Tanti sconti perché quel gruppo criminale non può più operare

Se fosse un film la sentenza di ieri potrebbe intitolarsi “C’era una volta Mafia Capitale”. C’era e non c’è più, di qui le pene ridotte nonostante il 416 bis. La sentenza della Corte di Appello infatti ha riconosciuto l’esistenza di un’associazione mafiosa con a capo Massimo Carminati, ma con tutta probabilità ha ritenuto che “Mafia Capitale” sia stata sterminata dagli arresti, come un dinosauro colpito da un meteorite. Al momento è solo una deduzione basata su un’osservazione: dal 2015 le pene per mafia sono più pesanti.

Se la Corte avesse ritenuto Carminati tuttora capo di un’associazione mafiosa operante, avrebbe dovuto affibbiargli più di 14 anni e mezzo, applicando le pene della nuova legge. Invece è probabile che al “Nero” sia stata applicata la normativa più blanda vigente nel 2014, quando è stato arrestato e Mafia Capitale si è estinta.

Comunque una grande vittoria per la Procura guidata da Giuseppe Pignatone e per i pm Paolo Ielo, Luca Tescaroli, Giuseppe Cascini e Giuseppe Prestipino. Una grande sconfitta per una parte della classe forense romana, in testa il difensore di Carminati, Giosué Bruno Naso, arrivato a insultare ripetutamente il giornalista Lirio Abbate, colpevole di avere anticipato con le sue inchieste il lavoro dei pm.

Carminati, proprio al suo avvocato Ippolita Naso, figlia di Bruno, confidava dopo aver letto un articolo, quando era in libertà, di voler spaccare la faccia al giornalista. Ciononostante dopo gli attacchi di Bruno Naso, dai suoi colleghi non è arrivata alcuna solidarietà ad Abbate. Anzi. Il presidente della Camera Penale romana Cesare Placanica, nel processo di Appello, dopo Naso, ha attaccato anche lui sul piano personale il giornalista.

Scene mai viste a Palermo, una piazza più abituata ai processi di mafia e ai giornalisti minacciati.

La sentenza di ieri dovrebbe spazzare questo clima da derby e consigliare una partita più tecnica e meno emotiva in Cassazione. Il punto che i giornalisti e gli avvocati del fronte “anti mafia capitale” non vogliono accettare è che il riconoscimento dell’articolo 416 bis non richiede l’esistenza di una cupola mafiosa o di un clan organizzato come i corleonesi. Bastano i requisiti del vincolo associativo e della capacità intimidatoria che da quello deriva. In altri termini se a Roma il nome di Carminati terrorizza imprenditori e politici (non perché è un brutto ceffo ma perché è notoriamente a capo di un gruppo in grado di ottenere obbedienza, profitti e voti grazie all’intimidazione) questa è mafia. Anche se non c’è un padrino, un’iniziazione, un mandamento o una ’ndrina.

La sentenza di primo grado non ha ravvisato i requisiti del 416 bis in quella che Carminati definiva in modo sarcastico “la mafia del benzinaio” di Corso Francia. La Corte d’Appello ieri ha spazzato via le tesi del “Nero”, dell’avvocato Naso e del collega Placanica: ora si può nuovamente parlare di Mafia Capitale in senso proprio.

Per i giudici, un’associazione criminale di stampo mafioso, autonoma e autoctona, magari piccola rispetto alle mafie tradizionali, sotto il cupolone esiste. O meglio esisteva. Nonostante il riconoscimento della mafiosità, le pene si sono ridotte proprio perché mentre Cosa Nostra sopravvive all’arresto di Totò Riina, Mafia Capitale scompare quando il “Nero” va dietro le sbarre.

Bisognerà attendere le motivazioni per capire il ragionamento che ha portato i giudici di Appello a capovolgere l’impostazione cerchiobottista del Tribunale: un colpo al cerchio (l’esclusione del 416 bis) e uno alla botte (le pene alte: 19 anni a Buzzi e 20 a Carminati). In Appello il reato sale di grado e le pene scendono a livelli più “umani” dei 20 anni inflitti al boss Carminati o degli 11 inflitti al politico Luca Gramazio.

