Dal manzo agli affari Il “taxi” del potere rimasto a mani vuote

Una condanna in più non gli sposta una libbra di carne. Fa curriculum. Fa biografia. Gugolando alla voce “Denis Verdini & Processi”, vengono fuori 47 mila e 700 risultati, in 0,34 secondi. Che è un po’ l’enciclopedia di questo fuoriclasse della politica post ideologica, degli ideali in tornaconto personale, meglio se incassati a debito. Una maschera – si è scritto in questi vent’anni scanditi da undici inchieste, e sei processi che lui chiama “una montagna di cazzate” – a metà tra Amici miei di Mario Monicelli, e le ombre nere di Mario Puzo. “Uno che ti ammazza mentre indossa lo smoking”. Però simpatico, specialmente ai cronisti parlamentari e ai delibatori di intrighi. Spavaldo ai bei tempi del Patto del Nazareno, che fu farina del suo sacco. E imperturbabile oggi, che quel sacco è (quasi) vuoto e che si avvia al tramonto sulla sua Vision Mercedes Maybach da 200 mila euro, in compagnia di tanti ricordi, tanti segreti e dell’ultima condanna.

Uno venuto dal nulla che ha voluto tutto. In gioventù tagliatore di manzi appena macellati, poi silenzioso masticatore d’affari e di investimenti immobiliari che nella segreta e mazziniana provincia toscana transitavano dal cemento all’eolico, dalla carta stampata alle banche, e che a forza di andare in malora e poi a processo – per truffa, abuso d’ufficio, bancarotta, violenza privata, corruzione, più un’accusa di stupro a inizio carriera (fu assolto perché “il fatto non sussiste”, ndr) – lo hanno fatto sempre più ricco e insieme più sfrontato. Dunque perfetto per intraprendere, in piena Seconda Repubblica, la nuova carriera di faccendiere multitasking. Un gallo tra i polli d’allevamento della politica italiana e tra i suoi sapienti esegeti, a cui volentieri Denis gettava frattaglie in forma di spiccioli e parole: “Tutti mi chiedono cosa ci guadagnano a venire con me. Gli rispondo che sono il taxi. Vuoi rimanere al potere? Solo io ti conduco in dieci minuti da Berlusconi a Matteo Renzi”.

E taxi lo fu davvero – per quattro settimane, poveraccio, anno 1997, elezioni suppletive del Senato – con la sua primissima Mercedes bianca, a scarrozzare nientedimeno che Giuliano Ferrara tra i vigneti di Sangiovese del Mugello e gli arrosticini all’inseguimento di Antonio Di Pietro, tagliando il traguardo di una sconfitta elettorale, a fine corsa, che per lui equivalse a una vittoria. Visto che Ferrara, letterariamente attratto dalla destrezza dei furfanti, specie se declinati in politica, si invaghì di quel ricco e servile autista al punto da presentarlo al suo leader naturale, Silvio B., che al primo sguardo ne riconobbe il talento di impassibile mangiatore d’anime, e altre qualità meglio nascoste, tutte annodate nel doppio fondo, eppure visibilissime come le cravatte di seta azzurra che a ogni pranzo sontuoso indossa su camicie, fatalmente impataccate d’arrosto, a rifinirne il sorriso. E a ornare quel suo incedere su scarpini di camoscio blu, con pancia e capigliatura rinascimentali, tra le eleganti volpi dei Palazzi che al bar Ciampini, ogni mattina di sole romano, gli pagano volentieri il caffè e lo zucchero, in cambio di consigli.

