Il rischio: la finanza creativa può aggirare le nuove regole

Dieci anni dopo il collasso di Lehman Brothers, resta la domanda: potrebbe ripetersi? La risposta è piuttosto scontata, ed è affermativa. Questi dieci anni hanno visto una impetuosa crescita del debito privato, in molti Paesi superiore a quella del Pil, e il parallelo sviluppo degli attivi finanziari. Poi l’innovazione tecnologica nel trading, che ha concorso a frammentare gli scambi, portandoli fuori dalle Borse. Sullo sfondo, resta la creazione di nuovi prodotti finanziari o l’evoluzione di quelli esistenti, anche con finalità di aggiramento delle regole. È fatale che l’innovazione finanziaria sia più veloce della normazione e spesso anche della vigilanza delle Banche centrali, malgrado quest’ultima sia più flessibile perché basata su approcci prudenziali che consentono di intervenire su sintomi, spesso tramite moral suasion prima che con un processo formale di sanzione. E come a ogni anniversario del crollo di Lehman, torna la seconda domanda: poteva essere salvata? Nei giorni scorsi, sul Financial Times, l’ex responsabile amministrativo di Lehman, Scott Friedheim, ha affermato che la banca d’investimento disponeva del collaterale per ricevere prestiti di emergenza dalla Federal Reserve. Per rispondere agli iniziali dinieghi di accesso alla liquidità di emergenza, Lehman chiese di trasformarsi in una holding bancaria ma l’allora presidente della Federal Reserve di New York, Timothy Geithner, rifiutò l’autorizzazione, sostenendo che avrebbe mandato il “messaggio sbagliato”. Ma quando il collasso di Lehman scatenò l’inferno, due altre banche americane, Goldman Sachs e Morgan Stanley ottennero quanto negato a Lehman, trasformandosi proprio in holding bancaria.

Mentre continueremo a chiederci se la “punizione esemplare” da infliggere a Lehman per disciplinare il sistema non sia stata la determinante di tutto quello che accadde dopo, oggi siamo entrati nella fase di cauto allentamento delle misure anti-crac note con il nome di legge Dodd-Frank. A maggio il Congresso ha approvato una prima riforma di quella legislazione, intervenendo su tre aspetti. In primo luogo, innalzando da 50 a 250 miliardi di dollari di attivi la dimensione sistemicamente rilevante delle banche, quella che impone il superamento degli stress test annui della Fed per poter distribuire capitale e pagare dividendi, e che costringe le banche di questa dimensione a indicare un “testamento” (living will) per l’ordinata risoluzione in caso di dissesto, senza aprire la formale procedura fallimentare del Chapter 11. In secondo luogo, le banche con meno di 10 miliardi di attivi sono state esentate dalla cosiddetta Volcker Rule, che impedisce agli istituti di credito di compiere operazioni di trading con fondi propri. Misura pressoché irrilevante, visto che gli istituti minori non ne fanno. Da ultimo, le banche più piccole hanno avuto un taglio alla burocrazia e minori responsabilità legali nell’erogazione dei mutui. Si tratta solo di tre delle 16 parti che compongono la legislazione, quindi non è avvenuta una deregulation radicale. Obiettivo dei Repubblicani e dei Democratici moderati era di ridurre gli oneri per le banche minori, soprattutto di comunità e coop, perché si riteneva che la legge Dodd-Frank avesse frenato l’erogazione di mutui, aumentando l’onere per i debitori. Al netto della reazione normativa, che negli Usa si è tradotta in forte aumento del capitale di vigilanza, la vulnerabilità del sistema finanziario alle innovazioni resta largamente intatta. Ma all’ingegneria finanziaria in senso stretto occorre affiancare anche la scarsa capacità della vigilanza a identificare prassi gestionali e contabili di elusione delle norme, che instilla il dubbio che i regolatori tendano non vedere. Ad esempio, Lehman era solita realizzare operazioni cosmetiche, in prossimità della pubblicazione della trimestrale, mediante i cosiddetti pronti contro termine, operazioni dove un soggetto cede le proprie obbligazioni a garanzia di un prestito, che poi ripaga facendo l’operazione di segno inverso.

