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Ministro Di Maio, pensi a chi non ha neanche il Rei

Mi chiamo Maria Pia, ho 32 anni e vivo a Vieste, quella che viene definita “la perla del Gargano”. Vorrei dire qualcosa soprattutto al ministro del Lavoro, Luigi Di Maio: vivo ancora con mia madre, come tutti i miei coetanei del Sud, perché non ho un lavoro, è la ragione per la quale non riesco a dormire. Ho paura, paura che un giorno mia madre muoia e allora quel giorno, finirei in mezzo alla strada, nessuno mi aiuterebbe, i pochi parenti che ho non lo farebbero e poi, non mi andrebbe di farmi mantenere per altri dieci, venti anni.

A Vieste la politica non si è mai data da fare per aiutare i cittadini, la giunta comunale attuale come quelle precedenti, spende soldi (dei cittadini, o i fondi regionali) solo e soltanto per organizzare feste e festicciole, e che peraltro non portano un euro nelle casse indebitate del comune, con le briciole che avanzano si rattoppano in malo modo le strade e si getta qualche osso per conservare il consenso, che è l’unica cosa che a loro importa, non, investire per creare occupazione.

I poveri sono disprezzati. Il ministro Di Maio, che vuole implementare il reddito di cittadinanza, pensi soprattutto a chi fino a ora non ha potuto ricevere il Rei, perché vive con i genitori anche se si ha un lavoro precario o si fanno lavoretti saltuari come me.

Io preferirei però un lavoro vero, che mi permetta di vivere per conto mio, e che renda effettivo l’articolo 4 della Costituzione che dice che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e le proprie scelte, un attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Il reddito di cittadinanza permette a me e a tutti gli altri di diventare una volta per tutte, adulti e padroni della nostra vita.

Maria Pia

 

Perché dire “supporter” se abbiamo “sostenitori”?

Sono un vostro abbonato, non della prima ora bensì del primo secondo. E desidererei esprimervi due desideri. Ho letto l’articolo del 7 settembre della giornalista Wanda Marra, che peraltro stimo e non perdo mai di leggere. Come capita ormai sempre più spesso, le righe erano farcite di anglicismi: hashtag, format, one man show, over, leader, road map, freezer, the show must go on, selfie, big, supporter. Passi, che so, per hashtag e selfie, di cui sembra non si possa fare a meno, ma perché freezer se abbiamo frigo o supporter se abbiamo sostenitore? Le nostre classi dirigenti hanno spogliato il nostro paese di tutto. Rimaneva la bellezza della sua lingua. Una volta, in Francia, dove ero per lavoro, i miei colleghi mi chiesero di recitare poesie di poeti italiani, perché, pur non capendoci nulla, volevano gustarne l’armonia e la musicalità linguistiche.

Non riesco più a leggere o ad ascoltare l’inglesorum che ci opprime sulle bocche e sulle penne di tutti. Ecco, allora, i miei due desideri: sarebbe possibile, almeno su Il Fatto Quotidiano, leggere l’italiano? Potrebbe il vostro, il nostro giornale condurre una battaglia in difesa della lingua italiana?

Le lingue non sono regolate dal destino, ma dai loro parlanti: solo loro decidono se proteggerle o distruggerle, cioè se proteggersi o autodistruggersi.

Daniele Barni

 

Le parole di padre Georg sullo scandalo pedofilia

Le parole di Monsignor Georg Gaenswein sull’11 settembre della Chiesa Cattolica suggeriscono un salto di qualità nel punire i colpevoli degli abusi e chi li copre.

Massimo Aurioso

 

C’è qualcuno che propone lo spray al peperoncino

A Torino 12 controllori Gtt sono stati aggrediti in pochi mesi, e invece di mettere in galera gli aggressori, qualcuno propone lo spray al peperoncino come difesa per i controllori! Veramente geniale! Davanti alle vere aggressioni soluzioni assurde da parte della politica. Ma non importa, visto che a Torino è iniziata la scuola con tanti insegnanti che mancano. Forse con i Giochi del 2026 tutto verrà risolto? Ma a Torino esiste una Giunta con una Maggioranza compatta? E un’opposizione che controlla e denuncia sui giornali certe scelte poco capite dai cittadini? Mentre nelle periferie i ladri scappano sui furgoni dei poveri e sfortunati Rom? Ma che razza di città è questa?!

