Pier Silvio dà una speranza a Renzi: “Ci faccia vedere il documentario…”

Si riapre la trattativa tra Matteo Renzi e Mediaset per la messa in onda dell’ormai famoso documentario su Firenze prodotto da Lucio Presta. A dirlo è stato, ieri, lo stesso Pier Silvio Berlusconi durante la presentazione della nuova Rete 4, negli studi del Palatino a Roma. “Il documentario di Renzi? Mi piacerebbe trasmetterlo, perché ho stima nei suoi confronti e il prodotto mi sembra curioso e interessante. Ma prima aspettiamo di vederlo, non possiamo acquistare un prodotto che non conosciamo per intero”, ha detto Berlusconi jr.

Il tema era già stato dibattuto in estate. Alla presentazione dei nuovi palinsesti a giugno, infatti, il vicepresidente di Mediaset aveva mostrato interesse ma poi, qualche settimana dopo, dal Biscione si era chiusa la porta: “Non ci interessa”.

Così Renzi era rimasto senza acquirente. Ma Presta non ha mollato l’osso e ora l’ipotesi Mediaset rispunta. E lo stesso Renzi, che ha finito le riprese due settimane fa, negli ultimi giorni si è mostrato fiducioso sul buon andamento della trattativa. Ieri, proprio al Palatino, erano presenti tutti i protagonisti della vicenda. C’erano Berlusconi jr e Mauro Crippa. C’era Presta, lì come manager di Barbara Palombelli, conduttrice del nuovo programma Stasera Italia. E c’era pure Marco Agnoletti, portavoce di Renzi. Ne avranno parlato? “Di questo non so nulla, non me ne sono mai occupato, sono stato invitato da Gerardo Greco e mi ha fatto piacere essere qui”, dice Agnoletti.

Berlusconi jr, poi, ha fatto un accenno anche alla situazione in Rai e allo stallo sulla candidatura di Marcello Foa: “Quello che sta accadendo è surreale, ma è una questione totalmente politica che attiene ai rapporti di forza e alle trattative tra i partiti. Per noi comunque non è un vantagio: in Rai ci sono ottimi professionisti che sanno lavorare bene anche in questa situazione”.

Sul caso Foa, questa mattina si riunirà la commissione di Vigilanza, dove sembra tramontata l’ipotesi di presentare, una risoluzione della maggioranza per chiedere al Cda Rai di esprimere un nome.

Segno che l’accordo tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini ormai è vicino e le forzature non servono. I due dovrebbero vedersi nelle prossime ore per chiudere un patto che riguarda pure Regionali, Csm e, si dice, qualche posto nell’organigramma di Viale Mazzini (il Tg2?). “Decideranno Berlusconi e Salvini, anche perché la vicenda s’inserisce in un discorso più ampio”, osserva Antonio Tajani. Altro segnale che l’intesa è a un passo.

I soldi ai disoccupati dividono Tria e 5 Stelle

Il tira e molla è appena cominciato. E tutto lascia presagire che le (poche) settimane che porteranno alla stesura della nota di aggiornamento al Def lasceranno segni piuttosto evidenti sulla fragile corazza del governo giallo-verde. Basti vedere quel che è successo ieri, dove sono bastate dieci righe battute dall’Ansa all’ora di pranzo per mandare nel panico la comunicazione del Movimento 5 Stelle e per far accendere al rialzo la lampadina del solito spread. In effetti, quelle dieci righe parlavano chiaro: “In manovra ci aspettiamo 10 miliardi per il reddito di cittadinanza o chiederemo le dimissioni del ministro Tria”. Da una parte, quindi, il baluardo dei Cinque Stelle, la leva che viene considerata fondamentale per non finire travolti dalle prossime elezioni europee. Dall’altra, il “tecnico” finito a capo del Tesoro dopo il niet del Quirinale su Paolo Savona. Ecco, è il succo del ragionamento che da tempo circola nella componente grillina dell’esecutivo, “se continua ad alzare muri, non possiamo restare a guardare”.

