Montesi, l’“omicidio” politico di una (ex) famiglia normale

La fine, questa volta, non è nota. E ormai nessuno, è probabile, saprà mai dire come morì davvero Wilma Montesi, la ragazza romana il cui corpo fu trovato sulla spiaggia di Torvaianica. Era l’11 aprile del 1953, il Sabato Santo, e Wilma aveva 21 anni.

Più di mezzo secolo dopo, infatti, il caso Montesi non ha una verità definita: dalla prima ipotesi dell’annegamento, passando per un impossibile suicidio, si è arrivati a quella probabilissima dell’omicidio, senza però che una sentenza sia mai riuscita a certificarlo. Ma di un altro “omicidio” legato a quella vicenda, con una vittima (anzi due) questa volta in vita, nel primo caso di character assassination della Repubblica italiana, si sa invece molto di più.

È la storia del pozzo nero giudiziario, mediatico e politico nel quale precipitarono Piero Piccioni, grande musicista e compositore per il cinema italiano, e suo padre Attilio, uno dei capi della Democrazia cristiana, delfino di Alcide De Gasperi e predestinato a succedergli proprio in quel 1953 che stava segnando il declino dello statista trentino (sarebbe morto un anno dopo), ministro degli Esteri in carica, in odore di elezione al Quirinale. Per Piero, l’incubo durò tre anni, dall’arresto nel 1954 all’assoluzione nel 1957, scagionato per sempre dall’accusa di aver partecipato al festino di sesso e di droga nel quale sarebbe morta la Montesi. Per il padre, invece, nonostante la sua vita politica italiana e internazionale (era l’uomo che stava gestendo in quel 1953 le trattative con gli Alleati per la restituzione di Trieste all’Italia) sia poi continuata, fu un lento e implacabile tramonto. Chi volle tutto questo? Da sempre, l’indice si è levato contro Amintore Fanfani, il rampante ministro degli Interni che guidava l’ansia della seconda generazione democristiana di prendere in mano il partito, il governo e l’Italia. Una regìa neanche troppo occulta e molto precisa? Stefano Folli, nella sua introduzione al libro di Leone Piccioni (l’altro figlio di Attilio) Lungara 29, il caso Montesi nelle lettere a Piero, è meno schematico e spiega: “Non è un complotto né tantomeno un romanzo ‘noir’, anche se può sembrarlo. È una combinazione di eventi tragici e futili, uniti da un notevole grado di cinismo. L’uso delle cronaca per ricavare un utile mediatico e politico”. Fin qui la prudenza, poi però Folli si fa più esplicito: “Una famiglia viene data in pasto all’opinione pubblica e l’operazione serve ad agevolare il ricambio al vertice del partito egemone… Un giornalismo che nel complesso, salvo qualche eccezione, si accontenta di far da cassa di risonanza alle mezze verità… un rapporto ambiguo, spesso in penombra, fra informazione, potere politico e, in qualche caso, autorità giudiziaria”. Dei “mandanti o del mandante” di una “calunniosa macchinazione” parla invece Gloria Piccioni, figlia di Leone, nel presentare le lettere ritrovate che suo padre (ventisette, dal settembre al dicembre 1954) inviò al fratello Piero, detenuto per tre mesi a Regina Coeli, in via della Lungara 29 a Roma, appunto. Una testimonianza, nello stesso tempo intensa e pacata, di una tragedia famigliare, vissuta in uno straordinario contesto privato fatto di una comunanza non consueta di grande cultura, profondo affetto reciproco, fede cristiana serena e adulta. “Lettere che ci parlano di onestà, coscienza, dignità… e descrivono una fede lontanissima dai sepolcri imbiancati”. Leone Piccioni è anche lui un intellettuale (critico letterario e dirigente Rai) e a quel fratello è legatissimo sin dall’infanzia e dalla scomparsa della madre nel 1936.

Le lettere sono così l’espressione della volontà ostinata di mantenere un contatto continuo con Piero per impedirgli di sprofondare nel suo dramma (“Vorrei da Dio il beneficio di potermi sostituire a te”). Notizie di famiglia, piccoli aneddoti, riflessioni culturali, citazioni dell’andamento in Campionato della passione condivisa per la Juventus (“Vilissima squadra, quest’anno…”), consigli per la vita in carcere (“Non fumare troppo”), molti saluti da amici dell’intellighenzia italiana (Carlo Bo, Vasco Pratolini, Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti), informazioni sulle polemiche che assediano casa Piccioni, racconti di solidarietà forti. Come quella di Giuseppe Saragat, che non smetterà mai di far visita al padre, o quel ritorno per un giorno di Attilio in Parlamento: “…Pertini ha attraversato il corridoio e gli ha stretto la mano senza dire una parola, ma aveva il viso tirato da scoppiare”.

Sono i giorni dell’ipocrisia e delle manovre, delle strumentalizzazioni, che allignano nel ventre della Dc. La stampa comunista è al centro delle denunce e dei colpi di scena, ma nel 2009, in un’intervista, Pietro Ingrao ammetterà: “Ricordo che le prime notizie… le prime spinte vennero da Amintore Fanfani e dai fanfaniani….”.

