Olimpiadi, ora si litiga sul nome: Milano vuole il primo posto

“oggi (ieri per chi legge, ndr) capiremo la posizione di Milano”, aveva detto il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. In realtà è arrivato solo un videomessaggio di Beppe Sala (da San Francisco), in cui il sindaco ribadisce la sua posizione: “Siamo disponibili, chiediamo che sia difeso il nostro brand”. Tradotto: Milano non ha intenzione di affondare il progetto, vuole solo (ma non è poco) comparire per prima nel dossier. E quindi nel nome. Infatti è su questo che si concentrano gli sforzi diplomatici di Coni e Palazzo Chigi: è tornata in ballo persino l’ipotesi del brutto acronimo “Mi- To-Co”; l’alternativa è “Alpi 2026”, poco associabile a Milano, che allora vorrebbe comparire come sottotitolo, insieme alle altre città ma rigorosamente per prima (occhio però a soluzioni a sorpresa). Bisogna soddisfare Sala (che rivendica le promesse non mantenute che gli aveva fatto Malagò), senza urtare la sensibilità di Appendino, sostenuta dal M5s. Non è questione da poco: Giorgetti sottolinea che “senza Milano salta tutto”. Se ne riparlerà lunedì, anche per il vertice decisivo di maggioranza che dovrà sciogliere la riserva sul sostegno del governo. Serve una risposta entro il 19.

L’altra emergenza: camion pericolosi e navi più inquinanti

Camion con infiammabili devono convivere con le autovetture passeggeri”. È scritto nelle 100 pagine dell’atto con cui il pm Massimo Terrile chiede l’incidente probatorio per l’inchiesta sul ponte. A pagina 43 viene riportato il rapporto dell’ammiraglio Nicola Carlone che descrive la situazione del porto di Genova dopo il crollo: “A causa dell’interruzione della linea ferroviaria è aumentato notevolmente il traffico di cisterne su ruota, così gravando sulla rete urbana e concretizzando peraltro un’indesiderabile maggiore presenza in porto di camion con prodotti infiammabili, dove tale transito deve convivere – comunque in condizioni di sicurezza – con molteplici traffici collaterali, primo fra tutto quello di autovetture di passeggeri”. E non è il solo punto della relazione che provoca interrogativi: il traffico su gomma, scrive l’ammiraglio, “compensa” solo “parzialmente la richiesta di combustibili a basso tenore di zolfo necessari alle navi traghetto e da crociera. Queste navi devono pertanto rifornirsi di combustibili ad alto tenore di zolfo”. Parliamo di navi che consumano fino a 15 tonnellate di combustibile l’ora. A Genova attraccano 191 navi da crociera l’anno oltre a centinaia di traghetti.

Con tutta la tenerezza che posso

Claudia Possetti, mia sorella, Andrea Vittone, mio cognato, i miei due amati nipotini Bellasio Manuele e Bellasio Camilla non ci sono più, quattro vite spazzate via con il ponte di Genova.

In un attimo la vita si trasforma, siamo una famiglia semplice come tante, un papà operaio e una mamma che hanno sempre lavorato per dare dignità alla famiglia, tre figlie, le aspettative e i sogni comuni. Si è sempre fatto fronte comune alle problematiche che via via, come in ogni famiglia, la vita presentava.

L’unione e l’armonia si è poi trasmessa ai miei nipoti che anche con i normali problemi dell’adolescenza hanno sempre avuto la percezione di avere alle spalle tutti noi.

Non avendo figli e avendo avuto la fortuna di avere quattro nipoti ho sempre pensato che fosse un grande dono poterli coccolare, mi sono sempre un po’ sentita come una mamma aggiuntiva, ho cercato di stare con loro più tempo possibile e questo è per me un sollievo adesso, ho sfruttato sempre ogni momento di affetto e vicinanza possibile.

Non riusciamo ancora a renderci conto che loro non ci siano più, mi sembra di vivere in una bolla e ho la sensazione che potrebbero rientrare a casa arrabbiandosi perché stiamo frugando nelle loro cose, ma purtroppo è un sogno.

