I 30 anni del Trota e la festa dei “nostalgici”

Non c’è Nicole Minetti tra gli invitati e nessuno sciabola bottiglie di champagne per festeggiarlo. Quando arriva si scusa: “Ho perso venti minuti a trovare parcheggio”. Anche l’autista è un ricordo ormai lontano. Renzo Bossi mercoledì sera ha riunito una manciata di venti amici sul roof garden dell’hotel Cavalieri a Milano per festeggiare i suoi 30 anni di vita. Ventidue di quella vecchia e otto di quella nuova.

La vecchia lo rese famoso come “il Trota”, figlio di uno dei leader politici più carismatici della Seconda Repubblica, Umberto Bossi, e lo scaraventò nel 2010, totalmente privo di esperienza, nel consiglio regionale della Lombardia accanto all’altra esordiente Nicole Minetti. Neanche il tempo di capire dove fosse e venne travolto dalle inchieste e da quella laurea acquistata in Albania con i fondi della Lega. Nel 2012 lasciò la Regione. “Mi sono fatto una nuova vita”, dice. Lavora nell’azienda agricola “Tera nostra” insieme al fratello, Roberto Libertà, a Brenta, alle porte di Varese. E in questi sei anni, in effetti, quello che era un casolare con due asini, si è notevolmente ampliato.

Ma il pallino per la politica è rimasto. È iscritto ancora alla Lega, “sono un semplice militante” e, puntualizza, “ora so dove vado e soprattutto come: con le mie gambe”. Dei fondi del Carroccio spariti, per i quali è stato condannato il padre e l’ex tesoriere Francesco Belsito, non ha molto da dire: “Io so soltanto che quando se ne sono andati, in cassa i soldi c’erano, dopo sono arrivati altri”.

Comunque “stasera stiamo festeggiando”. Certo. E oltre alle candeline ad aspettarlo c’è anche una decisione da prendere: lasciare la Lega e passare al Grande Nord, il nuovo movimento nato per proseguire le istanze originarie del Carroccio bossiano, quelle teorizzate da Gianfranco Miglio: difesa della Padania e tre macro-regioni, lo Stato federale e l’ortodossia di Pontida. Il presidente e fondatore di Grande Nord è Roberto Bernardelli, proprietario dell’hotel Cavalieri, che ospita la festa di Renzo. Sarà mica una coincidenza? “Non scherziamo, io sono amico del padre e mi onoro anche di avere la simpatia di quest’ottimo ragazzo”, quasi si schernisce. Ma concede: “Certo è che farei carte false per strapparli a Salvini e convincerli a venire con me, questa Lega è una vergogna e qui al nord abbiamo la fila di gente che li abbandona per iscriversi da noi”.

In effetti gli ultimi sono stati alcuni leghisti eletti in Comune a Pavia. Prima da Monza, Vigevano. E poi mezzo Veneto, altri in Piemonte. Gli iscritti? “Siamo qualche migliaia”. E non va messo in dubbio, a suo dire. Anche perché domani si ritrovano a una manifestazione comizio a Venezia. L’appuntamento è alle 12 in Campo San Giacomo Dall’Orio. “Noi saremo lì”, dice Bernardelli. Che garantisce: “Se riusciamo portiamo anche il Capo”, cioè Bossi. L’incontro è stato ideato e organizzato da un’altra sigla, “Lega Padania Nazione”, guidata da un altro talebano bossiano: Angelo Alessandri che, del vecchio Carroccio, è stato persino presidente federale, il ruolo più alto dopo quello del Senatur.

Tra loro ci sono ex parlamentari, ex presidenti di Regione, sindaci: “Gli uomini e le donne che hanno fatto grande la Lega e che sono stati traditi da questi qui”, dice Bernardelli. Così, se sfuggisse, il nemico è proprio Salvini. “Noi chiediamo l’indipendenza, la restituzione dei soldi ai territori, insomma le cose che lui (Salvini, ndr) sa bene e invece ora che è al governo si mette a cincischiare”.

Insomma a Venezia sabato si riunisce il fronte leghista anti-salviniano? Una specie di ossimoro. “Non siamo pro o contro una persona, come mai lo è stato l’Umberto, noi siamo semplicemente a favore di un progetto politico che è stato tradito; vedrà che numeri faremo”. Però, si raccomanda, “non lo dica troppo in giro”. Renzo segue, ascolta, è interessato. A volte sorride, a volte annuisce. “Vieni con noi o no?”, ci prova Bernardelli.

