Addio a Scimone, il musicista che non scese a patti con la “tribù”

AClaudio Scimone, scomparso d’improvviso il 6 settembre sulla soglia di compire gli ottantaquattro anni, sono arrisi fama e successo ben più del riconoscimento del livello artistico e culturale. Questo era occultato, solo in piccola parte, dall’attitudine, dirò così, imprenditoriale, colla quale capeggiava I Solisti Veneti: ma far sopravvivere un’orchestra è di questi tempi arduo, e nessuno vorrà imputargli qualche manifestazione di gusto più facile a paragone delle cose altissime da lui fatte nei cinquantanove anni dalla fondazione dei Solisti e nel resto della sua attività. Alla base del mancato riconoscimento della statura di Scimone un equivoco che si fa sempre più corrivo e volgare: la “Musica Barocca”.

Oggi è quella più di moda; ed esistono non centinaia, migliaia di complessini che, richiamandosi a una presunta “prassi esecutiva originale” (non sanno nemmeno l’italiano: dicono “originale” invece di “autentica”) ci affliggono con esecuzioni dilettantesche nelle quali non esistono intonazione, fraseggio, non esistono le basi elementari della lettura musicale. E il concetto di “Musica Barocca” lo estendono come la pelle di zigrino: lo fanno incominciare all’incirca con Josquin e vi comprendono, poco ci manca, persino Beethoven: sovente eseguito, tuttavia, giusta gli stessi (non)principî dispensati a Vivaldi e Bach. Ma l’ignoranza e la decadenza dell’idea stessa di musica, oggi vigenti, rendono una sorta di obbligo religioso l’esecuzione “secondo la prassi esecutiva originale” e condannano all’ignominia quella che vi si discosti. Faccio un solo esempio: dell’ignominia fanno parte il Bach di Karajan di Klemperer, di Jochum, di Richter… Vivaldi non è Bach, non è Scarlatti, sia Alessandro che Domenico, non è Händel, non è Caldara: ossia i sommi che insieme chiudono il Barocco musicale e aprono il Classico. Scimone per Vivaldi fece moltissimo, sia per quello di autentico valore (il venti per cento della sua produzione), sia per quello di serie B.

Ma ebbe l’enorme coraggio di sottrarre Vivaldi (oltre che Albinoni e Marcello, e Corelli) alla mafia della “prassi esecutiva”. Onde le sue incisioni dei Concerti di Vivaldi sono fra le pochissime a possedere un valore musicale autentico e a dare giustizia al buono del compositore. Quelle che affiancherei loro appartengono pure a un mondo scomparso: sono dei Virtuosi di Roma, sono de I Musici, e sono quelle di un grande direttore dimenticato, che negli anni Sessanta e Settanta diede fra le più raffinate rivelazioni del Barocco italiano, Angelo Ephrikian.

Scimone, mio caro amico, sapeva bene di escludersi dalla “Cultura”: era troppo intelligente per non misurare le conseguenze delle sue scelte. Ma era un musicista di così alto sentire, forgiatosi con colossi come Mitropoulos e Ferrara, da non poter venire a patti con la sua coscienza. Ha lavorato guardando a una sua idea di musica, non sacrificando agl’idoli della multitudine e della tribù.

Era felice perché avrebbe dovuto dirigere a Verona lo Stabat Mater di Rossini, capolavoro che debbo anche a lui se oggi rispetto appieno di contro a mie ancor recenti diffidenze.

E proprio nel nome di Rossini, ancor più che in quello del Barocco, Claudio Scimone verrà ricordato. Insieme col Guillaume Tell diretto da Lamberto Gardelli, le sue incisioni di alcune Opere tragiche del Cigno di Pesaro sono un modello stilistico, di eleganza musicale, di senso drammatico. Il Mosè in Egitto, l’Armida, il Maometto II, l’Ermione: magari questi capolavori, e gli altri purtroppo da lui non toccati, venissero eseguiti come lo faceva lui, invece che come fanno quasi tutti.

 

“La tv non può trattare i tifosi come fossero bancomat”

Valvole, manopole e passione. Tanta. Di Riccardo Cucchi gli sportivi italiani conoscono la voce e non il viso, come è giusto. “Radiogol” è il riassunto di trenta anni vissuti, minuto per minuto, davanti a un microfono. “Un atto di amore verso la radio e il calcio”, dice.

Cosa salva di queste due partite della Nazionale?

I ‘vecchi’, Bonucci e Chiellini intendo, e Donnarumma. Un livello tecnico modesto, forse più di quanto pensavamo. E l’esclusione con la Svezia, ora possiamo dirlo, non è stata casuale.

Cosa e quando abbiamo sbagliato?

