Consob, via l’incompatibile Nava

Alla fine Mario Nava ha gettato la spugna, ponendo fine a una situazione surreale. Il presidente della Consob si è dimesso ieri sera, a meno di cinque mesi dalla sua nomina, dopo l’invito arrivato dalla maggioranza di governo a lasciare l’incarico per “responsabilità istituzionale”. Un gesto maturato dopo che Palazzo Chigi, a quanto pare con l’assenso del Quirinale, aveva deciso di accelerare per chiudere un capitolo imbarazzante nella storia dell’Authority di Borsa: avere al vertice un dipendente “in comando” nell’interesse di un’altra amministrazione, la Commissione europea.

È l’epilogo di un braccio di ferro che Nava ha deciso di aprire con l’attuale esecutivo e con l’ordinamento italiano e da cui è uscito perdente. Tutto nasce dalla nomina del governo Gentiloni che lo aveva designato prima di Natale, nonostante Nava avesse deciso di non mettersi in aspettativa – come impone la legge istitutiva dell’autorità a tutela della propria indipendenza – ma di farsi distaccare in comando da Bruxelles, dove guida la Divisione mercati finanziari, per di più solo per 3 anni mentre il mandato è di 7. Così è rimasto un dipendente a tutti gli effetti della Commissione, conservando l’immunità rispetto alla giurisdizione nazionale, gli scatti di carriera, i benefit e la tassazione agevolata che gli consentivano di ottenere un emolumento netto ben più alto di quello incassato dal suo predecessore. In quanto dipendente di Bruxelles restava poi vincolato ai vari obblighi dei funzionari europei, perfino il dover riferire ogni mese sul suo operato all’amministrazione che lo aveva inviato in comando. Una situazione mai vista nella quarantennale storia della Consob, che avrebbe esposto l’autorità a un mare di ricorsi. Ieri Nava ha rassegnato le dimissioni al collegio dei commissari, convocato d’urgenza, indossando i panni del martire. Parla di “non gradimento politico” e si dice “certo che questo mio sacrificio personale rasserenerà gli animi e permetterà al Governo di indicare un Presidente con caratteristiche a esso più congeniali”. Poi attacca: “Sono stato chiamato con l’obiettivo di integrare la Consob meglio nei vari consessi europei e internazionali. Ora però queste mie caratteristiche e obiettivi sembrano essere considerati un insormontabile ostacolo”. Nell’uscire di scena ringrazia Gentiloni, l’ex ministro dell’Economia Padoan e Sergio Mattarella per “il loro costante supporto”. Anche se il Quirinale non si è mai speso ufficialmente a sua difesa. “Averlo costretto alle dimissioni danneggia l’Italia, è un governo di cialtroni”, attacca Renzi. “Ha preso atto che era incompatibile. Nomineremo un servitore dello stato e non della finanza internazionale”, spiega Di Maio. Mercoledì i gruppi parlamentari di Lega e M5S avevano chiesto al presidente Consob un passo indietro. Nelle scorse settimane Palazzo Chigi gli aveva fatto pervenire inutilmente la soluzione per farlo uscire dall’angolo in cui si è infilato da solo: lasciare l’Ue o mettersi in aspettativa.

Quando si è insediato, il 16 aprile scorso, Nava ha sostenuto di non essere incompatibile e si è giustificato davanti ai commissari spiegando che l’aspettativa gli era preclusa dalle norme europee. Una linea smentita dalla Commissione, che a inizio agosto, per bocca del commissario Ue Günther Oettinger, ha risposto a un’interrogazione degli europarlamentari M5S spiegando che l’aspettativa è una delle due opzioni a disposizione dei funzionari che vogliono andare in un’altra amministrazione. Bruxelles, ha spiegato Oettinger, ha scelto di inviare Nava in comando nel suo interesse dopo aver ricevuto rassicurazioni da Gentiloni che il comando, peraltro triennale, con la subordinazione gerarchica a un’altra amministrazione non avrebbe inciso sulla sua indipendenza che va esercitata con “un mandato in regime di esclusività a tempo pieno”. Un non sense giuridico che per mesi ha creato non pochi imbarazzi a Roma e Bruxelles. Nava ha poi nominato come direttore generale di Consob Giulia Bertezzolo, sua collega a Bruxelles e semplice funzionaria che, al contrario suo, ha chiesto l’aspettativa, smentendo suo malgrado la sua linea di difesa. L’ultima bizzarria di cinque mesi vissuti pericolosamente.

