Trent’anni di favori a Mediaset da Craxi a D’Alema fino a B.

La redistribuzione delle entrate pubblicitarie tra carta stampata e tv, e all’interno delle stesse emittenti televisive, evocata ieri sul Fatto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, Vito Crimi (M5S), rischia di provocare un grave danno alle casse di Mediaset: le tv del Biscione, infatti, da sempre raccolgono più pubblicità rispetto al loro peso di mercato. Attualmente, a fronte di ascolti medi del 30-35 per cento, si accaparrano il 55-60 per cento delle risorse destinate dai brand agli spot televisivi: se quei due numeri fossero simili, Mediaset perderebbe ricavi per circa 750 milioni l’anno.

Nel caso Crimi facesse quel che promette, quello gialloverde sarebbe il primo governo che, per un principio di equilibrio del sistema, arreca un danno alle tv di Silvio Berlusconi, che invece nella Prima e nella Seconda Repubblica hanno sempre goduto di un occhio di riguardo da parte della politica, chiunque fosse a Palazzo Chigi. Come dimenticare, per esempio, Massimo D’Alema che prima delle Politiche del 1996 andò a rassicurare i lavoratori a Cologno Monzese? La differenza tra gli esecutivi si misura sui binari che vanno dall’aiuto smaccato alla non belligeranza: questo è stato l’unico, vero miracolo italiano realizzato da Berlusconi.

Si parte, e viene da dire naturalmente, dal decreto salva-Biscione del governo Craxi che, nel 1985, fece riaccendere i ripetitori di Canale 5, Italia 1 e Rete 4 spenti da uno zelante pretore a fronte della situazione di illegalità del sistema radiotelevisivo. Mediaset, all’epoca, poteva trasmettere solo in alcune Regioni del Nord e non su tutto il territorio italiano. Ci pensò allora l’amico leader socialista (allora premier) a metterci una toppa, in attesa che la legge Mammì, cinque anni dopo, mettesse ordine nel sistema radio-tv, consentendo al Biscione di trasmettere in tutte le Regioni, ma con un numero di canali limitato.

Poi, al governo, Berlusconi è andato in prima persona e a quel punto di favori e “aiutini” a Mediaset ne sono arrivati di continuo. A partire della legge Tremonti del 1994, che detassò del 50% gli utili reinvestiti nelle imprese “per l’acquisto di beni e servizi”, consentendo al Biscione un risparmio di 243 miliardi sui diritti dei vecchi film.

Nel 1997, dopo che la Consulta aveva giudicato incostituzionale la detenzione di tre reti nazionali, arrivò la legge Maccanico ma il problema non si risolse: Rete 4 era di troppo e non poteva occupare le frequenze, doveva andare sul satellite. Quella volta l’aiuto arrivò dal governo D’Alema, che concesse a Rete 4 “un’abilitazione provvisoria” a trasmettere senza concessione: si andrà avanti nell’illegalità per dieci anni, a scapito di Europa 7, cui spetterebbero quelle frequenze. La questione sarà risolta solo col passaggio al digitale terrestre.

Poi, con gli anni Duemila segnati dal Berlusconi bis e ter, i favori si sprecarono: la (finta) legge Frattini sul conflitto d’interessi (2002); la legge Gasparri sulle tv (2004) che poneva un tetto antitrust del 20 per cento, però farlocco perché lo calcolava sul cosiddetto Sic, un calderone in cui era stato infilato di tutto; gli incentivi statali per l’acquisto di decoder per il digitale (2005).

Nel 2008 Berlusconi si occupò pure di Sky, raddoppiando l’Iva alla tv di Murdoch (dal 10 al 20 per cento) e portando dal 18 al 12 per cento l’affollamento orario degli spot. Poi, nel corso degli anni, tutta una serie di condoni fiscali da cui il Biscione ha sempre tratto vantaggio, come, ad esempio, la riforma fiscale del 2003 che detassava le plusvalenze da partecipazione e permise all’ex Cavaliere di risparmiare 340 milioni di imposte nella cessione del 16,8 per cento di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi.

