Mattarella difende i magistrati: “Nessuno è al di sopra della legge”

Nuova puntata nella storia – non proprio d’amore – tra Matteo Salvini e il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella si è dedicato al ministro (senza citarlo) durante una cerimonia in onore di Oscar Luigi Scalfaro. Il tema: l’indipendenza della magistratura, messa in discussione da Salvini dopo l’avviso di garanzia per il caso Diciotti e la sentenza sui soldi della Lega. Come da etichetta, Mattarella non ha avuto bisogno di specificare il destinatario del messaggio: “Nel nostro ordinamento non esistono giudici elettivi. I magistrati traggono legittimazione e autorevolezza dal ruolo che loro affida la Costituzione. Non sono chiamati a seguire gli orientamenti elettorali, ma devono applicare la legge e le sue regole”.

Parla inequivocabilmente a Salvini, che la scorsa settimana nella solita diretta Facebook si era lanciato in un’invettiva di berlusconiana memoria: “Io sono un organo dello Stato eletto dal popolo, non come i magistrati”. Mattarella ha provato a ristabilire un principio apparentemente elementare: “Nessun cittadino è al di sopra della legge”. Nemmeno i politici, e nemmeno quelli popolari come il “Capitano” leghista.

È l’ultimo episodio di un rapporto complesso. Iniziato malissimo quando Salvini non era ancora chi è oggi (nel 2016 definì Mattarella “complice e venduto” e nel 2017 lo invitò a “vergognarsi” per le sue posizioni sui migranti), proseguito non meglio nell’estenuante trattativa che ha battezzato l’esecutivo, con la battaglia sul nome di Paolo Savona. A luglio poi il capo dello Stato era intervenuto personalmente (con una telefonata al premier Conte) per sbloccare la prima sfida di Salvini sulla Diciotti, tenuta ferma quasi due giorni a largo di Trapani con 67 miIgranti a bordo. Nei giorni del secondo affaire Diciotti invece il Quirinale era rimasto defilato: è tornato a parlare ieri.

Salvini ha replicato con la proverbiale baldanza (sempre via Facebook): “Il presidente Mattarella ha ricordato che ‘nessuno è al di sopra della legge’. Ha ragione. Per questo io, rispettando la legge, la Costituzione e l’impegno preso con gli Italiani, ho chiuso e chiuderò i porti a scafisti e trafficanti di esseri umani. Indagatemi e processatemi, io vado avanti!”.

Che il clima non sia proprio gentile lo confermano le minacce arrivate alla Procura di Agrigento e al pm capo Luigi Patronaggio, che ha coordinato la prima fase dell’inchiesta in cui Salvini è indagato per sequestro di persona aggravato. Patronaggio ha ricevuto una busta con un proiettile, la scritta (tra le altre) “Zecca sei nel mirino” e il simbolo di Gladio. La stessa procura ha aperto un fascicolo contro ignoti. In serata anche Salvini ha difeso il pm: “In un Paese civile e democratico certe intimidazioni non possono essere accettate nè sottovalutate”.

Conte smentisce Salvini: “Il Viminale fu informato”

“Il 14 agosto 2018, alle 11.13, un velivolo dell’operazione Sophia informa la Guardia costiera italiana della presenza di un barcone, con circa 120 persone, in navigazione con rotta Nord, a 40 miglia dalle coste libiche, all’interno dell’area Sar libica”. Inizia così il resoconto, dinanzi al Senato, del presidente del Consiglio Giuseppe Conte sul caso del Diciotti, il pattugliatore rimasto in mare quasi 10 giorni, prima di approdare a Catania, in attesa che il Viminale fornisse il via libera per lo sbarco. Attesa costata, al ministro dell’Interno Matteo Salvini, l’accusa di sequestro di persona aggravata dalla presenza a bordo di minori. Conte ribadisce che “l’Italia non è più disponibile ad accogliere indiscriminatamente i migranti”. Ma poi smentisce Salvini su un punto politicamente molto delicato.

Il 16 agosto alle 12.30 Salvini commenta pubblicamente: “Una nave della Capitaneria di Porto italiana, senza che al Viminale ne fossimo informati, ha imbarcato immigrati mentre ancora si trovavano in acque maltesi, per dirigere verso l’Italia”. A questo punto, o dice il falso Salvini, o dice il falso Conte dinanzi al Senato. Di certo c’è intanto che la Guardia costiera libica fallisce l’intervento iniziale: “Le autorità di Tripoli – spiega Conte – assumevano il coordinamento del caso” ma “la motovedetta rientrava in porto a causa di un problema tecnico”. Il flop dei libici – osannati da Salvini e addestrati ai soccorsi dall’Italia per volere del suo predecessore Marco Minniti – segna l’inizio del caso Diciotti.

