Ora Macron scopre la povertà e spera in sondaggi positivi

Emmanuel Macron tenta di scrollarsi di dosso l’etichetta di “presidente dei ricchi”. Al minimo storico di popolarità, ha presentato ieri il suo plan pauvreté da 8 miliardi di euro in 4 anni per “sradicare la grande povertà” in Francia e annunciato, a sorpresa, in un discorso di un’ora e mezza al Musée de l’Homme, la creazione di un “reddito universale di attività”, molto simile al reddito di cittadinanza dei 5Stelle in Italia.

In Francia chi è senza lavoro e non riceve più sussidi di disoccupazione ha diritto alla Rsa-Revenu de solidarieté active, pari a 550 euro mensili. Nel progetto del governo, la Rsa e le altre prestazioni sociali saranno accorpate in un unico “reddito universale di attività”, destinato a chi ha un reddito inferiore a una certa soglia e solo a certe condizioni: che il destinatario sia iscritto a una formazione o a un percorso di reinserimento professionale e che non rifiuti più di due offerte di lavoro “ragionevoli”.

Il sistema cambia in profondità. Macron mette dei paletti al tradizionale modello di assistenzialismo alla francese che aiuta chi è in difficoltà senza chiedergli nulla in cambio. Il piano anti-povertà prevede anche 50 milioni di euro da investire nell’infanzia.

È in programma la creazione di 30 mila nuovi posti negli asili, una batteria di misure per aiutare le madri che tornano al lavoro, la distribuzione della colazione a scuola nelle aree più svantaggiate, l’introduzione di pasti a un euro nelle mense scolastiche per le famiglie più povere, l’istruzione obbligatoria fino ai 18 anni.

In Francia, secondo l’istituto di statistica Insee, ci sono 8,8 milioni di poveri. 3 milioni sono i bambini, ovvero 1 su 5. Sono considerate povere le persone sole che guadagnano meno di 1.026 euro mensili e le famiglie con due figli che vivono con meno di 2.131 euro. L’Ipsos indicava alcuni giorni fa che il 27% dei francesi non si può permettere di mangiare frutta e verdura tutti i giorni e che il 19% ha difficoltà a pagare la mensa della scuola. Da dati Eurostat del 2015, il tasso di povertà in Francia è al 13,6%. Di fatto, uno dei più bassi d’Europa, inferiore alla media europea di 17,6%, mentre in Italia è al 19,9% e in Grecia al 21,4%. Macron ha usato ieri delle belle parole: “La povertà non deve essere più ereditaria”. Ha anche citato Saint-Exupery: “Quando impediamo a un bambino di diventare ciò che vuole, stiamo assassinando Mozart”. C’è da chiedersi quanto queste parole siano strumentali. Il presidente gioca la carta sociale nel tentativo di riconquistare l’opinione pubblica, soprattutto quella più a sinistra. Ma non è detto che i francesi dimentichino così in fretta i 50 mila euro spesi per acquistare il nuovo servizio di piatti per l’Eliseo. Né che il plan pauvreté, che doveva essere presentato a luglio, è stato rinviato a causa dei Mondiali di calcio in Russia. Né che la riforma della tassa patrimoniale, una delle prime misure del governo, ha già fatto “regali” per più di 3 miliardi di euro ai più ricchi.

Invece chi è in difficoltà oggi prima di poter accedere al nuovo reddito universale promesso da Macron dovrà aspettare più o meno due anni. La legge sarà presentata nel 2020 e, coi tempi del voto, prima che entri in vigore ci vorrà il 2021. A un certo punto Macron, nel suo discorso di ieri, ha definito i poveri l’“ultima ruota del carro che non bisogna dimenticare”. Un’espressione che ne ricorda un’altra e che aveva sollevato tante polemiche appena alcuni mesi fa, quando Macron aveva criticato la “caterva di soldi” che vengono spesi male in sovvenzioni sociali, perché “tanto i poveri restano poveri”.