Ma gli interessi di Mediaset riguardano pure la stretta attualità. A partire dalle frequenze della banda 700 che dovranno essere messe all’asta entro il 2022, già in ritardo sul resto d’Europa. Cercando di evitare gli errori del passato grazie ai quali – sulle bande 800 e 900 – Mediaset e Rai, per uno switch off mal gestito, detengono più frequenze di quelle che dovrebbero e, oltretutto, pagando un canone irrisorio in base alle frequenze e non al fatturato, com’era in passato.

E poi c’è la partita di Ei Towers: 2300 torri per la trasmissione tv e 1000 per la telefonia mobile, detenuta al 40 per cento dal Biscione, sulla cui restante parte Mediaset ha lanciato un’Opa insieme a F2i, il fondo per le infrastrutture di Cdp. Nella partita incombe anche il destino di Raiway, che fino a qualche tempo fa sembrava destinata a cedere parte del suo patrimonio di torri. Una torta che potrebbe interessare assai Fedele Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi. E le scelte del governo, in tal caso, saranno decisive.

Allarme! Macron ora è un populista

Mai dire populista a qualcuno senza aver prima chiuso la porta di casa. Perché poi capita quel che è successo ieri al francese Pierre Moscovici, il commissario europeo. Aveva appena finito di mettere in guardia l’Europa dal pericolo dei nuovi sovranisti, “i tanti piccoli Mussolini” italiani che veleggiano sull’onda del populismo, la forma deviata e infragilita della democrazia, che un francese di grado superiore, il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, ha annunciato l’introduzione del reddito universale per i poveri. Un reddito che somiglia tantissimo a quello dei Cinquestelle, “populisti” ante litteram, che infatti subito hanno esultato per il punto guadagnato non solo fuori casa, ma per concessione dell’arcinemico.

Macron populista sarebbe però un’enormità. Egli era parso all’inizio della carriera un socialista alla lontana, poi però si è rivelato per quello che è: un liberale coi contro fiocchi. Fino a ieri. Quando da Parigi, improvvisamente e senza dirlo al connazionale Moscovici, che parlava da Bruxelles e aveva appena innalzato a fortino indistruttibile l’Europa dei lumi, l’annuncio dal sapore pentastellato.

Mario se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato

C’è chi nella partita Consob vede solo uno scontro di potere. Fortunatamente però, persino tra quei ciniconi dei media, c’è chi riesce ancora a raccogliere poesia negli interstizi della vita.

Basta immaginare la scena dell’addio di Mario Nava all’Autorità sulla Borsa descritta ieri dall’Ansa sulla falsariga del “capitano, mio capitano” dell’Attimo fuggente: “Il suo discorso è stato interrotto più volte dagli applausi del personale, che ha apprezzato la ventata di novità portata da Nava, la sua disponibilità a interloquire e a coinvolgere tutti, l’impegno a migliorare i rapporti tra i dipendenti dei diversi uffici (…) Tante le strette di mano e gli abbracci”. Mario se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato.

Non solo applausi, però. Il Corriere della Sera ha trovato spazio pure per la malinconia: “Probabilmente Mario Nava, nel presentare le sue dimissioni, ha provato la solitudine del tecnico, nel nostro Paese una ricorrenza piuttosto che un’eccezione”. Come avrà pianto, leggendo, Mario Monti.

Su Repubblica invece – in un pezzo peraltro molto informato sulle bizzarrie, diciamo, della nomina del dirigente Ue – si trovano insieme solitudine, lacrime e altissimo senso dello Stato: tutto fuso nella persona di Giulia Bertezzolo, funzionaria brussellese che Nava ha innalzato a segretario generale dell’Autorità, “vista piangere e sospirare”: “L’Italia perde una grande risorsa”.

Se c’è l’eroe, dirà il lettore, ci sarà pure l’antagonista. E infatti c’è, anzi c’è un intero servizio segreto grillino infiltrato nell’Authority: l’ex presidente Consob, rivela Il Messaggero, è stato “tradito dalla combinazione di un pressing interno a opera di un gruppo di dirigenti vicini ai Cinquestelle (si dice ispirati da Marcello Minenna) e di un serrato attacco dall’esterno guidato dal senatore Elio Lannutti”. La Spectre.