Le dimissioni, va detto, sono una richiesta che nessuno si azzarderà a fare. Tant’è che ieri, subito dopo l’uscita dell’Ansa, lo staff M5S ha precisato che “risulta infondata la notizia secondo cui il M5S avrebbe esercitato pressioni sul ministro dell’Economia Giovanni Tria, anche in riferimento a sue possibili dimissioni”. Eppure l’irritazione esiste e nessuno la nega. I Cinque Stelle rivendicano di aver fatto da mediatori con Tria, di averlo sempre difeso finora. E per questo non vogliono sentire accampare “problemi di natura tecnica” che, secondo loro, sono “facilmente superabili”. Dunque, il Tesoro. Ma anche la Ragioneria e il resto degli “apparati” che “zavoranno” le ambizioni del governo.

La memoria torna alla “manina”, come la chiamò Luigi Di Maio, che ha rovinato la festa del decreto Dignità: 8 mila posti di lavoro in meno, calcolava una stima Inps che, secondo il ministro, era piombata nella relazione tecnica del provvedimento solo all’ultimo minuto. Una cosa del genere, ragionano, non deve più succedere. E in questo il ministero dell’Economia li deve aiutare: “Gli abbiamo detto – anzi, lo ha detto Salvini, nemmeno noi dei Cinque Stelle – che rispetteremo gli impegni con Bruxelles. Adesso i soldi li deve trovare lui. Il ministro Tria è un esecutore della volontà politica, e la volontà politica è scritta nel contratto di governo: dunque quei 10 miliardi per il reddito di cittadinanza vanno tirati fuori, punto e basta”.

L’accordo, stando alla versione grillina, si era già chiuso una settimana fa, nel corso del vertice di maggioranza con il premier Conte e lo stesso ministro dell’Economia. I Cinque Stelle avevano fatto trapelare la loro soddisfazione, seppur per un compromesso al ribasso, visto che l’obiettivo iniziale era di arrivare a 17 miliardi. Ma è evidente che la partita è tutt’altro che finita. E per dirlo non c’è bisogno di affidarsi alle dichiarazioni off the record. Martedì sera, a Cartabianca il vicepremier Di Maio esprimeva lo stesso concetto smentito ieri: “Il reddito di cittadinanza deve entrare nella legge di Bilancio. O c’è o c’è un grave problema per questo governo”. Se non fosse stato chiaro, al risveglio, il sottosegretario Stefano Buffagni ribadiva il messaggio a Omnibus: “Tria fa parte di un governo che ha firmato un contratto. Rispetto il ministro Tria, ma lui deve rispettare le forze politiche che lo supportano”.

Poi, per carità, “la notizia secondo cui il M5S avrebbe esercitato pressioni sul ministro dell’Economia Giovanni Tria, anche in riferimento a sue possibili dimissioni” sarà pure “infondata”. Ma se non è zuppa, è pan bagnato.

M5S su Tim cambia cavallo: flirta con Vivendi e B. trema

Silvio Berlusconi da qualche giorno spera che la parola di Matteo Salvini sia salda come l’interessato promette: il leader della Lega dovrà infatti garantire, oltre all’unità del centrodestra alle prossime Regionali, pure la tenuta del pericolante accordone su cui è nata la cosiddetta Terza Repubblica, cioè il favore fatto al fu Caimano grazie all’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti in Telecom e l’alleanza della società del Tesoro col fondo Elliott in funzione anti-francese.