“La morte dell’attesa, morire all’attesa è il peggior morire”

Pubblichiamo un estratto da “Messia” di Guido Ceronetti

Raccolgo qui per pochi (i molti non sono per la poesia, altro che nulla; ai molti vanno le canzoni, la propaganda, la democrazia…) i vecchi e i nuovi testi miei di poesia, editi e inediti, attinenti in qualche modo al Messia […] Non l’aspetto, non mi pare di averlo mai aspettato. Resta però nell’armadio delle speranze cieche, le sole che valgano, e mai ne butterò via la chiave. Si è nel messianico finché si è nell’umano […]

È bello anche pensare che non verrà il Messia, perché questo è, pur così duro, un pensare. […] La morte dell’attesa, morire all’attesa, è il peggior morire. […] Pensare il Messia è soffrire per qualcosa che vale perché ci oltrepassa, per qualcosa che dai confini della carne scruta il Deserto dei Tartari che avviluppa, mare ignoto, mantenendole disperatamente vigili, le possibilità umane. […]

Poesie

“Il Messia non viene”.

“Ma perché dovrebbe venire”.

“Non lo so”.

“Dev’essere necessariamente maschio, il Messia”

“Androgino, è più probabile”.

“Ma ci vuole una donna perché s’incarni”.

“Messia significa mai abortire”.

“Sono perplesso”.

Voce

“Se volete lasciare un messaggio parlate dopo il segnale acustico”.

“Cara non ti ho trovata mi dispiace

Già riparto stasera addio”.

Questo il banale

Messaggio che ripete

A tarda notte la telefonica

Segreteria.

Figura

Al solitario orecchio

Muta. Chi sia

L’ignoto… Bella però

La voce… Era

Il Messia.

La tecnica non è neutra: Severino spiega Oettinger

Non è mai troppo il rilievo che si può dare a quanto ci ha spiegato, tra gli altri, il filosofo Emanuele Severino: la tecnica non è neutra, ogni tecnica organizza attorno a sé un racconto della realtà e dunque, ideologicamente, una sua verità. Ieri il commissario al Bilancio Ue, Günther Oettinger, si è presentato a Montecitorio nella sua veste non tanto di politico o di persona, ma di entità tecnobiologica organizzata attorno alla verità che le è necessaria. Tra le molte cose il nostro ha spiegato – con tono vivace e a tratti in modo sgradevole – che l’austerità non esiste, che gli Stati devono essere credibili come il cliente di un ristorante che ordina un Barbera (esempio, crediamo, suggerito da Juncker) e che il livello dei salari nei singoli Paesi non lo decide lui e quindi, se l’Italia ha problemi di competitività, forse sono troppo alti: è tanto vero che le imprese producono auto dove sono più bassi. Se lavorate a Mirafiori e non vi eravate accorti che i salari fossero così alti non è un problema, ma nel racconto della realtà ideologicamente organizzato chiamata “unione monetaria” ha ragione Oettinger: sono troppo alti e il capitale, come la donna, è mobile. Uno potrebbe provare a reagire con l’azione dello Stato, ma solo in teoria: niente aiuti di Stato, meno spesa pubblica (Oettinger) e “il compito della Bce non è garantire il deficit dei governi” (Draghi ieri). E quella cosa del diritto al lavoro (articolo 4 della Costituzione) e a un salario che consenta “un’esistenza libera e dignitosa” (articolo 36)? Quell’era un’altra tecnica, oggi c’è questa. E non è neutra.

Milano, gli alieni e le luci dell’Expo viste dalla periferie

Milano ai margini. In centro, ben illuminato sotto i riflettori, c’è Starbucks, il McDonald’s del caffè americano che viene a insegnarci il mestiere in Italia, meritandosi subito le code dei fan entusiasti. Ci sono le code anche del nuovo Apple store di piazza del Liberty, cristallo, acqua e tecnologia. Ai bordi è dedicato invece un film che ora (il 21 settembre) arriva al Maxxi di Roma, a raccontare nella capitale il lato nascosto della capitale morale. Magnifiche sorti, di Nicolò Bassetti ed Emilio Mazza, è stato girato in anni di ricerche e di montaggio girando con grande pazienza attorno all’evento che ha santificato Milano e rilanciato il suo ruolo nel mondo e nella galassia: Expo 2015. Ma le luci dell’Albero della Vita, i fasti dell’esposizione universale, i fuochi d’artificio del suo trionfo finale si vedono soltanto da lontano, da una terrazza disadorna nell’estrema periferia milanese, dalle vie attorno, buie e deserte, battute dalle prostitute, dalle celle del contiguo ma ben mimetizzato carcere di Bollate.