Mariberto

 

DIRITTO DI REPLICA

Caro Direttore, sento l’esigenza di intervenire brevemente sull’increscioso incidente accaduto alla signora Ottavia Piccolo, per rassicurare Lei ed i Suoi lettori, che nessuna direttiva è mai stata data per limitare libertà fondamentali, costituzionalmente riconosciute. Né, del resto, circolari con tali finalità potrebbero essere mai legittimamente diramate nel nostro Paese. L’episodio, assolutamente spiacevole, va ricondotto ad un fraintendimento ascrivibile al contesto delle rigorose misure di sicurezza disposte nell’ambito di un evento internazionale quale è il Festival del Cinema di Venezia. Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, che io dirigo, è a tutela delle Istituzioni democratiche, di cui l’A.N.P.I. incarna le radici più profonde.

Franco Gabrielli Capo della Polizia, Direttore Generale della Pubblica Sicurezza

Opposizione Unire i progressisti senza M5S è utopia: a sinistra c’è un deserto

L’opposizione parlamentare, da troppo tempo scadente, sta diventando un danno per la democrazia. Nessuno può limitarsi ai pop-corn e farla franca. Qualche appello alla sveglia proviene da uomini probi, anche del Pd. Però la frittata è fatta. È ormai chiara la spinta reazionaria di Salvini che – con astuzia – alimenta le nostre paure, ci spinge sulla strada dell’orgoglio razzista, ci assegna un nemico al giorno, ci prospetta un’Europa delle barriere, ci parla di difesa degli “italiani”, in realtà dei ricchi italiani ai quali fornire condoni e sgravi fiscali.

D’altro canto i 5 Stelle, pur citando più spesso i valori costituzionali, subiscono il contraente più disinvolto per l’assenza di una visione politica complessiva, che li induce a scelte frammentarie e incerte.

Le opposizioni di sinistra dovrebbero concentrare il loro ultimo respiro nell’organizzare un muro, questo sì, contro l’invasione. Ma non contro poveri esseri umani, bensì contro il ritorno di fiamma delle destre di ogni risma. È una scelta urgente, prima che sia tardi. Ai cittadini disorientati o sedotti dai nuovi “uomini della Provvidenza”, agli incerti e ai rinunciatari occorre indicare il rischio del ritorno alle lotte fratricide tra gli europei, danno ben peggiore di qualche nave che attracca. Occorrerà del tempo? Può darsi. Ma i vari Zingaretti, Franceschini, Veltroni e gli altri politici ora troppo timidi, devono abbandonare le modeste visioni casalinghe (cambio del nome, accordi di vertice) per creare la spinta necessaria per collegare – sulla linea comune della Costituzione – le varie anime dei gruppi progressisti.

Mauro Bartolani

 

Gentile Bartolani, la sua bella lettera cozza con il principio di realtà, se così posso dire. Unire i progressisti contro le destre è un programma oggi inattuabile nel nostro Paese. Per un semplice motivo: la sinistra, meglio il centrosinistra, per come lo abbiamo conosciuto per un quarto di secolo, è spirato il 4 marzo e da allora non ha dato più segnali di ripresa. Basta guardare i sondaggi, in cui il Pd langue con il suo magro 17 per cento. Tuttora, che piaccia o no, il maggiore blocco di sinistra italiana è rappresentato da quella parte di elettori che ha votato il M5S, seguito dagli astensionisti delusi dal Pd. Un numero certamente maggiore ai sei milioni di voti rimasti al partito centrista di Renzi. Unire quindi i progressisti in questa fase, senza tenere conto dell’anomalia grillina, è una pura illusione. Perdipiù dovendo assistere al tormentone, come scrive lei, delle “modeste visioni casalinghe” del Pd. A sinistra c’è un deserto e non sarà facile attraversarlo.