A Palazzo Chigi regnava ancora, si era ad aprile, Paolo Gentiloni (col dante causa Matteo Renzi), ma Carroccio e Cinque Stelle diedero la loro interessata benedizione a un’operazione che, in sostanza, garantiva il mantenimento dello status quo televisivo fondamentale per Berlusconi: bloccata Vivendi – che al momento non controlla più la società telefonica e non sa che farsene del suo 20% in Mediaset – va però ancora garantito che le quote pubblicitarie che fanno ricca Cologno Monzese non siano toccate per qualche tempo né per via legislativa, né con una politica aggressiva della Rai. Solo così Berlusconi potrà fare quel che deve per salvare l’impero di famiglia: cedere l’azienda o, meglio, fonderla in una media company ad ampio spettro (cinema, tv, musica, società di comunicazione, internet, telefonia), ma al prezzo che deciderà lui. A suo tempo fu proprio il prezzo, com’è noto, a bloccare l’accordo tra l’ex premier e la Vivendi di Vincent Bolloré.

Per salvare questo equilibrio così delicato, l’uomo di Arcore s’era prima acconciato a dare il placet al governo gialloverde e ora il via libera a Marcello Foa a presidente della Rai dopo averlo bocciato (oggi in Vigilanza dovrebbe ripartire il processo di nomina). Adesso, però, ha un problema grosso: i 5 Stelle stanno pensando di cambiare cavallo, un po’ perché hanno capito che così finiscono per fare il reggimoccolo al duo Matteo&Silvio, un po’ per avere uno strumento di pressione sulla Lega che trionfa nei sondaggi.

Le preoccupazioni di Berlusconi hanno iniziato a prendere corpo in un momento preciso e in un luogo preciso: sabato scorso, infatti, il premier Giuseppe Conte, il vicepremier Luigi Di Maio e l’amministratore delegato di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine, si sono incontrati a Bisceglie, vicino Bari, per il convegno DigithOn. Organizzatore dell’evento, peraltro, è Francesco Boccia, deputato della minoranza Pd, particolare anch’esso assai preoccupante per la casa di Arcore: i dem di Matteo Renzi – che Pier Silvio Berlusconi vorrebbe tanto vedere in onda su Mediaset – sono stati parte dell’accordone, ma la presa di Renzi sul partito è tutta da verificare al congresso.

Che cosa si sono detti, dunque, de Puyfontaine e i suoi nuovi amici a Cinque Stelle (il manager ha avuto uno scambio a quattr’occhi con Conte)? Il manager ha tentato di convincere il premier e Di Maio che Vivendi è in Italia per restare e su basi di parità: “Crediamo nell’Italia che per noi resta un investimento di lungo termine.” In pratica significherà creare un’articolazione societaria italiana (Vivendi Italia) e probabilmente investire maggiormente nella Universal Music a Milano.

E poi c’è Sparkle, la società dei cavi sottomarini di proprietà di Tim, l’amo che de Puyfontaine ha lanciato dal palco delle Vecchie Segherie di Bisceglie in direzione dei grillini: “Sono d’accordo con Di Maio: non credo che vada venduta, è strategica per l’Italia”. E invece Elliott, portata al comando con lo spericolato ingresso nel capitale di Cdp, la vuole vendere, come ha recentemente ribadito il presidente Fulvio Conti: d’altronde Elliott è un fondo speculativo che vede calare da settimane il prezzo delle azioni Tim (da inizio 2018 hanno perso il 25%, da aprile il 40%) e pretende di migliorare i conti subito, magari in attesa di uscire e dare l’assalto a un pezzo di Mediobanca, come ha scritto Il Fatto.

Il lato grillino del governo ha preso atto in Puglia delle intenzioni di Vivendi: pur non promettendo nulla, Conte e Di Maio hanno garantito che studieranno il dossier, tanto più che il tema della proprietà pubblica delle reti per i 5 Stelle è come una calamita e l’alleanza di lungo periodo con un fondo speculativo nella gestione di una società resta un fatto innaturale. La richiesta dei francesi, d’altra parte, è poco impegnativa: Cassa depositi in Tim assuma un ruolo terzo e lasci fare al mercato.