C’è Katia, che trascorre le sue giornate nella sua cella affacciata sull’Expo, aspettando con le sue compagne di uscire di prigione. C’è Marco, che racconta la memoria delle vie d’acqua che scorrono attorno al sito dell’esposizione. C’è Marzia, l’assistente sociale che compie i suoi giri notturni fra le prostitute di periferia che lavorano a ridosso delle alte reti metalliche che racchiudono Expo come una fortezza. C’è Giorgio, che spera di far diventare mostra d’arte l’archivio di archeologia industriale del laboratorio fotografico di famiglia. C’è Mustafà, che apre ogni mattina all’alba il suo chiosco al capolinea del tram. L’esposizione universale resta un rumore di fondo, su cui si stagliano vite ai margini, avventure di invisibili, sogni ai bordi, incubi del presente, nostalgie di un passato perduto.

“Magnifiche sorti” è la prima regia di Nicolò Bassetti, già coautore (con Gianfranco Rosi) dello straordinario Sacro Gra, premiato con il Leone d’oro alla settantesima mostra del cinema di Venezia. Quel documentario sciorinava un’incredibile collezione di personaggi che si muovevano ai margini di Roma, sul Grande Raccordo Anulare. Quello su Milano racconta come “l’astronave Expo atterra nella periferia nord-ovest di Milano”. Gli alieni arrivano e prendono possesso di un territorio che nessuno sa più dire se sia Milano, Bollate, Rho, Baranzate. Confini malsegnati che sfuggono – provateci – anche a Google maps. Un carcere, due autostrade, un camposanto. Fabbriche e capannoni che un tempo erano modernità e prosperità. Campi rom su cui hanno piantato la bandiera del degrado.

Nei lunghi mesi del cantiere e poi dell’esposizione, la scena si ribalta: gli alieni diventano padroni, gli autoctoni diventano alieni. C’erano prima, sono restati dopo. Ma sempre più marginali, indigeni espropriati e dimenticati ai bordi del grande, luccicante luna-park.

Le immagini sono nitide, riprese fisse, volti e storie vere che nessun casting avrebbe saputo scovare, nessun autore inventare. Milano non è questa, diranno i cantori delle “magnifiche sorti e progressive”, immemori del passato, felici di un futuro che danno per presente.

Milano non è questa, è la frenesia del food and drink, del caffè Starbucks, delle palmette di piazza Duomo, della scalinata che scende nella pancia dei bit e dei Mac. Milano è anche questa, volti e storie che non hanno parole, che non si fanno storytelling. Dunque non esistono.

 

Le Accuse ad Asia: c’è chi si oppone al cambiamento

Asia Argento tempo fa ha denunciato per pubblici proclami di essere stata stuprata anni prima dal potentissimo Weinstein, padrone della Miramax. La cosa ha scatenato in primis nel mondo cinematografico, e non solo in America, effetti dirompenti somiglianti alle proteste femministe degli anni Settanta. Carriere di registi, produttori e attori di fama planetaria sono state a causa di quelle dichiarazioni per mesi legate a un filo. D’altra parte Hollywood ha spesso originato scandali di natura sessuale: parlo di scandali; perciò fatti mai così dirompenti e diffusi a livello mondiale.

In verità la nostra Asia – una sorta di Edmund Kean dello schermo, e in quanto tale assai scomoda perché realmente anticonvenzionale, niente a che vedere per intenderci con il conformismo di quelle composte famigliole di attori romani oggi imperanti nelle sale cinematografiche – all’inizio si era limitata a confermare sui social l’inchiesta giornalistica del figlio biologico di Mia Farrow e Woody Allen, tra i più accaniti accusatori del padre. Poi, con una serie di interviste supportate nei contenuti da parecchie attrici del calibro di Gwyneth Paltrow e Angelina Jolie, la Argento è assurta a simbolo di una ribellione talmente vasta da disintegrare il maschilismo silenzioso ma dominante nelle major cinematografiche: la sua denuncia ha pian piano assunto le forme di un grande fatto culturale e rivoluzionario. Di qui la nascita del movimento mondiale #metoo, che ha spinto migliaia di donne a raccontare le molestie subite. Weinstein si è così trovato con il pancione a terra, accusato a Los Angeles e a Londra di molestie sessuali da ben 70 donne: non ha potuto che consegnarsi alla polizia. Secondo i procuratori di Manhattan si tratterebbe di stupri di primo e terzo grado.

