Air Force Renzi, spariti 13 milioni dati dallo Stato

Iconti non tornano e ballano dai 7 ai 13 milioni di euro per l’Air Force di Renzi, l’ormai famoso Airbus A 340/500 che l’ex presidente del Consiglio volle a tutti i costi nel marzo di due anni fa, costringendo l’Italia a spendere la bellezza di oltre 160 milioni di euro di cui circa la metà solo per il leasing (affitto). Una cifra stratosferica, 16 volte superiore al prezzo (5 milioni di euro circa) contrattato qualche settimana fa per la vendita (non l’affitto) di un aereo di quel tipo da parte della stessa società che aveva fornito il jet di Renzi, cioè Etihad, la compagnia del’Emiro di Abu Dhabi già socia di Alitalia. Il contratto capestro per l’Italia è stato annullato con un risparmio di oltre 100 milioni di euro grazie a una trattativa serrata condotta da Gaetano Intrieri, uno degli esperti che stanno collaborando con il ministero dei Trasporti Danilo Toninelli. Nel frattempo il quotidiano La Verità ha raccontato che Intrieri fu condannato per una vicenda di 15 anni fa che riguardava la compagnia aerea Gandalf di cui era amministratore e di cui lo stesso tecnico del ministero parla nell’intervista sotto.

L’ultima rata di 841 mila euro mensili per l’Air Force Renzi è stata pagata dallo Stato italiano due mesi fa e ora si scopre l’ennesimo inghippo e cioè che dei 50 milioni sborsati, rata dopo rata, a Etihad ne sono arrivati solo 37. In base al contratto una parte di quella rata, 70 mila euro al mese, in totale 6 milioni, probabilmente è finita ad Alitalia che sulla carta avrebbe dovuto effettuare la manutenzione straordinaria e ordinaria del jet. Al riguardo la compagnia non conferma e non smentisce. I tecnici del ministero sostengono però che Alitalia tutt’al più può aver fornito la manutenzione leggera e di base per l’aereo di Renzi perché per quella pesante e straordinaria non avrebbe la capability, cioè le certificazioni tecniche e il personale qualificato necessari. I tecnici si stanno chiedendo quindi a che titolo Alitalia possa aver riscosso la sua quota. La compagnia ha in flotta numerosi Airbus, ma nessuno uguale a quello preteso da Renzi.

Secondo quanto riferito nel corso degli incontri al ministero dei Trasporti, Etihad due anni fa avrebbe offerto in affitto all’Italia un altro tipo di Airbus, un normale A330, ottenendo però un rifiuto dalla Presidenza del Consiglio, a cui dovettero uniformarsi gli ufficiali della Difesa che conclusero la trattativa, i generali Francesco Langella e Carlo Magrassi, capo della Direzione armamenti il primo (ora in pensione) e segretario generale della Difesa il secondo. L’Airbus di Renzi fu in seguito inserito nella flotta di Stato composta da una decina di velivoli usata per i viaggi del presidente della Repubblica e dei membri del governo

Ma anche tenuto conto della parte andata ad Alitalia, mancano all’appello 7 milioni di euro. Dove sono finiti? Per risolvere l’enigma Toninelli ha segnalato la faccenda alla Corte dei conti che a sua volta ha attivato la Guardia di Finanza che ora sta indagando sullo strano affare. Nel corso degli incontri al ministero dei Trasporti per l’Airbus è emersa un’altra incongruenza: perché Alitalia è stata tirata dentro a un affare che avrebbe dovuto riguardare solo il Segretariato generale della Difesa e il fornitore del velivolo, la compagnia emiratina Etihad? Alitalia ha preso in affitto da Etihad l’aereo destinato a Renzi, che a sua volta la società araba aveva preso in affitto sul mercato. Alitalia ha poi fornito l’Airbus alla Difesa italiana ed è quindi entrata nel contratto con una funzione di intermediazione e il ruolo di lessor, per il quale occorrono autorizzazioni particolari che la compagnia di Fiumicino non ha.