Con alcune conseguenze paradossali: l’ex consigliere regionale del Pdl, pur avendo avuto una riduzione a 8 anni e 8 mesi, teoricamente potrebbe tornare in carcere dai domiciliari, sempre che i pm non ravvisino la fine delle esigenze cautelari. Tra gli assolti c’è l’imprenditore Giuseppe Ietto, titolare della società che aveva in gestione i bar della Rai. La Corte potrebbe aver ritenuto i suoi rapporti con Carminati non del tutto “liberi” posto che aveva di fronte il capo di una mafia e non di un’associazione criminale semplice. Sul verdetto dovrà pronunciarsi la Cassazione che però in fase cautelare aveva già condiviso l’impostazione accusatoria.

“Mafia Capitale era mafia”. Ma le pene sono ridotte

Mondo di mezzo torna a essere Mafia Capitale. La prima, quella immaginata dalla Procura di Roma che vedeva nell’ex Nar Massimo Carminati, nel “ras” delle coop romane Salvatore Buzzi e in altri, un gruppo mafioso. Ieri i giudici della III sezione penale di Appello, presieduta da Claudio Tortora, hanno dato ragione ai magistrati di Giuseppe Pignatone riconoscendo per 18 dei 43 imputati l’accusa di 416 bis o di concorso esterno, ossia di essere un’unica associazione a delinquere mafiosa decapitata con gli arresti del dicembre 2014.

Insomma, nel merito, i giudici hanno sostenuto che anche nella Capitale esisteva una mafia – molto più ridimensionata rispetto alle tradizionali associazione come Cosa Nostra o camorra – ma con una forza di intimidazione tale da generare omertà e paura.

Nonostante a differenza del primo grado sia stato riconosciuto il 416 bis, le pene inflitte sono minori e ciò dipende dal fatto che, considerando cessata l’associazione nel momento in cui Massimo Carminati e gli altri sono finiti in galera, si applica la vecchia normativa penale.

E così l’ex Nar è stato condannato a 14 anni e 6 mesi di reclusione; l’uomo ritenuto dai pm il suo braccio destro, Riccardo Brugia, dedito alla riscossione dei crediti, a 11 anni e 4 mesi. La pena più alta è stata inflitta a Salvatore Buzzi, l’ex patron della 29 giugno, la coop romana che si sedeva ai tavoli delle cene di finanziamento del Pd ma che parlava anche con la destra: è stato condannato a 18 anni e 4 mesi, più di Carminati.

E poi c’è la politica, con Luca Gramazio, ex consigliere regionale Pdl, che dopo aver ottenuto i domiciliari, ieri è stato condannato a 8 anni e 8 mesi anche per mafia.

Concorso esterno riconosciuto invece per Franco Panzironi, ex amministratore delegato della municipalizzata romana Ama, condannato a 8 anni e 7 mesi.

Poi ci sono coloro che non rientrano nell’associazione mafiosa: sono stati condannati a vario titolo per reati di corruzione e turbativa d’asta. Tra questi l’ex presidente dell’assemblea Capitolina, Mirko Coratti (4 anni e 6 mesi) e gli ex consiglieri comunali Pierpaolo Pedetti del Pd (3 anni e 2 mesi) e Giordano Tredicine del Pdl (2 anni e 6 mesi).

La sentenza di ieri ha ribaltato completamente quanto deciso dai giudici di primo che avevano tracciato nella loro sentenza l’esistenza non di una ma di due singole associazioni “semplici”, “due mondi”, quello di Carminati dedito all’usura e all’estorsione e quello di Buzzi agli appalti pubblici. Era una Roma corrotta quella che si raccontava nelle 3.200 pagine di motivazioni di primo grado, ma non mafiosa. Una visione superata ieri: il “mondo di sopra” e quello di “sotto” tornano a parlarsi. Le conseguenze potrebbero esserci già nel breve termine: la Procura generale potrebbe chiedere di ripristinare il 41 bis (il carcere duro) per Buzzi e Carminati, come pure potrebbe chiedere di far rientrare in carcere chi è ai domiciliari.

In sei invece possono tirare un sospiro di sollievo. Come l’imprenditore Giuseppe Ietto che gestiva, prima dell’inchiesta, alcuni bar nelle sedi della Rai: è stato assolto per non aver commesso il fatto come l’imprenditore Daniele Pulcini. Assolta anche, ma perché il fatto non costituisce reato anche Nadia Cerrito, ex segretaria di Buzzi.