Fabrizio d’Esposito

Cala la produzione industriale: -1,3%, peggior dato dal 2016

Nel mese di luglio la produzione industriale è scesa sia rispetto al mese precedente sia allo stesso periodo dell’anno scorso. Lo ha certificato l’Istat, secondo cui il calo rispetto a giugno è dell’1,8%, mentre la flessione su luglio 2017 è dell’1,3%. Si tratta della prima contrazione tendenziale a partire dal giugno 2016, due anni fa, e del risultato peggiore da oltre tre anni, a partire dal gennaio 2015 (-1,8%). Nella media dei primi sette mesi la produzione è invece cresciuta del 2% su base annua. Nella media del trimestre maggio-luglio, evidenzia ancora l’Istat, il livello della produzione registra una flessione dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti. Gli indici corretti per gli effetti di calendario segnano a luglio 2018 una lieve crescita tendenziale solamente per il raggruppamento dei beni strumentali (+0,7%); variazioni negative si registrano, invece, per i beni intermedi (-2,2%), i beni di consumo (-1,9%) e l’energia (-1,4%). Positivi, invece, i dati sull’occupazione: nel secondo trimestre del 2018 è cresciuta “a ritmi sostenuti”, con un aumento di 203 mila occupati rispetto al trimestre precedente (+0,9%, nei dati destagionalizzati), mentre sul 2017 il dato è di 387 mila occupati in più (+1,7% ).

Leone verso la guida del Csm della giustizia tributaria

Un colpo da maestro come non se ne vedevano da tempo. L’avrà messo a segno tra pochi giorni Antonio Leone, già deputato forzista e vicepresidente della Camera. Transitato nella pattuglia di Ncd nel 2013 e indicato a larga maggioranza nel 2014 come membro laico del Consiglio superiore della magistratura: ora che il Csm guidato da Giovanni Legnini è agli sgoccioli per Leone, sopravvissuto all’estinzione politica della creatura alfaniana e alla fine dei governi di centrosinistra appoggiati dal Nuovo centro destra, riuscito nell’impresa di non essere bollato come nemico dai forzisti, si spalancheranno le porte di un altro palazzo che conta. A quanto pare diventerà presidente dell’organo di autogoverno della giustizia tributaria, sempre che riesca a “battere” un altro politico che sa resistere alle intemperie, ossia l’ex ministro della Pubblica amministrazione del governo Letta, Gianpiero D’Alia.

Sia Leone che D’Alia sono stati indicati dal Parlamento. Che ha assicurato un posto di membro laico nell’organismo anche al professor Giacinto Della Cananea, balzato agli onori delle cronache qualche mese fa per essere stato incaricato da Luigi Di Maio di redigere il documento per verificare le convergenze possibili tra il programma del Movimento 5 Stelle e quelli di Lega e Pd coinvolti nelle trattative del dopo 4 marzo. Il nuovo presidente verrà scelto il 18 settembre quando i 15 membri del consiglio si riuniranno per la prima seduta. Tra gli 11 togati eletti in rappresentanza dei giudici tributari, anche volti di primo piano della magistratura ordinaria. Come l’ex segretario dell’Anm, Edoardo Cilenti, i procuratori di Viterbo e Rieti, Paolo Auriemma e Alberto Liguori. In plenum siederà anche Carla Romana Raineri, ex capo di gabinetto Virginia Raggi e che la Procura capitolina ha chiamato come testimone nel processo a carico del sindaco di Roma.

M5S e Lega incalzano Nava: “Via da Consob”

La spinta decisiva è venuta da Bruxelles, dal Commissario al Bilancio Oettinger, e così i capigruppo di M5S e Lega, uniti, hanno chiesto le dimissioni del presidente della Consob Mario Nava perché “dipendente di un’istituzione sovranazionale (la Commissione Ue, ndr) è incompatibile con la presidenza di un’autorità indipendente italiana, il cui ruolo è quello di garantire l’ordinato funzionamento del mercato finanziario nazionale”.

Nava, come ormai è noto, non si è messo in aspettativa dalla Commissione Ue ma “in comando” in barba alla legge che regolamenta l’Authority italiana a tutela della sua indipendenza.

“Rassegni le dimissioni con un gesto di sensibilità istituzionale che, a questo punto, appare davvero inevitabile al fine di ristabilire un rapporto di fiducia e di leale collaborazione fra istituzioni tanto rilevanti dello Stato”, hanno scritto in una nota congiunta i capigruppo alla Camera e al Senato del M5S, Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, e della Lega, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. “Il presidente della Consob – proseguono i firmatari – si è dichiarato certo che non vi sia alcuna irregolarità nel suo operato e nella sua nomina. Eppure, il commissario Oettinger ha confermato che l’attuale presidente della Consob ‘rimane soggetto agli stessi doveri e diritti dei funzionari della Commissione in attività di servizio’”.

