecchio, componente di Seehilife in Sicilia -, abbiamo quindi pensato di coinvolgere il St Pauli, provando a organizzare un torneo di calcio con squadre miste qui a Siracusa, con l’obiettivo di far integrare tra loro i migranti e i giovani del luogo”.

Quella del St Pauli è una storia differente da qualsiasi altra società sportiva. Prende il nome dal quartiere di Amburgo, considerato uno dei più malfamati della città, vicino al distretto a luci rosse di Reeperbahn, definita una zona difficile, visto il proliferare della prostituzione, delle droghe e della criminalità. Negli anni 80 la St Pauli cambia pelle e diventa una squadra antisistema, dichiarandosi apertamente contro il razzismo e il neonazismo, promuovendo campagne sociali legate al rispetto e l’integrazione tra diverse culture, organizzando tornei in periferia anche con rifugiati politici. I tifosi adottano persino come stemma il Jolly Roger, la bandiera dei pirati, diventano un’icona sportiva.

Quattro allenatori, quattro pedagogisti e quattro addetti dell’area comunicazione saranno impegnati per tutta la settimana insieme ai giovani migranti e non, organizzando allenamenti giornalieri ma anche cene e incontri, con l’obiettivo di formare una squadra multiculturale.

“Al momento in parrocchia ci sono circa una decina di ragazzi – racconta padre Carlo D’Antoni –, di solito ne ospitiamo una trentina, ma parecchi di loro sono lavoratori stagionali e in questo periodo sono nelle campagne”. Da quando padre Carlo ha aperto le porte della sua parrocchia, sono passate da Bosco Minniti circa 25 mila persone. “Abbiamo ospitato un massimo di 150 contemporanee – spiega il prete –, era il periodo della grande emergenza, gli anni 2005-2008, dormivano tutti in chiesa, era un tappeto di brandine. Si vedeva solo il crocifisso, le braccia aperte di Gesù simboleggiavano come se quei ragazzi fossero finalmente a casa”.

Ecco l’email del 15 agosto: Salvini ha mentito due volte

Il 16 agosto alle 12.30, a poche ore dal salvataggio in acque Sar maltesi di un barcone con 177 migranti a bordo, operato dalla Guardia costiera, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, dichiarava: “Una nave della Capitaneria di Porto italiana, senza che al Viminale ne fossimo informati, ha imbarcato gli immigrati mentre ancora si trovavano in acque maltesi, per dirigere verso l’Italia”. Era la nave Diciotti e il ministro sosteneva che la Guardia costiera avesse agito all’insaputa del Viminale. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il 12 settembre in Senato, afferma il contrario: la Guardia costiera – dichiara – avverte il Viminale del probabile soccorso, chiedendo indicazioni sull’eventuale porto di sbarco, già il 15 agosto alle 20.24. Chi dei due dice il falso? Da quattro giorni Salvini conferma e smentisce Conte.

Il Fatto il 13 settembre gli rivolge una domanda precisa: “Il Viminale fu allertato sui soccorsi – come ha dichiarato il premier – alle 20.24 del 15 agosto oppure no?”. La risposta è inequivocabile: “No, il Viminale fu informato a proposito di un natante che si stava muovendo in acque Sar maltesi. Il coordinamento delle operazioni di monitoraggio era stato assunto formalmente dalle autorità maltesi”. Anche fonti della Guardia costiera, ieri, sulle nostre pagine hanno confermato che il ministero dell’Interno fu avvertito. E anche ieri il Viminale ha ufficialmente smentito. A dire il falso, invece, è senza dubbio Salvini. C’è un documento, noto al Fatto, che lo dimostra.

Ben prima delle 20.24, ovvero alle 18.23 del 15 agosto, il Comando della Guardia costiera dirama una segnalazione. È diretta a uffici vari, dai carabinieri alla Procura di Siracusa e alla Protezione civile, ma anche a tre indirizzi email del Viminale che certamente corrispondono al Dipartimento delle libertà civili e immigrazione, al Centro di coordinamento per l’immigrazione e al “nucleocrisi.sbarchi” . La nota annuncia l’“Evento 677”. “Alle ore 7.38 odierne l’evento è stato localizzato in SRR maltese e individuato dalla stessa autorità d’area… Trattasi di un’imbarcazione in legno con riferiti 170 POB. Allo stato attuale, l’autorità maltese riferisce di aver preso in carico la situazione e che sta ponendo in essere attività di controllo e monitoraggio… Qualora il target continuasse la navigazione con elementi del moto invariati, lo stesso entrerebbe in SRR italiana (area lampedusana) verso le ore 00.30 del 16”.

Il Viminale quindi sa che il barcone può arrivare già a partire dalle 18.23. Alle 20.24 viene avvertito che la Guardia costiera è pronta a intervenire per il soccorso. Dall’indirizzo del Comando delle Capitanerie di porto parte una nota diretta a ben 20 indirizzi istituzionali, quattro dei quali @interno.it.: “Facendo seguito alla precorsa corrispondenza… si comunica che il Centro di Coordinamento del Soccorso Maltese (RCC Malta), nonostante abbia assunto il coordinamento del soccorso relativo all’evento 677/679, e che nelle vicinanze sia presente la motovedetta P52, è prevedibile che il barcone arrivi nell’area di responsabilità per il soccorso in mare italiana presumibilmente alle 00:30 del 16 agosto”. Il passaggio decisivo: “Si rappresenta che, nonostante i vani solleciti inviati ai maltesi, lo scrivente ha in corso la pianificazione per soccorrere i circa 170 migranti a bordo nel momento in cui il barcone entrerà nella area di responsabilità italiana. Per quanto sopra sin d’ora si chiede il POS per lo sbarco dei migranti in questione”. Non solo allerta il Viminale, ma chiede già l’indicazione del porto sicuro (Place of safety, Pos) per lo sbarco. Eppure Salvini il 16 agosto dice il contrario.

Forse in quel momento era in buonafede perché nessuno lo aveva ancora avvertito. E già non sarebbe una gran figura, per un ministro, attaccare la Guardia costiera per errore. Ma purtroppo Salvini ha proseguito tre settimane dopo, smentendo addirittura il presidente del Consiglio che aveva correttamente informato il Senato. Al ministro sarebbe bastato verificare con i suoi uffici. Insomma, se Salvini il 15 agosto non fu informato, vuol dire che qualcosa al Viminale non ha funzionato; se fu informato, ha invece deliberatamente mentito; se continuava a non sapere il 12 settembre, quando Conte riferisce al Parlamento, l’ignoranza è ancora meno giustificabile; tanto meno quando decide di smentire il premier. Perché i casi sono due: o nessuno ha continuato a informarlo, nonostante stesse dando del bugiardo al presidente del Consiglio, oppure ha mentito in maniera ancora più grave, prendendo in giro il governo, il Paese e i suoi stessi elettori.