Beh, dopo questo terremoto non poteva mancare l’onda di ritorno. Siccome nessuno è profeta in patria, proprio nel nostro Paese hanno cominciato a punire la coraggiosa attrice: le hanno tolto un po’ di lavoro per delle accuse riguardanti la seduzione di un minore. Accuse artatamente costruite? Non è che era diventato necessario limitare i danni di una nuova insorgenza femminista? Diciamo le cose come stanno: l’“effetto Asia” era andato dritto dritto contro il mondo di tutti i potenti, dal capo ufficio al regista televisivo, dal padrone del negozio al direttore del supermercato. Insomma un pugno nello stomaco di chi vuole approfittare delle sue dipendenti e che, se rifiutato, può lasciarle senza lavoro. Anche se fossero in parte confermate, le recenti accuse verso Asia non sminuirebbero affatto l’importanza simbolica del suo atteggiamento che solo i nostri tempi hanno trasformato in una dichiarazione di guerra contro il potere maschile. Che poi una vittima di violenze possa essa stessa trasformarsi, malgré soi, in carnefice non cancella affatto la veridicità e la gravità dello stupro primigenio. Peraltro la Argento ha negato “ogni addebito” scaturito dalle parole di una modella, una improbabile star piombata improvvisamente nell’agone. Vien fatto di pensare che difficilmente Asia avrebbe ingaggiato un titanico scontro con la Miramax – la più importante casa produttrice cinematografica del mondo – sapendosi gravata di un tale peso nel suo passato ed esposta pertanto a ricatti e ritorsioni.

Atti sessuali, violenze, stupri sono materia assai delicata per i tribunali perché investono il concetto di attendibilità della parte offesa e la formazione della prova. Ma, in casi come questi, dove imputato e vittima hanno calcato entrambi la scena, la partita non si gioca certo in una austera aula di tribunale ma nel convincimento dei singoli cittadini dove non c’è spazio per il potente di turno. Una cosa è certa: dopo la denuncia di Asia, sembra incredibile, il mondo è cambiato.

 

Consob, dittatura dei burocrati addio

Le dimissioni di Mario Nava da presidente della Consob (che raccontiamo a pagina 8) sono una buona notizia per la democrazia. Proviamo a spiegare perché. La politica è sempre più debole. È sempre meno credibile presso gli elettori e a causa del deficit di autorevolezza mette in campo personaggi sempre più scadenti. Ciò agevola la presa del potere di una casta tecnocratica fatta di alti burocrati e magistrati. Hanno spesso iniziato la carriera come obbedienti esecutori al servizio dei politici della Prima Repubblica. Hanno messo la freccia per il sorpasso con i governi tecnici della Seconda, dal Ciampi del ’93 al Monti del 2011. Hanno completato la mutagenesi del potere a partire dal governo Renzi. Adesso fare i ministri tocca agli “uno vale uno”, improvvisati, giovani in formazione, capitani e cazzari vari che hanno come principale attività e competenza le partecipazioni ai talk show, le dirette Facebook e le figure di palta su Twitter.

Il potere vero, quello lo esercitano loro, i tecnici: direttori generali dei ministeri, magistrati del Tar, della Corte dei Conti e del Consiglio di Stato, magistrati civili e penali, avvocati amministrativisti, cassazionisti, avvocati dello Stato, capi di gabinetto, capi degli uffici legislativi e distaccati vari. Tra le burocrazie e i politici si dipana una specie di kamasutra, che oggi è diventato purtroppo sempre più a senso unico.