Denis Verdini, 67 anni, è cresciuto povero tra i tristi sassi di Fivizzano, terra di Lunigiana che fu dei sanguinari Malaspina e poi del mite Sandro Bondi, poeta. Ma presto traslocò a Campi Bisenzio, paesone di comunisti fiorentini, dove crebbe repubblicano, “ma non massone, lo giuro”, addestrandosi alle gomitate per farsi largo, e ai libri di Scienze Politiche studiati fino alla laurea benedetta dal vanitoso Giovanni Spadolini, il suo primo dante causa, che ammirava al punto da andare a vivergli nel villone accanto con la seconda moglie, la bionda e volitiva Simonetta Fossombroni, ex annunciatrice di TeleToscana, tra i glicini sontuosi di Pian dei Giullari. Buona postazione per gli affari, passati per tempo dalle lombate ai conti correnti del Credito Cooperativo Fiorentino, che in vent’anni di sua magistrale presidenza – dal 1990 al 2010 – eroga almeno “100 milioni di euro”, diranno i magistrati, “in assenza di adeguata istruttoria” a “persone ritenute vicine”, con delibere controfirmate dai consiglieri di amministrazione ridotti a “meri esecutori” delle sue volontà. Cioè a dire che la banca presta soldi senza garanzie agli amici e ai parenti del presidente, alla moglie, al fratello, a Marcello Dell’Utri, oggi in carcere per mafia, con buona pace degli ispettori della Banca d’Italia che per anni non vedono nulla o quasi.

Così come nessuno sembra accorgersi dei soldi che spariscono dalle casse del suo Giornale di Toscana, dove i fondi dell’editoria finiscono direttamente sui suoi conti correnti, pazienza per i fornitori e gli stipendi dei giornalisti, ma ottimo aggancio per i nuovi amici, che seguiranno da vicino la sua ascesa politica, come Gianni Letta e il suo schermo portatile, il piduista Luigi Bisignani. Introducendolo ad altre avventure editoriali, come quella del Foglio, dove oltre al solito Ferrara, siede pure l’editore Miriam Bartolini, in arte Veronica Berlusconi, che con il brivido di inchiostro glamour cerca di ammazzare la noia e le umiliazioni di casa. Denis scuce contante e incassa fiducia. Lo battezzano Mefistofele. Lui compra superattici a Roma, palazzi a Firenze e graziosi chalet in Svizzera. Fa affari con Giuseppe Mussari, quello del Monte Paschi di Siena. Dice: “Amo la politica”, intendendola alla maniera di Rino Formica, “sangue e merda”, ma sempre aggiungendoci cambiali a scadenza. Che lui distribuisce e incassa in qualità di “Coordinatore del Popolo delle Libertà”, cioè a dire segretario plenipotenziario di tutta la destra. E mentre il suo capo è massimamente distratto dalle festicciole con femmine a tassametro, lui elabora intrighi e business che i magistrati chiameranno P3. Fa affari con la Cricca nel dopo terremoto de L’Aquila. Progetta campi eolici con il solito Dell’Utri e Flavio Carboni, uno che nel curriculum ha l’ultimo viaggio di Roberto Calvi. Fa bisboccia con Guido Bertolaso che a quei tempi cavalca in groppa alla Protezione civile. Protegge gli affari della sua amica Daniela Santanchè e del suo amico, il sottosegretario Nicola Cosentino, detto il Casalese. E intanto manda a memoria le pagine del Principe. Convincendosi di averne trovato uno molto più giovane di Silvio, un tale Matteo Renzi, appena diventato presidente della Provincia a Firenze, figlio, neanche a dirlo, di un tizio che distribuiva proprio i suoi giornali, babbo Tiziano, con furgoni parcheggiati a Rignano. Lo incontra nel 2005 ed è buona chimica già alla prima cena: “Un comunista più anticomunista di questo non s’è visto mai”. Lo presenta al suo capo: “Silvio lo devi assolutamente conoscere. Non è dei nostri, ma è bravo”.

Bravo al punto da diventare il nuovo segretario del Pd (“Matteo Renzi, l’astro nascente! Io sono il suo idraulico”) sbarazzarsi di Enrico Letta, sedersi sulla poltrona di Palazzo Chigi, circondarsi del Giglio tragico, imbarcarsi sulle rotte del Nazareno, verso le nuove coste del partito della Nazione, convinto di lasciarsi alle spalle gli imminenti naufragi di Forza Italia e della vecchia sinistra. Ma senza accorgersi del suo, talmente repentino da lasciarlo stordito tra le macerie.