Il libro si chiude con due ritratti di Attilio Piccioni: il primo è di Indro Montanelli, il secondo di Giovanni Spadolini. Entrambi ne riconoscono la grandezza politica e l’ignobile trama che ne ha minato il finale di carriera. Il 22 aprile 1962, sul Corriere della Sera, Montanelli pronostica per l’ultima volta l’elezione di Piccioni alla presidenza della Repubblica (ma toccherà invece a un altro dc, Antonio Segni) e scrive: “…Ciò che non ha bisogno di prove, perché era lampante nei fatti, fu la sadica voluttà di sporcizia e di distruzione con cui il modesto ‘affare Montesi’ venne gonfiato fino a conferirgli le proporzioni di un grande fatto di costume nazionale”.

Moavero: l’Onu ha esageratonelle critiche all’Italia

L’iniziativa dell’Onu dispiace”, perché “gli epiteti utilizzati per l’Italia” non sono “appropriati”. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, di fronte alle critiche della commissaria per i diritti umani Michelle Bachelet, non usa i toni aggressivi del vicepremier Matteo Salvini (“taglieremo i fondi alle Nazioni Unite”) ma è altrettanto fermo nel respingere le accuse. Per il titolare della Farnesina, “amareggia una posizione come quella assunta dalla commissaria Onu Bachelet, che può portare nel linguaggio politico a certe reazioni”. La Farnesina ha anche diffuso una nota sottolineando che “da anni l’Italia è impegnata in operazioni di soccorso e salvataggio di persone nel Mar Mediterraneo, cui hanno fatto e fanno seguito onerose e complesse politiche di prima accoglienza nel territorio nazionale”. Inoltre “l’Italia ha assicurato azioni concrete di sostegno ai Paesi di origine e di transito dei migranti, con progetti di cooperazione e di assistenza in svariati settori”. Lo staff di Moavero ha spiegato che “l’Italia è pronta a confrontarsi sui reali risultati dell’azione Onu e sul suo effettivo impatto in proporzione alla magnitudo degli epocali flussi migratori” e che “ha salvato decine di migliaia di persone nel Mediterraneo, spesso da sola, come è stato più volte riconosciuto, fra l’altro ai più alti livelli dell’Unione Europea”. Grazie al contributo “decisivo” di Roma, “si riscontra una riduzione del 52% delle vittime di naufragi nel Mediterraneo, dall’inizio del 2018, rispetto allo stesso periodo del 2017”. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, “ha fatto un discorso molto dettagliato” e tutte le sue “affermazioni sono nell’ambito del suo mandato”, ha replicato ieri sera il portavoce del Palazzo di Vetro, Stephane Dujarric.

“È sempre tempo di Emergency”

“Di Guerra e di Pace” è il titolo del 17° incontro di Emergency. Tanti giovani, volontari, formichine laboriose in un Paese che al degrado morale oppone “la Resistenza del fare cose, aiutare le persone, costruire diritti” come la definisce Gino Strada. Le Canzoni contro l’odio di Nerì Marcorè. Tutto esaurito al Teatro Sociale: “Leggo che il fascismo viene evocato come concetto anacronistico – esordisce Luciano Canfora ricordando la frase di Piero Gobetti, morto giovanissimo per le botte dei fascisti – Fascismo, autobiografia della nazione, per cogliere il pericolo incombente di un suo ritorno. Vengono da noi a rubarci il lavoro quindi mobilitatevi popolo e noi ci impegniamo a difendervi”.

Le parole sono pietre. Chiamare “un essere umano ‘migrante’ è alludere al fatto che posso metterlo alla porta”. Un ministro dell’Interno “curioso” che “non so se, intenzionalmente, adotta alcune formule tipicamente ducesche come ‘molti nemici molto onore’”.

La soluzione a “un problema che appare insolubile, forse c’è, è il mondo immenso dell’educazione dove si insegna e si impara, dove c’è la vera libertà del pensiero, un’immensa fucina”. “Essere qui – confessa il direttore del Tg La7 Enrico Mentana – è un tributo a chi ha nuotato controcorrente per tanto tempo, in un momento in cui la corrente si è fatta impetuosa contro chi ha portato avanti un’idea bella della solidarietà e dell’accoglienza”.

Riferimento chiaro a Salvini, che in risposta a Gino Strada che lo aveva invitato ad andare “nelle strutture dove si vive la pacchia” rispose: “La vostra retorica ha i giorni contati, preparate le valigie, ora tocca a noi”. I partiti, spiega, “sono divenuti sigle che scelgono la linea programmatica dai sondaggi alla ricerca del consenso, ma la democrazia senza la politica è uno schema vuoto”. La responsabilità è del “fallimento del governo Renzi che non ha capito il fenomeno dell’accoglienza e ha vissuto l’ondata migratoria del 2015 con la retorica del Paese che sapeva accogliere, ma a parole. Se non ci fosse la crisi della sinistra non ci sarebbero gli ultimi diventati penultimi che se la prendono con gli ultimi. Le periferie dimenticate sono divenute terreno di coltura del nuovo razzismo. Se oggi Salvini incontra Orban, prima di lui lo hanno fatto altri governanti e Orban era sempre lo stesso”. Tocca un tema dolente, la delegittimazione delle Ong che “ha portato tanti, anche in buona fede, a covare diffidenza”. Ricorda le dichiarazioni del procuratore di Catania, Zuccaro “l’inchiesta non c’era ma lui sapeva già cosa era successo. Raccontò di un accordo fra scafisti e Ong e ricevette la solidarietà da centrodestra e Di Maio. Quando l’inchiesta fu archiviata senza indagati nessuno gliene chiese conto”. Ma la partita non è persa: “Facce, idee, sigle nuove. Non si può pensare che chi ha perso coltivi la sua rivincita solo con un po’ di maquillage o mettendo figure di seconda fila al posto di quelle di prima fila perché li riconosciamo”. Chiude Gino Strada, ricordando che “la situazione è peggiorata, povertà e guerre sono aumentate ma quella che istiga alla paura del diverso è una piccola minoranza rumorosa ben organizzata, non è la maggioranza degli italiani e a questo dobbiamo crederci”. Mentre dal palco Fiorella Mannoia, in concerto con Ermal Meta e Fabrizio Moro, ripete: “Restiamo umani”.

