Ronaldo segnerà e i cieli si apriranno. È già tutto sudato

Dopo Il giro del mondo in 80 giorni, il giro del mostro in 80 giorni. Dove per mostro (di bravura) s’intende lui, Cristiano Ronaldo in arte CR7. Sono passati 150 anni, ma le peripezie dell’avventuroso romanzo di Verne impallidiscono di fronte ai prodigi narrati dai cantori italici. Lo spartiacque è il 12 agosto.

Ronaldo è alla Juve da due settimane e chi si sintonizza su Sky Sport incoccia nel countdown più surreale di sempre: quello per il debutto di CR7 in Juve A-Juve B a Villar Perosa. Esagerato? Ma no. All’arrivo di Cristiano a Torino la Gazzetta ha titolato: “CR7, comincia l’era del marziano”. E chi se ne importa se il ragazzo è reduce da un’era al Manchester iniziata a 18 anni e da una al Real durata la bellezza di 9 stagioni. Tutto cancellato: è a 33 anni che si diventa marziani. Il Real perde la Supercoppa contro l’Atletico e non c’è sito o giornale che non titoli: “Senza CR7 non è più il Real Madrid”.

Parte il campionato spagnolo e la Gazzetta titola: “C’è Liga senza CR7?”. Sabato 18 la Juventus debutta a Verona contro il Chievo. Fino a 10’ dalla fine è sotto di un gol, l’unico Alieno sembra Giaccherini e CR7 disperato le prova tutte: un gol di mano che non gli viene, un tuffo in area alla Cuadrado, una ginocchiata in faccia a Sorrentino che perde conoscenza e finisce all’ospedale. La Juve nell’azione segna un gol (poi annullato), Chiellini e Dybala esultano, CR7 guarda e passa. Non granché. Che fare dunque? Lunedì la Gazzetta titola in prima (con tanto di foto): “CR7 infaticabile suda in palestra anche la domenica”. La commozione è palpabile.

Juventus-Lazio si avvicina e la Gazzetta dice che “Ronaldo vuole imitare Platini e Trezeguet, in gol dopo l’esordio a secco”. E invece nisba. La Juve vince 2-0 ma segnano Pjanic e Mandzukic e l’Alieno niente. Anzi, lui s’incarta e nel finale riesce persino a calciarsi la palla addosso a porta vuota, tirando e respingendo il suo stesso tiro manco fosse Raducioiu. Succede poi che su quella palla svirgolata si avventi Mandzukic: tiro e gol. Per Tuttosport si tratta di assist. “CR7 agevola il raddoppio Juve al 75°: inventa un assist di tacco per Mandzukic che insacca”. Un genio. Lo choc per il gol che non arriva è però palpabile. “Ronaldo subito al lavoro”, titolano allora i giornali mostrando Cristiano al vogatore. “Il portoghese mostra i muscoli e suda in palestra anche nel giorno libero”. Okay, qui però ci vuole una scossa. Ed è la Gazzetta venerdì 28 a superarsi: “Ronaldo al top: 15 tiri in 2 gare, re in Europa!”. “Nessuno calcia come lui – ci spiega –, lo juventino è il re delle conclusioni in tutta Europa: 15 in due partite”. Provarci sempre e non riuscirci mai. Ecco come si diventa re.

Venerdì 28 CR7 viene premiato dalla Uefa per il gol più bello del 2018. L’euforia è alle stelle ma subito si sparge la voce che l’Uefa ha assegnato il premio “Best Player 2018” a Modric. Stizzito, Cristiano diserta la serata di gala. Intanto arriva settembre e la Gazzetta ci riprova: “È iniziato il mese d’oro di CR7: 57 gol in 9 anni a settembre”. Invece in Parma-Juve sembra di essere in agosto: non solo l’Alieno non segna, ma gioca una partita orribile.

Persino Cristiano se ne rende conto e invece di postare la foto di lui sudato in palestra ne posta una in cui è avvinghiato a Georgina in barca. E però domani torna Juve A-Juve B, o meglio Juventus-Sassuolo. E anche se lo scetticismo si taglia a fette, noi siamo in grado di garantirlo: al 100% CR7 segnerà il suo primo gol in Serie A. E i cieli si apriranno. E il resto lo leggerete (e ascolterete) prossimamente su questi schermi. È l’Istituto Luce, bellezza.

Il “Suspirium” di Thom Yorke per Guadagnino

Quello che ancora mancava al frontman dei Radiohead era la possibilità di sconfinare nell’immensa prateria creativa del format colonna sonora, un’estensione dei progetti solisti e delle collaborazioni con l’élite della musica elettronica. Il remake di Suspiria di Luca Guadagnino è l’occasione per esprimersi a 360 gradi, con un tema centrale riproposto in coda al film e circa novanta minuti di composizioni ad hoc, con un grande utilizzo di sintetizzatori e bassi. Ci sono due vere e proprie forma-canzone: il singolo Suspirium e Unmade, un piccolo gioiello piano-voce. 25 tracce dense e inquietanti, per coprire due ore e mezza di film. Yorke inizia ufficialmente la corsa per raggiungere il sodale Johnny Greenwood, ormai ricercatissimo compositore della sonorizzazione cinematografica. L’artista ha voluto presentare alla stampa l’album – in uscita il 26 ottobre – nella scuola di danza di Annamaria Bruno a Milano, in una suggestiva location con candele, specchi e un fumo spettrale.