È molto triste entrare in casa loro e dover cercare parti della loro vita per stupidi compiti di burocrazia, piange il cuore vedere centinaia di fotografie dei loro momenti felici, ma questo è l’arduo compito che la vita ci ha affidato.

In pochi secondi le loro vite non ci sono più ed è questo che fa molto male, i sogni, le aspettative di Claudia e Andrea, appena sposati con un amore infinito, la voglia di conoscere la vita di Manuele, l’intraprendenza di Camilla sono stati spezzati, ed è molto difficile accettarlo.

Tante sono le parole e l’affetto di persone care che ci stanno vicino, ma nulla potrà sanare la nostra ferita. A me manca un pezzo di cuore e fisicamente sento questo distacco. Quel pezzo non tornerà più, i loro ricordi, le loro fotografie potranno riempire un pezzo di quel vuoto?

Io sono sempre stata molto combattiva, ma in questo momento ho solo nel cuore la tenerezza dello sguardo di Claudia quando mi diceva parole dolci, quando parlava dei figli e di Andrea e quando era pronta ad aiutare le persone care senza sosta. Ho nello sguardo gli occhi di Camilla, dolce e determinata quando abbiamo iniziato le lezioni di nuoto insieme e il suo abbraccio sincero quando riceveva un peluche, ho negli occhi la tenerezza di Manuele che da sedicenne cercava di fare il duro avendo un cuore d’oro, ho nello sguardo la dolcezza di Andrea quando guardava Claudia e i figli di sua moglie, orgoglioso di averli tutti accanto.

Tutte le nostre famiglie sono distrutte e purtroppo non riusciamo a dare un perché.

Al momento non ho spazio per la rabbia, ma spero che arrivi perché vorrà dire che la polvere che hanno gettato sulla mia anima si sta levando e io potrò tornare a essere un po’ la tigre che sono, per lottare per loro e per tutti coloro che dovranno passare su qualche ponte. Non vorrei mai più vedere i sogni di qualche famiglia spezzati, soprattutto perché in questo Paese non può più mancare il rigore verso questi “esseri umani” che per biechi e meschini interessi hanno declinato compiti inderogabili.

Io mi chiedo come le persone che hanno causato questo possano addormentarsi la notte, ma forse io sono troppo ottimista sulla razza umana che non merita la mia commiserazione. Attendiamo le indagini, vigiliamo sull’operato di tutti e lottiamo per loro. Claudia era una lottatrice e questo è un dono di famiglia e noi non possiamo deluderla.

Il ritardo del ministero: ancora non invia le carte

Sono passati 17 giorni. Ma la richiesta del sottosegretario alle Infrastrutture, Edoardo Rixi (proprio ieri nominato viceministro), agli uffici del ministero di fornire informazioni sul ponte non ha avuto risposta. È il 27 agosto, riferiscono fonti ministeriali, quando dalla segretaria di Rixi parte una mail alla Direzione generale di vigilanza sulle concessionarie autostradali. Il responsabile è Vincenzo Cinelli, indagato a Genova. Ecco il testo: “Al fine di acquisire maggiori informazioni circa il livello di conoscenza di questa Amministrazione sull’effettivo stato del ponte, apparso carente, si prega codesta direzione… di fornire entro sette giorni alla scrivente segreteria, oltre alla copia della convenzione una copia della corrispondenza intercorsa con Autostrade, relativamente agli atti che almeno negli ultimi 12 mesi (dalla data del crollo) codesta direzione ha ritenuto di dover adottare nei confronti della società stessa, affinché quest’ultima realizzasse gli interventi necessari”. A ieri nulla era nelle mani del Sottosegretario. Ma quale documentazione ha consegnato Autostrade in questi anni al Ministero?

Ieri Fabrizio Gatti su L’Espresso ha pubblicato documenti che Autostrade avrebbe fornito da tempo al ministero sul ponte poi crollato. Analisi e immagini che mostrano cavi arrugginiti e ossidati. Proprio nei piloni 9 (quello crollato) e 10. Il materiale risale a due ispezioni: agosto 2011 e maggio 2013. Si legge tra l’altro: i ferri a vista “sono risultati deformabili anche solo facendo leva con uno scalpello: si può quindi ritenere che non presentino più la tensione prevista e siano da ritenere non efficaci”. Gli studi sono stati compiuti dalla società ingegneristica Spea, controllata dalle stesse Autostrade. Secondo l’Espresso, le carte erano state consegnate agli uffici operativi di Autostrade. Non solo: dal novembre 2017 sarebbero state a disposizione anche del ministero.

