Allarme turbercolosi, la ministra Grillo smentisce il leghista

“Non c’è allarme Tbc in Italia. Altrimenti il ministero della Salute o l’Istituto superiore di sanità lo avrebbero segnalato. Anzi, il numero dei casi si è ridotto negli anni, passando da 9,5 per 100.000 abitanti del ’95 a 6,5 per 100.000 del 2017”. Lo ha detto il ministro della Salute Giulia Grillo, rispondendo a una domanda dei giornalisti dopo il post del ministro dell’Interno Matteo Salvini, che su Facebook aveva paventato un aumento della tubercolosi nel nostro Paese dopo l’allontanamento di un migrante malato da una struttura di accoglienza. “Finora – ha assicurato Grillo – siamo riusciti a controllare bene le malattie infettive” legate al fenomeno dei migranti. I dati pubblicati sul sito del ministero della Salute lo confermano. Nel periodo dal 2006 al 2017, si legge, “l’analisi della frequenza di casi di Tbc notificati a persone nate all’estero rapportata alla popolazione residente straniera ha fatto osservare un decremento a fronte di una sostanziale stabilità dell’incidenza nel complesso della popolazione”.

La Guardia costiera smentisce il “capitano”

Sulla ricostruzione del caso Diciotti ogni giorno emerge una verità nuova che smentisce la precedente. Non sarebbe interessante se, proprio su questo caso, non si fosse verificata una spaccatura immediata con la Guardia costiera da parte del Viminale con Salvini che, il 16 agosto, alle 12.30, comunicava: “Una nave della Capitaneria di Porto italiana, senza che al Viminale ne fossimo informati, ha imbarcato gli immigrati mentre ancora si trovavano in acque maltesi, per dirigere verso l’Italia”.

Il concetto è chiaro: il Viminale, in quell’intervento, non ha avuto alcun ruolo. Dalla Guardia costiera non è stato neanche informato. E non si tratta soltanto di una comunicazione operativa. È soprattutto un messaggio politico: Salvini sottolinea che la sua posizione sull’immigrazione è intransigente e che resta quella promessa – innanzitutto – ai suoi elettori. In quel momento, peraltro, Salvini non è ancora indagato per sequestro di persona aggravato, come accadrà giorni più tardi, quando il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, aprirà il fascicolo poi approdato al tribunale dei ministri di Palermo. Il punto è che quattro giorni fa, dinanzi al Senato, relazionando sul “Caso Diciotti”, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha fornito una diversa versione dei fatti: la Guardia Costiera – sostiene il premier in Parlamento – avvertì il Viminale del probabile soccorso, chiedendo indicazioni sull’eventuale porto di sbarco, già il 15 agosto alle 20.24. Una versione ben diversa da quella fornita da Salvini nell’immediatezza. Una versione che legittima un sospetto: Salvini sapeva delle operazioni di salvataggio ma, per fini propagandistici, fingeva di ignorarlo? E – se sapeva – era d’accordo o contrario? Domande legittime proprio alla luce delle sue dichiarazioni del giorno 16: la nave della capitaneria di porto ha agito senza che il Viminale nel fosse informato.

Conte spiega al Senato che invece il Viminale era informato, smentendo Salvini che, a sua volta, interpellato dal Fatto, ieri ha smentito il premier: “Non siamo stati informati. Il Viminale fu informato a proposito di un natante che si stava muovendo in acque maltesi. Senza comunicazione intermedia (quindi neanche a voce, ndr) la mattina successiva il Viminale era stato informato che la Guardia Costiera italiana era intervenuta in acque maltesi. Tutto era stato fatto dalla Guardia Costiera per propria esclusiva competenza e iniziativa”. E quindi: sul punto Salvini smentisce Conte che l’ha appena smentito.

