Taglio dello stipendio, (s)Fortunato si arrabbia

Ma quale regalo. Vincenzo Fortunato, potente mandarino di Stato è su tutte le furie: la decisione assunta dal governo nel 2014 di attribuirgli lo status di professore universitario alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione (Sna) per lui è un danno. E ora è sul piede di guerra: il suo stipendio, equiparato a quelli dei baroni universitari di prima fascia, non è infatti neppure lontanamente all’altezza di quanto percepito in passato. E sarà pure costretto ad accontentarsi solo di quello: basta con gli altri incarichi e stop, soprattutto, all’esercizio di altre attività libero-professionali, proprio come imposto a chi insegni negli Atenei italiani a tempo pieno. Sempre che non riesca a impallinare la norma che lo condanna a emolumenti decisamente non da fame, ma sicuramente più modesti per il potente uomo di Stato: con uno stipendio superiore ai 530 mila euro nel 2012 era il manager pubblico meglio pagato dopo il capo della Polizia, Antonio Manganelli e il Ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio. Ma il record rischia di essere solo un ricordo: ora, si fa per dire, si preparano per lui tempi bui.

Entrato in magistratura grazie a un concorso vinto nel 1980, Fortunato vi è rimasto fino al 1988. Quando ha passato un’altra selezione, per magistrato amministrativo di Tar, nei cui ruoli è rimasto sino al 2002. Nello stesso anno è stato nominato professore ordinario della Scuola Superiore dell’Economia e Finanze (Ssef) di cui è stato poi rettore dal 2004 al 2006. Di lì una scalata inarrestabile nei ranghi dell’amministrazione: nel 2005 è stato eletto componente del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa, di cui è divenuto vicepresidente nel 2008. Ma di Fortunato si ricordano soprattutto i numerosi incarichi al ministero della Giustizia, degli Esteri, dell’Economia e delle Infrastrutture. Che altro? Dal 1990 è anche giudice tributario e dal 2013 è iscritto all’Albo degli avvocati Cassazionisti di Roma. Collezionando in questo ruolo clienti di un certo rilievo sicuramente disposti a pagare parcelle di peso per essere difesi soprattutto nei confronti della Pubblica amministrazione.

A ogni modo, quando nel 2014 il governo decise di far confluire tutte le scuole dell’amministrazione nella Sna, premiandone i docenti con lo status giuridico ed economico di professore universitario, si pensò che Fortunato avesse vinto alla lotteria, conquistando un titolo ambitissimo e senza bisogno neppure di sostenere un concorso. Niente di più sbagliato, altro che brindare a champagne. Nel passaggio da docente della Scuola dell’Economia e Finanze a professore alla Sna avrebbe perso, secondo quanto ha sostenuto di fronte al Consiglio di Stato, il 50-60 per cento del precedente trattamento stipendiale. Ma non è tutto: gli sono pure arrivate “diffide a cessare la situazione di incompatibilità”, derivante evidentemente dalle sue prestazioni di avvocato. E per di più con la minaccia del “recupero delle differenze indebitamente corrisposte”. Cosa che ha spinto lui e altri nella sua stessa posizione a fare ricorso per chiedere l’annullamento di tutti quegli atti, in particolare un decreto del 2015. Che in meno di 15 giorni, avrebbe voluto costringerli a prendere “decisioni vitali e irreversibili legate a un’unica alternativa prospettata, quale la permanenza nella Sna o la continuazione della (sola) attività libero – professionale”, si legge ancora nel ricorso di Fortunato di fronte al collegio del Consiglio di Stato presieduto da Filippo Patroni Griffi (vedi articolo sopra). Che da ex ministro della PA, la questione dei tetti agli stipendi pubblici la conosce benissimo. E che ha deciso di rimettere gli atti nelle mani della Consulta.

Consiglio di Stato, nuove regole e stesso risultato: Patroni Griffi

Il plenum del Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa (Cpga) ha designato ieri l’ex ministro Filippo Patroni Griffi per la presidenza del Consiglio di Stato al posto di Alessandro Pajno, uscito di scena due settimane fa per limiti di età. Il voto è stato unanime. Secondo la legge l’indicazione va al governo che sulla base di questo parere (formalmente obbligatorio ma non vincolante) proporrà il nome al presidente della Repubblica per la nomina. Di fatto il Cpga, una specie di Csm dei giudici amministrativi di Tar e Consiglio di Stato, ha scritto una nuova pagina controversa nella crisi della giustizia amministrativa, che appare ormai irreversibile.