E qui torniamo allo zio Silvio. Se Vivendi riesce a integrare Tim torna pericolosa pure nella partita Mediaset. Berlusconi è a capo di un impero tv ancora profittevole, ma sostanzialmente obsoleto, che ha l’unico vero punto di forza nell’avere incassi pubblicitari assolutamente fuori scala rispetto agli ascolti: grazie ad antiche alleanze commerciali e ad un sistema bloccato, infatti, con uno share medio stimabile nella fascia 30-35%, le tv del Biscione incamerano spot per il 55-60% del totale destinato alle televisioni (in soldi fa circa 2,5 miliardi l’anno).

Un’apertura del mercato – che prima o poi arriverà comunque – rischia di costare a Cologno Monzese fino a un miliardo l’anno e far calare drasticamente il valore dell’azienda: a quel punto sarebbe il compratore (o il mercato) a fare il prezzo.

Insomma, è la politica che farà la differenza in questa partita e ora i Cinque Stelle (e il Pd al congresso) devono decidere se garantire la tranquilla navigazione dell’intesa tra Berlusconi e Salvini o sparigliare. Il problema di Di Maio e soci, a questo punto, è uno solo: la Lega non accetterà di mettere sotto schiaffo il leader di Forza Italia e su questa partita può persino saltare il governo.

Fico: “La corruzione minaccia la nostra tenuta democratica”

I principicostituzionali sono messi in pericolo dalla corruzione. È questo il significato dell’intervento del presidente della Camera, Roberto Fico, alla presentazione del rapporto di Riparte il Futuro “Italia interrotta: il peso della corruzione sulla crescita economica”. “La lotta alla corruzione – ha detto Fico – deve essere un elemento costante dell’azione delle istituzioni”. Lo studio, a cura di I-Com per Riparte il futuro, ha evidenziato come l’Italia occupi il diciottesimo posto in Europa per capacità di attrarre investimenti, anche a causa della diffusa percezione della corruzione. Al dibattito è intervenuto anche Federico Anghelé di Riparte il Futuro, che ha sottolineato come la digitalizzazione sia “un elemento chiave per ridurre la corruzione”. Ma si è discusso anche del Ddl Anticorruzione: se Fico lo considera “una risposta netta per sradicare un fenomeno che attenta alla tenuta della democrazia”, Gian Maria Flick, già presidente della Corte costituzionale, ha invece sollecitato un intervento sui tempi della prescrizione. Presente anche il direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez: “Bene il Daspo ai corrotti, ma servirebbe che se un colletto bianco viene condannato a un anno di prigione vada davvero in prigione”.

Il Parlamento Ue approva la legge sul copyright: ecco cosa cambia

Il Parlamento europeo ha approvato ieri un testo che rispetto a quello respinto in luglio aveva solo degli aggiustamenti cosmetici, i punti critici sono rimasti tutti”: a spiegare al Fatto cosa implichi l’approvazione della direttiva sul diritto d’autore, su cui nelle prossime settimane inizieranno i negoziati, è Julia Reda, politica tedesca, europarlamentare del Partito Pirata e vicepresidente del gruppo dei Verdi. Nonché sostenitrice della libertà del Web. Dai filtri sull’upload per prevenire automaticamente le violazioni del diritto d’autore all’introduzione della link tax che riconosce remunerazioni agli editori per la pubblicazione dei link agli articoli: “Una misura, quest’ultima, molto problematica soprattutto per i progetti civici di chi pubblica i link e i titoli degli articoli per informare le persone e fornire le fonti”.

Per gli editori. Autori ed editori sono stati tra i maggiori sostenitori dell’approvazione. La Fieg, la federazione italiana degli editori, nei giorni scorsi ha acquistato paginate sui quotidiani nazionali per chiedere agli europarlamentari italiani di votare a favore. Se il testo dovesse essere approvato così com’è, infatti, le grandi piattaforme come Facebook o Google dovranno pagare agli editori i diritti sui cosiddetti snippet, foto e breve testo di presentazione di articoli. Parte della remunerazione, poi, dovrà andare direttamente ai giornalisti che hanno scritto i contenuti. La direttiva esclude però dalle regole i link accompagnati da singole parole. Una definizione ritenuta non molto chiara, così come non è davvero chiara la definizione di snippet applicata ai social network.

