“Contro l’Ilva stava rinascendo la democrazia, il M5S ha tradito”

Michele Riondino è uno dei nemici del politico del momento, Matteo Salvini.

Non parliamo dei ‘fascisti-salviniani’, altrimenti li legittimiamo.

Ma con le sue esternazioni sul vicepremier leghista, da padrino di Venezia, ha ricevuto diverse critiche.

Affrontare determinati argomenti, da cittadino prima che da artista, serve solo a rimpolpare le tifoserie. Ma cosa sarebbe il mondo se non avesse fretta di ricondurre tutto al gioco curva sud-curva nord? È un discorso, questo, che abbraccia l’intera società.

Sui social le hanno proprio augurato la morte…

All’inizio era tutto un ‘ti sei rubato i soldi dei contribuenti’, poi siamo passati al ‘ti venga un tumore’: a me, mia moglie e mia figlia. Io prima di essere un attore, sono un cittadino. Cittadini, eletti, sono pure i ministri. Dovremmo essere tutti liberi di esprimerci. Senza diventare bersaglio della propaganda.

“Propaganda”?

Beh, il vicepremier ha postato la foto di me e Asia Argento assieme, proprio nei giorni in cui la gogna social era schifosamente attiva su Asia. Il passaggio di senso – infamante e artefatto – era chiaro… infatti siamo arrivati al ‘stai zitto tu che te la fai coi pedofili’. Lo scatto è del 2011: lo staff social di Salvini deve aver spulciato parecchio… Questa è la propaganda: quando hai un obiettivo da colpire, e fai di tutto per condizionare l’opinione della gente, sfruttando un senso comune già presente sui social.

Veniamo ai 5Stelle.

Sono il nemico di un po’ di persone, attualmente. Da sinistra mi accusano di aver attaccato per anni il Matteo sbagliato, ovvero Renzi. E poi c’è il Movimento. Mi danno addosso perché ho detto che si dovrebbero dimettere tutti, dopo l’accordo sull’Ilva. La verità è che io ci credevo davvero. E non solo alla chiusura dell’impianto, ma a un modo diverso di fare e intendere la politica. Ho votato per loro. E mi sono speso perché tanti dei nostri, a Taranto ma non solo, facessero come me.

Per anni non ha votato…

Il mio astensionismo era un atto politico di rifiuto: morivamo di tumore nella mia città, e i partiti, i sindacati, i giornalisti, persino il parroco, andavano a braccetto con il padrone. Ero schifato. Deluso. Incazzato. E tanti come me. Tutta gente che pian piano ha ritrovato la voglia di parlare, di alzare la testa. Il loro voto è andato, almeno in parte, al Movimento 5 Stelle.

Quasi un tarantino su due di quelli che sono andati a votare ha scelto i 5Stelle.

Alcuni del nostro comitato cittadino sono diventati esponenti del Movimento, a Taranto. È successo un po’ come nel Saggio sulla lucidità di Saramago: affetti da un’insolita preferenza per le schede bianche, i cittadini iniziano a occuparsi, dal basso, del governo della città, aiutandosi l’un l’altro. Io ci ho creduto davvero nel Movimento. Ecco perché mi sento due volte tradito. Non solo per l’Ilva. Mi sono sentito proprio usato. Mi sono sentito stuprato, come personaggio.

Stuprato?

Fino al 4 marzo, ricevevo inviti su inviti per manifestare la mia vicinanza ai 5stelle. Io ci ho messo la faccia. Al nostro concertone del Primo maggio abbiamo parlato di chiusura dell’impianto, e c’erano con noi i loro parlamentari eletti a livello locale. E poi?

E poi si prova a governare, no? E Di Maio ha portato a casa l’accordo.