L’antico dogma dell’indipendenza del Consiglio di Stato dalla politica dipende dal fatto che l’alto consesso ha come attività principale – oltre alla caccia privata agli incarichi di governo in distacco – la giurisdizione “speciale” sugli atti della Pubblica amministrazione. Il governo non può dunque nominare il suo giudice e per questo l’antica prassi voleva la nomina automatica al vertice del Consiglio di Stato del presidente di sezione più anziano.

Il dogma dell’indipendenza viene definitivamente abolito con l’indicazione per la presidenza di un ex ministro (alla Funzione pubblica con Monti) ed ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Letta. In pratica il governo del cambiamento porta un’innovazione storica, cioè l’istituzionalizzazione delle porte girevoli tra il governo e la magistratura speciale che dovrebbe difendere i cittadini dal governo stesso, o il governo dall’inquinamento del malaffare.

Anziché tornare al criterio oggettivo dell’anzianità, che avrebbe premiato il presidente della sesta sezione Sergio Santoro, già scavalcato tre anni fa e autore di una raffica di ricorsi tutti respinti dallo stesso Consiglio di Stato (che è anche giudice di se stesso), Patroni Griffi è stato scelto in base all’inedito criterio della gerarchia: è il più alto in grado, in quanto presidente aggiunto. Posizione che ottenne nel 2016 conteggiando – come esperienza specifica che lo ha fatto balzare in testa alla graduatoria – proprio i 28 mesi trascorsi in aspettativa per gli incarichi di governo.

Alla fine del 2015, il premier Matteo Renzi impose la nomina di Pajno, gradito anche al Quirinale in quanto legato al presidente Sergio Mattarella. Per raggiungere il suo obiettivo ordinò al Cpga di cancellare la prassi consolidata di indicare il nome secco del più anziano presidente di sezione, che era allora Stefano Baccarini. Chiese cinque nomi tra i quali scegliere. Il Cpga mise a verbale la gravità del fatto ma obbedì in nome di mai spiegati “bene comune” e “consapevolezza del momento storico”. E già che c’era, anziché dare i cinque nomi in ordine di anzianità li sistemò in base a non meglio precisati “meriti e attitudini”. Patroni Griffi balzò dal quinto al terzo posto. Renzi nominò il secondo, Pajno, e il primo, Baccarini, se ne andò silenzioso e furente. Così Patroni Griffi si trovò primo come presidente aggiunto.

Adesso la posizione del premier Giuseppe Conte – che tre anni fa era vicepresidente del Cpga e partecipò allo strappo renziano – è cambiata. La prassi, fa sapere, “è stata derogata per la prima volta da oltre mezzo secolo dal governo Renzi che chiese la rosa di cinque nomi e poi scelse senza neanche tener conto dell’ordine indicato”. Adesso ha deciso di “restituire la scelta del vertice della magistratura amministrativa all’organo di autogoverno della stessa”. Solo che il Cpga questa scelta non l’ha mai avuta in era pre-renziana, si limitava a indicare il nome del più anziano. Adesso indica il più alto in grado che, nel caso specifico, lo è grazie alla forzatura di tre anni fa che Conte dice di voler sanare. Un pasticcio che sicuramente sfocerà in ricorsi. Del solito Sergio Santoro, scavalcato tre anni fa da Pajno e Patroni Griffi, e forse di Raffaele Carboni, l’altro presidente di sezione più anziano del prescelto di oggi.

I pm interrogano i tecnici che firmarono la ristrutturazione

Primo giorno di interrogatori degli indagati ieri in Procura a Genova. È toccato ai quattro esperti membri del comitato tecnico che ha dato il via libera al progetto di retrofitting dei piloni 9 e 10 del Morandi. Si tratta di Antonio Brencich, Salvatore Buonaccorso, Mario Servetto e Giuseppe Sisca.

Il pm Massimo Terrile ha mosso subito una contestazione: “Voi avete approvato i lavori di ristrutturazione del Morandi. Ma per esaminare il progetto vi erano stati presentati anche documenti da cui risultava l’allarme per le condizioni del ponte. Li avete visti? Perché non sono stati presi provvedimenti?”.