Così che anche Denis, il macellaio, resta per la prima volta a mani vuote. Nasce a sua insaputa la Terza Repubblica dei grillini e dei Salvini. Il mea culpa lo recita alla Camera, anno 2017: “L’antipolitica ha gonfiato le vele, Berlusconi è stato espulso infaustamente da questo Senato, il Patto del Nazareno è fallito, la riforma costituzionale è stata bocciata”. Tutto vero. L’anagrafe si è portata via Silvio, l’impazienza Matteo, le inchieste e i carabinieri gli amici. E quando la Limousine lo scarica davanti ai suoi ristoranti preferiti, Denis Verdini scende e pranza da solo. Poi fuma a tavola, anche se è proibito: gli piace prendere a calci le regole anche nel dettaglio. È la sua personale ginnastica, in attesa di trovare un nuovo capo da servire. Se ci sarà tempo.

Orfini rottama il Pd: “Nuovo nome non basta, va rifondato”

“Stracciamo lo statuto del Pd, sciogliamolo e rifondiamolo”. Matteo Orfini, presidente del Partito democratico, non va troppo per il sottile: per lui l’esperienza nata nel 2007 sotto la guida di Walter Veltroni è da considerarsi completamente conclusa. E non basteranno riformulazioni, rimpasti o trucchetti: bisogna azzerare tutto e ripartire da capo. “Non serve cambiare nome”, ha detto intervenendo a #IngressoLibero, la festa di Left Wing, in risposta anche alla proposta di Nicola Zingaretti, governatore del Lazio e candidato alla segretario, di dare una nuova denominazione al partito. L’idea di Orfini è più radicale: “Mettiamo insieme un pezzo di Paese che non condivide le politiche di questo governo: dobbiamo costruire una risposta dopo la sconfitta che sia all’altezza della sfida. Il partito com’è oggi non funziona. Mi rivolgo a tutti, basta questa distinzione con la società civile, decidiamo insieme la linea politica e la leadership”. Parole che alimentano il dibattito sul futuro del Pd, tra chi pensa che la sua avventura sia arrivata al capolinea e chi invece vorrebbe provare a rilanciarlo.

Lebbrosi, populisti e razzisti. Così l’Ue aiuta Conte&C.

In principio fu Jeroen Diksselbloem, all’epoca presidente dell’Eurogruppo. Sconosciuto al grande pubblico, si fece notare nel marzo dello scorso anno per un commento sulla situazione economica dei Paesi del Sud Europa: “Non si possono spendere tutti i soldi in alcol e donne e poi chiedere aiuto”. Era solo l’inizio di una cavalcata che due giorni fa ha portato il Financial Times a scrivere che il nostro governo non era poi così male, perchè “i barbari si sono romanizzati”. Con l’avanzare nei sondaggi e nelle urne di Lega e M5S, presidenti, commissari e funzionari di mezza Europa si sono scatenati nel gridare al fascismo, al populismo e al razzismo. Ogni occasione era buona per l’insulto, senza rendersi conto – come successo per lo sfogo del lussemburghese Asselborn contro Salvini – che le critiche si trasformavano quasi sempre in boomerang formidabili, pronti a rinforzare i consensi dei gialloverdi.

Qui, dunque, forniamo un rapido bestiario della propaganda al contrario, quella involontaria, limitandoci alle dichiarazioni del 2018.

16 gennaio

Consigli per il voto

Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari Economici: “Non è un segreto che sugli orientamenti europei e le decisioni da prendere sulla zona euro c’è una convergenza di vedute molto chiara con Paolo Gentiloni, Pier Carlo Padoan e il governo”.

16 marzo

L’analisi della sconfitta

Lars Feld, consigliere economico di Angela Merkel: “Penso che il risultato del voto italiano sia una catastrofe. Lo scenario peggiore sarebbe una coalizione tra Lega e MSS. Può fare grandi danni. Se accadesse, avremmo un enorme problema”.