Per Luca Odevaine, ex componente del tavolo per i migranti del Viminale, è stato accolto un patteggiamento a 5 anni e 2 mesi. “La sentenza conferma la gravità di come il sodalizio tra imprenditoria criminale e una parte della politica corrotta abbia devastato Roma”, ha detto la sindaca di Roma, Virginia Raggi, presente ieri in aula bunker.

Meno soddisfatte le difese. Giosuè Naso, difensore di Massimo Carminati, ha affermato: “L’insussistenza dell’accusa mafiosa mi sembrava inattaccabile. O non capisco più nulla di diritto, ci può stare, oppure è successo qualcosa di stravagante che ha influito sulla sentenza. In questo Paese la magistratura si arroga il compito di moralizzare la società”. Alessandro Diddi, difensore di Buzzi, parla di “fatto grave”: “Una bruttissima pagina per la giustizia del nostro Paese”.

 

La giunta alle 6.30 di mattina per evitare le distrazioni social

È già stata ribattezzata “la battaglia di Firenze”. Tra un anno, oltre alle elezioni europee, l’unica grande città ad andare al voto sarà proprio il capoluogo toscano, rimasto l’ultimo bastione renziano in tutta la Regione (e forse in tutta Italia): a scontrarsi saranno il centrodestra a trazione leghista che in queste settimane sta cercando un candidato appetibile e il sindaco uscente Dario Nardella che le proverà tutte per restare a Palazzo Vecchio. Con quale strategia? La prima mossa riguarda la sveglia: Nardella convocherà le riunioni di giunta all’alba per evitare che i propri assessori si distraggano con telefonate, chat o social network di vario genere. Quindi niente più riunioni alle 8.30 del mattino ma ben due ore prima, intorno alle 6.30. La prima giunta si è svolta, tra l’incredulità e gli sbadigli dei suoi collaboratori, la scorsa settimana e da ora in poi sarà sempre così. L’idea di Nardella, in realtà, non è certo innovativa: già il suo predecessore Matteo Renzi dopo la vittoria alle primarie del 2013 aveva deciso di convocare la segreteria alle 7 del mattino. Non ha portato molta fortuna.

“Mai stato nel Giglio Magico: non ho tutor”

Amaggio Firenze andrà al voto. Il destino della capitale del Giglio magico si giocherà sul filo di lana e subirà l’onda d’urto leghista perché quel voto sarà abbinato alle Europee. Magari il sindaco Dario Nardella ritornerà al suo amato violino.

È una possibilità.

Sua moglie lo sa, ne avete parlato.

Dell’idea che si torni a fare quel che facevo? Mai nascosto nulla. Senza recare offesa al violino, le possibilità che resti sindaco sono un po’ più elevate.

Più che Nardella il problema è Renzi. Troppa gente vorrebbe dargli un’altra legnata e non vede l’ora di bastonarlo per il suo tramite.

I fiorentini pensano a Firenze, non a Renzi.

Lei ai tempi di Renzi era renziano, ai tempi di Salvini si è un po’ salvinizzato: sulla ruspa ad asfaltare i rom.

Se non capisce che la questione della sicurezza è decisiva.

Le case popolari “prima agli italiani”.

Rivendico tutto quel che ho fatto.

Le direi che ha fatto una cazzata.

So che ho lavorato come un matto e i fiorentini lo hanno visto. Firenze sta cambiando davvero. La tramvia, due linee, 12 chilometri nuovi di zecca e senza una polemica, un’inchiesta, l’odore sporco dell’intrallazzo.

Odora di Giglio magico, è un bel problema.

Io non ne ho mai fatto parte!

Pinocchio!

I conti con Matteo li ho tutti regolati.

Che fa, disconosce?

Potrei io disconoscere un’amicizia antica? Chi mi crederebbe? Ho incontrato sulla mia strada Matteo Renzi il quale mi ha sostenuto nella sfida più grande.

E si ritorna al punto: Nardella sa troppo di Matteo.

Detto questo, ho seguito il mio destino, ho fatto il sindaco in autonomia.

Non ha più bisogno di lui.

