Contro l’immigrazione ma non quella ricca Budapest ha “venduto” 20 mila permessi

“L’Ungheria sarà condannata perché ha deciso che non sarà patria di immigrazione. Ma noi non accetteremo minacce e ricatti”. Il premier ungherese Viktor Orbán attacca il Parlamento europeo, che oggi in seduta plenaria deciderà se sanzionare l’Ungheria per “violazione dello Stato di diritto”.

Sulla crociata anti-immigrazione Orbán e il suo partito Fidesz hanno edificato il proprio potere. Eppure, dal 2013 al 2017, proprio l’Ungheria di Orbán ha beneficiato enormemente di un’altra forma di immigrazione: quella selettiva, che garantisce residenza permanente, e quindi libero accesso all’area Schengen, a stranieri in grado di pagare circa 300 mila euro da investire in bond governativi gestiti da società off-shore.

È il Golden Visa Scheme, uno dei molti programmi di “residenza per investimento” con cui facoltosi extracomunitari si comprano l’accesso all’Ue.

Utilizzati dai governi per fare cassa, esistono in Portogallo, Gran Bretagna, Germania e da poco anche in Italia. Ma quello ungherese, con quello maltese e cipriota, è fra i più controversi. Perché? Per l’opacità dei criteri di gestione del progetto – ideato dal capo di gabinetto di Orbán, il rampante Antal Rogan – affidato senza gara a 5 società off-shore, in regime di oligopolio, con verifiche rapidissime e tariffe fra i 40 e i 60 mila euro a investitore. Massima segretezza sull’identità dei beneficiari: un muro di gomma su cui si sono schiantate anche le richieste di trasparenza di alcuni parlamentari europei.

Nel caso ungherese, sappiamo che fra i 20 mila permessi garantiti in quattro anni, circa 16 mila sono stati venduti a cittadini cinesi, almeno 220 a Russi e gli altri ad expat mediorientali o africani. Chi sono e perché sono entrati in Europa? Lunedì i siti ungheresi Direkt36 e 444, in collaborazione con la russa Novaya Gazeta, hanno pubblicato il risultato di mesi di verifiche su una lista arrivata anonimamente in redazione: fra i beneficiari russi dello schema ungherese, insieme a boiardi di Stato e parlamentari, ci sarebbe anche, con moglie e figli, Andrey Naryshkin. Il figlio 39enne di Sergey Naryshkin, onnipotente capo dell’Svr, il servizio di intelligence internazionale russa e, dal 2010 al 2016, presidente della Duma.

Di norma il Cremlino non vede di buon occhio l’acquisizione di passaporti stranieri da parte dei suoi cittadini per il timore di fuoriuscita di capitali. Perché lo ha fatto Naryshkin junior? Una fonte sentita dai giornalisti ha confermato che l’ammissione di parenti di personalità di spicco dei servizi segreti di un paese terzo richiede l’approvazione ai livelli più alti del governo: probabilmente Rogan, se non lo stesso Orbán. Secondo Ferenc Katrein, ex funzionario dell’intelligence ungherese, è un campanello d’allarme: “C’è da domandarsi perché politici e alti funzionari russi e i loro familiari abbiano aderito a questo schema, visto che normalmente possono muoversi liberamente in Europa”. E suggerisce che sia una priorità, per l’intelligence europea, capire la relazione di queste persone coi servizi russi e quali rischi la loro presenza possa rappresentare per Ungheria e Ue.

L’incognita numeri sulle sanzioni: oggi il voto a Strasburgo

Il Ppe diviso, che alla fine opta per lasciare libertà di voto ai suoi europarlamentari, Lega e Cinque Stelle su posizioni opposte: oggi il Parlamento europeo vota sull’attivazione dell’articolo 7 del trattato sull’Unione europea nei confronti dell’Ungheria di Viktòr Orban. Una procedura utilizzata davanti a “un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori” della Ue che, se portata fino in fondo, può arrivare a imporre sanzioni gravissime, come la sospensione del diritto di voto nel Consiglio europeo per lo Stato interessato. Le scelte dei singoli gruppi sul voto di oggi e le loro ricadute sono il primo atto dell’anno che porterà alle elezioni europee del 2019, che potrebbero cambiare gli equilibri in campo. La procedura si basa sul rapporto della eurodeputata verde Judith Sargentini. Per il via libera servono due terzi dei voti.