Avevano detto che l’Ilva l’avrebbero chiusa! E questo fino a pochi mesi fa! Quando Di Maio è stato a Taranto, prima di diventare vicepremier, è venuto a parlare di difesa della salute dei bambini. È andato a incontrare il padre di Lorenzo Zaratta, che a 5 anni è morto di tumore: morto perché aveva il piombo in testa per i veleni dell’Ilva. E poi ora che fa Di Maio? Parla di ‘miglior accordo possibile nelle peggiori condizioni possibili’? E chi glielo dice al padre di Lorenzo? Devo pensare che hanno fatto campagna elettorale sui nostri morti, soffiando sulle polveri? Di Maio non può iniziare a parlarmi come un Calenda o un Clini. Si dovrebbero chiedere i danni per truffa a questa gente. Perché o ci hanno preso in giro ora, quando si sono resi conto che non avrebbero potuto chiudere l’Ilva, nonostante le promesse, o lo sapevano già, e ci hanno preso per il culo due volte.

Chiedere i danni per truffa?

Durante il concerto del Primo maggio – quindi dopo le elezioni, ma prima della nascita del governo – un parlamentare 5stelle di primo piano mi disse: ‘Non c’è trippa per gatti, l’accordo va sottoscritto’. Non ci credetti. Mi sbagliai, evidentemente. Quello che mi chiedo è: se è vero che era utopia pensare di chiudere l’impianto, perché non abbiamo aperto un percorso di discussione su questo? Critichiamo la vecchia politica e poi diventiamo sordi e ciechi? Ci alleiamo con Salvini? Non si può esprimere dissenso? Non facciamo autocritica, come il Pd?

Cosa chiederebbe ora a Di Maio?

Di dare un segnale almeno sulla questione dell’immunità penale per i danni ambientali. Non l’ha abrogata, ma come pretende ora di controllare chi agisce? Ti prego, Luigi. Basta annunci. Io conosco la guerra fredda che sta spaccando le nostre famiglie: ci sono 10 mila operai il cui posto è salvo, e 170 mila persone – le mogli e i figli di quegli stessi lavoratori – che continuano a respirare merda. I nostri padri hanno accettato lo scambio salute-lavoro che ha rovinato la prospettiva di sviluppo per questo territorio. Mio padre anche, da ex operaio Ilva. Il ritmo della mia vita è stato scandito dai suoi turni di lavoro. A scuola ci insegnavano il ciclo di acciaio. Servirebbe prima di tutto una riconversione mentale, oltreché ambientale. Pensavo fosse arrivata la volta buona.

Giustizia minorile e baby gang, il Csm riunito a Napoli

Un sollecitoal legislatore affinché renda più facili gli arresti dei minorenni e affinché sanzioni penalmente i genitori che non mandano i figli a scuola. Sono alcune delle conclusioni della risoluzione della VI commissione del Csm sulla giustizia minorile, approvata ieri pomeriggio all’unanimità dal plenum presieduto da Giovanni Legnini. L’organo di autogoverno della magistratura si è eccezionalmente riunito a Napoli per porre l’accento sulla questione delle baby gang e delle devianze giovanili, dalle quali partire per elaborare proposte di riforma in materia. Secondo il consigliere del Csm Raffaele Cananzi, Napoli “ha bisogno dell’attenzione del ministro dell’Interno Salvini perché la questione Napoli si riflette sul Paese”. I lavori sono stati preceduti da un intervento del Pg di Napoli, Luigi Riello, secondo il quale è ingiusto criticare la sospensione della patria potestà per i camorristi “come se fosse una sorta di deportazione di massa. Parliamo di casi estremi, realmente accaduti: se un bambino di 7 anni confeziona droga, l’allontanamento non è una rappresaglia ma l’uscita di sicurezza per il minorenne”.