Lui fa spallucce. “Ora fatemi festeggiare, dai”.

Tesoro della Lega. La Pharus ai pm: “Qui soldi sospetti”

Gli inquirenti genovesi hanno sentito sei persone nei due giorni trascorsi in Lussemburgo per ricostruire i flussi di denaro dai conti della Lega Nord. Si tratta di alcuni operatori della società di gestione Pharus Management e altri della banca Rotschild. Un contributo che dovrebbe rivelarsi fondamentale alle indagini. Del resto furono proprio gli operatori della Pharus Lussemburgo, lo scorso gennaio, a segnalare alla vigilanza di Banca Italia una movimentazione sospetta di 3 milioni dal Granducato all’Italia, dopo essersi consultati con alcuni esperti di Rothschild.

Proprio a inizio anno il Fatto e altri giornali diedero la notizia dell’inchiesta genovese sui fondi della Lega e sulla caccia a tre milioni di euro del tesoretto di cui si erano perse le tracce. Tra le “casseforti sicure” ipotizzate, figurava proprio il Lussemburgo. Esattamente in quei giorni gli operatori di Pharus avevano per le mani la gestione di un’operazione per una cifra simile che doveva rientrare in Italia.

Da qui la decisione di mandare un report alla Banca d’Italia. E siamo all’inizio di marzo. Le elezioni politiche con l’affermazione della Lega sono appena passate quando la carta approda sulla scrivania dei magistrati genovesi Paola Calleri e Francesco Pinto.

Che decidono di aprire un fascicolo. E di iniziare indagini serrate. Primo passo, andare a Bolzano e Milano – sede e filiale della Sparkasse – perché da qui i soldi sarebbero partiti e qui sarebbero tornati. Poi nei giorni scorsi il secondo: andare in Lussemburgo.

Il movimento sospetto ammonta a 3 milioni ma gli accertamenti riguardano 10 milioni complessivi. L’ipotesi di reato è il riciclaggio. Ed è un fascicolo – ancora senza indagati – nato quasi per caso, mentre la Procura era impegnata a rintracciare i 48,9 milioni che la Lega è stata condannata a restituire alle casse dello Stato a seguito della condanna in primo grado di Umberto Bossi e Francesco Belsito. Setacciando tutti i conti correnti intestati o riconducibili al partito, gli inquirenti sono riusciti a recuperare appena due milioni. Ed è così partita una vera e propria caccia al denaro.

Che, al momento, li ha condotti in Lussemburgo. Ma una cosa è certa: i 48,9 milioni la Lega li ha incassati. E usati. In particolare dal 2013 in poi. La Price Water House ha certificato come nel 2013 il partito avesse disponibilità di oltre 40 milioni. Un patrimonio poi letteralmente dilapidato. Basti guardare gli estratti del solo conto della Lega presso la Sparkasse, di cui il Fatto è in possesso. Nei soli primi sei mesi una liquidità di 6 milioni si riduce a 500 mila. Stessa sorte tocca a un portafoglio obbligazionario di oltre 10 milioni in Unicredit.

All’epoca segretario del partito era Roberto Maroni. Il Fatto ha tentato ieri di chiedergli di ricostruire la gestione della sua segreteria. Inutilmente. Del resto fu in epoca Maroni che si aprirono i conti presso la Sparkasse, come ha confermato il presidente della cassa di risparmio, Gerhard Brandstätter: “Abbiamo avuto due conti correnti della Lega. Sono stati aperti nel 2013 e chiusi nel 2014”. Quindi quando Maroni guidava la Lega, di cui rimane segretario fino a dicembre 2013.

Brandstätter in passato è stato socio di studio di Domenico Aiello, l’avvocato di fiducia di Maroni che proprio nel suo studio è tornato a fare l’avvocato e che nel solo 2013 dalle casse della Lega ha ricevuto 804mila euro per 11 parcelle. Proprio in quei mesi Maroni trasferì 20 milioni della Lega alla Sparkasse e chiese al suo legale, Aiello appunto, di costituire un veicolo dove far confluire tutti i beni del partito per metterli al riparo dai leghisti dell’appena estromesso Bossi. La ricostruzione è nell’indagine Breakfast svolta dalla Procura di Reggio. Ad Aiello l’operazione viene spiegata dal commercialista: “Bisogna fare la bad company dove rimane dentro un cazzo”. Ancora: “La bontà è che i soldi non sono più sul conto della Lega e vaffambagno. Se fanno l’esecuzione non li trovano”.