I nostri meglio giornali, in realtà, non riescono a nascondere, dietro lo sdegno per la maleducazione dei barbari, la consapevolezza della sostanziale illegittimità della nomina. Si distingue, oltre all’immaginifico Messaggero, La Stampa che denuncia “lo spoils system (sic) in salsa gialloverde” evidente, tra l’altro, dal fatto che nei pareri giunti a Palazzo Chigi “si argomentava la piena legittimità dell’incarico. Avallato anche da Bruxelles”. Sfortuna vuole che proprio ieri Il Sole 24 Ore abbia pubblicato (in piccolo) il parere demolitorio dell’Avvocatura dello Stato e il carteggio in cui la Commissione europea esprime pesanti dubbi legali sulla procedura e l’ambasciatore italiano presso l’Ue Massari risponde che va tutto bene, mica la legge italiana vale per i funzionari europei…

È chiaro, però, che il governo – pure se la nomina era un po’ così – non si doveva permettere: c’è “il timore che uno scontro politico possa rendere meno efficace” la funzione di “contrappeso” di Consob e “delle altre autorità indipendenti” (Il Sole). Meglio un presidente a rischio esposti e ricorsi: “Oltre che diritti – ci informa con prosa sincopata il CorSera – abbiamo delle responsabilità. Nei confronti dei cittadini italiani come dei nostri partner. Ed entrambi vorrebbero da un lato vivere dall’altro contare su un Paese affidabile”. Titolo: “Il valore incompreso della stabilità” (Che. Com’è noto. È assoluta. Soprattutto. Al cimitero).

Nava non ha detto la verità. Il report che l’ha inguaiato

L’ormai ex presidente della Consob, Mario Nava, ha mentito sulla sua incompatibilità? È il dubbio che il premier Giuseppe Conte e gli alti dirigenti di Palazzo Chigi e Quirinale hanno avuto leggendo il parere dell’avvocato generale dell’Autorithy sulla sua nomina. È lo stesso Fabio Biagianti a sollevarlo alla fine delle 26 pagine consegnate a fine giugno ai commissari Consob che dubitavano, come rivelato dal Fatto, della versione fornita loro da Nava di non potersi mettere in aspettativa da Bruxelles, come impone la legge, e per questo di aver ottenuto il “comando nell’interesse” della Commissione europea che equivarrebbe alla stessa cosa.

Dopo le dimissioni, ieri Nava ha fatto filtrare alle agenzie l’accusa verso i commissari Giuseppe Maria Berruti e Paolo Ciocca, di non essere “quelli davvero titolati, al contrario di Anna Genovese e Carmine Di Noia”. Ha definito le sue dimissioni “uno spoils system”, favorito dai giornali “dove sono uscite cose note solo in Commissione”. A leggere il parere di Biagianti e il resto dei documenti, si capisce invece la gravità della vicenda che ha tenuto in scacco le massime istituzioni del Paese. E che ha spinto il governo, con l’avallo del Colle, ad accelerare.

Nava viene designato dal governo Gentiloni prima di Natale. Invece di mettersi in aspettativa, come impone la legge istitutiva della Consob, sceglie invece di farsi mettere “in comando nell’interesse” della Commissione. Lo fa per conservare la tassazione agevolata dei funzionari Ue (un risparmio di circa 6mila euro al mese). Gentiloni acconsente e detta la linea all’ambasciatore italiano a Bruxelles, Maurizio Massari, che l’8 febbraio scrive alla Commissione che non ci sono problemi. Bruxelles temeva giustamente che il comando fosse incompatibile con i requisiti di imparzialità e tempo pieno previsti per il presidente Consob. Massari rassicura: “Converrete che in nessun caso una legge nazionale che si riferisce a dipendenti dello Stato può essere interpretata per estensione come applicabile anche a un civil servant della Ue”. Nava chiede un comando di 3 anni, quando l’incarico in Consob è di 7. La Commissione si fida e lo dispone. Scoperto il guaio, ad agosto mostra tutto il suo malumore in una risposta agli europarlamentari M5S in cui spiega che è stato il governo a rassicurarla che non c’erano problemi. E che Nava poteva mettersi in aspettativa.