Ebbene, dalle analisi post crac risulta che Sec, società di revisione e agenzie di rating, non si sono accorti che Lehman contabilizzava la prima “gamba” di tali operazioni come vendita definitiva, usando il ricavato per ridurre altri debiti. Pochi giorni dopo la trimestrale, la società si indebitava per riacquistare il titolo venduto, chiudendo il cerchio. Nel secondo trimestre 2008, Lehman ha usato questa tecnica per spostare fuori bilancio debiti per 50 miliardi di dollari. Come si nota, il concetto di innovazione finanziaria è piuttosto proteiforme, e spesso viene fiancheggiato da autorevoli opinioni legali, accolte in alcune giurisdizioni e non in altre, consentendo alle istituzioni finanziarie globali spazi per il cosiddetto arbitraggio regolatorio. Con le debite proporzioni, è un po’ quanto accaduto in Italia a Mps, che ha contabilizzato alcuni derivati, la cui unica funzione era l’occultamento di perdite pregresse, a valore nominale anziché al cosiddetto fair value, che si ottiene applicando al derivato le condizioni correnti di mercato. Ciò che pare ormai acquisito è che la natura “liquida” dell’innovazione finanziaria, che aggira la regolazione puntuale costringendola a inseguire, e la cattura del regolatore, che dispone di personale pagato assai meno di quanti operano nel settore finanziario per inventare nuovi prodotti, sono i due elementi destinati a mantenere in essere il rischio di choc che dai mercati finanziari si trasmettono all’economia reale.

Il Sole 24 Ore sceglie: Tamburrini è il nuovo direttore

È stata diffusa ieri la notizia della nomina del nuovo direttore del Sole 24 Ore: “Il Cda riunitosi a Milano sotto la presidenza di Edoardo Garrone – si legge nella nota del gruppo editoriale di Confindustria – ha deliberato all’unanimità la nomina di Fabio Tamburini a direttore responsabile del Sole 24 Ore, Radio 24, Radiocor e di tutte le testate del Gruppo 24 Ore. Il Cda ha inoltre deliberato, sempre all’unanimità, che Guido Gentili mantenga la carica di direttore editoriale del Gruppo 24 Ore”. Il cda “ringrazia il direttore Gentili per l’impegno assicurato all’azienda in un momento storico difficile, per l’efficacia del lavoro svolto nel rafforzare l’autorevolezza del quotidiano come strumento di lavoro imprescindibile per manager, imprenditori, professionisti e risparmiatori e per aver sviluppato una più incisiva sinergia tra le redazioni del gruppo, contribuendo così da accrescere la professionalità di tutte le redazioni”. Fabio Tamburini, già al Sole 24 Ore come inviato sui temi di finanza sotto la direzione di Gianni Locatelli, è stato direttore fino al 2013 dell’agenzia di stampa Radiocor e di Radio 24. Ora lascerà l’agenzia di stampa Ansa dove è vicedirettore.

“Parchi senza fondi e personale”

Finanziamenti insufficienti, scarse figure professionali e tutele limitate: i parchi e le aree protette, marine e non, nazionali, non se la passano bene e a dirlo è chi ci lavora. I dati, anonimizzati e raccolti con un questionario, sono nel rapporto Wwf Italia presentato ieri a Roma. La gestione delle aree verdi zoppica.

I numeri. Si parte dal Piano per il parco, approvato in via definitiva solo nel 30% dei casi. Va peggio per il regolamento: se n’è dotato meno del 10%. Insufficienti le risorse per il controllo delle attività illegali, le spese per le attività di monitoraggio e per progetti di conservazione della biodiversità sono inferiori al 10% del budget per la quasi totalità dei Parchi. In nove sono addirittura inferiori al 5%. Mancano, spiega il rapporto, naturalisti o biologi nel 22% dei casi, agronomi e forestali (nel 22%) e nell’83% dei casi non ci sono veterinari e geologi. Solo il 10% della pianta organica è dedicato alla conservazione delle biodiversità. Inoltre 15 Parchi Nazionali sui 23 totali attendono la designazione dei presidenti (11 in totale, dei quali 10 sono già scaduti) o dei direttori (9 in tutto, dei quali 8 già scaduti). “La carenza di personale specializzato è un handicap evidente che va colmato al più presto – ha detto la presidente del Wwf Italia, Donatella Bianchi –. I parchi nazionali hanno bisogno di competenza e autorevolezza a cominciare dai livelli apicali. Le nomine di presidenti e direttori in scadenza sono un’importante occasione per affermare un nuovo paradigma nelle scelte di governance: qualità e autonomia dagli interessi locali e politici devono sostituire l’abitudine di affidare il governo dei parchi a rappresentanti locali delle maggioranze di governo”.

Tra il 2013 e il 2016, i Parchi Nazionali terrestri (1,5 milioni di ettari, il 5% della penisola) hanno ricevuto in media 81 milioni di euro (più del 34% di questa quota è stato destinato al personale) e ogni anno in media l’Italia destina 1,35 euro per abitante. “Un cappuccino”, spiegano dal Wwf. Per le aree marine protette si fa ancora meno. Le 29 Aree marine protette (inclusi due parchi sommersi) incidono solo su 700 chilometri di costa, pari allo 0,8% del totale, e a 228 mila ettari di mare. Nel 2017 sono stati destinati per il loro funzionamento 7 milioni di euro.