Come raccontato dal Fatto Quotidiano, Oettinger aveva smentito la versione di Nava davanti ai Commissari Consob sul suo distacco al posto dell’aspettativa (“per la mia posizione a Bruxelles non è prevista”, ndr): la Commissione ha deciso, in accordo con il governo Gentiloni, di “comandare Nava presso la Consob nell’interesse di Bruxelles”. Cioè Nava non è un presidente indipendente, ribadiscono M5S e Lega: “Contrariamente all’avviso espresso dal precedente governo, Nava, in quanto dipendente di un’istituzione sovranazionale, è incompatibile”.

Al momento il presidente, si dice nei corridoi di Consob, resta fermo al suo posto e mantiene la stessa posizione espressa appena lunedì scorso: “Quattro istituzioni hanno validato l’atto”, cioè hanno dato il via libera al suo distacco da Bruxelles e inoltre, il premier Conte, “che ha chiesto la documentazione”, non si è mosso.

Vedremo cosa succederà il 19 settembre, quando è prevista la sua audizione alla Commissione Finanze del Senato ma proprio la mancata azione di Palazzo Chigi fa ostentare a Nava “tranquillità”.

Ora, però, arriva una richiesta di dimissioni da parte dei gruppi parlamentari della maggioranza giallo-verde che ha il sapore di un pressing su Palazzo Chigi perché intervenga prima che lo debba fare, ancora una volta, la magistratura quantomeno amministrativa per probabili ricorsi. Intanto, stando a quanto si dice, le polemiche sulla nomina starebbero rallentando il lavoro di controllori degli uffici Consob.

Conte, incroci pericolosi per il Consiglio di Stato

Difficile dire se Giuseppe Conte sia ostaggio di un gruppo di potere estraneo alla maggioranza giallo-verde o ne faccia parte. L’unica cosa certa è che – dopo l’imbarazzo sul caso (ereditato da Gentiloni) della nomina di Mario Nava alla Consob – il premier si sta impantanando sulla nomina a presidente del Consiglio di Stato di Filippo Patroni Griffi, ex ministro del governo Monti ed ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Letta. In pratica il governo si sta scegliendo come suo giudice non solo un ex ministro, ma soprattutto un consigliere di Stato che, prima di fare il ministro, è stato per quasi vent’anni ininterrottamente al servizio del governo in distacco per vari incarichi. E raffinatissime menti, tra esse Conte, vogliono contrabbandare come automatica la nomina di Patroni Griffi.

A far esplodere il caso ci ha pensato Sergio Santoro, il più anziano presidente di sezione del Consiglio di Stato, che rivendica il posto di presidente dopo l’uscita di scena per limiti di età di Alessandro Pajno. Tre anni fa Santoro fu scavalcato sia da Pajno sia da Patroni Griffi, fece ricorso ma il Consiglio di Stato (giudice di se stesso) gli dette torto. Martedì la quarta commissione del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (il Csm dei giudici amministrativi) ha indicato per la nomina a presidente proprio Patroni Griffi. Toccherà ora al plenum del Cpga dare il nome a Conte. Martedì stesso, Santoro, assistito dagli avvocati Federico Tedeschini e Daniele Granara, ha rivolto al Cpga un’istanza di riesame. Due dei cinque membri della commissione (il presidente e relatore Oberdan Forlenza e Giuseppe Castiglia) sono giudici della IV sezione del Consiglio di Stato, di cui è presidente Patroni Griffi. Insomma, è il loro capo, dice Santoro, e in base alla legge avrebbero dovuto astenersi.

La nuova schermaglia giudiziaria accende un faro sul vertice del Consiglio di Stato che a dicembre 2015 è stato oggetto da parte del governo Renzi di un colpo di mano. Al quale, beffa della storia, partecipò anche il futuro “avvocato degli italiani”, Giuseppe Conte.

Il presidente del Consiglio di Stato è nominato per legge dal presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio, “sentito” il Cpga. Per prassi antica, volta a evitare che il governo si scelga il suo giudice, il Cpga ha sempre suggerito la nomina del presidente di sezione più anziano, per eliminare ogni elemento di discrezionalità nella scelta. Solo Benito Mussolini violò la regola nel 1928 per nominare un maestro del diritto come Santi Romano. Renzi ha imitato Mussolini per scegliere Pajno, palermitano come Sergio Mattarella e legato da antica amicizia al presidente della Repubblica.