Delitto Peppino Impastato, Subranni depistatore salvato dalla prescrizione

Contro il generale Antonio Subranni le accuse di favoreggiamento sono ormai prescritte, ma l’ordinanza del gip di Palermo, Walter Turturici, conferma dopo 18 anni le conclusioni dell’Antimafia: le indagini sul delitto di Peppino Impastato, il militante di Democrazia Proletaria dilaniato dal tritolo il 9 maggio 1978, giorno del ritrovamento di Aldo Moro, furono depistate. Archiviando anche le posizioni dei carabinieri Carmelo Canale, Francesco Abramo e Francesco Di Bono, anch’essi prescritti, nell’ordinanza il gip descrive il contesto di “vistose, se non macroscopiche anomalie delle attività investigative” già tracciato nel 2000 dal comitato di San Macuto presieduto da Giovanni Russo Spena, che aveva dovuto “destrutturare un vero e proprio teorema (la morte del terrorista incauto e, alternativamente, la morte di un suicida) costruito con assoluta unilateralità e pregiudizialità e senza alcuna verifica dei fatti, delle prove, degli indizi, da parte dei titolari delle indagini fin dal momento del rinvenimento dei resti dilaniati di Giuseppe Impastato”.

Parole oggi confermate dal gip per cui Subranni – recentemente condannato a 12 anni nel processo sulla Trattativa Stato-mafia – “aprioristicamente, incomprensibilmente, ingiustificatamente e frettolosamente escluse la pista mafiosa”. La commissione ipotizzò che quell’esclusione avesse potuto trovare una ragione “in rapporti tra la cosca di Cinisi e segmenti delle istituzioni con essa compromessi”, ma il fratello di Peppino, Giovanni Impastato, ha sempre puntato il dito contro Subranni individuando un altro possibile movente: la strage (rimasta impunita) della casermetta di Alcamo Marina, nel 1976, in cui vennero uccisi due carabinieri: “Mio fratello – racconta Giovanni – si stava interessando attivamente a quella strage, gli uomini dell’Arma vennero a perquisire casa nostra, visto che era considerato un estremista. Da lì Peppino iniziò a raccogliere informazioni che accumulava in una cartelletta che fu sequestrata e mai più restituita’’ nel corso di una perquisizione informale la mattina del ritrovamento del corpo dilaniato: “Nel nostro codice – conclude – non esiste questo genere di perquisizione”.

Flat tax e pace fiscale: “Così cambierà il fisco”

“Revisione della legge Fornero, introduzione della Flat tax e pace fiscale con i contribuenti in mora: si partirà da qui anche prima della legge di Bilancio, nel governo c’è pieno accordo e ci sono anche le coperture, ma su quelle non dico niente, non voglio rubare il mestiere al ministro Tria”.

Il sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, Armando Siri, è appena uscito dalla riunione “tecnica” convocata al Viminale dal vicepremier Matteo Salvini e dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti sulle misure che dovranno dare l’imprinting della Lega alla manovra che comincerà a prendere forma con la nota al Def da presentare il prossimo 27 settembre.

Due ore trascorse con i capigruppo di Camera e Senato e gli esponenti leghisti piazzati in ruoli chiave nelle commissioni economiche parlamentari e al governo, da dove sono uscite tre certezze su cui il Carroccio salviniano punterà per passare la verifica delle elezioni europee la prossima primavera. La prima è che la Flat tax si farà e come ogni tassa “piatta” che si rispetti sarà a una sola aliquota, ma non investirà solo l’Irpef. La misura riguarderà due milioni di partite Iva, alle quali verrà allargato il regime forfettario dell’aliquota al 15% applicata a Irpef e Irap e che prevede l’esclusione dall’Iva.

L’imposta sostitutiva forfettaria è limitata finora a professionisti e commercianti che raggiungono al massimo un ammontare di ricavi, su cui calcolare poi l’imponibile, tra i 25mila e i 50 mila euro, a seconda dei settori di attività. Il progetto del governo fissa a 65 mila euro il nuovo riferimento del forfettario confermando l’aliquota al 15%, e portando al 20% il prelievo sul reddito eccedente fino a 100 mila euro. La Flat tax al 15% sarà applicata dal primo gennaio 2019 anche sull’Ires (adesso si paga un’aliquota del 24%) a favore delle piccole società di persone e di capitale, se decideranno di investire una parte dei loro ricavi in attività che creino posti di lavoro, innovazione e per rafforzare il capitale sociale.

