Libertà di stampa (vigilata) secondo Di Maio

“Se dovessi scegliere tra un governo senza giornali e giornali senza un governo, non esiterei un istante a scegliere la seconda opzione”

(Thomas Jefferson, terzo presidente degli Usa – 16 gennaio 1787)

 

Sfonda non una, ma due porte aperte, il vicepremier Luigi Di Maio quando evoca come in una seduta spiritica la figura ormai in estinzione dell’“editore puro” e quando pone il problema del rapporto fra le aziende di Stato e la pubblicità sui giornali, minacciando tagli all’editoria per le critiche al governo. Se è consentita qui un’autocitazione, chi scrive lasciò Il Giorno nel ’76, allora di proprietà dell’Eni, per andare a lavorare a Repubblica (Caracciolo-Mondadori) e ne è uscito definitivamente nel momento in cui il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari è passato a un “editore impuro” come il gruppo Gedi, sotto l’egida della Fiat. Per quanto riguarda la pubblicità delle aziende pubbliche, sospettate spesso di fare lobbying attraverso gli organi d’informazione per tutelare la propria immagine e i propri interessi, diciamo subito che – se fosse vietata sui giornali – bisognerebbe vietarla anche sulle televisioni e su tutti gli altri media.

In realtà, le due questioni – industria editoriale e raccolta pubblicitaria – sono strettamente connesse. Non è un mistero per nessuno il fatto che la seconda sia una risorsa fondamentale per la sopravvivenza della prima. E proprio per questo, in difesa del pluralismo e della libera concorrenza, c’è chi ha combattuto per più di trent’anni la concentrazione televisiva, il duopolio Raiset e il “regime televisivo”.

Ma ormai, in seguito all’avvento e alla diffusione di Internet, la crisi dell’editoria è esplosa – e non solo in Italia – compromettendo la sopravvivenza della stampa. È un bene o un male? Ogni giornale che chiude è un pezzo di democrazia che si perde. Con tutti i suoi limiti, vizi e difetti, la carta stampata resta pur sempre il luogo privilegiato per il confronto delle idee e delle opinioni: quanto più queste sono libere e indipendenti, tanto più possono contribuire alla formazione dell’opinione pubblica, al confronto e quindi alla crescita civile.

È vero, però, che quando la proprietà dei giornali finisce tutta o quasi nelle mani di gruppi industriali o finanziari, le rispettive direzioni e redazioni rischiano di perdere credibilità e autorevolezza. Chiunque ha il diritto di dubitare della loro autonomia e indipendenza, per il solo fatto che hanno alle spalle interessi estranei all’attività editoriale. Se poi il presidente o il vicepresidente di un’azienda editoriale si ritrova – per esempio – nel cda di una holding concessionaria dello Stato che gestisce le autostrade, allora l’ombra del conflitto d’interessi si estende alle testate che amministra. E non basta dire che il manager in questione non ha mai interferito con il lavoro dei giornalisti: è inevitabile che qualcuno di loro possa sentirsi condizionato da una situazione del genere. Quello che occorre, piuttosto, è uno Statuto delle imprese editoriali (stampa, radio-tv e siti online) che escluda all’origine la figura dell’“editore impuro”.

Quanto alla pubblicità affidata ai giornali dalle società pubbliche, fornitrici di servizi ai cittadini, i casi sono due: o serve a promuovere la loro immagine e le loro offerte oppure non serve. Spetta alla discrezionalità del management valutare e decidere di conseguenza. I ministri da cui queste aziende dipendono possono sempre intervenire ed eventualmente rimuovere i responsabili di scelte sbagliate. Ma non è con le intimidazioni né tantomeno con le rappresaglie che si tutela la funzione dell’esecutivo e la sua autorevolezza.

Discarica di Bussi Romandini “fu scorretto”

Era il 13 maggio 2015 quando il Fatto rivelava le “gravi scorrettezze” che aleggiavano sul processo di primo grado per la discarica Montedison di Bussi. Le “gravi scorrettezze” avevano preceduto una sentenza che, in primo grado, il 19 dicembre 2014, aveva derubricato il reato di disastro ambientale in disastro colposo. E aveva quindi giudicato gli imputati non colpevoli per sopraggiunta prescrizione. Ieri il Csm ha riconosciuto – si tratta del terzo pronunciamento di un giudice sulla questione – che il Fatto aveva scritto la verità. In molti, in attesa di leggere le motivazioni, possono – anche a ragione – sostenere che la condanna subita dal giudice Camillo Romandini, ovvero la perdita di due mesi di anzianità, sia pari a uno scappellotto. E che la montagna – un processo penale e uno disciplinare – abbia in fondo partorito il più classico dei topolini.

