Via D’Amelio, slitta l’audizione del pm Nino Di Matteo

La Prima Commissione del Csm in contropiede per una richiesta di pubblicità di Nino Di Matteo ha fatto slittare l’audizione del pm antimafia sul depistaggio per la strage di via D’Amelio. L’audizione era prevista ieri alle 14 ma è stata rinviata a lunedì pomeriggio e sarà pubblica. Il pm, il 10 settembre aveva inoltrato una richiesta per essere ascoltato in seduta pubblica e non segreta, come sempre accade, “in funzione di un contributo di chiarezza che anche in questa sede consiliare ritengo di poter fornire a fronte di inesattezze, bugie e ingiuste generalizzazioni (certamente lesive della mia reputazione professionale) che da tempo vengono diffuse”. Ci sono state, invece, le previste audizioni, segrete, degli ex pm di Caltanissetta Anna Palma e Carmelo Petralia. Quest’ultimo, fin dall’inizio a Caltanissetta a indagare su via D’Amelio mentre Palma poco dopo. Di Matteo, arrivò, invece, dopo oltre due anni dalle indagini e nel processo in cui rappresentò l’accusa non si avvalse del falso pentito Scarantino. Chi c’era fin dall’inizio delle indagini sono i magistrati Fausto Cardella e Ilda Boccassini, per ora non ascoltati. Toccherà decidere ormai al prossimo nuovo Consiglio.

Bono, l’eterno boiardo da Belsito a Finmeccanica

Apochi mesi dal compimento dei 75 anni, 14 dei quali passati a capo di Fincantieri, Giuseppe Bono corona il suo sogno: essere il manager che sta più a cuore al governo, pronto a ricompensarlo per essersi fatto avanti al momento giusto. Pur di vincere la guerra con Autostrade, Luigi Di Maio ha designato il gruppo pubblico della cantieristica come costruttore del nuovo ponte che sostituirà il Morandi a Genova. Bono, boiardo socialista di rito craxiano-amatiano sopravvissuto a tutte le epoche, ha compiuto il capolavoro di convincere il vicepremier nonostante un curriculum non proprio pentastellato.

Il 23 agosto, al suo primo sopralluogo a Genova, fu categorico: “Il ponte possiamo ricostruirlo noi”. Fincantieri però produce navi. L’unica società di carpenteria che possiede – elogiata da Bono – è “Fincantieri infrastructure”. Dietro l’inglesismo c’è una società nata il 28 marzo 2017, specializzata in strutture in acciaio per grandi opere, con un bilancio all’attivo e 8 dipendenti. Nel 2017 i suoi ricavi ammontavano a 357 mila euro, a fronte di costi per 761 mila che hanno portato a un rosso di 300 mila euro (1,6 milioni i debiti). In portafoglio ha ordini per 25 milioni di euro: si tratta – ha rivelato il sito Start Magazine – di quattro ponti ad arco che costruirà in Belgio, due di 123 metri e due di 128 metri; oltre a uno sul Ticino. Nulla di paragonabile al Morandi (1.182 metri). Il 3 settembre, Fincantieri ha annunciato di star chiudendo l’acquisto della Cordioli di Valeggio, società di costruzioni fallita sotto il peso di 30 milioni di debiti.

Con questo pedigree è stato necessario far entrare nella partita della ricostruzione anche Italferr, partecipata delle Ferrovie e Anas. Poco importa, così Fincantieri si prepara al grande salto. E Bono con lei, avendo imparato a guardare, oltre al mercato, soprattutto alla politica. Quando Di Maio neanche era in Parlamento, Bono già guidava Fincantieri e il colosso voleva assumere consulenti del calibro di Dalmerino Ovieni, uomo di fiducia dell’allora leader del sindacato padano Rosi Mauro, fedelissima di Umberto Bossi. Erano gli anni in cui il manager, cresciuto nella Ifim, gruppo delle partecipazioni statali finito nel peggiore dei modi, mostrava la sua riconoscenza al Senatur, che gli aveva piazzato alla vicepresidenza il tesoriere Francesco Belsito, poi travolto dalle inchieste sui soldi della Lega.

Nel 2012 il giornalista Claudio Gatti rivelò le chiamate imbarazzanti emerse nell’inchiesta milanese tra Belsito e Bono (mai indagato), in cui il secondo gli preannunciava una telefonata alla Mauro per informarla delle assunzioni. “Ho fatto la lettera di assunzione per Barcella e per quell’altro… come si chiama?” “Ovieni”, risponde Belsito. Barcella era l’ex capo della sicurezza di Bossi, che se lo era portato al ministero come capo di gabinetto. Belsito illustrerà così il suo curriculum alla moglie del Senatur: “Il direttore del personale mi ha detto che è la prima volta nella storia di Fincantieri che facciamo firmare un contratto del genere a uno che esce dalla scuola professionale…”.