Il Fatto ieri ha contattato la Guardia Costiera per capire chi, tra Conte e Salvini, stia dicendo il vero. Ecco la risposta: “In caso di unità con migranti in situazioni di pericolo, di cui si abbia notizia del possibile ingresso in acque Sar italiane, può accadere che, ancora prima di operare, o completare le operazioni di soccorso, vi sia un’interlocuzione preliminare, di carattere tecnico operativo, allo scopo di preallertare i competenti referenti tecnici del Viminale”. È quel che p avvenuto il 15 agosto? La risposta è “Sì, ma non con il ministro né con il suo capo di gabinetto, ma con uffici del Viminale di livello intermedio”.

In sintesi: il Viminale, al contrario di quel che sostiene Salvini, era informato. Forse non lo era il ministro, forse la catena di comando si era interrotta, ma fonti interne alla Guardia Costiera confermano la versione di Conte e smentiscono quella di Salvini. Ma il ministero dell’Interno, al quale abbiamo comunicato questa ennesima versione dei fatti, anche questa volta non arretra di un millimetro, replicando con pochissime parole: “Il Viminale nega questa ricostruzione. E conferma quanto riferito al Fatto sulla vicenda”.

Salvini insultato in Europa riapre il fronte con Tunisi

Era cominciata con Jean Asselborn, ministro dell’Interno lussemburghese, che sottolineava che gli immigrati servono ad affrontare l’invecchiamento della popolazione europea, una frase che Salvini non poteva mandare giù: “Io ho una prospettiva completamente diversa – ha detto il vicepremier italiano – Io penso di essere al governo e di essere pagato dai miei cittadini per vedere i giovani tornare a fare quei figli che facevano qualche anno fa, e non per espiantare il meglio dei giovani africani e rimpiazzare europei che per motivi economici non fanno più figli. Sono due visioni completamente diverse. Magari in Lussemburgo hanno questa esigenza, in Italia abbiamo l’esigenza di fare figli non di avere nuovi schiavi per soppiantare i figli che non facciamo più”. Il ministro lussemburghese si è innervosito, ha fatto il verso a Salvini dicendo “bla bla bla”, poi ha aggiunto: “In Lussemburgo, caro signore, avevamo migliaia di italiani che sono venuti a lavorare da noi, dei migranti, affinché voi in Italia poteste avere i soldi per i vostri figli”. E ha chiuso con quell’espressione colorita: “Merde, alors!”, traducibile con “eccheccazz…”

Un regalone a Salvini, che si chiedeva se il decano dei ministri dell’Interno europei fosse “impazzito”, se in Lussemburgo non avessero “qualcun altro per fare il ministro”. E intanto ha aperto il fronte tunisino. Il dato di partenza sono 184 tunisini sbarcati nei giorni scorsi a Lampedusa da una decina di barche di piccole dimensioni. Salvini ha promesso procedure rapide di identificazione “anche sulle navi” e rimpatri altrettanto veloci. Ieri mattina dal Viminale hanno reso noto che c’era un altro barchino “alla deriva”, partito dalla Tunisia, in acque Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) maltesi: “Vedremo se Malta farà il suo dovere”. Evidentemente no, non l’ha fatto. Secondo fonti non confermate dalla Guardia costiera, sono poi arrivati sani e salvi in Italia. Martedì in una riunione al Viminale dovrebbe essere messo a punto un sistema di rimpatri rapidi in Tunisia che non mancherà di provocare contenziosi. Salvini ha chiesto ai tecnici di aggirare in qualche modo il divieto di respingimenti collettivi per i tunisini, che nella stragrande maggioranza dei casi non accedono all’asilo e alla protezione internazionale e umanitaria.

È l’unico Paese con cui l’Italia ha un accordo efficace che prevede 80 rimpatri a settimana con voli charter: per dare un’idea, su un totale di 4.269 stranieri rimpatriati dal 1° gennaio al 2 settembre di quest’anno, 1.633 sono tunisini rispediti in Tunisia. Gli altri accordi sono con Egitto, Nigeria, Sudan e Gambia. I migranti irregolari in Italia almeno 400 mila, provenienti per lo più da Paesi che non vogliono saperne di riammetterli anche perché preferiscono le rimesse dall’Europa.