Il gran serbatoio di deduzioni e detrazioni, su cui aveva messo gli occhi il governo per finanziare la riforma fiscale complessiva, per ora verrà soltanto ridotto con una limatura di facilitazioni, per non innestare l’effetto contrario di un aumento della tassazione. Il lavoro dipendente dovrà invece aspettare la sua Flat tax l’esercizio successivo, quando, secondo i progetti della Lega, le tax expenditure appena limate saranno completamente abolite e sostituite con una deduzione unica di tremila euro, modulata in base al nucleo famigliare. Ma non è escluso che qualcosa possa essere anticipato a quest’anno.

La futura legge di Bilancio dovrebbe portare anche la “quota 100” (la somma tra età anagrafica e contributiva) o in alternativa i 41 anni e mezzo di contributi versati, come traguardo da raggiungere per andare in pensione. L’età anagrafica sufficiente per far scattare il pensionamento potrà essere anche di 62 anni e non 64, ha ribadito nella riunione Matteo Salvini (costo 13 miliardi lordi nel 2019).

La “pace fiscale” che vuole fare la Lega con i contribuenti detentori di una cartella esattoriale dovrebbe arrivare addirittura per decreto e prima dell’approvazione della manovra. A beneficiarne saranno tutti coloro che hanno in piedi un contenzioso con il fisco di un valore fino a un milione di euro, che saranno invogliati a pagare con tre aliquote speciali, del 6 del 10 e del 25% in funzione del reddito e della composizione del reddito famigliare.

Da questo provvedimento si attendono incassi per 20 miliardi di euro.

Caos vaccini a scuola, due casi emblematici a Torino e in Veneto

È stato ammesso a scuola ma ha trascorso il primo giorno di lezione lontano dagli altri bambini perché non vaccinato. È accaduto alla scuola dell’infanzia Arcimboldo di via della Consolata a Settimo Torinese, alle porte del capoluogo. Il bimbo è figlio di genitori “No Vax” che finora non ha fatto vaccinare il piccolo. Discussioni e battibecchi, fino a quando la dirigente scolastica ha deciso di chiamare i carabinieri, che hanno poi inviato una segnalazione alla Procura, per chiarire la situazione e registrare la posizione dei genitori.

In Veneto, invece, un bambino di otto anni che ha sconfitto la leucemia grazie anche alla donazione del midollo da parte della sorellina e a una pesante chemioterapia, non potrà, per il momento, mischiarsi ai compagni di classe. Tutto è legato al fatto che tra gli alunni di un istituto del trevigiano ci sono cinque bambini non vaccinati che potrebbero compromettere la sua salute. La vicenda è stata riferita da un medico di Castelfranco Veneto (Treviso), Oriana Maschio, con un post su Facebook proprio quando con il ‘Milleproroghè si parla di riaprire la partita “no vax”.

Soldi pubblici in tasca. La storia dei 49 milioni

Perché mai al partito di Matteo Salvini è stato chiesto di pagare 49 milioni di euro allo Stato? È il frutto di una “sentenza politica” scritta per “uccidere la Lega”, protestano i suoi dirigenti. Nasce da una inchiesta su un passato ormai riposto in soffitta, quello del Carroccio verde di Umberto Bossi, oggi sostituito dalla nuova Lega giallo-blu di Matteo Salvini, incalzano i suoi uomini. È proprio così?