Milleproroghe, c’è l’ok della Camera alla fiducia: 329 sì

Ieri l’aula della Camera ha approvato la fiducia chiesta dal governo sul decreto legge Milleproroghe con 329 sì e 220 no. Gli astenuti sono stati 4. L’Assemblea ha poi avviato l’esame degli ordini del giorno per arrivare alla votazione finale sul provvedimento che, viste le modifiche, dovrà tornare in terza lettura all’esame di Palazzo Madama. Il decreto deve essere convertito in legge entro il 23 settembre. Sono 162 gli ordini del giorno presentati sul decreto Milleproroghe e non meno di 100 gli iscritti a parlare per l’illustrazione. La seduta è stata sospesa dopo che la deputata pd Chiara Braga è stata interrotta dalle proteste provenienti dai banchi del centrodestra durante l’esame degli odg. Il Partito democratico ha iscritto a parlare tutti i suoi deputati. Due i punti sui quali alla Camera ci si è maggiormente scontrati. I vaccini: nel testo c’è l’autocertificazione per l’ammissione a scuola dei bambini pur permanendo l’obbligo vaccinale. Le periferie: la norma prevede il taglio di oltre un milione di euro di finanziamenti, nonostante il premier Conte abbia promesso ai Comuni un intervento correttivo a breve, ma restano comunque sul piede di guerra.

Deficit e M5S, ecco cosa chiedono i mercati

Potete chiamarli investitori o speculatori, sono analisti, “portfolio manager”, “direttori di strategie”, lavorano per banche, fondi americani o inglesi. Non sono forze oscure senza volto, hanno nomi, cognomi e biglietti da visita.

In questi giorni a Roma, come in tutti i momenti caldi dell’anno politico-economico, si succedono meeting riservati tra uomini di finanza, politici e analisti: le decisioni di investimento sul debito pubblico italiano non si basano soltanto sui numeri ma anche sul contesto in cui questi si inseriscono e quindi servono informazioni, scenari, retroscena per decidere se e quanto scommettere sui Btp, se vendere allo scoperto confidando in un crollo del loro prezzo o aspettarsi invece sorprese positive.

Abbiamo incontrato per una colazione romana una trentina di questi uomini e donne che incarnano i temuti “mercati” per rispondere alle loro domande.

I loro dubbi sono poco finanziari e molto politici e riguardano soprattutto i Cinque Stelle che restano un oggetto misterioso: “È vero che il partito è molto scontento della leadership di Di Maio?”; “Matteo Salvini è andato dal 14 al 32 per cento e i Cinque stelle dal 32 al 26, perché i Cinque Stelle restano nella coalizione?”; “È possibile che le scelte di Di Maio siano influenzate dal fatto che, in caso di caduta del governo, la sua sopravvivenza politica sarebbe a rischio?”. Poiché a tutti è chiaro che i Cinque Stelle hanno bisogno di riprendersi la scena, finora tutta di Salvini con le polemiche sui migranti, molte domande degli investitori riguardano la forma che prenderà il reddito di cittadinanza annunciato. Per esempio: “La base elettorale può accettare soltanto un acconto del reddito di cittadinanza nel 2019? Limitarsi a cambiare nome al Reddito di inclusione del governo Gentiloni può essere un’ottima cosa per i mercati, ma non per gli elettori”. Poi i dubbi inevitabili sui rapporti tra Movimento, euro ed Europa: “Tra gli eletti del M5S qual è la percentuale di quelli pro-Europa ed euro e quelli anti? E con chi si schiereranno alle elezioni europee?”.