Conte aderì allo stravolgimento delle regole: Renzi chiese cinque nomi anziché uno e scelse Pajno al posto del più anziano Stefano Baccarini. Il Cpga scelse di inginocchiarsi davanti al diktat di Rignano in nome della “consapevolezza del momento storico” e in nome di un non meglio identificato “bene comune”. E approfittò per combinare il tradizionale criterio dell’anzianità con non meglio precisate valutazioni su “meriti e attitudini” che servirono a mettere Patroni Griffi davanti a Santoro. Uno degli artefici di tale capolavoro giuridico, Ermanno De Francisco, è oggi capo degli affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi e cura la pratica Patroni Griffi con il segretario generale Roberto Chieppa, altro consigliere di Stato legato da antica amicizia al predestinato.

A suo tempo Conte sostenne che l’anzianità “non può essere assunta come l’unica forma esclusiva di valutazione del candidati”, dando via libera alla scelta di Patroni Griffi come presidente aggiunto. Oggi la capriola finale: Patroni Griffi è indicato come presidente in automatico evocando l’inedito criterio della posizione gerarchica, sia pure ottenuta per scelta discrezionale. Il portavoce di Conte, Rocco Casalino, rivendica che il premier, dopo lo strappo di Renzi a cui pure si inchinò, “ha voluto restituire la scelta del vertice della magistratura amministrativa all’organo di autogoverno della stessa”. In realtà Conte è ancora protagonista di una vicenda in cui – dopo una serie di decisioni di convenienza e quindi contraddittorie – il Consiglio di Stato è diventato un trofeo nella guerra tra lobby, politiche e non.

Twitter@giorgiomeletti

Voto senza data nel feudo dei Pittellas in disarmo

“Tu sei al servizio delle lobby e dei potenti”. “E io ti querelo”. “E non voglio gentaglia, e poi Salvini ha scelto me per rappresentare la Lega”. “Anch’io sto con Salvini e dico solo che se me lo chiede io sarei disposto anche a fare il candidato governatore”.

Gli stralci della spassosissima lite tra il segretario lucano dei leghisti, Antonio Cappiello, e l’unico senatore che a oggi rappresenta Salvini in Parlamento, Pasquale Pepe, su chi già debba comandare in quel che appare come il feudo in disarmo dei fratelli Pittella, Marcello e Gianni, stabilisce in modo incontrovertibile che al fondo non c’è fondo.

Ricapitoliamo: la Basilicata sarebbe dovuta andare al voto in ottobre per rinnovare il consiglio regionale e il suo presidente. Terra monocolore del centrosinistra, perno sul Pd, e da circa un ventennio, per delega o in via diretta, detenuta dai Pittellas. Gianni senior a capo del gruppo socialdemocratico europeo, Marcello junior governatore al primo mandato. A giugno – dopo la legnata che fa retrocedere Gianni senior dai fasti di Strasburgo alla condizione umile di deputato nazionale ripescato – con un mezzo plebiscito il Pd conferma Marcello e lo ricandida. Passano alcune settimane e Marcello finisce agli arresti domiciliari: accusato di aver raccomandato troppo, oltre i limiti della decenza. Con il governatore inchiodato nel salotto, la Regione ritrova incredibile smalto e capacità di decisione. Il 20 agosto promulga con i soli voti della maggioranza la legge che cambia il sistema elettorale. Non più voto disgiunto, non più listino del presidente, alternanza di genere. Cambia la legge e saltano i tempi di voto. La prima data utile diviene dicembre. Ma in Lucania col freddo che fa? Allora gennaio. Ma il gelo insiste, la neve copre i paesi di montagna e si scioglie a primavera.

La magia sta per dare i suoi frutti: se tutto andrà come si spera, le elezioni arriveranno insieme alle rondini. “Io dico che avremo il tempo per valutare il da farsi con Marcello, che sicuramente sarà tornato libero”, dice Mauro Polese, il segretario regionale del Pd.

Nella tragica sospensione da ogni certezza si sviluppa la spassosa seppur sanguinosa lotta fratricida leghista, il cavallo vincente del centrodestra. Sono in due a contendersi lo scettro del comando. Uno è deputato mancato, l’altro senatore eletto. Ambedue esibiscono certificazioni di autenticità salviniane. Il ministro dell’Interno celebrerà il 29 settembre a Matera, durante la festa nazionale della Lega, lo scontro e poi l’incontro. Matera, affogata dai soldi, zeppa fino al collo di euro per via della elezione a capitale della Cultura per il 2019, tenta disperatamente di appaltare qualcosa dei novanta milioni che ha in cassaforte. Non si trovano progetti esecutivi, e i pochissimi già definiti, produrranno opere che non riusciranno a vedere la luce prima che la città diventi capitale.