Il “Salone” svalutato in attesa del salvatore

Debiti tra i 10 e gli 11 milioni di euro, intanto, venuti fuori con la liquidazione della vecchia Fondazione per il Libro controllata in buona parte da enti pubblici (Comune di Torino e Regione Piemonte). Poi le inchieste giudiziarie, le dimissioni dei suoi dirigenti, come quelle recenti di Massimo Bray, e i dipendenti senza stipendio. Ma, soprattutto, il pericolo che il Salone del Libro di Torino, nonostante il duello vinto alla grande con i rivali milanesi di “Tempo di Libri”, non arrivi alla sua trentaduesima edizione, quella del 2019.

È una crisi che lo scrittore Ernesto Ferrero, già timoniere di Librolandia assieme a Rolando Picchioni per quasi vent’anni, fotografa così: “Siamo al quarto anno di emergenza, e tutto resta ancora in alto mare. L’edizione 2019 del Salone del Libro è ancora più a rischio delle precedenti, malgrado l’eroismo di Nicola Lagioia e della squadra storica, forte di un’esperienza ventennale, ma tuttora senza contratto, stipendio, minime certezze”.

Ci vorrebbero, insomma, un’inversione di rotta, magari l’arrivo di un cavaliere bianco che rilevi dal Tribunale di Torino il marchio del Salone e rilanci la kermesse. Lo auspica anche Ferrero, che dice: “Di fronte alle interminabili complicazioni della gestione pubblica, bloccata da una normativa kafkiana, non resta che guardare a un imprenditore privato della comprovata abilità di Urbano Cairo”. Sebbene coltivi da sempre la passione per la Juventus, l’ex direttore culturale del Salone non esita a fare il tifo per il presidente del Torino e del gruppo editoriale Rcs, il nome del quale è circolato in questi giorni.

Sarebbe lui il cavaliere bianco disposto a comprare il marchio di Librolandia, finito all’asta per ripianare un po’ dei debiti milionari della Fondazione per il Libro? Forse. Da Milano, però, Urbano Cairo versa abbondante acqua sul fuoco. Alla nostra domanda risponde seccamente: “Non ci ho mai pensato di acquisire il marchio del salone”. Una smentita è una smentita. Cairo, tuttavia, è stato protagonista di clamorosi colpi di mano. Come quando nell’estate del 2005, materializzandosi all’ultimo momento, si prese il Torino dal fallimento a costo zero.

Lo stesso Salone del Libro potrebbe essere comprato con una spesa minima. Si tratta di quella “normativa kafkiana” di cui parla Ferrero, che ha consentito, oltre un anno fa, la drastica svalutazione del marchio della manifestazione del Lingotto. La Fondazione lo fece stimare da uno studio di consulenza. E il marchio fu deprezzato in modo drastico, passando da un valore di quasi due milioni a uno oscillante tra i 160 mila e i 200 mila. Quasi come se qualcuno, sottolineava maliziosamente Rolando Picchioni, “abbia deciso di fare svalutare il marchio per prendersi il Salone a costo zero”.

L’ipotesi di Picchioni è solo un’illazione, almeno restando ai fatti conosciuti. Così come bisogna prendere atto della smentita di Cairo. Più credibile è che il marchio possa essere preso dalle fondazioni bancarie, Crt e San Paolo, che per anni hanno supportato il Comune e la Regione nella organizzazione della kermesse. A loro potrebbero girare il logo in comodato d’uso gratuito.

Questo, in ogni caso è uno scenario possibile, ma ancora da venire. Il presente del Salone del Libro, le ultime notizie della crisi, sono declinati dalle dimissioni di Bray dal Circolo dei Lettori, l’ente (ora in carico alla Regione, con probabile ingresso imminente del Comune di Torino) che dovrebbe gestire la fiera. Ha lasciato ufficialmente per motivi personali (in corsa, per rimpiazzarlo, sarebbero Carlo Ossola, Alessandro Baricco, Gian Arturo Ferrari). Di sicuro pure sul Circolo si è abbattuta la bufera di un’inchiesta giudiziaria, per presunte malversazioni. Ormai un classico nel panorama culturale subalpino: dopo lo scandalo del Premio Grinzane Cavour, ecco i guai della liquidata Fondazione per il Libro, del Teatro Regio e ora del Circolo dei Lettori.

Di fronte a questa situazione, gli enti pubblici – il Comune della sindaca Chiara Appendino, la Regione di Sergio Chiamparino – si dicono fiduciosi e sventagliano rassicurazioni. Per Ernesto Ferrero, invece, “il problema sta nel manico”. Ovvero nell’incapacità degli attori principali di fare funzionare bene e con i conti a posto le grandi manifestazioni culturali: dagli enti pubblici, principali responsabili dell’insipienza, alle fondazioni bancarie che pure sborsano quattrini.