Per quanto riguarda la Lega, i fondi di investimento e le banche si fanno sempre la stessa domanda, declinata in modi diversi: “Salvini ha fatto marcia indietro su molti punti nelle ultime settimane e sembra aver accettato un deficit del 2 per cento rispetto al Pil, quanto è credibile questa sua conversione?”.

Davanti a una tazza di caffè caldo gli analisti chiedono con insistenza: “Quanto è forte la posizione del ministro del Tesoro Tria dentro il governo?”. Un quesito a cui è sempre più difficile rispondere. Comunque, chi opera sui mercati, ragiona sul breve periodo ma anche su quello medio-lungo, molti investitori chiedono quali saranno i destini del centrodestra, per capire se a breve sia possibile immaginare una diversa maggioranza di governo: “È credibile che entro un anno ci sia un partito unico di centrodestra?”. chiede uno. Un altro formula quasi un auspicio: “I Cinque Stelle si stanno rivelando una fonte di confusione nello scenario politico, è possibile che la Lega si rafforzi abbastanza da escludere i 5Stelle dalla maggioranza per produrre un governo alternativo di centrodestra tradizionale, così da normalizzare la situazione”. Un’incognita, che per gli investitori ha una certa rilevanza, è la situazione giudiziaria di Salvini, soprattutto per il sequestro dei fondi della Lega.

Sui singoli dossier le domande sono poche: “Il governo impegnerà 15 miliardi di euro per nazionalizzare Autostrade per l’Italia dopo il disastro del ponte di Genova?”. Oppure: “È corretta l’impressione che la Lega stia aumentando le richieste sulla riforma delle pensioni, dopo un primo progetto minimalista”?; o ancora: “Che fine ha fatto l’idea di riformare il settore bancario e il ruolo del MontePaschi?”.

Finito il cappuccino e il cornetto, il gruppo di investitori continua il suo giro di incontri a Roma. Faranno ad altri le stesse domande. Dalla sintesi finale dipenderà il destino dello spread e del nostro debito nelle prossime settimane.

Ue e Bce contro il governo: “Un problema”, “dannoso”

Giornata lunga sull’asse Bruxelles-Roma. Se il governo italiano sta iniziando a impostare la trattativa con l’Europa sui margini della manovra di Bilancio, le premesse non sono incoraggianti: prima il commissario (francese) agli Affari europei Pierre Moscovici, poi il presidente della Bce Mario Draghi hanno sganciato due siluri sui rapporti con i leader dell’esecutivo pentaleghista.

Moscovici ha parlato da Parigi, in conferenza stampa, dopo un incontro col ministro del Tesoro Giovanni Tria. Dopo aver apprezzato lo spirito “collaborativo” del suo dirimpettaio, il commissario ha espresso un giudizio mortifero sullo stato dei nostri conti: “C’è un problema che è l’Italia nella zona euro. È assolutamente l’Italia il tema su cui voglio concentrare la mia attenzione prima di tutto. È nell’interesse italiano ridurre il debito pubblico. Il bilancio italiano deve essere credibile”. Il francese ha terminato il suo intervento in un climax pirotecnico: “Le forze populiste sono democratiche quando vincono le elezioni, ma poi erodono progressivamente le libertà. C’è un clima che assomiglia molto agli anni 30. Chiaramente non c’è Hitler, forse dei piccoli Mussolini”.