La crisi è un’adolescente, ha 12 anni, inizia la famosa sera con il cielo azzurro sopra Berlino. Ci siamo cullati su quell’alloro. I segnali inequivocabili, come le eliminazioni precoci in Sudafrica e Brasile, non siamo stati capaci di leggerli. Ed eccoci qui.

Fa tenerezza Mancini sovranista, che invoca “prima gli italiani”, inascoltato.

In teoria ha ragione, dovendo pescare in un bacino pari solo al 34% dei titolari in campionato. Non deve dimenticare però che, quando era all’Inter, giocava spesso con 11 stranieri. Ma prima gli italiani è un messaggio sciocco e antistorico, anche nel calcio.

Ventura: capo espiatorio o riabilitato eccellente?

Per come l’ho conosciuto, allenatore di Cagliari, Sampdoria, Torino, era ed è un tecnico di grandi conoscenze calcistiche e personalità. Ha mostrato limiti nella gestione della Nazionale, che è altra cosa. Gli auguro di rialzarsi, ha vissuto una parabola umana pazzesca.

Opti Tavecchio Pobà.

Buon dirigente dei Dilettanti. Forse non preparato culturalmente per fare il presidente federale. Ma non razzista né sessista, garantisco.

L’Italia pallonara è nel pallone. Da un lato un’estate di fallimenti, serie B e C stravolte, federazione acefala. Dall’altro l’arrivo di CR7. Qual è il vero volto?

Entrambi. Ma negli anni 80-90, da noi, c’era gente come Maradona, Zico, Platini, Rummenigge. Forse abbiamo una memoria corta.

Sacchi dice che le società vogliono solo vincere e per farlo venderebbero l’anima al diavolo.

Impossibile dargli torto. Manca del tutto l’aspetto del gioco, la cultura della sconfitta. Soprattutto non si insegna più il calcio, con dominio assoluto di fisicità e tattica. Un bambino che prova a dribblare un compagno, si becca i rimproveri del mister. Maradona portava a letto il pallone, in senso letterale, oggi il pallone i ragazzi lo vedono solo alla scuola calcio. Così non si allena, né si aiuta il talento a emergere. Totti, Baggio, Del Piero, anche se ci fossero, chi li vede più?

La Juventus vincerà anche quest’anno?

È la società più attrezzata. Stadio di proprietà, squadra femminile, seconda squadra (l’unica che l’ha iscritta). Le altre inseguono.

Intanto Berlusconi e Galliani, forse, ripartono dal Monza.

Meraviglioso. Pura passione, l’essenza di questo sport. Il calcio è un’industria potente e particolare, che non produce cioccolatini, ma qualcosa di immateriale: la passione. Attenzione a non dilapidarla.

A cosa allude?

La troppa televisione, soprattutto a pagamento, ha stravolto tutto. Ma non puoi trattare il tifoso o l’appassionato come un bancomat, magari vendendogli un servizio che non sei in grado di garantire. Siamo vicini al punto di rottura.

Le reti generaliste hanno scoperto che una partita trasmessa in chiaro fa ascolti.

Auspico che la Rai acquisti anche una sola partita in diretta del campionato…

Anche il solo secondo tempo, come 50 anni fa.

Anche solo quello.

Intanto il video trabocca di opinionisti, ex calciatori ed ex allenatori.

Il limite della radio è anche la sua forza: l’assenza di immagini, hai solo parole. La tv è soprattutto immagini, le parole hanno un altro effetto. Puoi essere stato un grande calciatore, ma se non studi e ti prepari, lo spettatore se ne accorge.

La tv come ha cambiato il calcio?

In tutti i sensi. È quasi un altro sport. Di sicuro la partita che vedi alla tv non è la stessa di quella che vedi allo stadio. Il rischio è ‘generazionale’: un nativo televisivo, diciamo un bambino che viene educato a guardare il calcio in tv, quando va allo stadio ha uno choc. Chiede: cos’è questa roba?

Esperienza alla Domenica Sportiva. Bilancio?

Interessante, ma ho toccato con mano due mondi diversi. Ieri, chi mi fermava mi diceva: ‘Ti ho ascoltato ieri’. Dopo la Ds, chi mi fermava mi diceva: ‘Ti ho visto ieri’, e io allora replicavo: ‘Ma mi hai anche ascoltato?’. I più se ne andavano, senza rispondere.

Chissà poi se Cruchi era davvero un perverso

Da oggi in libreria “Angeli terribili” di Gianni Barbacetto, un viaggio nella memoria divisa della Carnia e del nostro Paese. Ne anticipiamo un estratto.

Qui giace Cruchi/ uomo iniquo e perverso/ pregare per lui/ è tempo perso.