Nonostante quasi il 70% abbia approvato un Piano di gestione e quasi l’80% il regolamento e piani e misure di conservazione, le risorse economiche sono comunque ritenute del tutto insufficienti e spesso le aree non riescono a raggiungere gli obiettivi di conservazione. “I trend delle specie e habitat prioritari delle Direttive europee e sulle Liste Rosse della Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, riportati da più del 50% delle Aree marine protette risultano uguali o peggiori alla media nazionale, ovvero all’esterno di aree protette”, si legge. E la pesca? “Sebbene la sorveglianza della legalità non dipenda direttamente dagli enti gestori, si evidenziano giudizi fortemente negativi sulla capacità di far rispettare le leggi e, in particolare, di reprimere la pesca illegale. Il personale e le risorse economiche sono insufficienti al controllo delle attività illegali e l’organizzazione della sorveglianza è inadeguata a contrastarle”.

Copyright, oggi si vota in Ue Scontro tra Google ed editori

Migliaia e migliaia di email agli europarlamentari: il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, le ha definite “inaccettabili pressioni” per il voto di oggi sulla direttiva copyright. La discussione ha evidenziato le spaccature nei gruppi e il contrasto tra le piattaforme come Google e Facebook e gli editori. Oggi si voteranno uno alla volta tutti i 252 emendamenti presentati, pratica inusuale per il Parlamento che di solito tende ad approvare il mandato della commissione, in questo caso la Affari giuridici. La proposta era stata respinta a luglio in seduta plenaria per consentire la presentazione di nuovi emendamenti e aprire un nuovo dibattito.

Cosa prevede.Il nodo riguardava principalmente due articoli della direttiva (70 tra ricercatori e studiosi avevano scritto a Tajani per chiedergli di opporsi ad alcuni aspetti del testo): il primo, l’articolo 11, prevede la possibilità per un editore di ricevere ricavi ogni volta che una piattaforma (come Facebook o Google) ospita un link ai loro contenuti con uno snippet, ovvero una porzione di quel contenuto. Ad esempio, quando Google News indicizza gli articoli riportandone il titolo e un breve estratto. Per farlo, con queste nuove regole, Google dovrà corrispondere dei soldi agli editori per ogni titolo e ogni anteprima mostrati. Un possibile limite alla libera circolazione delle idee. Il secondo, l’articolo 13, riguarda il cosiddetto finger printing (impronta digitale), ovvero la possibilità di creare sui prodotti caricati online (video, immagini, tracce musicali) una sorta di ‘firma’ che permetta di riconoscere quel contenuto tra milioni e capire se a caricarlo sia qualcuno che non è titolare dei diritti. Le grandi piattaforme, come Youtube, se ne sono già dotate. Una sorta di filtro preventivo da cui derivano i timori di un abuso (tentativi di censura con la scusa del copyright). Nelle scorse settimane, gli incontri tra i gruppi di europarlamentari per trovare un compromesso sono stati inconcludenti. Il 28 agosto Verdi, GUE e Socialisti si sono riuniti per lavorare a una proposta comune per lo shadow meeting del 29, convocato dal relatore Axel Voss, tedesco del Ppe. Ma senza esiti soddisfacenti. La proposta di Voss, ad esempio, prevedeva che non ci fosse pagamento dei link per i “meri collegamenti ipertestuali, che sono accompagnati da singole parole”. Definizione vaga come vago è attribuire la completa responsabilità delle violazioni sui gestori delle piattaforme, non prevedendo tutele per gli utenti. Il voto di oggi diventa così una incognita e il relatore, qualora passasse una versione troppo lontana dall’intento originario, potrebbe rimettere il mandato al presidente della commissione Affari giuridici al quale toccherebbe poi negoziare con il Consiglio europeo un testo quantomeno poco coerente .

Il paradosso. “I giganti del web, forti della loro posizione monopolistica sul mercato, rifiutano di sedersi al tavolo e negoziare con gli autori – ha detto Isabella Adinolfi, europarlametare del M5S, che propone l’abolizione dei due articoli –. Bisogna lavorare sull’applicazione della normativa antitrust e la cessazione dell’elusione fiscale. Ma in Europa si preferisce implementare una politica di ‘gendarmeria’, piuttosto che scardinare i paradisi fiscali”. Il grande paradosso di questa direttiva è infatti l’aver messo dallo stesso lato della barricata giganti del web e piccoli provider, grandi imprenditori e chi lotta contro il loro predominio online, Google e Wikipedia. Contro, gli editori. Far naufragare tutto sembra l’obiettivo visto che il Parlamento europeo si rinnova a maggio e quindi in caso di rinvio alla commissione per un nuovo mandato negoziale la conclusione del trilogo (Commissione-Consiglio-Parlamento) difficilmente potrebbe arrivare prima della fine di questa legislatura.