L’ultimo riferimento – pare di capire – è non tanto o non solo alla situazione italiana, quanto al blocco di Visegrad guidato dall’ungherese Viktor Orbán. Ma la reazione di Luigi Di Maio e Matteo Salvini è un riflesso inevitabile. Il Cinque Stelle ha definito “inaccettabili e veramente insopportabili gli atteggiamenti di alcuni commissari europei”, giudizi “ignobili, che si scontreranno contro le prossime elezioni europee”. Per il leghista, Moscovici “parla a vanvera” e si deve “sciacquare la bocca prima di insultare l’Italia, gli italiani e il loro legittimo governo”. Cordialità.

Più pesanti ancora, nel concreto, le parole di Draghi. Il presidente della Bce, che chiuderà il suo mandato a fine 2019, ha di fatto confermato l’imminente addio al Quantitative easing, lo strumento che ha aiutato a tenere a bada lo spread italiano: “Il nostro mandato è la stabilità dei prezzi nel medio periodo e non altro, abbiamo usato il Qe per questo scopo. Non è uno strumento per garantire che il debito governativo sia finanziato in ogni circostanza”.

Draghi poi si è dedicato esplicitamente all’Italia: “Abbiamo visto che le parole (del governo, ndr) hanno fatto alcuni danni, i tassi sono saliti, per le famiglie e le imprese”. Come Moscovici, pure il presidente della Bce si aggrappa ai buoni (Giuseppe Conte, Enzo Moavero, Tria) e li separa dai cattivi (Salvini e Di Maio): “Bisogna considerare che sia il premier italiano, sia i ministri delle Finanze e degli Esteri hanno detto tutti che l’Italia rispetterà le regole. Ora bisogna aspettare i fatti: la legge di bilancio e la successiva discussione parlamentare”. Replica serale (e seriale) di Salvini: “Mi aspetto che gli italiani in Europa facciano gli interessi dell’Italia, invece di criticare e basta”.

Ma pure tra i buoni c’è chi dice no a Bruxelles. Moavero (insieme a Di Maio) ha respinto le proposte della Commissione per il prossimo bilancio pluriennale dell’Ue (2021-2027). Dopo l’incontro a Roma con il commissario Günther Oettinger, il veto italiano “per ora non cambia”. Le condizioni – riduzione dei fondi all’agricoltura, aumento degli oneri a carico dei 27 Stati membri dopo la Brexit, risorse giudicate insufficienti per i migranti – sono state definite da Moavero “inadeguate”.

Banchi fuori dal locale. Chiusa libreria indipendente a Roma

Ieri a Roma ha chiuso i battenti Otherwise, libreria di via del Governo Vecchio 80, a due passi da Piazza Navona. Dedicata interamente all’editoria degli States, inaugurata nemmeno un anno fa e orientata ad accogliere la comunità anglofona della Capitale, ha chiuso in ottemperanza alle disposizioni del Municipio di Roma 1 in quanto “occupava lo spazio antistante l’esercizio con espositori di merce varia per mq 4,5 senza essere in possesso di relativa concessione”. Nel regolamento Osp (occupazione di suolo pubblico, delibera 39 del 2014, articolo 4 ter), adottato per contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive, si specifica che solo i titolari di esercizi di somministrazione sono legittimati all’ottenimento della concessione.

A Roma negli ultimi sei anni hanno chiuso almeno 60 librerie. È in più occasioni intervenuta, senza successo, l’Associazione Librai Italiani (ALI), principale referente della categoria, ed è stata portata recentemente all’attenzione dell’amministrazione la delibera del Comune di Milano che apre all’Osp per “fiori e piante” e “libri e stampe”.

Il condannato Tavaroli in cattedra: lezione per i giornalisti (che spiava)

“World Wild Web: privacy e sicurezza informatica, leggi penali e tecniche di computer foresinc”: titolo accattivante, tema di strettissima attualità e di elevato valore formativo. Ragioni più che valide per accreditare il corso da parte dell’ordine dei giornalisti della Lombardia nell’ambito del programma di formazione professionale continua. Quello della formazione professionale è un obbligo di legge che tutti gli iscritti all’ordine sono tenuti ad assolvere, pena sanzioni disciplinari.