La società smentì che Barcella lo avesse poi davvero firmato. Bono spiegherà in tv che Belsito “non aveva nessun ruolo operativo”. Gatti rivelò anche le chiamate in cui Belsito spiegava a Bono di avere entrature nel mondo militare libico e di avere preparato una bozza di una lettera da inviare a Tripoli a nome dell’azienda cantieristica da sottoporgli. Risposta: “Va bene”.

Bono ha sempre spiegato che nell’azienda decide lui e non la politica. Certo è che a metterlo in Fincantieri, nel 2004, fu Silvio Berlusconi che qualche anno dopo gli spedì Valter Lavitola a pretendere commissioni per la vendita di navi in Brasile. Bono disse ai pm di averlo cacciato, salvo poi trovarsi convocato a Palazzo Grazioli da B., che lo accolse insieme al faccendiere.

Oggi Bono è a un passo dall’apice. Nell’estate 2017, pur di rilevare i falliti cantieri di Stx nella Loira atlantica, ha trascinato il governo ad accettare la controfferta francese per dare il via libera: un’alleanza nella cantieristica civile e militare con Naval Group, colosso francese che al suo interno ha come azionista Thales, la Finmeccanica transalpina. Quella italiana, oggi Leonardo, è fuori e sarebbe una mazzata visto che produce i sistemi militari poi montati sulle navi Fincantieri. Dopo aver coltivato l’obiettivo di rientrare nel gruppo della Difesa da cui fu disarcionato nel 2002, Bono ha così iniziato a creare un comparto militare in Fincantieri per sfidare Leonardo e l’ad Alessandro Profumo (che il governo Conte vuole sostituire) per la supremazia nel settore della Difesa. Oggi, anche grazie alla pronta reazione su Genova, difficilmente il governo potrà ridimensionare le sue ambizioni e impedirgli di coronare un sogno lungo 14 anni.

 

Genova, il modello è Bertolaso

Sarà presentato oggi in Consiglio dei ministri il decreto legge relativo a “disposizioni urgenti per la città di Genova”. Il ministro Danilo Toninelli ha preparato ieri la bozza, che abbiamo potuto leggere e che si occupa delle famiglie rimaste senza casa, delle misure fiscali per gli abitanti della città, del trasporto cittadino e regionale dell’istituzione di una Zona economica speciale. I due punti più rilevanti, però, riguardano la nomina del Commissario straordinario, a cui vengono conferiti poteri davvero speciali sul modello Bertolaso, e l’istituzione di una nuova agenzia, l’Ansfisa, per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali.

Il Commissario sarà nominato dal Consiglio dei ministri (le ultime voci danno in calo il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, mentre sono in rialzo quelle dell’attuale sindaco di Genova, Marco Bucci) da cui dipenderà per “l’approvazione del Piano degli interventi urgenti per la ricostruzione”. L’esercizio dei suoi poteri si svolgerà sulla base del decreto legge 195 del 2009, quello approvato per L’Aquila e l’emergenza rifiuti in Campania e che diede poi luogo alla nomina di Guido Bertolaso. Quindi con deroghe alla legislazione molto ampie. Potrà avvalersi per l’attuazione degli interventi di un ampio spettro di soggetti: dagli uffici del Comune di Genova, alla società Anas ai concessionari di servizi pubblici e società a partecipazione pubblica o a controllo pubblico. Insomma, la scelta su chi ricostruirà il Ponte sarà presa a suo tempo, ma il ministro Toninelli ha escluso che possa essere affidata ad Autostrade dicendo di volersi servire di Fincantieri “affiancata da Italferr”.

Sarà un decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri a definire l’entità delle risorse necessarie alla ricostruzione che confluiranno su una apposita “contabilità speciale” nella quale, è intenzione del ministero, dirottare anche le risorse messe a disposizione da Autostrade al momento del crollo.

Per quanto riguarda la città, il decreto stanzia un contributo per la ricostruzione e il recupero degli immobili distrutti, prevede l’esenzione fiscale sui redditi dei fabbricati, la realizzazione di una Zona economica speciale, contributi a piccole e medie imprese colpite dal crollo del ponte.

Infine, l’istituzione dell’Ansfisa che avrà competenza “sull’intero sistema ferroviario nazionale” ma che vigilerà sull’esecuzione dei lavori e sulla manutenzione delle infrastrutture stradali e autostradali, adotterà disposizioni per la cui violazione vengono stabilite sanzioni amministrative. L’Ansfisa sarà formata da un direttore, nominato con decreto del presidente della Repubblica su deliberazione del Consiglio dei ministri se un comitato di quattro membri nominati da un decreto del presidente del Consiglio dei ministri. La nuova agenzia sostituisce la vecchia Ansf e la direzione generale del Ministero.