La vecchia scuola (forse troppo) del presidente della Consob

Che belle le vecchie, care cose del passato! Certi vi si rifugiano come in una nuvola di pane fatto in casa e profumo della nonna. C’è un inconveniente, però, in questa pratica cara a generali in pensione, vecchie zie, alti prelati e al presidente Consob: si rischia di esagerare. Prendiamo Mario Nava. Uomo di buon carattere, è perseguitato – dacché Gentiloni lo impose ai vertici dell’Autorità sulla Borsa – da un problema: il nostro, già capo della Vigilanza Ue sui mercati finanziari, è infatti arrivato in Consob non in aspettativa (come prevede la legge), ma in “comando” triennale (l’incarico però ne dura 7) “nell’interesse” della Commissione e rimanendo “soggetto agli stessi doveri e diritti dei funzionari in attività”. Ora, secondo Nava, la situazione di Nava che dirige un’Autorità indipendente da dipendente di un altro ente non presenta problemi, dunque non si spiega perché M5S e Lega presentino interrogazioni su di lui. Lunedì, in un convegno, lo sconcerto del nostro s’è fatto udibile. Prima l’ha esplicitato innovando, dopo le procedure di nomina, pure la grammatica: “Se ci fossero problemi, mi chiamassero”. Poi, appunto, nei ricordi d’antan: “È ridicolo che si parli di una polemica di sei mesi fa. Sono della vecchia scuola: le istituzioni parlano con gli atti, non in tv o strillando in Parlamento”. Dal che si apprende che le interrogazioni parlamentari non sono attività istituzionali, ma “strillare”. E qui si capisce che la scuola è sì vecchia, ma troppo. È andata pure bene: poteva fare di quell’aula sorda e grigia eccetera… Invece li lascia strillare.

Mail box

 

Quell’Undici Settembre in viaggio a Pergamo

I siti archeologici dell’acropoli di Pergamo furono una delle molte tappe del viaggio in Turchia. La guida spiegava bene, punto e virgola. All’altare di Zeus si guadagnò l’applauso. Mi ero attardato a contemplare il tempio di Traiano. Le rovine parlano a voce alta. Stavo scendendo da quello sperone roccioso verso il pullman, parcheggiato nell’area turisti-stranieri, quando vidi due o tre mani che si agitavano. Pensai a qualche saluto confidenziale rivolto al tempio di Demetra o al santuario dorico di Atena. Più vicino al pullman, l’inquietudine delle mani mi insospettì; un paio di inviti a fare presto spostarono l’asse delle mie emozioni escursionistiche su vacillanti notizie dall’America. Era successo qualcosa. Gli ultimi turisti salirono sul pullman e chiesero notizie. Volevano la verità. La guida cercò di sintonizzarsi con una stazione radio che desse informazioni. Una signora pensò ai figli in Italia. Speriamo di poterli rivedere. Un giovane sposo disse che se lo sentiva che qualcosa sarebbe successo. La guida prese il microfono e ci informò che un aereo aveva colpito una torre. Aspettate un momento… sono due gli aerei. Le torri gemelle.

Ma dove? New York, signora. New York. Il conducente chiuse le porte e prese una via ammattonata, abbastanza stretta. Stava fumando l’ennesima sigaretta. Il solo pensiero che aveva fu di scacciare una mosca dal naso. Non mi voltai nemmeno per un’ultima occhiata a Pergamo. Le torri gemelle. Perché? La guida ci disse che un terzo aereo… Ma le voci dei turisti si sovrapposero in un tumulto di commenti e di timori. Poi il silenzio. Il silenzio della verità.

Fabio Sicari

 

Scopro che Autostrade ha aumentato i pedaggi

A neanche un mese dalla tragedia del crollo del ponte Morandi a Genova, scopro che la società Autostrade S.p.a. ha aumentato nuovamente i pedaggi (es. Bologna-Ferra Sud, da 2,80 euro di agosto ai 2,90 di settembre). In questo momento i gestori si dovrebbero vergognare della loro conduzione fallimentare, senza scrupoli e senza alcuna remora, e invece si permettono di incrementare ulteriormente i loro introiti. Vogliono forse rientrare di ciò che non hanno ancora speso (e forse mai spenderanno) per risarcire le vittime e i danni di Genova? Questa gente opera infischiandosene completamente della rabbia dei cittadini e senza rispetto nemmeno per i morti.