L’allarme e l’intervento ma muoiono in cento

Due gommoni stracolmi di migranti in difficoltà al largo delle coste libiche, la traversata della speranza si trasforma nell’ennesima tragedia del mare. Sarebbero cento le vittime del naufragio avvenuto il 1° settembre e di cui si è avuta notizia grazie ai racconti fatti dai superstiti del naufragio al personale di Medici Senza Frontiere. Tra loro 20 bambini, due avevano appena un anno e mezzo. È bastato alleggerire la presenza del sistema Saf (Search and rescue) libico nel canale di Sicilia per tornare alla straziante conta delle vittime nel Mediterraneo. Ad attivare i soccorsi la nostra Guardia costiera che ha girato l’sos alle autorità libiche, competenti per territorio marittimo, ma non è bastato per evitare una strage. Con le navi delle ong al palo, lo specchio d’acqua tra Italia e Libia diventa ancora più a rischio.

Secondo l’Oim, l’agenzia Onu per i migranti, nel 2018 le vittime di naufragi sono state 1.130, mentre per l’Unicef il bilancio è di 1.565, con un calo del 39% rispetto al 2017: “Meno migranti e più vittime, significa che i viaggi della disperazione sono diventati più pericolosi che mai”, ha commentato il portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini. A bordo dei due precari gommoni si trovavano, nel complesso, 276 persone. I migranti salvati, di origini diverse (tra loro anche alcuni libici), sono stati portati nel centro di detenzione di Khoms, 120 chilometri a est di Tripoli. Si tratta di uno dei centri gestiti dal Ministero libico della migrazione (Dcim) dove entrano le organizzazioni internazionali. Appena accolti dal personale di Msf sono emerse le solite terribili testimonianze: “Tra i sopravvissuti – ha riferito Jai Defransciscis, infermiera di Msf, tra le prime ad accogliere i naufraghi nulla prigione di Khoms – c’erano casi di ustioni chimiche causate dalla miscela tra carburante e acqua salata che si era accumulata sul fondo del gommone. Siamo riusciti a trattare 18 casi gravissimi, con il 75% del corpo ustionato”.

Sono stati gli stessi naufraghi, una volta in difficoltà, a contattare la guardia costiera italiana con il telefono satellitare “Mentre chiedevamo assistenza, la gente ha iniziato a cadere in acqua quando il gommone si è sgonfiato. Ho visto morire dei bambini”, è il racconto di uno dei sopravvissuti.

Intanto Francia e Italia hanno espresso cordoglio e condanna a Fayez al-Sarraj, leader del Governo di concordia nazionale (Gna), dopo l’assalto alla sede del Noc a Tripoli. Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, di ritorno dal vertice con il generale Haftar a Bengasi, attraverso una telefonata, Parigi tramite un comunicato ufficiale secondo cui “l’attacco ha come obiettivo il processo politico”. In un clima così confuso, al centro del dibattito resta lo svolgimento delle elezioni libiche, fissate per il 10 dicembre. La Francia ribadisce il suo impegno e l’improrogabilità dell’appuntamento, ma è lo stesso uomo forte di Tobruk a frenare: “In Libia non ci sono le condizioni per andare al voto tra 3 mesi” ha spiegato Haftar.

“Troppo etici questi rumeni, meglio l’amnistia”

Troppo zelanti. Troppo etici: i rumeni stanno diventando troppo onesti. Parla Rudy Giuliani: “Persone innocenti finiscono in prigione per gli eccessi del Dna, dipartimento nazionale anti-corruzione, un’amnistia dovrebbe essere concessa” ai condannati finiti in carcere, l’ufficio contro i criminali è stato “troppo duro”.

Specialmente con quei corrotti che sono clienti dell’ex sindaco di New York. Giuliani è un avvocato del Freeh Group, agenzia legale fondata dal suo amico Loius Freeh, ex direttore dell’Fbi, che difende i tycoon che hanno problemi con la giustizia in Europa dell’Est.

L’uomo che si affaccia da oltreoceano sul cielo di Bucarest è l’avvocato di punta del pool che prova a salvare Trump dal Russiagate. Giuliani ha scritto privatamente al presidente Klaus Iohannis, unico paladino della popolazione nelle istituzioni, con uno scopo ben poco celato: forzare gli equilibri di un paese dove le strade della giustizia sono sempre più strette. Mentre la Romania arrabbiata in piazza affronta la sua questione morale, per Giuliani il Dna “ha superato i limiti, intimidisce avvocati e testimoni, usa confessioni forzate, intercettazioni illegali”.

Nella missiva Giuliani non menziona il nome del suo cliente, Gabriel Popoviciu, magnate milionario ed ex marito della figlia di uno dei funzionari di Ceaucescu, che ha acquisito illegalmente nel 2016 terreni a Bucarest per costruire un centro commerciale. Quando la polizia lo ha trovato a Londra, è stato condannato a 7 anni di carcere per frode e l’agenzia di Giuliani lo difende.