Il “perseguitato” Lula val bene un viaggio a Rio

Il giovedì è un giorno molto atteso per l’ex presidente Inacio Lula da Silva: sono ammesse le visite nella cella della polizia federale di Curitiba, dove dal 7 aprile Lula sconta una condanna di 12 anni per corruzione e riciclaggio.

Dopo l’ex presidente uruguaiano Pepe Mujica, quello colombiano Ernesto Samper e l’ex presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, Lula ha incontrato due giorni fa l’ex primo ministro Massimo D’Alema e il messicano Cuauhtemoc Cardenas, già governatore del Distretto federale di Città del Messico.

“Penso che la condanna non ha toccato il prestigio, il riconoscimento verso Lula che c’è in gran parte dell’opinione pubblica europea; anche perché moltissimi giuristi europei, italiani, spagnoli – che hanno esaminato le carte processuali – hanno constatato che la condanna di Lula è avvenuta in un processo in cui non sono stati garantiti i diritti fondamentali dell’imputato”, ha dichiarato D’Alema durante l’incontro con la stampa di fronte ai cancelli della polizia federale.

Secondo D’Alema, condannare a 12 anni un uomo nella maniera in cui si è svolto il processo Lula, è da considerarsi “una mostruosità”. Tale opinione, a suo dire, è condivisa da “gran parte del pensiero giuridico europeo”, ma anche dalle Nazioni Unite che “sostiene il diritto di Lula a essere candidato” alle Presidenziali.

La candidatura dell’ex operaio metalmeccanico che ha governato il Brasile dal 2003 al 2010, con un record di preferenze, è stata sostituita l’11 settembre con quella del suo candidato vice, Fernando Haddad che, secondo il sondaggio realizzato il 13 settembre da Vox Populi, sarebbe oggi il favorito, con il 22 per cento delle preferenze. “Ho incontrato Lula tante volte nella mia vita – ha proseguito D’Alema – e non avrei mai immaginato d’incontrarlo come detenuto. Ma l’ho trovato qui, così come qualche anno fa nella sede della Presidenza della Repubblica a Brasilia, con lo stesso spirito, lo stesso coraggio, la stessa visione, la stessa volontà di servire il popolo brasiliano. Malgrado le ingiustizie, é un uomo sereno che continuerà a essere prezioso per questo Paese, dopo essere stato il migliore presidente che il Brasile abbia mai avuto”.

Per questo, sostiene D’Alema, si spiega la solidarietà nei confronti dell’ex presidente che ha ricevuto appoggi anche in “ambienti considerati non di sinistra” e il “senso di rivolta morale che suscita la persecuzione a cui è stato sottoposto”.

Per Cardenas, che ha subito una persecuzione politica e giuridica in Messico, è impressionante vedere Lula con una disposizione intatta per “mantenere la resistenza” nonostante la detenzione. “Lula è con lo stesso spirito combattivo di sempre e questo ci ha fatto uscire dalla visita con ottimismo, nonostante la situazione di estrema ingiustizia”, ha affermato Cardenas.

Subito dopo la conferenza stampa dinanzi alla sede della polizia federale, D’Alema ha proseguito la sua visita in Brasile, raggiungendo San Paolo, dove venerdì ha partecipato al seminario “Minacce alla democrazia e all’ordine multipolare” , promosso dall’ex ministro degli Esteri Celso Amorim e organizzato dalla Fondazione Perseu Abramo.

Altro che poveri, Manu resta dalla parte dei più forti

“Sradicare la grande povertà”. Emmanuel Macron si dà una generazione di tempo per far uscire dall’indigenza gli 8,8 milioni di poveri che vivono in Francia.

Ma a 24 ore dalla presentazione dell’atteso plan pauvreté, pieno di annunci e belle parole, la Francia comincia già a dubitare. La somma di 8 miliardi di euro in 4 anni stanziata per un obiettivo così ambizioso appare insignificante. “Due miliardi l’anno è meno della metà di quanto è già stato concesso ai ricchi solo nel 2018, 4,5 miliardi di euro”, nota Louis Maurin dell’Observatoire des inégalités. A Le Monde, il sociologo Nicolas Duvoux definisce il piano anti-povertà “originale”, ma teme che “le scelte economiche e politiche portate avanti finora da Macron riducano, o annullino, la sua portata. La dimensione egualitaria è assente. La tendenza di Macron – dice – è di chiedere sempre tanto a chi ha poco”.