Monica Stanghellini

 

Il ponte di Renzo Piano non durerà 1000 anni

Signor Renzo Piano, mi spiace spegnere i suoi entusiasmi. Lei sarà senza dubbio un ottimo architetto, ma in tema di resistenza e durata dei materiali lasci fare a chi se ne intende. Che il suo ponte in acciaio durerà più di mille anni mi pare un’affermazione priva di fondamento. Gli unici ponti che sappiamo per certo riescono a garantire tale durata sono quelli in pietra, quelli costruiti dagli antichi Romani, ancora in piedi ai giorni nostri. E forse lo sarebbero anche quelli egizi, se ne avessero realizzati. Escluso che lei voglia realizzare il ponte in acciaio inox austenitico AISI 316 (quello che viene comunemente usato nelle costruzioni navali) per evidenti questioni di costi, mi preme far notare che qualsiasi struttura in acciaio normale ferro-carbonio, specie sottoposto all’aggressione della salsedine e della nebbia salina, vista la vicinanza con il mare, prima o poi arrugginisce. E magari cede. Ma poi… a che scopo garantire 1000 anni di operatività se non riusciamo neanche a immaginare quali saranno i mezzi di trasporto tra cento anni? All’inizio del secolo scorso nessuno immaginava che l’aereo sarebbe diventato un mezzo di trasporto di massa, ancora meno si poteva pensare a sistemi come l’hyperloop.

Piero Sositivo

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo “La sfida a mafie e gang: i bambini via dalle famiglie” a firma Vincenzo Iurillo pubblicato a pag. 8 sul Fatto Quotidiano, vorrete cortesemente precisare che Presidente del Tribunale per i Minorenni di Napoli è la scrivente Patrizia Esposito e non già la citata Dott.ssa Maria De Luzenberger che riveste invece le funzioni di Procuratore Minorile di Napoli.

Patrizia Esposito

 

Gentile Direttore, in relazione al suo editoriale dal titolo “La Santa Inserzione”, riteniamo doveroso precisare che nessun addetto stampa di Enel né alcun professionista della comunicazione e della pubblicità è mai passato da Enel ad Autostrade per l’Italia a partire dal 2010. Volendo tuttavia interpretare il suo scritto, l’unico riferimento ipotizzabile appare quello a Gianluca Comin, ex direttore relazioni esterne di Enel, che soltanto nelle ultime settimane sta supportando con la sua agenzia specializzata (in pool con altre società del settore) il team di comunicazione di Autostrade per l’Italia, senza ovviamente avere alcuna voce in capitolo sulla pianificazione pubblicitaria.

Ufficio stampa Autostrade per l’Italia

Assegno di mantenimento. Un addio che convince poco tra molte critiche

 

Sono la mammadi due bimbi e faccio di tutto per renderli felici e sereni. Ma con molta fatica, dal momento che il padre – il mio ex marito – troppo spesso si dimentica dei suoi doveri genitoriali e ci fa arrivare in ritardo l’assegno di mantenimento che il giudice ha stabilito. Inutile girarci intorno: la felicità passa anche per una stabilità economica che il nuovo disegno di legge sulla riforma dell’affido condiviso è, invece, lontano mille miglia dal far raggiungere ai figli dei genitori separati. Come ci si può mettere d’accordo con un uomo con cui si è deciso di non vivere più insieme e parlare “serenamente” con lui di questioni economiche se fino a oggi ha sostenuto le spese dei figli solo perché costretto? Quando mi sono separata ho già preso un’importante decisione per il bene dei miei figli scegliendo un lavoro part time. Se verranno cancellati gli assegni di mantenimento non riuscirò più a far quadrare i conti.

Simona Bottalico

 

Gentile Simona,il disegno di legge sulla riforma dell’affido condiviso del senatore leghista Simone Pillon non convince neanche gli esperti del diritto di famiglia e le associazioni per la tutela dei figli dei genitori separati, nonostante il suo promotore abbia già chiarito che il principio che “il genitore che guadagnerà di più contribuirà di più” resta sempre valido. L’elemento di novità è, invece, il “piano genitoriale”: il padre e la madre sostanzialmente programmeranno insieme un progetto educativo per il figlio e si divideranno le spese. Non più al 50%, ma in base a criteri di proporzionalità. Questo su carta. Nei fatti, invece, il ddl non tiene conto delle disparità economiche tra un coniuge e l’altro, come ha ben evidenziato. Non è, quindi, scontato che i figli possano avere lo stesso tenore di vita in una casa e nell’altra. Anzi. Se un genitore, ad esempio, ha la possibilità di far frequentare un corso di inglese o di musica al figlio e l’altro no, il ragazzo avrà lezioni alternate e non continue.