A quel punto Etihad ha dovuto chiudere il contratto con il suo lessor, ha dovuto comprare l’aereo per poi riaffittarlo e a questo scopo ha chiesto e ottenuto dallo Stato italiano il pagamento di una prima rata di 25 milioni di dollari. Secondo i tecnici del ministero l’inserimento di Alitalia in qualità di lessor è un’anomalia tale che sommata alle altre rende nullo il contratto per l’Airbus.

Da Torino a Napoli “Presa Diretta” e la mafia nigeriana

Sono tanti i temi de “La città si cura”, racconto di Presa Diretta che andrà in onda domani alle 21,15. Il principale sarà la sicurezza. Presa Diretta racconterà le condizioni di vita dell’Oltretorrente di Parma, il quartiere più multietnico della città che si è trasformato in una piazza di spaccio. E presenterà il reportage su uno dei gruppi criminali meno conosciuti ma molto radicato sia al Nord che al Sud, da Torino a Castel Volturno: la mafia nigeriana. Tra gli intervistati Stefano Castellani, Sostituto Procuratore di Torino, e Giuseppe Borrelli, della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. In diretta in studio con Riccardo Iacona ci sarà Stefano Pizzarotti, sindaco di Parma, che martedì sarà ricevuto al Viminale. Qualche giorno fa Pizzarotti ha annunciato su Facebook: “Il Viminale ha risposto alla lettera che la città di Parma aveva scritto al ministro Salvini tre mesi fa. Il 18 settembre incontrerò il sottosegretario al Ministero dell’Interno Nicola Molteni. Sul piatto metteremo richieste concrete e pragmatiche: presidio permanente in zona stazione; aumento dell’organico della Polizia di Stato; leggi efficaci e pene certe”

“Non si può essere credenti e mafiosi”

Nessun baciamano, ma solo baci sulle guance, con l’invito deciso ad una donna inginocchiata davanti a lui a rialzarsi, scuotendo il capo. E poi l’anatema, chiaro e diretto: “Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Smettete di pensare a voi stessi e ai vostri soldi, convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo! Altrimenti, la vostra stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte”. Papa Francesco arriva in Sicilia (prima Piazza Armerina, poi Palermo) con una nuova scomunica contro i boss, con parole chiare come quelle pronunciate da Wojtyla 25 anni fa nella valle dei Templi: “Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore” – ha aggiunto il Pontefice, tra l’abbraccio con un disoccupato e un giovane di colore, e un selfie con un pellegrino prima di indossare un capellino che gli era stato offerto da un bambino disabile. E ha aggiunto: “Oggi abbiamo bisogno di uomini di amore, non di uomini di onore”. Uomini di amore come padre Pino Puglisi, ucciso 25 anni fa proprio a Brancaccio, regno incontrastato del boss stragista Giuseppe Graviano, che il Papa ha voluto visitare salendo a casa del prete che la sera del 15 settembre ’93 sorrise al killer che gli sparò alla nuca: ‘”Il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio” – ha detto Francesco scrivendo nel registro “che l’esempio di don Pino possa far nascere tante vocazioni”, e sottolineando la genuinità dell’impegno civile di un sacerdote, diverso da quello di tanti protagonisti di un’antimafia solo di facciata: “Non viveva per farsi vedere – aggiunto ricordando il martire di Cosa Nostra, oggi Beato, dal palco del Foro Italico davanti a migliaia di persone – non viveva di appelli antimafia, e nemmeno si accontentava di non far nulla di male, ma seminava il bene, tanto bene.