Il pm faceva riferimento a diversi studi commissionati da Autostrade: il primo, realizzato nel febbraio 2017 dallo studio di ingegneristica Cesi-Ismes, chiedeva ad Autostrade di aggiungere un sistema di monitoraggio dinamico e costante della struttura. Il secondo, del Politecnico di Milano, evidenziava anomalie emerse durate i controlli. Soprattutto per il pilone 9, quello crollato.

Di fronte alle contestazioni i quattro indagati hanno deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Genova, un mese dopo. Il premier: “Abbiamo detto di no ai ricatti”

Sempre piazza De Ferrari. Troppo retorica e grande per Genova. Ma poi di qui passa la storia e la riempie. Da quando partigiani e nazisti si sparavano tra le colonne. Agli scontri del 1960 contro il Governo Tambroni. Poi l’addio a Guido Rossa davanti a una folla oceanica di 250mila persone che voltò le spalle dell’Italia al terrorismo. Fino al G8 del 2001, ai potenti della terra asserragliati proprio qui. Adesso è il ricordo delle vittime del ponte. Tragedia che ha spezzato Genova. E rischia di diventare simbolo di un’Italia che crolla.

Allora eccoli, puntuali, i genovesi che arrivano a testimoniare. Quindicimila, forse più. Una città ancora unita, ma smarrita, desiderosa di aggrapparsi a qualcuno.

Tullio Solenghi, cresciuto a Sant’Ilario – dove oggi vive Beppe Grillo – dal palco chiama una per una le 43 vittime. Il nome e due parole per ognuno. Ma la voce gli si spezza quando tocca al bambino “che in auto aveva il pallone di Spiderman”, al ragazzo albanese “che sognava di diventare Ronaldo”. Cerca di trattenersi Solenghi, tossisce, poi finalmente si lascia andare, piange. E tanti con lui. Poi tocca a Luca Bizzarri, lui pure genovese e nominato presidente del Palazzo Ducale dal nuovo ciclo del sindaco Bucci, che legge una delle storie raccolte tra i genovesi: Eric, bambino che anni fa è nato proprio lì, sul Morandi, mentre la madre correva in ospedale. È stato anche un luogo di vita quel ponte maledetto.

Salgono sul palco i vigili del fuoco, gli agenti di polizia, i volontari. Ogni parola un applauso. Aveva bisogno di questo Genova: commuoversi e piangere, tutti insieme, dopo un mese di fatica e tensione.

Parla anche Nicolò Anselmi, giovane vescovo amatissimo dai ragazzi. “Io penso che Genova – è l’ appello di Anselmi – rinascerà se tutti saremo più attenti e appassionati nel nostro compito e nel nostro lavoro, se ci impegneremo ad essere papà e mamme, figli, studenti e insegnanti, giovani e anziani, lavoratori, operai e professionisti, politici e giornalisti, preti, volontari, nonni e casalinghe migliori, lontani dai riflettori, nel servizio ordinario e quotidiano”. E il vescovo – Angelo Bagnasco non c’è – chiede quasi il permesso di recitare un’Ave Maria. Ma anche in questo il cerchio di piazza De Ferrari è specchio di un’Italia diversa: pochi lo seguono nella preghiera che si spegne tra la folla in un sussurro.

Ma ecco che sul palco salgono il sindaco e il governatore Giovanni Toti. Un momento delicato, il confine tra la commemorazione e il comizio può essere sottile. Lo vedi dalle facce della gente. Perché ormai a Genova lo sanno tutti che tra Toti e i Cinque Stelle è in corso un braccio di ferro sull’affidamento dei lavori ad Autostrade.

E De Ferrari diventa di nuovo simbolo, in questa città che nonostante la rabbia finora ha applaudito la politica e il Governo. Qui, per la prima volta, si può capire se la luna di miele della nuova maggioranza resiste ancora. Ma Bucci non sembra superare il confine: “La settimana prossima inaugureremo una nuova strada, grazie alla città e a tutti i genovesi che hanno dimostrato forza, coraggio e solidarietà. Genova rinascerà ancora piu bella”. La gente applaude perché ci crede o ne ha bisogno.

È più politico Toti, lo avverti già nel tono della voce, nel crescendo che sollecita emozione: “Abbiamo cominciato con la lettura di 43 nomi e siamo in questa piazza per chiedere per loro verità e giustizia”.