La figlia di scajola, inviata indagata

La famiglia Scajola è davvero particolare. Dopo le note vicissitudini dell’ex ministro e della casa pagata “a sua insaputa”, pure il resto dei componenti non scherza. L’ultima notizia riguarda la di lui figlia, Lucia Scajola, giornalista di Panorama ora trasmigrata a Rete 4, nella trasmissione di Gerardo Greco W L’Italia. A Mediaset ha però creato notevole imbarazzo la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di Lucia Scajola per diffamazione aggravata. Non per un articolo o un servizio, ma per aver creato un falso profilo Facebook con cui insultava gli avversari politici del padre durante la campagna elettorale per il Comune del giugno scorso, che ha visto la vittoria di Claudio, rieletto sindaco. Dietro il profilo di tal “Sergio Gazzano”, secondo gli inquirenti, ci sarebbero la giornalista e Paolo Petrucci, coordinatore della campagna dell’ex ministro. Il bersaglio degli attacchi era l’avversario del padre, Luca Lanteri, ma soprattutto Marco Scajola, assessore regionale nipote di Claudio e cugino di Lucia, politicamente vicino al governatore Giovanni Toti, acerrimo nemico di Scajola. Ed è proprio dal nipote che è partita la denuncia. “Quando la polizia postale mi ha detto che dietro quel profilo c’era Lucia, non volevo crederci”, ha detto Marco. Quanto vorremmo essere al prossimo pranzo di Natale in casa Scajola…

Sky, trasferta punitiva a Milano: due croniste in presidio di protesta

Prima lasciate a casa per mesi senza la possibilità di lavorare, poi spedite in “trasferta punitiva” a Milano. Tutto per non aver accettato il trasferimento nella nuova sede lombarda dell’emittente. Prosegue la protesta delle due giornaliste di Sky Tg24 che non hanno aderito al “mutamento volontario di sede”, in sciopero dal 6 settembre dopo la decisione dell’azienda di “inviarle” a Milano come ritorsione per il loro rifiuto. Ieri le due croniste si sono ritrovate in presidio in piazza Montecitorio per manifestare contro i soprusi subiti sul posto di lavoro. “Anche nel mondo patinato e hi-tech di Sky le misure ritorsive colpiscono soprattutto donne e madri, come in quasi tutte le realtà produttive italiane”, spiegano le due redattrici. La protesta riguarda il “trasferimento de facto”, con cui l’emittente ha costretto la quasi totalità dei suoi dipendenti a spostarsi da Roma a Milano, in solidarietà con le tre giornaliste già licenziate a luglio e con i tecnici e amministrativi che hanno subito la stessa sorte. Quello organizzato da USB Mass Media, il sindacato di base di settore al quale hanno aderito le redattrici, è il primo sciopero giornalistico non indetto dalla Federazione Nazionale della Stampa italiana (Fnsi).

È ufficiale: “Il Caimano corruppe il senatore”

Più di dieci anni dopo il reato, compiuto fino al marzo 2008, tre anni dopo la sentenza di condanna di primo grado, e due mesi dopo la pronuncia definitiva della Cassazione, le 78 pagine di motivazioni dei giudici del Palazzaccio sulla prescrizione del “privato corruttore” Silvio Berlusconi ci regalano alcune notizie e altrettante certezze.

La prima è che l’ex Cavaliere avrebbe meritato la condanna per la compravendita dei senatori, inflitta in primo grado (3 anni) e poi cancellata in Appello dalla prescrizione. La seconda è che trova conferma processuale definitiva che Berlusconi attraverso la mediazione del faccendiere Valter Lavitola (anche lui condannato e prescritto) si è comprato con tre milioni di euro l’ex senatore Idv Sergio De Gregorio. Il ricorso del leader di Forza Italia per ottenere l’assoluzione nel merito si è infranto nelle valutazioni dei giudici di legittimità, secondo i quali il nucleo argomentativo della sentenza di Appello ha retto ai rilievi degli avvocati Niccolò Ghedini e Michele Cerabona.