Così era scritto sulla tomba di un uomo morto sul finire della Seconda guerra mondiale. Era stato sepolto nel piccolo cimitero di Ravascletto, in Carnia, quel pezzo di Friuli fatto di monti e di valli incuneate nell’estremo angolo d’Italia a nord del Nordest, al confine con l’Austria. In Carnia, il cielo è metallico. Quando c’è il sole, sembra uguale ai cieli di ogni altro luogo, ma basta che arrivi qualche nuvola ad annunciare il prossimo, frequente scroscio di pioggia, perché sopra le creste dei monti si stenda il piombo fuso di un cielo liquido e in eterno movimento.

Sotto questo cielo è stato scritto il terribile epitaffio, la cui memoria era tramandata di bocca in bocca dai vecchi che avevano vissuto quegli anni spietati. Da Ravascletto vengono i miei genitori, arrivati a Milano, in cerca di lavoro, dopo la fine della guerra. L’epitaffio lo avevo sentito recitare per la prima volta dalla zia Tea, che aveva qualche anno più di mia madre e nel 1945, quando la guerra finì, aveva già vent’anni. Ma per la mia immaginazione di bambino, quella di Cruchi era una storia come tante altre che sentivo raccontare, la sera, nel friulano dolce e duro della Carnia, da mio padre o da zio Lele o da altri arrivati nel dopoguerra a Milano dal paese, raccolti attorno a un tavolo con la tovaglia di tela cerata […]: storie di streghe e incantesimi, di preti maghi, di violinisti gobbi, di balli al suono della fisarmonica, di sfide per una ragazza tra i giovani di Monai e quelli di Giuviel, di amori, di miseria, di guerra. Chissà se era vero, l’epitaffio di Cruchi. Chissà se Cruchi era davvero esistito, oppure era soltanto uno dei tanti personaggi creati dalla fantasia dei vecchi che raccontavano storie, la sera. Ma se era vero, chi era, Cruchi? Che cosa aveva fatto, per guadagnarsi quel giudizio crudele, per non meritare neppure una preghiera che, una volta morto, non si nega al peggiore degli uomini? La storia di Cruchi restò a galleggiare nella mia mente come tante altre storie, comiche o licenziose o drammatiche, che avevo sentito, oppure quando ero già a letto, cullato dalle parole dei grandi che, senza più i bambini attorno, si sentivano liberi di usare toni più crudi o più piccanti o di toccare argomenti che non si potevano affrontare con i piccoli presenti: la vita, l’amore, il sesso, la morte. Ma quella di Cruchi era diversa dalle altre storie. Meno magica, più dura, più reale. Diventato adulto, ogni tanto riaffiorava nella mia mente, riportata a galla da un accenno, da un ricordo, da un’associazione di idee. Io conoscevo bene quel piccolo cimitero di montagna dove l’epitaffio sarebbe stato scolpito – nella pietra? nel legno? – perché nelle lunghe estati in cui mia madre mi riportava da Milano a Ravascletto, la domenica, prima o dopo la messa, noi bambini un giro tra le tombe lo facevamo volentieri, a guardare i nomi, le epigrafi, i fiori di campo. […]

Per arrivare alla chiesa, bisogna imboccare una strada che scende ripida a semicerchio, tra i campi, dalle ultime case di Stales fino al campanile di San Matteo. Tutt’attorno prati, campi, ruscelli, boschetti. E la Valcalda, la valle con al centro Ravascletto, dove si affacciano i paesi in cui si svolge la storia di Cruchi, “uomo iniquo e perverso”: Comeglians e Palucia, Tualies e Giuviel. […] La storia di Cruchi nasce fin dall’inizio dentro un equivoco, una cosa scambiata per il suo contrario. Il nome Valcalda è un errore dei volonterosi geografi italici che, alle prese con la cartografia tedesca, tradussero a orecchio. Così kalt, che vuol dire fredda, divenne calda. La Valcalda sarebbe, in realtà, Valfredda. Ma forse, chissà, non sbagliarono affatto. Semplicemente migliorarono la realtà, cercando di tirar fuori dalle parole il loro meglio. “Una parola e un incantamento, una evocazione allucinatoria”, scriveva Giorgio Manganelli, “non designa una cosa, ma la cosa diventa parola, ed esiste nell’unico modo in cui può esistere: suono significante, arbitrio fonico, gesto magato ed efficace”. […] Certo è che Cruchi resta un mistero di cui è difficile raccontare la storia. Ci è d’aiuto una paginetta scritta da un suo amico, Osvaldo Fabian, comunista e partigiano, nome di battaglia Elio, che mette nero su bianco una difesa di Cruchi nella sua Autobiografia di un proletario carnico. Rivela che è stato davvero un capo: era il responsabile del Pci e del Cln (il Comitato di liberazione nazionale) a Ravascletto. Non lo chiama Cruchi, ma con il suo vero nome, Amadio De Stalis, a cui aggiunge però il nome di battaglia partigiano: Alfonso.

