Piccole donne, e quattro: arriva la versione di Greta Gerwig

Marco Giallini e Valerio Mastandrea sono tornati a recitare insieme in Domani è un altro giorno, opera seconda dopo l’apprezzato Hotel Gagarin del regista romano Simone Spada che ha adattato per l’occasione il film argentino di Cesc Gay Truman – Un vero amico è per sempre. Realizzato da Manuel e Maurizio Tedesco per Baires Produzioni e Medusa il rifacimento italiano ambientato tra Roma, Barcellona e il Canada vedrà in scena due grandi amici che si ritrovano a distanza di tempo per quattro giorni: uno dei due è malato, l’altro lo raggiunge dal Canada dove vive e lavora. Tra loro saranno tante le cose da dirsi e da sistemare, tra cui la sorte di un cane, Pato, destinato ad avere uno spazio importante all’interno del racconto.

Un cast di grandi star verrà riunito a breve per la quarta e molto attesa trasposizione di Piccole donne in uscita alla fine del 2019 diretta questa volta da Greta Gerwig, la 35enne attrice e regista icona del cinema indie americano candidata all’Oscar quest’anno per la regia e la sceneggiatura del sorprendente Ladybird. Il nuovo film tratto dal romanzo del 1869 di Louisa May Alcott vedrà nel ruolo delle quattro sorelle Emma Watson (Meg); l’interprete di Ladybird Saiorse Ronan (Jo); quella di Lady Macbeth, Florence Pugh (Amy) e Eliza Scanlen (Beth), reduce dal successo nella serie tv Sharp Objects, oltre a Meryl Streep (Marmee March), Timothee Chalamet (Laurie Laurence), Laura Dern e Louis Garrel.

Louis Garrel ha intanto presentato al Festival di Toronto la commedia romantica sceneggiata da Jean-Claude Carrière L’Homme Fidèle, di cui è regista e interprete con sua moglie Laetitia Casta e Lily-Rose Depp, figlia diciannovenne di Johnny Depp e Vanessa Paradis.

 

Le vere famiglie sono quelle del seminterrato

Lasciare sullo sfondo l’efficienza giapponese, il capitalismo sfrenato, la convulsione tecnologica di Tokyo. Dalle vette dei grattacieli abbassare lo sguardo fino ai seminterrati nascosti per scoprirne il sovraffollamento in un disordine che profuma (ancora) di umanità. È li che ci porta il nuovo film di Kore-eda Hirokazu, acclamato vincitore della Palma d’oro al 71° Festival di Cannes. Un affare di famiglia è un’opera esemplare sulle derive della società contemporanea giapponese (ma non solo) e che, come spesso accade di fronte ai lavori del 56enne cineasta di Tokyo, è assai più complessa di quanto le sue apparenze formali (compostezza di sguardo, regia pulita e minimalista) inducano a ritenerla.

Perché dietro alla famigliola protagonista che sopravvive sull’arte del piccolo furto quotidiano si erge la messa in discussione di un modello antropo/sociologico dato per scontato, quello fondato sia sui legami famigliari che sul rapporto fra individuo e la comunità di appartenenza. Per estensione si può considerare questo dramma criminal-familiare uno dei testi cinematografici più lucidi degli ultimi anni sul conflitto fra legge morale e legge sociale: conflitto che stringe il cittadino verso scelte estreme fino al ribaltamento valoriale degli stessi legami di sangue a favore di vincoli “diversamente” costruiti. Nel fuoricampo alla base della miseria in cui l’operaio Osamu e i suoi cari versano è il terremoto che nel 2011 sconvolse il Giappone destabilizzandone gli assetti predominanti. Da quel momento il popolo del Sol Levante si è trovato costretto a riformularsi, benché il tragico evento geofisico sia stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo, contenitore disumanizzante dettato dal capitalismo sfrenato di cui sopra. Allo sguardo attento di Kore-eda, come di altri registi suoi connazionali, il dato non è sfuggito: concentrandosi sulla materia a lui più cara – la famiglia appunto – il cineasta ha radicalizzato le sottili ma profonde disfunzioni su cui questa declina la sua espressione contemporanea. Un’indagine, la sua, che affonda su radici antiche (si pensi al dramma Nobody Knows, 2004) ma che ultimamente si è maggiormente focalizzata: dallo scambio dei figli di Father and Son (2013) alla sorellanza derivativa di Little Sister (2015) fino alla paternità usurata di Ritratto di famiglia con tempesta (2016). Capitolo (forse) conclusivo di una tetralogia, Un affare di famiglia è l’opera definitiva sulla silente “rivoluzione” socio-culturale dal basso: la famiglia anarcoide protagonista ne è prototipo perfetto, laddove lo stare assieme rifugge dalla genetica ma è una scelta serena e “inclusiva”, capace cioè di adottare una bimba abusata trovata per strada. Nel loro agire vive la naturalezza di una pietas elevata a risposta valida contro il Male contemporaneo, almeno secondo l’umanista Kore-eda la cui macchina da presa sempre empaticamente prossima sta a significare che i suoi non sono personaggi bensì persone.