Fondi Udeur, Mastella assolto (e prescritto)

E venne il giornoin cui Clemente Mastella si liberò definitivamente da tutti gli incubi penali residui di un lontano passato. E del pericolo, rimasto vivo sino all’ultimo, di essere sospeso da sindaco di Benevento in applicazione della legge Severino, che l’avrebbe sfrattato dal Municipio anche con una condanna in primo grado. Quel giorno è scattato ieri con una sentenza del Tribunale di Napoli che lo ha assolto “perché il fatto non sussiste” da un’accusa di malversazione e ha dichiarato prescritte altre accuse di truffa e appropriazione indebita. Reati collegati a una vicenda di cui si scrisse molto: l’acquisto dell’appartamento sede del quotidiano Il Campanile- del quale un figlio fu giornalista e consulente legale – coi fondi dell’Udeur. Inchiesta del pm Curcio, nata dalle soffiate dell’ex tesoriere Tancredi Cimmino. Un anno fa, difeso allora come ieri dagli avvocati Alfonso Furgiuele e Fabio Carbonelli, Mastella e la moglie Sandra Lonardo furono già assolti nel processo Udeur connection per la tentata concussione a Bassolino. Quello concluso ieri era il filone secondario.

Tegola su Torino: Bray lascia il Salone del Libro

Molto probabilmente sono davvero “motivi strettamente personali” quelli che hanno indotto Massimo Bray a lasciare la presidenza del Salone Internazionale del Libro di Torino e – contestualmente – quella del Circolo dei Lettori (uno dei due soggetti, insieme alla Fondazione per la Cultura, chiamato a organizzare l’edizione 2019 dopo la liquidazione della Fondazione per il Libro) cui era stato recentemente nominato. Di fatto, però, per la Fiera di Torino è una tegola che si aggiunge allo stato di estrema precarietà con cui si sta preparando il Salone numero 31. Bray infatti, in tandem con il direttore editoriale Nicola Lagioia, è stato indubbiamente un protagonista del successo senza precedenti delle ultime due edizioni.

L’annuncio – nell’aria da qualche giorno – è stato dato dalla sindaca Chiara Appendino: “Massimo Bray – si legge in una nota di Palazzo Civico – ci ha comunicato l’intenzione, per motivi strettamente personali, di lasciare l’incarico di presidente della Fondazione Circolo dei Lettori. Seppur a malincuore e ringraziandolo per il prezioso lavoro svolto fino a oggi, non possiamo che rispettare le sue decisioni. Per la nostra kermesse libraria internazionale è certo una perdita importante, ma l’organizzazione dell’edizione 2019 prosegue di concerto con tutte le istituzioni”.

A quanto pare tra i “motivi personali” dell’ex ministro della Cultura nonché presidente della Treccani, ci sarebbe anche l’eccessivo impegno che la presidenza del Circolo dei Lettori – una partecipata del Comune attiva tutto l’anno con centinaia di eventi su cui pende anche un’indagine della Procura di Torino per malagestione delle finanze in seguito a un esposto anonimo – avrebbe comportato. Il problema, però, è proprio “l’organizzazione dell’edizione 2019” cui fa cenno la sindaca.

Il direttore Nicola Lagioia è ancora senza contratto, il cda del Circolo dei Lettori – già senza due consiglieri dimissionari – è ora senza presidente. La liquidazione della Fondazione del Libro, travolta dalle inchieste della Procura di Torino sulle passate edizioni, blocca attualmente ancora tutti i bandi, marchio compreso, che non è ancora stato rilevato.

Il Circolo dei Lettori, oltretutto, dovrebbe occuparsi degli eventi organizzati all’interno del Lingotto, circa il 60 per cento delle attività (la Fondazione per la Cultura, partecipata regionale, si occupa del Salone “off”), il cuore della kermesse.

Nicola Lagioia è rammaricato per l’addio di Bray: “Una brutta notizia, per di più – almeno per me – inattesa. Non ne sapevo nulla fino a pochi giorni fa”. Il punto, però, è proprio l’emergenza continua con cui il Premio Strega 2015 e i suoi collaboratori sono costretti a lavorare per il terzo anno consecutivo: “Stiamo lavorando pancia a terra da giugno, a ottobre saremo alla Buchmesse di Francoforte, abbiamo assoluto bisogno di entrare nella operatività. Si può fare anche con bandi e contratti bloccati, ma con questo nuovo vuoto amministrativo i tempi inevitabilmente si allungheranno”.

In città circola voce – supportata dal mancato rinnovo dell’affitto dell’appartamento torinese del direttore – che anche Nicola Lagioia sia sul punto di dare l’addio, ma l’interessato nega: “Ok, sono senza contratto, ma posso assicurare che noi ci siamo. Continuiamo a lavorare per il nuovo Salone”.