20 marzo

Linee programmatiche

Un report redatto dagli economisti del Fondo Monetario Internazionale detta l’agenda all’Italia: “Eliminazione totale della quattordicesima e parziale della tredicesima, limite di età per la pensione di reversibilità, taglio bonus fiscali, reintroduzione dell’Imu”. Salvini: “Faremo l’esatto contrario”.

29 maggio

Che non si ripeta

Guenther Oettinger, commissario al Bilancio europeo: “Lo sviluppo negativo dei mercati porterà gli italiani a non votare più a lungo per i populisti”.

30 maggio

Fronte comune

Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europa: “Entro un anno gli europei avranno votato per un nuovo parlamento europeo di cui nessuno conoscerà la composizione e che sarà differente da quella attuale, cosa che mi fa nutrire qualche inquietudine. E vorrei che tutti noi ci impegnassimo in una sorta di contratto contro il populismo galoppante”.

12 giugno

Senti chi parla

Gabriel Attal, portavoce di En Marche!: “Considero che la linea del governo italiano sui migranti sia vomitevole”.

12 giugno

Serve decenza

Martin Schulz, ex leader dei Socialisti tedeschi ed ex presidente del Parlamento europeo: “Gente come Salvini vuole distruggere l’Europa. Sono gli stessi che all’inizio del XX secolo puntavano ad aizzare i popoli gli uni contro gli altri.

La retorica antieuropea e la ri-nazionalizzazione drammatica della politica ci spingeranno nell’abisso. Abbiamo bisogno di un’insurrezione della decenza”.

21 giugno

Malattie contagiose

Emmanuel Macron, presidente della Repubblica francese: “I populisti li vedete crescere come una lebbra un po’ ovunque in Europa, in Paesi in cui credevamo fosse impossibile vederli riapparire”.

10 settembre

Caschi blu in Italia

Michelle Bachelet, Alto commissario Onu per i diritti umani: “Abbiamo intenzione di inviare un team in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo”.

13 settembre

Vecchi e nuovi fascismi

Pierre Moscovici: “Oggi c’è un clima che assomiglia molto agli anni ‘30. Certo, non dobbiamo esagerare, chiaramente non c’è Hitler, forse dei piccoli Mussolini…”.

13 settembre

Lezione di stile

Jean Asselborn, ministro degli Esteri del Lussemburgo, rivolto a Salvini: “In Lussemburgo, caro signore, avevamo migliaia di italiani che sono venuti a lavorare da noi, dei migranti, affinché voi in Italia poteste avere i soldi per i vostri figli. Merde, alors”.

Arcore, indovina chi va a cena: stasera c’è Salvini a casa di B.

Finalmente l’incontro è fissato. Questa sera Matteo Salvini e Silvio Berlusconi si vedranno, ad Arcore, per cena. Magari all’inizio butteranno un occhio alla partita del Milan, che gioca a Cagliari alle 20.30, ma poi si metteranno a tavolino per sciogliere una volta per tutte il nodo della presidenza della Rai. Il via libera dell’ex Cavaliere a Marcello Foa provocherà, a cascata, anche l’intesa per le elezioni regionali e non solo. Nel “pacchetto Foa”, infatti, il leader forzista vorrebbe inserire più roba possibile: l’intesa sulle Regionali, appunto, con due candidati azzurri in Piemonte e Abruzzo e due leghisti in Sardegna e Basilicata; la vicepresidenza del Csm per un esponente vicino a FI; il prossimo presidente dell’Antitrust. Ma soprattutto vorrà essere rassicurato dall’(ex?) alleato sulle misure che il governo avrebbe intenzione di prendere sugli introiti pubblicitari. L’intervista al Fatto del sottosegretario alla presidenza Vito Crimi su un possibile riequilibrio del sistema pubblicitario tra tv e carta stampata e su un tetto agli spot (che rischia di far perdere a Mediaset il 20% degli introiti) ha fatto scattare l’allarme rosso a Cologno, anche se da esponenti leghisti sono già arrivate rassicurazioni: state tranquilli, non è nel contratto di governo, non si farà nulla. Berlusconi, però, non si fida e vorrebbe sentirlo dire dal ministro dell’Interno. Il cui staff, però, tiene a precisare che “non si tratta di un vertice di centrodestra”, derubricando la visita ad Arcore a “incontro privato”. Delle due, l’una: o Salvini non considera più Berlusconi un alleato politico oppure è un modo per mascherare con un po’ di maquillage verbale ai 5Stelle il fatto che sia andato ad Arcore a parlare con B. di partite (e nomine) importanti. In ogni modo si fa sapere che il leghista, tra le altre cose, aggiornerà l’ex Cav. sull’azione di governo, sulle prossime iniziative del Viminale su immigrazione e sicurezza e sui punti principali della manovra di Bilancio.