Per superare quella che viene definita “l’antiquata idea dell’assegno” versato dal coniuge economicamente forte a quello privo di mezzi adeguati, questo rivoluzionario ddl forse avrebbe dovuto tenere in maggiore considerazione il fattore numerico: in Italia più della metà delle donne non ha un’occupazione e la casa di residenza viene quasi sempre assegnata alla madre.

Con il padre che, se benestante, si può permettere un affitto; in tutti gli altri casi torna invece a vivere con i genitori. Forse anche il principio della “bigenitorialità perfetta” che persegue il ddl non accontenta neanche tutti i papà.

Patrizia De Rubertis

Aperture festive dei negozi: come negare il problema

Nel mondo ci sono due tipi di lavoratori. Quelli che hanno avuto la fortuna e, in qualche caso, la bravura di fare il lavoro che amano e che quindi, come spiega Confucio, non lavorano un solo giorno della loro vita e quelli che invece lavorano per vivere. Cioè per mangiare, pagare l’affitto o il mutuo, mandare se ci sono i figli a scuola, vestirli, vederli crescere sperando che un giorno almeno loro possano entrare a far parte della prima categoria.

Il numero delle persone che lavora solo per vivere è ovviamente infinitamente più grande rispetto al primo gruppo, ma di fatto è ben poco rappresentato tra i cosiddetti opinion maker, o come si dice ora tra gli influencer. Chi va in televisione, entra in Parlamento, scrive in prima pagina sui giornali o spopola sui social in genere ha invece sperimentato, maniera maggiore o minore, quella che Warren Beatty chiama l’equazione del successo: “Ce l’hai fatta nel tuo campo quando non sai più se quello che stai facendo è lavorare o giocare”.

Chi invece ha un impiego in un centro commerciale, gestisce un piccolo negozio a conduzione familiare o fa il commesso precario in una catena di abbigliamento, ben difficilmente prende il proprio lavoro per un gioco. Anche perché, se guadagna 1.200 euro netti al mese, di soldi e di tempo per divertirsi non ne ha. Soprattutto se in caso di lavoro domenicale obbligatorio finisce per percepire solo 15 o 20 euro in più rispetto a una giornata normale. Una maggiorazione talmente esigua da rendere per chiunque preferibile restare a casa con la propria famiglia.

Ecco, buona parte delle polemiche di queste ore sulla proposta del governo di lasciare aperto alla domenica a rotazione solo il 25 per cento degli esercizi commerciali presenti in ogni Comune, si spiega anche con la divisione (insanabile?) tra i due mondi, o se preferite, tra le due classi sociali. Chi sta sopra, e non si rende più conto che lavoro malpagato e senza prospettive di carriera è solo sinonimo di sacrifici e fatica, trova insensato che si possa tentare di migliorare l’esistenza di centinaia di migliaia di famiglie Non tanto per scelta politica (essere all’opposizione dei gialloverdi è perfettamente legittimo) o per analisi di tipo economico, ma per una sorta di condizione antropologica: quella che ti spinge a pensare di vivere in un grande gioco e non in un mondo composto da persone in carne e ossa. Fino a pochi anni fa non era così. Nella scorsa legislatura, ad esempio, erano state presentate ben sette proposte di legge (di diverso colore) per “regolamentare l’apertura” dei negozi e mitigare gli effetti della deregulation firmata da Mario Monti. Il Pd aveva prima pensato di incaricare i sindaci di redigere pianti triennali di chiusura e apertura “in modo da garantire la piena e costante fruibilità dei cittadini nel rispetto della tutela dei diritti dei lavoratori”. Poi nel 2015 altri parlamentari dem avevano pensato di “annullare l’obbligo di lavoro nei giorni festivi”, con tanto di multe fino a 300 euro “per ogni prestazione lavorativa imposta” e altri ancora avevano la chiusura obbligatoria in dodici domeniche l’anno. Mentre nel Pdl Antonino Minardo chiedeva ai Comuni di “regolamentare gli orari di apertura (…) al fine di garantire ai lavoratori il diritto a un adeguato riposo domenicale o festivo nonché alla conciliazione tra lavoro e famiglia”. Nessuno parlava come oggi di spinte anti-moderniste o di fobie anti-consumistiche. Per tutti c’era un problema e si discuteva di come risolverlo. Oggi, invece, il problema si cerca solo di negarlo. E questa davvero è la cosa che non va.