Ieri, in Aula, il presidente ungherese ha dato l’altolà: “Noi non accetteremo minacce e ricatti delle forze pro-immigrazione: difenderemo le nostre frontiere, fermeremo l’immigrazione clandestina anche contro di voi, se necessario”. La sfida, prima di tutto, è nei confronti del suo gruppo: Orban fa parte del Ppe e i popolari sono determinanti. Gli europarlamentari in tutto sono 751 (mai tutti presenti), i popolari sono 217. Compatti per votare a favore del rapporto (e dunque contro Orban) i Socialisti e i Democratici (189 componenti), l’Alde (68), la Sinistra Unitaria Europea, la Sinistra Verde Nordica (52), i Verdi (51). E i M5s (che sono 15). Il Movimento si stacca, dunque, sia dal resto del suo gruppo a Strasburgo – l’Europa della Libertà e della Democrazia diretta, in cui gli inglesi dell’ Ukip sono 20 – sia dalla maggioranza con cui governa in Italia. Contro la relazione voterà tutta la destra: l’Europa delle Nazioni e delle libertà (il gruppo della Lega e della Le Pen, che conta 42 europarlamentari), i Conservatori e i Riformisti (74).

Ieri il pallottoliere dei Socialisti e Democratici contava circa 370 voti complessivi a favore della relazione. I Popolari hanno passato la giornata a cercare soluzioni: Orban ha parlato con Berlusconi, che ha annunciato il voto contrario di FI. Mentre le delegazioni popolari di Svezia e Austria hanno annunciato voto a favore.

Dopo una riunione di tutto il gruppo ieri sera (alla quale è nuovamente intervenuto Orban) la decisione è stata lasciare libertà di coscienza. Divisi i francesi, mentre la maggioranza dei tedeschi è a favore. In difficoltà, il capogruppo, il tedesco Manfred Weber. Candidato alla guida del Ppe alle elezioni, si trova nella posizione di dover difendere il modello di Europa attuale, a trazione tedesca, con la necessità di non spaccare il gruppo. Lui personalmente voterà a favore: “Si farà scattare l’articolo 7.1”. Il riferimento – esplicito – al primo paragrafo dell’articolo 7 allude a una versione “light” della procedura, che prevede generiche “raccomandazioni” nei confronti dell’Ungheria. Per arrivare al divieto di voto, ci vuole l’unanimità del Consiglio europeo. Per stare sul fronte italiano, ieri Palazzo Chigi faceva filtrare che Giuseppe Conte valuterà in un secondo momento: il suo governo è su fronti opposti. Matteo Salvini, chiarisce: “Il nostro obiettivo è una commissione popolari-populisti. Vogliamo cancellare il duopolio socialisti-democristiani”. Ma minimizza la posizione dei Cinque Stelle: il governo non deve essere messo in discussione prima delle Europee. E il ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, spiega al Fatto la strategia: “Lavoriamo a un fronte unico tra Enf e Conservatori e Riformisti, per arrivare ad essere il secondo gruppo”.

Migranti, giudici e media: tutte le leggi di Orbán sotto accusa

Dice Matteo Salvini che “non si processano i popoli e i governi liberamente eletti”. Ma l’Unione europea prevede invece questa possibilità per gli Stati che minacciano i valori fondanti del progetto comunitario, lo stabilisce l’articolo 7 del trattato, e la Commissione europea nel 2003 ha stabilito che questo potere d’intervento vale “anche nei campi in cui gli Stati possono agire in modo autonomo dall’Unione”.

Dopo varie contestazioni nel 2011 e nel 2013, il Parlamento europeo a marzo del 2017 ha chiesto alla commissione Libertà civili e Giustizia di stilare un rapporto che, presentato lo scorso aprile, è la base per il voto di oggi sulle eventuali sanzioni contro l’Ungheria di Viktor Orbán, il premier tornato al potere nel 2010 che ha impresso una svolta autoritaria al Paese, dopo che la crisi finanziaria del 2008 aveva fatto vacillare la fiducia nelle promesse dell’integrazione europea. Le 26 pagine del report firmato dall’eurodeputata verde Judith Sargentini, raccolgono la sintesi di tutte le contestazioni ricevute dall’Ungheria da parte dell’Onu, della Corte europea dei diritti dell’uomo, dell’Osce che vigila sulla correttezza dei processi elettorali. Contestazioni che Orbán ha di solito ignorato. E non si tratta soltanto di migranti, che pure sono l’argomento di cui più si discute nel resto d’Europa perché l’Ungheria rifiuta di accogliere i rifugiati arrivati in altri Paesi (Italia e Grecia) e prevede “l’obbligo di incarcerazione” per i richiedenti asilo, bambini inclusi, fino al termine della procedura di analisi della loro domanda.