La sua sembrava una logica perdente, mentre pareva vincente la logica del portafoglio. Ma padre Pino aveva ragione: la logica del dio-denaro è perdente’’. Le parole del Pontefice oggi schierano la Chiesa dalla parte del contrasto deciso a Cosa Nostra, che 25 anni fa non fu compreso appieno dai vertici ecclesiali, compreso il cardinale Pappalardo come ricorda il fratello di don Puglisi, Gaetano, intervistato da Mario Lancisi autore di una biografia del parroco di Brancaccio: “La Chiesa oggi lo fa beato, ma quando serviva una mano nessuno gliela diede – ha detto il fratello – soprattutto nell’estate del ’93 quando ci furono gli attentati incendiari alla porta del comitato intercondominiale, le minacce e i pestaggi che don Pino fu lasciato solo. Dalla Chiesa di Palermo e dallo Stato, lo disse anche al cardinale Pappalardo di mandare qualcuno, che occorreva sorveglianza. E per la mafia questo era un messaggio forte, un messaggio muto’’. Analogo a quello stigmatizzato dal pm del processo ai killer, Lorenzo Matassa, che in aula definì la decisione della Chiesa palermitana di non costituirsi parte civile contro gli assassini di don Pino Puglisi “un’occasione mancata per far vivere l’opera di aiuto sociale del sacerdote’’. La Chiesa replicò parlando di ragioni pastorali, sostenendo che non c’erano parti offese in senso civile, le ragioni del perdono erano più forti.

“Sulle chiamate di Napolitano abbiamo la coscienza a posto”

Pubblichiamo un estratto de “Il patto sporco” (Chiarelettere) di Nino Di Matteo e Saverio Lodato, in libreria dal 18 settembre.

Tutto quello che è accaduto intorno al processo è singolare, sconcertante ed emblematico. Tutto, tranne ciò che accadeva dentro l’aula. (…) C’è un’accusa che brucia particolarmente a me e ai miei colleghi: quella di essere responsabili della morte di Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del capo dello Stato Napolitano. In quell’occasione fummo definiti “assassini”, “eversori”, “magistrati che agivano con finalità ricattatorie nei confronti del presidente della Repubblica”.

Ma l’autentica “bomba mediatica” esplose con la pubblicazione sui giornali del contenuto delle telefonate fra Mancino e Loris D’Ambrosio. Che cosa si dissero i due?

Le telefonate non furono poche. E alcune particolarmente utili per le indagini. L’argomento di fondo era la richiesta di Mancino di coinvolgere Napolitano nella vicenda processuale che lo riguardava. Ci rendemmo subito conto che Loris D’Ambrosio, invece di tagliare corto di fronte a quegli argomenti, preferì dare corda al “privato cittadino” Mancino. Lo rassicurò in più occasioni riferendogli di aver prospettato le sue lagnanze e richieste a Napolitano e ai magistrati che si erano succeduti al vertice della procura generale della Cassazione. (…)

Ma proprio in quella fase, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, con la violenza di un meteorite cascato dal cielo, piomba sul vostro lavoro con quel suo iroso conflitto di attribuzione. Vi tremarono le gambe e i polsi?

No. Avevamo la coscienza e la forza di chi aveva agito rispettando sempre la legge, e cercando solo la verità. Intercettando Mancino, ci eravamo imbattuti casualmente in alcune sue conversazioni con il presidente della Repubblica. Con la solita professionalità e riservatezza, gli uomini della Dia di Palermo che ascoltavano le telefonate ci avvertirono tempestivamente. E ci chiamarono ad ascoltarle di persona. Valutammo subito che il contenuto era penalmente irrilevante ed estraneo all’inchiesta. Ovviamente, comprendevamo che si trattava di materiale scottante. Ma a noi non doveva interessare l’aspetto politico o etico delle conversazioni. E quindi decidemmo che non le avremmo depositate, insieme alle altre, al momento della chiusura dell’inchiesta e che, come stabilito dalla legge, avremmo attivato la procedura prevista dal codice per la loro distruzione davanti a un giudice. Procedura di legge che avrebbe comportato la possibilità per i difensori degli imputati di valutare anch’essi la loro irrilevanza. Accadde l’imprevedibile. Nei miei confronti si aprì subito un’indagine disciplinare sollecitata alla procura generale della Cassazione.

Era stato sufficiente imbattervi nel nome di Napolitano perché lei si ritrovasse sul banco degli incolpati?