“Ho sperato che il film finisse diversamente”

Da giovedì scorso nelle sale e su Netflix “Sulla mia pelle”, il film di Alessio Cremonini che ricostruisce gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi. Così la sorella Ilaria racconta al Fatto le sue impressioni sulla pellicola.

Sono rimasta colpita fin da subito dalla somiglianza che Alessandro Borghi è riuscito a raggiungere con Stefano. La voce, il modo di parlare. Il modo di camminare.

Insieme a lui ho visto me stessa e i miei genitori.

Ho provato una strana sensazione all’inizio. Mi faceva strano che tutti quei bravi attori si fossero impegnati per interpretare proprio noi. La famiglia Cucchi. Chi siamo noi, in fondo, per meritare tanta attenzione? Non riesco a crederci, mi pare surreale. Perché tanta importanza? Mi sono addirittura un pochino vergognata a vederci rappresentati su quel grande schermo davanti a me, davanti a tutti.

Ma poi ho rivissuto mio fratello, gli ultimi momenti in cui l’ho visto vivo e poi tutto il resto. Fino al riconoscimento all’obitorio. Ho rivissuto tutto, ogni singolo momento del suo e del nostro calvario. Inutile parlare del dolore rinnovato. Ho visto le nostre vite dentro quello schermo. Col groppo in gola ho sperato, durante tutta la proiezione, che a un certo punto la storia narrata deviasse stravolgendo il corso degli eventi per un finale diverso. Un finale magari non proprio del tutto a lieto fine ma comunque diverso.

No, dai – pensavo – Stefano non può morire così, in questo modo atroce. Di dolore. Magari qualcuno in extremis interviene e si occupa di lui e lo salva. Magari rimangono impuniti coloro che lo hanno pestato e lui rimane in carcere ma vivo, e noi possiamo finalmente rivederlo. Ma Stefano non ce la fa e in carcere non ci rimane.

Il film finisce e Stefano è morto. Non è possibile un finale diverso.

Ora è libero e ci guarda da lassù.

Era un ragazzo eccezionale semplicemente perché era mio fratello. Non doveva finire così ma così è finito.

Perché non accada mai più. Perché Stefano Cucchi, pur essendo un ultimo con tutti i suoi difetti, aveva un’anima, eccome se ce l’aveva! Perché tutti abbiamo una storia alle spalle, un’anima dentro da salvare, anche se ultimi e sconosciuti.

Non deve accadere mai più.

Romolo+Giuly, là dove c’era il Bardo ora c’è la lotta di classe

Ha le spalle abbastanza larghe Shakespeare per reggere l’urto di una comedy romana, e pazienza se Verona è lontana, se Rosalina e Mercuzio non sono stati scritturati, se gli amanti non sono nati sotto contraria stella e se di una tragedia si è fatto un dramma satiresco 2.0. Romolo + Giuly. La guerra mondiale italiana – la nuova serie di Fox, prodotta da Wildside e Zerosix, in onda ogni lunedì dal 17 settembre (otto episodi da 30 minuti l’uno) – è costruita sulla “falsa falsa falsa falsa riga di Shakespeare”: come si evince dal titolo, c’è più Baz (Luhrmann) che Bardo, più fumetto che teatro, più caciara che letteratura. Ma meno male: meglio un tradimento riuscito che la fedeltà forzata.