Gli studi sono accompagnati da fotografie di cavi che paiono arrugginiti. E dalle considerazioni dei tecnici: “La guaina è apparsa ossidata, l’iniezione di malta è assente, sono stati visti 3 dei 4 trefoli che si muovono con facilità facendo leva con uno scalpello. I fili dei trefoli sono ossidati”. Ancora: “Nel 2011 la trave di bordo lato mare presentava un distacco tra l’anima e il ripristino del bulbo inferiore… nel primo quarto della campata il copriferro presentava in più punti forte risonanza”. Si parla anche di “fili apparsi fortemente corrosi e ridotti di sezione. In ogni cavo sono stati osservati almeno quattro fili rotti. Tutti i fili esaminati risultarono deformabili e si potè quindi ritenere che fossero ‘non efficaci’… Negli anni attuali non è stato possibile ripetere l’esame dei cavi in quanto la zona è stata protetta con una rete per evitare la caduta di materiale”. I punti presi a campione sono 5: 3 su 3 tiranti del pilone 10 – quello oggi pericolante – e 2 su altrettanti tiranti del 9. I tecnici arrivano a questa ipotesi: uno dei cavi avrebbe perso il 75% della capacità di carico, per altri due si sfiora il 50.

Resta da capire come sia possibile che questi studi, passati – pare accertato – da Spea ad Autostrade e quindi al Ministero non abbiamo suscitato immediato allarme. Sul banco degli accusati, come era emerso dagli avvisi di garanzia, non c’è più soltanto chi gestiva il ponte. Ma anche chi doveva controllare: in fondo il ministero. Ambienti tecnici degli uffici ministeriali, interpellati dal cronista, respingono le accuse: “Prima della richiesta di eseguire i lavori di retrofitting dei piloni non avevamo ricevuto nessuna informazione da Autostrade sul ponte. E comunque quei lavori, se ritenuti così urgenti, potevano essere avviati anche nelle more della nostra approvazione”. Ma soprattutto: “Nell’elenco delle infrastrutture in condizioni più delicate che Autostrade ci ha fornito non c’era il Morandi”.

Lega e 5 Stelle litigano sul commissario: il decreto emergenze esce “anonimo”

Il nome del commissario straordinario alla ricostruzione di Genova ancora non c’è. Non è bastato il Consiglio dei ministri di ieri a risolvere le divergenze tra Lega e 5 Stelle, che hanno approvato un decreto per “l’urgenza di Genova, Ischia e Centro Italia” senza però decidere chi sarà a gestire la ricostruzione dell’area del crollo.

Servirà ancora qualche giorno, poi il premier Giuseppe Conte scioglierà le riserve con un decreto del presidente del Consiglio. Sul tavolo c’è una rosa ristretta di nomi, tra cui quello del sottosegretario del ministero delle Infrastrutture Edoardo Rixi – leghista e genovese di nascita – e quello del sindaco di Genova Marco Bucci. Su entrambi, però, finora è mancato l’accordo. L’unico punto fermo è che il commissario non sarà il governatore della Liguria Giovanni Toti, che dopo la tragedia ha gestito l’emergenza ma su cui i 5 Stelle hanno posto il veto nelle scorse ore anche a causa della linea morbida dell’ex Mediaset nei confronti di Autostrade.

Proprio Toti, che ambiva al ruolo per la ricostruzione, non ha nascosto la sua delusione: “Non è mai successo che un decreto per aiutare un territorio sia fatto all’insaputa delle istituzioni locali. Abbiamo diritto ad avere voce in capitolo”.

Niente di grave, secondo Conte, che oggi sarà Genova per commemorare le vittime a un mese dalla tragedia e che ha previsto incontri con lo stesso Toti e con Bucci: “Sentirò gli enti locali e presenterò il frutto del nostro lavoro per condividerlo anche con loro, se ci sono suggerimenti siamo pronti ad accoglierli”.