toninelli vanitoso, “revoca” il suo post

“Concentrato”, “con l’occhio sempre vigile” e ora anche con un nuovo taglio di capelli. A Danilo Toninelli piacciono le foto sui social. Soprattutto le sue, sempre in posa a favore di obiettivo. Niente di male, finché non si scivola in battute, argute nelle intenzioni dell’autore, meno se chiamano in causa la tragedia di Genova. Per commentare il suo ritorno dal barbiere, il ministro M5S – che è anche il titolare di Infrastrutture e Trasporti e si sta occupando del disastro del ponte Morandi – ha pensato bene di aggiungere: “Ho revocato la revoca della concessione al mio barbiere”. Immediate le polemiche delle opposizioni: l’ultima volta, attaccato per le vacanze in piena emergenza ponte, si era difeso ribadendo il suo attaccamento alla famiglia. Ieri è stato costretto a battere precipitosamente in ritirata e a cancellare il post. Duro colpo per il suo ego.

“Serve subito una commissione Stragi”

Indagare sulle stragi come la commissione guidata da Tina Anselmi indagò sulla P2. È questo il modello di Giulia Sarti, presidente della commissione Giustizia alla Camera per il M5S e membro, nella scorsa legislatura, della commissione Antimafia. Allora, era il 1981, la commissione di Anselmi indagò sul Conto Protezione in Svizzera legato a Bettino Craxi, sui finanziamenti della P2 al terrorismo nero e sullo scandalo Eni-Petromin. Ma per ottenere gli stessi risultati la commissione Antimafia non basta più: serve una visione più organica della stagione delle bombe, che ricostruisca il filo conduttore con la strategia della tensione dei decenni precedenti.

Giulia Sarti, il Parlamento deve quindi tornare a occuparsi di stragi?

Qualche giorno fa ho voluto portare alla Camera la presentazione del libro La Repubblica delle stragi (a cura di Salvatore Borsellino, PaperFirst) perché certi temi devono rientrare nel luogo dove per troppo tempo si è messo la testa sotto la sabbia. Dal ‘96 non c’è più una commissione Stragi e comunque fino ad allora non ci si era occupati delle bombe del 1992/93.

Una commissione Antimafia però esiste già. Non è abbastanza?

Ho fatto parte di quella commissione e so che deve occuparsi molto di attualità, dell’espansione internazionale delle mafie, dei nuovi clan. Io spero invece che venga costituita una commissione ad hoc sulle stragi, con persone che lavorino solo su quello, tenendo insieme gli attentati mafiosi e gli episodi senza risposta dei decenni precedenti. Non si può scindere il lavoro su mafie, massoneria, pezzi dei servizi segreti, organizzazioni terroristiche.

La sentenza sulla Trattativa Stato-mafia ha messo dei punti fermi.

Deve essere il punto di partenza. Non si può pensare che con l’arresto dei Graviano, nel ‘94, finisca il legame tra certi ambienti. La storia politica da quel momento in poi la conosciamo, resta da capire come sono cambiati i rapporti tra chi, all’interno dello Stato, aveva avuto un comportamento deplorevole e gli apparati criminali.

L’esigenza di una commissione Stragi è condivisa all’interno del M5S? E che ne pensano i leghisti?