Quanto agli sbarchi, nel 2018 la Grecia, dopo la Spagna, ha superato l’Italia per numero di migranti arrivati via mare. Su un totale di 74.590 migranti arrivati via mare (più 18.046 via terra per un totale di 92.636, circa la metà del 2017), in Spagna sono stati 32.022, in Grecia 20.961 e in Italia 20.343.

Lezioni di sobrietà dal capitano

Il fatto che Salvini esorti qualcuno a non essere vistoso suona già di per sé paradossale, vista la proverbiale capacità del ministro di passare da una diretta Facebook al dj set del Papete, magari mettendoci in mezzo un Consiglio dei ministri. Però questo è: Salvini qualche mese fa – ci informa il Corriere – ha riunito i nuovi eletti raccomandandosi: “Non comprate attici, non siate vistosi”. Chissà se qualcuno di loro si sarà ricordato delle preoccupazioni del Capitano mercoledì scorso, quando Salvini ha organizzato una festa per 200 persone nell’attico di uno dei palazzi romani in dotazione al ministero degli Interni, in via del Plebiscito. Il Messaggero racconta di porchetta, grappa, foto-ricordo e di un vivacissimo karaoke. Ce lo vediamo, Matteo, mentre si avvinghia al microfono sulle orme di Vasco Rossi: “Voglio una vitaaa spericolataaa”. E i deputati che lo abbrancano: “No Matteo! Che fai? Noi non dobbiamo essere vistosi!”. “Appunto: voi!”. Perché io so’ io, e voi…

L’ambasciatore fatto fuori da Haftar e da Parigi

L’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Perrone, vittima sacrificale di giochi di potere, fatto fuori su pressione della Francia al generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Le indiscrezioni non hanno i crismi dell’ufficialità ma seguendo l’andamento delle ultime settimane sullo scenario politico libico, tra ingerenze e dichiarazioni di facciata, raccontano una storia parallela credibile. Se così fosse, e in tanti ne sono certi, spiegherebbe la posizione assolutamente subalterna del governo italiano alla Francia, rivale numero uno sul fronte delle politiche migratorie nel Mediterraneo. E spiegherebbe anche la concreta e definitiva decisione dell’Italia di mollare il leader del governo di Concordia Nazionale (Gna), Fayez al-Serraj, fino a oggi l’unico nostro alleato in Nordafrica.

L’Italia non si fida più di al-Serraj e della sua possibilità di essere argine alla deriva sociale della Libia e partner ideale per la lotta all’immigrazione. Un drastico cambio di rotta che allontana anche da Bruxelles il nostro Paese, pronto a essere accolto dall’Egitto di al-Sisi, dalla Russia di Putin e, nonostante non corra buon sangue, dalla Francia di Macron. Dimenticate le schermaglie sul fronte dei migranti tra lo stesso Macron e il nostro ministro degli Esteri, Matteo Salvini, il vero leader di questa operazione. Costretto, suo malgrado, ad abbassare la testa. Proprio l’Eliseo, stando ad un deputato libico della Cirenaica, avrebbe fatto pressione su Khalifa Haftar affinché imponesse al nostro ministro degli Esteri di sostituire Perrone.

La notizia è stata riportata da un sito informativo, Arabi 21 e riporta un retroscena del recente incontro tra Moavero e Haftar a Bengasi. Mettendo assieme tutte le tessere del mosaico, la storia torna e ha un senso. A partire da Giuseppe Perrone, bloccato da più di un mese a Roma, in attesa di comunicazioni ufficiali. Un leone in gabbia. Lontano da Tripoli nei giorni della rivolta delle milizie ostili ad al-Serraj, del lancio di razzi su un hotel a due passi dall’ambasciata e sull’aeroporto internazionale Mitiga, oltre all’attacco terroristico alla Noc (la compagnia petrolifera libica). Costretto a seguire i fatti al telefono. Eppure la spiegazione sul suo mancato ritorno a Tripoli, a guidare la prima ambasciata occidentale riaperta dopo i disordini successivi al 2014, non regge: “Perrone non torna in Libia per motivi di sicurezza e per la sua incolumità”, ha precisato il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi.