Il cibo “spazzatura” rende grassi e obesi gli abitanti più poveri del Pacifico

Il sistema alimentare globale non sta fornendo alle persone le diete di cui hanno bisogno per condurre una vita sana, e sta invece contribuendo al crescere dell’obesità e del sovrappeso, soprattutto nei Paesi che importano la maggior parte del proprio cibo. Così il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva, intervenendo all’Accademia Pontificia delle Scienze ha chiarito: “Sfortunatamente commodities e cibo processato a basso costo sono molto più comodi per il commercio internazionale” e questo fa sì che soprattutto nei piccoli Paesi insulari in via di sviluppo del Pacifico, che sono costretti a importare la maggior parte del cibo, l’obesità si attesti tra il 30% della popolazione delle Fiji, fino all’80% delle donne nella Samoa americana. In almeno 10 Paesi insulari del Pacifico, oltre il 50% della popolazione è in sovrappeso e in alcuni fino al 90%. Il consumo eccessivo di cibi d’importazione altamente processati e ad alto contenuto di sale, sodio, zuccheri e grassi è il maggiore fattore scatenante di questa situazione. Le stime indicano che oggi 2,6 miliardi di persone sono in sovrappeso e che la prevalenza dell’obesità nella popolazione mondiale è aumentata dall’11,7 % del 2012 al 13,2% nel 2016. “Se non adottiamo azioni urgenti, avremo presto più persone obese che sottonutrite nel mondo”, ha concluso da Silva.

L’ultima di Benalla: “Su di me inchiesta illecita”

Parigi

Emmanuel Macron proprio non riesce a voltare la pagina Benalla. Gli avrebbe fatto comodo data la quota di popolarità in caduta libera, scesa a un minimo già da record, con l’ultimo sondaggio Odoxa di due giorni fa che ha rilevato solo il 29% di consensi tra i francesi. Invece il caso torna sulle pagine dei giornali.

Il Parlamento ha riaperto ieri l’inchiesta interna sulle violenze del primo maggio a Parigi, quando la guardia del corpo del presidente venne filmato mentre picchiava un manifestante, e ha deciso di convocare lo stesso Alexandre Benalla, mercoledì prossimo, 19 settembre. Ma l’ex bodyguard, che nel frattempo è stato licenziato dall’Eliseo ed è indagato per violenza, ha sollevato un polverone mediatico insultando i senatori della commissione. Nel mirino di Benalla, intervenuto alla radio France Inter, soprattutto il presidente della commissione, Philippe Bas, che ha definito un “piccolo marchese”: “Mi costringono a presentarmi perché altrimenti mi mandano i gendarmi a casa. Queste persone – ha detto – non hanno alcun rispetto della democrazia francese. Il Senato che si fa beffa delle regole costituzionali del nostro Paese, per me è incomprensibile. Non provo per loro alcun rispetto”.

Alla fine Benalla ha ceduto e accettato di presentarsi alla convocazione del 19, precisando che non avrebbe risposto a nessuna domanda “che interessa la giustizia”. Le dichiarazioni fatte negli studi di France Inter hanno raggiunto i vertici del Senato. Il suo presidente, Gérard Larcher, molto alterato, ha denunciato “le parole offensive” dell’ex uomo di fiducia del presidente: “Non permetterò che un’istituzione come il Senato venga insultata in questo modo”, ha detto su LCI. “La commissione è sovrana – ha proseguito – i relatori saranno attenti alla separazione dei poteri e a fare in modo che non si creino confusioni con la procedura giudiziaria in corso”. Se dunque Macron sperava di far dimenticare l’episodio ai francesi deve ora ricredersi.

Alcuni giornali con ironia annunciano che la “stagione 2” del Benallagate è iniziata. Molti nodi devono ancora venire al pettine.

La commissione vorrebbe chiarire quale era il ruolo di Benalla al fianco del presidente. Stando al capo di gabinetto dell’Eliseo, François-Xavier Lauch, ascoltato ieri in Parlamento, le funzioni di Benalla si riassumevano in: coordinare la sicurezza degli eventi all’Eliseo e degli spostamenti del presidente. Non rivela nulla di più la busta paga del bodyguard, resa nota da BFMTv, se non lo stipendio mensile: 6.000 euro netti. Invece, dai verbali che Le Monde ha potuto consultare, lo stesso Benalla ai magistrati ha dato un’altra versione del suo lavoro, dichiarando che Macron lo aveva incaricato di riorganizzare tutto il piano dei servizi di sicurezza dell’Eliseo.