Viadotti pericolanti e guard rail fasulli: una nuova inchiesta

Per la Procura di Avellino la pagina 65 della perizia dell’ing. Felice Giuliani contiene una nuova notizia di reato sulla quale aprire un’inchiesta bis. L’inchiesta, conoscitiva, riguarderà la qualità e la tenuta delle barriere di protezione sui viadotti simili a quello di Acqualonga, il luogo della strage del bus del 28 luglio 2013. A leggerla con attenzione, quella pagina esprime un allarme che potrebbe allargarsi al resto del Paese. Si tratta di una parte della perizia che accusa Autostrade per l’Italia spa (Aspi) di non aver provveduto a un’adeguata manutenzione dei new jersey del viadotto di Acqualonga, che se tenuti in perfetto stato di conservazione avrebbero retto all’urto del pulmino turistico sul quale morirono 40 persone. Il mezzo, vecchissimo e con un certificato di revisione fasullo, ruppe i freni e diventò una scheggia impazzita che urtò tre auto lungo la discesa prima di impattare trasversalmente sulle barriere e volare nel vuoto. I tirafondi dei new jersey, si scoprirà poi, erano gravemente corrosi da decenni di intemperie.

A pagina 65, Giuliani contesta ad Aspi di non aver adempiuto all’art. 7 del d.m. 223/92, il “Regolamento recante istruzioni tecniche per la progettazione l’omologazione e l’impiego delle barriere stradali di sicurezza”. L’articolo assegna all’Anas e al concessionario del tratto autostradale il compito di trasmettere al ministero delle Infrastrutture un rapporto biennale sull’efficienza delle barriere. Aspi non avrebbe provveduto. Lo scrive il direttore generale del ministero, Virginio Di Gianbattista, in una lettera di risposta alle richieste del perito del 26 luglio 2018, che è agli atti.

Ieri, il professor Giuliani è venuto in aula per rispondere alle domande di accusa e difesa nel processo che vede alla sbarra 15 imputati tra i quali l’ad di Autostrade, Giovanni Castellucci, e altri dirigenti della concessionaria della A16. Verso la fine dell’udienza, il procuratore capo Rosario Cantelmo ha chiesto la trasmissione di alcuni atti al proprio ufficio. E in particolare, il verbale del consiglio di amministrazione di Autostrade numero 71 del 18 dicembre 2008, e un report del 2015 di Aspie. Cantelmo ha motivato la mossa processuale con l’indisponibilità degli imputati a farsi interrogare, per chiarire se nelle altre tratte autostradali d’Italia esistano o meno altre situazioni di pericolo. Gli avvocati hanno protestato, ritenendola una pressione sul giudice. Il Cda di Aspi quel giorno affrontò il piano pluriennale di riqualifica del bordo laterale. Fu trattata anche la questione dei 1600 km di barriere di seconda generazione, come quelle di Acqualonga, risalenti al 1988 e ancora non regolamentate (la norma è del 1992). Barriere per le quali in quel momento storico (dieci anni fa), “non sussiste obbligo di sostituzione”, si legge nel verbale. E infatti su quel tratto sopra Monteforte Irpino, non vennero cambiate. Nemmeno nel 2009, quando vennero smontate per la manutenzione del viadotto.

Incalzato dai difensori, Giuliani ha ammesso di non avere una competenza tecnica specifica: non ha partecipato a organismi scientifici, non ha pubblicato articoli e nell’Università di Parma, dove insegna Ingegneria delle Infrastrutture viarie e dei Trasporti, non esiste un master sul tema barriere e sicurezza stradale. Secondo l’avvocato Eduardo Volino, difensore di Massimo Fornaci, responsabile delle barriere, il decreto richiamato dal perito non è applicabile alle vicende sotto processo.

In aula c’erano una decina di parenti delle vittime. Una vedova ha pianto. “Assassini, dovete pagare”, ha urlato una signora. Sul versante economico, per la verità, Aspi attraverso la sua assicurazione ha già risarcito in cambio del ritiro della costituzione di parte civile. Ma non è un’ammissione di responsabilità.

Il sessantotto della scienza

Quando si pensa al ’68, di cui quest’anno si celebra il cinquantenario, si ricordano soprattutto gli eventi politici e sociali che i giornali e le televisioni avevano portato alla ribalta.