C’è un aspetto positivo, i politici non hanno più (salvo note eccezioni) la forza di affidare delicati ruoli tecnici a fedelissimi incompetenti. C’è un aspetto negativo, il progressivo consolidarsi di gruppi di potere con precisi collegamenti a interessi esterni ed estranei al bene comune. Ristrette oligarchie onnipotenti che sfuggono a ogni controllo, essendo i giudici della legittimità dei propri atti. Tutto ciò determina una grave minaccia per la democrazia.

In questo perverso intreccio – che accompagna il declino dell’Italia verso il sottosviluppo – si staglia la figura ormai simbolica di Mario Nava, chiamato a guidare la Consob, l’autorità indipendente (tenete a mente questa parola) che vigila sui mercati finanziari. Lo ha scelto il governo Gentiloni a dicembre, ma la nomina è stata formalizzata ad aprile. Nava è un dirigente della Commissione europea, dove guadagna molto più del presidente della Consob. Il premier Gentiloni e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, i funzionari di Palazzo Chigi, del ministero, del Quirinale e della Corte dei Conti sono stati tenuti in ostaggio per mesi dal capriccio di questo signore di non mettersi in aspettativa (come vuole la legge) ma di fare il presidente della Consob in distacco dalla Commissione europea, che il distacco lo concede a chi assume un incarico “nell’interesse” della Commissione. Non c’è bisogno di essere sovranisti per valutare un simile abominio.

La cosa più sconvolgente della vicenda sono le ragioni dell’impuntatura di Nava. Le certifica Il Sole 24 Ore, giornale della Confindustria, cioè dei principali “clienti” della giurisdizione Consob, e non un blog Cinquestelle. Prendendo l’aspettativa Nava avrebbe visto i 244 mila euro lordi dello stipendio tassati in Italia al 40 per cento, quindi ridotti al netto a 146 mila, pari a soli miseri 10 mila euro al mese per 14 mensilità. Rimanendo dirigente di Bruxelles in distacco, avrebbe invece goduto della tassazione agevolata degli eurocrati al 7 per cento, che avrebbe portato il netto mensile da 10 a 16 mila euro. Possibile che le massime istituzioni repubblicane siano rimaste mesi in ostaggio di un capriccio del genere? Possibile, a meno che Il Sole 24 Ore non si sia consegnato alla canea populista. Possibile, visto che è partito da Quirinale e Palazzo Chigi l’ordine di sgombero per un signore che si era rivolto ai vertici dello Stato con un arrogante “se hanno problemi mi chiamassero”.

Non sappiamo se la decisione di farlo fuori sia maggiormente attribuibile a Sergio Mattarella o a Giuseppe Conte. Meglio così. Se nessuno dei due ha fatto trapelare la presa di distanza vuol dire che, a dispetto degli allarmi di certe vedove eterodirette, la richiesta di dimissioni di Nava suscitata dagli articoli del Fatto, e sottoscritta dalla maggioranza parlamentare, non è stata giudicata eversiva. Se ne faccia una ragione Sabino Cassese, padre spirituale degli amministrativisti e ideologo del nuovo regime burocratico, che addirittura ha invocato a favore di Nava il principio dello stare decisis: indica il riferimento al precedente del diritto anglosassone ma il grande giurista è riuscito a spacciarlo agli ignoranti come definizione aulica di “cosa fatta capo ha”.

Mattarella e Conte hanno fermato un arbitrio, e dovrebbero fare lo stesso sulla Presidenza del Consiglio di Stato dove pure è in gioco lo Stato di diritto. Le istituzioni sono minacciate dall’ira plebea invocata da Salvini. Ma anche dalla dittatura di giuristi e burocrati, costruita alle spalle del populismo.

 

Mail Box

 

Lega, sentenza da rispettare (specie per un ministro)

Sono un estimatore del vostro direttore Marco Travaglio per la dovizia di informazioni con cui documenta i suoi articoli; rimango pertanto stupito dal suo editoriale di martedì 4 settembre per il giudizio pesantemente negativo espresso contro Matteo Salvini, in assenza di adeguata motivazione, o accuse non a lui imputabili, bensì alla cricca della passata gestione della Lega. Il ministro dell’Interno, a meno di circostanziate smentite, sta realizzando quanto promesso in campagna elettorale, che è quanto desidera la maggioranza della popolazione e già questo è un fatto miracoloso nel panorama politico nazionale.