La Basilicata è così. Ha il petrolio, che sputa soldi e fiamme nella conca inquinata di Viaggiano, ma conserva il reddito più basso dei suoi abitanti. Ha i Sassi, che il mondo ci invidia, ma non riesce a trasferire ricchezza al resto della regione.

Perciò in molti si stanno adoperando per la svolta. Oltre a Salvini, una new entry da riferire è quella di Carmen Lasorella, giornalista Rai che i più anziani ricordano per la voce vellutata e densa. Adesso intende affrontare il problema dei problemi: fare ricca una regione povera. “Nella vita ho sempre accettato le sfide ambiziose. Sono a Potenza per organizzare un grande movimento civico. Ma il mio interesse è quello di governare. Come cambi se non governi? Quindi se il mio nome può essere utilizzato da collante… Sono sempre rimasta fuori, ho difeso con intransigenza la mia identità”.

Il nome? Il collante? La prendono a ridere quelli del Pd. “Non è un nome rilevantissimo, né mi sembra che abbia segnato una vita fuori dal collateralismo con certi ambienti”, dice il segretario regionale. E chi salverà allora la Lucania? I Cinquestelle, è chiaro. Sono gli unici che hanno un candidato, Antonio Mattia, un piccolo imprenditore che ha vinto la lotteria delle regionarie, il sistema interno di selezione a forza di clic al computer. Primo partito, vessillo della rivoluzione. Solo che non si è capito se sia già tutto finito e il bottino lo abbia trafugato in queste settimane l’alleato furbastro, il prode Salvini.

Il quale ora ricorda di essere un alleato di centrodestra e pretende che l’anima morta di Forza Italia, che qui è davvero assemblaggio di vecchie cariatidi, sottoscriva la delega in silenzio e con tutta la felicità possibile.

“Con la nuova legge elettorale il presidente comanda poco, tutto sarà nelle mani degli assessori. Con l’eliminazione del voto disgiunto hanno fatto una cattiveria perché qui in Basilicata il voto è diretto, si dà intuitus personae, quindi è geneticamente disgiunto. Lo ricongiungono per tenere unito il partito in sfacelo”, dice Lasorella.

Allora, e per concludere. La Basilicata va al voto, ma forse no. La prima data utile è l’inverno ma forse no. Il candidato governatore del Pd è Marcello Pittella, ma forse no. “Non mi permetto, per rispetto della magistratura e per il dolore di sapere mio fratello privato della sua libertà, di commentare un solo atto di questa vicenda. Dico solo che davanti a un quadro così demoralizzante di pretese e pretendenti, ritengo che il meglio che si può avere e desiderare era e resta quel che c’era”. È l’analisi e la speranza di Gianni Pittella, il dominus superstite o forse no.

Salvini (e la scorta) sempre da Elisa

Sostiene Matteo Salvini di non aver agevolato la carriera della sua morosa, al massimo di averla ostacolata. “Elisa Isoardi è brava e si merita tutto il successo che ha e che avrà. Io non l’ho aiutata, anzi, la mia ingombrante presenza forse ha danneggiato e creato problemi”, ha detto il nostro in un’intervista a I lunatici su Radio2 martedì notte (confessando peraltro di essere molto geloso). Siccome è un uomo coerente, ieri mattina il ministro ha riportato “la sua ingombrante presenza” e la sua altrettanto ingombrante scorta negli studi Rai della Dear, dove la fidanzata conduceva La prova del cuoco. Salvini, dopo l’esordio di lunedì, ha fatto il bis: per ora ha assistito a due puntate su tre. Se crede davvero che la sua presenza “danneggi” la bella Isoardi dev’essere un po’ sadico, ma si vede che in questi giorni l’agenda del Viminale non è asfissiante. Nel tempo libero il ministro si è dilettato con una nuova bufala su Twitter: “La tubercolosi è tornata a diffondersi, gli italiani pagano i costi sociali e sanitari di anni di DISASTRI e di invasione senza regole e senza controlli”. Colpa degli immigrati. Circostanza smentita dai medici (prima il presidente della Società di medicina delle migrazioni, Maurizio Marceca, e poi il direttore del reparto Malattie infettive del Gemelli di Roma, Roberto Cauda): “In Italia non c’è nessun aumento dei casi di tbc”.