Il parere di Biagianti, consegnato il 27 giugno, è lapidario. L’avvocato generale smentisce la versione di Massari – la cui lettera è stata fornita da Nava con “premura di preservarne la natura particolarmente delicata e riservata” – spiegando che vige la normativa italiana per i vertici di Consob e col comando Nava “agisce nell’esclusivo interesse della Commissione”, che infatti lo distacca per soli 3 anni, rendendo evidente che il comando serve “a consentire l’assunzione fuori dall’Ue da parte di funzionari di incarichi di natura diversa da quelli di vertice di un’autorità indipendente”; per questo può comportare “la compromissione del prestigio e dell’immagine dell’Istituto”. Biagianti smentisce anche Nava: “Ritengo sussistere fondati motivi per confermare che la misura del comando adottata dalla Commissione non è riconducibile nel novero di quelle che, come il collocamento fuori ruolo e in aspettativa d’ufficio, escludono la incompatibilità derivante dall’essere dipendente di un ente pubblico”, come è la Commissione. Nava – ricorda Biagianti – quando si è insediato non ha fornito la semplice dichiarazione formale, assumendosene la responsabilità, di non avere causa di incompatibilità. Poi la botta: “Mi corre l’obbligo di segnalare – conclude – che le persone nominate devono comunicare all’organo di governo competente per la designazione (il presidente del Consiglio) e in copia ai presidenti delle Camere, una dichiarazione concernente, tra l’altro, la ‘inesistenza o la cessazione delle situazioni di incompatibilità” e che “la mancanza o la infedeltà delle comunicazioni di cui ai precedenti commi, in qualsiasi momento accertata, importa la decadenza dalla nomina”.

Letto il parere, da Palazzo Chigi e dal Colle sono partiti segnali a Nava con l’invito a mettersi subito in aspettativa. Niente da fare. Mercoledì si è dimesso solo per poter rioccupare il suo posto a Bruxelles alla guida della Divisione mercati finanziari essendo passati meno di 6 mesi dalla nomina. Nel frattempo ha nominato la sua collega di ufficio a Bruxelles, Giulia Bertezzolo, una semplice funzionaria Ue, segretario generale dell’Authority. A differenza sua, la Bertezzolo ha chiesto l’aspettativa, firmando il 3 agosto il contratto prima che venisse autorizzata. Saltato Nava, ha deciso di restare in autorità nonostante il carattere fiduciario della nomina. Una grana per il presidente facente funzioni, Anna Genovese: se volesse riconfermarla dovrà sottoporre la questione al voto dei commissari. Nel caos di questi mesi, sulla scrivania di Nava sono rimaste inevase diverse autorizzazioni a effettuare ispezioni.

La Nava e la fava

Il 23 settembre il Fatto compie nove anni. E da nove anni, a costo di peccare di superbia, ne siamo orgogliosi ogni giorno. A volte, poi, ci sentiamo persino utili. Per esempio ieri, quando abbiamo pubblicato tre notizie che forse, senza il Fatto, non sarebbero esistite. Una è l’annuncio del sottosegretario all’Editoria Vito Crimi, che fa proprie due storiche battaglie del nostro giornale: contro i finanziamenti pubblici alla stampa e per un tetto pubblicitario alle tv commerciali (dunque soprattutto a Mediaset), che diversamente dalla Rai non hanno limiti di spot e (almeno nel caso di Mediaset) beneficiano da 24 anni di un surplus di annunci commerciali rispetto a quelli che meritano in base allo share: un surplus chiamato “politica”, “conflitto d’interessi”, “scambio di favori”, “marchette”. La seconda è la condanna disciplinare inflitta dal Csm all’ex presidente della Corte d’assise di Chieti, Camillo Romandini, finito nei guai per due accuse: aver intimidito la giuria popolare che con lui giudicava 19 ex dirigenti e tecnici Montedison per la discarica di Bussi, per farli assolvere; e non essersi astenuto dopo aver partecipato, poco prima del verdetto, a una cena col governatore-parte civile Luciano D’Alfonso, in cui si parlò anche del processo. Fu Antonio Massari, sul Fatto, a svelare i retroscena della sentenza, così la Corte d’appello fece in tempo a tramutare l’assoluzione plenaria di primo grado nella condanna di 10 imputati.