Per le piattaforme. Se le piccole e micro piattaforme sono escluse dall’applicazione della direttiva (ma non si specifica quale sia l’unità di misura), le grandi – che si sono schierate contro la direttiva dal primo momento – dovranno effettuare un monitoraggio costante sui contenuti per evitare che violino il copyright. E come faranno? Il controllo preventivo resta dietro l’angolo come conseguenza così come il ricorso all’automazione e ad algoritmi che setaccino da soli i contenuti caricati dagli utenti, che potrebbero censurare anche quelli senza scopo di lucro o con diritti di cronaca (la pubblicazione dovrà però comunque avvenire con l’autorizzazione degli interessati). “Il caricamento di contenuti su enciclopedie online che non hanno fini commerciali come Wikipedia o su piattaforme per la condivisione di software open source, come GitHub, è escluso dall’obbligo di rispettare le nuove regole sul copyright. – si legge sul comunicato del Parlamento Ue -. Anche i meme come le parodie sono esclusi”. Resta il fatto che bisognerà trovare il modo di setacciarli e riconoscerli, perché la responsabilità sarà delle piattaforme.

Per gli autori. Va meglio per autori e artisti che potranno esigere una remunerazione supplementare da chi sfrutta le loro opere, nel caso il compenso corrisposto originariamente fosse considerato basso rispetto ai benefici che ne derivano. Tali benefici dovrebbero includere le cosiddette “entrate indirette”. Le misure approvate consentirebbero inoltre agli autori e agli artisti di revocare o porre fine all’esclusività di una licenza di sfruttamento dell’opera, se si dovesse ritenere che la parte titolare dei diritti di sfruttamento non stia esercitando tale diritto.

Per gli utenti. Non dovrebbe cambiare molto per gli utenti passivi, che si limitano a leggere le notizie. A meno che le piattaforme non decidano di cambiare il loro modello di condivisione e diffusione delle notizie e dei contenuti, eliminando quindi snippet e anteprime e – questo è un rischio – riducendo il flusso di lettori che arriva ad esempio dai social network. Per chi invece ricorre a contenuti protetti da copyright, il rischio è che anche nei casi di esclusione dall’applicazione della direttiva l’automazione dei sistemi di filtraggio non riesca a distinguere e quindi ci si ritrovi ad essere oscurati e a dover presentare proteste e ricorsi. È infatti previsto che le piattaforme istituiscano meccanismi rapidi di reclamo, gestiti da persone e non da algoritmi, per presentare ricorso contro un’ingiusta eliminazione di un contenuto. Immaginare un esercito di controllori del Web in carne e ossa è però difficile e, soprattutto, non è nei piani dei big tech che mirano ad automatizzare il più possibile.

Non solo copyright. “In Europa, la libertà di Internet è sotto pressione – spiega la Reda -, capisco che gli autori vogliano essere pagati per il loro lavoro ma le proposte fatte si concentrano solo sul bloccare i contenuti. Al tempo stesso si stanno introducendo filtri anche su altri tipi di misure, dal terrorismo all’hate speech alle fake news”. Nel nuovo regolamento contro il terrorismo proposto dalla Commissione europea in questi giorni, infatti, si prevede che ogni hosting provider debba cancellare i contenuti di propaganda terroristica entro un’ora. Sono poi previste “misure proattive”. “I filtri preventivi infrangono la Carta dei diritti fondamentali – spiega Reda – la Corte di Giustizia Ue ha già detto che non si può monitorare ciò che fanno le persone online. Non credo sia una coincidenza che la proposta arrivi nello stesso momento dei filtri dell’approvazione copyright: prima si iniziano a usare questo tipo di tecnologie, prima ci sarà qualcun altro che vorrà usarle”.