Mi faccia fare una premessa. Erano state pubblicate alcune indiscrezioni di stampa che affermavano che, nelle conversazioni con Mancino, Napolitano aveva parlato della Trattativa. Non era vero. Per questo in un’intervista a un quotidiano nazionale mi limitai a dire che le conversazioni erano penalmente irrilevanti ed estranee alla materia del nostro processo. Venni accusato di avere così confermato, anche se indirettamente, l’esistenza di quelle conversazioni. Un paradosso. Proprio io, che avevo spiegato che i primi articoli di stampa attribuivano al presidente della Repubblica conoscenze e ingerenze inesistenti sulla Trattativa. Scoprii dopo, difendendomi nel giudizio disciplinare, che la mia intervista era stata segnalata alla procura generale proprio dagli uffici del Quirinale. La mia posizione venne archiviata dopo oltre un anno. Ricorderò per sempre l’interrogatorio al quale venni sottoposto. Era la prima volta che entravo negli uffici della Cassazione. Era estate, il Palazzaccio era quasi deserto, mentre salivo le scale avvertivo la grande amarezza di entrare per la prima volta in quel “Tempio della Giustizia” in veste di accusato. Ero però sereno e determinato perché sapevo che mi ero comportato da magistrato, certo di aver fatto solo il mio dovere. Ed ero fiero, come lo sono tuttora, di non aver mai rivelato ad alcuno, e sfruttato in alcun modo, i contenuti di quelle telefonate.

Fatto sta che su quelle telefonate calò una pietra tombale per decisione della Corte costituzionale. Ma, a conti fatti, con quali conseguenze?

Le telefonate sono state distrutte senza che i difensori degli imputati le abbiano potute ascoltare. Loro non se ne sono rammaricati. Noi e gli uomini della Dia di Palermo conserviamo nitidamente il ricordo del contenuto di quelle conversazioni. Continueremo, ovviamente, a mantenere il segreto. Ma se oggi qualcuno si inventasse contenuti inesistenti, come è già capitato, ci troveremmo di fronte alla impossibilità di smentirlo con le registrazioni. La prova non esiste più.

Il commissario Renzi. Presto in tv

VenerdìMatteo Renzi era a Torino per la messa in ricordo di Sergio Marchionne e, già che c’era, se n’è andato a La Stampa per un forum col giornale. Lì, incalzato dal direttore e dagli altri cronisti, il nostro ha sostanzialmente rivelato che, finito col documentario su Firenze, si butterà sul giallo: Il commissariato Renzi. E, siccome l’ex premier è uomo al passo coi tempi, il commissario che interpreterà sarà della polizia postale e indagherà sui crimini online commessi in nome di una “cultura del manganello” che “è stata ingegnerizzata, organizzata”. Affascinante il soggetto della prima puntata abbozzato sul giornale: “Nell’operazione contro Sergio Mattarella, i troll che hanno minacciato e insultato online il presidente non li hanno fatti i russi, sono stati fatti in Italia”. Il commissario ZeniRenzi, che si avvarrà del maresciallo Carrai, lascia che le inchieste le faccia il magistrato e si concentra sulla “responsabilità politica” che “è chiara” ed è “dei 5 Stelle” (ma pure della Lega). Non vediamo l’ora di vedere la scena in cui il commissario fa irruzione alla Casaleggio e trova i 400 account “fatti in Italia” anti-Mattarella. Per la seconda puntata, intuiamo, Renzi pensa in grande: “Anche Macron viene infangato da propagande coordinate”. Già lo vediamo, il rude commissario di Rignano, rincorrere sulla Tour Eiffel i troll della Le Pen che insidiano il presidente francese. Live and let die.

Ubi, distrutte le chiamate segrete tra Mattarella e l’indagato Bazoli

La procedura è stata avviata dalla Procura di Bergamo in maniera molto riservata, senza che la notizia neppure filtrasse fuori dal palazzo di giustizia. Al termine, secondo la legge, il gip, su richiesta del pm, ha disposto la distruzione delle registrazioni di alcune intercettazioni telefoniche in cui era rimasta impigliata la voce del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Proprio come nel 2013 era già accaduto per le telefonate tra il suo predecessore al Colle, Giorgio Napolitano, e Nicola Mancino, allora indagato nell’inchiesta di Palermo sulla trattativa Stato-mafia.