Quando la lettera dell’ex sindaco repubblicano di New York è stata intercettata e diffusa sotto la scritta rossa “esklusiv” dalla stampa rumena, il dipartimento di Stato ha ribadito che “Giuliani parlava solo per se stesso, la Romania fa progressi, la incoraggiamo a continuare”. “Rudy è Rudy, Rudy è great” ha detto invece Trump.

La terra di conquista delle agenzie di consulenza Usa ha tracciato i confini della sua mappa d’azione dal grigiore dell’ex blocco sovietico fino all’America Latina.

Quando i giornalisti americani hanno cominciato a indagare seguendo le scie di denaro dell’agenzia di Giuliani, hanno capito che i tentacoli del vecchio sindaco repubblicano si allungavano fino a Charkov, Ucraina dell’est: la città si è rivolta a lui per creare “un ufficio emergenze”.

Altro cliente della Giuliani&partners è Mujahideen e Khalq, un gruppo di resistenza iraniano che opera in esilio contro il governo di Teheran, che lo stesso dipartimento americano in cui Giuliani agisce, ha inserito nella lista dei gruppi terroristici nel 2012. Gli interessi stranieri dell’avvocato arrivano poi in Brasile e finiscono in Colombia. Quando i reporter hanno posto i loro interrogativi sulle cifre che guadagna all’estero e sui consigli di politica estera che elargisce a Trump, l’avvocato ha risposto “non sono un lobbista, per Trump lavoro pro bono” e il resto delle domande le ha lasciate in sospeso.

Intanto nella capitale rumena è stata appena nominata un’altra donna per riempire il vuoto profondo lasciato da Laura Kovesi, ex dirigente del Dna. La nuova testa del dipartimento che indaga in uno dei paesi più corrotti dell’Unione è Adina Florea: di lei si sa solo che è figlia di un membro attivo del Psd al potere, partito su cui dovrebbe investigare per stanare la corruzione endogena e stratificata dell’apparato politico.

L’ultima parola per la nomina definitiva spetta di nuovo al presidente Iohannis, unico custode nelle istituzioni del sentimento di rinnovamento richiesto dalla piazza.

L’ambasciatore porta pena a Tripoli (e sta in congedo)

Il lungo congedo dell’ambasciatore scomodo. Inviso al generale Khalifa Haftar, che sta iniziando a dettare l’agenda all’Italia, sacrificabile nel puzzle della rappresentanza del nostro governo in Libia: Giuseppe Perrone è fermo ai box, in Italia, in attesa di capire il suo immediato futuro professionale, con ogni probabilità lontano dalla Libia, da dove manca da oltre un mese.

Perrone ha lasciato la Libia alla vigilia di Ferragosto a bordo di un velivolo decollato dall’aeroporto internazionale Mitiga, più volte chiuso e riaperto a seguito degli scontri armati tra milizie che hanno messo a ferro e fuoco Tripoli. Le sue ferie sono finite da tempo e lui, più o meno ripristinato l’ordine e la sicurezza nella capitale, dovrebbe essere seduto alla sua scrivania a impartire le direttive ai collaboratori più stretti. Specie in un periodo così delicato per la Libia e per tutti gli interessi coinvolti. Al contrario, l’altroieri, durante l’assalto terroristico alla sede della Noc, National Oil Corporation, Perrone – stando a fonti ministeriali –, è stato tutto il tempo al telefono col suo più stretto collaboratore, Nicola Orlando.

Perrone è in una sorta di limbo. A oggi il nostro massimo rappresentante diplomatico in Libia risulta ancora titolare delle sue funzioni, ma si sta sempre di più allineando un cambio di rotta da parte del Viminale. Messo di recente sulla graticola per una serie di episodi, Perrone rischia di diventare la vittima sacrificale di nuovi orizzonti geopolitici. A Tripoli dall’inizio del gennaio 2017, Perrone è stato scelto dall’ex ministro degli Interni, Marco Minniti. Nella strategia di rilancio delle relazioni con Al-Serraj, con le milizie e le tribù libiche per contenere il flusso di migranti nel Mediterraneo, Minniti lo scelse per riaprire la nostra ambasciata dopo anni di incertezze. In sei mesi i due hanno messo in atto il piano per il blocco delle partenze, riducendole drasticamente a cavallo tra giugno e luglio, scese di 60 mila unità rispetto al 2016. Le elezioni del 4 marzo hanno regalato all’Italia una nuova maggioranza e nuovi interlocutori con la Libia. Dopo un primo approccio rassicurante nei confronti dell’alleato Al Serraj, ora i piani del governo sembrano mutati. Il cavallo giusto potrebbe non essere più lui. La visita del ministro degli Esteri Enzo Moavero a Bengasi dove ha incontrato il generale Haftar, non è casuale, sebbene lo stesso ministro si sia affrettato a ribadire il pieno appoggio al leader della Tripolitania.

Era stato proprio Haftar ad attaccare Giuseppe Perrone, non più di due mesi fa, per la sua presunta ingerenza negli affari libici, relativa allo svolgimento o meno delle elezioni. A premere per il voto addirittura entro l’anno è la Francia, la più stretta alleata del generale della Cirenaica. Elezioni difficili da organizzare in un Paese frazionato tra potentati petroliferi, milizie armate e bande criminali pronte ad attivarsi. La sicurezza a Tripoli è stata ripristinata solo in parte. Oltre all’attacco alla Noc, c’è da registrare ieri il messaggio del leader della Settima Brigata che si dice pronto a riprendere i combattimenti. Non è un segreto che dietro l’ostinata avanzata della milizia di Tarhouna ci sia proprio la figura ingombrante di Khalifa Haftar.