Moavero: “Non siamo d’accordo con Parigi sulle elezioni in Libia”

Il ministrodegli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha riferito ieri alle Commissioni Esteri di Camera e Senato sul suo incontro con il maresciallo di campo libico Khalifa Haftar del 10 settembre a Bengasi. Un incontro “schietto” e “positivo” in cui il ministro ha spiegato che “la volontà dell’Italia è di facilitare un processo di stabilizzazione e sicurezza” in Libia. “Noi siamo in disaccordo – ha aggiunto Moavero – con la posizione del governo francese che sostiene che le elezioni in Libia si debbano tenere il 10 dicembre”. Questa data andrebbe “riconsiderata”, secondo il ministro, per fare in modo che ci siano le condizioni migliori per le elezioni, “coinvolgendo tutte le parti anche attraverso la Conferenza che si terrà in Italia”. A proposito dell’ambasciatore Perrone che – come scritto dal Fatto ieri – è di fatto in “ congedo”, resta a Roma a causa della pericolosa tensione scaturita dalle manifestazioni di piazza fomentate da “malintesi” creati da un’intervista che l’ambasciatore stesso aveva “deciso autonomamente di rilasciare” (e che avrebbe irritato Hfatar, ndr), ha spiegato il ministro.

Juncker: “Stop ai nazionalismi malsani. E sui migranti non basta la base volontaria”

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha tenuto ieri il suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione alla plenaria di Strasburgo, parlando di immigrazione, nazionalismi e sicurezza. “Vorrei che si dicesse ‘no’ al nazionalismo malsano – ha detto Juncker – e ‘sì’ al patriottismo illuminato”. Sulla gestione dei flussi migratori, il presidente ha proposto “un rafforzamento della guardia costiera e di frontiera fino a 10 mila unità”, sollecitando l’Ue a trovare soluzioni che vadano oltre la base volontaria sui singoli casi: “Non possiamo bisticciare per trovare soluzioni ad hoc ogni volta che arriva una nave. La solidarietà temporanea non è sufficiente, ci serve una solidarietà duratura. L’Europa deve restare un continente di apertura e tolleranza, non una fortezza”. Dure, invece, le critiche a chi ha messo in discussione Schengen: “Gli Stati membri devono mostrare solidarietà se vogliono mantenere lo spazio Schengen senza confini. Resto contrario alle frontiere interne, laddove sono state create devono essere eliminate”.

“Votare contro il premier ungherese non fermerà le destre populiste”

Matthew Goodwin studia da anni i movimenti della destra populista europea. Nel suo ultimo libro in uscita a ottobre, National Populism. The Revolt Against Liberal Democracy, Goodwin racconta il sentimento di frustrazione di ampi settori di opinione pubblica, il successo delle politiche anti-immigrati, il sempre più diffuso scetticismo nei confronti dell’Europa. Gli abbiamo chiesto quali possano essere gli sviluppi per la destra dopo il voto del Parlamento europeo, che accusa il governo di Viktor Orbán di aver violato i principi della democrazia.

Matthew Goodwin, il voto del Parlamento europeo rappresenta una battuta d’arresto alla creazione di un movimento comune della destra populista europea?

Direi, al contrario, che i nazional-populisti sono sempre stati essenzialmente delle organizzazioni nazionali. Il loro interesse primario resta la nazione in cui operano, non creare una sorta di cooperazione sovranazionale.

Quindi, il voto su Orbán non dovrebbe incidere sulle sorti dei diversi gruppi populisti nazionali. Ma, al di là di diversi situazioni e interessi, possiamo immaginare punti di una strategia comune in vista delle Europee del 2019?

Molti partiti della destra populista europea hanno già mostrato una strategia comune. Da un lato, si allontanano dal fascismo storico, che resta impopolare tra molti elettori. Contemporaneamente, i populisti esaltano la loro opposizione all’immigrazione di massa e alle élite politiche tradizionali. Questa strategia, in anni recenti, si è arricchita di altri temi: l’Islam, il terrorismo, l’opposizione all’Unione europea. Ma l’obiettivo resta uno: dare priorità alla “nazione” e alla comunità etnica nazionale contro le minacce esterne.