Il piano anti-povertà è il primo cantiere sociale del presidente dal suo ingresso all’Eliseo. Arriva, a pochi mesi dalle elezioni europee del 2019, dopo un’estate segnata dagli scandali e il calo catastrofico di popolarità del presidente (scesa al 29%, per l’ultimo Odoxa). In un anno e mezzo invece è stata soppressa la tassa patrimoniale per i più ricchi, sono state tagliate le pensioni, ridotte le sovvenzioni sugli affitti ed è stato riformato il mercato del lavoro favorendo il precariato. Macron “era il presidente dei ricchi, ora diventa il presidente anti-poveri”, ha commentato Jean-Luc Mélenchon, leader del movimento di estrema sinistra La France Insoumise. In Francia 5 milioni di persone vivono con meno di 800 euro al mese. Sono poveri il 38% dei disoccupati e il 34% delle famiglie monoparentali. Quasi 4 milioni di persone, stando alla Fondation Abbé Pierre, che si occupa dei senzatetto, vivono in alloggi di fortuna. La legge per il “reddito universale d’attività”, promessa a sorpresa dal presidente nel discorso di giovedì al Musée de l’Homme, non arriverà in Parlamento prima del 2020. “E per quelli che sono per strada oggi che si fa?”, si preoccupa Samuel Coppens della fondazione Armée du Salut. Il quotidiano Libération fa notare che di “universale” il nuovo reddito annunciato “ha solo il nome”, poiché è sottoposto a condizioni e sanzioni. Ma la critica è più profonda: “Macron – scrive il direttore Laurent Joffrin – lascia intatte le diseguaglianze che inquadrano la grande povertà. Si può essere al tempo stesso il presidente dei ricchi e il presidente dei poveri?”. Il “reddito universale” era stato difeso da Benoît Hamon durante la campagna per le Presidenziali del 2017.

Era però una cosa diversa: il candidato socialista proponeva 600 euro al mese, per iniziare, a tutte le persone in difficoltà, ma senza condizioni. All’interno del suo nuovo movimento, Generation.s, fondato dopo la disfatta elettorale, si accusa ora Macron di aver in qualche modo “contraffatto” la proposta del socialista. Una misura che, da candidato prima e da presidente poi, Macron ha sempre criticato duramente. “Il reddito universale – ha scritto Hamon in un tweet – si impone nel dibattito anche tra quanti sghignazzavano del mio programma elettorale”.

Gli operatori delle associazioni sanno che bisognerà aspettare anni prima che il plan pauvreté appena lanciato abbia qualche effetto, se ne avrà. I francesi sono comunque scettici.

Da un sondaggio Elabe per BFMtv si evince che il 79% di loro, ovvero 8 persone su 10, non crede che il presidente sia in grado di migliorare la situazione dei più poveri. Il 76% è inoltre convinto che la politica del governo è orientata a favorire i più ricchi.

Bank of England: “Brexit sarà l’apocalisse”

Nelle intenzioni il briefing del governatore della Bank of England Mark Carney sui possibili scenari economici di un no deal era riservato alle orecchie del Consiglio dei ministri. Ma la più clamorosa novità della politica inglese degli ultimi anni è la sua inarrestabile italianizzazione: le spaventose proiezioni del suo ufficio studi sono finite immediatamente sulle prime pagine di tutti i giornali, da quelli cosiddetti autorevoli ai tabloid popolari.

Echi della crisi finanziaria del 2008: sterlina a picco, disoccupazione a due cifre, inflazione, possibile deprezzamento degli immobili fino al 35% in soli tre anni, il paese isolato a causa delle ripercussioni sui trasporti. Una catastrofe. Gli esperti di retroscena raccontano di ministri – anche i Brexiteers più ostinati – ridotti al silenzio. Solo Andrea Leadsom, esponente di spicco di Vote Leave, avrebbe reagito alla prospettiva della perdita di valore delle case, facendo notare l’impatto sugli anziani benestanti, lo zoccolo duro dell’elettorato Tory. È un tema politico decisivo a tutte le latitudini, e infatti il sito del Financial Times ieri aveva, in prima pagina, un’inchiesta dal titolo significativo: “Comprare casa è ancora un buon investimento?”. Carney è visto con sospetto dai britannici più nazionalisti perché canadese: ma è solido, preparato e autorevole, ed è stato appena confermato nel suo ruolo. I suoi scenari appaiono più credibili della nuova linea ufficiale del governo, inaugurata da Theresa May e reiterata compulsivamente dal nuovo ministro per la Brexit, Dominic Raab: “Un no deal non sarebbe la fine del mondo”.

Per supportare questa pallida versione della baldanza post-referendum il governo da qualche settimana inonda la stampa di tediosi documenti in cui, settore per settore, si istruisce il pubblico sui piani elaborati in caso di no deal: diligenti compiti di civil servants costretti a prepararsi per una eventualità che, secondo le nostre fonti al Dipartimento per Brexit, sono i primi a temere.