La richiesta dell’accusa – sospensione dall’attività per ben sei mesi – era senza dubbio più pesante. Ed è altrettanto vero che molti punti oscuri restano, nonostante le indagini svolte in un procedimento penale, terminato con un’archiviazione, e in un disciplinare, per quanto terminato ieri con una condanna. In questo caso, però, il topolino resterà lì per sempre a mostrare quanto grande fosse la vera montagna che l’ha partorito: uno dei processi più importanti della storia abruzzese, forse il più importante, senza dubbio tra i più delicati della storia del Paese.

Nel febbraio del 2017, la Corte d’assise d’appello riconosce che a Bussi vi fu, grazie a chi gestì quella discarica, all’epoca dei fatti in mano alla Montedison, un avvelenamento colposo delle acque. Non solo. Vi fu anche un disastro colposo che questa volta fu giudicato “aggravato”. Il che ribaltò la sentenza di primo grado, poiché furono ricalcolati i tempi e si stabilì che non agiva alcuna prescrizione. Per comprendere la posta in gioco di questo processo, basti pensare che tra i difensori degli imputati c’era Paola Severino, ex ministro della Giustizia. E che il presidente della Corte d’Assise, Geremia Spiniello, fu ricusato nel febbraio 2014, dieci mesi prima della sentenza, per aver espresso pubblicamente un parere – “faremo giustizia per il territorio” – sul processo. Prese il suo posto Camillo Romandini che, come scrisse il Fatto all’epoca, a poche ore dalla sentenza, incontrò a cena le giudici popolari e le rese edotte su quel che sarebbe accaduto, per la responsabilità civile dei giudici, se avessero condannato per dolo gli imputati e questi ultimi, in secondo grado, fossero stati assolti. “Le va di giocarsi tutto questo?”, disse alla giudice proprietaria del ristorante dove avvenne la cena. Le giudici confidarono al Fatto che avrebbero voluto condannare per dolo. Ma questo non avvenne e non sappiamo – perché nessun giudice può rivelarlo – quel che accadde in camera di consiglio.

Quel che sappiamo è che si arrivò a una prescrizione – perché il reato fu considerato senza aggravanti, secondo l’appello – e agli imputati fu risparmiata la pena. Il punto è che, sebbene di responsabilità civile si discutesse, in quei giorni la norma non era vigente. E nessuno avrebbe potuto giocarsi alcunché, tantomeno un ristorante. Oggi Romandini s’è invece giocato la sua credibilità. Al di là dei due mesi d’anzianità persi, è questo quel che conta. E l’ha persa commettendo una “grave scorrettezza” proprio su un processo così importante. La condanna – lieve o pesante che sia, su questo punto, poco importa – dimostra anche qualcos’altro: un giornalismo libero e indipendente, con le sue inchieste, può ancora mettere all’angolo chi è “scorretto”, qualsiasi ruolo abbia, rivelando l’osceno. Nella storia del processo di Bussi, la montagna resterà legata per sempre al suo topolino.

La sponda di Draghi ai tre moschettieri

Ora che la legge di Bilancio inizia a prendere forma, diventa sempre più evidente che in Italia ci sono due governi: uno pacato, europeista, rispettoso delle regole europee, l’altro confuso, aggressivo, attento ai tg e ai sondaggi più che ai risultati. Le polemiche intorno alle dichiarazioni di giovedì del presidente della Bce, Mario Draghi, lo hanno reso evidente. Nella sua conferenza stampa mensile, Draghi ha risposto alle domande dei cronisti sull’Italia con una formula che è parsa insolitamente netta: “Negli ultimi mesi le parole sono cambiate molte volte e quello che ora aspettiamo sono i fatti, principalmente la legge di Bilancio e la successiva discussione parlamentare”. E poi: “La Banca centrale europea si atterrà a ciò che hanno detto il primo ministro italiano, il ministro dell’Economia e il ministro degli Esteri, e cioè che l’Italia rispetterà le regole”. La seconda parte richiamava le dichiarazioni del ministro dell’Economia tedesco, Olaf Scholz, che il 7 settembre, dell’Italia, aveva detto: “Io mi aspetto che tutti rispettino le regole”.