Ce n’è per tutti i gusti: o meglio, per tutti, meno quelli scientifici. Eppure almeno due eventi, uno tecnologico e uno culturale, non solo non sfigurerebbero tra gli altri della lista, ma ne farebbero sfigurare molti di quell’anno formidabile. Si tratta, da un lato, della missione Apollo 8, che ci portò per la prima volta vicino alla Luna, facendoci vedere da lontano l’insignificanza cosmica di quell’“aiuola che ci fa tanto feroci”. E, dall’altro lato, del libro La doppia elica di James Watson, che ci fece invece vedere da vicino la scienza nuda e cruda, spogliata di tutte le romantiche visioni del “seguir virtute e canoscenza” di cui fino ad allora amava agghindarsi. Il libro di Watson fu, e rimane, una splendida eccezione nel campo della divulgazione e della sociologia scientifiche. Non era infatti, come spesso sono i best seller, l’opera di uno dei soliti divulgatori o sociologi da strapazzo, usi a infiocchettare cose che non capiscono, o criticare cose che non conoscono. Si trattava invece del resoconto della più importante scoperta scientifica di metà Novecento, fatto in prima persona da quello che è tuttora il più famoso scienziato vivente.

La scoperta era la struttura a doppia elica del Dna, che dà appunto il titolo al libro, e costituisce una delle icone scientifiche del Novecento. Watson la trovò insieme a Francis Crick la mattina del 28 febbraio 1953, e quando quel giorno i due andarono a pranzo con dei colleghi, il secondo annunciò loro: “Oggi abbiamo svelato il segreto della vita”. E non era una boutade, ma la pura e semplice verità: dopo millenni di inconcludenti discorsi religiosi e filosofici al proposito, si era infatti finalmente capito come si trasmettono i caratteri ereditari dai genitori ai figli, aprendo la strada alla genetica moderna.

Quando Watson pubblicò il suo libro nel 1968 erano passati solo quindici anni da quello storico momento, ma erano già successe molte cose. Sul lato personale, lui e Crick avevano vinto nel 1963 il Nobel per la Medicina, e il premio aveva fatto di Watson uno dei suoi più giovani vincitori: al momento della scoperta egli era infatti soltanto un ragazzo di 24 anni, che andava ancora letteralmente in giro con i calzoni corti, e al momento della premiazione ne aveva dunque soltanto 34.

Sul lato scientifico, invece, alla fine del loro primo e storico articolo Watson e Crick (con i nomi in quest’ordine, visto che l’idea cruciale dell’accoppiamento delle basi l’aveva avuta il primo) lasciarono cadere questo tipico understatement inglese, che divenne una delle più memorabili citazioni scientifiche: “Non è sfuggito alla nostra attenzione che lo specifico accoppiamento che abbiamo postulato suggerisce immediatamente un possibile meccanismo di copiatura del materiale genetico”.

Le promesse implicite in quella profezia erano puntualmente state mantenute, e nel 1968 si conosceva ormai completamente il codice genetico che tutta la vita, “dal batterio all’elefante”, usa per riprodursi. Gli stessi Watson e Crick avevano parzialmente contribuito alla sua determinazione, anche se fu soprattutto Marshall Nirenberg a stabilire nel dettaglio il legame tra le 64 triplette di basi azotate che costituiscono le parole del linguaggio genetico e i 20 aminoacidi che costituiscono i mattoni delle proteine: per questo anch’egli vinse il premio Nobel per la medicina, proprio nel 1968.

Ma tutto era iniziato appunto dalla scoperta della doppia elica del Dna, e il libro di Watson ne racconta la storia come se fosse un romanzo: talmente bene dal punto di vista scientifico, e in maniera talmente avvincente dal punto di vista umano, che ebbe un successo strepitoso, diventando il libro scientifico più letto del Novecento. Esso rimane tuttora la migliore introduzione all’argomento, e le messe da requiem sul ’68 non verrebbero cantate invano, se raggiungessero anche solo il risultato di farlo leggere a chi ancora non lo conosce, e rileggere a chi già lo conosce.

La doppia elica esibiva il proprio stile fin dall’incipit: “In vita mia non ho mai visto Francis Crick in vena di modestia”. Poiché il resto proseguiva sullo stesso tono, Crick non la prese bene, ma non potendo cambiare la testa di Watson, lo costrinse almeno a cambiare editore: convinse infatti la Harvard University Press a non pubblicare il libro, e le fece perdere un affare da milioni di copie. Crick pensò a suo tempo di replicare con un proprio libro, intitolato L’elica svitata, che a sua volta avrebbe dovuto incominciare così: “Jim è sempre stato maldestro con le mani, bastava guardarlo mentre sbucciava un’arancia”, ma poi lasciò perdere.

Molti altri scienziati si seccarono perché Watson aveva raccontato non soltanto la storia scientifica della ricerca della doppia elica, ma anche quella umana della competizione senza esclusione di colpi fra coloro che gareggiavano per trovarla. Watson e Crick, che lavoravano nella Cambridge inglese, avevano due avversari principali: Linus Pauling a Pasadena, il massimo chimico vivente, che avrebbe poi vinto ben due premi Nobel (uno per la Chimica e l’altro per la Pace), e Rosalind Franklin a Londra, una cristallografa che non si rivelò essere all’altezza delle fotografie a raggi X che scattava al Dna.