Decisiva, in realtà, è stata l’intervista rilasciata dallo stesso Perrone alcuni mesi fa a un portale d’informazione libico, in cui il diplomatico riteneva impossibili le elezioni il prossimo 10 dicembre. Così è diventato un ostacolo di cui sbarazzarsi perché l’appuntamento è considerato fondamentale dalla Francia. Poco importa che lo stesso Haftar, pochi giorni fa, abbia cambiato idea sulla necessità di fissare il voto a così breve termine. Macron troverà il modo per fargliela cambiare di nuovo.

Aquarius e l’ordine di chiudere i porti: ora indaga Roma

La vicenda dell’Aquarius, che a giugno ha rischiato di sfociare in una crisi internazionale, è finita sul tavolo dei magistrati romani. L’esposto è stato presentato a fine agosto dall’ex Pd Pippo Civati (poi fondatore di Possibile), il quale – con alcuni avvocati esperti di diritto internazionale – chiede di fare chiarezza sulle mosse politiche dell’Italia che chiuse i porti in faccia alle 629 persone a bordo della Aquarius. Nella denuncia – e non è la prima arrivata in Procura (a giugno i Verdi ne annunciarono una) – quindi si chiede se con quelle decisioni parecchio discusse sia stato violato, tra le altre cose, il diritto internazionale, il principio di non respingimento e se vi sia stato un abuso d’ufficio.

L’indagine è alle battute iniziali e saranno i pm a verificare se siano stati commessi reati.

E così dopo il caso Diciotti (Salvini è indagato per sequestro di persona dal Tribunale dei ministri di Palermo), anche la vicenda dell’Aquarius rischia di diventare una grana per il ministro dell’Interno.

 

Il 9 giugno, l’inizio dell’odissea

Tutto comincia il 9 giugno quando 629 persone, di cui 123 minori, 11 bambini e sette donne incinte, vengono soccorsi a bordo della Aquarius della Ong “Sos Mediterranée”, battente bandiera di Gibilterra.

Il messaggio che arriva dall’Italia, il giorno dopo, è chiaro: i nostri porti sono chiusi. Qui non si sbarca. La nave, quindi, volta verso Malta, che pure nega l’accoglienza. Dalla Valletta, infatti, comunicano che quello sbarco non è di loro competenza. “Se ne fregava”, sintetizza Salvini il 13 giugno in aula.

Così l’Aquarius resta in alto mare in balia di una crisi diplomatica, sbloccata dalla Spagna che l’11 giugno annuncia la propria disponibilità a aprire il porto di Valencia.

Quello stesso giorno, durante una riunione a Palazzo Chigi tra Salvini, il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli e il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, si decide di mettere a disposizione due navi, una della Marina e una delle capitanerie di porto, per assistere il viaggio dell’Aquarius fino a Valencia, dividendosi i migranti a bordo.

 

La crisi con Macron: “Italia cinica”

In questo contesto, dopo Malta, rischiano di incrinarsi i rapporti anche sul fronte francese, con il presidente Emmanuel Macron che il 12 giugno parla di “una forma di cinismo e di irresponsabilità” da parte dell’Italia. Il giorno dopo, in aula, Salvini commenta: “Dal 1º gennaio al 31 maggio di quest’anno i respingimenti alla frontiera tra Italia e Francia hanno visto rispedire a casa nostra 10.249 esseri umani, compresi donne, bambini e disabili. Sulla base degli accordi sui ricollocamenti del 2015, la Francia si era impegnata ad accogliere 9.816 immigrati. Ma in tre anni ne ha accolti 640. Quindi, chiedo al presidente Macron di passare dalle parole ai fatti”.

E così mentre la politica discute, l’odissea dei migranti finisce solo alle 6.45 del 17 giugno, dopo nove giorni di navigazione, quando l’Aquarius arriva a Valencia.

 

L’esposto anche ai magistrati contabili

Questo quanto accaduto in quei caldi giorni di giugno. Dopo gli esposti arrivati in Procura, saranno i pm a stabilire se chi ha deciso di chiudere i porti abbia commesso dei reati.