Sicurezza informatica e privacy sono un tema caldo, che tocca molto da vicino i cronisti e la libertà di informare, talvolta messa a rischio anche dall’autorità giudiziaria attraverso l’acquisizione dei tabulati telefonici e il sequestro di smartphone e computer nel tentativo di individuare le loro fonti. Anche alla luce di questo, ha destato una certa sorpresa il fatto che ieri a Milano al tavolo dei relatori fosse seduto Giuliano Tavaroli, ex responsabile della sicurezza del gruppo Pirelli-Telecom, finito al centro dello scandalo Telecom-Sismi assieme al suo amico Marco Mancini, all’epoca numero 2 del servizio segreto militare, all’investigatore privato Emanuele Cipriani e ad alcuni uomini del cosiddetto “Tiger Team” di Telecom. Molteplici le accuse, tra cui quelle di dossieraggio illegale a danno di politici, esponenti del mondo dell’economia e della finanza, personaggi dello spettacolo e giornalisti: tra questi una particolare “attenzione” venne dedicata all’allora vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, Massimo Mucchetti, e ai giornalisti di Libero Davide Giacalone e Fausto Carioti. Nel 2009 Tavaroli è uscito dal processo patteggiando una condanna a quattro anni e mezzo di reclusione. Che si tratti di un “esperto” non c’è dubbio alcuno, ma che l’ordine dei giornalisti “sdogani” colui che spiava i giornalisti “nemici” di Telecom facendolo passare come un relatore qualunque a un corso di formazione professionale accreditato desta più di una perplessità, quanto meno in termini di opportunità.

Non è dello stesso avviso il presidente dell’ordine dei giornalisti, Alessandro Galimberti, secondo cui non vi era alcun intento di sdoganare Tavaroli, ma semplicemente la volontà di aggiungere un punto di vista in più sugli aspetti della sicurezza informatica: “Non gli abbiamo offerto alcuna tribuna, si è semplicemente limitato a parlare, peraltro a titolo gratuito, di argomenti prettamente tecnici assieme ad altri relatori di assoluto prestigio tra cui un importante consulente di diverse procure. I suoi conti con la giustizia li ha saldati, la pena l’ha espiata. Posto che non l’abbiamo invitato noi, perché il corso ci è stato proposto, abbiamo fatto una valutazione di tipo tecnico e deciso l’accredito perché c’era desiderio di sentirlo parlare su temi in cui ha dimostrato paradossalmente una competenza notevole”. Purtroppo però né l’ordine, né nessuno di coloro che erano al tavolo ha spiegato alla platea – in parte ignara – chi era e cosa aveva fatto Tavaroli e le ragioni per le quali era stato invitato, facendo passare così l’idea che spiare i giornalisti non sia poi un fatto così grave.

Lavoro, questo sconosciuto. Ecco gli impieghi “introvabili”

Il mondo del lavoro – e le difficoltà nel trovare un’occupazione – rappresenta uno dei temi più caldi della vita sociale e politica italiana. Ma è davvero così difficile avere un’occupazione degna di questo nome? La premessa è questa: in effetti i tassi italiani ufficiali di disoccupazione sono più elevati rispetto alle media europea, soprattutto tra i giovani (è senza lavoro il 31,9% delle persone tra i 14 e 24 anni e il 15,5% di quelle tra i 25 e 34 anni; in media lo è il 23,7% degli aspiranti lavoratori tra i 14 e 34 anni). Inoltre, le politiche dei vari governi sono più o meno inefficaci, la formazione scolastica connessa al mondo del lavoro vacilla, la capacità di mettere in contatto domanda e offerta è scarsa e gli stessi imprenditori, spesso, non sanno come cercare dipendenti all’altezza delle loro aspettative. Lo dimostra un’inchiesta di Fq MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez in edicola domani con Il Fatto.