L’Ungheria di Orbán mette in discussione tutti quegli equilibri tra poteri tipici delle democrazie occidentali. Il report Sargentini parte dalle fondamenta, la Costituzione: nel 2012 Orbán l’ha riformata con una restrizione dei poteri della Corte costituzionale, che non può più neppure rifarsi alla propria giurisprudenza precedente alla riforma. Orbán ha cancellato il passato e si è assicurato di poter condizionare il futuro, rivedendo l’età di pensionamento dei giudici così da poterli sostituire. Ha usato lo stesso sistema per l’intero apparato giudiziario con una riforma del 2012, contestata dalla Corte di Giustizia europea: pensionamento obbligatorio a 62 anni di giudici, pubblici ministeri e notai, violando gli obblighi di legge europei di ridurlo gradualmente a 65 con un periodo transitorio di dieci anni. Ma Orbán voleva decapitare i vertici del potere giudiziario, già nel 2011 aveva creato un Ufficio nazionale giudiziario, di nomina politica, che duplicava l’organo di autogoverno della magistratura sottraendogli poteri.

Il controllo politico della giustizia può indurre in tentazione: nel 2018 il comitato dell’Onu per i diritti umani ha denunciato che le leggi attuali in Ungheria sulla sorveglianza segreta motivata da ragioni di sicurezza nazionale “consentono intercettazioni di massa e non prevedono tutele sufficienti contro violazioni arbitrarie della privacy”. E per evitare che la stampa critichi questo genere di norme, Orbán ha varato anche una riforma dei media che prevede criteri stringenti e discrezionali di cosa sia un “contenuto illegale” oltre a obblighi di rivelare le fonti delle notizie.

Il consenso di Orbán si regge sulla costruzione di nemici interni ed esterni per difendersi dai quali servono leggi sempre più dure. Non soltanto i migranti, ma anche le minoranze di ogni genere, una riforma del 2011 ha tolto il riconoscimento a “centinaia di chiese prima riconosciute”, i rom sono discriminati in vari modi al punto che – ha contestato la Commissione Ue nel 2016 – “i bambini rom sono presenti in percentuali sproporzionate nelle scuole per bambini con disabilità mentali e sono segregati in quelle normali”.

Dal 2017 Orbán è poi sotto attacco dalla Ue per le sue leggi contro le università straniere operanti in Ungheria e contro le organizzazioni non governative nel Paese. Il bersaglio, che sollecita pulsioni di un antisemitismo ormai esplicito, è sempre il finanziere George Soros, con la sua Central European University che doveva diffondere i valori occidentali nei Paesi ex sovietici. Anche se Soros ha finanziato gli studi a Oxford del giovane Orbán, a febbraio 2018 il governo ha fatto approvare il pacchetto di norme “stop Soros” che ha messo fuori legge l’università del finanziere nato proprio a Budapest nel 1930.

Oggi il Parlamento deve decidere se tutte queste politiche elencate nel report Sargentini sono compatibili con i valori Ue o vanno sanzionate. Un voto che segna uno spartiacque per capire cos’è rimasto dell’Unione europea.

Rai, la Vigilanza domani chiede al Cda di “ri-votare” Foa

Un braccio di ferro fatto di tatticismo e furbizie. La partita per la presidenza della Rai sta arrivando alla fase finale. Come sembrava la settimana scorsa, l’accordo tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi è nell’aria, ma ancora non c’è. Lo stallo continua e i segnali che arrivano da Arcore e Via Bellerio sono contrastanti. Il Carroccio domani in Vigilanza, insieme ai 5Stelle, proverà a forzare sul nome di Marcello Foa. La maggioranza, infatti, chiederà di mettere ai voti una mozione con cui la commissione sollecita il Cda Rai a indicare un nome per la presidenza scelto all’interno dei consiglieri, nessuno escluso, tranne naturalmente l’ad Fabrizio Salini. Si tratta di un modo per mettere pressione al Cda, ma soprattutto a Forza Italia. Un segnale che sottintende due cose. In primis, che Salvini vuole tirare dritto su Foa convinto che alla fine Berlusconi cederà. In secondo luogo, una rielezione di Foa, prima in Cda e poi in Vigilanza, dal punto di vista legale sarebbe pienamente legittima. Questo è ciò che risulta dai pareri legali commissionati nelle scorse settimane dal ministro dell’Interno, che servono innanzitutto a mettere al riparo il Cda Rai dai ricorsi annunciati dal Pd. “Pareri che non sono stati prodotti dalla Direzione Affari legali della Rai”, specifica in serata una nota di Viale Mazzini.