Bolla Salvini, il punto non è se scoppierà ma è capire quando

Ahi, Sudamerica, Sudamerica… Ci vorrebbe un Gabriel García Márquez in piena forma per raccontare del burbero ministro della Polizia e della Sicurezza che fa pubbliche dichiarazioni in sostegno della fidanzata e dei suoi cuochi in tivù, che trepida in camerino con la di lei mamma. C’è del ridicolo, sì, ma anche del tragico. È trasformismo da social: ve lo aspettate severissimo a sorvegliare i confini, ed eccolo tenero fidanzatino di Peynet. Ve lo aspettate paterno e rassicurante a pranzo, natura morta con mozzarella, ed eccolo ducesco e imperativo che apre le buste della Procura.

Quindi aggiungiamo alle grandi domande del presente anche questa, forse minore e laterale: quanto manca allo scoppio della bolla Salvini?

Inutile elencare i precedenti, che sono noti a tutti e mediamente tragicomici. Sono passati solo sette anni da quando sembrava che indossare il loden verde e prendere un treno fosse una specie di Risorgimento contro l’impero del grottesco e del cochon: Monti veniva dopo Berlusconi e sembrava la discesa dell’angelo moralizzatore. Due anni dopo, nessuno poteva più vederlo nemmeno pitturato. Renzi, anche lui beneficiario di una bolla di consenso, ci affogò dentro facendo l’errore classico: credere alla propria propaganda. Stessa velocità supersonica, ciò che sembrava modernissimo e sorprendente aveva già rotto le palle due anni dopo, ci sono canzonette estive che durano di più.

E ora Salvini. Il cambio di stile nell’agiografia e nella comunicazione del capo è evidente: oggi abbiamo grigliate a torso nudo dove ieri avevamo elegantissime fotine seppiate del Giovane Statista, è una questione di target.

La bolla Salvini deve vedersela anche con un altro problema, che potrebbe accelerarne la fine: il fastidioso e perenne rumore di fondo che i media producono. La “questione Matera” ne è un buon esempio: Di Maio chiede a Emiliano qualcosa su Matera, subito gira la favola che non sa dov’è Matera. Poi si chiarisce tutto (Matera gravita sull’aeroporto di Bari, sarà capitale della cultura, anche la Puglia ci punta molto, eccetera), ma intanto la cosa gira. Esponenti dell’opposizione fanno battute, rilanciano una notizia falsa quando già si sa che è falsa, notizia falsa e notizia vera si intrecciano, tutto si mischia. Vero? Farlocco? Solo rumore.

Un caso al giorno, anche due, così, ogni giorno, un’ondata di surreale dietro l’altra, da ogni direzione e verso ogni bersaglio, poi la piccola risacca dei puntini sulle i, poi un’altra onda, e si ricomincia. La goccia che scava la pietra, e la pietra finisce che prima o poi si rompe i coglioni.

Tutto diventa rumore di fondo, e la bolla di Salvini finisce lì dentro. Sarà vero? Sarà falso? Che ha fatto oggi? Proclami razziali? Baci e abbracci? Rastrellamenti di migranti? Auguri alla ragazza? Minacce alla magistratura? Pollo arrosto? Salvini è orizzontale e riempie tutte le pieghe dell’esistenza, dal pubblico all’intimo, il crinale è molto stretto, il rischio di cadere nella caricatura di se stesso è inevitabile. “Salvini fa il bucato” e “Salvini riceve Orban”, diventano la stessa cosa, è un entertainer che per esistere deve stare perennemente in onda, questo sostiene i sondaggi nell’immediato, ma alla lunga logora.

I fatti saranno più testardi, la flat tax non ci sarà (per fortuna), la benzina la paghiamo più di prima, i migranti si rivelano ogni giorno di più un’arma di distrazione, gli alleati (alla buon’ora!) si mostrano infastiditi, “Io sono eletto, i giudici no” contiene dosi massicce di Berlusconi.

Quando prevarrà la sensazione di un Salvini “chiacchiere e distintivo” la bolla scoppierà, ciò che all’inizio il grande pubblico guardava con simpatia canaglia comincerà a guardare con sospetto, e poi con stizza: ancora queste cose? Ancora ‘ste cazzate? La domanda non è se succederà, ma quando.

Matteo l’esperto (per conto di Serra)

Che ci fa Matteo Renzi, in una foto che lo ritrae in tutta la sua intensità a tratti un po’ cerebrale, sul sito del fondo finanziario Algebris di Davide Serra, con la qualifica di “adviser”, che – ci dicono – vuol dire qualcosa come “esperto” o “profondo conoscitore”, in un think tank dedicato a temi quali Europa, lavoro, fisco e immigrazione?