In un incontro pubblico successivo al polverone, comunque, Carney ha chiarito che le principali banche del paese sono preparate ad affrontare “qualsiasi strada l’economia prenderà”; secondo gli stress test condotti lo scorso anno, il sistema finanziario potrebbe sostenere un calo del valore delle case di un terzo, un aumento dei tassi di interesse di 4 punti, disoccupazione al 9% e una recessione al 4%. A poche settimane dal summit decisivo con l’Unione, a novembre, i negoziati sono più che mai vittime della propaganda da entrambe le parti, secondo il vecchio meccanismo del bastone e della carota. Mercoledì Raab aveva dichiarato che, in caso di no deal, il Regno Unito potrebbe non pagare il conto del divorzio, ma aveva anche accennato al fatto che la chiusura dell’accordo era vicina. Ieri, fonti diplomatiche a Bruxelles hanno rigettato l’ottimismo britannico, riferendo di una completa impasse soprattutto sul dilemma del confine nord-irlandese.

Russiagate, il fido Manafort passa dalla parte dei federali

Manafort collaborerà con i federali. Gli investigatori del team del procuratore Robert Mueller, che indaga sul Russiagate, lo hanno dichiarato in modo ufficiale: Paul Manafort, l’ex capo della campagna elettorale di Donald Trump nel 2016, ha raggiunto un accordo in vista del secondo processo.

Quale è stato il patto? Manafort ha accettato di dichiararsi colpevole di due reati: cospirazione contro gli Stati Uniti e cospirazione per ostruire la giustizia; il suo avvocato, Kevin Downing, ha dichiarato che i dieci capi di imputazione su cui la giuria del primo processo non aveva raggiunto un accordo saranno lasciati cadere.

Il consulente politico rischia comunque fino a 10 anni di carcere, rinunciando a quattro proprietà di lusso del valore di diversi milioni di dollari, con piscine, campi da tennis e da basket, a conti bancari e a polizze sulla vita. La sua collaborazione può impensierire il presidente Trump? Non è ancora chiaro, di certo diventa concreta una situazione che lui stesso aveva negato: “Al contrario di Michael Cohen, Paul Manafort non ha ceduto e non ha inventato storie per ottenere un accordo. Tanto rispetto per un uomo di valore”. Così il 22 agosto The Donald elogiava il fido Paul e sferrava un pugno da KO al suo ex legale Cohen. Il manager era appena stato giudicato colpevole in Virginia secondo otto capi d’imputazione, compresa frode fiscale e finanziaria; non aveva pagato le tasse su introiti legati a consulenze per il governo filorusso ucraino di Viktor Yanukovych e per frodare le banche in modo da ottenere finanziamenti. Cohen, ex avvocato del tycoon, si era invece dichiarato colpevole per violazione delle leggi elettorali in relazione al versamento di denaro a Stormy Daniels, la pornostar pagata per tacere sulla relazione avuta proprio nel 2006 con l’attuale presidente.

“Mi dispiace davvero molto per Paul Manafort e per la sua famiglia – scriveva Trump – la ‘giustizia’ ha preso un caso fiscale di 12 anni fa e, tra le altre cose, ha esercitato una pressione tremenda nei suoi confronti e lui, al contrario di Michael Cohen, si è rifiutato di cedere”.

Non è andata così e ora, come in una delle migliori sceneggiature di un legal-thriller, il colpo di scena può avere un effetto a catena. Gli investigatori di Mueller sono sempre alla ricerca di prove dei contatti fra lo staff dell’attuale presidente ed emissari legati al Cremlino che avevano lo scopo di inquinare le elezioni. Manafort è fra coloro che erano presenti a un incontro tra il figlio del presidente, Donald Trump Jr, il genero Jared Kushner e un avvocato russo che aveva offerto loro informazioni con cui danneggiare la candidata democratica alle presidenziali, Hillary Clinton. Trump ha sempre dichiarato di non essere a conoscenza di quell’incontro. Manafort aveva i suoi agganci sul fronte dell’est pro Mosca: aveva lavorato per Yanukovych e il suo partito protetto dal Cremlino, tra 2005 e 2015. Dunque, Manafort è il tipo giusto per una svolta del Russiagate? Si vedrà. Intanto dalla Casa Bianca la portavoce Sarah Sanders mette le mani avanti: la collaborazione del lobbista “non ha assolutamente nulla a che vedere con il presidente o con la sua vittoriosa campagna presidenziale del 2016”.

La letteratura è soltanto una fake news?

La letteratura è una fake news? Secolare problema, il rapporto della letteratura con la verità, fissato in Occidente dalla distinzione aristotelica tra storico e poeta: lo storico racconta ciò che è accaduto, il poeta racconta ciò che potrebbe accadere.

Nel Settecento, il secolo del giornalismo, alla storia si sostituisce la cronaca; Charles Gildon accusa Robinson Crusoe di essere una fake news, elencando le incongruenze che lo rendono poco attendibile come vero diario di un naufrago; e Defoe, da parte sua, lamenta che l’eccesso di romanzi avventurosi, confondendo le acque, impedisca di leggere Moll Flanders come “una storia vera”. Il romanzo moderno (novel e non più romance) nasce insieme al trionfo delle news – da allora sono stati e sono moltissimi gli scrittori che hanno esordito come giornalisti e hanno fatto quello di mestiere: da Defoe appunto a Swift, da Prévost a Marivaux, per non parlare di Balzac e Dickens; Zola collaborava coi giornali molto prima dell’affare Dreyfus; e nel Novecento c’è Hemingway, naturalmente, ma ci sono anche Orwell e Camus, e Malraux e Dos Passos e infiniti altri (da noi, si va dalla Serao e Di Giacomo fino a Buzzati e Parise).