Se in Vigilanza la Lega andrà alla forzatura, Salvini al contempo tende la mano all’ex Cavaliere, facendogli capire di essere disposto ad allargare la trattativa. “Sulla Rai credo ci sia la possibilità di trovare un accordo. Conto di vedere o sentire Berlusconi nelle prossime ore perché c’è un’azienda che ha voglia di correre e crescere”, afferma il leader leghista a Porta a Porta. Aggiungendo che “c’è la possibilità di trovare un accordo più ampio”, ricordando che “a fine ottobre si vota a Trento, Bolzano e poi in Sardegna”. Parole sibilline che non contemplano però accordi in Abruzzo e Basilicata, le regioni che più premono a FI, ma solo in Trentino, dove un accordo di centrodestra c’è già (FI e Lega sostengono Maurizio Fugatti). Mentre a Bolzano la Lega ha scelto di andare da sola e in Sardegna si vota solo in alcuni comuni.

I 16 mila precari a rischio

I lavoratori precari che si occupano della pulizia delle scuole pubbliche italiane sono 16 mila. Ieri, molti di loro hanno protestato di fronte al ministero dell’Istruzione: alla fine di quest’anno scolastico (2018/19) scadrà infatti la convenzione Consip con le aziende che li impiegano e, in assenza di una soluzione, a giugno rischiano di perdere il posto. Un problema che è già nell’agenda del governo, tanto che nelle ultime settimane sono circolate diverse soluzioni. L’ipotesi più probabile è una internalizzazione del servizio: ovvero cominciare, dal prossimo anno, a svolgere direttamente i lavori di pulizia e decoro degli edifici scolastici, mettendo fine agli appalti ai privati. Un’idea che non dispiace ai sindacati dei servizi di Cgil e Cisl (per la Uil, invece, se ne occupa la federazione dei trasporti), che però vorrebbero capirne di più: “Bisogna chiarire – spiega Elisa Camellini della Filcams Cgil – se l’intenzione è assumere direttamente tutti questi lavoratori o solo internalizzare il servizio. Molti confondono i due piani, ma non sono sinonimi”. Insomma, il timore è che non basti la gestione diretta delle pulizie per garantire il posto fisso a queste 16 mila persone. Dopo il presidio di ieri, i sindacati hanno incontrato Biagio Del Prete, capo segreteria del ministro Marco Bussetti. Tra tre settimane il governo presenterà una proposta per provare a risolvere definitivamente una questione nata quasi vent’anni fa, quando i disoccupati creati dalle dismissioni delle aree industriali sono stati coinvolti nei lavori di pubblica utilità e sono diventati “precari a tempo indeterminato”, in bilico a ogni scadenza della commessa.

 

Scuole (in)sicure. Entro il 20 tutti in classe: metà istituti non è a norma

Suona la prima campanella. I presidi incrociano le dita, i Comuni si lamentano di non avere soldi, il ministero stanzia fondi e programma i prossimi interventi. Ma la scuola italiana continua a non essere sicura: anche quest’anno, oltre 7 milioni di studenti, dai 3 ai 18 anni, studieranno in strutture vecchie e spesso fuori legge.

Oltre la metà dei circa 40 mila istituti è sprovvista del certificato di agibilità: rispetto al censimento 2015 non è cambiato nulla, come dimostrano gli ultimi dati dell’anagrafe dell’edilizia scolastica che Il Fatto è in grado di anticipare. Eppure gli scorsi governi si sono dati da fare, tra enormi promesse e un buon numero di cantieri effettivamente avviati. Non è bastato, e adesso il nuovo ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, assicura di accelerare le pratiche e intervenire in maniera più robusta: in tutta Italia ci sono 6.800 scuole da aggiustare, secondo le richieste arrivate al Miur. Intanto la scuola riapre in una situazione che, se non si può definire proprio d’emergenza, è quantomeno di incertezza.