Nel frattempo un esposto, come anticipato ieri dal Tempo, è stato depositato pure alla Corte dei Conti. Ai magistrati contabili, Civati e alcuni avvocati chiedono di fare chiarezza anche su altre due vicende, quella della Diciotti (quando 67 migranti sono rimasti dal 10 al 13 luglio davanti al porto di Trapani), e quella del “blocco in mare, prima davanti a Lampedusa e poi al porto di Catania, del 16 agosto con a bordo 177 persone”.

“Il fondamento della responsabilità amministrativa contestata ai ministri – è scritto nell’esposto – consiste nell’aver essi tenuto una condotta gravemente colposa, o apertamente dolosa in quanto non hanno indicato un porto sicuro di approdo in Italia, in casi che rientravano nella competenza del nostro Paese perché i naufraghi si trovavano a bordo di mezzi italiani in acque territoriali italiane”. Nell’esposto si chiede quindi se dall’uso prolungato “delle unità militari facenti capo alla Guardia costiera”, senza sbarcare, vi sia stato un danno patrimoniale “che potrebbe essere ancora maggiore in caso di condanne da parte della Corte europea dei Diritti dell’uomo”.

Più burocrazia per gli stranieri: sciopero delle lezioni

Il Comune di Lodi, con sindaco leghista, modifica il regolamento per l’accesso alle prestazioni agevolate e scoppia la protesta di centinaia di genitori stranieri che, da qualche giorno, non mandano più a scuola i figli. Protestano anche Pd e 5 Stelle. Il M5S ha presentato ricorso per l’annullamento delle modifiche. Ma la Lega fa muro: dal governatore lombardo Attilio Fontana (“tutti rispettino la legalità”); all’assessore lombardo al Territorio, Pietro Foroni (“gravissimo che un’associazione islamica entri in politica”), al senatore lodigiano Luigi Augussori (“grave una protesta sulla pelle dei bambini”). Il nuovo testo chiede agli extracomunitari di produrre, anche in caso di assenza di redditi o beni immobili, una certificazione data dalla autorità dello Stato estero, con traduzione in italiano valida legalmente. Obbligo che crea problemi: non tutti gli Stati sono pronti a rilasciare la certificazione. Così i genitori non vengono ammessi alle agevolazioni e si sono visti recapitare fino a 700 euro di retta da pagare. Costi insostenibili. Da qui lo sciopero delle lezioni per 130 bimbi.

Bus di tute blu per Marchionne

“Sergio, hai insegnato a tutti noi a pensare diversamente e ad avere il coraggio di cambiare e di fare senza avere paura. Riposa in pace, amico mio”. È la voce spezzata dal dolore del presidente del gruppo Fca, John Elkann, a chiudere la messa in ricordo di Sergio Marchionne, morto il 25 luglio, che si è tenuta ieri mattina a Torino. Una cerimonia sobria, in stile sabaudo. Con il silenzio rotto soltanto dagli applausi a fine messa.

Tra i banchi della chiesa, i vertici del gruppo siedono a pochi metri di distanza dalle tute blu. Loro, gli operai, sono arrivati ieri mattina, dopo aver viaggiato nella notte sui pullman organizzati dalle diverse aziende del gruppo. Arrivano da tutta Italia: Monza, Foggia, Jesi, Pomigliano. Tutti in tuta, ognuno con i colori del proprio stabilimento. “Era come un amico e un fratello, un grande uomo che ci ha dato la possibilità di mangiare a tutti, anche se tanti lo hanno criticato, ma sono solo vigliacchi, ci ha aiutati tutti”, racconta un operaio entrando in chiesa. Le vicende che hanno scosso i rapporti con i sindacati, Cgil in primis, dal referendum, alla cassa integrazione, fino agli operai licenziati a Pomigliano, restano sullo sfondo. Sono considerati al massimo “un prezzo da pagare necessario, ci è ritornato indietro dieci volte tanto. Sono state scelte importanti e coraggiose che hanno reso la nostra azienda sempre più competitiva”, commenta un altro operaio dello stabilimento Maserati sul sagrato del duomo. Dopo di lui entrano in chiesa la compagna, Manuela Battezzato, i familiari, il nuovo ad Mike Manley, i dirigenti del gruppo Juventus e di Exor, oltre a due ex presidenti del Consiglio, Mario Monti e Matteo Renzi. L’ex segretario del Pd ha polemizzato per l’assenza dell’esecutivo: “Mi è dispiaciuto non vedere nessun esponente del governo, la figura di Marchionne avrebbe meritano una presenza”. Presente, invece, la sindaca di Torino Chiara Appendino e il leghista Mario Borghezio.