Le interazioni benefiche sono state (e sono) certe e innegabili: la letteratura impara dal giornalismo la velocità e la sobrietà del ritmo e del lessico, oltre che il gusto della documentazione; il giornalismo impara dalla letteratura a strutturare il racconto, a non accontentarsi della prima frase che capita, a delineare i personaggi. Altrettanto ovvio è, da sempre, il malanimo reciproco: il giornalismo accusa la letteratura di vacuità, di retorica paludata, di guardarsi l’ombelico in una torre d’avorio (o d’altro meno nobile materiale), mentre la letteratura accusa i giornalisti di essere degli scrittori mancati, o peggio dei lestofanti e arrampicatori che usano la cronaca come una clava a scopo di lusinga e ricatto (bastino, per tutti, Le illusioni perdute e Bel Ami).

Nei sottopancia dei talk televisivi, ormai, la qualifica di “giornalista e scrittore” non si nega a nessuno. Fin dagli anni Sessanta del secolo scorso il new journalism da un lato e il non-fiction novel dall’altro avevano avvicinato i lembi delle due sponde opposte – A sangue freddo e Il duca nel suo dominio (l’intervista di Truman Capote a Marlon Brando) vengono con evidenza dalla stessa mano. Il gonzo journalism di Thompson e compagnia aveva fatto saltare il dogma del giornalista oggettivo ed era arrivato all’estremo di raccontare un evento senza sostanzialmente avervi partecipato; la “microstoria” aveva sgretolato il discrimine (a cui ancora si appoggiava il vecchio Manzoni) tra “carta geografica” propria dello storico e “carta topografica” adatta al romanziere. Insomma, tutto congiurava negli anni Zero di questo secolo perché la barriera saltasse definitivamente, e tutti riconoscessero per esempio in Kapuscinski un grande scrittore, nella Aleksievic una degna vincitrice del Nobel per la Letteratura e nel Carrère di Limonov uno straordinario giornalista e biografo.

Il romanzo si aggrappa ai fatti veri per riscattare l’inoffensività che ormai si è incollata al genere, mentre i giornalisti liberati dai complessi d’inferiorità si sentono quasi in dovere di “lanciarsi” nel romanzo. Se ciò che importa è “raccontare una storia interessante nel miglior modo possibile”, perché non relegare nel ripostiglio del robivecchi una distinzione diventata ormai obsoleta? La tesi che vorrei proporre qui è invece che la distinzione sia più che mai utile oggi; la confusione imperante rischia di danneggiare e impoverire sia il giornalismo che la letteratura, a causa di una mancanza di riflessione teorica. A forza di trascurarla, la teoria della letteratura ci ripiomba addosso come caos.

Horacio Verbitski, il grande giornalista argentino accusatore del regime di Videla e autore delle più scioccanti rivelazioni sul destino dei desaparecidos, ha dato del giornalismo una definizione radicale: “Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda”. Si potrebbe sostenere, con un po’ di impudenza, che ciò che il giornalismo militante fa contro la repressione, la letteratura lo fa contro la rimozione inconscia (“letteratura è esprimere ciò che l’io non vuole che si sappia…”) – intendendo per “io”, naturalmente, anche l’io sociale e collettivo.

La verità letteraria è la verità del desiderio, cioè non è verità logica né ideologica: è un campo di tensioni in cui ogni asserzione può essere rovesciata, ogni no può valere come un sì, dietro ogni oggetto può apparire la sua derisione, il mito più sanguinario può essere salvifico o viceversa, ogni minima procedura può trasformarsi in un rito, il tempo può ristagnare o cessare di esistere. Tutto questo si ottiene con la Forma, ovverosia con la Bellezza – che non è estetismo ma quasi il suo contrario, attacco a qualunque Bellezza precedente, ricerca di una parola (o di una struttura, o di una figura) profonda, plurivalente, muscolare; una lingua che non può ospitare nessun luogo comune, se non “mettendolo in situazione” e sfruttandolo narrativamente.

Nonostante l’equazione ipnotica di Keats, e la disperata opposizione di Leopardi, forse bisogna concludere che Vero e Bello né coincidono né si oppongono: stanno su piani logici inconfrontabili, hanno due “statuti” diversi. Il Bello non ha a che fare col Vero, e nemmeno col Bene – la letteratura può dare cittadinanza a Satana, mentre il giornalismo non può permetterselo.