Il barcone arriva in acque maltesi ma le motovedette di La Valletta – continua il premier – non intervengono per soccorrere i migranti. Anzi. Li “scortano” e “indicano la rotta” (Malta smentisce, ndr). Si “concretizzava la possibilità” che il barcone potesse raggiungere l’area Sar italiana alle primissime ore del giorno 16”. Conte a questo punto difende la scelta della Guardia Costiera: analizzata “la situazione meteorologica” e “le possibilità” di navigare “con quel tipo d’imbarcazione”, il “Comando generale del Corpo delle Capitanerie di porto valutava come probabile la necessità di un intervento di soccorso”. Quale tipo di soccorso? “Alleggerire il barcone una volta che fosse entrato” nella nostra area Sar. Il barcone però si ferma in acque sar maltesi e i militari intervengono. Conte si schiera con la Guardia Costiera ne difende la scelta – per nulla gradita dal Viminale – di effettuare un soccorso in acque maltesi. E poi spiega: “Per predisporsi a tale eventualità, dalle ore 20.24 del 15 agosto il Comando… allertava in via preventiva le altre autorità italiane di riferimento, comunicando le proprie intenzioni e richiedendo al dicastero dell’Interno, qualora si fosse verificato l’ingresso in area Sar italiana, l’assegnazione del porto di sbarco dei naufraghi”. E allora: il Viminale sapeva – come dichiara Conte – perché alle 20.24 del 15 agosto fu allertato dal comando generale delle Capitanerie di Porto? Oppure era all’oscuro di tutto, come ha dichiarato Salvini il 16 agosto? La questione non è secondaria. Se Conte dice il vero, la strategia della Guardia Costiera, che decide di intervenire addirittura in acque maltesi, non s’è realizzata all’insaputa del Viminale. E a questo punto delle due l’una: o il Viminale era d’accordo con il soccorso – al contrario di quanto ha dichiarato Salvini – oppure deve aver espresso la sua contrarietà. Ma a chi? Al collega delle Infrastrutture Danilo Toninelli? Abbiamo rivolto la domanda al suo ufficio stampa: “Quando la Guardia costiera annuncia di voler intervenire in acque maltesi ne discutete con il Viminale? Il Viminale era favorevole o contrario?”. Non abbiamo ricevuto risposta. La domanda è fondamentale. Il ruolo di Salvini deve essere chiarito alla luce delle dichiarazioni di Conte: “Senza l’intervento della nostra Guardia costiera molte di queste persone sarebbero morte”. “C’era mare forza 4, con onde di circa 2 metri”, continua Conte. E, di lì a poco, la Guardia costiera riscontrerà “chiare tracce di un affondamento”. Quindi è stata evitata una strage.

Smentito Salvini, difeso l’operato della Guardia Costiera – e quindi di Toninelli, dalla quale dipende – Conte ribadisce che la strategia a livello europeo è stata condivisa: s’è atteso il 24 agosto perché quel giorno “veniva convocata a Bruxelles una riunione per verificare la praticabilità d’un piano di ripartizione dei migranti”. Piano fallito. “Esaurito negativamente il tentativo”, conclude Conte, “il 25 agosto è stato autorizzato lo sbarco”. Il premier offre una sponda a Salvini sull’accusa di aver trattenuto a bordo minori e gente bisognosa di cure. I medici militari a bordo, spiega, disponevano immediatamente l’evacuazione di 13 migranti. E “il 22 agosto, non appena avuta cognizione della loro presenza a bordo, il Viminale autorizzava un primo sbarco di 27 minori non accompagnati”: ben 8 giorni per avere “cognizione” dei 27 minori non accompagnati a bordo. “Le operazioni – conclude Conte – hanno inteso sempre privilegiare la salvaguardia delle vite umane e la dignità delle persone”.

Diede del “terùn” a Napolitano: un anno e 15 giorni a Bossi

Confermata dalla Cassazione la condanna a un anno e 15 giorni di reclusione per l’ex leader della Lega Umberto Bossi accusato di vilipendio all’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Era il 29 dicembre 2011, all’inizio di novembre era caduto il quarto governo Berlusconi e l’allora segretario federale del Carroccio, alla festa “Bèrghem frècc” di Albino (Bergamo) attaccò dal palco Napolitano e il nuovo capo del governo Mario Monti. “Il nostro capo dello Stato? È un terrone”, disse il Senatur, che fece anche il gesto delle corna dicendo che era “un saluto” al capo dello Stato e si abbandonò a volgarità sessiste nei confronti di Monti. Bossi è stato poi condannato a un anno e sei mesi dal Tribunale di Bergamo ma la Corte d’appello di Brescia ha ridotto la pena e la pronuncia è ora definitiva per decisione della I Sezione penale della Suprema Corte, che ha anche confermato per Bossi la condanna a pagare 2.000 euro alla Cassa delle ammende. La prescrizione sarebbe maturata solo il 28 giugno 2019. A denunciare Bossi per vilipendio erano stati dei privati cittadini che si erano indignati per le parole e il gesto indirizzati all’allora inquilino del Quirinale.