Apertura domenicale: “Il cuore di Eurospin coi lavoratori”. A parole

L’idea del governo di restringere la possibilità, per i supermercati, di aprire la domenica e nei giorni festivi ha incassato l’appoggio inaspettato di Eurospin, catena nazionale di discount. Il gruppo ha comprato una pagina sui giornali per sostenere una legge che compia un passo indietro rispetto alla liberalizzazione totale decisa nel 2012. “Abbiamo a cuore la vita famigliare dei nostri colleghi”, dicono (i colleghi sarebbero i dipendenti). E poco importa se questo comporterà nell’immediato un calo del fatturato: “La migliore qualità della vita dei nostri 18.000 colleghi – aggiungono – ci renderà, a medio termine, tutti più soddisfatti”.

Sembrerebbe di trovarsi davanti a una di quelle imprese scandinave che pongono il benessere dei lavoratori davanti alla logica del profitto. Ben diverso, però, è il racconto che ne fanno i sindacati, supportato da alcuni episodi accaduti negli ultimi tempi. “Dentro Eurospin – dice Sabatino Basile della Fisascat Cisl di Torino – siamo costretti a scioperi per ottenere ciò che dovrebbe essere riconosciuto con le normali relazioni sindacali. I lavoratori di questo territorio erano persino costretti ad andare fino a Verona per le visite periodiche, di fatto perdendo il giorno libero e anticipando le spese. Ci siamo dovuti mobilitare per cambiare”. Nel punto vendita di Orbassano, vicino il capoluogo piemontese, negli ultimi otto mesi due vicende hanno conquistato le cronache. La prima riguarda un’addetta al reparto ortofrutta che ha rifiutato il turno del 31 dicembre ed è stata trasferita in un altro negozio a 100 chilometri da casa. La seconda ha visto come protagonista un ragazzo musulmano: non ha voluto lavorare di notte durante il periodo del ramadan (il mese di digiuno) e gli è capitata la stessa sorte della collega.

I sindacati sono quindi sorpresi dalla posizione assunta da Eurospin, un’azienda che fino a oggi ha sempre aperto la domenica e in molti festivi, senza prevedere forme di organizzazione che andassero incontro alle esigenze dei lavoratori. “I dipendenti – aggiunge Basile – venivano inseriti nel turno senza prima chiedere loro la disponibilità. Abbiamo dovuto lottare per cambiare”. “In questo gruppo – afferma Giovanni D’Alò della Filcams Cgil – non c’è il contratto di secondo livello, con cui avremmo potuto escludere dai turni domenicali chi ha figli piccoli o accudisce parenti anziani”. Ora che Eurospin ha sposato la causa delle chiusure domenicali e festive, in controtendenza rispetto alla politica adottata finora, i sindacati si aspettano che agisca di conseguenza, qualunque sia l’esito della proposta legislativa di Di Maio.

Stati Uniti e Ue, la stessa crisi. Ma le risposte sono diverse

Interrogarsi sulla grande crisi esplosa dieci anni fa, sulle sue origini, la sua gestione e i suoi esiti, significa in realtà interrogarsi sul futuro prossimo: è questa l’impressione con cui si esce dalla lettura di un’opera magistrale come quella che lo storico inglese Adam Tooze, docente alla Columbia University di New York, ha da poco pubblicato (Lo schianto 2008-2018. Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo, Mondadori). Tooze dà spazio ai comportamenti collettivi, alle scelte politiche, all’influenza delle ideologie: non c’è nulla di inevitabile nella sua densa e meticolosa analisi, nulla che sia imposto da uno stato di fatto ineluttabile.

Non è la globalizzazione la matrice dell’esplosione economica del 2008, ma il rapporto stretto fra Europa e Stati Uniti perché “l’asse centrale della finanza mondiale non era asiatico-americano, ma euro-americano”. Fra il sistema finanziario del dollaro e l’eurozona e l’Europa si era creata un’interdipendenza destinata ad alimentare gli impulsi verso la crisi. Basti pensare al legame che si era stabilito fra Wall Street e la City londinese: quest’ultima si era sviluppata “come un centro finanziario che serviva a eludere quelle restrizioni” cui era invece sottoposta Wall Street. Il sistema finanziario globale aveva così imparato a “usare Londra come centro per la raccolta di depositi e la concessione di prestiti non regolamentate in dollari”. Una sinergia profonda e un’interazione continua legavano quindi le due sponde dell’Atlantico. L’Europa fu subito immersa nella crisi perché, contrariamente a quanto dissero allora non pochi dei suoi uomini di governo e dei suoi banchieri, essa partecipava degli stessi movimenti economici dell’America. Nulla poneva al riparo l’economia e le società europee dai colpi inferti dalla caduta economica. Ma la capacità nel governarla non fu la medesima a Washington e a Bruxelles-Francoforte. Qui il giudizio di Tooze è convincente e originale allo stesso tempo: personaggi come Tim Geithner, il Segretario al Tesoro di Obama, e come il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, si mostrarono abili e piuttosto sicuri nel fronteggiare la crisi. Avevano imparato la lezione degli anni Trenta e, sulla scorta dei suoi insegnamenti, impedirono che col credit crunch si bloccasse l’economia internazionale. Ma erano anche uomini di sistema, allevati negli ambienti finanziari, solo in prestito temporaneo all’amministrazione pubblica. Salvarono perciò le banche, come non si poteva non fare, ma con esse anche i banchieri artefici della crisi, e questa divenne la colpa per cui governi e istituzioni finirono poi sul banco degli accusati. Ciò fece in modo che “il divario delle sorti tra Wall Street e Main Street”, cioè fra le oligarchie finanziarie e i cittadini comuni, diventasse “intollerabile. Le grandi banche erano state salvate. Alcuni dei manager più privi di scrupoli magari avevano subito azioni legali, ma non erano andati incontro alla rovina personale. Si erano ritirati a vita privata, nel benessere e negli agi. Nessuno era finito in galera. E quelli che erano ai vertici di Wall Street stavano risaltando fuori a quanto pareva senza l’ombra di vergogna”. Ecco perché sono stati i salvataggi bancari a preparare le condizioni per una svolta politica radicale sia al di là che al di qua dell’Atlantico.