La terza notizia sono le dimissioni di Mario Nava da presidente Consob, appena cinque mesi dopo la nomina. Chi volesse sapere a cosa serve il Fatto, può leggersi gli altri quotidiani sul tema. Corriere della Sera: “Nava lascia la Consob: ‘Non gradito alla politica’”, “La solitudine del tecnico che voleva rilanciare il mercato”, “L’Italia si mostra non in grado di trasmettere… la stabilità. Predominerà il sapore sgradevole delle scelte politiche mai tese a garantire assetti istituzionali durevoli. Quanto, invece, a garantirsi fedeltà e riconoscenza. Se non addirittura a dare luogo a manovre di piccolo cabotaggio e personalismi” (commento di Daniele Manca). Repubblica: “Consob, Nava lascia. M5S esulta”, “Consob, si dimette il presidente Nava assediato dal fronte gialloverde”, “Le purghe grilline”, “‘Per i gialloverdi c’era una grave incompatibilità tra Nava e il suo incarico’. ‘Pare fosse addirittura competente’” (vignetta di Ellekappa). La Stampa: “Dopo mesi di attacchi da parte di 5 Stelle e Lega il presidente lascia: ero sgradito, impossibile lavorare”, “Da Ferrovie a Rai, così i giallo-verdi hanno pianificato i cambi al vertice”.

Il Messaggero: “Nava: ‘Basta attacchi, mi dimetto’. Il presidente Consob lascia dopo il pressing di Lega e 5Stelle”. Chi ha la fortuna di leggere questi quotidiani, penserà che questo fiero campione della competenza e martire dell’indipendenza sia stato prima nominato dalla cicogna e poi cacciato dai feroci epuratori legastellati, ansiosi di mettere le mani sulla Consob. Chi invece legge il Fatto sa bene fin da aprile – quando Nava fu nominato dal fu governo Gentiloni  dopo le elezioni e la sconfitta della maggioranza di centrosinistra e ben prima della nascita del governo gialloverde – che Nava era totalmente incompatibile con la Consob. Per un motivo molto semplice: è un dipendente della Commissione europea (capo della divisione Affari finanziari) e tale è rimasto anche quando è passato a guidare l’autorità indipendente di controllo sulla Borsa. Cioè: non s’è posto in aspettativa (come impone la legge istitutiva della Consob), ma è rimasto distaccato “in comando” e “nell’interesse” del governo Ue. Come possa un’autorità “indipendente” essere presieduta dal dipendente di un’altra amministrazione, lo sanno solo i magliari dei giornaloni che lo difendono e spacciano le sue dimissioni, tanto doverose quanto tardive, per una congiura del nuovo governo. Che invece, nella persona del premier Conte, gli aveva offerto una via d’uscita dal vicolo cieco in cui si era pervicacemente cacciato: lasciare la Ue o andare in aspettativa.
Ma Nava non ne ha voluto sapere, per non perdere i privilegi del suo status: l’immunità dalla giustizia nazionale, gli scatti di carriera, i benefit e la tassazione agevolata del suo stipendio, molto più alto a Bruxelles che alla Consob. Come ha spiegato Giorgio Meletti, “prendendo l’aspettativa Nava avrebbe visto i 244 mila euro lordi dello stipendio tassati in Italia al 40% e dunque ridotti al netto a 146 mila, pari a soli miseri 10 mila euro al mese”. Invece, “rimanendo dirigente a Bruxelles in distacco, avrebbe goduto della tassazione agevolata degli eurocrati al 7%, che avrebbe portato il netto mensile da 10 a 16 mila euro”. Sulle prime, Nava aveva persino mentito ai commissari Consob, spiegando che l’aspettativa gli era preclusa dalle norme europee. Ma era stato sbugiardato a stretto giro dalla stessa Avvocatura della Consob e pure dal commissario Ue Oettinger che, rispondendo a un’interrogazione 5Stelle, aveva spiegato come l’aspettativa sia un’opzione normale dei funzionari che traslocano altrove. Infatti Mattarella, imbarazzato dalle bugie e dall’arroganza del personaggio (“se le istituzioni hanno problemi con me, mi chiamassero”), non ha speso una parola in sua difesa, ben diversamente da un anno fa, quando fece scudo al governatore Visco contro gli assalti di Renzi e dei suoi epuratori, ansiosi di mettersi in tasca Bankitalia (infatti ora Renzi spalleggia Nava contro i “cialtroni” gialloverdi, confermandone  l’assoluta indipendenza da tutti fuorché dal Pd). Ma tutto questo i giornaloni non lo scrivono: siccome il governo ha sempre torto, a prescindere, anche quando ne fa una giusta, molto meglio raccontare la Nava e la fava.