Ravenna, De Luca: “Bande di nigeriani occupano territori”

Anche dal palco della Festa dell’Unità a Ravenna, è De Luca show. Il governatore della Campania ha affermato: “Ci sono bande di nigeriani che hanno occupato militarmente i territori. Sul litorale domizio (in provincia di Caserta, ndr) fanno spaccio di droga e gestiscono la prostituzione”. Poi ha proseguito: “Attorno ai centri di accoglienza ci sono extracomunitari che tornano a casa ubriachi mentre i padri aspettano le loro figlie affacciati al balcone”. Ha anche parlato della necessità di aiutare chi è in difficoltà perché chi non soccorre “è una bestia. Vuol dire essere privi di valori umani quando su una nave abbiamo donne torturate e violentate”. Si tratta di un problema, ha continuato, “di cui il Pd non parla mai. Lo conosce o no? E cosa dice? Se devo decidere tra la serenità di vita dei miei figli e una bandiera di partito io scelgo la serenità di vita dei miei figli”. Il governatore torna sul tema anche a margine di una conferenza stampa a Salerno dedicata al tema degli investimenti in opere pubbliche, dove ha definito “questioni intollerabili” parlando di “accattonaggio molesto davanti ai supermercati e alle farmacie, lo spaccio di droga da parte di extracomunitari e lo sfruttamento della prostituzione”.

Pharus, la crescita e l’esplosione nel 2016. Il gioiello del finanziere milanese Berra

Un fatturato netto che esplode dai 5 milioni del 2015 ai 10 del 2016. È scritto nel bilancio 2016 della società di gestione finanziaria lussemburghese Pharus Management Lux SA.

Su questa società di gestione si è concentrata l’attenzione dei pubblici ministeri e degli uomini della Guardia di Finanza genovese che da mesi si stanno consumando gli occhi per capire che fine abbiano fatto 10 milioni di euro del tesoretto della Lega. Nei conti del 2016 della Pharus – è l’ipotesi degli investigatori – potrebbe essere rimasta traccia del passaggio presunto del denaro. Ma è soltanto un’ipotesi che andava verificata andando in Lussemburgo a chiedere a Pharus molto di più. Del resto, è stata proprio la fiduciaria a segnalare a Bankitalia nei mesi scorsi che erano rientrati in Italia 3 milioni di euro collegati forse ad attività di esponenti della Lega. I magistrati di Genova si sono mossi con una rogatoria internazionale proprio per acquisire i documenti necessari e trovare riscontri alla segnalazione. Un primo passo è stato compiuto all’inizio dell’estate, cercando i trasferimenti di denaro dalla Sparkasse di Bolzano verso il Lussemburgo. Secondo quanto pubblicato inizialmente dal settimanale L’Espresso, dall’Italia sarebbero partiti 10 milioni e ne sarebbero ritornati appena 3. Che giro hanno fatto? Anche per i magistrati italiani orientarsi tra fiduciarie, da queste parti, è piuttosto complesso.

Pharus è una realtà ormai consolidata e ramificata tra Svizzera e Lussemburgo, è una compagnia di successo.

Nel 1998 nasce Pharus Management Sa, nel 2002 è stata affiancata dalla Pharus Sicav, poi la Holding e, infine, la Pharus Management Lux Sa, in Lussemburgo. Un’evoluzione costante. Padre della Pharus è il milanese Davide Berra, dell’omonima famiglia di private bankers. Berra è presidente e direttore della Pharus Management Sa dalla sua fondazione ed è presidente di Pharus Holding e di Pharus Management Lux Sa in Lussemburgo. Quest’ultima è la società che avrebbe attratto i fondi della Lega e, quindi, l’interesse dei magistrati genovesi.

Fondata nel 2012, nell’atto costitutivo il cda era composto da Berra e da altri due manager italiani: Davide Pasquali e Sante Jannoni, il primo già attivo in alcune ramificazioni del gruppo, mentre Jannoni è un noto e stimato avvocato specializzato in diritto finanziario. Mente e motore dell’intera struttura è comunque Berra. Che fa il suo mestiere e lo fa bene. Basta leggere i bilanci dal 2012, anno di nascita della società, a oggi.

Per esempio si può prendere la voce del fatturato netto. Appena nata Pharus Investements, nel 2012, aveva un fatturato di 100 mila euro. Diventa un milione appena dodici mesi dopo e sale progressivamente a 5 milioni nel 2015. Ma è l’anno successivo a segnare il vero salto: 10 milioni nel 2016. Identica crescita registra la voce asset: nel 2012 il totale arrivava a 429 mila euro. Nel 2013 si è già saliti a 1,2 milioni. Nel 2014 quasi raddoppia arrivando a 2,1 milioni. Una crescita continua: nel 2015 si tocca quota 2,6 milioni. Fino al salto del 2016 (5,1) e al 2017 con 5,87. Ora i pm, che si stanno occupando dei movimenti della Lega tra il 2012 e il 2017 (soprattutto gli ultimi anni) devono verificare la presenza di soldi riconducibili al tesoretto del partito nei bilanci Pharus. La società, comunque, non avrebbe compiuto un’attività illecita.