La terza notizia è una chicca per giuristi: la Sesta Sezione penale della Cassazione (presidente Giacomo Paoloni, relatore Massimo Ricciarelli) ha dichiarato impossibile contestare a un parlamentare la corruzione propria, quella per atti contrari ai doveri d’ufficio, il reato per il quale era stato condannato Berlusconi. L’autonomia del parlamentare e l’insindacabilità delle sue votazioni e del suo cambio di casacca rendono impossibile “la possibilità di conferirle (alla corruzione, ndr) una connotazione in termini di contrarietà ai doveri”. Il reato c’è stato, ma va qualificato come corruzione impropria. La punibilità della corruzione del senatore De Gregorio, infatti, “riposa sul divieto di remunerazione del munus publicum (…) e che trova riscontro per ogni soggetto investito di pubbliche funzioni anche nel dovere di svolgerle con onore e disciplina”.

E siccome gli avvocati hanno provato a sollevare la questione della insindacabilità di Berlusconi, all’epoca deputato, e la mancata trasmissione degli atti alla Camera per l’autorizzazione a procedere, la Cassazione ne approfitta per chiarire che se c’era uno che poteva invocarla era De Gregorio e non l’ex Cavaliere, che ha agito nella sostanza da “privato corruttore”. De Gregorio comunque non l’ha sollevata, preferendo patteggiare 20 mesi. Su di lui, e sulle poco nobili ragioni della sua chiamata in correità di Berlusconi, ne hanno dette (e giustamente) di tutti i colori, per provare a smontarne la credibilità. Ma la Cassazione ricorda che “è stata ampiamente valutata la concreta credibilità del personaggio e l’attendibilità del narrato, che è stata poi messa a confronto con plurimi riscontri.”

Ecco cosa rischia Mediaset: un salasso da 750 milioni l’anno (il 20% dei ricavi)

Per capire quanto Silvio Berlusconi sia preoccupato per le dichiarazioni bellicose dei grillini di governo sulla pubblicità in tv (e quante pressioni farà sull’alleato Matteo Salvini per bloccare ogni atto ostile) basta fare i conti: Mediaset rischia di perdere centinaia di milioni di euro.

A oggi il sistema funziona così: le aziende, i cosiddetti “Brand”, affidano il loro budget pubblicitario a un Centro Media che lo gestisce; per ottenerlo i Centri Media offrono al Brand gli sconti sul listino che hanno ottenuto dalle concessionarie pubblicitarie. Sembra un meccanismo di mercato, in realtà il mercato c’entra poco. Grazie alla forza politica e ad antiche alleanze commerciali abilmente mantenute negli anni – prima tra tutte quella con GroupM, il centro media del colosso WPP, a lungo guidato da Stefano Sala, che oggi è a capo proprio di Publitalia – la concessionaria di Mediaset riesce a intermediare una bella fetta della torta e, soprattutto, a convogliarne poi la maggior parte alle tv di Berlusconi.

Parliamo di soldi. Secondo i dati Nielsen, i “brand” hanno investito in Italia nel 2017 circa 6,2 miliardi di euro, di questi 3,8 miliardi (il 61%) sono andati alla solo pubblicità tv, una percentuale assai più alta rispetto alla media del resto d’Europa. Mediaset, nel bilancio consolidato dell’anno scorso, dichiara di aver ricavato dagli spot 2,1 miliardi di euro, “il 38,3% del mercato” (che quindi stima, a differenza di Nilsen, a 5,5 miliardi di euro).

Un bel risultato, che in realtà è una sorta di “miracolo” che diventa evidente se si considera il solo mercato tv: con ascolti medi stimabili nella fascia 30-35%, le tv del Biscione si accaparrano il 55-60% delle risorse (abnormi) destinate dai brand agli spot televisivi (la Rai, ad esempio, nel 2017 valeva 730 milioni).

Riportare in qualche modo la fetta pubblicitaria di Cologno Monzese alle sue dimensioni di ascolti potrebbe costare al gruppo una cifra non inferiore ai 750 milioni l’anno (il 20% abbondante dei ricavi messi a bilancio nel 2017).

Una minaccia mortale che può concretizzarsi in vari modi: quello indicato da Vito Crimi qui sopra è il sistema dei “tetti” per abbassare la quota di investimenti che va alle tv e spostarla su altri comparti (la “carta” vale in tutto 1 miliardo); un’altra via potrebbe essere quella di ridurre il potere degli intermediari (i Centri Media) facendone dei meri consulenti senza potere sui budget. È la via per aprire il mercato scelta dalla Francia, il Paese di Vivendi, il secondo azionista Mediaset.