E in effetti il decreto uscito ieri dal Cdm, per quanto monco della nomina più importante, contiene diverse misure per la ricostruzione che sono state approvate “salvo intese”, dunque modificabili. Difficile però che ci siano grossi cambiamenti su quanto voluto dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, che ha previsto un nuovo organismo di ispezione sulle infrastrutture e la nascita di un database informatico per tenere sotto controllo strade, viadotti e dighe.

La partita che conta resta quella del commissario straordinario. Anche perché sarà una figura con “ampi poteri di procedere e di disporre – Conte dixit – per consentire a Genova di avere un ponte più bello e rilanciare l’immagine della città”. Il modello sarà quello del decreto 195 del 2009, pensato per L’Aquila e l’emergenza rifiuti in Campania che diede poi luogo alla nomina di Guido Bertolaso. Chi sarà il nuovo Bertolaso, però, ancora non è chiaro.

Il nuovo “muro” di Genova, la città divisa come Berlino

Genova Ovest e Genova Est. Come Berlino divisa dal Muro. Il crollo del ponte ha spezzato una città; peggio, rischia di crearne due divise. Di cancellare occasioni di lavoro, ricchezze accumulate in secoli. Ma anche di strappare – come i brandelli del ponte sospesi nel vuoto – legami sociali e personali. Per andare da una parte all’altra della città ci metti tre ore, il doppio che si impiega per raggiungere Milano.

Oggi alle 11.36 Genova starà un minuto in silenzio per ricordare. Nel pomeriggio tutti in piazza per sentirsi ancora comunità. Serve contarsi, vedersi moltitudine.

Ma sarà difficile, nessuno fuori di qui sembra accorgersi di questo secondo crollo. Per vederlo bisognava andare in via Fillak nei primi giorni: parenti e amici appoggiati alle transenne ai margini della zona rossa. Distanti poche decine di metri, potevano soltanto scambiarsi segni, sbracciarsi. E chissà se fa male solo non poter più entrare in casa oppure anche non potersi toccare, stringere la mano, come Alberto, 87 anni, che ogni mattina andava al negozio Punto Mare per guardare la vetrina con i moschettoni d’ottone, gli oggetti luccicanti che gli ricordavano gli anni vissuti in mare. E poi la macelleria islamica dove scambiava due battute, “voi arabi ci conquistate la città”, in fondo sorridendo, in questo quartiere una volta operaio, oggi multietnico. Alla fine il caffè al bar. Ora non può più arrivarci: sono 300 metri, ma lui vive dall’altra parte del muro. Genova rischia di non essere più Genova. Ci sono i traffici, in una città con una disoccupazione al 10%: il porto che dà lavoro a 50 mila persone nell’indotto, ma è strozzato. E ci sono industrie proprio sotto il ponte, come l’Ansaldo; attività come Ikea o Decathlon a due passi dalle macerie.

Ma c’è qualcosa che non si può misurare: la vita. Le singole esistenze di migliaia di genovesi sono state spezzate.

Attilio Parodi è separato. Ha due figli in affidamento condiviso con la moglie. “Abito a Pegli, fino al 14 agosto – racconta – salivo in auto e andavo dai ragazzi a Nervi”. Sono dieci chilometri, ora è un altro mondo: “Ieri ci ho messo due ore ad andare e due a tornare. Cambierò casa, lascerò l’appartamento di mio nonno e passerò sull’altra sponda, a Est”. La polvere del crollo si è infilata ovunque. Lisa Ferretti è professoressa, vive a Sestri Ponente, Genova Ovest. Divideva così le sue mattinate di madre: di corsa a portare in centro le figlie e tornare dall’altra parte, a Sampierdarena, per insegnare. Oggi le costerebbe cinque ore. Follia. La ritrovi sul bus che sfoglia gli annunci immobiliari: “Ci eravamo comprati una casa in un posto stupendo, sulle alture di Sestri Ponente. Impossibile resistere”. E per quanto tempo, poi? Perché a Genova dopo gli annunci – “il ponte sarà pronto in un anno” – cominciano a non crederci più. La coesione straordinaria delle prime ore rischia di andare in pezzi. Con le polemiche tra il presidente della Regione Giovanni Toti e il ministro Luigi Di Maio. A un mese dal disastro non è ancora stato nominato un commissario: Toti è stato silurato per le foto accanto al sindaco Marco Bucci e all’ad di Autostrade, Giovanni Castellucci. Visto da qui, sembra tutto assurdo.