Il Pd protesta contro la fiducia “preventiva”. “ È illegittima”

Per il governo a guida Lega-M5S quella sul Milleproroghe sarà la prima fiducia. Subito contestata dall’opposizione, e in particolare dal Pd, che ieri ha protestato a lungo in aula parlando di “atto eversivo”: la richiesta, infatti, è stata autorizzata dal Consiglio dei ministri lo scorso 24 luglio, un giorno prima che il testo fosse pubblicato in Gazzetta ufficiale. E per questo secondo i dem (ma anche Forza Italia e FdI) sarebbe illegittima. La questione è stata sollevata dal deputato Roberto Giachetti che ha chiesto l’intervento del presidente della Camera, Roberto Fico, secondo cui però si tratta di una scelta politica, non di competenza del Parlamento. All’attacco anche l’ex ministra e sottosegretaria Maria Elena Boschi: “Solidarietà al ministro Fraccaro, per lui è la prima fiducia – ha ironizzato – ma è impossibile deciderla prima che il decreto sia stato firmato e pubblicato”.

Questa la replica del deputato M5S, titolare dei Rapporti col Parlamento: “Sono polemiche strumentali, la procedura è corretta e lo dimostrano i precedenti, come le opposizioni dovrebbero ben sapere”.

Malagò minaccia i sindaci: “Così salta tutto”

Milano vuole più potere, Torino pretende pari dignità (Cortina, almeno lei, non crea grossi problemi). E Giovanni Malagò, che non ha mai nascosto la sua predilezione per il capoluogo lombardo con cui ha stretto un patto di ferro dopo il no dei 5Stelle a Roma 2024, nell’incontro di martedì a Palazzo Chigi è stato duro con la sindaca torinese, Chiara Appendino: “Se volete io ritiro la candidatura, convoco un altro consiglio nazionale e mettiamo ai voti i tre dossier. E poi vediamo chi vince”.

Ormai ci siamo quasi: il 19 il Coni deve dare una risposta al Cio ed entro quella data il governo deve prendere una scelta definitiva: appoggiare i Giochi, o viceversa bocciarli (anche se le ultime indicazioni sono per la fumata bianca). Eppure la candidatura tripla dell’Italia alle Olimpiadi invernali del 2026 non è proprio unità come chi l’ha partorita sperava. Il Coni ha proposte le tre città insieme su indicazione del governo, per non scontentare nessuno, ma le rivendicazioni incrociate proseguono. E il grande capo del Coni sembra essersi stufato delle richieste di Torino, e delle remore dei 5stelle che sostengono la loro sindaca e non hanno gradito l’aut aut.

La minaccia difficilmente potrebbe essere portata fino in fondo (non ci sono i tempi tecnici, e poi il governo si è schierato in maniera esplicita per la soluzione condivisa, e del suo sostegno Malagò non può fare a meno). Piuttosto, è un modo rude per rimettere al suo posto Torino, che insiste sulla superiorità del suo dossier rispetto agli altri. Anche nell’ultimo vertice la delegazione di Appendino ha ribadito la condizione che le tre città siano tutte sullo stesso piano. Non solo: chiede qualche gara in più, visto che l’attuale distribuzione prevista dal dossier non è proprio equilibrata

Il più combattivo, però, è sempre Beppe Sala. Milano vuole la cerimonia di apertura (che avrà: un tutto esaurito a San Siro garantisce lauti incassi) ma soprattutto il nome, che invece dovrà scordarsi. È una questione di brand, di reputazione, e ovviamente le altre città non ci stanno a fare la parte delle comparse. Sia la governance che l’immagine dovranno essere condivise. I propositi più bellicosi (a un certo punto Sala minacciava di ritirarsi) sembrano comunque rientrati e infatti il sottosegretario Giorgetti ha spiegato di avere “più certezze che dubbi”. Ma i nodi da risolvere resteranno tanti, anche dopo l’eventuale via libera governativo.

All’incontro decisivo (si parlava di oggi, c’è Consiglio dei ministri, ma non è detto si faccia a tempo) parteciperanno il premier Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, oltre a Giorgetti e il deputato Simone Valente, che segue la partita per il M5S. La questione (organizzare o meno i Giochi 2026) ormai è essenzialmente politica: tocca a loro dare il sostegno finale alla candidatura. Poi i sindaci continueranno a litigare.