Secondo quanto il Fatto quotidiano ha potuto ricostruire, nel 2015 a chiamare il Quirinale, dove era appena arrivato Mattarella, era stato Giovanni Bazoli, allora presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo. In quei mesi era sotto indagine per il suo ruolo in Ubi Banca: il pubblico ministero di Bergamo Fabio Pelosi stava conducendo un’inchiesta sui vertici del terzo istituto di credito italiano, ipotizzando i reati di ostacolo alla vigilanza, per aver tenuto nascosto a Banca d’Italia e Consob un (supposto) patto occulto che ha garantito ai due gruppi che avevano fatto nascere Ubi – quello bresciano capitanato da Bazoli e quello bergamasco guidato da Emilio Zanetti – il dominio sull’istituto di credito.

Secondo l’ipotesi d’accusa, i bresciani dell’“Associazione Banca lombarda e piemontese” presieduta da Bazoli e i bergamaschi “Amici di Ubi” guidati da Zanetti avrebbero stretto un patto raffinatissimo che ha permesso ai due gruppi fondatori di decidere tutte le cariche sociali e di spartirsele negli anni, alternandosi al comando e tenendo fuori gli altri azionisti. I due gruppi sarebbero arrivati – sempre secondo l’accusa – fino a truccare le carte che hanno loro permesso di vincere nell’assemblea dei soci dell’aprile 2013, quando si erano presentate due liste “estranee” a insidiare i consolidati equilibri garantiti nella banca dal patto tra bresciani e bergamaschi.

L’ipotesi d’accusa è stata ritenuta finora credibile dal gip, che ha rinviato a giudizio trenta imputati, tra cui Bazoli e gli attuali vertici di Ubi (dall’amministratore delegato Victor Massiah ai presidenti Andrea Moltrasio e Franco Polotti, fino ai vicepresidenti Mario Cera, Flavio Pizzini e Armando Santus).

Il processo prenderà il via a Bergamo proprio domani, lunedì 17 settembre. Ma nel 2015 l’inchiesta era ancora in corso, anche con pedinamenti e intercettazioni telefoniche, e l’11 febbraio di quell’anno il nucleo valutario della Guardia di finanza aveva compiuto una serie di clamorose perquisizioni negli uffici di Ubi e di altre società coinvolte nella vicenda. Bazoli aveva reagito dichiarando, allora come oggi, la sua “totale estraneità ai fatti”, ma certo poteva avere qualche motivo di preoccupazione per l’indagine che era arrivata a coinvolgerlo al culmine della sua lunga carriera. Ma nelle sue telefonate intercettate non parlava soltanto del suo ruolo in Ubi. Era in corso l’ultima battaglia di via Solferino per il controllo del Corriere e il presidente di Intesa, grande azionista di Rcs-Corriere della sera, era molto attivo per guidare la partita, che poi finirà nel 2016 con la vittoria di Urbano Cairo, l’editore di La7.

Fra le tante telefonate di Bazoli, durante l’indagine Ubi sono state registrate anche quelle da lui fatte a Mattarella, arrivato a sostituire Napolitano al Quirinale proprio nel febbraio 2015. Impossibile conoscere il contenuto delle conversazioni, mai trascritte e ora distrutte. Ma sappiamo che il presidente Mattarella ha ricevuto Bazoli al Quirinale il 27 marzo 2015, emettendo al termine dell’incontro uno stringato comunicato che dice: “Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto oggi al Quirinale il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli”. E sappiamo che a mediare l’incontro fu il precedente inquilino del Quirinale, Giorgio Napolitano.