David Rubinger: il Muro è più nitido

È il 7 giugno 1967: Zion Karasanti, Yitzhak Yifat e Haim Oshri sono tre giovani paracadutisti israeliani arrivati a Gerusalemme durante la Guerra dei Sei giorni arabo-israeliana (5-10 giugno ’67). Giunti nella città vecchia di fronte al Muro del Pianto, si fermano a fissarlo come rapiti dalla suggestione mistica di quel luogo. Yitzhak toglie il casco imbottito in segno di rispetto, Haim gli cinge le spalle come per sostenerlo e stringerlo a sé. Tutti e tre hanno gli occhi stanchi e insieme lucidi: con il volto segnato di chi spera, sembrano chiedere a quel muro – nelle cui fessure ancora oggi si infilano preghiere scritte su foglietti – che quella guerra abbia fine. Oggi possiamo ammirare la celebre fotografia di quel momento di speranza grazie alla mostra David Rubinger (7 settembre-4 novembre, a cura di Edvige della Valle, Museo di Roma in Trastevere). Nato a Vienna nel 1924 ed emigrato in Palestina nel 1939 per sfuggire alle persecuzioni naziste, Rubinger inizia a far foto alla fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945 mentre presta servizio nella Brigata Ebraica dell’esercito britannico e una sua fidanzata francese gli regala una fotocamera Argus.

Nella carriera da fotoreporter per Time-Life, cruciale è l’incontro con l’Israele di cui ha saputo raccontare la nascita e l’evoluzione tanto da essere definito “il fotografo della nazione in divenire”. E l’odierna esposizione romana nasce sia per celebrare i settant’anni della fondazione dello Stato di Israele sia per ricordare Rubinger a un anno dalla sua morte (Gerusalemme, 2017). Oltre ai tre paracadutisti, più di 70 scatti esposti in cui il fotografo sa rivelarci l’umiltà di papa Giovanni Paolo II in preghiera al Muro del Pianto come pure la gioia di due fratelli che, dopo decenni di lontananza, si rincontrano in Israele; e ancora l’erotismo dei corpi nudi dei soldati bagnati dal getto delle docce comuni. Foto esatte, nitide, dirette. I suoi scatti raccontano la Storia.

 

C’è del marcio in Costa Azzurra: il noir francese ai tempi di Macron

Thomas Degalais è uno scrittore quarantenne di successo. Abita a New York. A TriBeCa, Manhattan, ovviamente. Thomas è di Antibes, Costa Azzurra. È un single romantico e tormentato ma la sua disperazione si trascina un immane senso di colpa. Un quarto di secolo prima, nel 1992, lo scrittore ha ucciso un uomo. Il bel professore di filosofia del suo liceo di Antibes, accusato di avere una tresca con l’avvenente Vinca, una ragazza che faceva innamorare chiunque, compreso Thomas. Il corpo del docente non fu mai ritrovato perché murato nella parete della palestra. Ad aiutare il ragazzo fu la famiglia del suo migliore amico: Maxime e il papà imprenditore Francis.

Venticinque anni dopo il momento della verità sembra però arrivato. La palestra sarà demolita per far posto a una nuova struttura faraonica. Thomas torna in Costa Azzurra, convinto che stavolta non la scamperà, quando sarà scoperto lo scheletro del professore. Anche Maxime è senza speranza: per giunta sta per essere eletto deputato del nuovo partito di Macron. A condividere il segreto coi due c’è infine Fanny, da sempre invaghita di Thomas. Lo scrittore comincia a ricostruire quei giorni partendo dal mistero della fuga di Vinca, poi scomparsa. Per la polizia fuggì con il professore, ma Thomas e Maxime sanno che non era possibile. Chi era quell’uomo, dunque?

Tra giornalisti frustrati e, quindi, di sinistra e turpi segreti familiari, il nuovo thriller di Guillaume Musso, tra i più venduti in Francia, è una scatola nera di sorprese che regge fino all’ultima pagina. Ma il sospetto che lo scrittore sia stato un liceale ingenuo se non coglione assale il lettore molto prima.