C’è grande senso di responsabilità su questo argomento e non solo nel mio Movimento. Una cosa alla volta: ora insediamo l’Antimafia, poi discuteremo su chi si occuperà delle stragi. A me piacerebbe una nuova commissione, ma potrebbe anche essere un comitato interno all’Antimafia. Ma sono sicura che non ci saranno ostacoli particolari.

A questo tipo di commissioni sono riservati ampi poteri, persino quello di disporre intercettazioni telefoniche. Aiuterebbero le indagini sulle stragi?

Nell’ultima Antimafia non avevamo richiesto questa possibilità. Non è necessario arrivare a tanto per ottenere risultati. Penso a Tina Anselmi e alla sua commissione sulla P2: anche solo con le audizioni e le giuste domande si possono mettere importanti punti fermi.

Ci sono magistrati che mettono a rischio se stessi e la propria carriera per indagini delicate. L’ultimo caso, anche se non riguarda le stragi, è quello di Luigi Patronaggio. Il ministro Salvini ha sbagliato ad attaccarlo?

Dobbiamo chiudere la stagione dello scontro tra politica e toghe. La magistratura non può lavorare bene se riceve pressioni da parte della politica. Il cambiamento passa anche da questo: far capire ai magistrati che possono anche occuparsi di indagini delicate.

Nuovo scontro fra Tria e M5S: nomina Fmi a loro insaputa

Aquesto giro i Cinque Stelle si sono davvero arrabbiati: hanno scoperto, per puro caso, che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, aveva deciso una nomina importante senza consultarsi con nessuno. Domenico Fanizza, che oggi rappresenta l’Italia e altri Paesi nella African Development Bank, si trasferirà presto dalla Costa d’Avorio a Washington per sedere nell’executive board (consiglio esecutivo) del Fondo monetario internazionale al posto di Alessandro Leipold.

Quella è una poltrona di grande prestigio, oggi occupata da un veterano come il professor Leipold, a lungo al Fmi nel dipartimento che si occupa di Europa, poi capo economista del prestigioso Lisbon Council, un think tank. Leipold è stato nominato dal governo Gentiloni a settembre del 2017, prendendo il posto di Carlo Cottarelli, già Commissario alla revisione della spesa e premier mancato per un soffio, ma quell’incarico è stato ricoperto in passato anche da Pier Carlo Padoan. Una poltrona che conta, e parecchio. Il prescelto da Tria, per quanto meno conosciuto dei suoi predecessori, ha un curriculum coerente con l’incarico, anche se non dello stesso livello dei predecessori: tra il 2013 e il 2016 è stato assistant director al Fondo monetario nel dipartimento che si occupa di Africa. Poi, nel 2016, ha continuato a seguire lo stesso continente all’African development bank, con un incarico che gli ha garantito anche una certa visibilità pubblica (in Rete si trovano alcuni suoi interventi al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione). Fanizza era anche tra gli invitati di un simposio organizzato il 27 giugno a Monte Porzio Catone (vicino Roma) dall’Università di Tor Vergata, quella del ministro Tria, che infatti era presente.

Il problema non è l’adeguatezza di Fanizza, per i Cinque Stelle, ma il fatto che la nomina sia stata decisa in totale solitudine da Tria. Che pure dovrebbe aver ben capito la delicatezza di certe scelte, visto che per settimane ha dovuto battagliare proprio con i Cinque Stelle per decidere i vertici della Cassa Depositi e Prestiti (Tria voleva come ad Dario Scannapieco, i pentastellati hanno imposto Fabrizio Palermo). I vertici del Movimento hanno saputo della nomina soltanto perché un altro dei Paesi che saranno rappresentati da Fanizza – oltre all’Italia anche Portogallo, Grecia, San Marino, Albania e Malta – ha protestato con il governo per non essere stato consultato.

I rapporti tra il ministro e il primo partito della maggioranza non sono mai stati sereni: a tre mesi dall’insediamento del governo, Tria non ha ancora assegnato le deleghe al suo viceministro M5S, Laura Castelli. E nel negoziato sulla legge di Bilancio si dimostra assai poco flessibile sulla quantità di risorse da destinare al Reddito di cittadinanza che i Cinque Stelle hanno promesso già dal gennaio 2019.

