La letteratura è una fake news? Secolare problema, il rapporto della letteratura con la verità, fissato in Occidente dalla distinzione aristotelica tra storico e poeta: lo storico racconta ciò che è accaduto, il poeta racconta ciò che potrebbe accadere.
Nel Settecento, il secolo del giornalismo, alla storia si sostituisce la cronaca; Charles Gildon accusa Robinson Crusoe di essere una fake news, elencando le incongruenze che lo rendono poco attendibile come vero diario di un naufrago; e Defoe, da parte sua, lamenta che l’eccesso di romanzi avventurosi, confondendo le acque, impedisca di leggere Moll Flanders come “una storia vera”. Il romanzo moderno (novel e non più romance) nasce insieme al trionfo delle news – da allora sono stati e sono moltissimi gli scrittori che hanno esordito come giornalisti e hanno fatto quello di mestiere: da Defoe appunto a Swift, da Prévost a Marivaux, per non parlare di Balzac e Dickens; Zola collaborava coi giornali molto prima dell’affare Dreyfus; e nel Novecento c’è Hemingway, naturalmente, ma ci sono anche Orwell e Camus, e Malraux e Dos Passos e infiniti altri (da noi, si va dalla Serao e Di Giacomo fino a Buzzati e Parise).
Le interazioni benefiche sono state (e sono) certe e innegabili: la letteratura impara dal giornalismo la velocità e la sobrietà del ritmo e del lessico, oltre che il gusto della documentazione; il giornalismo impara dalla letteratura a strutturare il racconto, a non accontentarsi della prima frase che capita, a delineare i personaggi. Altrettanto ovvio è, da sempre, il malanimo reciproco: il giornalismo accusa la letteratura di vacuità, di retorica paludata, di guardarsi l’ombelico in una torre d’avorio (o d’altro meno nobile materiale), mentre la letteratura accusa i giornalisti di essere degli scrittori mancati, o peggio dei lestofanti e arrampicatori che usano la cronaca come una clava a scopo di lusinga e ricatto (bastino, per tutti, Le illusioni perdute e Bel Ami).
Nei sottopancia dei talk televisivi, ormai, la qualifica di “giornalista e scrittore” non si nega a nessuno. Fin dagli anni Sessanta del secolo scorso il new journalism da un lato e il non-fiction novel dall’altro avevano avvicinato i lembi delle due sponde opposte – A sangue freddo e Il duca nel suo dominio (l’intervista di Truman Capote a Marlon Brando) vengono con evidenza dalla stessa mano. Il gonzo journalism di Thompson e compagnia aveva fatto saltare il dogma del giornalista oggettivo ed era arrivato all’estremo di raccontare un evento senza sostanzialmente avervi partecipato; la “microstoria” aveva sgretolato il discrimine (a cui ancora si appoggiava il vecchio Manzoni) tra “carta geografica” propria dello storico e “carta topografica” adatta al romanziere. Insomma, tutto congiurava negli anni Zero di questo secolo perché la barriera saltasse definitivamente, e tutti riconoscessero per esempio in Kapuscinski un grande scrittore, nella Aleksievic una degna vincitrice del Nobel per la Letteratura e nel Carrère di Limonov uno straordinario giornalista e biografo.
Il romanzo si aggrappa ai fatti veri per riscattare l’inoffensività che ormai si è incollata al genere, mentre i giornalisti liberati dai complessi d’inferiorità si sentono quasi in dovere di “lanciarsi” nel romanzo. Se ciò che importa è “raccontare una storia interessante nel miglior modo possibile”, perché non relegare nel ripostiglio del robivecchi una distinzione diventata ormai obsoleta? La tesi che vorrei proporre qui è invece che la distinzione sia più che mai utile oggi; la confusione imperante rischia di danneggiare e impoverire sia il giornalismo che la letteratura, a causa di una mancanza di riflessione teorica. A forza di trascurarla, la teoria della letteratura ci ripiomba addosso come caos.
Horacio Verbitski, il grande giornalista argentino accusatore del regime di Videla e autore delle più scioccanti rivelazioni sul destino dei desaparecidos, ha dato del giornalismo una definizione radicale: “Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda”. Si potrebbe sostenere, con un po’ di impudenza, che ciò che il giornalismo militante fa contro la repressione, la letteratura lo fa contro la rimozione inconscia (“letteratura è esprimere ciò che l’io non vuole che si sappia…”) – intendendo per “io”, naturalmente, anche l’io sociale e collettivo.
La verità letteraria è la verità del desiderio, cioè non è verità logica né ideologica: è un campo di tensioni in cui ogni asserzione può essere rovesciata, ogni no può valere come un sì, dietro ogni oggetto può apparire la sua derisione, il mito più sanguinario può essere salvifico o viceversa, ogni minima procedura può trasformarsi in un rito, il tempo può ristagnare o cessare di esistere. Tutto questo si ottiene con la Forma, ovverosia con la Bellezza – che non è estetismo ma quasi il suo contrario, attacco a qualunque Bellezza precedente, ricerca di una parola (o di una struttura, o di una figura) profonda, plurivalente, muscolare; una lingua che non può ospitare nessun luogo comune, se non “mettendolo in situazione” e sfruttandolo narrativamente.
Nonostante l’equazione ipnotica di Keats, e la disperata opposizione di Leopardi, forse bisogna concludere che Vero e Bello né coincidono né si oppongono: stanno su piani logici inconfrontabili, hanno due “statuti” diversi. Il Bello non ha a che fare col Vero, e nemmeno col Bene – la letteratura può dare cittadinanza a Satana, mentre il giornalismo non può permetterselo.
Anche il giornalismo, è ovvio, deve utilizzare una logica emotiva per attuare quella che di solito si chiama la “mozione degli affetti” – ma deve controllare bene questa possibilità retorica, per evitare contraccolpi indesiderati. E deve calibrare le parole trattando di cronaca nera, per non incoraggiare fenomeni imitativi e non creare fake characters, surrogati parodici del mito che durano lo spazio di dieci o venti talk show (Bossetti mostro, Brizzi maiale, Stacchio eroe). Altro che eternità e archetipi, stereotipi con la miccia corta; il giornalismo talvolta ha addirittura bisogno dei luoghi comuni linguistici, sono il ponte più veloce d’intesa coi lettori. Frammenti di giornalismo e frammenti di letteratura possono assomigliarsi, ma la letteratura ha senso solo se la si prende intera. Fermo restando che tra i due campi ci saranno sempre interazioni e scambi anche fruttuosi, aver chiara la differenza di origine e di obiettivo servirà a non cadere nella poltiglia, dove a rimetterci è sempre la scrittura letteraria. Gli ibridi e gli incroci sono interessanti, ma il giornalismo deve e può provare l’orgoglio di non usare i meccanismi della letteratura e di agire iuxta propria principia, così come la letteratura può e deve fare il possibile per salvare la Forma dalle brodaglie verbali che ci minacciano dal web.
In una trasmissione di Michele Santoro su Rai3, Saviano ha sostenuto l’inquietante metafora dei libri bruciati, che una volta trasformati in cenere “si diffondono su tutti”, scavalcando “l’elitarismo culturale”; sarebbe bello se qualcuno con la verve oratoria e l’impegno di Saviano provasse a difendere la parola densa, multistrato, capace di resistere alle fiamme che la attorniano da ogni lato. “In un Paese dove tutti sanno un poco”, rifletteva desolato Leopardi, “e si sa poco”.
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