E Parnasi racconta: “Avevo rapporti con Centemero&C.”

Durante uno dei suoi interrogatori davanti ai pm di Roma, Luca Parnasi, l’imprenditore romano arrestato nell’inchiesta sullo Stadio della Roma lo scorso 13 giugno (ora ai domiciliari), racconta i suoi rapporti con un pezzo da novanta della Lega di Matteo Salvini: Giulio Centemero, il tesoriere del partito.

Centemero è anche il presidente della “Più Voci”, la onlus che nel 2015 riceve 250 mila euro da società riconducibili a Parnasi. Il passaggio del verbale con il nome del parlamentare è rimasto segreto perché finirà in un filone di indagine diverso da quello principale in cui Parnasi è accusato di associazione a delinquere finalizzata anche alla corruzione.

Nel caso della “Più Voci”, la Procura vuole capire se si tratti di erogazioni lecite a una vera associazione terza rispetto al partito o se, tramite la onlus, Parnasi volesse camuffare un finanziamento alla Lega.

Tutto parte dalle telefonate in cui Parnasi parla di soldi alla Lega. Tre anni dopo il versamento alla Onlus, alla vigilia delle scorse elezioni, Parnasi il 14 febbraio, in una conversazione intercettata – per i carabinieri “molto importate” – dice al commercialista Gianluca Talone che per la “Lega erano 100 e 100”, spiegando che era possibile utilizzare due società, “ne facciamo 100 su Pentapigna e 100 qua”. “Talone – scrivono i carabinieri – afferma, riferendosi a terzi, di aver capito le modalità dell’operazione precisando: ‘Loro faranno una sul giornale e un’altra su trasmissioni radiofoniche’”.

L’idea di erogare altri 200 mila euro, prima delle elezioni 2018, sarebbe quindi riconducibile al sostegno ai media leghisti, proprio come era avvenuto con i 250 mila euro elargiti nel 2015 alla “Più Voci”.

Dei soldi versati allora si occupò poi L’Espresso, in un articolo pubblicato il 30 marzo che preoccupò Parnasi.

Quando il giornalista Stefano Vergine, il 26 marzo, contatta l’imprenditore prima della pubblicazione dell’articolo, Parnasi e i suoi entrano in fibrillazione mentre sono intercettati: “Parnasi – scrivono i carabinieri – precisa che attualmente non hanno ancora fatto nulla con la Lega, ma, in passato hanno erogato 250 mila euro a un’associazione ‘Più voci’ e aggiunge che dovrebbe trattarsi delle elezioni di due anni prima, quando Parisi si candidò a Milano (candidato Sindaco nel 2016)”.

A quel punto Parnasi dice di avvisare “gli amici di Milano”, sostenendo poi che “l’indagine giornalistica su Pentapigna immobiliare crea qualche difficoltà”. Così incarica un collaboratore Giulio Mangosi di parlare con Andrea Manzoni, “commercialista in rapporti economici con la Lega”.

L’imprenditore – continua il brogliaccio – “dice a Mangosi di creare una giustificazione contabile retrodatata per sostenere che l’erogazione era a favore di Radio Padania”.

Ecco la trascrizione della conversazione: “Possiamo fare una cosa retroattiva! Secondo me dobbiamo fare… guardate… ‘Noi abbiamo sostenuto la radio, abbiamo fatto dei passaggi sulla radio’. All’epoca facemmo qualcosa per (incomprensibile) Radio Padania, per cui dico se vale la pena, Andrea (…) magari forse lo vedi anche oggi e domani”. E poco dopo aggiunge: “Però prendi i pezzi di carta vecchi, gli dici: ‘Guardate mi ha chiamato questo giornalista’… Te l’avevo detto che è una rogna”.

I carabinieri poco dopo commentano: “Ragionando sulle possibili conseguenze dell’articolo, Parnasi e Talone ipotizzano di creare ad hoc della documentazione contabile retrodatata per giustificare l’erogazione”: “Posso pure fare un pezzo di carta, una fattura”, dice Talone. Così l’imprenditore si chiede se sia il caso di chiamare Giulio Centemero, preferendo poi rivolgersi a Manzoni.

Il giorno dopo, il 27 marzo Parnasi continua a parlare delle erogazioni alla “Più Voci”. Con una persona che la Procura non ha identificato dice: “Dicembre 2015, io faccio un sostegno per erogazione liberale a un’associazione che si chiama Più Voci, al Nord! (…) Questa associazione era ovviamente (…). legata alla Lega. Io con Matteo sono amico fraterno, si fa campagna con me!”. Così chiede se conviene parlare con il giornalista perchè “tutto documentato e regolare” o se deve fare un comunicato.