Il messaggio di Draghi alla politica italiana era chiaro: la Bce si fida e legittima come interlocutori i tre protagonisti dell’esecutivo che hanno dato prova di serietà e pragmatismo, cioè il premier Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia Giovanni Tria e il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, veterano dei negoziati a Bruxelles. Draghi non cita Paolo Savona, che pure ha incontrato per discutere del mai dettagliato “piano da 50 miliardi” proposto dal ministro degli Affari europei. E chiarisce che l’altro governo, quello delle dichiarazioni sulla disponibilità a sforare il tetto del deficit al 3 per cento del Pil, quello che usa la Commissione Ue come capro espiatorio, finisce per danneggiare gli italiani con dichiarazioni che fanno salire lo spread. E come hanno dimostrato le analisi del think tank Bruegel o dell’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli, i danni sull’economia italiana sono tangibili e immediati. Per l’aumento dei costi di finanziamento del debito pubblico, ma pure per le imprese. Anche la fuga di capitali in corso dall’Italia preoccupa la Bce: 33,4 miliardi di riduzione di asset italiani in mani straniere a maggio, 42,4 a giugno, i dati su luglio pare saranno altrettanto negativi. L’andamento dei tassi sul debito a due anni, in preoccupante crescita, indica che gli investitori si aspettano pericoli imminenti. Che sono tutti politici e tutti italiani perché, a differenza che nel 2011-2012, questa crisi di fiducia non riguarda l’eurozona nel suo complesso ma soltanto l’Italia e soltanto la politica.

Matteo Salvini ha subito approfittato delle parole di Draghi e di una coincidenza temporale con le critiche del commissario europeo Pierre Moscovici (“Vedo dei piccoli Mussolini”) e del presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno (“L’Italia sa esattamente ciò che implicano le regole e cosa significano”). Il ministro dell’Interno ha colto l’occasione per evocare la sua usuale narrativa del conflitto tra Italia e Unione europea, addirittura invitando Draghi a un atteggiamento di umiliante sottomissione, peraltro incompatibile con il mandato della Bce: “Conto che gli italiani in Europa facciano gli interessi dell’Italia come fanno tutti gli altri Paesi, aiutino e consiglino e non critichino e basta”.

Il timore di molti investitori e, si capisce dalle dichiarazioni, anche di Draghi, è che i tre moschettieri del buon senso – Conte, Tria e Moavero – raggiungano un compromesso accettabile per i mercati in Consiglio dei ministri, magari con un deficit per il 2019 all’1,6 per cento del Pil, ma poi questo equilibrio venga smantellato nelle commissioni parlamentari affidate a leghisti radicali, Alberto Bagnai (Senato, Finanze) e Claudio Borghi (Bilancio, Camera). I veterani della politica economica ricordano che è dalla riforma del 1988 che il Parlamento non può più modificare i saldi di bilancio decisi dal governo, gli emendamenti a ciò finalizzati dovrebbero essere quindi dichiarati inammissibili. Ma le vie della finanza creativa e spregiudicata sono infinite. La lista delle promesse da finanziare pare ancora troppo lunga per essere compatibile con quel deficit all’1,6 per cento. Il dato sulla produzione industriale di luglio (-1,8 per cento invece del +0,3 atteso) è un segnale d’allarme per la crescita di quest’anno e del prossimo, quando il Pil potrebbe arrancare a un ritmo inferiore all’1 per cento. E questo significa vari miliardi in meno per la politica economica.

Draghi ha offerto una sponda di legittimità alla parte moderata dell’esecutivo per affrontare questa difficile situazione, in cui un’investitura esterna serve a placare le ansie degli investitori e a evitare che sul costo del debito si scarichino anche paure infondate. Ora resta da capire se è abbastanza. O se le spinte più violente contro l’Ue e i suoi vincoli, che covano dentro l’esecutivo e la maggioranza, avranno la forza da molti temuta.

Partinico, caccia al nero che è in noi

“Marocchini di merda, ve ne dovete andare a casa vostra”. È un venerdì di odio a Partinico. Davanti al bar “Yogo Loco”, quasi alla fine di Corso dei Mille e ultima tappa del mesto “struscio” serale, si riunisce una piccola folla urlante. Le voci si sovrappongono, la lingua sicula smarrisce la sua dolce musicalità per assumere i toni sordi della rabbia contro due ragazzi dalla pelle nera. Quale “colpa” hanno? Un furto? Uno sguardo di troppo a una ragazza? Una parola sbagliata? “Perché mi hai cacciato dal bar, non ho fatto nulla”, chiede inutilmente uno di loro. Il traffico è bloccato. Il fuoco della rabbia si mescola al sudore di una sera densa di umidità. Arriva la polizia, i due ragazzi vengono portati in commissariato: trattenuti fino all’una di notte. Nessun reato. Nessuna accusa. L’odio, almeno questa volta, non è esploso in atti di brutale violenza regalando alle cronache il racconto del terzo raid razzista in poche settimane, in questo paese di 30 mila abitanti, a 35 km da Palermo.