Si sa che l’Eliseo gli aveva concesso privilegi, il porto d’armi e una casa di funzione prestigiosa; che Benalla aveva persino le chiavi di casa dei Macron a Le Touquet, che il primo maggio, senza essere poliziotto, portava una fascia “Police” al braccio e che dopo le violenze era stato appena sanzionato, con una sospensione di soli 15 giorni. Ma durante il periodo di sospensione, era stato al fianco del presidente e sul bus con i Bleus vittoriosi dai Mondiali in Russia. Solo le rivelazioni di Le Monde, il 18 luglio scorso, hanno messo fine alla sua carriera all’Eliseo.

Stile inglese: ora la Brexit serve a far fuori la May

Pare una riunione di corrente di un partito italiano della Prima Repubblica, di quelle da resa dei conti finale. Invece la rivolta esplode nella Thatcher Room, a Portcullis House, Westminster. Martedì sera, 50 parlamentari conservatori dell’European Research Group – anti-europeisti e British fino al fanatismo – decidono di lanciare un attacco aperto a Theresa May: i cronisti politici non fanno fatica a ottenere dettagli. La sintesi: “Non si è parlato d’altro che di come liberarsi di lei. Nessuno fa nemmeno finta di avere dei rimpianti”. Cronaca di una congiura annunciata.

Le accuse: Theresa è “un disastro”, la sua gestione dei negoziati con l’Unione europea un “tradimento del popolo”, il suo Chequers Plan, come ha scritto Boris Johnson, “una cintura esplosiva con il detonatore nelle mani di Michel Barnier”, il negoziatore europeo. Ma, non a caso, alla riunione non erano presenti i frondisti più autorevoli, come Jacob Rees-Mogg o l’ex ministro per la Brexit David Davis, che pubblicamente negano di voler defenestrare il primo ministro.

Ieri hanno presentato un piano alternativo a quello del governo sul vero ostacolo alla chiusura dei negoziati: il confine irlandese su cui, sostengono, la premier si è troppo docilmente assoggettata al diktat dell’Unione per evitare il ritorno di un confine visibile e le tensioni politiche che ne deriverebbero. Sostengono sia possibile minimizzare l’impatto del confine applicando nuove tecnologie e potenziando accordi di cooperazione doganale. Difficile capire se sia una proposta fattibile, ma attenzione a un dato politico: hanno già incassato il sostegno del vice segretario del Dup, il piccolo partito unionista che, dalle elezioni del giugno scorso, tiene in piedi con il suo appoggio esterno la risicata maggioranza di governo.

May non si fa impressionare, e indiscrezioni legittimate dal Financial Times suggeriscono che alla fine l’accordo con Bruxelles lo porterà a casa. Per ora i Brexiteers hanno i numeri (serve il 15% dei parlamentari, quindi 48) solo per chiedere una mozione di sfiducia, non per far cadere il governo. E quindi la strategia sembra questa: fare un gran rumore, specie agli occhi del loro elettorato, in attesa del congresso dei Conservatori a Birmingham a fine settembre; lí contarsi e capire se sferrare l’attacco decisivo in occasione del voto parlamentare sull’accordo finale con l’Ue. Per il momento non hanno nemmeno un leader: l’eterna promessa Boris Johnson è azzoppata dalle recenti rivelazioni sulle sue infedeltà coniugali: la moglie lo ha lasciato dopo 25 anni di matrimonio, la figlia lo ha definito “un bastardo egoista” e i tabloid campano da settimane sui dettagli di un succulento dossier sulle sue scappatelle.

Peccati che fra qualche settimana potrebbero essere dimenticati: ma le infedeltà di Boris sono anche politiche, e la sua credibilità nel partito sempre più compromessa.

Intanto, la banca d’affari americana JpMorgan ha confermato di aver “superato il punto di non ritorno”: in caso di no deal, potrebbe trasferire fino a 4.000 dei suoi 16 mila dipendenti fuori dal Regno. E l’amministratore delegato di Jaguar Land Rover, pilastro della manifattura britannica, ha dichiarato di non poter garantire la produzione in caso di mancato accordo: resterebbero a casa decine di migliaia di lavoratori.

L’aria è cambiata davvero, se perfino il tabloid populista Daily Mail, alla cui sfacciata propaganda pro-Brexit si deve molto dell’esito del referendum, ora diffonde il terrore con titoli come “Ecco come un no deal può mettere a rischio le vostre vacanze“ o “Saremo costretti a smettere di produrre qui, avverte il boss della Jaguar”.

“Depistaggi sul web, ecco le tattiche dell’Iran”

I nomi sembrano promettenti, i contenuti in apparenza attendibili. Siti di notizie come gli americani Liberty Front press, Us Journal o Real Progressive Front, il britannico The British Left oppure il sudamericano Instituto Manquehue promettono informazione libera e sempre di opposizione. Ma pur pubblicando articoli di media autorevoli, come il New York Times o Al Jazeera, ne indirizzano il senso in favore degli interessi politici di una nazione: l’Iran.