Firenze ha bisogno di un sindaco e soprattutto di un buon governo. E i fiorentini sanno che se Nardella perderà, il centrodestra si allargherà fino in Regione. I leghisti, con quell’armamentario verbale anche violento…

La ruspa, per esempio.

I fiorentini mi conoscono: in 5 anni possono valutare cosa ho dato e cosa no.

L’errore più grande che ha commesso?

Mi ci faccia pensare…

Se è più d’uno allunghi pure.

È che ogni volta ne dico uno diverso e sembra che ne abbia fatti tanti.

Consiglierei di dirne solo uno e poi ricordarselo.

Non aver promosso per tempo una rigenerazione nella burocrazia comunale. Per cambiare bisogna avere uomini al fianco che abbiano i tuoi stessi tempi e la medesima passione.

Se Matteo domani le dicesse: facciamo un comizio insieme in piazza della Signoria lei sverrebbe subito o resisterebbe il tempo di trovare una sedia e adagiarsi affranto?

Renzi sarebbe il benvenuto.

E qui di nuovo siamo al violino: davvero vuole ritornare all’amato strumento?

Non ho problemi col mio lavoro di musicista.

In effetti lei un lavoro ce l’ha.

Lo vuol capire che mi sento libero da ogni tutoraggio?

Firenze non è più una città ma un luna park.

Vada a dirlo a chi campa di turismo, ai fiorentini che vivono affittando le case. Che poi bisogni custodirla, rispettarla, obbligare chi la visita a essere civile è un altro discorso.

Quanti soldi fa con la tassa di soggiorno?

35 milioni di euro l’anno.

Quando si dice la botte piena e la moglie ubriaca.

Buonasera.

Davide Serra arruola Renzi nel pensatoio di Algebris

Milano, dieci di mattina, nella splendida Villa Necchi Campiglio, Algebris, la creatura di Davide Serra, incontra la comunità finanziaria. All’evento è presente, come relatore, un ospite d’eccezione: l’amico Matteo Renzi. L’ex premier, ora “semplice senatore di Scandicci”, non è lì per caso. Sale sul palco nella seconda parte dell’incontro per presentare la prima iniziativa del think tank di Algebris, di cui è diventato adviser, consulente. È il volto di punta insieme a un altro politico di lungo corso, Nick Clegg, l’ex leader del partito liberale e vicepremier durante il governo di David Cameron.

Algebris – 132 milioni di euro di ricavi, 37 di profitti nel 2017 – ha base a Londra, ma in Italia, più che come gestore di fondi, ha fatto parlare di sé per i rapporti del suo fondatore. Serra è il più noto investitore vicino a Renzi, suo finanziatore della prima ora e ombra finanziaria fin dalla prima Leopolda. Legame che gli ha causato non poche polemiche, visto anche il rapporto assai disinvolto che il fiorentino ha avuto col mondo degli affari nei tre anni di governo.

L’Algebris Policy & Research Forum è un forum consultivo “senza fini di lucro – si legge sul sito di Algebris – destinato a promuovere e incoraggiare un’economia forte ed equilibrata”, anche “condividendo conoscenze e ricerche di esperti con il pubblico, gli enti governativi e non governativi”. Il forum “pubblicherà relazioni di esperti e raccomandazioni”, che spazieranno dalle questioni politiche a quelle economiche, come “i servizi digitali e l’elusione fiscale”. L’area di riferimento è l’eurozona. Nell’incontro di ieri (The future of Europe) ha presentato uno studio sugli effetti della permanenza nell’euro sul Pil italiano. Renzi si è confrontato con Clegg sulle prospettive dell’Europa, moderato da Serra. Per ora sono gli unici membri del forum. L’ex premier ci è entrato appena è nato, questa estate. Per Serra, da vent’anni a Londra, poterlo schierare nel suo pensatoio è un bel colpo di immagine. E per Renzi? Sul sito si legge che “il forum è completamente indipendente dalle operazioni commerciali di Algebris (Uk) Limited”, anche se ieri gli investitori chiamati da Algebris per illustrare le sue strategie di investimento erano gli stessi che poi hanno assistito al dibattito del forum. Dalla società chiariscono che Renzi lo fa pro bono. Fonti vicine all’ex premier spiegano però che quando Algebris lo chiama per gli speech, viene pagato. Non è una novità, visto che questa settimana ne terrà uno in Francia, dove parlerà di credito cooperativo locale, chiamato da un’università, e la prossima settimana in Cina, in un’azienda tecnologica. Da marzo a oggi ha già tenuto oltre una decina di interventi, dal Qatar (che ha imponenti investimenti in Italia) al Kazakistan, agli Usa. Non è l’unica fonte di guadagno per il senatore, che sta realizzando anche un documentario tv su Firenze. A gennaio 2018 annunciava di avere in banca 15 mila euro, ma poi ha acquistato una villa da 1,3 milioni.