E infine eccolo, il premier Giuseppe Conte. Che era venuto già nei giorni della tragedia, che era tornato per i consigli dei ministri e nel giorno del funerale. Sempre applaudito. Come ieri. “Il mio primo pensiero – esordisce Conte – lo voglio rivolgere al dolore che ancora soffre chi ha subito la perdita di affetti cari, all’ingiustizia di chi si è dovuto allontanare rapidamente dalla propria abitazione”. Ma poi Conte mostra dei fogli, è il decreto per Genova. Comincia a elencare quello che il Governo promette di fare per la città. Ogni frase una pausa. “Belin, guarda come cerca gli applausi”, urla qualcuno. E l’intervento diventa decisamente politico. Fino al passaggio su Autostrade: “Non abbiamo ceduto al ricatto di offrire ad Autostrade la ricostruzione del ponte. Lo faremo a spese di Autostrade con questo decreto ma la procedura per la revoca della concessione rimane in piedi e si completerà”. Una stilettata a Toti? Tra la folla qualcuno, forse una claque del Governatore, urla: “Toti, Toti”. Parte qualche timido fischio. Certo tanti applausi, ma in calando. Qualche faccia si storce. C’è chi si allontana. Difficile dire se sia la conferma di un idillio o il manifestarsi delle prime crepe. Il confine è sottile, come tra l’emozione di una commemorazione e la retorica di un comizio.

Il commissario non si trova. Conte si prende altro tempo

Quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dal palco di Genova, accenna all’argomento del commissario alla ricostruzione che ancora non si trova, “una piccola parte della piazza” (cit. Ansa) urla il nome del presidente della Regione. “Toti! Toti!”, gridano i fan del governatore che sta gestendo l’emergenza. La possibilità di fare il salto alla “fase 2”, quella che viene dopo le macerie, però Toti se l’è bruciata almeno una settimana fa, quando ha fatto sedere al tavolo della conferenza stampa per la presentazione del “nuovo” ponte nientemeno che l’amministratore delegato di Autostrade Giovanni Castellucci, indagato per il crollo del ponte Morandi, lo stesso che Toti e i suoi gli vorrebbero far ricostruire. È a quel punto che ai Cinque Stelle è apparso chiaro da che parte stava il favorito della Lega. E pure che le divergenze di vedute con il partito di Matteo Salvini – che già erano emerse ai tempi dell’annuncio della revoca della concessione ad Autostrade – erano tutto tranne che appianate. Così si sono fatti avanti i mediatori, come quell’Edoardo Rixi che di Toti è stato assessore in Regione e che giovedì è stato promosso viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti in quota Lega. Si è ufficiosamente autocandidato, ieri, con un’intervista a Repubblica: “Mi sono sentito proprio come un ponte”, ha spiegato (incurante della metafora piuttosto amara) prima di accusare il presidente della Liguria di aver usato toni “sproporzionati” contro il governo e di chiedere la “pace” tra Roma e le istituzioni locali. Non sarà nemmeno lui, probabilmente, a gestire la ricostruzione. Il premier Conte e l’azionista Cinque Stelle del governo si starebbero orientando verso una personalità terza, fuori dalla politica, un tecnico che possa se non altro tenere a freno gli appetiti del partito del cemento, che in Liguria è tradizionalmente fortissimo e amico di tutti i partiti.

“Non abbiamo ceduto al ricatto di offrire ad Autostrade la ricostruzione del ponte – ha ribadito ieri il presidente del Consiglio dal palco di piazza De Ferrari – Lo faremo a spese di Autostrade con questo decreto ma la procedura per la revoca della concessione rimane in piedi e si completerà”. La scelta del nome però è ancora in alto mare, anche perché la Lega è tutto fuorché disposta a lasciare campo libero, dopo aver già “ceduto” sul modello di ricostruzione stabilito dal decreto (che infatti è stato licenziato “salvo intese”). Ieri il presidente del Consiglio ha ammesso dal palco che il commissario si conoscerà solo a dieci giorni dall’entrata in vigore del testo, che ancora non è in Gazzetta Ufficiale. Dopo la cerimonia in ricordo delle vittime, Conte si è riunito con Toti, Rixi e il sindaco di Genova Marco Bucci, un altro papabile commissario. Si rivedranno martedì a Roma. All’uscita, il premier a proposito della nomina ha detto solo: “Il commissario? Sarà uno bravo”.