Che si tratti di quel Matteo Renzi, il leader che scaldava le masse lavoratrici quand’era a capo del “governo più di sinistra degli ultimi 30 anni”, è chiaro dalla biografia (ovviamente in inglese, la seconda lingua di Matteo) dove è presentato come “il più giovane Primo Ministro della storia d’Italia, con soli 39 anni e 1 mese all’inizio del suo mandato” (un record per il quale valeva la pena sbrigarsi a liquidare Letta e battere Mussolini di pochi mesi). A parte l’ovvia considerazione di come si possa giudicare esperto di Europa, fisco, lavoro e immigrazione un tizio che su ciascuno di questi temi ha fallito ed è stato bocciato dagli elettori (ma del resto gli altri due membri del team per salvare l’Europa sono lo stesso Serra, un miliardario in sterline, e Nicholas Clegg, ex viceministro del governo conservatore di David Cameron che ha portato il Paese alla Brexit), potrebbe stupire vedere l’eclettico leader impegnato in ambiti così esotericamente elitari invece che, come aveva promesso, nelle periferie, da cui, povere loro, voleva ripartire. Del resto proprio quel Renzi recentemente scopertosi conferenziere di rango giusto ieri ha parlato a un incontro a porte chiuse “sul futuro dell’Europa” organizzato a Milano proprio dalla Algebris, insieme a finanzieri di razza, investitori e bancaglia varia. “Penso che sia interessante che ci siano delle occasioni di confronto tra professionisti, addetti ai lavori e mondo economico finanziario”, ha commentato forse mettendosi tra i professionisti, senza lesinare complimenti al nascente think tank di cui non a caso fa parte.

Ma il motivo per cui Renzi, prossimo presentatore di documentari su Firenze – città talmente bella che lui vi fa nascere Michelangelo, che però era di Caprese, vicino a Arezzo – veste bene il ruolo di adviser in un forum collegato a un fondo finanziario, è che la sua fibra, la sua struttura mentale, i suoi codici e il suo linguaggio sono sempre stati quelli del capitalismo. Meglio, di quel tipo di capitalismo neo-liberale molto smart, contundente e cinico che a un certo punto della Storia si è messo in testa di allearsi con la politica sedicente di sinistra e cambiare il mondo.

Davide Serra, lo ricorderete, è quel giovanotto dall’eloquio basico e dallo sguardo fisso che, Renzi regnante, andava in Tv a elogiare il Jobs Act dopo aver proclamato alla Leopolda che “lo sciopero non è un diritto”, e in campagna referendaria prendeva un volo per venire a spiegarci, lui londinese d’adozione e culturalmente apolide come tutti i finanzieri oltre un certo Isee, quanto avrebbe aiutato la democrazia una bella rinfrescata della obsoleta Costituzione nata dalla Resistenza, che, come da monito della banca Jp Morgan, ci ha posto fuori dal progresso quale lo intendono gli eletti del mondo.

Così, mentre giurava “con noi conterà la conoscenza, non le conoscenze”, Renzi corteggiava imprenditori, sponsorizzava brand di grido, riceveva ricconi al Four Season, anticipava decreti sulla banche agli investitori amici (incidentalmente editori di giornali che il giorno dopo avrebbero parlato di lui), promuovendo ovunque la sua idea di società prestazionale, dove o si è start-upper o degli sfigati. Non come Serra, che sul suo sito scrive senza ironia “I have an Italian heart but a British brain”. Tiene un cuore italiano, come Gerard Depardieu nello spot dei pelati, ma chissà se è stato quello o il cervello british ad avvicinarlo all’allora più influente politico d’Italia (tanto da finanziargli tutte le campagne elettorali), il quale intanto, con la folle idea di un Senato non elettivo pieno di amministratori locali immuni, si tirava dietro le simpatie di tutti i padronati d’Italia, da Confindustria in giù (o in su?). Renzi non è stato un incidente, ma l’esemplare alfa di una nuova specie antropologica, non più legata al capitalismo familiare o alla razza padrona, ma alle affinità elettive tra vincenti o aspiranti tali, indifferenti ai destini di classe (che possono essere spezzati con la furbizia e qualche spintarella dei babbi) e abbastanza spregiudicati da potersi dire di sinistra continuando a formulare progetti di destra.

Ma il tempo è galantuomo, come ama ripetere sempre il figlio di Tiziano e Laura: non fa che rivelare le persone per quelle che sono e che sono sempre state (quel che non si spiega in tutta questa storia, semmai, è come Serra possa pensare di farsi pubblicità positiva usando non diciamo l’expertise, ma anche solo l’immagine di Renzi).