In principio fu Alfredo Robledo, il magistrato della Procura di Milano (poi trasferito a Torino dopo un duro conflitto con il procuratore Edmondo Bruti Liberati) che nel 2012 avviò un’inchiesta sui conti della Lega, allora nelle mani di Umberto Bossi e del tesoriere Francesco Belsito. L’indagine si divise in due tronconi, uno che proseguì a Milano (dove ora dovrebbe iniziare il processo d’appello), l’altro che fu trasferito a Genova (appello in corso, sentenza probabilmente a novembre).

I fatti: alla Lega è contestato di aver chiesto, nel periodo 2008-2010, denaro pubblico, come rimborsi dalla Camera e dal Senato, con rendicontazioni irregolari. Insomma con carte truccate, che documentavano attività diverse da quelle realmente svolte. I giudici stabiliscono che i fondi incassati con documentazione irregolare – e dunque da restituire – siano in totale 49 milioni. Una parte (oltre 500 mila euro) fu spesa per finanziare la “Family”, come era scritto su una cartellina sequestrata a Belsito dove erano elencate le spese per la famiglia Bossi: la ristrutturazione della casa del senatur a Gemonio, le multe del figlio Renzo detto “il Trota”, la sua “laurea” comprata in Albania, l’operazione di rinoplastica dell’altro figlio, Sirio… Una parte più consistente fu invece impiegata da Belsito in investimenti avventurosi: in un’operazione finanziaria in Tanzania, in un fondo a Cipro, in acquisti di diamanti, in un conto in corone norvegesi… I soldi recuperati da questi investimenti furono poi comunque impiegati per finanziare le attività politiche della Lega. Non senza irregolarità: “Si rimane sbalorditi”, scrivono gli avvocati che assistono Camera e Senato contro la Lega, “nel sapere che”, in tempi di austerità, “venivano distribuiti migliaia di euro in nero a dipendenti della Lega tramite buste Buffetti”.

A Milano è arrivata una sentenza di primo grado che condanna Belsito, Umberto e Renzo Bossi per appropriazione indebita, cioè per aver utilizzato soldi pubblici per fini personali e non di partito (cure mediche per il fondatore malato, la ristrutturazione di casa, la “laurea” e le multe dei figli, eccetera). A Genova, invece, la condanna in primo grado (a Bossi, Belsito e tre revisori) riguarda i soldi pubblici spesi per il partito, ma ricevuti sulla base di rendiconti falsi. Belsito è stato condannato anche per appropriazione indebita, ma il centro del processo è la truffa nei confronti dello Stato. Perché attraverso “artifici e raggiri”, si legge nella sentenza, sono state “riportate nel rendiconto false informazioni circa la destinazione delle spese sostenute, in assenza di documenti giustificativi di spesa”. Salvini sostiene che si tratta di responsabilità non sue, ma della gestione precedente, di Bossi e Belsito. Vero. Ma il partito è lo stesso e secondo i magistrati c’è continuità tra la cassa gestita dal tesoriere di Bossi e quella di Salvini. Anche perché i soldi chiesti con rendiconti falsi tra il 2008 e il 2010 sono stati effettivamente pagati dal Parlamento fino al 2013 e incassati dalla Lega di Bossi (35 milioni fino al 2012), da quella di Roberto Maroni (12,9 milioni tra il 2012 e il 2013) e anche da quella di Salvini (800 mila euro nel 2013). Il nuovo tesoriere, Giulio Centemero, dice: “Sono soldi che abbiamo speso per l’attività politica del partito”. Vero. Ma i giudici ne pretendono la restituzione perché ottenuti in maniera illegittima, con rendiconti falsi. “Sono soldi che non ci sono più”, continua Centemero. Vero. Ma è stato avviato un “sequestro per equivalente”: sul conto corrente della Lega, la Guardia di finanza ha trovato soltanto 1,65 milioni; il resto dovrà essere sequestrato in futuro “ovunque e presso chiunque custodito”.