“Chi fa guerra di solito è un nevrotico. Quando si fanno guerre vuol dire che non si conosce la situazione da affrontare”

Partinico. Qui Danilo Dolci immaginò e diede corpo alle sue idee di pace, lavoro e solidarietà. Qui il Gandhi italiano impegnò tutto il suo tempo per il bene comune. Ma qui tutto è cambiato, Danilo Dolci oggi è solo il nome di qualche scuola. Partinico è Italia, e anche in queste terre il seme dell’intolleranza fa nascere alberi gravidi di frutti avvelenati. Due aggressioni ispirate da odio razziale sulle sei registrate in tutta la Sicilia da luglio a settembre. Per capire in quale terreno affondano le radici dell’odio bisogna girare, parlare con la gente, rileggere la cronaca anche minuta, e riconnetterli a un qualcosa di più generale. Tentare di comprendere dove, come, quando e perché anche la verità muore. È la storia del bambino “strangolato”. Agosto volge al termine, sui siti locali circola la notizia di un bambino aggredito. I niuri hanno tentato di strozzarlo perché voleva rubare una bicicletta. Il paese ne parla. La notizia si arricchisce di particolari falsi e terrificanti. I neri, dicono, avrebbero picchiato una donna incinta e, dominati da furia selvaggia, anche distrutto una casa. Alcuni politici si fanno inquadrare dalle telecamere mostrando una faccia severa. Il consigliere comunale ed ex candidato sindaco, Pietro Rao, si chiede “di che colore saranno le magliette in questo frangente?”. Sono inutili chiarimenti e spiegazioni. Neppure la mamma del bambino viene creduta. Eppure la donna è chiarissima in un post su Facebook. “Ragazzi calmatevi, tutto ciò che è stato scritto non è vero… il bambino in questione è mio figlio… conosce il ragazzo di colore, ha preso la bici per farsi un giro… il ragazzo di colore non si è permesso ad alzare un dito su mio figlio, naso rotto e pugni sono solo cavolate…”. Nessuno la ascolta.

“Anche noi cerchiamo di capire le ragioni di questa esplosione di intolleranza e violenza”, mi dice Cesare Casarino, animatore di Partinico solidale. “Dire ‘siamo diventati razzisti’ è troppo facile e scontato. Cullarsi nell’illusione della Sicilia come terra di antica accoglienza sarebbe un ingannare noi stessi. Oggi dirsi razzisti non è più una vergogna, aggredire un nero è quasi legittimo. Troverai sempre chi ti dice che hai fatto bene. C’è una ampia copertura politica, culturale, giornalistica, televisiva e social che avvolge, protegge e giustifica questi comportamenti”. L’albero dell’odio ha bisogno di poca acqua per crescere. Basta un giovane nero della Nigeria che un pomeriggio di luglio se ne va in giro per strada nudo, “con le vergogne” all’aria, come dicono qui, a far esplodere la rabbia. “Cos’altro dobbiamo vedere a Partinico? È arrivato il momento di chiudere tutti questi centri sociali dove si continua a fare business”, dice indignato il consigliere Giorgio Rao di “Salviamo Partinico”. Non sa nulla, ma versa litri di benzina sul fuoco. Perché anche in questo caso, la realtà racconta un’altra storia. Quella di un giovane arrivato in Sicilia con un barcone e diventato carne da sfruttamento. Lavora e cade da una scala: si porta addosso per giorni un trauma cranico e una emorragia cerebrale. È denutrito, disidratato, i valori sballati, è disorientato, non in grado di intendere né di volere. Perde il controllo di sé, si spoglia e corre nudo. Chi lo vede si scandalizza, ma prima filma col cellulare. La politica fa la faccia feroce. Nessuno prova pietà. La verità viene spazzata via dal vento di un razzismo bulimico di notizie false e gonfiate. E la macchina del tempo ci riporta indietro di 119 anni, a 9.044 chilometri di distanza da Partinico, nello sperduto villaggio di Tallulah.