“Se fosse con noi, Marchionne sarebbe un agente del cambiamento – commenta il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, all’uscita della chiesa – ma il mio dubbio è che questo governo sia davvero del cambiamento, ma non voglio mischiare il sacro con il profano”. Durante la funzione, il vescovo Nosiglia ricorda l’intelligenza del manager ritenuta “anche spregiudicata”, aggiungendo che “Marchionne ha ricostruito il senso della fabbrica in rapporto alla città”. La funzione si chiude con il ricordo commosso di Elkann del “suo amico Sergio, che diceva di essere un metalmeccanico. Era consapevole che da solo non avrebbe raggiunto i traguardi che ha tagliato”.

La chiesa inizia a svuotarsi. I familiari e le autorità escono dal lato sottraendosi alle telecamere, mentre dall’uscita principale sfilano per primi proprio gli operai. Qualcuno rimane fuori dalla chiesa per provare a fotografare Chiellini e le altre celebrità del calcio. I lavoratori iniziano a riunirsi in piccoli gruppi attorno ai cartelli con il nome dell’azienda di provenienza. Fuori dal sagrato, i capigruppo fanno l’appello per controllare che tutti ci siano. I bus sono pronti per ripartire.

L’Anas si allunga la concessione. Col sì di Fs e in barba a Toninelli

La fusione tra Fs e Anas somiglia alla Torre di Pisa: pende, pende e mai va giù. Era opinione comune che la stramba operazione imposta alla fine dell’anno passato dall’amministratore delle Ferrovie, Renato Mazzoncini, d’intesa con quello Anas, Gianni Armani, e approvata dal governo di Paolo Gentiloni, non avrebbe superato l’ostacolo del bilancio Anas 2017. Cioè sarebbe stata affossata dal no al documento contabile, reso inapprovabile da una circostanza non da poco: un buco di 2 miliardi di euro causato dalla mancata svalutazione del patrimonio. Per mesi, Mazzoncini e Armani hanno ostinatamente negato il problema, che però alla prova del nove del voto sul bilancio è stato alla fine ammesso ed evidenziato. Nonostante ciò e a sorpresa, il bilancio dell’azienda delle strade è stato ugualmente approvato con una toppa che è peggiore del buco. Secondo autorevoli fonti Anas, per coprire i 2 miliardi di euro mancanti si sono inventati l’allungamento di 20 anni della concessione Anas, dal 2032 stabilito dalle norme attuali al 2052. Anche se mancano i presupposti di legge per un’operazione del genere.

Senza chiedere chiarimenti al ministero dei Trasporti guidato da Danilo Toninelli, l’azionista Fs lunedì 10 settembre ha detto sì senza riserva al bilancio 2017 di Anas. Il giorno successivo il ministero consigliava invece di rinviare la data dell’assemblea di bilancio con una lettera indirizzata a tutti i protagonisti della vicenda: i capi di Fs e Anas, il ministro dell’Economia, il collegio sindacale Anas. Il via libera all’approvazione è stato dato dal nuovo amministratore Fs, Gianfranco Battisti, scelto dal nuovo governo e in particolare dalla parte leghista di esso. Tra Battisti, il governo e Toninelli si è evidentemente verificato un corto circuito e al momento non è chiaro se si sia trattato di un clamoroso infortunio oppure se ci sono ragioni più profonde.