Commissione Grandi opere, nominato anche un condannato

Tra le 14 persone scelte dal ministro Danilo Toninelli nella Struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture con il compito di effettuare l’analisi costi-benefici delle Grandi opere c’è un condannato in via definitiva per bancarotta fraudolenta. Si tratta di Gaetano Francesco Intrieri, classe 1965, esperto di Trasporto aereo e docente all’Università di Tor Vergata. La vicenda giudiziaria che lo riguarda – come racconta La Verità – risale al 2003 e si è conclusa nell’autunno dello scorso anno in Cassazione. Intrieri – spiega il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro ha “almeno due condanne, una passata in giudicato” – si è appropriato di 429 mila euro, secondo la ricostruzione dell’accusa, quando era amministratore delegato della Gandalf, una piccola compagnia di aereo di Parma, per “vantaggio patrimoniale personale”. In sostanza, confessò Intrieri, quei soldi “sono serviti per appianare i miei debiti con Banca Intesa”. I suoi difensori hanno poi cercato di sostenere che le confessioni furono rese “in una situazione difficile”. Ma la Cassazione ha smontato la tesi bollandola come “priva di concludenza” e confermato la condanna a 3 anni e 6 mesi, ridotta a 2 anni e 4 mesi dall’indulto del 2006.

Treviso casa Benetton, dove nessuno tocca la Famiglia

“Bellissimo il restauro. Grande solidarietà alla famiglia Benetton in un periodo non facile (sotto tutti i punti di vista) come questo”. Firmato: Elena, martedì 21 agosto 2018. Da una settimana il ponte Morandi è crollato, la conta dei morti di Genova si è appena conclusa e la dinastia Benetton si trova nel mezzo di una tempesta politica, umana, massmediale e giudiziaria, senza precedenti, che mette a nudo la struttura di potere economico, interessi e affari degli esponenti forse più conosciuti al mondo del neocapitalismo italiano.

La dedica è sul registro dei visitatori, nelle Gallerie delle Prigioni asburgiche a Treviso, dove è allestita una mostra di arte giapponese. L’autrice è una signora trevigiana. Ed è molto più di una dedica entusiasta per una mostra ricavata in uno spazio che i Benetton hanno restaurato e messo a disposizione della città. È un inchino.

Se a Torino gli Agnelli erano la famiglia reale, a Treviso i Benetton sono l’incarnazione del sogno nordestino di costruire ricchezza, monetizzare idee imprenditoriali e portarle in giro per il mondo. L’esemplificazione del successo che si apprezza di più nel luogo delle origini, dove c’erano le radici, i laboratori di maglieria prima che la produzione fosse trasferita in Tunisia, Serbia, Croazia o Turchia (ricordate la polemica sui baby-lavoratori?).

A Treviso tutto è esibizione degli “united-colors-of-Benetton”. E l’indifferenza verso la tragedia di Genova regna sovrana. Piazza Duomo è l’epicentro dell’ostentazione, sfarzosa successione di palazzi e simboli, messaggi muti, ma assordanti, lanciati come in una campagna promozionale che neppure Oliviero Toscani sarebbe capace di inventare. Tutto parla dei Benetton. Serve una sede legale per Edizione, la holding dell’impero, che controlla anche le autostrade? Nessun problema, si compera l’ex tribunale, edificio imponente di fronte al Duomo, diventato l’emblema della finanza in doppiopetto, contrappunto del potere religioso.

Nella grande chiesa la stirpe si è trovata riunita a luglio, per i funerali di Carlo, il minore dei quattro fratelli, che aveva 75 anni. Chi non ricorda le immagini perfette dei volti dei magnifici quattro di successo che, qualche decennio fa, guardavano diritti nell’obiettivo e lo bucavano con l’aria di chi ce l’ha fatta? Adesso anche loro sono gerontocrazia. Luciano ha 83 anni, ed è dovuto tornare sul ponte di comando del tessile-abbigliamento per salvare la baracca. Giuliana ne ha 81. Gilberto, che si occupa di architetture finanziarie, 77. Complessivamente hanno 15 figli e decine di nipoti e nipotini. E ognuno ha la sua bella villa con parco.