In Italia uno dei Paesi (nonostante tutto) più industrializzati del mondo, le opportunità ogni mese sono tra le 400.000 e le 500.000; così tante e varie che, in media, gli imprenditori ritengono di riuscire a scovare solo 3 lavoratori su 4: insomma, ne mancano in media 125.000, ogni mese. Però dipende dai settori. In alcuni è difficile trovare addirittura una persona su due. La lista degli “introvabili” è lunga e non contiene solo super-professionisti o tecnici iperspecializzati: si va dai laureati ai diplomati, dai tecnici agli artigiani. Certo, non si trovano progettisti di sistemi informatici, ingegneri, infermieri, medici, farmacisti, addetti alla contabilità e programmatori informatici; ma sono latitanti pure parrucchieri, baristi, operai con competenze nel digitale, estetiste, camerieri, muratori, idraulici, camionisti, tornitori e conducenti di bus.

Il problema si concentra sui laureati: in media uno su cinque tra quelli richiesti è introvabile. Ma non va molto meglio per i diplomati, per i quali la percentuale di buchi nell’acqua, da parte delle aziende, è del 16%. Fq MillenniuM pubblica le classifiche delle dieci professioni che le imprese trovano con maggiore difficoltà – in generale e in modo specifico per gli under 30 – che di conseguenza sono quelle che al momento aprono maggiori spiragli per chi un posto di lavoro lo cerca. Ecco qualche esempio. Nella classifica generale, basata sui dati di Sistema Excelsior, svettano – pensate un po’ – estetisti/e: il 40% delle 11.660 ricerche andate a vuoto nel mese di giugno è finito in nulla. Percentuale minore, ma su numeri maggiori per gli addetti alla ristorazione, su oltre 107 mila ricerche, il 19% non è andato a buon fine. Stringendo l’obiettivo sugli under 30, colpisce che ben il 63% delle 1.800 ricerche di specialisti in informatica, fisica e chimica siano risultati impossibili da trovare: ma anche il 38% dei 7.360 operai edili richiesti dal settore. Partendo da questi dati, il mensile indaga le ragioni di questo squilibrio, facendo parlare analisti e operatori del settore.

Emerge innanzitutto la scarsa capacità di mettere in contatto la domanda con l’offerta. In Italia manca innanzitutto chi sappia indirizzare nella scelta del corso universitario, della scuola superiore, del mestiere da intraprendere. E non esiste una banca dati nazionale, in cui domanda e offerta si possano incontrare. Se si cerca un ingegnere meccatronico (che fa interagire meccanica, elettronica e informatica) ad Aosta, ci sono buone possibilità che il giovane laureato che vive a Lecce (dove esiste un corso di laurea) non lo venga a sapere. “Sono anni che Excelsior svolge questa ricerca, basterebbe informare i ragazzi sui risultati”, denuncia Maurizio Del Conte, presidente dell’Anpal e docente di Diritto del lavoro alla Bocconi. “Eppure è cambiato poco o niente. Bisognerebbe fare strutturalmente orientamento, come in Germania: lì gli esperti ascoltano gli studenti uno per uno, per capire le loro attitudini e consigliare la strada migliore. Anche i genitori devono essere informati e formati”. E l’alternanza scuola-lavoro, introdotta da noi nel 2015? “È un’innovazione significativa, ma va fatta seriamente, insieme ad aziende capaci di seguire il percorso”.

Bancarotta “Giornale della Toscana”, 5 anni e mezzo a Verdini

Denis Verdini è stato condannato per bancarotta fraudolenta della Società Toscana di edizioni (Ste) a 5 anni e mezzo. Il Tribunale di Firenze ha poi condannato a 5 anni anche l’ex deputato Massimo Parisi. Per entrambi, i giudici hanno anche deciso l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Tre anni ciascuno per gli altri tre imputati nel processo, tutti amministratori della Ste che pubblicava Il Giornale della Toscana. Il pm Luca Turco aveva chiesto 3 anni per Verdini e 2 anni per Parisi. I tre ex amministratori della Ste condannati a tre anni dal tribunale sono Girolamo Strozzi Majorca Renzi, Enrico Luca Biagiotti e Pierluigi Picerno. Per tutti e tre anche interdizione dai pubblici uffici per 5 anni ciascuno.