Rai, Forza Italia ci ripensa. I gialloverdi avanti su Foa

La parola fine a questa vicenda la metteranno Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Che si vedranno presto, probabilmente domenica, a Milano o ad Arcore. E a quel punto si potrà procedere a una nuova votazione in Vigilanza per eleggere Marcello Foa presidente della Rai. Ma perché quello che non è stato possibile il primo di agosto, con la bocciatura del giornalista italo-svizzero che non raggiunse i due terzi in Vigilanza, dovrebbe verificarsi un mese e mezzo dopo?

I motivi sono diversi, ma la questione è piuttosto semplice. Prima di tutto perché il leader leghista ha tenuto duro su quel nome. Dopo la bocciatura, infatti, le possibilità di una riproposizione di Foa sembravano ridotte al lumicino tanto che, in pieno agosto, avevano già cominciato a circolare diverse alternative. Poi, però, grazie a Salvini, il nome di Foa ha ripreso forza e ora è l’unico su piazza. In secondo luogo, perché lo stesso Berlusconi aveva già virato all’epoca sull’ex cronista de Il Giornale, salvo doversi arrendere alla rivolta interna a Forza Italia guidata da Antonio Tajani e Gianni Letta.

Ora, però, quella ribellione è stata sedata grazie alla terza motivazione: un patto politico tra FI e Lega che parte dal nome di Foa ma arriva fino all’alleanza per le Regionali in Basilicata, Abruzzo e Sardegna (in Trentino c’è già). E va pure oltre. Si spinge persino al Csm, con l’elezione di un vicepresidente vicino al partito azzurro; tocca pure il Consiglio di Stato, guarda magari anche alle elezioni europee. E, con un giro vizioso, termina al punto di partenza: la Rai. Dove, nelle nomine di Tg e testate, anche Forza Italia avrà la sua parte.

Soprattutto, il patto dà una nuova mano di cemento a un muro, quello del centrodestra, che si andava sgretolando. Una rinnovata intesa che ha visto, questa settimana, Berlusconi e Salvini uniti in Europa contro le sanzioni al premier magiaro Viktor Orbán. Così, dunque, si compone la ricca pietanza con cui l’ex Cavaliere ha convinto anche i più riottosi del suo partito a inghiottire il boccone amaro su Foa. “Le condizioni politiche sono cambiate. Non possiamo sacrificare l’alleanza di centrodestra sulla presidenza della Rai, tanto più che le nostre obiezioni non riguardano la persona. Vediamo piuttosto di spuntare nostri candidati nelle Regioni…”, osserva un autorevole esponente forzista. E poi, come sempre con B., ci sono anche le aziende.

L’ex Cav. vorrà essere rassicurato dal leader leghista sul fatto che il governo non metterà in campo provvedimenti anti-Mediaset. “Sono contrario a un divieto per le aziende concessionarie di Stato di fare pubblicità sui giornali”, ha detto due giorni fa Pier Silvio Berlusconi. “Perché la Rai non ha chiesto il rinnovo del contratto con Sky su Rai4? Siamo di fronte a un favore a Mediaset proprio nei giorni in cui Salvini e Berlusconi stanno trattando?”, si chiede sibillino il dem Michele Anzaldi. Da ottobre, infatti, sul canale 104 di Sky Rete4 prenderà il posto di Rai4.

In attesa dell’incontro risolutore, ieri in Vigilanza la Lega e i 5Stelle hanno presentato una risoluzione – duramente contestata dal Pd – che invita il Cda Rai a “procedere con sollecitudine” a esprimere un nuovo nome per la presidenza scelto tra i consiglieri, con l’esclusione del solo ad Salini. Un’iniziativa che da una parte ha il sapore della forzatura su Foa – che viene considerato pienamente ricandidabile – e dall’altra suona come una copertura politica del Parlamento all’azione del Cda.

Il problema, però, sarà quando il nome del giornalista arriverà di nuovo in Vigilanza, perché sulla possibilità di rivotare un candidato precedentemente bocciato è in corso una guerra di pareri legali e grava la minaccia di ricorsi. Dopo quelli assunti da Vigilanza, Usigrai, Lega e Pd (quello dei dem è l’unico parere apertamente contrario), ieri l’ad Rai Fabrizio Salini ha chiesto lumi alla Direzione affari legali di Viale Mazzini nella persona del suo responsabile, Pierpaolo Cotone, il cui responso è atteso nelle prossime ore.