Anche il giornalismo, è ovvio, deve utilizzare una logica emotiva per attuare quella che di solito si chiama la “mozione degli affetti” – ma deve controllare bene questa possibilità retorica, per evitare contraccolpi indesiderati. E deve calibrare le parole trattando di cronaca nera, per non incoraggiare fenomeni imitativi e non creare fake characters, surrogati parodici del mito che durano lo spazio di dieci o venti talk show (Bossetti mostro, Brizzi maiale, Stacchio eroe). Altro che eternità e archetipi, stereotipi con la miccia corta; il giornalismo talvolta ha addirittura bisogno dei luoghi comuni linguistici, sono il ponte più veloce d’intesa coi lettori. Frammenti di giornalismo e frammenti di letteratura possono assomigliarsi, ma la letteratura ha senso solo se la si prende intera. Fermo restando che tra i due campi ci saranno sempre interazioni e scambi anche fruttuosi, aver chiara la differenza di origine e di obiettivo servirà a non cadere nella poltiglia, dove a rimetterci è sempre la scrittura letteraria. Gli ibridi e gli incroci sono interessanti, ma il giornalismo deve e può provare l’orgoglio di non usare i meccanismi della letteratura e di agire iuxta propria principia, così come la letteratura può e deve fare il possibile per salvare la Forma dalle brodaglie verbali che ci minacciano dal web.

In una trasmissione di Michele Santoro su Rai3, Saviano ha sostenuto l’inquietante metafora dei libri bruciati, che una volta trasformati in cenere “si diffondono su tutti”, scavalcando “l’elitarismo culturale”; sarebbe bello se qualcuno con la verve oratoria e l’impegno di Saviano provasse a difendere la parola densa, multistrato, capace di resistere alle fiamme che la attorniano da ogni lato. “In un Paese dove tutti sanno un poco”, rifletteva desolato Leopardi, “e si sa poco”.

© 2018 Lit Edizioni Srl. Per gentile concessione.

Mail Box

 

Quando la Costituente bocciò l’emendamento La Rocca

Anch’io, come Travaglio, aspetto di essere incriminato perché ho pubblicato sul web: “Su questa crisi sono citati i pareri di Mortati, di Bozzi e di Onida, ma bisognerebbe sottolineare che l’Assemblea costituente il 23 ottobre 1947 respinse l’emendamento La Rocca che affidava il potere di nomina al presidente della Repubblica. Allora l’onorevole Tosato disse: ‘Il ritorno a posizioni antiche, superate, caratteristiche dei primi ordinamenti costituzionali, quando tutti i ministri erano nella stessa posizione di fronte al Capo dello Stato, e il Capo dello Stato nominava indistintamente, uno per uno, i singoli ministri, ponendoli tutti, però, sullo stesso piano. Donde, in definitiva, un aumento del potere del Capo dello Stato, al quale è riservato lo stesso potere di scelta sia per quanto riguarda il Primo Ministro, sia per quanto riguarda tutti gli altri ministri. Io credo che queste semplici considerazioni siano sufficienti a far comprendere la inammissibilità di questo emendamento che viene proposto dall’onorevole La Rocca’. L’emendamento che assegnava il potere di nomina al Presidente della Repubblica ebbe 90 voti a favore e 175 contrari. Risposero, tra gli altri, ‘no’: Bozzi, Dossetti, Einaudi, Labriola, La Malfa, Bernardo Mattarella, Nitti, Rumor, Zaccagnini. Più chiaro di così.

Piero Morpurgo

 

La pedofilia è un crimine presente in tutti i settori

Quando ci riferiamo agli abusi sui minori qualcuno si domanda perché proprio e soltanto i preti cattolici hanno questa fama di predatori sessuali e come mai non accade con i pastori protestanti. E potremmo concludere che ciò avviene perché al clero cattolico è negata una normale vita sessuale. In realtà gli abusi avvengono anche nel clero di altre religioni. Si parla di più dei preti cattolici perché la Chiesa cattolica è universale e non va sottovalutato che spesso i casi, veri o presunti, sono abilmente utilizzati per screditare la Chiesa e il Papa. Non va dimenticato che la pedofilia è un disturbo della sessualità presente in tutti i settori della società e paradossalmente il clero cattolico è quello meno coinvolto, anche se se ne parla di più. Infatti la maggior parte dei casi avvengono nelle famiglie (60%), nelle scuole d’infanzia, nelle associazioni sportive, ecc. Per non parlare del turismo pedofilo vergognosamente fiorente, con partenza dai Paesi occidentali verso il Terzo mondo. In molti ci chiediamo se non sarebbe l’ora di combattere questa piaga anche in settori dove vige ancora l’omertà. Se nella Chiesa in passato non si è fatto abbastanza, altrove non si fa nulla neppure oggi.