A questo punto si apre un nuovo problema: i magistrati sospettano che, per evitare il sequestro, i soldi della Lega siano stati dirottati altrove, in casse non immediatamente riconducibili al partito. Per questo la Procura di Genova ha avviato un’inchiesta per individuare eventuali flussi finanziari riconducibili alla Lega. E si coordina con la Procura di Roma che indaga sui finanziamenti del costruttore Luca Parnasi all’associazione PiùVoci, di area leghista. Nelle scorse settimane è stata posta la domanda: perché i giudici non hanno sequestrato, in passato, i soldi della Margherita, dopo che il tesoriere Luigi Lusi era stato coinvolto in vicende simili a quelle di Belsito? La risposta è che la Margherita aveva chiesto i danni a Lusi, indicandolo come colui che si era intascato i soldi del partito, sottraendoli alle sue casse ufficiali. La Lega i soldi illegittimamente incassati li ha spesi e non ha chiesto i danni a Bossi e Belsito. Così ora si apre la caccia al tesoro.

“Autostrade, nasce una nuova agenzia per la vigilanza”

“Nascerà un’agenzia di vigilanza che si occuperà della vigilanza e dei controlli nelle autostrade”. Edoardo Rixi, sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, racconta quale sarà uno dei punti cardine del decreto del governo atteso per giovedì. Anzi, i decreti potrebbero essere due: uno dedicato a Genova, l’altro dedicato soprattutto alla convenzione autostradale.

Diverse le novità previste: “La nascita di un’agenzia, esterna al ministero, dovrebbe garantire l’assunzione di nuovi ispettori”, spiega Rixi, genovese. Attualmente i tecnici addetti alla vigilanza sono soltanto 120, troppo pochi. Previsti anche una banca dati unica per le infrastrutture e una nuova disciplina per i collaudi e le verifiche a carico dei concessionari.

Per il ponte di Genova il decreto potrebbe prevedere una deroga al codice appalti che prevederebbe un affidamento diretto.

Fonti ministeriali, però, definiscono “molto remota” la possibilità che il decreto possa revocare l’intera convenzione ad Autostrade.

No al patteggiamento a 5 anni: l’ex pm Longo rinviato a giudizio

Il giudice di Messina Tiziana Leanza ha rinviato a giudizio l’ex magistrato Giancarlo Longo e i consulenti Francesco Perricone e Giuseppe Cirasa, coinvolti nell’inchiesta “Sistema Siracusa”, legata al presunto giro di indagini pilotate in cambio di favori. Per Longo, oggi giudice a Napoli ma sospeso e accusato di corruzione, il giudice ha rigettato il patteggiamento, ritenendo la richiesta “palesemente incongrua” in relazione ai fatti emersi nel corso delle indagini per la “reiterazione di condotte delittuose”.

L’accordo con la Procura prevedeva cinque anni con le dimissioni dalla magistratura e la rinuncia al Tfr per l’ex pm Longo, 5 mesi e 16 giorni in sanzione pecuniaria da 42 mila euro per Cirasa, e due anni a Perricone. Accolta solo la richiesta di Bruno Gastaldi, suocero di Longo. Anche il patteggiamento per l’avvocato Giuseppe Calafiore, due anni e 30 mila euro di risarcimento, è stato respinto dal giudice e gli atti sono tornati ai pubblici ministeri per nuove indagini. Il processo inizierà a novembre.

L’inchiesta e il processo

I primi arresti sono il 2 dicembre 2014: in manette finiscono 28 persone, tra cui Massimo Carminati, ex terrorista nero, e Salvatore Buzzi, già detenuto per omicidio e capo della cooperativa 29 giugno con un ruolo preminente in Legacoop e ramificate relazioni istituzionali. Contestati a vario titolo reati di corruzione, estorsione, usura e riciclaggio, ma anche l’associazione mafiosa. Nel giugno 2015 avvengono altri 44 arresti.