Secondo il rapporto Suspected Iranian Influence Operation, elaborato dalla società americana di cyber security FireEye, si tratta di una vera e propria azione coordinata, iniziata almeno un anno e mezzo fa: la prima messa in campo su vasta scala da Teheran, dopo che Mosca è stata accusata di aver influenzato a più riprese le competizioni elettorali su entrambe le sponde dell’Atlantico. David Grout è direttore tecnico per il Sud Europa di FireEye.

Da frequentatore del web e dei social come mi accorgo della presenza di fake news iraniane?

Premetto che è sempre difficile capirlo, ma bisogna fare attenzione al modo in cui un’opinione viene espressa: se ci sembra che qualcosa non quadri, che l’informazione sia fornita in modo troppo unilaterale, bisogna fidarsi della propria impressione. La prima cosa è evitare di diffondere una notizia ambigua. Vi sono poi alcuni siti dove si trovano richiami costanti a certi temi politici legati all’agenda iraniana. Anche questo particolare dovrebbe metterci in guardia.

Che metodo avete usato per smascherare la macchina di propaganda di Teheran?

Il nostro approccio è basato sia sull’analisi tecnica che su quella geopolitica. Dal punto di vista tecnico, ci occupiamo di osservare la frequenza e il tipo di messaggio convogliato da un account social. Su un sito, osserviamo il tipo di articolo, le opinioni espresse e chi c’è dietro in modo da verificare se il profilo è vero o falso.

Come esattamente?

Incrociamo informazioni di diverso tipo: dove è registrato un dominio, a chi appartiene un account. Così, abbiamo scoperto che all’account Twitter di Nicky Jacson, che dice di vivere in Ohio e diffonde le news del sito Liberty Front Press, è riconducibile a un numero telefonico con prefisso +98: quello dell’Iran.

Qual è la portata e quali sono gli obiettivi della macchina di propaganda iraniana?

Conformemente all’agenda politica di Teheran, abbiamo notato come il bersaglio principale consista nel diffondere messaggi contro l’Arabia saudita, contro Israele e a favore invece della Palestina. L’influenza iraniana si estende a diverse nazioni del Medio Oriente ma raggiunge anche l’America Latina, dove promuove contenuti in favore dell’attuale presidente venezuelano Maduro. Oltretutto, gli iraniani non usano solo l’inglese come lingua veicolare della loro propaganda, come hanno fatto finora i russi, ma anche l’arabo e lo spagnolo.

Che differenza c’è tra questa azione e i depistaggi dei russi che sembrano avere una delle loro basi principali a San Pietroburgo?

Teheran non sembra avere una centrale capace di produrre veri e propri articoli. Tuttavia, gli iraniani sembrano molto bravi nel diffondere contenuti in modo virale. Complessivamente, le operazioni da noi osservate si estendono molto al di là di quelle delle Russia. Come mostriamo nel nostro rapporto, quella iraniana è una minaccia che continua a crescere, estendendosi anche al di là dei suoi specifici obiettivi ideologici.

“L’agente Apollo da Roma a Londra per fregare Mosca”

“Li abbiamo trovati”. Putin sta parlando dei due uomini accusati dell’avvelenamento degli Skripal, quelli di cui si stanno occupando tutti i giornali del mondo. Il presidente russo accenna flemmatico alla questione, tra dati di una statistica economica e un record di vendite al quarto Forum Economico Orientale a Vladivostock: “Li abbiamo identificati, non hanno precedenti criminali”, riporta la tv cremliniana Russia Today.

Quando un giornalista chiede altri dettagli, Putin risponde solo che “sono grazhdanskye, dei civili”, dunque non agenti segreti e spera “che si faranno avanti, che raccontino la loro storia”. Poi continua con il suo solito mezzo sorriso e come se niente fosse, passa a un altro argomento: il trattato di pace da stilare con il Giappone per la controversia territoriale delle isole Curili.

Dall’estremo oriente russo la notizia si diffonde. Istantaneamente Londra ribatte con le parole del portavoce del premier Theresa May: si tratta di “offuscamento e bugie”, viene ribadito che per gli inglesi i due che hanno avvelenato l’ex colonnello e la figlia Julia sono due agenti del Gru, il servizio segreto militare russo. Per Scotland Yard quelli diffusi non sono neppure i loro veri nomi, ma per Mosca evidentemente sì, perché se Aleksandr Petrov e Ruslan Boshirov, il russo e il tataro accusati del tentato omicidio degli Skripal, si faranno avanti, sarà solo per spiegare la loro innocenza. Il media statale russo Rossia 24 cita Petrov o almeno il suo silenzio: raggiunto telefonicamente, Petrov ha detto che potrebbe apparire in tv nelle prossime settimane: ha lavorato per una agenzia farmaceutica a Tomsk, ma per il momento non vuole aggiungere altro.