“Caro B. la pacchia è finita: tetti alla pubblicità in tv”

Appena entriamo nella sua stanza di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, Vito Crimi ci dà subito una notizia: “Si ricorda il Fondo per il pluralismo dell’editoria istituito da Luca Lotti? Bene, in quel fondo era previsto un contributo di solidarietà dello 0,1% sui redditi delle concessionarie di pubblicità compresi i Centri Media. Il decreto che avrebbe dovuto fissare i criteri per questo contributo non è stato mai varato. Di fatto, un regalo alle grandi concessionarie, a Berlusconi in primis”.

La discussione sul finanziamento pubblico all’editoria, quindi, inizia da qui, da come sono ripartite le risorse, da chi le ha sul serio e chi invece è in crisi. Il Fondo pubblico eroga contributi alla stampa, per circa 114 milioni (ma 27,8 vanno alla convenzione con Rai International), e si finanzia con risorse pubbliche e solo teoricamente, apprendiamo oggi, con l’extra-gettito del canone Rai e la quota dello 0,1% sui ricavi pubblicitari.

Applicherete quindi quella norma prevista dal provvedimento che porta la firma di Lotti?

Sì, riapriamo subito i termini e già in legge di Bilancio procederemo a determinare le nuove tempistiche.

Vi mettete contro editori importanti, a cominciare da Berlusconi.

Lo so, del resto quella ‘dimenticanza’ è stata l’ennesimo favore del Pd a Berlusconi e questi regali devono finire.

Possiamo dire che per Berlusconi è finita la pacchia?

Non è il mio linguaggio, ma si può anche dire che è finita la pacchia. Il punto vero è che occorre ridistribuire la pubblicità tra tv e carta stampata. Noi non siamo contro i giornali per partito preso.

Però volete tagliare i fondi diretti all’editoria.

Sì, attualmente sono stanziati circa 200 milioni tra contributi diretti, alle radio e alle tv, senza contare l’agevolazione delle tariffe telefoniche che può essere stimata in 60 milioni e che andrà rivista da subito.

Come pensate di agire?

Tagliando i finanziamenti pubblici, intervenendo sul contributo dello 0,1% come detto e verificando che l’extra-gettito derivante dal canone Rai sia davvero confluito nel Fondo.

Ma i contributi all’editoria vanno eliminati del tutto o possono esserci ancora dei criteri per un intervento pubblico?

Innanzitutto vanno aggiustate le distorsioni, visto che circa il 30 per cento dei fondi va a 4-5 testate. Andrà individuato un tetto e modificate le modalità di erogazione. Ad esempio, si può cominciare garantendo il 50 per cento di quanto dovuto e poi di anno in anno verificare. Vogliamo realizzare anche in questo settore quanto fatto con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

Ci saranno però ricadute occupazionali.

Noi vogliamo solo togliere i fondi pubblici all’editoria, non eliminare il Fondo per il pluralismo. Gli editori hanno ricevuto tantissimi soldi in questi anni, dal 2003 oltre 3 miliardi di euro. A fronte di questo ci saremmo aspettati investimenti per reggersi sul mercato che non ci sono stati. Ci sono modi per affrontare le ricadute occupazionali.

Per esempio?

Penso che si possano introdurre dei tetti pubblicitari per aiutare dal lato degli introiti i giornali.

Tetti pubblicitari alla Tv?

Sì, un meccanismo di redistribuzione delle risorse all’interno del sistema. Una strada a cui occorre del tempo per essere realizzata, ma importante. Possiamo poi prevedere incentivi pubblici alla domanda, ad esempio, sostenendo gli abbonamenti oppure nuove idee innovative. Sto proponendo agli editori una piattaforma tecnologica che, ad esempio, permetta al costo di un abbonamento la lettura di tutti i giornali. Sarebbe una ‘Netflix dell’editoria’.

Potrebbero protestare gli edicolanti.

Io penso che le edicole vadano aiutate a trasformarsi in una rete di servizi, remunerati, e non essere più schiacciate tra la distribuzione e le norme imposte dagli enti locali.

Il ministro Di Maio ha parlato di un limite alla pubblicità sui giornali da parte delle imprese partecipate dallo Stato. È d’accordo?

Sì, le aziende di Stato sono state troppo spesso il bancomat dei politici e ancora adesso ho sentore di commistioni improprie tra le aziende e i giornali. Credo che occorra lavorare a una trasparenza degli investimenti pubblicitari e capire l’incidenza di alcuni inserzionisti. Il lettore deve sapere se il suo giornale ha un ‘socio occulto’ o meno.

Vale solo per i giornali o anche per le tv?