Sentito dal Fatto, quando esplose l’inchiesta su Parnasi, Giulio Centemero, estraneo all’indagine romana, negò di avere mai sentito richieste di creare ex post la documentazione per giustificare l’erogazione. La Onlus, sempre secondo il tesoriere della Lega, si occupava davvero di attività culturale, e spendeva i suoi soldi per presentare libri. Quindi, tutto regolare.

I pm però hanno sentito la versione di Parnasi sul punto perché nelle telefonate sembra riferire alla Lega le nuove dazioni ed è molto agitato per quelle già fatte. Su questo filone, ma anche sui pagamenti alla Fondazione Eyu, vicina al Pd, la Procura di Roma farà approfondimenti e probabilmente Parnasi tornerà davanti ai pm la prossima settimana.

La caccia ai soldi della Lega porta i pm in Lussemburgo

Pubblici ministeri genovesi e Guardia di Finanza in Lussemburgo, per cercare i soldi della Lega. Intanto alla Procura ligure sono stati trasmessi gli atti dell’inchiesta romana su Luca Parnasi e i suoi finanziamenti ad associazioni ritenute vicine al Carroccio.

Il fascicolo sui movimenti dei soldi leghisti negli ultimi anni si ingrossa anche perché, si dice in ambienti genovesi, “le finanze della Lega hanno seguito molti rivoli”. Il nodo della questione adesso è il Lussemburgo. Lunedì e martedì i pm Francesco Pinto e Paola Calleri sono volati nel Granducato per una rogatoria internazionale. Due giorni per acquisire documenti, a cominciare da quelli ottenuti dalla Pharus, una società di gestione lussemburghese.

Tutto parte dall’inchiesta sui rimborsi elettorali e i famosi 48,9 milioni che la Lega rischia di vedersi sequestrati. Dopo la condanna in primo grado di Umberto Bossi e Francesco Belsito la Procura ha da subito cercato di recuperare il denaro, ma ha rintracciato solo due milioni.

Mentre, però, si cercava di compiere i sequestri è nato un nuovo filone di inchiesta: dove sono finiti i soldi della Lega e perché non se n’è trovata traccia nelle casse del partito? I leghisti sostengono: i denari non sono stati nascosti alla giustizia, ma regolarmente spesi per attività di partito e per pagare i dipendenti. Gli inquirenti, però, stanno seguendo un’altra pista che a giugno ha già portato alla sede della Sparkasse di Bolzano e alla filiale di Milano. È dalla banca altoatesina che sono partiti, per poi rientrare, i denari cercati dai pm.

Tutto comincia subito dopo le elezioni del 4 marzo quando a Bankitalia arriva la segnalazione della società di gestione del Lussemburgo. Si parla di un movimento di denaro giudicato sospetto dal Granducato all’Italia: 3 milioni (ma gli accertamenti riguardano 10 milioni complessivi).

Proprio per questo i pm e le Fiamme gialle lunedì mattina si sono presentati in Avenue de la Gare 16 in Lussemburgo. Da qui, dalla sede della Pharus Management, sarebbe partita la segnalazione sull’operazione “sospetta”. E “sulla presunta titolarità in capo alla Lega”. Il dubbio che deve essere chiarito è se quel denaro possa essere una fetta del tesoretto scomparso della Lega. Bisogna ricostruire il percorso del denaro da Bolzano e Milano al Lussemburgo. E ritorno. Il periodo su cui si concentrano gli inquirenti va dall’inizio del 2016 al gennaio 2018. Quindi, quando alla guida del partito c’era Matteo Salvini e il tesoriere era un suo uomo di fiducia, Giulio Centemero. Va sottolineato che nessuno dei due è indagato. Il fascicolo della Procura di Genova è ancora a carico di ignoti. I pm non stanno ancora cercando di accertare eventuali responsabilità; adesso è il momento di ricostruire i movimenti di denaro. Di chiarire se vi siano operazioni illegali.

Il presidente della Sparkasse è Gerhard Brandstätter: “Abbiamo avuto due conti correnti della Lega. Sono stati aperti nel 2013 e chiusi nel 2014”. Brandstätter in passato è stato socio di studio di Domenico Aiello, l’avvocato di fiducia di Roberto Maroni che proprio nel suo studio è tornato a fare l’avvocato.

Nicola Calabrò – amministratore delegato e direttore, arrivato alla cassa di risparmio altoatesina nel 2015 – ricostruisce così l’operazione lussemburghese: “Quei 10 milioni sono denaro nostro, quello che in gergo viene definito portafogli titoli della banca. Nulla di riferibile alla Lega. Quei soldi sono transitati su un conto nostro ed erano investiti in titoli di Stato Ue a basso rischio”.