Di fatto l’unico beneficiario di questa storia sorprendente è il capo dell’Anas. Il quale è riuscito ancora una volta a restare a galla sfuggendo alla fine riservata agli altri con cui fin dall’inizio aveva condiviso la vicenda della fusione: Mazzoncini, giubilato alla svelta dal nuovo governo, poi il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, spazzato via dal voto del 4 marzo. Ufficialmente il ministro Toninelli ha fatto buon viso al cattivo gioco dell’approvazione del bilancio Anas, in realtà si è arrabbiato parecchio. Dal ministero hanno cercato di spingere Armani verso le dimissioni, sbattendo però su un muro di gomma. Il sì al bilancio dell’azienda delle strade è frutto di un nuovo artificio contabile azzardato che ne potrebbe inficiare la veridicità. Allo stato attuale il prolungamento di 20 anni della concessione è stato deciso unilateralmente da Anas e avallato da Fs con il sì al bilancio. La legge (Finanziaria 2007) però stabilisce altro, e cioè che solo “il ministro delle Infrastrutture, di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze, può adeguare la durata della concessione Anas”. Al momento, il ministro Toninelli non ha mai manifestato la minima intenzione di allungare la concessione.

Proprio per questo motivo il ministero dei Trasporti con la propria lettera consigliava al capo Fs di astenersi dall’approvazione del bilancio Anas. In quella comunicazione il ministero precisa pure che al momento non ci sono decisioni per l’allungamento della concessione. Per avviare l’operazione sarebbe necessario attivare un “tavolo tecnico e nelle more della costituzione di tale tavolo” Fs e Anas vengono invitate a “voler posticipare la data di approvazione del bilancio di Anas”. Per il governo ora sarà molto più difficile smontare la fusione. Come dichiarato dal ministro Toninelli nel corso dell’audizione di martedì scorso alla Commissione Trasporti della Camera l’obiettivo politico di bloccare il matrimonio tra ferrovie e strade resta però intatto e forse sarà preparato un decreto ad hoc.

Dopo la fusione sono cambiate tante cose in casa Anas. Armani ha lasciato la carica di presidente, ma ha mantenuto quella di amministratore e si è conferito quella di direttore generale trasformando il suo contratto e facendolo diventare a tempo indeterminato con annesso un aumento di stipendio. Ora prende più di 400 mila euro l’anno superando di 160 mila euro il tetto fissato dalla legge Madia per i dirigenti di aziende pubbliche (e l’Anas resta azienda pubblica anche dopo l’incorporazione in Fs). Il primo giugno anche il contratto di altri 5 dirigenti voluti da Armani è stato trasformato a tempo indeterminato: Alessandro Rusciano (180 mila euro), Edoardo Eminyan (163 mila), Sergio Papagni (120 mila), Giuseppe Saponaro (200 mila), Claudio Arcovito (120 mila). Se Armani e gli altri dovessero lasciare gli incarichi in seguito all’annullamento della fusione con Fs, l’Anas dovrebbe indorarli con buonuscite milionarie.

Mattarella avverte: “Non si mercanteggi sul bilancio Ue”

L’Italiae gli altri Paesi membri dell’Unione non devono mercanteggiare sui bilanci. È il senso del discorso che ieri Sergio Mattarella ha tenuto a Riga, in Lettonia, di fronte a dodici altri capi di Stato europei riuniti per discutere informalmente del futuro dell’Unione, a pochi mesi dalle elezioni per il nuovo Parlamento. “Il rischio – ha detto il presidente della Repubblica – è quello di mettersi a mercanteggiare fra di noi, fra i nostri Paesi, sui rapporti contabili”. Le parole di Mattarella rispondono, seppur indirettamente, alle polemiche di queste settimane sull’equilibrio dei conti e del rispetto dei vincoli europei da rispettare nella legge di bilancio. “L’Italia è un contributore attivo dell’Unione europea. Ma mi sono sempre rifiutato di considerare questi rapporti sul piano del dare e avere, anche perché i benefici dell’integrazione non sono quasi mai monetizzabili interamente“. Mattarella ha poi invitato a “mettere in comune il futuro degli europei”, ricordando che “senza questa prospettiva l’Europa non conterà nulla nel mondo”.