Spolpato il canovaccio originale, al cuore di Romolo + Giuly resta la contrastata storia d’amore tra una “fighetta” di Roma Nord e un “coatto” di Roma Sud, ma la fregola post-adolescenziale è solo la miccia, un poco pretestuosa, per innescare “la guerra mondiale italiana”: il conflitto, infatti, non riguarda solo due potenti famiglie capitoline – i Copulati, palazzinari pariolini, e i Montacchi, monnezzari spiaggiati a Ostia –, ma si allarga a tutta Italia, con la malavita di Milano e Napoli che, coalizzata, progetta il sacco di Roma. Sarà una lotta senza quartiere, fuori e dentro la città, passata alla storia per le sue “tre mezze giornate”: nessuno qui fa la guerra prima di pranzo.

La serie è nata dall’estro creativo di tre trentenni, ingaggiati in quanto “nuova classe dirigente della commedia”: Michele Bertini Malgarini (anche regista), Giulio Carrieri e Alessandro D’Ambrosi (anche primattore), autori dell’omonimo corto per il web, pluripremiato nel 2016. La mossa più intelligente – anche per volere di Fox, che ha chiesto agli autori di “uscire dal raccordo anulare perché la serie web era troppo romana” – è proprio quella di aver esteso il dramma a tutto il Paese, in una feconda e felice esplosione di “piani narrativi e contesti sociali”, che permette di “arrivare a un pubblico più vasto” e meno geolocalizzato.

Il cast vanta ottimi caratteristi, a iniziare da Beatrice Arnera e dal succitato D’Ambrosi, alias Giuly e Romolo, seguiti dai loro nobili – attorialmente parlando – casati: i genitori Copulati (Massimo Ciavarro e Michela Andreozzi) e i genitori Montacchi (Federico Pacifico e Lidia Vitale). Seguono gli altrettanto irriverenti personaggi di Fortunato Cerlino (boss della fazione napoletana), Giorgio Mastrota e il pupazzo Tciù (capi della massoneria meneghina), Francesco Pannofino, Nunzia Schiano, Niccolò Senni, Umberto Smaila… oltre ai camei di Paolo Bonolis, Giorgio Panariello, Le Coliche et al..

“Spavaldo e sfrontato”, il progetto si serve del citazionismo spinto, parodiando soprattutto il cinema, dal Titanic a Guerre stellari, ma saccheggiando anche i cartoon americani (tipo i Griffin) e il teatro di cassetta, da Eduardo all’Amleto. Per fortuna – visti i tempi – la serie è anche sufficientemente scorretta: c’è persino una “caccia (leghista) al negher”. La scivolata, però, è dietro l’angolo: basta poco e la comicità si inzacchera, diventa sguaiata, scurrile, fumettosa, stereotipata. Le maschere grottesche e “ipertrofiche” dei personaggi, infatti, funzionano benissimo sui partenopei, meno sui milanesi, e via così.

Intanto è già partita la macchina del fango degli sveltoni del web che, dopo aver visto i primi teaser online, hanno riempito di insulti alcuni interpreti (Mastrota in primis), non avendo capito lo spirito della commedia, che è appunto una commedia, la solita: Molto rumore per nulla.

Il funambolo snodabile con l’allergia per l’ovvio

Avolte uguale, col Tragico tascabile, a uno dei tanti schizzi sfuggiti ai taccuini di Federico Fellini – poliforme, polifonico e plurale – fu, con Insetti senza frontiere, come persona del Dramatis Personae di un Ermanno Cavazzoni o come fantasma di un Eugène Ionesco. Sgamato nell’anagramma “Ugone da Certoit”, scambiato spesso per un cappello o, manco a dirlo, per Geremia, in virtù del suo stesso pseudonimo “Geremia Cassandri”, l’uomo Ceronetti – in carne e ossa, in vestaglia, occhiali e camicie spiegazzate – fu sempre se stesso fino a diventare un genere, un modo e un’unica maniera.

Sempre abile a sciorinare le taglienti sentenze della sapienza, al punto di rintuzzare schifato chi prendeva a calci la bara di Erich Priebke (e sempre a dispetto delle noterelle a margine nei convenevoli di società; meno che mai quelli della società letteraria) fu solo, e sempre nella lucente solitudine del pezzo raro.

Scrittore, che fu anche poeta – squillante apostrofo, tra le prime firme nell’accigliata verve brezneviana de La Stampa, il quotidiano della sua Torino – ebbe l’acume del filologo nel virtuosismo del cesello.