L’Unione europea si comportò ben peggio del governo Obama nel gestire la crisi. Anche qui era stato immediatamente chiaro che la stagione del liberismo era trascorsa, ma a essa subentrava il rigido disciplinamento delle forze economiche e sociali caro ai governi della Germania. Il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, era francese, ma si muoveva nella stessa logica. Di lì le politiche di austerità e di rigore finanziario, l’inutile guerra delle valute scatenata dalla rivalutazione dell’euro, l’interminabile punizione della Grecia (della cui vicenda Tooze fornisce la migliore ricostruzione). Per un segnale di parziale cambiamento dovrà arrivare Mario Draghi, col suo celebre “whatever it takes” del luglio 2012, che aprirà la strada all’espansione della base monetaria. Un gesto tutt’altro che studiato a tavolino, argomenta Tooze, bensì suggerito dall’impulso. Del resto, veniva da un banchiere di formazione anglosassone, più vicino ai criteri americani che a quelli tipici dell’Unione.

Le politiche di creazione di moneta hanno avuto però un’efficacia parziale. Non hanno raggiunto l’economia reale e non hanno arrestato la crisi dell’occupazione e dei redditi. La caduta sociale non si è fermata ed è diventata il carburante di cui si è nutrita la protesta contro chi aveva gestito la crisi. Donald Trump si è rivelato straordinariamente bravo nel capitalizzare un malcontento generalizzato, che investiva chi era stato al potere e aveva lasciato aperte le “porte girevoli” fra politica, amministrazione e alta finanza, coloro che avevano usato le risorse dello Stato per salvare banche e banchieri. Ha funzionato l’intuizione di Steve Bannon (che si definisce un “leninista” perché, come Lenin, vuole abbattere lo Stato), che, da un lato, ha raccolto la protesta antielitaria e, dall’altro, ha mosso guerra all’interventismo pubblico. Ecco la miscela vincente che ha portato alla Casa Bianca Donald Trump. Il quale, non appena vi è giunto, si è dato da fare per smantellare proprio quanto di controllo pubblico sull’economia aveva introdotto Obama, ripristinando – almeno per gli operatori economici – la più completa libertà d’azione.

È una storia triste quella che ci racconta con maestria Tooze. Soprattutto perché fa capire che non è affatto finita e che potremmo essere vicini a ulteriori colossali sconvolgimenti, sia economici che politici.

I principali film

Inside Job (2010) Il documentario di Charles Ferguson, vincitore di un premio Oscar nel 2011, racconta per capitoli la crisi del 2008, partendo dall’Islanda. Il film racconta come e perché si sia arrivati impreparati a quei giorni, incapaci di porre rimedio a un meccanismo che, una volta inceppato, ha travolto in maniera inarrestabile l’economia mondiale, causando una recessione senza precedenti.

Too Big to Fail (2011) Regia di Curtis Hanson, con William Hurt e Paul Giamatti. Film candidato a 3 Golden Globes. Racconta la storia del 2008, dal crollo di Bear Stearns, al crac della Lehman, al ruolo del segretario del Tesoro Hank Paulson.

Margin Call (2011) Con un cast di tutto rispetto (Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto, Penn Badgley, Simon Baker) il film di J.C. Chandor racconta le 24 ore terribili dentro una grande banca (tipo Lehman Brothers) prima della fine.

La grande scommessa (2015) Film di Adam McKay con Brad Pitt, Christian Bale, Ryan Gosling, Steve Carell, Marisa Tomei, Melissa Leo. Vincitore di un Oscar, racconta come viene scoperta, anni prima, e come esplode la grande bolla dei mutui subprime.

Crac Lehman, quando l’élite spazzò via la classe media

Dieci anni che somigliano a una corsa sull’ottovolante: si provano emozioni forti, si annusa la paura. Poi il carrello rallenta, la corsa è finita. Guardi l’orologio e non è più il 2008 ma il 2018, eppure ci sono certe risonanze inaspettate. Un decennio fa esplodeva l’America, in questo caso non per una guerra o per il peggiore degli attentati. Anzi, mentre volgeva al termine il secondo mandato di George W. Bush e la psicologia collettiva trovava finalmente sollievo dallo choc dell’11 settembre, si sarebbe detto, che le cose marciassero nella direzione giusta. Che per una famiglia della middle class voleva dire soprattutto lavoro soddisfacente, una bella casa e un gruzzolo per sostenere il peso degli studi dei figli, preparandosi a una vecchiaia serena. Dunque si sta parlando di soldi, senza troppi giri di parole. È il quadro americano sul quale s’abbatte la crisi del 2008. Inattesa e incomprensibile. Perché i presagi non erano facili da cogliere e, soprattutto, erano ingannevoli. E perché l’allegria governativa di Washington aveva avallato lo stato delle cose, consentendo che le tessere del disastro si sistemassero al loro posto.