Il potere esibito è raccolto in un km quadrato, nel centro di Treviso. Percorsa Calmaggiore, la strada con portici affrescati e boutique, c’è piazza Indipendenza, dove quelli di Forza Nuova a Ferragosto hanno srotolato uno striscione: “United colors: rosso sangue”. Ovvio che la casa-madre abbia voluto un mega-store a quattro piani, con ascensori trasparenti e brulichio di commesse. Ma la scelta del luogo non è occasionale. Accanto ci sono Palazzo dei Trecento, sede del consiglio comunale, e la Prefettura. Potere amministrativo, statale ed economico. Ovvero i Benetton.

Un famoso avvocato con studio a due passi, commenta. “Hanno fatto tanto per Treviso. Dobbiamo tenerceli stretti”. Ma prima ci hanno pensato i fratelli vincenti a tenersi stretti i trevigiani. Con lo sport e gli scudetti di rugby, basket e volley. Con la cultura e il mecenatismo.

Ma cosa ne pensa il popolo dei Benetton-boys di quanto accaduto a Genova? Qui il viaggio finisce nelle sabbie mobili dell’indifferenza. Cominciare, per credere, da Monia Bianchin, Pd, sindaco di Ponzano Veneto, il paese dove tutto è cominciato. Dopo giorni di inutili ricerche per capire l’impatto del disastro d’immagine dopo Genova, fa rispondere: “È indaffarata, non trova il tempo per riceverla…”.

A Villa Minelli o a Castrette, dove hanno sede i settori abbigliamento, il centro direzionale, gli uffici di Luciano e l’ufficio stampa, è un fuggi fuggi generale. I dipendenti svicolano. “Vado a pranzo”. “Scusi, sono di fretta”. C’è perfino un ragazzone con la barba che dice: “Genova? Non so che cosa è successo, ero all’estero”.

Soltanto un impiegato osa: “Dispiace per quello che è accaduto, ma…”. L’unica a sfidare i taccuini è Veronica Andrea Vettore, laureata a Ca’ Foscari: “Io credo nella famiglia Benetton, l’unico curriculum al mondo l’ho mandato qui, perché è qui che volevo venire a lavorare. Su di loro sono state scritte cose ingiuste”. All’interno il silenzio è d’obbligo. ma qualcuno si lascia scappare: “Il Fatto Quotidiano? Ci avete massacrato… per voi siamo soltanto l’Impero del Male”.

La nuova guerra alla magistratura e il ventennio di B. (che è finito)

Nel corso di una cerimonia in onore di Oscar Luigi Scalfaro a cent’anni dalla sua nascita, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pronunciato un discorso che è l’ultima linea di difesa dei cittadini dall’arroganza degli uomini politici, siano essi di destra, di sinistra, di centro o di qualsiasi altra parte. Ha detto il presidente della Repubblica: “Nel nostro ordinamento non esistono giudici elettivi. I magistrati traggono legittimazione e autorevolezza dal ruolo che loro affida la Costituzione. Non sono chiamati a seguire gli orientamenti elettorali, ma devono applicare la legge e le sue regole. Nessun cittadino è al di sopra delle leggi”. Un discorso tanto ovvio quanto ineccepibile in risposta a Matteo Salvini che aveva tirato fuori un antico refrain berlusconiano secondo il quale l’uomo politico poiché è stato eletto dal popolo o da una parte di esso, ha cioè un consenso, non può essere sottoposto alla legge allo stesso modo degli altri cittadini. Aveva detto il leader della Lega: “Io sono un organo dello Stato eletto dal popolo, non come i magistrati”. Il discorso di Mattarella riporta le cose al loro posto. Mi ricordo che all’epoca in cui Silvio Berlusconi tirò fuori dal suo cilindro lo strabiliante concetto che il consenso garantiva all’uomo politico la legittima possibilità di commettere reati, Marco Travaglio e io ci divertivamo a scherzare, in privato e sui giornali, su quale dovesse essere l’entità di questo consenso per garantire l’impunità: bastavano due milioni, ce ne volevano quattro o forse otto?

Per contestare in qualche modo questo discorso ineccepibile, Alessandro Sallusti deve arrampicarsi sugli specchi, come fa ormai da anni, da decenni, cioè da quando è entrato nel giro berlusconiano, mentre in precedenza era stato un ottimo professionista. Innanzitutto liquida il discorso di Mattarella in risposta all’inaudita pretesa di Salvini come “un gioco delle parti”. Questo è il classico modo berlusconiano, e non solo berlusconiano, di considerare le Istituzioni. Le Istituzioni non fanno, non possono fare, non devono fare alcun politico “gioco delle parti”, ma semplicemente rispettare e rendere effettivo il ruolo per cui esistono: il presidente della Repubblica è il supremo garante della Costituzione, l’esecutivo governa, il Parlamento approva le leggi, la magistratura controlla che queste leggi non siano violate e punisce, con tutte le garanzie previste dall’ordinamento, chi queste leggi invece le infrange.