I giudizi gratuitamente ostili nuocciono a chi li pronuncia, non a chi ne è vittima innocente.

Gianfranco Bianchini

 

Caro Bianchini,

la sentenza riguarda la Lega, non la persona di Salvini. E va rispettata, oppure impugnata in Cassazione. Soprattutto da parte di un partito che governa e i cui ministri hanno giurato sulla Costituzione.

M. Trav.

 

Quando Di Battista tornerà stenterà a riconoscere i suoi

Se non sta attento Di Battista rischia di finire come l’astronauta del famoso film: quando parte è contento ma, man mano che passa il tempo, tutto cambia nel mondo che ha lasciato.

Il tempo scorre in maniera diversa, come scoprì Einstein e mentre, ad esempio, lui parla dei soldi della Lega e ne chiede la restituzione qui è già accaduto.

Nel frattempo sono successe tante cose che a lui sono invece sfuggite. E quando tornerà gli servirà un periodo di decompressione, gli ci vorrà del tempo per abituarsi alla nuova realtà. L’astronauta è rimasto giovane ma i suoi sono cresciuti e stenta a riconoscerli tanto – nel finale – da desiderare di tornare lì, nello spazio.

Franco Prisciandaro

 

Un esecutivo scomodo per la “sinistra al caviale”

Per quaranta e più anni ho dedicato la mia vita alla ricerca scientifica e una delle cose più difficili è sempre stata quella di riuscire a capire, prima, e accettare, dopo, un risultato che non ci si aspettava. La Chimica è femmina, ammoniva un mio collega! E credetemi, anche fra coloro che si muovono nell’ambito della ricerca, non è difficile imbattersi in chi si ostina a rifiutare l’evidenza. Ho conosciuto direttamente questa esperienza collaborando con un collega per il quale l’ipotesi di avere torto era vissuta come una grave offesa. Perché questo?

Non escludo l’ignoranza scientifica ma sono più propenso a supporre si tratti più semplicemente di presunzione, una presunzione che deriva dalla certezza di essere nel giusto. Cartesio diceva che il dubbio è metodo ma…

Se questo accadeva e accade in un settore dove, in genere, uno più uno è ragionevole supporre che faccia due, figuriamoci cosa può succedere nel mondo delle opinioni, perché le scelte politiche, ancorché ancorate a principi etico-filosofici, discendono sempre da opinioni. Tutto questo, per sostenere l’ipotesi che, nonostante tutto, il governo gialloverde è la soluzione migliore che l’Italia, in questo momento così complesso e delicato, potesse sperare di avere. Fate bene a pungolare Salvini, anzi fate benissimo, ma Salvini è una scomodità solo per coloro che hanno sempre pensato di essere nel giusto a prescindere, gli stessi che hanno predicato bene per razzolare malissimo e che, con il dovuto ironico disprezzo, sono stati etichettati con il soprannome di “sinistra al caviale”. Molti di costoro il caviale non lo comprano più, ma la mentalità è rimasta la stessa.

Marcello Scalzo

 

Diritto di replica

In relazione alla denunciata presenza di alcuni parassiti nello scompartimento del treno Intercity Notte 35306 dello scorso 6 settembre 2018 (lettera del 7.9), Trenitalia porge innanzitutto le proprie scuse alla lettrice e ai clienti, esprimendo dispiacere per l’accaduto. Va tuttavia precisato che si tratta di un episodio del tutto eccezionale, tant’è che gli ultimi precedenti analoghi su treni notte risalgono a oltre 10 anni fa. A fronte di 154 vetture notte in circolazione ogni giorno, per un totale di oltre 56mila l’anno. Questo dimostra l’efficacia delle procedure di pulizia, disinfezione e disinfestazione adottate da Trenitalia e messe a punto di concerto con le massime istituzioni sanitarie nazionali. Anche la carrozza in questione era stata oggetto di disinfestazione lo scorso 3 settembre e i precedenti interventi sarebbero stati svolti nei tempi previsti dal protocollo in vigore. Oltretutto, in nessuno degli altri scompartimenti della carrozza sono stati individuati parassiti. Trenitalia sta quindi verificando che le attività siano state eseguite in modo corretto, e intende approfondire l’episodio perché, benché isolato, non abbia più a ripetersi. Infine, come previsto dalle procedure, il personale di quel treno ha verificato la presenza di medici a bordo, chiedendo un loro tempestivo intervento, e ha attivato il SSN a Villa San Giovanni. Sottoposti agli accertamenti del caso, tutti i viaggiatori coinvolti hanno deciso di proseguire il viaggio.