Intanto la guerra di spie non è finita. Le identità dei due sicari con il novichok nascosto nelle boccette di profumo non le conosceva nessuno, tranne qualcuno a Roma. Secondo un’informazione fornita due giorni fa da un ex agente dell’MI6, il servizio segreto inglese, adesso a Londra c’è un’altra spia russa.

Il suo nome in codice è Apollo. Apollo lavorava all’ambasciata russa a Roma per tentare di ottenere informazioni classificate Nato del ministero della Difesa italiano, spiega l’ex membro dell’intelligence britannica, quando Roberta Pinotti era in carica. Apollo viene avvicinato da un mercante d’arte, che è in realtà un agente dell’MI6 sotto copertura, e viene reclutato dai servizi di Londra. Quando viene compiuto l’attentato a Salisbury, la spia aiuta ad identificare i due colpevoli, “fornisce uno spettro di informazioni sensibili sulla Gru, che ha agenti ovunque nel mondo”, ribadisce che “Putin vuole alimentare conflitto con l’occidente”. Nessun altro dettaglio è fornito. Poi ad aprile scorso, per motivi di sicurezza, Apollo viene trasferito a Londra.

Quando la notizia sulla nuova spia russa si diffonde a Mosca, i giornali, anche quelli non vicini al Cremlino, usano la parola skaska, favola: si tratta di una fonte anonima non verificabile o è semplicemente l’isterika dei media britannici. La fisionomia del caso, che riguarda ormai i servizi segreti di tre Stati, è in perenne mutamento.

Skripal, come ha recentemente dichiarato la sicurezza spagnola, non era un’ex spia, ma una spia attiva: li aiutava a stanare la mafia russa legata al Cremlino che agisce nel paese. Sono passati esattamente 6 mesi da quando gli Skripal vennero trovati con la bava alla bocca su una panchina a Salisbury e 8 anni dallo scambio prigionieri tra Londra e Mosca attraverso cui Skripal fu liberato per poi riparare in Inghilterra. Era il 2010. In quell’anno Putin assicurò in tv, e quella volta senza flemma, che “i traditori che hanno venduto i loro fratelli in armi per 30 denari, tireranno le cuoia”.

Torino, il bimbo figlio di genitori “no vax” riammesso in classe

È stato riammesso all’asilo il bambino di 4 anni che lunedì non era stato fatto entrare in classe all’asilo privato Arcinboldo di Settimo Torinese, grosso centro a nord del capoluogo, perché non vaccinato. Il piccolo era rimasto con un’insegnante, da solo, in un’altra aula. Il procuratore Giuseppe Ferrando ha aperto un fascicolo di atti relativi all’esposto presentato dal padre del ragazzo. Nei prossimi giorni verranno effettuati gli accertamenti preliminari per verificare la sussistenza di ipotesi penalmente rilevanti.

I genitori del bambino sostengono di aver prenotato i vaccini per il prossimo 21 settembre, salvo poi dichiarare di aver intenzione di rinviare nuovamente l’appuntamento, come già fatto in passato.

I genitori del bimbo, secondo quanto appreso, hanno chiesto all’Asl To4 di sottoporre il bimbo ai test pre vaccinali per escludere che possa contrarre le stesse patologie del fratello più grande, una dermatite e problemi respiratori, secondo la famiglia risultato di una reazione allergica ai vaccini somministrati.

Vaccini: il ritorno del morbillo è colpa dei tagli alla Sanità

Partiamo dalle conclusioni: anche i tagli alla spesa sanitaria influiscono sulle coperture vaccinali di morbillo, parotite e rosolia, che diminuiscono dello 0,5% per ogni taglio di spesa dell’1%. È l’esito di un’analisi pubblicata sull’European Journal of Public Health e realizzata dagli studiosi dell’università Bocconi Veronica Toffolutti, Alessia Melegaro e David Stuckler con Martin McKee (London School of Hygiene and Tropical Medicine) insieme Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità.

Lo studioparte dal ritorno del morbillo in Italia nel 2015 e passa per il picco del 2017. “Sebbene sia stata posta molta enfasi sul ruolo degli individui che hanno scelto di non vaccinare – si legge – qui testiamo l’ipotesi che anche grandi riduzioni di bilancio nella spesa per la sanità pubblica possano essere un fattore che contribuisce”. Tra il 2010 e il 2014 le spese per la sanità pubblica in Italia sono diminuite di oltre il 2%, anche se variano da regione a regione. “I modelli a effetti fissi stimano che ogni riduzione dell’1% della spesa sanitaria pubblica pro-capite è stata associata a una riduzione di 0,5 punti nella copertura”, si legge. Gli studiosi ne descrivono le conseguenze confrontando due regioni, il Lazio e la Sardegna: nel primo caso, la spesa per la sanità pubblica è diminuita del 5% e la copertura di oltre 3 punti percentuali. Nel secondo, “una regione storicamente povera”, le spese per la sanità pubblica sono in parte aumentate ei tassi di copertura sono rimasti stabili.