Ma l’affanno di Alessandro Sallusti è ancora più evidente quando si aggrappa all’occasione in cui Mattarella ha fatto il suo discorso cioè la celebrazione di Scalfaro. Il direttore del Giornale definisce Oscar Luigi Scalfaro “il peggior presidente nella storia della Repubblica”. E lo credo bene. Scalfaro rifiutò di firmare il decreto legge Conso che voleva depenalizzare il “finanziamento illecito dei partiti” e salvare così nel pieno delle inchieste di Mani Pulite (siamo nel marzo del 1993) i politici e i partiti che avevano ricevuto per anni quei soldi, depredando di fatto il cittadino italiano. In precedenza, nel giugno del 1992, Scalfaro aveva rimandato al mittente la pretesa di Bettino Craxi, sulle soglie di essere indagato per quella corruzione che gli costerà dieci anni di galera mai scontata ma vissuta in Tunisia sotto la protezione del dittatore Ben Ali, di fare ugualmente il presidente del Consiglio. E Craxi era il grande protettore di Silvio Berlusconi, e viceversa, cui consentì attraverso la famigerata legge Mammì di essere per anni il padrone assoluto di tutto il comparto televisivo privato italiano. Sallusti insinua poi che Scalfaro avrebbe tramato per far fuori Berlusconi attraverso pressioni sui magistrati di Mani Pulite perché gli inviassero il famoso avviso a comparire mentre presiedeva a Napoli una conferenza internazionale sulla criminalità.

A parte che, viste le cose con gli occhi di oggi, è abbastanza curioso che un uomo che sarebbe stato poi definito dai Tribunali della Repubblica un “delinquente naturale” presiedesse un convegno sulla criminalità, nella mente bacata di Sallusti non ci può proprio stare che la magistratura agisca per tutelare il rispetto delle leggi, come richiamava l’altro giorno Mattarella, e non per motivi politici. Il governo Berlusconi non cadde per le supposte trame di Scalfaro, fu Umberto Bossi a farlo cadere con quello che rimane il suo miglior discorso, anche dal punto di vista stilistico, in Parlamento (“Oggi finisce qui la Prima Repubblica”. Si illudeva, il buon Umberto).

Sallusti tira fuori poi il suo asso nella manica: il “non ci sto” pronunciato da Scalfaro in televisione quando fu accusato di aver percepito in modo irregolare i 100 milioni al mese destinati al ministro degli Interni quando lo stesso Scalfaro aveva ricoperto quel dicastero. Peccato che nel 1999 Oliviero Diliberto, in quel momento ministro della Giustizia, abbia ricordato che la Procura di Roma aveva comunicato il 3 marzo 1994 che “nei confronti dell’onorevole Scalfaro non sussiste alcun elemento di fatto dal quale emerga un uso non istituzionale dei fondi”.

Alessandro Sallusti deve rendersi conto che il ventennio berlusconiano della guerra senza esclusione di colpi alla magistratura è definitivamente tramontato. E deve smetterla di fare come uno scadente illusionista il gioco delle tre tavolette contando sulla smemoratezza degli italiani. Perché alcuni testimoni di quel tempo, quorum ego, sono per buona o mala sorte ancora vivi. E anche che il progetto di legge, di matrice Cinque Stelle, secondo il quale le amministrazioni dello Stato non devono fornire la pubblicità ai giornali non è diretto al suo Giornale come scrive, facendo la vittima, nell’editoriale del 12 settembre, ma a tutti i giornali perché non c’è nessuna ragione per la quale lo Stato, cioè noi cittadini si sia chiamati a pagare pubblicazioni private. I giornali si mantengano da soli, se ce la fanno. Ma visto come sono fatti e la malafede di cui sono intrisi, di cui il Giornale di Sallusti può essere considerato il vessillifero, dubito molto che ce la facciano.