Trenitalia ha disposto il rimborso integrale del biglietto a tutti i clienti presenti a bordo del treno.

Ufficio stampa Trenitalia

Tari gonfiata. Dopo il caos sulla tassa dei rifiuti, scatta lo slalom per i rimborsi

Sono residente a Milano dal 2013 e ho sempre pagato la tassa sui rifiuti, ma dal 2015 al 2017 l’importo da pagare è raddoppiato: la quota variabile del box di pertinenza, da pochi euro è aumentata fino a 140 euro. Ignoravo le infinite potenzialità di produrre rifiuti di un locale adibito al ricovero dell’auto, seppure di 16 mq. Lo scorso anno, una circolare del Mef ha chiarito le modalità di calcolo, smentendo alcuni Comuni tra cui Milano. Pensando così che l’imposta venisse automaticamente ricalcolata (venendo accreditata la cifra in surplus pagata negli anni indicati), tramite un’associazione dei consumatori ho depositato una richiesta di rimborso presso l’Ufficio tributi comunale. Purtroppo non è stato sufficiente: l’amministrazione ha indicato delle modalità differenti per effettuare la richiesta di rimborso: fotocopie, autocertificazioni e raccomandata. Ma dopo oltre 2 mesi, ho ricevuto solo il bollettino Tari per l’anno in corso, con l’importo da pagare corretto, senza traccia di accredito né indicazioni sulle modalità di recupero della cifra versata in più. Gli uffici preposti mi hanno spiegato che bisogna attendere 90 giorni, ai quali potrebbe non seguire alcuna risposta, nella modalità silenzio uguale rifiuto (non assenso come avviene solitamente). In questo caso dovrei depositare il ricorso presso la Commissione provinciale tributi previo pagamento di circa 50 euro. Non parliamo di cifre importanti, ma penso che questo strida con una città che si definisce moderna e con un’amministrazione di sinistra che si definisce solidale e vicina al cittadino.

Lettera non firmata

 

Gentile lettore, che la macchina amministrativa sia un crocevia fitto di tranelli per il contribuente è noto. E il ginepraio Tari (dal 2004 al 2017 migliaia di cittadini hanno pagato la quota variabile della tassa per lo smaltimento dei rifiuti più alta del dovuto) ne è uno dei peggiori esempi: oltre al danno c’è stata la beffa dal momento che i Comuni (tra cui Milano, Napoli, Siracusa, Catanzaro e Ancona) non hanno ancora restituito alcunché, spaventati dal buco di bilancio che potrebbe crearsi se dovessero restituire tutto il pregresso. Eppure Milano, a suo modo, un passo in avanti lo ha fatto: da luglio il modulo da presentare per l’istanza di rimborso è stato semplificato ed è il Comune che fa i conti. I cittadini devono solo indicare i dati catastali del box su cui si è pagata indebitamente la Tari. Questo, però, non significa che il rimborso sia automatico: resta l’obbligo di ricorrere in Commissione tributaria. Solo a Milano sono circa 140 mila gli utenti che potrebbero avere diritto ai rimborsi.

Patrizia De Rubertis

Ferrovie dello Stato, la cura Battisti: prime nuove nomine

Le prime nomine del ministro dei trasporti e delle infrastrutture Danilo Toninelli in Ferrovie dello Stato erano arrivate a fine luglio: Gianfranco Battisti nuovo amministratore delegato e Gianluigi Vittorio Castelli presidente, due manager interni all’azienda. Ora, arrivano gli altri cambiamenti firmati Battisti. Al posto di Mauro Ghilardi, a capo del personale, arriva un interno, Riccardo Pozzi. Via il responsabile della divisione passeggeri, Giampiero Striusciglio, dopo il caos di venerdì e sabato scorsi per i ritardi su tutta la linea, sostituito da Paolo Attanasio.