Ce lo dicono le telefonate intercettate nelle stesse settimane tra lui e Bazoli. Un brogliaccio della Guardia di finanza del 19 marzo 2015 riporta: “Napolitano dice che, come gli aveva anticipato, aveva fissato un incontro con il presidente (Mattarella) per alcuni argomenti urgenti per cui ha colto l’occasione per rappresentargli la situazione”. Nei brogliacci si legge ancora: “Napolitano specifica di aver fatto riferimento (con Mattarella, ndr) anche al dialogo di questi anni tra loro (e cioè tra Napolitano e Bazoli, ndr) e prima ancora con Ciampi. Napolitano dice che questi (Mattarella) ha apprezzato, e ha detto che considera naturale avviare uno stesso tipo di rapporto ‘schietto’, informativo e di ‘consiglio’. Napolitano suggerisce di formulare, attraverso la segreteria, una richiesta di incontro che sicuramente accetterà. Bazoli dice che lo cercherà per i canali ufficiali nei prossimi giorni. Napolitano dice speriamo bene, anche perché ha sentito fare un nome ‘folle’, ovvero di quel signore che si occupa o meglio è il factotum de La 7”. Il riferimento è evidentemente a Urbano Cairo. L’incontro al Colle, richiesto “per i canali ufficiali”, avverrà otto giorni dopo, come documentato dal comunicato del Quirinale.

In una conversazione precedente, dell’aprile 2014 (già resa nota in passato dal settimanale Panorama), Bazoli diceva di aver avuto un incontro “al Colle”, allora occupato dal presidente Napolitano. “Io gli ho chiesto espressamente”, dice il brogliaccio, “ed ho avuto da lui l’assicurazione che quantomeno fino alla fine dell’anno lui rimane”. Poi, a febbraio 2015, “al Colle” arriva Mattarella e il “rapporto ‘schietto’, informativo e di ‘consiglio’” prosegue, grazie alla mediazione di Napolitano, con il nuovo inquilino del Quirinale. Molto più cauto, però, e meno interventista del suo predecessore. Le telefonate con Bazoli potrebbero riguardare l’incontro del 27 marzo 2015. Secondo la legge, sono state distrutte.

La Nava scuola

Stiamo imparando un sacco di cose nuove sulla libertà di stampa. E tutto questo grazie al Giornalone Unico che dal 4 marzo esce in edicola sotto varie testate. La prima è questa: l’indipendenza di una testata è direttamente proporzionale alla pubblicità che ci fanno le società pubbliche o parapubbliche o concessionarie pubbliche. Se, puta caso, i Benetton che fanno i maglioni e lasciano cadere i ponti riempiono di inserzioni le tv e i giornali, e questi in cambio magnificano i maglioni Benetton e non nominano i Benetton quando cadono i ponti, la libertà di stampa è salva. Se invece il governo dice alle sue aziende e concessionarie di spendere i soldi per riparare i ponti pericolanti, possibilmente prima che vengano giù, anziché buttarli in pubblicità, la stampa diventa serva. Non solo: se un acquedotto municipale compra paginate autopromozionali di giornale per suggerire ai lettori di aprire il rubinetto del lavello e di tirare lo sciacquone del cesso perché l’acqua è buona, e chi legge si domanda che senso abbia gettare quattrini nello sciacquone del cesso per consigliare alla gente di fare ciò che già fa di suo da sempre, è scemo chi legge, non chi si autopromuove.

Ma la lezione più sensazionale arriva dal caso di Mario Nava, il presidente Consob che si è dimesso perché beccato col sorcio in bocca a violare da cinque mesi la legge istitutiva della Consob: faceva il servitor di due padroni, restando funzionario della Commissione europea “in comando” e nell’“esclusivo interesse” della medesima. Lui racconta frottole ai commissari, sostenendo che la legge gli vieta di mettersi in aspettativa. Purtroppo viene sbugiardato non solo dal Fatto (che sarebbe il meno), ma anche dal commissario Ue Günther Oettinger e dall’Avvocato generale della Consob, Fabio Biagianti, in un parere del 27 giugno: il distacco “in comando” serve “a consentire l’assunzione fuori dall’Ue da parte dei funzionari di incarichi di natura diversa da quelli di vertice di una autorità indipendente”, come la Consob, dove quella veste può comportare “la compromissione del prestigio e dell’immagine dell’istituto”. Ergo, se uno non vuol dimettersi dalla Ue, non gli resta che “il collocamento fuori ruolo e in aspettativa d’ufficio”, unico status che “esclude l’incompatibilità derivante dall’essere dipendente di un ente pubblico” diverso. Secondo la legge, infatti,“la mancanza o infedeltà delle comunicazioni…, in qualsiasi momento accertata, importa la decadenza dalla nomina”. E che cosa avrebbe dovuto comunicare Nava a metà aprile, quando assunse la guida di Consob?