Diversi politici locali tra gli arrestati: Luca Gramazio, all’epoca consigliere regionale FI nel Lazio, l’unico accusato di mafia; Mirko Coratti, già presidente Pd dell’Assemblea capitolina; Daniele Ozzimo, ex assessore Pd alla Casa; Giordano Tredicine (FI); Massimo Caprari (Cd); Andrea Tassone (Pd); Angelo Scozzava (Pd).

In primo grado, nel luglio 2017, non vengono riconosciute né l’associazione mafiosa né l’aggravante mafiosa per gli imputati. Massimo Carminati viene condannato a 20 anni, Buzzi a 19, Brugia (l’ex braccio destro di Carminati) a 11. Tra i politici, Gramazio prende 11 anni, Coratti 6, Tassone e Scozzava 5, Tredicine 3, Ozzimo 2 anni e 2 mesi in abbreviato, Caprari due mesi in più.

“Condizionavano l’economia e la politica”

La sentenza ha riconosciuto l’esistenza di un’autoctona associazione mafiosa nella Capitale, ma ha anche legittimato un metodo, “una linea investigativa che ha trovato conferma e che per la prima volta racconta come anche in un territorio, come quello romano, la mafiosità non abbia trovato impedimenti a mettere le proprie radici”. Lo dice Luca Tescaroli, uno dei magistrati che – con gli aggiunti Michele Prestipino, Paolo Ielo e Giuseppe Cascini – ha condotto le indagini sul “Mondo di mezzo”.

Che cosa rappresenta questa sentenza?

Siamo molto soddisfatti. Questa sentenza rappresenta un punto di arrivo ma anche di partenza. Un punto di partenza perché getta le basi per ulteriori sviluppi investigativi. Un punto di arrivo perché afferma che esiste anche a Roma una struttura in grado di condizionare la vita politica ed economica della città, ma anche di intimorire la popolazione. C’è chi ha ritrattato, chi ha mentito, chi si è sentito male quando è stato sentito in aula: sono tutti dati rappresentativi della forza di intimidazione di questo gruppo criminale.

Piccole mafie che prendono il controllo del territorio?

Sono strutture che si avvalgono del metodo mafioso che consiste nella forza di intimidazione che produce assoggettamento e omertà e che sussiste anche nei casi in cui non vi sia un controllo del territorio in senso fisico. Mafia Capitale rientra nella categoria di quelle mafie più ridimensionate rispetto alla ’ndrangheta, camorra e Cosa Nostra che, come nel caso di Roma, operano soprattutto su aree di influenza di tipo economica e sui rapporti sociali. È un sistema diverso rispetto alle tradizionali strutture mafiose alle quali siamo abituati, ma che per questo non devono essere trattate come associazioni “semplici”, come avvenuto in primo grado. Nella sentenza precedente infatti i giudici avevano riconosciuto due associazioni “semplici”, svincolate l’una dall’altra. La Corte d’appello invece ha condiviso le valutazioni giuridiche proposte dal nostro ufficio.

Durante questo processo, voi magistrati siete stati accusati spesso da stampa e dalle difese.

Ci hanno accusato di aver compromesso l’immagine della Capitale, ma questa sentenza dimostra che abbiamo operato correttamente. Ogni sentenza deve essere rispettata e chi non la condivide può impugnarla. In ogni modo, in tre anni e dieci mesi, siamo arrivati a una pronuncia di merito definitiva (la Cassazione si pronuncerà sulle questioni di diritto), senza che nessun reato si sia prescritto.

Tra gli assolti c’è Giuseppe Ietto, l’imprenditore che gestiva otto bar nelle sedi Rai. Adesso può rientrare nell’assegnazione dei bar? La sentenza ritiene anche altri imprenditori non collusi ma vittime?

Ietto è stato assolto, saranno lui e altre amministrazioni a decidere cosa fare delle attività imprenditoriali. Ma altri sono stati condannati come partecipi, come gli imprenditori Cristiano Guarnera e Agostino Gaglianone