 

Un miliardo non basta
L’edilizia scolastica è diventata un tema importante dell’agenda politica. Colpa anche dei crolli sempre più frequenti: 156 in 4 anni secondo Cittadinanzattiva, per un totale di 24 feriti. Il precedente più grave è il disastro del liceo Darwin di Torino nel 2008, in cui morì uno studente. Così, si sono moltiplicati gli sforzi per provare a mettere in sicurezza l’enorme patrimonio, 38.847 edifici di cui più della metà (22.763 per la precisione) risale a prima del 1975: sono strutture datate, costruite secondo vecchi canoni e con in media mezzo secolo di vita alle spalle; ci sono scuole addirittura precedenti all’Ottocento.

Nell’ultima legislatura sono stati stanziati diversi fondi: “Scuole sicure” e “antisismiche”, “sblocco patto” e “sblocca scuole”, Mutui Bei, fondi Pon, Por, Kyoto. Difficile districarsi fra i vari filoni e capire ciò che è stato fatto per davvero: l’ex sottosegretaria Maria Elena Boschi parlava addirittura di 9 miliardi di euro stanziati. La piattaforma Gies realizzata da Indire (l’Istituto per la ricerca e l’innovazione) è l’unico rendiconto dettagliato disponibile, anche se non del tutto esaustivo: a oggi risulta finanziato circa un miliardo e mezzo di euro, di cui uno già speso; gli interventi conclusi sono 1.661 su 3.243. Nell’elenco c’è di tutto: dalla messa in sicurezza antincendio di un asilo nido a Chieti all’adeguamento antisismico della palestra di una scuola media a Padova; dalla manutenzione straordinaria di un istituto di Agrigento al rifacimento della facciata a rischio crollo di un liceo di Ancona.

 

Il nuovo censimento
La brutta sorpresa è stata scoprire che dopo questi tre anni di impegno la situazione non è migliorata. Anzi, le statistiche sono persino peggiorate, ma questo dipende dal fatto che nel frattempo sono arrivate le informazioni sugli istituti che in passato non avevano risposto al sondaggio e si sono rivelati spesso sprovvisti di documenti. La situazione è più chiaro ma ancora molto grave: il 52,5 per cento (era il 45 nel 2015) degli edifici non ha il certificato di agibilità, il documento fondamentale che attesta le condizioni di sicurezza. Nel 37,6 per cento dei casi manca il collaudo statico, sulla stabilità delle strutture portanti. Non parliamo neanche del certificato di prevenzione incendi, che avrebbe dovuto diventare obbligatorio entro il 2016: non ce l’ha addirittura il 57,9 per cento degli edifici. Infatti ogni anno arriva puntualmente una nuova deroga, per non mettere fuori legge la maggior parte delle scuole italiane: l’ultima giusto qualche giorno fa nel Milleproroghe che all’esame della Camera.

 

Mancano i certificati
I certificati non ci sono: a volte gli enti locali si dimenticano di trasmetterli, nella maggior parte dei casi non vengono proprio fatti. I dirigenti scolastici tremano: “Purtroppo mettere a norma un edificio non è facile: servono soldi, tempo e personale qualificato negli uffici locali, spesso non c’è niente di tutto ciò”, spiega Mario Rusconi dell’Associazione nazionale presidi. Infatti loro ogni anno firmano una dichiarazione sull’assenza dei certificati, per sgravarsi della responsabilità penale di cui sono titolari. I Comuni, proprietari degli edifici (per elementari e medie; i licei sono in capo a Province e Città metropolitane), sono i primi a lamentarsi della mancanza di risorse, anche perché non possono permettersi di chiudere le scuole: non ci sono alternative. A monte c’è il ministero, che però non ha competenza in materia se non quella di girare i fondi alle Regioni. E quelli, come si è visto, non bastano mai. Il risultato è che i lavori magari vengono fatti, le verifiche meno. “E senza quelle non si può stare tranquilli”, prosegue Rusconi. “Non necessariamente una scuola senza certificato è un edificio che rischia di crollare. Ma se manca il certificato non si ha la certezza della sua stabilità”. A oggi, di fatto, la metà delle scuole italiane non è a norma.