“Speriamo che il decreto Genova non si limiti a ricostruire il ponte e a riportarci alla situazione del 13 agosto. Serve un intervento globale”, chiede l’ex senatore Maurizio Rossi, patron della tv Primocanale. Ora che, dopo l’estate, ricomincia la vita si capisce davvero che cambierà tutto: trasporti, lavoro, sanità, scuole, spettacoli. Nessuno si salva, non il tassista che da Cornigliano per portare Dina, 72 anni, a trovare il marito Gianni in ospedale a San Martino impiega tre ore per 60 euro. Cambia il destino di migliaia di pendolari e studenti che dal Savonese ogni giorno venivano in città. Sono appesi a una linea ferroviaria dell’800. Forse si rivolgeranno a Milano, alla vicina Francia.

Poi l’aeroporto, distante 6 km dal centro. Uscivi di casa e in un attimo eri al gate. Adesso ci metti di più per arrivare allo scalo che per volare a Londra. Ore che se ne vanno. E cambia anche il tempo libero. Lucio Armandi nel suo centro estetico di Certosa racconta: “Lo choc elettrico del crollo mi ha bruciato i macchinari. Ma il vero danno è che la gente non viene perché non ha più tempo libero”. E Stefano? Era appena andato ad abitare a Borzoli, oltre il ponte, ma non aspettava altro che il ritorno del campionato di pallanuoto: gli allenamenti e gli amici a Quinto. Ora, forse, cambierà squadra.

Ecco il grande rischio. Che terminato, chissà quando, il ponte non ci sia più Genova. O di una città ne restino due. Era proprio questa la ricchezza della Superba: le anime diverse, quella signorile e un po’ incipriata di Albaro e Castelletto; gli uffici e il potere in piazza De Ferrari. Il centro storico. Questa resterà Genova Est. Sampierdarena sul confine, trasformata in un groviglio di traffico. E a Ovest la grande Genova che fu operaia: più povera con le facciate grigie e i palazzi squadrati, ma viva, accogliente. Ognuna contribuiva all’altra, separate non sono più niente. Sono arrivati appelli social, slogan che scaldano il cuore: “Genova non si piega”, “Genova resiste”. Come per la bellissima pagina degli “Angeli del fango”. Questa città divenuta simbolo del dolore, proprio lei, Genova, orgogliosa e refrattaria alle facili pietà. Che forse non dà elemosina, ma soprattutto non ne chiedeva, sostiene lo scrittore Maurizio Maggiani. Questo hanno cambiato le alluvioni, il crollo della torre piloti e il ponte: l’anima della città. Che ora deve chiedere. E ne è avvilita.

Perquisito cronista di Repubblica per le notizie su via d’Amelio

Aveva semplicemente riportato la notizia della chiusura delle indagini sul depistaggio del pentito Vincenzo Scarantino sulla strage Borsellino. Ma ieri la casa del cronista di Repubblica, Salvo Palazzolo, è stata perquisita su disposizione della Procura di Catania: alla fine gli agenti hanno sequestrato il telefono cellulare ed effettuato dei controlli sul suo computer personale. Il giornalista è indagato con l’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio dopo l’articolo con il quale a marzo scorso aveva dato atto della fine delle indagini sui poliziotti accusati di avere creato ad arte il pentito Vincenzo Scarantino nell’ambito della strage di via D’Amelio a Palermo. La competenza è della Procura di Catania per la sola ipotesi che possa essere coinvolto un magistrato di Caltanissetta. Il cronista ha ricevuto la solidarietà di Ordine dei giornalisti, Assostampa e dell’Unci Sicilia: “La libertà di informare sembra un lontano ricordo: denunciamo ancora una volta la limitazione a cui deve fare fronte giornalmente il diritto-dovere di cronaca nel nostro Paese”, ha detto il vicepresidente, Leone Zingales.