Una tragedia raccontata, quella, da Enrico Deaglio nel bellissimo Storia vera e terribile tra Sicilia e America (Sellerio). Cinque siciliani di Corfù, contadini e fruttivendoli, vengono linciati e impiccati a ganci di macellaio. La loro colpa? Aver aggredito il medico del villaggio dopo un litigio. Il medico è morto, dice la voce di popolo, ma la notizia è falsa. È solo ferito, ma per nessuno fa differenza. I cinque vengono massacrati. Davanti a “una folla ordinata e calma, ma molto determinata”. La stessa folla, forse con identica determinazione, che il 26 luglio ha assistito al linciaggio di Dieng Khalifa, senegalese di anni 19. La sua colpa? Non avere colpe. Essere un nero, un underdog, un perdente, proprio come i siciliani di Corfù massacrati a “L’America”. Sta parcheggiando la sua bicicletta quando un uomo bianco, col tatuaggio che spicca sul braccio “Solo Dio può giudicarmi”, lo prende a pugni in faccia. “Negro di merda, figlio di puttana, che minchia vuoi? Venite qui a rubare il pane”. E giù botte, col ragazzo che non alza le mani perché così gli è stato insegnato nella comunità che lo ospita. E la folla. C’è chi guarda e non muove un dito, e c’è chi lo colpisce alle spalle. Nessuno interviene, nessuno collabora con i carabinieri. Il pubblico ministero prende atto dell’esistenza di “una diffusa e desolante coltre di omertà”. La stessa che ha tentato di coprire gli aggressori della notte di Ferragosto. Quella del raid contro gli africani della comunità “Mediterraneo”. Otto ragazzi che decidono di andare in spiaggia a Trappeto a festeggiare. Anche loro, come i “bianchi”. Ridono, scherzano, parlano. Non bevono, “la nostra religione vieta l’alcool”, ma sono le risate a non essere gradite a un gruppo di ragazzi del luogo. Volano schiaffoni. “Negri di merda, cosa ridete?”. I ragazzi chiamano la loro assistente in comunità, le chiedono di venire a recuperarli. Il furgone arriva subito, ma gli aggressori non mollano. Parte l’inseguimento di quattro macchine piene di uomini e donne. Giovani e anziani. Il furgone viene tamponato, bloccato, i ragazzi di colore aggrediti con mazze di ferro. Qualcuno tira fuori una pistola. Qualcun altro chiama Roberto, che porta con orgoglio la ’nciuria, il soprannome, di “Spavento”. Una ragazza cerca di impedire il linciaggio. La spingono via: “Addifenneri a nuautri”. Prima gli italiani. Per i “negri” solo mazzate.

Si tratta – scrivono i magistrati che arrestano sette persone, tutti bianchi e tutti gravidi di precedenti penali – di una “prolungata e selvaggia aggressione dettata da abiette finalità di discriminazione razziale e posta in essere con modalità brutali e ripugnanti”. “È quel sottoproletariato sempre sul confine tra legalità e illegalità, che sfoga rabbia e frustrazione sui più deboli, oggi i neri. Il dramma è che questi sceriffi rischiano di avere consenso tra la popolazione”.

Strade e vicoli pieni di “munnizza”, comune in pre-dissesto ma il problema sono i” niuri”

Giardini dell’arena Lo Baido. Qui si incontra “Partinico solidale”. “Vogliamo ribaltare lo slogan prima gli italiani e dire prima gli abitanti di questa comunità. Tutti, i bianchi e i neri. Abbiamo organizzato incontri in piazza dopo l’aggressione di luglio a Dieng, ora ripuliremo i giardini, tutti assieme, e ad arricchirli con una giostra per bambini”. Basterà? Si spera.

Partinico è una polveriera. Il paese, conquistato dalla destra, è in pre-dissesto finanziario. Per le strade cumuli di munnizza. In consiglio comunale è nato il gruppo della Lega di Salvini. Su 32 mila abitanti lavorano in 8.300 (il 73% nei servizi, pubblico impiego, soprattutto). I pensionati sono 8.603: 300 in più. Rosi Pennino è assessore ai servizi sociali. Viene dallo Zen di Palermo ed è una dirigente della Cgil in aspettativa. “Non si meravigli – mi dice – la sinistra siciliana dei Crocetta & company non mi diceva più nulla. Ho scelto di dare una mano qui, ma resto una sindacalista. Il razzismo è da condannare, ma l’accoglienza va fatta bene, altrimenti… Abbiamo 15 comunità e 300 ospiti. Il Comune dispone di una miseria: 5 mila euro come fondo per aiuti e sostegno alle persone bisognose. Le domande per il reddito di inclusione, per avere un’idea, sono 1.300. Siamo bloccati e io vorrei sapere cosa fanno le comunità, come spendono i soldi per integrare chi viene da fuori, per inserirli, per formarli al lavoro e al rispetto delle nostre leggi. Vorrei uscire dall’estremismo nefasto di Salvini e da un buonismo senza prospettiva”.