Per quanto riguarda le parti civili alla curatela del fallimento Ste è stata assegnata una provvisionale di 300 mila euro, mentre a quattro ex giornalisti del quotidiano che si erano costituiti parte civile è stata assegnata una provvisionale di 15 mila euro ciascuno: i risarcimenti dei danni verranno poi stabiliti in sede civile.

Alla lettura del dispositivo nell’aula del tribunale Verdini era assente come gli altri imputati, a eccezione di Pierluigi Picerno.

Sette indagati per la tragedia del Pollino: tra loro 3 sindaci

Sono sette, tra cui tre sindaci, gli indagati nell’inchiesta sulla tragedia delle gole del torrente Raganello, nel Parco Nazionale del Pollino a Civita (Cosenza), in cui il 20 agosto scorso morirono dieci persone. Oltre ad Alessandro Tocci (sindaco di Civita), Antonio Cersosimo (sindaco di San Lorenzo Bellizzi) e Antonio Carlomagno (sindaco di Cerchiara di Calabria), il Procuratore della Repubblica di Castrovillari Eugenio Facciolla ha emesso informazioni di garanzia nei confronti del presidente del Parco Nazionale del Pollino Domenico Pappaterra, di Gaetano Gorpia (dirigente dell’ufficio Biodiversità dei Carabinieri Forestali) e delle guide escursionistiche Giovanni Vancieri e Marco Massaro. Tutte persone che avrebbero avuto una responsabilità, a vario titolo, nella mancata applicazione delle misure preventive che avrebbero potuto evitare la tragedia.

I reati ipotizzati sono omicidio colposo e lesioni colpose, inondazione colposa e omissione di atti d’ufficio.

Gli escursionisti e la loro guida furono sorpresi da un violento temporale e dalla conseguente ondata di piena delle gole, che non gli permise di tornare indietro e mettersi in salvo. È apparso subito evidente agli inquirenti che quel giorno era stata sottovalutata l’allerta meteo gialla che era stata diramata dalla Protezione civile e che avrebbe dovuto consigliare la sospensione delle escursioni. È proprio sugli errori e sulle omissioni di quel giorno che ora cerca di far luce la Procura.

“Il nostro impegno – ha detto a riguardo il Procuratore di Castrovillari Facciolla – è massimo. Ci stiamo avvalendo, tra l’altro, delle competenze tecniche che rappresentano il meglio di quanto possa offrire, in questo senso, la nostra terra di Calabria”.

Discarica di Bussi, il Csm: “D’Alfonso ci ha mentito”

Oggi sapremo se l’ex presidente della Corte d’Assise di Chieti, Camillo Romandini, che celebrò il processo sui veleni della discarica di Bussi, fece “gravi scorrettezze” sulla giuria popolare; se avrebbe dovuto astenersi da quel processo per una cena con il presidente dell’Abruzzo, Luciano D’Alfonso, parte civile, poco prima della sentenza. Se ha avuto un’attività extragiudiziale (una società agricola) in violazione della normativa che riguarda i magistrati.

Nel pomeriggio, i giudici disciplinari del Csm emetteranno la sentenza, la Procura generale della Cassazione, rappresentata da Piero Gaeta e Alfredo Viola, ha già chiesto 6 mesi di sospensione dalla funzione di magistrato e dallo stipendio.