Cambia anche il direttore commerciale di Rfi: al posto di Christian Colaneri va Alessandra Bucci, direzione commerciale passeggeri Trenitalia.

Via anche Carlo Carganico, attuale amministratore delegato di ITALFER, la società di ingegneria che fa parte del gruppo Ferrovie dello Stato e di cui era amministratore delegato dal luglio del 2016.

La decisione ufficiale arriverà nella prossima settimana, quando verrà presentato anche il nuovo piano industriale di Italferr.

Ilva, i lavoratori benedicono l’accordo con gli indiani

Il gruppo Arcelor Mittal è il nuovo padrone dell’Ilva. Lo hanno confermato i lavoratori degli stabilimenti sparsi in Italia che a larga maggioranza hanno approvato l’accordo siglato, con la benedizione del ministro Luigi DI Maio, da Fim, Fiom e Uilm con il gruppo indiano. La percentuale ha confermato le attese: un plebiscito che ha raggiunto quasi il 93%. I lavoratori degli stabilimenti di Taranto, Genova, Novi Ligure, Marghera, Racconigi, Milano, Legnaro, Salerno e Paderno Dugnano, hanno espresso 8255 “Sì” pari al 92,82%, 596 “No” con un 6,70%, e solo 43 astenuti.

A Taranto, il “Sì” ha raggiunto il 94%, ma pesa la bassa affluenza alle urne: solo 6.866 lavoratori su 10.820 hanno votato. Per i sindacati, però, quest’affluenza, determinata dalle ferie e dalla cassa integrazione, non scalfisce la “grande soddisfazione per il risultato raggiunto”: Fim, Fiom e Uilm hanno evidenziato che con l’approvazione dell’accordo, si chiude una delle vertenze “più complesse del nostro Paese” e che “l’intesa raggiunta porta in dote 4,2 miliardi di investimenti per il rilancio del siderurgico, 1,25 miliardi industriali, 1,15 miliardi ambientali a cui si sommano 1,2 miliardi sequestrati ai Riva per le bonifiche e l’ambiente” che – nella nota congiunta di Marco Bentivogli, Francesca Re David e Rocco Palombella – serviranno a rendere sicuro il sito tarantino”. Per i metalmeccanici, ora, il compito principale è “monitorare l’andamento dei lavori ambientali e di messa in sicurezza dei siti, a partire da Taranto, e il rispetto dei tempi di attuazione del piano per arrivare alla piena occupazione”. Il vicepremier Di Maio ha detto che “per Ilva abbiamo ottenuto il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili. Abbiamo lavorato per migliorare sia il piano ambientale sia quello occupazionale. Il risultato emerso dal voto dei lavoratori conferma l’azione del governo su una vicenda delicata”. Il ministro ha tuttavia ammesso che “la strada resta in salita, tutte le nostre forze sono ora impiegate nel vigilare affinché il piano ambientale sia rispettato al millimetro. Al contempo predisporremo un piano straordinario di rilancio di Taranto, così da consentirne una vera riconversione economica”, ha concluso. Anche la Cgil di Taranto ha ribadito che “la partita Ilva non è chiusa. Bisogna mantenere alta la guardia sugli accordi” e approfondire il tema “legato ai lavoratori degli appalti, rimasto sullo sfondo”.

E se sindacati e lavoratori festeggiano, una parte di Taranto resta scettica. In occasione della giornata nazionale della “custodia del creato”, i cattolici hanno evidenziato che l’accordo “lascia immutato il timore che nulla possa cambiare sul piano della salvaguardia della salute e dell’ambiente. Non lascia sereni – si legge nel documento – il permanere dell’immunità penale, estesa a chi gestirà lo stabilimento. Non offre motivo di tranquillità l’assenza di sanzioni pecuniarie nel caso di mancata osservanza delle prescrizioni, come l’assenza di rassicurazioni in merito alle pericolose polveri diffuse. Chiediamo una sorveglianza da parte degli enti preposti. Troppe giovani vite spezzate, troppo dolore inconsolabile. Non vorremmo – hanno concluso – continuare a registrare i tristi primati.