“Non sapevo di essere vittima di un reato, adesso resto in Italia per avere giustizia”

Quando ero a bordo e aspettavo per giorni di essere sbarcato non sapevo di poter far valere il mio diritto, che ero vittima di un reato, di un sequestro di persona, ma adesso che l’ho saputo non ho avuto alcun dubbio: ho affidato questo diritto a un avvocato. È il principale motivo per cui non vado via dall’Italia: voglio combattere per i miei diritti e seguire questa storia fino alla fine”. Karim (usiamo un nome di fantasia su richiesta dell’intervistato, ndr) è uno dei migranti sbarcati dalla Diciotti che in questi giorni è stato rintracciato – su mandato della procura di Palermo, che con il tribunale dei ministri sta indagando su Salvini, accusato di sequestro di persona aggravato – per chiedergli se intende costituirsi parte civile nell’eventuale processo contro il ministro dell’Interno. Finora 42 migranti – molti dei quali hanno dato delega ai legali che collaborano con l’associazione Baobab Experience – hanno deciso di rivendicare i loro diritti. Il vicepremier ha commentato: “Per me sono altre 42 medaglie. Siamo alle comiche. Su ordine della Procura di Palermo la polizia di Ventimiglia sta cercando decine di clandestini scomparsi perché possano denunciare il ministro dell’Interno”.

Sulla Diciotti governo diviso: ora Salvini smentisce Conte

La domanda è semplice. La risposta è netta. E la conclusione è inevitabile: o ha mentito il premier Giuseppe Conte, quando due giorni fa ha esposto la relazione del governo sul caso Diciotti, oppure mente il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Un fatto è certo: le ricostruzioni, all’interno dell’esecutivo, sono discordanti. Abbiamo chiesto a Salvini: “Il Viminale fu allertato sui soccorsi che la Guardia costiera intendeva effettuare – come sostiene Conte dinanzi al Parlamento – alle 20.24 del 15 agosto scorso?”. In altre parole: Salvini sapeva – come sostiene Conte – che la Guardia costiera si stava adoperando per il soccorso dei migranti a bordo del barcone poi saliti sul pattugliatore Diciotti?

La risposta del ministro dell’Interno è categorica: “No”. Salvini spiega: “Il Viminale fu informato a proposito di un natante che si stava muovendo in acque Sar maltesi. Il coordinamento delle operazioni di monitoraggio era stato assunto formalmente dalle autorità maltesi”. Non si tratta di un dettaglio secondario. Il Viminale ha sempre sostenuto – coerentemente con la linea politica e comunicativa di Salvini – che la Guardia costiera, attivando i soccorsi del barcone, peraltro ancora in acque Sar maltesi, s’era mossa a insaputa del ministero dell’Interno. E infatti Salvini – annunciando che non avrebbe fornito indicazioni per lo sbarco – prese immediatamente le distanze dall’intervento in mare. Sarebbe interessante, non soltanto per i suoi elettori, scoprire che in quelle ore aveva invece avallato, o quantomeno non osteggiato, il soccorso. Anche perché quel soccorso fu provvidenziale ed evitò una vera e propria strage.

Le parole pronunciate da Conte dinanzi al Senato sono chiare: “Il Comando generale del Corpo delle Capitanerie di porto – dice il premier nella sua relazione alle Camere – valutava come probabile la necessità di un intervento di soccorso” e “alle ore 20.24 del 15 agosto… allertava in via preventiva le altre autorità italiane di riferimento, comunicando le proprie intenzioni e richiedendo altresì, come da prassi, al dicastero dell’Interno, qualora si fosse verificato l’ingresso in area di responsabilità Sar italiana, l’assegnazione del porto di sbarco dei naufraghi”.