Il problema riguarda tutti gli organi di informazione.

Lei ha parlato anche di editore puro. Intende far uscire dai giornali gli imprenditori che fanno altro?

Credo che occorra mettere dei tetti alla partecipazione nelle imprese editoriali da parte di chi non ha come attività centrale l’editoria.

Ma senza azionisti come Caltagirone o De Benedetti alcuni giornali potrebbero chiudere.

Se quei soggetti ricavano un utile dalle loro partecipazioni altri soggetti potrebbero facilmente subentrare. Se invece non ricavano un utile vuol dire che non si comportano da editori ma da sponsor, finanziano un giornale solo per il tornaconto alla propria azienda e non per fare informazione.

Lavoratoriiiii!

Se ne parla poco. Ma oltre ai profughi di guerra, ai rifugiati politici, ai migranti economici e climatici, abbiamo pure quelli parlamentari. Dal 4 marzo, quando furono trombati il 66% degli eletti nella scorsa legislatura, 600 anime in pena vagano per l’Italia in cerca di integrazione, mendicando un posto di lavoro, anzi più un posto che un lavoro. Possibilmente poco faticoso, perché non sono abituati e rischiano un’ernia fulminante. Certo, non sono molti, rispetto alle decine di migliaia di migranti tradizionali. Ma con le zanne, le ganasce e gli stomaci che si ritrovano, mangiano per un milione. In più, sono incattiviti dal taglio dei vitalizi, per nulla lenito dalle laute liquidazioni (chi lascia il Parlamento intasca pure la buonuscita, per le esigenze di prima sopravvivenza). Prendete Carlo Cottarelli, che non è neppure un trombato visto che non s’è mai candidato: Mattarella, a fine maggio, dopo aver rimandato a casa Conte per via del ministro Savona, l’aveva scelto come premier per farne il suo Monti personale. E lui, per quattro giorni, aveva girato i palazzi romani con i galloni di “presidente del Consiglio incaricato”, lo zainetto e il trolley, a caccia di ministri e fiducie. I ministri li aveva trovati, mentre di voti ne aveva collezionati zero su 945: una bella cifretta, che indusse perfino Mattarella a domandarsi con che faccia si potesse bocciare un governo voluto dalla maggioranza parlamentare per promuoverne uno voluto da nessuno. Ora però Carlo “Zero” Cottarelli avrà finalmente la sua rivincita: sarà ospite fisso di Fazio e occasionale di Floris, per giudicare con la massima serenità e imparzialità il governo che ha fregato il posto al suo. Come se invitassero Letta a dare i voti al governo Renzi, o Renzi a dare le pagelle al governo Gentiloni.

Ma lui, almeno, un mestiere ce l’ha a prescindere dalla tv: sta al Fondo monetario e scrive un po’ dappertutto. Mettetevi invece nei panni di chi non ce l’ha, o non ne ha mai avuto uno. Nunzia De Girolamo, tagliata fuori dalle liste di FI in Campania, ripescata in extremis in Emilia e ivi non rieletta dopo 10 anni alla Camera, sarà inviata speciale di Giletti. Ma non è stato facile convincerla, perché – assicura – “avevo anche altre proposte” (pare la volessero al segnale orario). Essendo avvocato, farà la giornalista, ma “senza perdere la mia identità: rimango di centrodestra, liberale, berlusconiana e non forzista”, e sono soddisfazioni. Scoppia invece la premiata coppia degli Addams di La7: Elsa Fornero resta lì col frustino, mentre l’ex Pdl Giuliano Cazzola rimbalza a Rete4. La gente non li può vedere, ma le tv se li strappano di mano.