Sicilia, terra di accoglienza o desolata landa di razzisti? “E chi può dirlo? Siamo una pentola a pressione, quello che c’è dentro lo scopriamo solo quando scoppia”, ci dice Roberto Alajmo, autore del bel libro L’estate del ’78. “Si è data una patente morale a chi attacca il colorato. In Sicilia, il razzismo c’è ed esiste, la logica è quella del resto d’Italia, chi ha poco attacca chi ha meno. C’è un detto che spiega tutto: “Ora ca sugnu appujatu a sta cantunera, dimmi cu sugnu, nun mi diri cu era”: ora che finalmente mi affaccio a un balcone, dimmi chi sono, non mi dire chi ero. Non mi ricordare la mia povertà…”. Il nero ricorda ai siciliani miserie antiche, fame e discriminazione. Quella patita dai contadini massacrati a Tellulah nel 1899 e raccontata da Deaglio. Anche allora, scrive Deaglio, “nacquero brutte idee e presero a soffiare, a organizzarsi, a diventare potenti e paurose”. Tanti anni fa, ma sembra oggi. Sembra Italia, qui da noi.

Mafia Capitale, Gramazio resta ai domiciliari

A quattro giorni dalla sentenza d’appello che ha ribaltato il verdetto di primo grado riconoscendo l’associazione di stampo mafioso nella maxi-inchiesta sul Mondo di mezzo, tornano in carcere due imputati che si trovavano agli arresti domiciliari. Si tratta di due stretti collaboratori di Massimo Carminati, l’ex terrorista nero capo e promotore dell’organizzazione assieme al ‘ras’ delle coop romane, Salvatore Buzzi. Sono Matteo Calvio, condannato a 10 anni e 4 mesi e Riccardo Brugia a 11 anni e 4 mesi. Per gli altri due imputati che erano a rischio carcere e che si trovavano agli arresti domiciliari, l’ex consigliere comunale e regionale Luca Gramazio (condannato a 8 anni e 8 mesi) e l’imprenditore Fabrizio Franco Testa (9 anni e 4 mesi) la Procura generale non ha aggravato la misura cautelare ritenendo che non sussistano i rischi di reiterazione del reato associativo, avendo rescisso da tempo i legami con il sodalizio.

Brugia e Calvio, quest’ultimo noto come il temibile appellativo di “Spezzapollici”, tornano dietro le sbarre perché, a detta dei giudici, hanno fornito un apporto all’associazione a delinquere “connotato di condotte violente”.

Torino, vandalizzata la lapide di una delle vittime della Thyssen

Scritte oscene sulla targa in ricordo di Giuseppe Demasi, operaio 26enne vittima del rogo alla ThyssenKrupp. Lo denuncia su Fb Antonio Boccuzzi, sopravvissuto al rogo del 2007: “I nostri genitori ci hanno donato educazione e rispetto – scrive – I vostri sono stati avari e non vi hanno dato né l’una né l’altro. Siete pregati di pulire, se volete in silenzio, di notte, dove si nascondono i codardi”.

Roma, la guerra dei loculi tra Ama e Campidoglio

Ispettori del Comune di Roma da lunedì in missione negli uffici Ama per scandagliare i libri contabili della società capitolina dei rifiuti. Caccia aperta a documenti e fatture che dimostrino la presunta inconsistenza del credito da 18 milioni reclamato dalla municipalizzata che tiene bloccati i bilanci dei due enti. È in continua escalation la guerra interna al Campidoglio che vede da una parte l’assessore al Bilancio Gianni Lemmetti, il direttore generale del Comune, Franco Giampaoletti e dall’altra l’assessore all’Ambiente, Pinuccia Montanari, e il presidente di Ama, Lorenzo Bagnacani.

Il bilancio 2017 della società è stato approvato dal cda ormai in aprile, ma il socio unico – il Comune – non ne vuole sapere. Con una missiva del 13 settembre, Giampaoletti (che è anche capo ad interim del dipartimento partecipate) ha declinato l’ennesimo invito all’Assemblea dei Soci convocata dal cda e, con la stessa nota, ha annunciato l’invio dei funzionari ispettivi.