Pauling si mise fuori gioco da sé quando propose un modello astratto a tripla elica, senza tener conto dei dati concreti che erano a disposizione: Watson e Crick si accorsero subito del suo errore, e capirono che dovevano sbrigarsi, perché presto se ne sarebbe accorto anche Pauling. La Franklin invece non entrò nemmeno nel gioco, perché riteneva che fosse troppo presto fare modelli del Dna, e che bisognasse invece continuare a far foto.

La svolta avvenne quando Maurice Wilkins, che non sopportava la Franklin, mostrò di nascosto a Watson una delle foto, che gli rivelò immediatamente il segreto che la Franklin non aveva saputo vedere. Anche Wilkins prese poi il premio Nobel nel 1963: ufficialmente per la medicina, ma ufficiosamente per lo spionaggio. La Franklin ormai era morta di cancro nel 1958, ma se fosse sopravvissuta l’avrebbe forse vinto lei, per la fotografia: in ogni caso nessuno la candidò mai da viva, per motivi che non sono ovvi solo alle femministe.

Queste e altre vicende si trovano nel libro di Watson, e ancor più ce ne sono nell’edizione ampliata uscita nel 1980 (pubblicata in Italia da Garzanti), che riporta una lunga serie di recensioni che danno voce anche ai critici di Watson. Leggere il quale è un po’ come leggere Voltaire: non c’è bisogno di essere d’accordo con tutto ciò che dice, ma non si può che ammirarne l’intelligenza, l’arguzia e la non convenzionalità. Voltaire e Watson sono i veri sessantottini, mentre quelli di allora non erano che pallide caricature.

Contro la fiducia i Dem occupano l’aula: sarà il caldo?

L’opposizione è un mestiere difficile, mica s’improvvisa. Eppure il disorientamento degli ex parlamentari di maggioranza lascia piuttosto perplessi (che mestiere fanno?). Breve riassunto dei fatti: il governo Conte ha imposto la sua prima questione di fiducia sul decreto Milleproroghe e le opposizioni sono insorte, occupando nientedimeno l’aula di Montecitorio (non molto a lungo, bisogna dire) e gridando all’eversione. Addirittura alla “destabilizzazione” (sarà il caldo fuori stagione?). Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia ravvisa una “deriva autoritaria” del governo (sono così confusi che parlano come un documento di Libertà e giustizia) e il Pd non è da meno. “Il governo dichiara di avere messo la fiducia il 24 luglio, ma esso reca la data del 25 luglio: quindi la fiducia è stata posta su un atto ancora non esistente”, spiega Stefano Ceccanti, che è pure esperto della materia, riprendendo il collega Giachetti. E Delrio: “La maggioranza ha compiuto un atto incomprensibile e illegittimo”. Indignatissima Debora Seracchiani: “Questo non è cambiamento, è strategia della destabilizzazione. Il governo non rispetta il ruolo e le prerogative del Parlamento, minaccia gli organi costituzionali, fa e disfa alla faccia delle competenze: scivoliamo ogni giorno di più verso un pericoloso autoritarismo”.

Sembra la vigilia di un colpo di Stato. Così risponde il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro. “È pacifico che la questione di fiducia sia autorizzata per le diverse fasi dell’iter di ciascun provvedimento, senza che si debba ricorrere a nuove riunioni del Consiglio dei ministri se il testo subisce modifiche, come è accaduto spessissimo in passato. Quanto alla deliberazione dell’assenso all’apposizione della questione di fiducia prima della pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale, esistono precedenti che abbiamo puntualmente verificato (Mario Sechi, intervenendo su Radio1 in serata ha citato un decreto del governo Berlusconi del 2009 e uno del 2011, ndr). Il governo ha superato i 100 giorni dall’insediamento senza aver posto la questione di fiducia: un record rispetto agli ultimi esecutivi che, nello stesso periodo di tempo, hanno fatto ricorso alla fiducia fino a dieci volte”. Per farsi un’idea, basti pensare che il governo Renzi mise la fiducia financo su una legge elettorale, per essere sicuro che quel capolavoro incostituzionale che fu l’Italicum fosse approvato in fretta e senza discussioni ben un anno e mezzo prima della sua entrata in vigore. Per dare qualche numero dell’ultima legislatura, le questioni di fiducia sono state 108, così ripartite: 66 dall’esecutivo Renzi, 32 dal governo Gentiloni, 10 da Letta. Per capire poi quanto lo scandalo sia poggiato sul nulla, si può leggere un post del medesimo Renzi, che riporta le dimensioni della questione a una “piccolezza”: “Noi siamo stati i campioni del mondo in fiducie, ma non ci siamo mai permessi di metterla il giorno prima che il presidente firmasse. Una piccolezza? Sì, ma dà il senso della loro cialtronaggine”. E forse pure di quella del suo partito che scatena un polverone su una questione inesistente e incomprensibile per i cittadini. Però, dio ci perdoni, ha ragione Giorgio Mulé che nota l’incoerenza dei 5 Stelle che, a ruoli invertiti, in passato protestavano vibratamente contro la strozzatura della discussione parlamentare e l’abuso del ricorso alla fiducia: tanto più che il Milleproroghe non è esattamente un atto qualificante dell’azione di governo. Vero, i termini per la conversione scadono a breve, ma di sicuro questo governo non potrà cadere nella tentazione delle scorciatoie: nel suo bel discorso d’insediamento Roberto Fico aveva promesso di riportare il Parlamento a essere protagonista. E noi gli abbiamo voluto credere.