Durante la requisitoria, l’accusa ha dato del bugiardo al governatore D’Alfonso che ha testimoniato nel giugno scorso sulla cena che si tenne a casa di un medico, il dottor Dogali, amico di famiglia di Romandini. Il giudice sotto accusa, invece, ha reso dichiarazioni spontanee professandosi innocente. Ha pure attaccato Il Fatto e Antonio Massari, autore dello scoop, che ha portato a questo processo disciplinare, sulla denuncia delle giurate popolari che hanno parlato di presunte pressioni alla vigilia della sentenza assolutoria del 19 dicembre 2014. Sentenza poi riformata in Appello, nel febbraio 2017, con la condanna di 10 dei 19 imputati fra ex dirigenti e tecnici Montedison.

A proposito della cena a casa Dogali, nel novembre 2014, il Pg Gaeta dice che le versioni del medico e del presidente D’Alfonso “vanno in rotta di collisione” perché il governatore sostiene che fu lui a chiedergli di fargli incontrare Romandini “dovendo insediare il Comitato etico della Regione Abruzzo” e volendo affidare l’incarico al giudice. Dogali, invece “la racconta in maniera completamente diversa. ‘Era una cena conviviale in famiglia, c’era solo mia moglie, mia figlia con mio genero e il dottor Romandini con la signora, essendo Romandini nella mia considerazione un familiare’”. Quindi, ribadisce il Pg, le due versioni sono “assolutamente incompatibili. A fronte di questa totale divergenza, chi mente e chi dice la verità?”. E qui il ragionamento si fa sottile: se D’Alfonso dicesse la verità, Dogali non avrebbe ragione di smentirlo, essendo “una cosa assolutamente innocente che possa esservi una richiesta di mediazione per il conferimento dell’incarico”. Stesso ragionamento per l’altra versione di Dogali: non vi sarebbe motivo per D’Alfonso di negarla “se la cena fosse stata effettivamente conviviale. Risultato, in punto di logica, che a me pare stringente, mentono entrambi”.

Dunque, per l’accusa, il governatore avrebbe reso una falsa testimonianza, così come il medico. Secondo Gaeta e Viola, confortati da tre testimoni, i pm Anna Mantini, Giuseppe Bellelli e l’avvocato dello Stato, Cristina Gerardis, in quella cena si parlò del processo.

Gli stessi Romandini e D’Alfonso, ricorda l’accusa, lo confermano, anche se minimizzano: “Entrambi dicono di aver parlato” delle qualità professionali delle parti.

C’è poi la cena più grave, secondo i Pg, tre giorni prima della sentenza, raccontata a verbale dalle giurate popolari alla Procura di Campobasso. L’inchiesta poi fu archiviata.

Romandini, si legge nel capo di incolpazione, prima di sedersi a tavola “facendo i complimenti per il locale e chiedendo di chi fosse ‘tutta quella roba’, alla risposta di Letizia Martini (la giurata proprietaria del locale, ndr) disse: ‘Se noi condanniamo per dolo gli imputati dell’Edison può succedere che loro si appellano e possono farci causa singolarmente a ognuno di noi. A lei le va di giocarsi tutta questa roba?’”, una frase rivolta anche alle altre giudici. Durante la requisitoria il Pg Viola dice: quel racconto così dettagliato “se lo sono inventate? C’è stato un complotto? Tesi insostenibile”. Il Pg lo sostiene perché in apertura di udienza Romandini ha reso dichiarazioni spontanee in cui nega ogni addebito, rivendica la sua trasparenza, dice che le giurate possono aver “frainteso” una sua frase in merito alla “nuova normativa sulla responsabilità civile dei magistrati”.

E dà la colpa al Fatto e a Massari che ha scritto articoli “violenti” e “falsi”. Dice Romandini: “Tutto nasce da una telefonata di un certo signore, Antonio Massari, a me totalmente sconosciuto… mi dava notizia di un articolo violento che usciva il giorno successivo”. Il 28 settembre c’è pure la Cassazione sul processo Bussi.