Centemero ha sempre negato che vi siano legami tra il conto Sparkasse e la galassia dei conti della Lega: “Non so nulla di questi 3 milioni dell’operazione di cui si parla. I nostri rapporti con Sparkasse sono terminati nel 2014. I nostri bilanci sono stati revisionati da due commissioni”. In sé l’operazione non sarebbe illegale. Anche se i soldi fossero stati della Lega. Dopo la legge del 2012, infatti, i partiti possono investire in titoli di Stato dei Paesi Ue. Il nodo non è questo, e nemmeno la Pharus: “È una società con una buona reputazione”, riferisce al Fatto un operatore finanziario lussemburghese. I pm devono piuttosto accertare se quei 3 milioni (parte di un totale di 10) non facciano parte del tesoro della Lega. Cioè non provengano da un reato. Di qui l’ipotesi di riciclaggio su cui lavorano i pm. Per questo la rogatoria è essenziale: per sapere chi c’era dietro i fondi di investimento che hanno dato a Pharus il denaro. E se, magari dietro a qualche prestanome, vi fossero persone vicine alla Lega.

È caduto giù l’Armando

Non possedendo l’iPhone, mi diverto sempre un sacco a origliare gli altri, sul treno o al bar, mentre interpellano Siri, l’assistente digitale di Apple che risponde a tutte le domande e, se lo maltratti, ti manda pure soavemente a fare in culo. Per pura combinazione, si chiama come il sottosegretario leghista alle Infrastrutture e Trasporti Armando Siri, che svolge le stesse funzioni di assistente (analogico) con la medesima dedizione, ma non per gli utenti dei telefonini, bensì per i giornaloni: quando abbisognano di un membro del governo che faccia un po’ di polemica o di scandalo sparandole grosse, si rivolgono a lui. E non restano mai delusi: Siri (nel senso di Armando) non conta nulla, dunque può dire di tutto senza dare troppo nell’occhio. Più che un sottosegretario, è una app sempre attiva, 24 ore su 24. Serve una cazzata? Eccolo. Ne vogliono due? A disposizione. Ne occorrono tre? Massì, facciamo buon peso, il resto mancia. Noi, lo confessiamo, stravediamo per lui da quando riuscì a infilarsi nel “governo del cambiamento” che vantava, da contratto, l’assoluta incompatibilità con i condannati. E lui modestamente lo nacque, avendo patteggiato 18 mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta.

La sentenza è di quattro anni fa e riguarda il crac della MediaItalia, una società editoriale fallita lasciando debiti per oltre 1 milione grazie – scrivono i giudici – a Siri e ai suoi due soci che l’avevano svuotata trasferendo il patrimonio a un’altra impresa, la cui sede legale era stata poi trasferita nel Delaware (il paradiso fiscale degli Usa, dove hanno sede altre due società con dentro l’Armando). Con tanti saluti ai creditori, rimasti a bocca asciutta: liquidatrice di MediaItalia fu nominata una cittadina della Repubblica Dominicana, di professione parrucchiera: secondo il Tribunale, una testa di legno. Dall’alto di quel pedigree, il nostro eroe puntava legittimamente al ministero dell’Economia, dove un bancarottiere fa sempre comodo. Invece dovette accontentarsi delle Infrastrutture. Il suo esordio, memorabile, fu a Tagadà, dove tenne subito a smentire che Danilo Toninelli fosse diventato ministro: Tiziana Panella gli comunicò che era proprio il suo, di ministro, e lui ci rimase un po’ così. Poi pare che l’abbia riconosciuto. Da allora Armando Pret à Parler, a chiunque lo chiami, tiene regolarmente a smentire che il governo del cambiamento intenda cambiare alcunché, per la gioia di giornaloni & padroni. Infatti appare sempre nella stessa foto con in mano una cartelletta dal contenuto ignoto (sarà la sua sentenza, da cui non si separa mai).

E la stessa didascalia che lo descrive “giornalista, senatore e guru economico della Lega”, ma anche “responsabile della Scuola di formazione politica del Carroccio” e “responsabile economico di ‘Noi con Salvini’” (dire bancarottiere pare brutto). Le sue passioni sono due grandi classici della Ladropoli nazionale: le grandi opere inutili e il condono fiscale per gli evasori (che lui chiama “pace fiscale per i deboli”). Su quelli, non transige. E finge sempre di avere sottomano dati freschissimi e modelli econometrici che confortano le sue bizzarre teorie, confortate del resto dai calcoli personali che lui effettua quotidianamente sul pallottoliere che porta sempre a tracolla. Il che spiega le diffidenze europee sui conti italiani ogni volta che a Bruxelles leggono una sua intervista. Sempre pronto a estrarre di tasca il contratto di governo per il capitolo Flat Tax, Siri se lo scorda seduta stante se qualcuno – sempre a norma di contratto – obietta sul ridicolo Tav Torino-Lione. Che, essendo totalmente inutile, lui vuole fortissimamente realizzare, anche se non sa bene perché. Infatti a domanda risponde con supercazzole del tipo: “Sul Tav con Di Maio troveremo un punto di caduta” (e, mentre lo dice, indossa il caschetto giallo per attutire i massi che cadono dalle montagne della Val di Susa durante gli scavi). O ancora: “Noi ci abbiamo messo la faccia con gli elettori, Tria è più un tecnico”, e a proposito della faccia che ci ha messo lui ricordiamo che è genovese, ma è stato eletto in Emilia Romagna. Ma il meglio di sé, dicevamo, Siri Pret à Straparler lo dà sulla “pace fiscale” (senza mai spiegare chi abbia dichiarato guerra a chi): cioè sul condono.