A luglio si erano diffuse voci insistenti di possibili dimissioni di Tria, sempre smentite in via ufficiale dallo staff del ministero del Tesoro. Secondo quanto risulta al Fatto, però, erano tutt’altro che infondate e c’era già una lista di nomi per la successione. Poi la temperatura dello scontro è calata, Tria ha dato segni di disponibilità a collaborare, ma ora il caso Fanizza ha fatto di nuovo naufragare la sintonia.

Luigi Di Maio e il resto dei vertici M5S hanno però chiaro che al momento è impossibile ipotizzare un ricambio al vertice del ministero del Tesoro. Tria è stato indicato esplicitamente dal presidente della Bce Mario Draghi come uno dei tre garanti della credibilità finanziaria dell’Italia – insieme al premier Giuseppe Conte e al ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi – e quindi spingerlo a lasciare sarebbe un suicidio politico per l’esecutivo, visto che l’impatto sul costo del debito pubblico sarebbe immediato e rilevante.

Ma la discussione sui numeri da inserire nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, da presentare il 27 settembre, si svilupperà ora in un clima intossicato dal caso Fanizza che il M5S non è disposto a perdonare.

Ministero Ambiente, 525 lavoratori Sogesid pronti allo sciopero

Al ministerodell’Ambiente, o meglio alla società in house Sogesid Spa, è stato proclamato lo stato di agitazione da parte delle segreterie Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec territoriali perché sarebbero a rischio più di 500 posti di lavoro. La decisione, fanno sapere i sindacati, “condivisa all’unanimità è stata presa dopo le recenti comunicazioni del ministro dell’Ambiente presso le Commissioni Ambiente del Senato e della Camera e sottoscritte nel Decreto ‘Atto di indirizzo sulle priorità politiche per l’anno 2019 e per il triennio 2019-2021’, in cui si prospetta la cessazione delle attività che i dipendenti Sogesid compiono all’interno del Ministero e una drastica riduzione delle competenze della Società in house dello stesso Ministero”. Il ministro Costa aveva già spiegato al Fatto di voler indire per la prima volta concorsi in modo da far tornare alla Sogesid i lavoratori in comando. “I 525 dipendenti – dicono i sindacati – della Sogesid, invece di vedersi riconosciuti i sacrifici e l’impegno fin qui profuso, rischiano di vedere annullati tutti i loro sforzi dopo una iniziale dichiarazione del ministro che annunciava l’unica soluzione razionale, e cioè l’assunzione di queste centinaia di lavoratori dentro il ministero”.

Ponte Morandi, la Finanza consegna ai pm altri 40 nomi

Aun mese e due giorni dal crollo del ponte Morandi (era il 14 agosto alle 11.36), la Procura di Genova aggiorna la lista di chi, nel tempo, ha partecipato o ha avuto un ruolo nella composizione del progetto di retrofitting, ovvero quei lavori “migliorativi” da 26 milioni di euro che dovevano partire il prossimo ottobre e che avrebbero dovuto mettere in sicurezza la pila 9, quella crollata, e la pila 10, rimasta in piedi ma pericolante sopra le case di via Porro e di via Fillack.

Negli scorsi giorni, il primo gruppo della Guardia di finanza coordinato dal colonnello Ivan Bixio, ha portato al procuratore Francesco Cozzi una black list con 60 nomi. Si tratta di un elenco che in sostanza integra una prima rosa di 25 persone, dalla quale poi sono derivati gli attuali 20 indagati. Come per la prima tornata anche questa volta si è andati a pescare tra funzionari del ministero delle Infrastrutture e trasporti (Mit) e dirigenti di Autostrade (Aspi), oltre a quelli di Spea Engineering, la società che fa capo ad Aspi e che ha avuto l’incarico di scrivere il progetto di retrofitting.