 

 

Come si insegue la malinconia fino in Argentina

È stato pubblicato da Chiarelettere, in questi giorni, un romanzo italiano bello, aspro e dolce nel medesimo tempo, che appassiona e commuove il lettore dalla prima all’ultima pagina. Si tratta di Prima che te lo dicano altri di Marino Magliani, scrittore e uomo ligure del Ponente (è nato a Dolcedo nel 1960), oltreché traduttore (di Roberto Arlt, tra l’altro), viaggiatore, mozzo e vagabondo delle stelle come un personaggio di Jack London (dall’America Latina all’Olanda, dove vive).

Magliani è l’erede migliore e l’innovatore di una tradizione letteraria, quella ligure-ponentina, impersonata da Guido Hess Seborga, Giacomo Natta, Francesco Biamonti, Elio Lanteri, Nico Orengo, Giuseppe Conte. Ha saputo fare propria da alcuni di loro, principalmente da Seborga, Biamonti e Lanteri, la capacità di lavorare, oltreché sull’intreccio narrativo, sulla lingua, arrivando a un sapiente impasto, a un linguaggio universale delle cose e dell’animo.

L’italiano scabro, poetico ed evocatore si ingemma così nel dialetto ligure, in quello degli italiani di Buenos Aires, nello spagnolo. Il libro di Magliani è intanto la storia della ricerca, dopo mezzo secolo, di un uomo affondato nell’Argentina dei desaparecidos da parte di un vecchio ragazzo, un bracconiere e raccoglitore di olive, cresciuto senza padre. Nella ricordo di un’estate strana e felice nell’entroterra di Imperia, nei pressi della Val Prino, Leo Vialetti, il protagonista, parte per l’Argentina per sapere qualcosa in più di se stesso e soprattutto per scoprire se quell’uomo, Raul Porti, che gli dava lezioni di italiano e lo trattava come un piccolo amico o un figlio, sia stato ammazzato dai militari fascisti negli anni della dittatura di Videla.

Altro non è dato di aggiungere, nella trama, per non guastare il piacere di leggere e di seguire i colpi di scena che si susseguono. In tutto il romanzo, nelle evocazioni della Liguria dell’entroterra, della pampa argentina, “l’alfabeto della malinconia”, come dice l’autore, innesta il destino e la vita in una “guerra di resistenza contro il presente”. Quel presente che significa, innanzitutto, perdita delle radici, della memoria, della storia: dalla Liguria spolpata dalla speculazione edilizia, e dalla corruzione, del Duemila, all’Argentina che ha rimosso molto in fretta l’orrore della dittatura e non ha perseguito realmente i responsabili dei massacri.

Dopo avere scritto romanzi e racconti più che pregevoli, da Quell’estate a Dolcedo a L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (in cui rivive anche il suo non banale rapporto epistolare con Antonio Tabucchi), Magliani, narratore appartato, anarchico, lontano da ogni ribalta mediatica, ha composto ora il suo libro perfetto.

Vi si affollano e si fondono i grandi temi umani: l’infanzia, l’adolescenza, l’amore, la vecchiaia; e la colpa e il perdono, la pietà, la giustizia e l’ingiustizia, le parole (spesso inutili) e il silenzio che parla della natura, dei monti, dei torrenti, delle notti di pioggia o di chiarori estivi, dei contadini che innestano le piante. “A pensare”, scrive Magliani, “ci pensano gli occhi”.

 

Dürrenmatt: non ci sono più le ideologie, signora mia, e “la vita umana è mostruosa”

Tra i compiti delle vacanze, da recuperare in extremis prima che l’uggiosa stagione ricominci, c’è la lettura del Matrimonio del signor Mississippi di Friedrich Dürrenmatt, “questo collezionista di favole crudeli e di commedie senza frutto… questo protestante dalla penna difficile e dalle fantasie sperdute”.

Il caustico svizzero (1921 – 1990), dopo aver abbandonato pigramente gli studi, esordì in teatro nel 1947: Il matrimonio è del 1952, ed è la sua terza opera per palcoscenico, poco dopo il romanzo Il giudice e il suo boia, entrambi lavori che lo lanciarono nelle Belle Lettere.

In Italia la prima edizione si deve a Einaudi nel 1960, ma ora a riesumare il tesoretto ci ha pensato Marcos y Marcos, che sta ripubblicandone l’intera produzione di prosa. Pur figlioccio di Brecht, Dürrenmatt è abbastanza disinibito da sbarazzarsi di molte gabbie del teatro epico contaminandole con il vaudeville e il giallo: sfondo di questa messinscena è la fine delle ideologie, in tempi in cui la guerra fredda era appena cominciata e il crollo del muro, e dell’Urss, di là da venire.