Lì, va detto, appare più padrone della materia (anche se prima parlava di un “condono da 60 miliardi” e ora ha più modestamente ripiegato su 20). Forse perché lo riguarda da vicino. Al suo attivo, infatti, oltre alla condanna per bancarotta, vanta anche, nell’ordine: un socio indagato per corruzione dall’Antimafia di Reggio Calabria; una casa pignorata per 40 mila euro di debiti con l’Inpgi (la cassa di previdenza dei giornalisti) e 320 multe per affissione abusiva di manifesti non pagate al Comune di Milano per 148 mila euro (con tre ordinanze di ingiunzione rimaste inevase). Se, come dice lui, la “pace fiscale” consentirà agli evasori di saldare le cartelle esattoriali versando un importo scontato “su tre diverse aliquote del 25, del 10 e del 6% della somma dovuta”, sarà fra i primi a beneficiarne e l’Inpgi e il Comune di Milano saranno fra i primi a rimetterci. A meno che non abbia nel frattempo deciso di pagare i debiti: il Fatto gli ha chiesto più volte se intendesse farlo e lui, con grande trasparenza, non ha mai risposto. Ho provato, sull’iPhone di un amico, a domandare all’altro Siri, l’assistente digitale, se il suo omonimo sottosegretario pagherà i suoi debiti tutti interi o, piuttosto, scontati grazie alla pace fiscale da lui stesso architettata. Ma Siri (nel senso della app), che è persona seria, mi ha detto di non avere nulla a che fare con lui, mi ha minacciato di querela e, sempre amabilmente, mi ha mandato a fare in culo.

“Lolita” fu Sally: il caso che ispirò Nabokov

Era il giugno del 1948 e Vladimir Vladimirovic Nabokov guidava per gli Stati Uniti alla ricerca di farfalle. In valigia, molto probabilmente, la bozza del suo “libro più difficile” sul cui frontespizio ancora si leggeva Il regno sul mare.

Era il giugno del 1948 e il cinquantenne Frank La Salle iniziava la sua fuga per gli Stati Uniti con l’undicenne Sally Horner, adescata all’uscita dalla sua scuola di Camden, in New Jersey facendosi passare per un agente dell’Fbi.

Di lì a poco, lo scrittore russo sostituirà il titolo delle sue sudate carte con Lolita e lo darà alle stampe trasformandosi in uno dei più celebri e controversi scrittori del 900. Di lì a poco, nel marzo del 1950 – due anni, tempo interminabile per una vittima innocente – Sally riuscirà a chiamare casa e a essere liberata.

Nabokov lesse questa storia sulle cronache dei quotidiani e da qui prese ispirazione per la sua Lolita. È questa la tesi che rivive oggi in The real Lolita scritto da Sarah Weinman in questi giorni nelle librerie Usa, dopo anni di negazioni da parte dell’autore stesso, il quale asserì in diverse interviste di non aver preso spunto né da questo, nè da altri casi simili. Altro che solleticato dalla “scimmia del Jardin des Plantes”, escamotage ironico utilizzato dallo scrittore bilingue per smarcarsi dalla censura. Lolita fu Sally. Né pedofilo, né pornografo, né tantomeno alter ego di Humbert Humbert, il protagonista del suo romanzo. Ora abbiamo le prove che Nabokov attinse dalla nuda e feroce cronaca. La studiosa, infatti, ha tirato fuori dalla “Library of Congress”, una nota dell’autore che riporta addirittura la morte di Sally, evento di cui neanche il New York Times aveva dato conto nelle sue colonne. Sì, perché la “Lolita reale” – se possibile – farà una fine peggiore di quella letteraria. Dopo la liberazione, infatti, la giovane del New Jersey tornò nella sua comunità che però – all’oscuro della a noi ormai nota sindrome di Stoccolma – la bollò per sempre come “prostituta”. Finché non morì in un incidente pochi anni dopo, a soli 15 anni.

Nonostante il diverso finale, però, le somiglianze tra le due storie non sono poche. Non ultima la connessione metaletteraria: verso la fine del romanzo, infatti, è lo stesso autore che fa chiedere al protagonista, in un flusso di coscienza, se lui non fosse poi tanto diverso da mostri come La Salle. Una domanda che più che a se stesso, Humbert Humbert – e quindi Nabokov – pone al lettore. Una questione letteraria, ma anche sociale. Che poi è la ragione che ha guidato il lavoro di Sarah Weinman nel suo libro: mettere l’accento sulla storia vera di una ragazzina rapita nel 1950 e stigmatizzata da tutti. Argomento principe anche dell’opera di Nabokov e ragione ultima del successo del suo romanzo. Non a caso fu proprio il suo editore a sperare che “Lolita avrebbe incoraggiato un cambiamento negli atteggiamenti sociali verso il tipo di amore descritto in Lolita”.