Altri invece si disintossicano sulla carta stampata. Latorre è columnist del Messaggero, Capezzone de La Verità, Cicchitto di  Libero, Verdini – fra una condanna e l’altra – del Tempo, dove editorialeggiano anche Dell’Utri (suo compare della P3) e Bisignani (che invece stava nella P2 e nella P4). Un ricongiungimento famigliare. Ma il caso più penoso è quello di Maroni: da governatore lombardo, era uno dei politici più potenti d’Italia; ma rinunciò a ricandidarsi per diventare ministro nel Renzusconi; e ora ha una rubrica sul  Foglio, e pure in ultima pagina (su un giornale di cui già sfugge la prima).
Un fenomeno ancor più inspiegabile è quello di Alfano: prima di diventare un nessuno come politico e ministro, Angelino Jolie era già un nessuno come avvocato nella natìa Agrigento. “Riparto – aveva dichiarato dopo le elezioni – da dove avevo iniziato”. Cioè dal nulla. E lì sarebbe rimasto, non esistendo in natura nessuno che si farebbe assistere da uno come lui, fosse pure per un parafango ammaccato. Invece, con sua grande sorpresa, fu chiamato dal primo studio legale italiano, il Bonelli-Erede di Milano, come consulente in “Public International Law & Economic Diplomacy”. Un’irresistibile nota spiega che “le competenze (allo studio Bonelli-Erede sono molto spiritosi, ndr)  di Alfano verranno integrate con quelle di molti professionisti che da anni si occupano di diritto internazionale. L’obiettivo è assistere non solo le aziende, ma anche Stati, Enti, Istituzioni nel Mediterraneo, Africa e Medio Oriente per favorire gli investimenti”. I poverini sperano che porti nel privato le relazioni accumulate da ministro degli Esteri in Nordafrica (dove strappò il record mondiale di sbarchi di migranti). Tipico caso di circonvenzione di capaci.
Altro avvocato per insufficienza di prove è il renziano Ernesto Carbone, trombato dopo un solo giro: manco il tempo di acclimatarsi alla buvette (è un noto esperto di feste&ape) e già ha dovuto tornare alle pandette. Gli elettori ingrati gli hanno restituito il Ciaone  lanciato dopo il referendum-trivelle. Fuori dal suo studio c’è una fila di clienti ansiosi di farsi difendere da lui: tutti aspiranti suicidi.
Poi c’è la pattuglia degli ex pm tornati in toga: la Finocchiaro (parcheggiata al ministero), la Ferranti (promossa in Cassazione senza uno straccio di concorso), D’Ambruoso (approdato alla Procura di Bologna, con gran sollievo di tutte le altre), ecc.
E Giovanardi? Si gode la liquidazione di 315 mila euro, frutto di 7 sudate legislature, e si dedica alla filatelia: in pratica, conta i denti ai francobolli. Non si hanno purtroppo notizie del  prodian-renziano Sandro Gozi, ma avendo raccontato che Macron chiese consiglio a lui prima di fondare En Marche!, troverà senz’altro un impiego all’Eliseo. Noi però, visto lo score di successi inanellati in Italia e in Europa (l’ultimo fu la sconfitta della favoritissima Milano per l’Agenzia Ue del farmaco), lo vedremmo meglio nelle mansioni affidate da Totò e Nino Taranto al caratterista Pietro De Vico in Totòtruffa ’62: contatore di piccioni in piazza San Marco a Venezia.

Sir McCartney svergogna i Beatles: “Ci masturbavamo in gruppo”

“Ci vedevamo a casa di John e invece di ubriacarci e fare festa ci mettevamo seduti, spegnevamo le luci, uno di noi cominciava a masturbarsi e gli altri lo seguivano”. Sir Paul McCartney, impegnato nella promozione del suo ultimo lavoro – Egypt Station, frammentario concept autobiografico – rivela, in una lunga intervista a GQ, dettagli inediti della vita dei Beatles. “Urlavamo nomi di donne per ispirarci a vicenda, tipo Brigitte Bardot. Una volta John gridò ‘Winston Churcill’ e passò la voglia a tutti. Ci sono tante cose come questa – ha aggiunto McCartney – che facevamo da ragazzi e che ora, a ripensarci, viene da chiedersi: ‘lo abbiamo fatto davvero?’”. Quando il giornalista gli ha chiesto se quella della masturbazione di gruppo fosse una pratica abituale, McCartney ha risposto: “Credo sia successo una, al massimo due volte. Sì, se ci pensi è un po’ da depravati, ma alla fine non facevamo male a nessuno. Nemmeno a Brigitte Bardot”. Poi l’ex Fab Four passa a parlare di suo padre: “il tipo di genitore che inculca nel figlio il bisogno di cercarsi un lavoro serio”, racconta. E infine la fede: nella selezione che aveva fatto da ragazzo tra le figure delle varie religioni il suo preferito era San Francesco d’Assisi. Di cui evidentemente non seguiva l’esempio. Non è mancata la domanda sulla droga: “Una volta abbiamo preso un acido e all’apice del trip ricordo che ho iniziato a vedere una spirale colorata nel cervello. Poco dopo hanno scoperto la forma elicoidale del Dna. Penso di aver visto il mio Dna”