Celebrazioni senza pentimenti

Dieci anni fa. Sembra ieri, ma è passato abbastanza tempo per ripensarci e analizzare. Per esempio, quel sottile fattore della natura umana che consiste nella sua capacità di ripetere gli errori. Verrebbe da pensare che sia la matrice evolutiva a essere fallata. Oppure, per dirla con gli economisti, che sia semplicemente la cadenza dei cicli. Centinaia di dirigenti della Lehman Brothers si sarebbero dati appuntamento a Londra il prossimo 15 settembre per un superparty commemorativo del fallimento della ditta per cui lavoravano. Per celebrare il fatale crollo del 2008, che peraltro ebbe effetti devastanti anche sull’economia inglese, viste le aziende e i privati cittadini che erano in affari con Lehman. “Questa storia ha del disgustoso” ha dichiarato il ministro dell’Economia del Regno Unito. L’email d’invito inviata ai “Lehman Brothers & Sisters” recita: “Difficile credere che siano trascorse 10 primavere dai nostri giorni alla Lehman, dove la cosa migliore erano le persone. Rincontriamoci, tutti insieme, dai capi fino all’ultimo analista!”. Delle reunion dello stesso genere sarebbero in programma anche a New York e Hong Kong.

 

Caccia ai rendimenti, con qualunque rischio

Torniamo a quel settembre 2008, nei paraggi di Wall Street: regnavano cinque grandi banche d’affari che non si occupano di gestire i risparmi dei privati, ma di organizzare gli investimenti delle società e dei grandi clienti. In ordine di grandezza erano: Goldman Sachs, Morgan Stanley, Merrill Lynch, Lehman Brothers e Bear Stearns. La quarta della graduatoria, Lehman, quella con la reputazione più spregiudicata, dal 1994 era guidata da Richard “Gorilla” Fuld, che passerà alla storia come “il peggiore Ceo di tutti i tempi”. Con la sua caduta Lehman sarà il detonatore della peggiore crisi economica del millennio, paragonabile a quella del ’29. Anche se Lehman sarà più un effetto che una causa. E anche gli altri colossi dell’economia americana scopriranno i loro piccoli, friabili piedi d’argilla. Perché l’erosione era cominciata, silenziosamente, molto tempo prima quando varie circostanze erano andate in scena sincronicamente: l’avidità insaziabile di Wall Street, la sua spietata disinvoltura e il senso di onnipotenza, le demenziali politiche di prestito messe in atto dalle banche, anche dalle più gracili e poi la negligenza nei controlli del governo Bush e la deregulation sbocciata nel comparto finanziario già dai tempi della presidenza Clinton. Su tutto, il delinquenziale disinteresse del mondo degli affari verso la gente normale, le vittime da spolpare, sospinte nel baratro dei debiti senza neanche una fune con cui tentare la risalita.

Le cronache puntualizzano che all’origine della caduta va messa la condotta della Federal Reserve, la Banca centrale degli Usa, e lo storico delle sue decisioni su quei tassi d’interesse che regolano la politica dei prestiti bancari. Perché per smuovere l’economia è indispensabile abbassare i tassi: solo così le banche chiederanno più soldi e a loro volta li presteranno a gente ansiosa d’investirli in acquisti magari collocati al di sopra delle proprie possibilità, d’improvviso raggiungibili appunto grazie alla facilità d’accesso a questi prestiti. In quel momento, poiché i tassi erano bassissimi e quindi i guadagni assai limitati, le banche cominciarono a prestare soldi a chiunque ne facesse richiesta, anche in assenza di garanzie attendibili. Le banche assunsero dei rischi superiori al lecito, perché la priorità era generare una massa di movimenti sufficienti a garantire utili decenti.

 

Il sistema si blocca e crolla tutto

Ecco allora che si gonfia a dismisura la bolla dei mutui subprime (quelli di qualità non “primaria”, dal momento che l’affidabilità del contraente è incerta): comprare una casa non è mai stato facile come in quei giorni. Il mercato immobiliare prospera, c’è da fare soldi seri. E tutto pare girare a meraviglia. Salvo che. Il congegno va in panne allorché la Federal Reserve interviene per rialzare i tassi: i mutui a tasso variabile, gran parte di quelli stipulati per l’acquisto di case, s’impennano, pagarli diventa più difficile, tanti rinunciano. L’epidemia si diffonde velocemente. Il valore degli immobili precipita, si perdono posti di lavoro, si ferma la spesa. Il Paese si paralizza un attimo prima del panico, nel pieno di una grande depressione, sconforto di chi afferra di aver agito irresponsabilmente.