Così nel ruolo del biblista (senza tema di sfigurare col cardinal Martini), quindi da traduttore di Catullo – esegeta dell’aura latina in ogni propaggine, perfino la santa messa di San Pio nel rito amato da Cristina Campo – e poi da notista, da editorialista e per svelarsi definitivamente attore. E sempre presente a se stesso.

Quattro giorni fa ha avuto impartito il consalamentum, l’estrema unzione della tradizione. Ancora prima – guadagnando il traguardo del tribolo, issando lo sfibrarsi dei suoi 91 anni su un deambulatore – ha come spento, una dopo l’altra, le luci della ribalta per ogni urto al cuore, per ciascun focolaio ai bronchi, e ai polmoni, e arrivare smarrito – ma presente a se stesso – al sipario dell’ischemia. Nel copione chiamato destino. Quello stesso titolo, il destino, cui rivolgeva l’inchino svelando il perché recondito del suo estremo dasein – l’essere lì, a Cetona, nelle colline senesi – senza soldi ma ricco dell’ammirazione altrui. E sono sempre a gratis i complimenti verso gli scavalcamontagne cui non manca immaginazione e voce (e colore) per fabbricare e animare le marionette nel teatro domestico, come faceva lui offrendo agli amici l’irripetibile e già perfetto istante dell’arte.

Attore, appunto. Puparo, a voler precisare, raccontatore dell’illimitato nel limite circoscritto di tinello e cucinino, assistito dalla moglie Erica Tedeschi – il suo Teatro dei Sensibili – fu l’unico a inverarsi nell’epigramma del suo amato Marziale: “I versi sono miei ma se li reciti male, ecco, diventano tuoi!”. E fu tutto suo quel mondo – italianissimo e latinissimo – a sola sua esclusiva immagine e somiglianza. Sua l’invettiva sulle “menzogne nostre, italofone”. È scritto tutto nell’intervista rilasciata a Silvia Truzzi, andate a rileggervela nel sito del nostro giornale ed è eco di paroliberismi puntuti, taglienti, salvifici contro “bugie povere, senza grandezza, spurghi del pensiero unico che si maschera di anglismi, di sondaggi e di paraocchi economicoidi”.

Un formidabile ritratto – leggetelo! – in un tribolo di messa in scena: “Nessuna verità, neppure un quartino, mai”. Eco di Dostoevskij, di Florenskij, di Bernardo da Chiaravalle, tanto è forte il tamburo di Dio in quel petto fatto di frale cartamusica.

Un contrappunto alla sepolcrale rigidità giacobina fu il suo Un tentativo di colmare l’abisso, l’epistolario con Sergio Quinzio, edito da Adelphi; fu artigiano nel tagli e cuci tutto suo di personaggi, appunti, registrazioni e scarabocchi, oggi eredità materica presso l’Archivio Prezzolini a Lugano.

Sua fu La Buca del tempo: la cartolina racconta.

E tutta sua, infine, fu – malgrado il reclutamento giovanile nella caserma editoriale Einaudi – la sua inadeguatezza alla tensione mondana. Il suo specchio, ben più delle stucchevoli comparazioni con autori alla moda, fu il conte Guido Piovene di Valmarana, l’autore del Viaggio in Italia cui Ceronetti – officiando una sincera amicizia – prese in prestito il canone al costo di un vero e proprio plagio con Un viaggio in Italia per ripercorrere nel 1983 lo stesso tour, compiuto in tutti i modi, con tutti i mezzi e tutte le bestemmie ma per lasciarci, nel confronto, le penne. E ancora una volta col gusto dell’attore. A fare, insomma, il servo di scena per il signor conte. Al modo dei guitti. Sempre lunari, snodabili al punto di rintanarsi tra le nuvole. Nel tutto e nel niente.