Renzi non è il primo politico a incrociare la finanza. La lista è lunga, da Tony Blair (Tap) a Gerhard Schröder (Gazprom), fino all’ex presidente della Commissione Europea, José Barroso (Goldman Sachs), anche se, in questo caso, solo per le attività culturali. Certo è che Renzi è ancora attivo in politica: è senatore e leader di fatto del primo partito di opposizione italiano.

Da parte sua Algebris nega qualsiasi legame tra il ruolo di Renzi e le attività dei sette fondi gestiti, uno dei quali investe in Italia in banche e crediti deteriorati. Ed è proprio per gli affari nel settore che è finita nelle polemiche politiche degli ultimi anni. L’ultima delle quali riguarda la vicenda della riforma delle banche popolari, varata dal governo Renzi a inizio 2015. È stato il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, a chiamare in causa Serra insieme a Carlo De Benedetti, tra gli investitori attivi a ridosso del decreto. Il patron di Algebris ha però sempre smentito fermamente, anche quando è stato sentito dalla Consob, che indagava sugli investimenti fatti dalla Romed di De Benedetti su diverse banche alla vigilia del decreto.

Il nome di Serra è comparso anche nelle vicende di Banca Etruria. Le cronache finanziarie riportarono il suo interessamento per rilevare i crediti deteriorati della banca aretina, assai cara alla Boschi (operazione poi sfumata). Ironia della sorte, ieri in platea ad ascoltare Renzi c’era anche Federico Ghizzoni, l’ex ad di Unicredit che rivelò le attenzioni e le richieste della ex ministra renziana per salvare l’istituto, tramutatesi poi in ritorsione per il mancato soccorso (una norma fiscale utile a Unicredit fu bloccata per mesi). “Il mio governo l’ha aiutato: ma non per lui, per salvare i correntisti”, ha detto ieri Renzi. Non gli è ancora passata.

Milleproroghe, il Pd fa ostruzionismo: si va verso la fiducia

È arrivato il primo ostruzionismo parlamentare dell’opposizione nella diciottesima legislatura (e forse arriverà anche la prima questione di fiducia del governo gialloverde). Ieri alla Camera è approdato il decreto Milleproroghe, che contiene tra le altre cose il rinvio della norma sull’obbligo vaccinale per l’accesso all’istruzione obbligatoria, lo stop alla riforma delle intercettazioni e del bando periferie. La maggioranza ha respinto le pregiudiziali di costituzionalità presentate da Pd, Fratelli d’Italia e Forza Italia (281 i no, 221 i sì), poi è iniziata la discussione generale, subito rallentata dall’ostruzionismo delle opposizioni: al provvedimento sono stati presentati circa 800 emendamenti, mentre si sono iscritti a parlare quasi tutti i i parlamentari del Pd (82 su 111). Il testo, modificato a Montecitorio, avrà bisogno di un nuovo passaggio in Senato per l’approvazione definitiva, che deve essere ottenuta entro il 23 settembre, data della scadenza del decreto. Per questa ragione Lega e Movimento 5 Stelle sono orientate a porre la prima questione di fiducia della legislatura.