Protagonista è Anastasia, che si concede un po’ a questo un po’ a quello: sposa Florestano Mississippi, procuratore di Stato; flirta con l’amico comune, il conte Bodone; si fa il ministro della Giustizia Diego; tresca con Saint-Claude, spia sovietica. Grazie a costui si scoprono gli scheletri nell’armadio dell’integerrimo giudice Mississippi, sodale d’infanzia nonché socio nella gestione di un bordello: entrambi, poi, furono folgorati sulla via della perdizione dal Capitale e dalla Bibbia, riciclandosi rispettivamente come giustiziere sociale e boia in tribunale.

Quanto l’ideologia sia una fede malriposta lo sa l’unico perdente della pièce, il conte, decaduto, povero, cieco e alcolizzato: per lui conta solo l’amore – ah l’amore – per Anastasia, ma neanche quello, alla fine, può scampare al ridicolo. “La vita umana è mostruosa”, signora mia.

 

 

I “Sei” di Latini in bianco (spinto)

Torniamo a teatro e torniamo a Pirandello, per ricordarci che il “palcoscenico è il luogo in cui si gioca sul serio”: un po’ poco. Così è (se vi pare): questa sera non si recita a soggetto ma si è in cerca d’autore nella personale e originale riscrittura di Roberto Latini, Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?, che si contamina pure con l’Amleto di Shakespeare e i suoi clown becchini.

Prodotta da Fortebraccio Teatro e appena passata a Short Theatre (che si chiude domani a Roma con il promettente Overload dei Sotterraneo, sold-out da giorni), la pièce è diretta sempre da Latini (musica e suono di Gianluca Misiti; luci e direzione tecnica di Max Mugnai), ma interpretata da PierGiuseppe Di Tanno, il “settimo personaggio” pirandelliano, in maschera bianca, iridi bianche, unghie bianche, ghigno bianco, canottiera bianca, gorgiera viola, tanto nessuno qui è scaramantico.

Spinto, teso, sexy, muscolare, nervoso, sudato, gridato, l’eccellente performer recita molte parti: non tutte, però, e non sempre chiare e distinte così da inficiare la fruizione del dramma. La trama, poi, si concentra perlopiù sulla tragedia finale – la duplice morte della Bambina e del Giovinetto –, tralasciando le scene più torbide della liaison “incestuosa” tra il Padre e la Figliastra: eppure, epurato il torbido, il torbido ritorna, prepotentemente, violentemente, morbosamente. Purtroppo sembra che goda (o soffra) solo lui, l’attore, sempre con un tono di troppo, come troppi sono i finali, gli intrecci, gli effetti sonori…

Funzionano, invece, i momenti metateatrali, più intimi e contenuti, che danno sostanza e lirismo al gioco – molto drammatico, invero – tra realtà e finzione: questa “produzione indaga la metateatralità dei Sei personaggi e la sollecita fino a farne una performance drammaturgica”, così nelle note. “La reclamanza, l’urgenza, la resistenza al palcoscenico, la delicatezza del poco e del niente (…) è davvero ciò che interessa”. Davanti a un bianco fondale, appollaiato su un trespolo che diventerà poi bara e vasca da bagno, Di Tanno recita come Latini, fin nelle pose o nelle intenzioni più sottili: probabilmente anche questa scelta rientra nella dinamica “realtà vs finzione”, ma convince poco, o suona autoreferenziale, ai limiti dell’onanismo, come nel precedente Teatro comico di Goldoni, passato al Piccolo lo scorso marzo.

Una domanda sorge spontanea, anzi tre: se lo iato tra realtà e finzione, verità e menzogna, interessa solo a coloro che “act, do or perform”, perché mostrarlo al pubblico? E viceversa, se anche il pubblico è interessato, perché farne una esclusiva del palcoscenico? Chi l’ha detto che il teatro sia l’unico “luogo in cui si gioca sul serio”?

In tour a Bologna, La Soffitta, 8 novembre; Firenze, Cantiere Florida, 14 marzo; Milano, Franco Parenti, 19-24 marzo; Bari, Kismet, 30 marzo; Cannara (Pg), Festival Strabismi, 12 maggio

Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?