A New York puoi scegliere X: né maschio né femmina

“Gender X”: la scritta che d’ora in poi potrà comparire sul certificato di nascita di chi è venuto alla luce a New York e non si riconosce né nel genere maschile né in quello femminile. La decisione è stata presa a grande maggioranza al City Council e permetterà anche ai genitori di poter scegliere la “X” per designare i propri figli neonati. Esultano la comunità transgender e Lgbt della Grande Mela che parlano di “decisione storica”. Gli adulti che lo desiderano potranno cambiare il proprio certificato di nascita senza che ci sia bisogno di una certificazione medica. La legge che il sindaco dem Bill De Blasio firmerà entrerà in vigore dal 1° gennaio 2019. “I newyorchesi non avranno più bisogno della documentazione di un dottore per cambiare il proprio genere sul certificato di nascita e non saranno più trattati come se la loro identità fosse una questione medica”, ha spiegato il portavoce comunale. Di “decisione eccezionale” parla Carrie Davis, l’avvocato transgender che ha condotto la battaglia per il Gender X, sottolineando come la svolta arrivi “in tempi di pericolo e incertezza sul fronte dei diritti dei transgender”. Stati come California, Oregon e Montana permettono di cambiare il genere sul certificato, ma non prevedono il segno “X” invece di “maschio” o “femmina”.

Condannato il “grande fratello” inglese

Una sentenza descritta come una pietra miliare nello scontro sempre più attuale fra diritti individuali e sicurezza nazionale. Per i giudici della Corte europea dei Diritti umani di Strasburgo il governo del Regno Unito non ha assicurato il pieno rispetto della privacy dei suoi cittadini e non ha garantito la necessaria protezione delle fonti giornalistiche.

Il parere legale ha valutato tre aspetti della sorveglianza digitale: intercettazioni di massa, rispetto della libertà di espressione e condivisione intergovernativa delle informazioni raccolte. Nei primi due casi, i giudici hanno stabilito che il governo britannico ha violato la Convenzione europea dei Diritti umani, mentre nel terzo non hanno rilevato illegalità. È la coda legale dello scandalo Datagate, esploso nel 2013, quando Edward Snowden, ex analista della Cia e consulente dell’agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, la Nsa, consegnò al giornale britannico Guardian e all’americano Washington Post le prove di come l’agenzia avesse messo in pratica una sorveglianza di massa, partendo dal tentativo di intercettare le comunicazioni delle organizzazioni criminali e terroristiche.

“Anche se non stai facendo niente di male, qualcuno ti osserva e ti registra” fu la sua denuncia; ricercato dalle autorità di Washington, trovò la Russia ad aprirgli le porte, ed è lì che ancora si trova. Un’operazione di ‘spionaggio di Stato’ globale in cui sono coinvolti i servizi di diversi Paesi fra cui la Gcgh, l’agenzia di intelligence del Regno Unito. Quattordici fra ong, giornalisti e attivisti dei diritti umani di tutto il mondo hanno presentato un ricorso a Strasburgo. Ieri, la Corte europea ha dato loro ragione.

“Per cinque lunghi anni, i governi hanno negato che la sorveglianza globale di massa violasse i nostri diritti. E per cinque lunghi anni abbiamo dato loro la caccia in tribunale. Oggi abbiamo vinto. Non ringraziate me, ma tutti quelli che non hanno mai smesso di lottare”, ha scritto Snowden sul suo profilo Twitter.

Caroline Wilson Palow, consigliera generale di Privacy International, ha affermato: “La sentenza della Corte critica il regime delle intercettazioni in vigore nel Regno Unito per aver lasciato eccessiva mano libera alle agenzie di sicurezza di scegliere chi spiare e quando spiarlo. Se è tecnicamente possibile intercettare tutte le nostre comunicazioni private, questo non significa che sia anche legale. La sentenza prosegue, giustamente, affermando che raccogliere i dati – ossia il chi, il cosa e il dove delle nostre comunicazioni – è illegale tanto quanto raccoglierne i contenuti. Da questo punto di vista la sentenza rappresenta un importante baluardo a difesa della protezione della nostra riservatezza”. Ma, almeno per il Regno Unito, potrebbe essere una vittoria temporanea. I magistrati, riconoscendo la gravità delle minacce del terrorismo, abusi sessuali online e altri cybercrimini, hanno sottolineato come la sorveglianza di massa possa essere necessaria, pur nel rispetto di certe garanzie, nell’interesse della sicurezza nazionale. E la sentenza si basa sulla Regulation of Investigatory Powers Act del 2000, in vigore ai tempi dello scandalo; sarà presto soppiantato da una nuova legislazione, già approvata da Westminster.