Il bavaglio in Senato: vietate domande su Autorità, Ue, etc

Sorpresa. A Palazzo Madama si cambia musica. La presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha imposto una stretta agli atti di sindacato ispettivo: non potranno essere più presentate interrogazioni e interpellanze al governo che riguardino organi costituzionali coperti da guarentigie, Autorità indipendenti, organi sovranazionali, partiti politici e molto altro. E se mai un senatore dovesse venire a conoscenza di fatti clamorosi riguardanti Consob, Csm, Presidenza della Repubblica, ma pure Bce o Commissione europea, tanto per fare solo qualche esempio, non potrà che aspettare di leggerne sui giornali. Oppure sperare di trovare una formulazione che consenta di scovare un appiglio nel regolamento per costringere i singoli ministri o il presidente del Consiglio a mettere mano a carta e penna per dar seguito alle richieste di delucidazione se non prendersi addirittura l’incomodo di varcare i portoni di Palazzo Madama per rispondere di persona alle domande, in aula o in commissione.

La svolta è stata comunicata ieri in aula alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva e tra i banchi del Senato sono stati in molti a rimanere di stucco. Perché delle intenzioni della presidente, di cui la conferenza dei capigruppo “ha preso atto”, i più non sapevano nulla. Casellati ha informato l’Assemblea che le nuove direttive disposte dalla presidenza sono basate “su una rigorosa applicazione degli art. 145 e 154 del Regolamento del Senato”.

Che dicono? L’interrogazione consiste nella semplice domanda rivolta al ministro competente per avere informazioni o spiegazioni su un oggetto determinato o per sapere se e quali provvedimenti siano stati adottati o si intendano adottare in relazione all’oggetto medesimo. L’interpellanza consiste invece nella domanda rivolta al governo circa i motivi o gli intendimenti della sua condotta su questioni di particolare rilievo o di carattere generale. Attraverso l’interpretazione restrittiva impartita da Casellati saranno pertanto ritenute improponibili tutti quegli atti contenenti elementi ritenuti estranei alla lettera del Regolamento. Ma c’è di più. La “parte premissiva” alle interrogazioni e nelle interpellanze proposte dai singoli senatori dovrà pure essere strettamente collegata alla formulazione del quesito. Insomma bisogna stringere.

“Entrambe le disposizioni appaiono inequivoche nel collegare la funzione degli atti di sindacato ispettivo alla concreta sfera di competenza dell’esecutivo” ha spiegato la presidente del Senato. Che ha poi sottolineato come “interrogazioni e interpellanze volte a chiedere l’intervento del Governo in ambiti ad esso preclusi (come le competenze guarentigiate di organi costituzionali, attribuzioni di altri poteri dello Stato, autorità indipendenti, ovvero organi territoriali o sovranazionali, attività di partiti politici) saranno considerati improponibili ai sensi delle predette disposizioni parlamentari”.

A voler essere buoni si può parlare di un ragionevole risparmio di carta. Sì, perché anche se i senatori saranno così bravi da trovare comunque modo di esercitare le proprie prerogative bypassando i nuovi e più stringenti paletti, dovranno sforzarsi, come si diceva, di essere in ogni caso, sintetici: la presidenza ritiene infatti “opportuno fissare un limite anche in termini dimensionali alla redazione degli atti di sindacato ispettivo che dovranno essere contenute al massimo in due cartelle”.

Comprensibili i maldipancia tra i senatori per una decisione che incide su uno degli strumenti che delineano in maniera significativa il rapporto tra governo e Parlamento. I dati dicono peraltro che è un rapporto, per così dire, già malmesso: nei primi 100 giorni del governo Conte sono state depositate 1.034 interrogazioni a risposta scritta, tra Camera e Senato, di cui solamente 12 hanno avuto risposta, l’1,16%. In passato, per la verità è andata anche peggio: nello stesso periodo della precedente legislatura, la percentuale s’era attestata allo 0,69% con Letta, era salita allo 0,98% durante i primi 100 giorni del governo Renzi e all’1,03% durante quelli dell’esecutivo Gentiloni. Ora il problema verrà risolto alla fonte mandando al macero interrogazioni o interpellanze che non rispondono ai nuovi criteri.

È appena il caso di ricordare che da domani sarà difficile per il Senato, ad esempio, chiedere conto delle condizioni un po’ bizzarre a cui Mario Nava è stato “comandato” dalla Commissione Ue in Consob, ente sovranazionale il primo e Autorità indipendente la seconda, entrambi fuori dai radar dell’eletto troppo curioso.