Renzi e il senso dell’umorismo che uccide (il Pd)

Sempre lucido e simpatico come lui solo sa, Matteo Renzi continua a regalarci perle. Ormai, più che un uomo, pare un mesto compendio dell’infelicità. Non sa più cosa fare. Smette, anzi no. Si dimette, anzi no. Gioca a tennis e sta zitto due anni, anzi no. Va in tour per insegnare al mondo come perdere da soli. Poi torna e fa la parodia involontaria del critico d’arte, straparlando di un “Michelangelo fiorentino” (era aretino) e dissertando del Tondo Doni in qualità di Tondo di Rignano. Infine, con pantaloni attillati a metà tra un Amleto bolso e un mimo dismesso, grida: “Non vi libererete di me, andrò in tivù e nelle scuole!”. Gli avversari esultano, gli studenti meno: non era già bastata la “buona scuola” come forma di sadismo?

Per Renzi è proprio un fatto personale: deve radere al suolo tutto il Pd. Tre sere fa si è esibito alla Festa de l’Unità di Milano. A bordo palco, primo a suggerire e applaudire, svettava il marginale Scalfarotto: un fiancheggiatore all’altezza del proprio Duce. “Testi” da asilo nido, dizione da galera, presenza scenica da battipanni: anche a Milano, Renzi ha sbagliato tutto. Sogniamo con lui.

“Salvini alle 3.25 di mattina era a Milano Marittima (compare la foto sullo schermo, ndr). Leva la foto, ci sono dei bambini!”. Renzi – cioè: Renzi – fa ironia sul fisico altrui. Bisognerebbe che un amico gli dicesse una volta per tutte: “Guarda che sei più brutto di un disco minore di Povia”. Solo che un Luciano Nobili non può dirglielo. Vuoi perché altrimenti scompare. E vuoi perché, pure lui, anela forse a un ruolo come mostro Aniba nel remake di Jeeg Robot.

“Il Movimento 5 Stelle al governo è una banda di scappati di casa. È un dato di fatto. Voglio farvi vedere la classe dirigente dei 5 Stelle”. Che tra i 5 Stelle ci siano personaggi improponibili è innegabile, che sia Renzi – cioè: Renzi – a ironizzare sulle classi dirigenti altri è surreale. Da notare poi come, in Senato, a giugno Renzi avesse giurato che non avrebbe mai usato i toni “bassi” usati contro di lui dai grillini: è stato di parola. Come sempre

“Oh!”. Esclamazione inorridita perché, sullo schermo, sono comparse le foto di figuri (secondo Renzi) tanto bruttini quanto ebeti: Toninelli, Bonafede, Sibilia, Di Stefano, Lezzi. Renzi continua inspiegabilmente a sentirsi un mix tra Einstein e Clooney, sebbene il suo fisico sembri dirci ogni giorno di più: “Cinque anni fa facevo jogging con Linus e ora al massimo faccio gara a chi mangia più lardo di Colonnata con Genny Migliore”. La vita è difficile.

“Toninulla è un bugiardo coi riccioli”. Che è sempre meglio che essere bugiardi con un poker di pappagorge.

“Mentono. Sono una piccola banda di imbroglioni!”. Renzi – cioè: Renzi – che dà del bugiardo a qualcuno è come Caressa che accusa Pizzul di troppa enfasi. Dov’è la neuro?

“Sibilia è uno che non crede allo sbarco sulla Luna”. Qui Renzi è inattaccabile, ma solo perché Sibilia è indifendibile.

“Bonafede ha preso il 2% e girava con la telecamerina in consiglio comunale a Firenze. Dopo quattro sedute gli ho detto: ‘C’è lo streaming da sette anni!’”. Bonafede aveva il 2% e ora ha il 33%. E sta provando a fare sul serio quel Daspo ai corrotti che tanto piaceva al Renzi 2013. Forse Bonafede era un po’ tonto, ma negli anni è migliorato. A differenza di altri.