Allo stato, dunque, sono poco meno di 40 i nomi nuovi entrati nel mirino degli investigatori. Nessuno di loro è indagato, ma probabilmente già la prossima settima potrebbero esserci nuove iscrizioni. Il periodo di tempo preso in considerazione è sempre lo stesso: dal 2013 alla data del crollo del viadotto che ha provocato 43 morti. Nella lista compare il nome di Fabio Cerchiai, presidente di Aspi. Una posizione, la sua, in bilico. Allo stato non risulta indagato, anche se, ragionano alla Finanza, il fatto di essere presidente lo lega al progetto di retrofitting. L’analisi delle chat e delle mail interne non ha per il momento rilevanza su questi nomi. Resta, però, decisiva perché dalla lettura la Finanza sta stilando un’altra lista di dirigenti che potrà essere interessante sentire come persone informate sui fatti.

“La condanna è giusta, ma rifarei tutto”

Gaetano Intrieri è docente di Controllo di gestione a Tor Vergata di Roma, un manager del settore aeronautico che ha studiato alla Bocconi e al Mit (Massachusetts Institute of Technology). Ma è soprattutto il tecnico che aveva scoperto il fallimento Alitalia molti mesi prima che fosse ufficialmente dichiarato. Ora, Intrieri collabora con il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, come esperto della Struttura di missione e cura i dossier più importanti. Alcuni giorni fa, sulla stampa è stata ritirata fuori la storia di 15 anni fa della compagnia Gandalf, di cui Intrieri fu amministratore e per cui ha subito una condanna penale.

Perché è stato condannato?

Quando nel 2003 fui chiamato in Gandalf a fare l’amministratore, trovai una società sospesa dalla Borsa e in un uno stato comatoso. Per salvare l’azienda e rilanciarla fui costretto a pagare 420 mila euro a una società americana, la Aws, che per Gandalf aveva effettuato una mediazione con i lessor di alcuni aerei e curato l’ingresso di altri Boeing 737 necessari per dare un futuro alla compagnia.

Perché pagò di tasca sua?

Pagai io, ma erano soldi che mi erano stati consegnati dalla società. Gli americani non volevano essere pagati ufficialmente da Gandalf, perché temevano fallisse e non volevano perdere i soldi. Non avevo scelta se volevo salvare l’azienda e tutelare lavoratori e azionisti.

Ma così commise una scorrettezza?

Senza dubbio, è così. Per questo sono stato condannato e la condanna è giusta se si considera l’aspetto formale della storia. Rispetto la sentenza, ovviamente, però rifarei subito le stesse cose che feci allora, ne valeva la pena. Ero così convinto della mia innocenza per quanto riguarda la sostanza che allora rifiutai di patteggiare per una pena risibile. La penso tuttora così.

Rifarebbe questo sbaglio?

Il risultato di quell’errore fu che Gandalf fu salvata, rilanciata e di nuovo quotata in Borsa. Non sono solo io che lo dico, è riconosciuto perfino nella sentenza che mi condanna.

Qual è stata la condanna?

Bancarotta fraudolenta. Due anni e 4 mesi in primo grado nel 2015 poi ridotti in appello a 2 anni e 2 mesi che infine sono stati totalmente condonati in quanto i fatti risalgono a un periodo precedente al 2006. Non ho mai nascosto con nessuno la condanna e ora aspetto la riabilitazione.

Cioè?

Il mio avvocato mi informa che, anche in seguito al fatto che non ci sono condotte censurabili successive alla sentenza, il ‘provvedimento di riabilitazione è stato evaso positivamente dall’Ufficio di Procura generale presso la Corte d’appello’. Aspetto la decisione finale.

Lei crede che la storia di Gandalf e la condanna siano state riesumate per colpire il suo lavoro al ministero?

Forse vogliono intralciare il lavoro del ministro Toninelli. Di sicuro mi occupo di dossier importanti.

Di che cosa si sta occupando?

In perfetta intesa con Alberto Chiovelli, coordinatore della Struttura di missione, sto lavorando al piano industriale di Alitalia, ho lavorato sulla brutta storia dell’aereo di Renzi, ho individuato molte irregolarità nel bilancio Anas. Infine mi occupo pure del raddoppio di Fiumicino su cui si sono concentrati i Benetton.