In realtà, l’intero contenzioso ammonta a 60 milioni e riguarda i ricavi per le concessioni dei loculi cimiteriali dal 2006 al 2014. In questo periodo Ama avrebbe realizzato ex novo circa 30.000 tombe e “vendute” oltre 80.000, incassando almeno 160 milioni di euro, a fronte di un investimento di 30 milioni l’anno (15 finanziati dal Comune). Un parere legale del 7 settembre, firmato dall’avvocato Mario Bussoletti, spiega che Roma Capitale avrebbe “integralmente venduto manufatti cimiteriali trattenendone il relativo corrispettivo” per 42 milioni di euro, mentre altri 18 milioni sarebbero relativi ai “maggiori costi sostenuti da Ama rispetto al valore base statuito dall’articolo 10” della Convenzione. Nonostante il parere indichi come “certi, liquidi ed esigibili” i crediti vantati dalla società, restano alcuni dubbi. Proprio all’articolo 10 del contratto di servizio del 2007 si legge che Ama era “delegata a introitare per intero” i proventi che “hanno evidenza nel bilancio”, circostanza confermata al Fatto da diversi ex dirigenti del Servizio Cimiteriale ed evidenziata da una relazione capitolina del 5 luglio 2012, con la quale il Comune chiedeva il 40% degli introiti incassati dalle aste dei manufatti.

La faida interna all’amministrazione 5Stelle rischia di creare nuovi problemi a Virginia Raggi. Giampaoletti, “chiamato” in Campidoglio, come Lemmetti, dall’ex factotum Luca Lanzalone – retrocesso a consigliere Acea in seguito all’inchiesta sullo stadio dell’As Roma – gode di estrema fiducia da parte della sindaca, cosa che non si può dire dell’assessora Montanari (indicata da Grillo dopo il caso Muraro), già sponsor di Bagnacani, come trapelato dell’ultima giunta “informale” di giovedì. Se il credito non venisse riconosciuto, Ama sarebbe costretta a chiudere con un bilancio in rosso per quasi 20 milioni, cosa che metterebbe in discussione non solo la poltrona di Bagnacani ma anche la tenuta economica, con riflessi sui 7.800 dipendenti e sul già precario servizio cittadino. Proprio ora che Raggi era riuscita a ottenere l’apertura di un tavolo governativo sulla crisi dei rifiuti a Roma.

Estorsione mafiosa, la Corte d’appello assolve Cosentino

Per Nicola Cosentino due sentenze in poche ore producono un paradosso avvolto dal rimpianto. Ieri l’ex sottosegretario Pdl, difeso dagli avvocati Stefano Montone e Agostino De Caro, è stato assolto in appello a Napoli dall’accusa di estorsione aggravata dal metodo camorristico ai danni di un imprenditore rivale della sua famiglia nel settore carburanti (in primo grado fu condannato a 7 anni). L’assoluzione è arrivata il giorno dopo che la Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a quattro anni per la corruzione di un agente del carcere di Secondigliano. Il paradosso con rimpianto è che Cosentino avrebbe corrotto la guardia dopo l’arresto avvenuto nel 2014 per le accuse poi cadute in secondo grado: va da sé che se non fosse finito in prigione non poteva comprarsi i secondini. I giudici di appello di Napoli sono così convinti dell’innocenza di Nick ‘o Mericano che hanno trasmesso gli atti al pm affinché indaghi per calunnia i suoi accusatori, Luigi Gallo e Raffaele Zippo. Gallo a breve aprirà il distributore chiuso dal 2002 per le presunte pressioni dei Cosentino.

Discarica di Bussi, il giudice Romandini sanzionato dal Csm

Condannato ma pure assolto. Camillo Romandini, il presidente della Corte d’Assise di Chieti che celebrò il processo di primo grado per i veleni della discarica di Bussi, finito con assoluzioni, ieri è stato condannato dalla sezione disciplinare del Csm a due mesi di perdita di anzianità per “grave scorrettezza” nei confronti dei giudici popolari del processo. In sostanza, secondo l’accusa, per aver fatto credere, tre giorni prima della sentenza, che se avessero condannato gli imputati della Montedison avrebbero potuto avere conseguenze sul piano della responsabilità civile. Condannato pure per aver esercitato un’attività professionale incompatibile con la funzione di magistrato. I sostituti pg della Cassazione Piero Gaeta e Alfredo Viola avevano chiesto 6 mesi di sospensione dalla funzione e dallo stipendio di magistrato. Probabilmente i giudici hanno “diminuito” la pena perché hanno assolto il magistrato dall’accusa di aver violato la norma sul dovere di astensione.