Il periodo di riferimento va dal 2000 al 2014, lontano quindi da qualsiasi contrasto politico e polemica sui vaccini e la loro obbligatorietà. “Sebbene, indubbiamente, le teorie anti-scientifiche svolgano un ruolo cruciale nella potenziale emersione di nuovi focolai – si legge –, è stato osservato che queste sono più prominenti tra le famiglie più ricche e nelle regioni italiane più benestanti del Nord. Eppure l’aumento del morbillo è stato concentrato nelle regioni più svantaggiate e nelle popolazioni difficili da raggiungere, suggerendo che entrino in gioco anche altri fattori”. Uno degli aspetti analizzati è la capacità economica della sanità pubblica. “Nel novembre 2011 – si legge –, il governo ha ridotto il budget per la salute di 7,5 milioni di euro e ha introdotto i cofinanziamenti per le visite agli specialisti. Il budget per la sanità è stato ridotto di 900 milioni di euro nel 2012, un taglio leggermente inferiore all’1% in un budget in precedenza in costante crescita, con un ulteriore taglio di 1,8 miliardi nel 2013, e altri 2 miliardi nel 2014. Questi tagli hanno interessato una serie di servizi, tra cui programmi di prevenzione, prodotti farmaceutici, personale e attrezzature. Purtroppo non è possibile isolare linee di bilancio specifiche in dati disponibili al pubblico; tuttavia, le relazioni ufficiali del governo dal 2013 al 2014 osservano che la spesa per il vaccino è diminuita di circa il 10% in questo periodo”.

Le cifre sono aggregate e mascherano le variazioni regionali: in nove regioni, la spesa reale per la sanità pubblica è in alcuni anni aumentata (Liguria, Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Puglia, Calabria, Sardegna, Toscana). Al contrario, le maggiori riduzioni sono state osservate nelle regioni meridionali, più svantaggiate, come Basilicata e Molise, che hanno registrato un calo di oltre il 10%. Secondo lo studio, prima di queste riduzioni, la copertura vaccinale stava lentamente aumentando, passando dal 74,1% nel 2000 al 90,6% nel 2012. Dopo questo periodo, e in coincidenza con l’introduzione di misure di austerità, i livelli di copertura sono scesi all’85,1% nel 2014. Tra il 2010 e il 2013, in particolare, le tre regioni che hanno registrato il calo maggiore della copertura (superiore al 3%) sono state anche quelle che hanno registrato i maggiori tagli finanziari (Friuli Venezia Giulia-3,39%, Marche-3,59% e Valle d’Aosta-6,89%). “Queste associazioni sono coerenti con il modello regionale osservato di risorgenza del morbillo. Il più grande focolaio in Italia è stato nel Lazio. Lì, un calo del 5% circa della spesa in sanità pubblica è stato associato a un calo di circa il 2,5% nella copertura. Il secondo più grande focolaio è stato in Piemonte, caratterizzato anche da un calo di oltre il 5% nella spesa reale per la sanità pubblica pro-capite, che ha registrato un calo del 3% nella copertura. È interessante notare che, anche nelle regioni più ricche del nord, le maggiori flessioni della copertura sembrano coincidere con le maggiori riduzioni della spesa sanitaria pro-capite. Esempi sono la Valle d’Aosta, dove un calo di oltre il 6% della spesa è stato associato a una riduzione della copertura di oltre 11 punti percentuali e al Friuli Venezia Giulia, dove la spesa sanitaria pro-capite è scesa di oltre il 3%, con un riduzione della copertura di circa 6,65 punti percentuali”.

I limiti. Correttamente, gli autori dello studio hanno anche descritto i limiti del loro studio. Dal non aver valutato le infezioni, ma i tassi di vaccinazione al non avere dati sui tassi di ospedalizzazione, dalla non omogeneità di molti dati regionali (che sono stati esclusi) all’impossibilità di avere dati aggregati post 2014. “Nonostante queste limitazioni – scrivono i ricercatori – le nostre osservazioni possono contribuire a comprendere lo schema regionale della riduzione della copertura vaccinale contro il morbillo in Italia. È importante sottolineare che i cali non si sono concentrati né nelle regioni più svantaggiate né in quelle più ricche, ma in quelle che hanno subito le maggiori riduzioni della spesa pubblica per la sanità”.