Tornando all’autoreinvece, possiamo soltanto immaginare cosa risponderebbe leggendo dell’ennesimo studio che riporta a ragioni “terrene” la sua massima opera edonistica. “La parte migliore della biografia di uno scrittore non è il catalogo delle sue avventure, ma la storia del suo stile”.

“Sono un parassita dei registi. Passo da Pasolini a Van Gogh”

Si versa del vino, ma dice che oltre due bicchieri non riesce ad andare. Questo per Willem Dafoe è un giorno di festa, e lui ha l’aria rilassata, serena, di chi sa di aver fatto un buon lavoro: “Non conosco benissimo la vostra grande tradizione cinematografica, sulla quale Giada (Colagrande, attrice, regista e moglie dell’attore, ndr) mi istruisce costantemente, ma il cinema italiano degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta è fantastico. Purtroppo il sistema che ha coltivato i grandi film italiani è stato smantellato. C’è però un regista italiano attuale che mi piace moltissimo, ed è Matteo Garrone”.

Ha appena vinto la Coppa Volpi come miglior attore protagonista di At Eternity’s Gate: come si sente dopo questo ambito riconoscimento?

Mi interessa da un punto di vista pragmatico, e cioè quanto un simile premio può aiutare un’opera a essere vista e a girare nelle sale. Il film è bellissimo e molto poco convenzionale, dunque ha bisogno di simili spinte.

Cosa ha significato per lei interpretare Van Gogh?

Van Gogh non è una cosa sola, e noi abbiamo creato il nostro Van Gogh personale, con una serie di elementi presi dalla sua storia. Non abbiamo illustrato o spiegato la sua vita, abbiamo cercato di esprimere la nostra relazione con lui, relazione che nell’avvicendarsi delle riprese è cambiata molto.

C’è una sottile linea rossa che unisce tre dei suoi più celebri personaggi: il Cristo, Pasolini e Van Gogh. Tutti e tre sono stati vittime del proprio tempo, delle sue convenzioni e dei suoi schemi. Si rivede in questi personaggi?

Sono stati indubbiamente tre ribelli, e avevano un punto di vista impopolare, cosa che mi interessa molto. Pier Paolo Pasolini, per esempio, vedeva prima del tempo quello che sarebbe successo.

Esiste un personaggio storico che le piacerebbe interpretare?

Non proprio, non saprei, perché non me ne rendo mai conto prima di vestirne i panni. La cosa per me più interessante è il processo che mi porta a essere qualcun altro, che è poi il motivo per cui amo lavorare con registi dalla forte personalità: metto me stesso al servizio della loro passione, divento un loro strumento… sono come un parassita, sì, un parassita.

Com’è stato lavorare con Schnabel?

Fantastico. Lo conosco da più di trent’anni e mi piace come realizza i suoi lavori: raccoglie le cose che ama e inizia a giocarci, a creare relazioni fra di loro. Amo questo tipo di pratica, è un approccio giocoso e serio al tempo stesso. Mi ha insegnato a dipingere, a lavorare coi materiali della pittura. Mi ha insegnato che nella pittura parte tutto dallo sguardo, mi ha detto: ‘Vedi quel cipresso? Prova a dipingere quel cipresso, ma aspetta: prima di provare a dipingerlo, devi imparare a vederlo’. Quando inizi a guardare in modo diverso allora inizi a vedere l’invisibile, vedi qualcosa che sta dietro la superficie, vedi il bello che c’è nel mistero e nell’origine delle cose.

Che rapporto ha con la spiritualità?

Mi ha sempre interessato la spiritualità, sono sempre stato affascinato da quella che nell’esperienza umana potremmo definire la linea di fondo, da quello di cui la gente realmente ha bisogno, e nella mia personalissima strada ho sempre imparato dalla religione e dalla filosofia. Mi annoio però quando la gente cerca di fare proselitismo, quando cercano di tirarti dentro il loro credo.

Torniamo al cinema: lei passa dalle grandissime produzioni hollywoodiane al cinema indipendente, transitando attraverso la ricerca teatrale: come fa a essere così trasversale?

Riesco a esserlo perché i vari mondi cinematografici non comunicano l’uno con l’altro, non sanno l’uno dell’altro. Penso che molti altri attori semplicemente non hanno la volontà di sperimentare mondi così lontani fra loro. Prima di fare il cinema per molti anni ho fatto solo teatro, anche in piccoli gruppi, e la maggior parte delle persone che mi conoscono per i film non hanno idea di tutto il teatro che ho fatto. La flessibilità è una delle cose più importanti per un attore: devi essere capace di essere pronto per qualsiasi cosa.