Lehman Brothers è nel cuore del disastro. La sua attività principale consiste nel rilevare mutui emessi da banche più piccole, inserendoli nel labirintico mondo dei titoli derivati, quelli non muniti di un valore intrinseco bensì di un valore derivato, appunto, da altri prodotti finanziari, ossia dai beni reali alla cui variazione di prezzo sono agganciati. Gli americani scoprono che il valore delle case di cui pagano i mutui finisce parcellizzato in misteriose entità finanziarie, titoli garantiti da ipoteca, obbligazioni di debito collaterali. Modi esoterici di far soldi, speculando. Almeno fino al giorno in cui il valore di quei titoli sprofonda, li trasforma in spazzatura o, come si dice in gergo, in titoli tossici, capaci di far naufragare il portafogli di chiunque li possegga. Tra le banche di Wall Street, Lehman e Bear Stearns sono le più attive nel settore immobiliare. Bear Stearns va in frantumi e viene rilevata a prezzi di realizzo da Morgan Stanley. Pochi giorni dopo tocca a Lehman. È il settembre 2008 ed è questione di ore. Lehman, la banca diversa e spavalda, quella dove si lavora in jeans e si parla sporco, si trasforma in una zattera alla deriva. Chi la salverà? Il Congresso? Mentre una moltitudine di americani sta finendo travolta da debiti e insolvenze? Mentre si perdono lavoro e casa? Mentre il sogno si tramuta in incubo? Impensabile. Washington si sfila. Che l’economia faccia il suo corso.

 

L’abbandono di Buffett e i timori di Barclays

La Bank of America intanto corre in soccorso di Merrill Lynch, ma non risponde agli appelli di Lehman. Gli unici disponibili si rivelano essere gli inglesi della Barclays, che pongono però condizioni severe: ci devono essere dei garanti che sponsorizzino l’operazione di recupero. Il Segretario del Tesoro, Henry Paulson, riunisce tutti i banchieri di Wall Street per mettere insieme il paracadute indispensabile all’acquisizione di Lehman da parte di Barclays. Il 13 e 14 settembre 2008 la riunione-fiume alla Federal Reserve apre uno spiraglio di speranza: suddividendosi i rischi, le banche forniranno il puntello necessario. Ma, con un colpo di scena, è invece la Barclays a tirarsi indietro: il contagio non deve sbarcare a Londra e il Tesoro britannico ha scelto di rimandare la grana nelle mani di Paulson. Il Segretario tenta l’ultimo colpo: chiede soccorso a Warren Buffett, il grande finanziere. Dall’altra parte del telefono, solo silenzio. Salvare l’America va bene, ma contraddire i propri principi economici per aiutare chi li ha derisi, è troppo anche per lui. Paulson e il responsabile della Sec, l’ente federale statunitense di vigilanza alla Borsa, comunicano al consiglio d’amministrazione di Lehman che l’unica opzione sul tavolo è la bancarotta.

Quel crollo, descritto dalle immagini televisive dei dipendenti con gli occhi spiritati, espulsi nel giro di poche ore dagli uffici della Lehman, avviati verso casa come zombie abbarbicati ai loro inutili portafortuna, trascina con sé 9 milioni di posti di lavoro, i mutui di 9 milioni di case e milioni di conti pensionistici. Milioni di americani si ritrovano estromessi dalla classe media. Una disperazione attonita. Case abbandonate. Disoccupati senza prospettive. Boom di divorzi e psicofarmaci. La crisi indirizzerà l’elezione 2008: il comando della nazione, e anche questa grana, finiranno nelle mani di un presidente nero. In coincidenza con l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca, nel febbraio 2009, l’economia Usa sta perdendo 700 mila posti di lavoro al mese. Il Congresso approva un pacchetto di provvedimenti di stimolo economico: 3.000 miliardi in tagli alle tasse, aiuti agli Stati, spese per le infrastrutture. Solo tre senatori repubblicani e nessun deputato sostengono il provvedimento.

A dispetto delle proprie responsabilità, il principale complice politico del disastro si oppone a qualsiasi riforma di Wall Street. Una strategia che darà i propri frutti negli anni a venire, lasciando ai Democratici il peso psicologico della manovra. E così Obama si ritrova a fare il contabile: salva la nazione, ma salva anche banche e banchieri. Le sue politiche mettono fine alla recessione, ma i nuovi posti di lavoro crescono a rilento e i mutui latitano. E nessun tycoon di Wall Street finisce sotto processo. Alla fine gli americani si sentiranno presi in giro. La reazione prenderà il nome di Tea Party o di Occupy Wall Street, a seconda di come la si veda.

 

Le élite ripetono lo stesso schema

Dieci anni dopo, le grandi banche adottano ancora condotte spericolate, sostenute dai Repubblicani, impegnati a smantellare la legge Dodd-Frank che dovrebbe prevenire dei collassi come nel 2008. La forbice delle retribuzioni si è allargata, la diseguaglianza è aumentata, i profitti delle corporation sono misteriosi. L’America 2018 è il prodotto diretto del cataclisma del 2008. La presidenza Trump è stata generata come effetto terminale di quel terremoto emotivo. E le strategie d’attacco messe in atto dal gabinetto che ora sta guidando, i dazi, per esempio, potrebbero delineare una congiuntura altrettanto pericolosa di quella di dieci anni or sono.

A questo punto, allora, conviene ragionare su un sistema che enuncia un certo genere di principi, ma poi si consegna alla periodica distruzione di ampie regioni della propria geografia sociale. Se il sistema americano affronta due implosioni come il ’29 e il 2008, sopravvive, si rialza, ma ne rigenera i fattori-sorgente, la deduzione è quella dell’esistenza di un vizio congenito ed ereditario: l’élite non resiste all’istinto di plasmare a proprio piacimento il destino degli “altri”. L’1 per cento e il 99 per cento. Senza scrupoli. I flussi tra le classi o l’impatto degli ultimi arrivati, appaiono soltanto argomenti di contorno. Nelle segrete stanze della finanza americana si producono serialmente processi di autodistruzione autorizzata, che rendono futile e irreale, quel discorso visionario che ci stregò tanto tempo addietro, parlandoci del “destino manifesto” americano.