Ai partiti della destra europea populista si è aggiunto, negli ultimi mesi “The Movement” di Steve Bannon. Pensa che possa giocare un ruolo nella politica europea?

Sì, ma attenzione. La gran parte dei partiti populisti europei era organizzata ben prima dell’arrivo di Bannon in Europa – e prima dell’elezione di Trump negli Stati Uniti. È diffusa oggi la tendenza a interpretare i populismi attraverso la lente di Steve Bannon. Ma molti di questi, dal Rassemblement National francese alla Lega Nord ai Democratici svedesi, hanno iniziato la loro ascesa negli anni Ottanta e Novanta. Quindi, molto tempo fa.

Matteo Salvini è stato, in questi mesi, il politico europeo forse più vicino a Viktor Orbán. Ma Salvini guarda anche alle posizioni e allo stile di comunicazione aggressivo di Donald Trump. A cosa aspira, Salvini?

Salvini è stato protagonista nella crisi dei migranti. Forgia alleanze in Europa. Ed è sul punto di conquistare l’intera destra in Italia. È per questo che molti dei leader populisti lo osservano da vicino. Oggi è la concezione liberale dell’integrazione europea a essere in pericolo. E Salvini gioca un ruolo centrale in questo attacco.

L’Europa contro Orban, ma il Ppe non esiste più

Quando vede il risultato del voto del Parlamento europeo, ha le lacrime agli occhi Judith Sargentini, l’eurodeputata verde che ha presentato il rapporto per chiedere l’attivazione dell’articolo 7, previsto dal Trattato di Lisbona, contro il premier ungherese Viktor Orban. L’Assemblea di Strasburgo, con 448 voti a favore, 197 contrari e 48 astensioni (su un totale di 693 eurodeputati presenti), ha raggiunto i 2/3 necessari per approvare la sua relazione: si chiedono sanzioni per l’Ungheria, considerata rea di aver violato alcuni dei valori fondamentali dell’Unione (dall’indipendenza dei media e della magistratura ai diritti delle minoranze fino alle accuse di corruzione). In realtà, il voto sancisce una spaccatura trasversale nell’Europa, l’inizio di un processo dagli esiti imprevedibili. E resta da vedere se la procedura verrà effettivamente attivata.

Il voto arriva tra le tensioni e le divisioni, aggravate dal fatto che Orban non solo non ha abbassato i toni ma, nel suo intervento di martedì, ha attaccato il Parlamento (“Non permetteremo che le forze pro-migrazioni ci minaccino e ci ricattino”). Il primo dato politico è lo sfarinamento del Partito popolare europeo: dei suoi 217 parlamentari, 115 hanno detto sì al rapporto, 57 hanno votato contro, 27 si sono astenuti. All’interno del Ppe l’unico gruppo che ha votato compatto contro (e dunque a favore di Orban) è stato Forza Italia; Austria e Svezia, invece, hanno detto sì. Si sono divisi tedeschi, francesi e spagnoli, anche se in maggioranza hanno votato a favore. I paesi del gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia) in prevalenza hanno scelto la linea Orban, ma non sono stati compatti come FI.

Il capogruppo del Ppe Weber, che aveva lasciato libertà di coscienza, ha votato a favore. Ora cercherà il modo di “uccidere” la procedura: il suo primo obiettivo è tenere il gruppo unito. D’altra parte è candidato alla guida della Commissione Ue ed è dunque su posizioni meno nette di Angela Merkel, che anche in questi giorni ha lavorato per portare avanti un’Europa a trazione tedesca e francese contro i sovranisti.