Lo spiega l’Avvocato generale:  “Le persone nominate devono comunicare all’organo di governo competente per la designazione (il governo uscente di Gentiloni, ndr)  e in copia ai presidenti delle Camere, una dichiarazione concernente, fra l’altro, la ‘inesistenza o la cessazione delle situazioni di incompatibilità’”.  Invece Nava non l’ha fatto. Non ha detto la verità. Ha ingannato Consob, Parlamento, governo e Quirinale, poi fortunatamente Conte, con l’avallo di Mattarella, non s’è fatto fregare e ha posto l’aut aut: o l’aspettativa dall’Ue, o via dalla Consob. Il presidente di un’autorità indipendente non può essere dipendente di altri enti. Punto. Perciò Nava se n’è andato: perché non poteva restare. E l’ha fatto prima dei 6 mesi dalla nomina, perché dopo non avrebbe ritrovato la poltrona di capo Affari finanziari a Bruxelles. La maggioranza giallo-verde l’ha accompagnato alla porta non perché fosse indipendente, ma proprio perché non lo era. Ed esponeva le decisioni dell’Autorità a ricorsi infiniti.
Questi i fatti, nudi e crudi. Ma il Giornalone Unico non se ne cura, impegnato com’è in pompe magne alla “ventata di novità portata da Nava, la sua disponibilità a interloquire e a coinvolgere tutti, l’impegno a migliorare i rapporti tra i dipendenti… tante strette di mano e abbracci” (Ansa), alla funzionaria Giulia Bertezzolo (da lui stesso nominata) che “piange e sospira” perché “l’Italia perde una grande risorsa” a causa del fascistissimo “spoils system in salsa gialloverde” (La Stampa), anzi delle staliniane  “purghe grilline” (Repubblica). I vedovi inconsolabili del bugiardo incompatibile lacrimano da due giorni come viti tagliate. Mandar via un fuorilegge da un ruolo pubblico (e che ruolo) è “un gravissimo salto di qualità nella logica illiberale del populismo al potere”, un “triplo sfregio ai principi democratici” sulla “strada antidemocratica polacca e ungherese” che punisce Nava per “il peccato dell’indipendenza” (Andrea Bonanni, Repubblica). E chi lo dice? Tenetevi forte. “Nava ha spiegato di essere finito in ‘una doppia tenaglia’… un classico caso di spoils system che non si può applicare alle Authority indipendenti: così Nava ha spiegato il suo caso” (Paolo Baroni, La Stampa). Ecco: l’ha spiegato lui. “Come ha spiegato lui stesso, ‘il non gradimento politico limita l’azione di Consob’” (Bonanni). E se lo dice “lui stesso” dev’essere vero. La legge e i pareri legali non contano: conta quel che dice Nava. “Ha fatto sapere che ha lasciato per una ragione ‘solo politica’” e di “essersi sentito a Roma come Ronaldo che giocava nel Chievo” (Federico Fubini, Corriere). Ah beh allora: l’ha fatto sapere il novello Ronaldo incompreso, povera stella. Ricapitolando: Ronaldo passa alla Juve a suon di milioni; poi si scopre che è ancora dipendente del Real Madrid; la Juve gli impone di scegliere; lui allora fa sapere che è colpa di Di Maio; e tutti giù a scrivere, a pappagallo. È l’ultima frontiera del giornalismo libero e indipendente. Se Nava dice una cosa, fra l’altro in contrasto con la legge, chi sono i giornalisti per dubitarne? Per sapere se il vino è buono, chiedono all’oste.