“Lezzi ha detto che il Pil cresce dove c’è caldo. Una così l’hanno fatta ministro”. Invece la sua Boschi era Rosa Luxemburg.

Tra dileggi su Di Stefano, citazioni pietose (“Anto’ fa caldo”) e sfottò a Conte, Renzi arriva al gran finale. L’ennesimo attacco agli oppositori interni: “No, perché con questi qualcuno ci vuol fare anche l’accordo!”. E qui la folla, di età compresa tra i 712 anni e l’era di Cro-Magnon, esplode in un’ovazione che fa un gran rumore. Rumore di niente.

La cultura in Rai: questa sconosciuta

Caro direttore, l’Italia sembra ormai sprofondata nella più cupa ignoranza, siamo l’ultimo Paese in Europa per numero di laureati rispetto al totale della popolazione (metà della Germania all’incirca), l’abbandono degli studi anche prima della scuola dell’obbligo è diventato un’epidemia, vantiamo il più alto tasso di giovani che non lavorano e non studiano. In certi quiz di fronte a domande su Hitler e Mussolini, giovani sicuramente diplomati e magari laureati li collocano nel 1970 o ’80… Da accasciarsi piangenti. Le vendite dei giornali sono crollate perché dicono che loro “si informano sul web”. E si vede.

A tutto questo potrebbe porre un argine la Rai-Tv che continuiamo a chiamare “la più grande azienda culturale del Paese”. Una volta forse. Oggi, tranne la benemerita Radio 3, le pagliuzze di cultura dobbiamo ricercarle col lanternino. Eppure la cultura fa ascolti: Billy rubrica di libri di Bruno Luverà è una delle trasmissioni di più alto share di Rai 1. Lo stesso Osvaldo Bevilacqua, da decenni, con Sereno variabile, a metà fra il culturale e il turistico, tiene su gli ascolti estivi di Rai2 e altrettanto Geo&Geo su Rai3 anche con le repliche.

Per contro la Rai ha cancellato nell’ultimo ventennio tutte le altre trasmissioni ambientali settimanali nel momento in cui il tema Ambiente incombe nel mondo: via Ambiente Italia con le sue scomode inchieste, via Tg Montagna, Bellitalia ridotta a una cosina domenicale, Linea Verde “spettacolarizzata” con comici e altro, Nel Regno degli animali estinta da secoli, e via di questo funebre passo.

Del resto fra i 1.760 giornalisti a contratto la Rai, dai tempi del rimpianto Gregorio Zappi, non ha più un redattore o una redattrice che sappia davvero di musica. Tant’è che dobbiamo sorbirci come grande tenore Andrea Bocelli, che un’opera non è mai riuscito a cantarla e che l’altra sera all’Arena di Verona si voluto provare in un Di quella pira da piangere rispetto ai veri tenori che l’Italia, malgrado la crisi della didattica vocale, ha, Vittorio Grigolo o Francesco Meli per esempio. Strombazzata per giorni su Rai 1 come “evento dell’anno”, la serata con Bocelli ha raccolto meno spettatori di Techetechetè e pochi di più di Reazioni a catena. Giustamente, la prima è una trasmissione rievocativa della Rai d’antan che spesso era di gran classe. Penso al duetto Mina-Battisti, indimenticabile.

Ma anche per la vasta e sempre declamata tematica della Grande Bellezza, cioè dei beni culturali e paesaggistici, andati in pensione, anni fa ormai, Tina Lepri del Tg2 e Fernando Ferrigno del Tg3 (e di Bellitalia) la Rai non ha allevato nessun redattore specialista della materia (sulla quale si sentono nei Tg castronerie a non finire). Rimane, isolato, Igor Staglianò, ora a Rai1 autore di splendide inchieste come quella sui Parchi o sull’abusivismo. Solo però.

Possibile che un’azienda da 13.000 dipendenti dei quali 1.760 giornalisti, con un bilancio di 2 miliardi e 340 milioni di euro (più di tutto il ministero per i Beni culturali) al 73 % da canone, non trovi il modo di organizzare dei corsi di formazione giornalistica per le materie più schiettamente culturali come musica, arte, archeologia, architettura, paesaggio? Possibile che queste materie vengano delegate (quando lo sono) ai canali satellitari con ascolti pari a prefissi telefonici?

Tutti prodotti da esportazione fra l’altro, mentre dobbiamo sorbirci su Sky certe “americanate” indicibili, come quella su Raffaello morto perché aveva troppe femmine assatanate, quando si sa che perì di malaria, ucciso dai medici che gli cavarono sangue e lo fecero collassare… Non che non amoreggiasse, ma di sesso non è mai morto nessuno, a 37 anni.