Verosimilmente (in attesa delle motivazioni) non hanno ritenuto sufficientemente provato che nel novembre 2014, prima della sentenza, Romandini abbia anticipato il giudizio a una cena con il presidente dell’Abruzzo Luciano D’Alfonso, parte civile a quel processo. È possibile che abbiano ritenuto il resoconto di D’Alfonso su quella cena, all’avvocato dello Stato Gerardis e ai pm Mantini e Bellelli, un’interpretazione più che un fatto autentico. Il governatore riferì che Romandini aveva definito “efficace” la difesa degli imputati. Ieri, prima della sentenza, ha parlato l’avvocato Gianfranco Iadecola, legale di Romandini. Ha lanciato gravi accuse alla procura generale spingendosi a dire che “è stato violato in modo implacabile il diritto di difesa”. Lapidaria la replica del pg Gaeta: il diritto alla difesa “non consente di mettere un forte e sgradevole dubbio sulla diligenza dell’ufficio”.

Le trame segrete della loggia. La P3 al servizio di B. il “Cesare”

La P3 fu “un’associazione segreta” che svolgeva “attività dirette a interferire sull’esercizio delle funzioni di apparati pubblici o soggetti assimilati”. I giudici della IX sezione penale del Tribunale di Roma hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo in cui la P3 fu riconosciuta come associazione segreta guidata dal faccendiere Flavio Carboni, condannato a sei anni e sei mesi. Le 302 pagine di motivazioni ripercorrono la frenetica attività di alcuni soggetti legati a Silvio Berlusconi e mostrano per l’ennesima volta quale fosse la percezione dell’allora presidente del Consiglio tra i suoi uomini, persuasi di potere tutto pur di soddisfare “Cesare”.

I “membri della P3” legati da “vincolo associativo”, si legge, erano tre: Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi. Martino è stato condannato a 4 anni e 9 mesi mentre Lombardi è deceduto una settimana prima della sentenza, la procura aveva chiesto 8 anni. I tre, scrivono i giudici nelle motivazioni, erano la testa della P3.

In particolare Carboni dispone “di relazioni privilegiate con esponenti di vertice del partito allora al governo, quali il coordinatore nazionale Denis Verdini e Marcello Dell’Utri, figura ‘storica’ notoriamente vicina al presidente del partito” e “premier Berlusconi”. Cesare. L’elemento, proseguono i giudici, “che funge da leitmotiv della vicenda oggetto del processo, ove gran parte degli episodi trattati attengono a questioni che direttamente o indirettamente sono collegate allo stesso Berlusconi o comunque a problematiche di suo interesse”.

Va detto che la posizione di Dell’Utri è stata stralciata, mentre Verdini è stato condannato per finanziamento illecito ma assolto dal reato associativo perché, scrivono i giudici, non è possibile avere certezza probatoria di un suo “sostegno alle complesse attività del gruppo, tali da dimostrare la sua stabile appartenenza all’organizzazione occulta”. A casa di Verdini si svolge una cena e si parla, secondo quanto ricostruito, del lodo Alfano, tanto caro a Berlusconi. Una delle “complesse attività del gruppo”.

Principalmente, scrivono i giudici, sono tre: “La scelta del candidato di centrodestra alla carica di presidente della Giunta Regionale campana, questione sulla quale, in seguito, Martino e Lombardi si attiveranno in favore di Cosentino (…); il giudizio Mondadori Agenzia delle Entrate (…); il giudizio di costituzionalità sul c.d. Lodo Alfano”.

Il più attivo a compiere “interventi impropri” è Pasquale Lombardi. “Non rivestiva alcun ruolo né nelle imprese” di Berlusconi, “né nell’ambito del Pdl”. La sua “irruzione sullo scenario in cui si svolgono quelle vicende ha un’unica motivazione e un presupposto comune, costituiti dai rapporti’privilegiati’ che l’imputato ha intessuto, nel corso del tempo, con il mondo della magistratura, e in particolare con personalità di assoluto rilievo dell’ordine giudiziario: l’avvocato generale dello Stato Antonio Martone e lo stesso primo presidente della Corte di cassazione Vincenzo Carbone. Agli stretti legami del Lombardi con i vertici della Suprema Corte si affiancano le sue relazioni di vecchia data con l’ex magistrato, migrato nelle file del Pdl e all’epoca sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, nonché i rapporti ‘amichevoli’ che lo legano al capo dell’Avvocatura dello Stato Oscar Fiumara”.

Martino era mosso da “aspirazioni politiche”, Carboni da “prospettive di arricchimento economico” e Lombardi “da ambizioni di potere personale”. “Appare indubbio che tra gli imputati Carboni, Lombardi e Martino si sia creato uno stabile vincolo associativo”. Quanto “al requisito della segretezza, appare incontestabile che l’esistenza di una stabile aggregazione tra gli imputati Carboni, Lombardi e Martino non fosse percepibile da terzi, tanto più in ragione del fatto che si muovono individualmente, ciascuno all’interno della specifica sfera di competenza”. Questa è la P3.