Jacopo Cabildo

 

Nessuno ha inquadrato la vera natura di Salvini

Tutti parlano di Salvini e della Lega. Salvini è secondo me un uomo furbo, ma la furbizia è l’intelligenza degli stupidi. Salvini ha solamente un gran fiuto politico come Mussolini senza avere la sua cultura e pur avendo il suo cinismo. Prima era “padano” e difendeva il Nord contro gli italiani del Sud, poi quando i 5 Stelle hanno conquistato il Sud ha cambiato nemico ed è diventato nazionalista contro gli immigrati, obiettivamente gestiti in precedenza in modo sbagliato. Molti danno a Salvini del nazionalista e del fascista, invece è solamente un furbo che fa il nazionalista, il cattolico, il difensore della religione, forse un giorno potrebbe fare il comunista difensore dei poveri lavoratori. Salvini è un istrione camaleontico capace di cambiare aspetto al momento opportuno mentre Renzi e Berlusconi sono narcisisti. Molto più pericoloso degli altri due perché difficile da individuare. Secondo me nessuno lo ha inquadrato bene, compresi i 5 Stelle e Grillo.

Aurelio Scuppa

 

Versiliana: a volte è mancato il tempo per i lunghi dibattiti

Ho partecipato alla festa del Fatto a Marina di Pietrasanta. Sono partito da Venezia tutto entusiasta per avere la possibilità di dialogare e confrontarmi con personaggi del giornalismo e della politica. Ho seguito con entusiasmo Carlo Verdone la prima serata, ho ascoltato con molto interesse l’intervista al sottosegretario Giorgetti. Poi ho seguito l’incontro dei giornalisti più famosi della televisione con Del Debbio, Floris, Bianca Berlinguer e la giovane e bella Carafoli. La delusione è stata quella di non poter fare domande ai protagonisti perché, ha giustificato Ferrucci, questo era il format…! Mio caro Travaglio, ho capito che volevi proteggere i tuoi ospiti da domande indiscrete ma impedire al pubblico di fare alcune domande credo sia contro la tua filosofia ed etica professionale ma soprattutto mancanza di rispetto per i lettori del Fatto. Alla fine mi sono messo in coda e ho rivolto alcune domande a Giorgetti che mi ha risposto in modo lucido e preciso e infine ho rimproverato a Zingaretti, mentre scappava, la battuta sul governo che si sta avviando verso la dittatura e… mio caro Zingaretti hai detto banalità! Volevo ribattere a Bianca Berlinguer (alla quale noi italiani paghiamo lo stipendio) se si è pentita di aver detto ad Abano Terme (l’anno scorso), in risposta alla mia domanda sul canone in bolletta, servito per gli stipendi e non per l’offerta televisiva, che i bravi giornalisti costano! Forse con il nuovo Consiglio Rai faranno pulizia di questi giornalisti arroganti e presuntuosi.

Giobatta Benetti

 

Caro Giobatta, purtroppo i tempi incalzanti dei vari incontri ci hanno impedito il dibattito col pubblico. Un caro saluto

M. Trav.

Giustizia sportiva. È lecito penalizzare le squadre a campionato iniziato?

Ho letto che il Chievo Verona è stato penalizzato soltanto di tre punti dopo che ne erano stati chiesti 15 per il processo sulle plusvalenze fittizie. Mi sembra che il presidente Campedelli possa brindare, visto che con la penalizzazione chiesta dalla Procura si sarebbe parlato di una retrocessione quasi sicura. Adesso, invece, è probabile che il Chievo si salverà anche stavolta, dovendo recuperare tre miseri punticini in tutto il campionato.

Però mi chiedo anche: è giusto dare penalizzazioni del genere a campionato in corso? Se poi il Chievo facesse ricorso e gli venissero ridati un paio di punti tra qualche mese, cambiando la classifica, sarebbe corretto nei confronti delle altre squadre che si giocano la salvezza?

Giorgio Celi

 

Caro Celi, abbiamo molti meno strumenti a disposizione rispetto a chi ha scritto questa sentenza per giudicare se sia giusta o sbagliata, dunque è bene fidarsi della giustizia. Sul resto, lei ha ragione quando evidenzia un problema che esiste da diversi anni. I campionati non aspettano i tribunali, iniziano a fine agosto e poi accolgono in corsa quel che dicono le sentenze. Questo già in passato ha portato dei paradossi, con squadre penalizzate a metà campionato oppure con sanzioni tolte a poche giornate dalla fine, quando ormai la classifica sembrava più o meno scritta.

L’anno scorso, in Serie B, abbiamo visto cambiare all’ultimo momento il calendario dei play-off perché il Bari è stato penalizzato a maggio inoltrato: una situazione anomala, certo, ma in questo caso (come in altri) inevitabile. La giustizia sportiva, per quanto pensata per essere la più rapida possibile, ha dei tempi tecnici – anche solo per prevedere il ricorso delle parti – che si accavallano per forza con il calcio giocato, provocando quel che ci siamo detti. Tutto è perfettibile – e nel caso specifico del Chievo ci sono stati anche dei vizi di forma che hanno condizionato il processo – ma temo che una soluzione a questo problema non sia così a portata di mano. D’altra parte, riesce a immaginare un campionato che non inizia finché la giustizia non pronuncia la sentenza sul Chievo, ricorsi compresi? Temo che ne andrebbe della nostra tenuta sociale, o qualcosa del genere.

Lorenzo Giarelli