Una sfida che durerà fino alle Europee del maggio 2019. L’Italia, intanto, con la ricomposizione del duo Salvini – Berlusconi, si candida ad essere il paese trainante per spostare l’asse dell’Europa verso una destra populista e sovranista. La capogruppo del Carroccio a Bruxelles, Monica Bizzotto, ha chiesto ieri al premier ungherese di passare nel gruppo Europa delle Nazioni e delle Libertà (quello dove siede l’alt right, la destra alternativa, dalla Le Pen in giù), che unito ha votato a suo favore. Orban per ora non ci pensa.

Sul fronte opposto, a favore della Sargentini hanno votato tutti i partiti europeisti (il gruppo del Pse, i Verdi, il Gue, l’Alde), mentre i Conservatori e i Riformisti hanno scelto quasi tutti il no. I Cinque Stelle si sono smarcati: unici nel loro gruppo (l’Efdd, composto sostanzialmente da loro e dall’Ukip di Nigel Farage) hanno detto sì alla procedura. Un avvertimento alla Lega in chiave interna. Ma anche un segnale che andrà valutato in prospettiva tutta europea nei mesi a venire. Perché alle prossime elezioni l’Ukip, che aveva la sua ragione sociale nella Brexit, non ci sarà. Che faranno i Cinque Stelle? Fino ad ora ci hanno tenuto a sottolineare la loro distanza dai sovranisti, ma sempre ieri, a Strasburgo, hanno votato con la Lega contro la direttiva sul copyright votata invece da Pse e Ppe.

Adesso, secondo quanto previsto dall’articolo 7.1 votato ieri, toccherà al Consiglio affari generali (e non al Consiglio europeo) esprimersi: dovrà votare con una maggioranza dei 4/5 dei paesi membri confermando che esiste “un chiaro rischio di una seria violazione” dei valori europei. Nel Cag, per il nostro paese, siede un ministro scelto dal governo. In genere, tocca a quello degli Esteri, Moavero. Che, insieme a Giuseppe Conte, si troverà a prendere una posizione complicata, visto che il suo governo è diviso. La procedura, se arriva fino in fondo, può portare alla perdita del diritto di voto per l’Ungheria.

Difficile pensare, col gruppo di Visegrad pronto a scegliere Orban, che sia davvero una possibilità non solo arrivare a questo, ma anche soltanto dare seguito al voto di ieri. Tempi poco chiari: spetta alla presidenza austriaca mettere la questione all’ordine del giorno. La prima data utile sarebbe il Consiglio del 18, ma non pare che sarà in agenda. La scelta del premier austriaco Sebastian Kurz, però, di votare contro Orban – col quale ha fatto asse sull’immigrazione – ha destato qualche sorpresa.

La perizia accusa Traini: “Era capace di intendere e volere”

La sparatoriadi Luca Traini, che nel febbraio scorso armato di pistola ferì sei migranti mentre girava in auto per le vie di Macerata, era “un gesto organizzato, compiuto da una persona capace di intendere e di volere”. Lo ha ribadito lo psichiatra Massimo Picozzi durante l’udienza di ieri del processo in Corte d’assise a Macerata. Picozzi, nominato dai giudici, ha parlato per circa due ore, rispondendo alle domande del difensore di Traini, l’avv. Giancarlo Giulianelli, che in apertura di udienza si è visto respingere dalla Corte un’eccezione di nullità della perizia. Interrogando Picozzi, il legale ha fatto presente che il servizio penitenziario di Piacenza, dove Traini è stato in osservazione e cura per 30 giorni durante l’estate, ha sostenuto in una relazione che il 29enne presenta disturbi della personalità ed è emotivamente instabile. Una conclusione simile a quella della perizia di parte eseguita su incarico della difesa dallo psichiatra Giovanni Camerini, secondo cui l’imputato sarebbe parzialmente incapace di intendere e di volere a causa di un disturbo bipolare. Traini, presente durante l’udienza, è accusato di strage aggravata dall’odio razziale, di sei tentati omicidi, di porto abusivo d’arma e danneggiamenti.