Repubblica in crisi: l’azienda vuole 15 milioni di risparmi

Momento difficile per Repubblica: i giornalisti hanno dichiarato lo stato di agitazione dopo che l’azienda ha proposto un piano di risparmio da 60 milioni di euro, 15 dei quali sulla redazione composta da 411 unità. I tagli riguardano solo il quotidiano attualmente diretto da Mario Calabresi, e non tutto il Gruppo Gedi che lo controlla: anche per questo l’assemblea ha autorizzato il Comitato di redazione a gestire un pacchetto di cinque giorni di sciopero. Il Cdr a questo punto chiederà anche di vedere nel dettaglio il piano industriale, insieme ai conti complessivi del gruppo editoriale: i giornalisti temono che i tagli possano mettere in discussione la qualità del prodotto e il loro lavoro. Nel corso della gestione Calabresi (a partire cioè da gennaio 2016), Repubblica ha perso 56.557 copie in edicola (facendo registrare un -26,37%) e 64.969 copie diffuse in totale, pari a -30,28%. Numeri allarmanti, in controtendenza rispetto agli auspici di ripresa, che hanno indotto l’azienda a prendere misure piuttosto drastiche di risparmio.

“Silvio, salvaci tu”: l’appello dei cronisti contro i tagli

Caro Silvio, ti scrivo: abbiamo fatto per anni un giornale che è servito a sostenere la tua politica, non puoi scaricarci adesso che questa è entrata in crisi. È il senso della lunga lettera che i cronisti de Il Giornale hanno inviato a Berlusconi, dopo che l’editore aveva annunciato alla redazione un piano che prevede il taglio degli stipendi del 30 per cento.

Uno sciopero mercoledì scorso ha impedito l’uscita in edicola, per la prima volta nella storia del giornale fondato da Indro Montanelli. “I giornalisti di questo quotidiano con una storia ricca di orgoglio e talento non sono soltanto salariati, ma un capitale umano e cultuale da non disperdere, da non buttare al macero come carta sporca. Lo rivendichiamo (…) perché rappresentiamo un mondo che a testa alta continuiamo a chiamare borghesia, che oggi più che mai vuole resistere a chi urla, a chi maledice, a chi ha fatto dell’odio una scorciatoia per il successo, a chi infama e fa stracci degli ultimi architravi della democrazia, a chi non sa nulla e fa della propria ignoranza una bandiera (…). Questa redazione, questi giornalisti non sono fantasmi del passato o merce di scarto da mettere sul bancone alimentare come qualcosa di avariato o in scadenza. No, noi siamo i veterani di mille battaglie combattute al suo fianco”.

Ricevuta la lettera, un Silvio Berlusconi che i suoi descrivono stupito e commosso ha convocato ad Arcore i vertici de Il Giornale: l’amministratore delegato Andrea Favari e l’editore Paolo Berlusconi. Non si è presentato il direttore, Alessandro Sallusti, che ha scelto una via intermedia: né con la redazione, né col padrone. “Chiediamo di non essere trattati solo come un costo, umiliando noi e costringendoci a preoccuparci del futuro delle nostre famiglie. Noi non chiediamo privilegi, ma di vedere riconosciuto il nostro coraggio e il nostro talento. Nel giornalismo, come nella vita, uno non vale uno, ognuno ha la sua storia e non può essere sfregiata con un colpo di ramazza”.

“Il piano presentato non contiene alcun germe per il futuro, il messaggio che lancia a noi e al Paese è l’inizio di una resa, proprio quando Lei si accinge a rilanciare ancora una volta la battaglia. Per questo ci appelliamo a Lei, prima ancora che all’editore, perché ci aiuti a fermare i tagli ingiusti”. Segue citazione di Dino Buzzati.

Lo stupore e la commozione di Silvio non si sono finora tramutati in atti concreti. Il piano dei tagli resta: il comitato di redazione aspetta di essere convocato per discutere anche dei supercompensi di alcuni collaboratori, amici o ex parlamentari di Forza Italia. Tra questi Vittorio Sgarbi, che oltre al fisso mensile per la sua rubrica riceve anche un compenso per i pezzi che scrive. Al Cdr non dispiacerebbe vedere il borderò e i conti del giornale, per verificare che non siano caricati costi sproporzionati al lavoro, o che poco hanno a che fare con il lavoro giornalistico. Chissà se anche i 4 milioni pagati per raccogliere dossier su Ilda Boccassini e altri “nemici” di Silvio sono stati spremuti da Il Giornale.