I media uniti del Cremlino scagionano gli “spioni”

Siamo noi”. Illuminati dai flash delle telecamere della tv di Stato Russia Today, in un angolo di quello che sembra un ufficio, tavolo e pareti beige sovietico, Aleksandr Petrov e Ruslan Bashirov siedono nervosi di fronte a una delle donne più potenti di Russia, Margarita Simonyan, capo-redattrice del colosso mediatico del Cremlino che opera in quasi 50 lingue nel mondo. “Assomigliate agli uomini delle foto segnaletiche di Londra. Sembrate voi. Siete proprio voi? E voi chi siete?”. Sembrano arrivare da una sceneggiatura di Ionesco le prime battute dell’intervista della Simonyan ai due presunti colpevoli dell’avvelenamento di Serghey Skripal, ex spia della Gru, servizi segreti russi.

“Siamo noi: Petrov e Bashirov”. Sono solo due comuni turisti che hanno visitato Salisbury nel primo weekend di marzo, nella città c’è una zabor, una cattedrale famosa per il suo orologio. Volevano vedere anche Stonehenge, ma c’era la neve e non hanno proseguito il viaggio.

“Li abbiamo trovati”: solo un giorno dopo la laconica sentenza di Putin al Forum economico di Vladivostok, i due uomini più ricercati di Londra sono sugli schermi delle tv di tutta la Federazione e parlano. Quello di Skripal per i russi non è più un delo, un caso, ma una saga, una telenovela geopolitica, un’epopea mediatica in perenne aggiornamento per non annoiarsi senza Guerra Fredda all’ora di cena.

I due russi dicono di lavorare nell’industria del fitness, ma non possono dare dettagli per non coinvolgere altri nella vicenda. Non avevano né il novichok, né l’indirizzo di casa di Skripal: non sanno nemmeno chi è.

Se sono stati spesso a Genova è perché da lì raggiungono il Monte Bianco, ora vogliono che la Gran Bretagna trovi i veri colpevoli, perché “la nostra vita è un incubo, le nostre facce sono in tv, non possiamo uscire per strada, chiediamo la protezione dei media” dicono i due alla Simonyan, che ricorda: “Sono una giornalista, non un avvocato. Voi siete membri della Gru?”. Negano e le fanno la stessa domanda, ricordandole: “Questo non è un interrogatorio”. Alla giornalista che suggerisce che diventeranno “star dei talk show” dicono solo di “voler essere lasciati in pace”.

Per le autorità di Londra il video non è altro che “offuscamento e lies, bugie”; per Mosca le accuse di Londra sono al pari “manipolazione e lzhi, bugie”: Bashirov e Petrov sono civili, non agenti Gru.

Mentre l’intervista va in onda, comincia la zuffa a distanza tra ministeri degli Esteri: per Boris Johnson le prove della colpevolezza di Mosca sono “sconcertanti”, per la bionda portavoce di Sergey Lavrov, Johnson “guida la scialuppa bucata di Theresa May”.

Al Consiglio Atlantico a Washington intanto invitano la vedova di Litvinenko, l’ex spia russa avvelenata a Londra, per parlare della propaganda russa: “In Russia non distinguono più il falso dal vero”. Come riferito dai servizi segreti spagnoli pochi giorni fa, sia Skripal che Litvinenko erano agenti ancora attivi, aiutavano Madrid contro la mafia russa sul territorio.

La Simonyan ha fatto molte domande, ma tutti gli altri giornalisti russi ne hanno molte altre. Quelli indipendenti del sito Meduza si chiedono: “Dove si è svolta l’intervista? Perché i due non mostrano foto della cattedrale? Dove abitano? Perché parlano così poco di loro stessi? Davvero per la sneg, la neve, due russi hanno rinunciato a proseguire un viaggio? Come facevano ad avere il numero della Simonyan che hanno contattato telefonicamente?”. E poi l’ultimo interrogativo della lista che è proprio uguale al primo: “Insomma, chi sono i due uomini in video?”.

In Algeria torture agli indipendentisti. Così morì il matematico Maurice Audin

Il presidente Macron è il primo ad ammettere che in Algeria, durante la repressione dei movimenti di indipendenza, fu usata la tortura. In particolare, questo sistema portò alla morte del matematico Maurice Audin, attivista comunista indipendentista che scomparve nel 1957. Ieri la dichiarazione ufficiale: “Morì sotto le torture derivate dal sistema provocato mentre l’Algeria era parte della Francia”. E ancora, è stata annunciata “l’apertura degli archivi sul tema dei civili e soldati scomparsi, sia francesi che algerini”. Durante la guerra tra il 1954 e il 1962 morirono 1,5 milioni di algerini e le forze francesi usarono ogni mezzo contro gli indipendentisti nella colonia. Audin fu torturato ripetutamente; alla vedova Josette fu detto che era scappato mentre veniva trasferito tra due prigioni. Questa è rimasta la versione ufficiale di Parigi sino al 2014, quando l’allora presidente François Hollande ammise che Audin era morto in carcere.