I sindaci da Giorgetti: “Ora ho più certezze”. Palla ai vicepremier

Incontropositivo, non ancora decisivo. Giancarlo Giorgetti ha completato la serie di riunioni con i sindaci di Milano, Torino e Cortina, le tre candidate ai Giochi invernali del 2026. Dopo Beppe Sala lunedì, ieri è toccato a Chiara Appendino e Giampietro Ghedina. I sindaci continuano a rivendicare un ruolo da protagonista per le loro città, ma sembrano aver seppellito l’ascia di guerra (specie Sala, il più bellicoso). Infatti il sottosegretario si dice soddisfatto: “Ora ci sono più certezze che dubbi”, ha detto. Ancora di più Giovanni Malagò, nonostante un piccolo battibecco col governatore piemontese Chiamparino sulle colpe dell’abbandono della pista di bob a Cesana: il Coni è sempre più vicino a portare a casa la sua candidatura tricolore. L’appoggio del governo, però, non è ancora ufficiale, anche perché l’esecutivo dovrà fornire le garanzie economiche al progetto: “Dobbiamo fare una valutazione dei costi-benefici”, conclude Giorgetti. Per sciogliere la riserva ci vorrà un’ultima riunione di maggioranza: la questione è soprattutto politica e probabilmente l’ultima parola spetterà a Salvini, Di Maio e al premier Conte.

Di Maio vede Grillo e studia la strategia per le Europee

Il battesimo della quinta edizione di #Italia5Stelle, la kermesse che ogni anno riunisce esponenti e sostenitori del Movimento, lo tiene il quartier generale grillino: Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio, riuniti a pranzo all’Hotel Forum di Roma. L’annuncio arriva insieme al selfie di rito, postato ieri sui profili social del Movimento e del vicepremier: “Poco fa ci siamo visti e abbiamo un importante annuncio per tutti voi. Il 20 e 21 ottobre ci vediamo tutti a Roma, al Circo Massimo, per la quinta edizione di Italia 5 Stelle”. A questa edizione, la prima da quando il Movimento è al governo, parteciperà anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, proprio nello stesso weekend in cui Matteo Renzi, a Firenze, organizzerà la nona edizione della sua Leopolda. Ma è chiaro che, al di là della festa, Di Maio e i fondatori del Movimento hanno discusso anche di come uscire dall’angolo, schiacciati dal protagonismo di Matteo Salvini: “Dobbiamo tornare alle origini, riprendere i nostri temi”, è il senso del discorso che Grillo e Casaleggio hanno fatto a Di Maio. Le Europee si avvicinano, il rischio batosta preoccupa tutti e tre.

Emiliano, Matera e il fronte dei giusti

Il caso della presunta gaffe su Matera in Puglia attribuita a Luigi Di Maio mostra che il vecchio schema del quarto potere è saltato. I giornalisti ‘democratici’ ormai non informano ma fanno parte del presunto ‘Fronte dei giusti’ composto da giornali e partiti opposti alla presunta barbarie. Di Maio il 15 luglio va a Matera e dice che “il governatore di questa regione, Pittella (non Emiliano, ndr) deve dimettersi”. Poi aggiunge: “Matera, capitale della cultura senza il treno, non ci fa fare bella figura”. Il video, online su molti siti, impedisce di pensare che, quando chiede a Emiliano a settembre “cosa state facendo per Matera”, Di Maio pensi che sia Puglia. Eppure i siti dei quotidiani ‘democratici’ lo hanno scritto per ore. Repubblica.it a dire il vero ha chiarito subito che non era una gaffe e ha preferito informare senza parteggiare per il Pd. Il giorno dopo però sul quotidiano di carta è ricomparso ‘il fronte dei giusti’. Repubblica ha evitato di spiegare che Di Maio era stato attaccato ingiustamente e ha preferito amplificare le tesi del ‘Fronte dei giusti’ che bacchettavano Emiliano. La sua colpa? Aver difeso Di Maio “meglio di un avvocato” e poi: “Sta sempre dalla parte del grillino”. A Repubblica quel giorno non interessava capire la verità ma segnalare agli altri membri del “Fronte dei giusti” il tradimento di Emiliano. Il governatore ha difeso giustamente Di Maio e così però ha dato una mano al nemico, messo finalmente all’angolo da un bel colpo. Che poi il colpo fosse una menzogna ai giusti di Repubblica non interessa.