Secondo Conte, quindi, il Viminale fu allertato e messo al corrente della situazione già alle 20.24 del 15 agosto. Salvini era quindi al corrente del salvataggio sin dalle fasi in cui veniva pianificato. Versione radicalmente smentita dal vice premier. Il ministro dell’Interno, interpellato dal Fatto, aggiunge: “Con il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli (dal quale dipende la Guardia costiera, ndr) e i suoi funzionari né io né i miei uffici abbiamo avuto alcuna interlocuzione. Neanche a voce. Senza alcuna comunicazione intermedia, la mattina successiva il Viminale era stato informato che la Guardia costiera italiana, su presupposta omissione di soccorso dei maltesi, era intervenuta in acque Sar maltesi”.

Salvini continua a smentire di essere stato coinvolto in quelle ore nell’operazione soccorsi e nella richiesta di un porto dove sbarcare: “Tredici persone – prosegue – erano state fatte sbarcare a Lampedusa per motivi sanitari. Tutto era stato fatto dalla Guardia costiera per propria esclusiva competenza e iniziativa”. Fonti del ministero delle Infrastrutture confermano che in quei frangenti nessuna interlocuzione, né scritta né a voce, vi fu con il Viminale. Le comunicazioni – spiegano dal ministero delle Infrastrutture – iniziano nel momento in cui la Guardia costiera chiede al Viminale l’indicazione del porto in cui far sbarcare i migranti a bordo della Diciotti.

Ed è proprio questo il punto: Conte sostiene che la Guardia costiera inizia a chiedere al Viminale l’indicazione del porto di sbarco già alle 20.24 del 15 agosto. Il Viminale smentisce. Ma allora: su quali basi il premier sostiene il contrario? E perché sul punto Conte e Salvini si smentiscono a vicenda? Non si tratta di un dettaglio ininfluente anche alla luce delle indagini in corso su Salvini, accusato di sequestro di persona proprio per aver concesso il Pos (Place of safety) soltanto il 25 agosto, consentendo lo sbarco dei migranti a Catania. Secondo la versione di Conte, smentita da Salvini, la prima richiesta di un porto sicuro dove sbarcare, avviene quindi 10 giorni prima, già alle 20.24 del 15 agosto.

C’è un altro fatto certo – oltre a questa chiara contraddizione – nei fatti ricostruiti dal premier dinanzi al Parlamento: “Senza l’intervento della nostra Guardia costiera – ha spiegato Conte – molte di queste persone sarebbero morte”. Abbiamo chiesto a Salvini cosa farebbe oggi, se ci trovassimo nella stessa identica situazione: appoggerebbe l’intervento della Guardia costiera e della Diciotti o no? La domanda è semplice. La risposta è chiaramente evasiva: “Ho sempre raccomandato la salvaguardia della vita in mare e la tutela dei più vulnerabili, donne, bambini e malati. Ma allo stesso tempo intendo assicurare sempre la tutela dei confini nazionali e della sicurezza dei cittadini”. Eppure – come dice Conte – è stato l’intervento della Guardia Costiera a evitare una strage. Una verità che per Salvini – considerata la risposta – pare scomoda anche a posteriori.

Decreto Sicurezza, la stretta più rigida è sulle occupazioni

Misure per combattere terrorismo, mafia, occupazione degli edifici pubblici e per razionalizzare la gestione dei beni confiscati. Sono i principali interventi contenuti nel decreto Sicurezza del ministro dell’Interno Matteo Salvini, di cui Repubblica ha diffuso la bozza che sarà presentata in Consiglio dei ministri. Nel testo che porta la firma del vicepremier leghista non ci sono ancora le misure annunciate su richiedenti asilo e procedure di rimpatrio. Gli interventi più significativi sono probabilmente quelli che riguardano occupazioni di immobili e sgomberi. Il testo, se approvato, aggiungerà un nuovo comma all’articolo 633 del Codice penale, introducendo “la pena della reclusione fino a quattro anni, congiuntamente alla multa da 206 a 2.064 euro, nei confronti dei promotori e organizzatori dell’invasione (l’occupazione, ndr), nonché di coloro che hanno compiuto il fatto armati”. Inoltre il ministero dell’Interno introduce un “piano operativo nazionale per la prevenzione e il contrasto del fenomeno delle occupazioni arbitrarie di immobili”, che i prefetti dovranno definire entro 60 giorni dall’approvazione del decreto.