Un’altra Europa esiste, oltre gli Stati

Immaginate esista una maggioranza politica in tutta Europa a favore della chiusura dei paradisi fiscali, di una politica migratoria comune, di un piano di investimenti in riconversione ecologica e industriale e della difesa della libertà d’espressione e dei diritti fondamentali. La buona notizia è che tale maggioranza esiste. La cattiva è che gli Stati nazionali ne boicottano ogni azione.

Stiamo Parlando del Parlamento europeo, che a grande maggioranza ha appena chiesto l’attivazione di sanzioni politiche nei confronti del governo autoritario di Viktor Orbán. Il motivo: ripetute violazioni dei diritti fondamentali, in particolare per quanto riguarda il controllo politico su giustizia, informazione e scuola, nonché il sistematico utilizzo clientelare dei fondi europei. Anni fa si tentò, fallendo per un voto, un’azione simile riguardante il controllo dell’informazione esercitato dal governo di Silvio Berlusconi.

Ora la palla passa al Consiglio europeo, che racchiude i capi di Stato e di governo in estenuanti, e tendenzialmente inconclusive, negoziazioni segrete. È probabile che qui, complici i classici giochi di favore fra governanti, la richiesta del Parlamento venga affossata. E che i cittadini ungheresi vittima degli abusi del proprio governo vengano lasciati a loro stessi.

Non si tratta però di un caso isolato. Solo pochi mesi fa lo stesso Parlamento europeo ha approvato un’ottima riforma del Trattato di Dublino, il testo che governa la politica migratoria europea. Nonostante la Lega non abbia mai partecipato ai lavori parlamentari e abbia inspiegabilmente anche votato contro – prima viene l’amico Orbán, poi gli italiani? – la risoluzione prevede ricollocamenti automatici e gestione condivisa degli arrivi. Come è finita la storia? Legge arenata nelle sacche del Consiglio europeo, perché ogni capo di governo deve fare il duro per le proprie televisioni.

Ancora un esempio: l’evasione fiscale. L’Unione perde fino a 1.000 miliardi di gettito imponibile grazie al sistema dei paradisi fiscali – di cui almeno 5 all’interno dell’Europa (Malta, Lussemburgo, Olanda, Cipro, Irlanda). Sono soldi che vanno ad arricchire i bilanci miliardari delle multinazionali che ne fanno uso – da Google a Ikea – e che vengono sottratti all’erario nazionale. Il Parlamento europeo ha chiesto a gran voce di mettere fine a questo scandalo. Sappiamo come farlo e potremmo farlo domani. Conclusione: ogni iniziativa è stata bloccata dal Consiglio europeo, perché ogni capo di governo ha qualche multinazionale da difendere.

Ungheria, migrazione, giustizia fiscale. Tre vicende che sono in realtà un unico scontro. Da un lato il Parlamento europeo: direttamente eletto dai cittadini e sempre più capace di trovare una sintesi che rappresenti l’interesse comune dei cittadini. Dall’altro il Consiglio europeo, in cui tanti piccoli capi di governo si mettono veti reciproci precipitando l’Unione nell’inconcludenza. Da un lato, un seme di democrazia transnazionale. Dall’altro, i rimasugli di un sistema di diplomazia internazionale oramai superato dalla storia. Da un lato il popolo. Dall’altro il Congresso di Vienna.

Non basta lamentarsi che l’Europa non faccia sentire la propria voce. La causa sta nella volontà degli Stati nazionali di impedire la nascita di una vera democrazia europea. E quindi, invece di andare a Bruxelles a lamentarsi, a minacciare o ad elemosinare scampoli di flessibilità, si dovrebbe mettere sul tavolo una proposta semplice quanto dirompente: la democratizzazione del continente. Per recuperare sovranità popolare esiste una soluzione: sui grandi temi europei, tutto il potere al Parlamento europeo!