Il governo approva i nuovi principi. Finalmente Malagò ha la sua riforma

Congelata, rinviata, finalmente approvata: la riforma dello sport tanto cara a Giovanni Malagò adesso è in vigore. Per averla il n. 1 del Comitato olimpico ha dovuto fare più fatica del previsto: i principi informatori, che sembravano già approvati in primavera, erano stati stoppati dal governo una prima volta a maggio, quando a Palazzo Chigi c’era ancora Gentiloni e l’ex ministro Luca Lotti; poi di nuovo a luglio dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, che aveva chiesto numerosi chiarimenti. Anche perché intanto la partita della riforma si era intrecciata a quella della Figc, che il Coni aveva commissariato a febbraio e non voleva far tornare al voto con le vecchie regole. Proprio questa è stata la chiave per sbloccare la situazione: a inizio settembre Malagò ha accettato di mollare il pallone (le elezioni si svolgeranno il 22 ottobre, con il vecchio statuto), e così il governo ha dato il via libera ai principi senza ulteriori intoppi. Ecco dunque le nuove regole a cui dovranno attenersi il Coni e tutte le Federazioni nei prossimi anni: tra le novità principali, il limite di tre mandati per ogni carica stabilito per legge dall’ultimo governo, quote rosa e una serie di cambiamenti in materia di elezioni e deleghe societarie.

Marotta in Figc: pazza idea per un favore doppio alla Juve

Il pallone sceglie il suo nuovo padrone e i potenti si agitano. Ci prova il Coni, trama il solito Lotito, ci pensano i grandi club. L’ultimo nome (impossibile) è Beppe Marotta, dg della Juve. Chi l’ha proposto voleva fare un favore doppio alla Juventus: mettere il calcio nelle mani di un bianconero, certo. Ma anche liberare la società da una presenza (e stipendio) sempre più ingombrante, di cui forse Andrea Agnelli pensa ormai di poter fare a meno. Infatti altri club sono sulle sue tracce: meglio in Figc, due piccioni con una fava. Peccato non abbia chance di essere eletto.

Resta il tentativo di spaccare i “ribelli”. L’anello debole è Tommasi, che ora non vuole più votare gli alleati Gravina (il candidato) e Sibilia. I suoi stessi calciatori però sembrano consapevoli che così si rischia un nuovo stallo: lunedì l’Aic deciderà che fare. Dilettanti e Lega Pro anche da soli hanno il 51%. Il risultato delle grandi manovre può essere solo il caos: un altro commissariamento. Come se il primo non fosse bastato.

L’Inter punta su Nainggolan-apriscatole

Parcheggiata la Nazionale in divieto di sosta, tutti ai vostri posti. Campionato, Champions, Europa League: il calendario accelera. Si riparte dalla Juventus capolista, non certo una novità, e dallo zero di Cristiano Ronaldo, questa sì una notizia (almeno per i nostri pulpiti). Chievo, Lazio, Parma: il marziano deve ancora segnare. Gli era già successo, ma vuoi mettere? Tocca al Sassuolo. Che allo Stadium, come il Milan e la Roma, ha sempre perso, e a febbraio addirittura per 7-0. Scarto che aveva subito, in due occasioni, persino dall’Inter di Mazzarri. La prima contro la seconda. De Zerbi non gestisce, allena. Berardi e Boateng ne incarnano lo spirito d’avventura. Allegri pensa a un modico turnover, Pjanic a riposo, Dybala chissà. L’ampiezza della rosa orienta il pronostico al di là delle trappole che le soste, i fusi e gli ingorghi nascondono.

Al San Paolo va in onda Napoli-Fiorentina, partita mai banale. A maggior ragione questa volta, dopo il crollo del Napoli con la Sampdoria e la doppietta casalinga della Viola. Adesso che il termine “sarrismo” è stato accolto dalla Treccani, si attende la replica di Ancelotti. I problemi, fin qui, sono stati gli approcci. Pioli, in compenso, troverà la bilancia ideale per pesare le ambizioni dei suoi giovanotti. In chiave risultato, i rientri di Callejon e Hamsik costituiscono tracce preziose. San Siro si accinge ad abbracciare Nainggolan, l’apriscatole di Spalletti. Per quanto l’Inter sia pazza, difficile immaginarla in balia del Parma. In Cagliari-Milan anche Higuain cercherà il primo gol, mentre sarebbe il colmo se la Roma, al netto delle lune e del Bernabeu, non riuscisse a liquidare il Chievo.