 

Urgenze in tutta Italia
Il problema di fondo è anche la mole da smaltire: l’arretrato è enorme. Lo si capisce dal fabbisogno indicato dalle Regioni: al ministero sono arrivate 6.838 nuove richieste di intervento, più o meno urgenti. La maggior parte da Sud e isole: Campania (681), Puglia (646), Sicilia (538) e Sardegna (688). Il ministro Bussetti ha ricordato di avere a disposizione 7 miliardi di euro, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti ha annunciato un “grande piano” per la messa in sicurezza. Il primo atto è stato l’accordo quadro in Conferenza unificata, che ha sbloccato un miliardo per gli adeguamenti antisismici e dovrebbe consentire di assegnare più rapidamente le risorse. La programmazione triennale, invece, può contare per il momento su 1,7 miliardi di euro, che però basteranno a finanziare solo la prima tranche delle 6.800 richieste; altre risorse arriveranno in manovra. Nelle prossime settimane il ministero pubblicherà i dati dell’edilizia scolastica: su un portale online sarà possibile consultare le condizioni di tutte le scuole italiane, edificio per edificio. Sperando che la situazione migliori con l’avanzare dei lavori. E nel frattempo non ci siano altri incidenti.

Sotto il fazzoletto

Magari è soltanto colpa di un funzionario di Polizia ignorante, zelante, servile e ansioso di guadagnare “meriti” agli occhi del suo capo o Capitano: il ministro dell’Interno. Ma, anche se è soltanto questo, e non il frutto di precise direttive dall’alto, è bene dire chiaro e tondo che quanto è accaduto sabato scorso a Venezia è vergognoso e oltraggioso: Ottavia Piccolo è stata fermata dalla Polizia alla mostra del Cinema, poche ore prima della cerimonia di premiazione del Leone d’oro, perché portava al collo il fazzoletto dell’Anpi, l’associazione dei partigiani d’Italia. E quel vessillo non era neppure legato a una battaglia politica di questo o quel partito – peraltro perfettamente legittima (contro l’Anpi già si scagliarono, oltre ai berluscones, anche la Boschi e vari renziani ai tempi del referendum costituzionale) –, ma al presidio organizzato lì vicino da una serie di associazioni per denunciare la piaga degli infortuni e delle morti bianche sul lavoro. “Un tema gravissimo e serio di cui troppo poco si parla”, ha spiegato l’attrice: “L’iniziativa era stata autorizzata, a una certa distanza dal tappeto rosso. Era tutto in regola. Nessuno pensava di creare disturbi o disagi. Sono arrivata presto e ho deciso di entrare al Palazzo del Cinema. Ai controlli di sicurezza sono stata fermata da un giovane funzionario della polizia di Stato. Pensavo volesse solo controllare la borsa, invece mi ha vietato di entrare. Indicava il mio collo. Lì per lì non riuscivo a capire. Mi hanno detto che non potevo entrare con quel fazzoletto. Ho spiegato che era il fazzoletto dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, a cui sono iscritta. Ho chiesto se conoscevano l’Anpi e cosa rappresenta. Niente da fare. Non mi facevano passare con quel fazzoletto. Continuavano a ripetermi che dovevano controllare. Ero basita, poi mi sono indignata: sono una cittadina libera e orgogliosa di indossare il fazzoletto dell’Anpi. Finalmente un’altra funzionaria è intervenuta e dopo un po’ mi han dato il via libera. Se non ci fosse da piangere per il nostro Paese, ci riderei su. Probabilmente anche la polizia è vittima spaventata di questo clima molto poco accogliente, violento e rabbioso”.

Torna in mente quel che accadeva negli anni bui di B., quando a Piero Ricca – noto contestatore milanese del Caimano – veniva applicato un Daspo preventivo (e illegale) perché non si avvicinasse ai comizi e ai raduni di Forza Italia. Episodi del genere alimentano non solo qui, ma anche all’estero, quella descrizione macchiettistica e superficiale dell’Italia governata dai “populisti” e dunque in preda a orde barbariche e squadracce fasciste dedite alle peggiori nefandezze.
È la leggenda nera che ha indotto il neocommissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet a inviare ispettori in Italia e in Austria “per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom”. Una mossa che ha offerto il destro a Salvini di ricordarle che “l’Italia negli ultimi anni ha accolto 700 mila immigrati, molti dei quali clandestini, e non ha mai ricevuto collaborazione dagli altri Paesi europei” e “non accetta lezioni da nessuno, tantomeno dall’Onu”, dove siedono impunemente Stati che “ignorano diritti elementari come la libertà e la parità tra uomo e donna”. E al ministro degli Esteri Moavero di rammentare alla gentile signora “che l’Italia è ormai da anni impegnata in prima linea nel salvataggio e nell’accoglienza delle persone che tentano la traversata nel Mediterraneo, impiegando più fondi e risorse di qualsiasi altro Paese”, oltre alle “azioni concrete di sostegno ai Paesi di origine e di transito dei migranti, con progetti di cooperazione e di assistenza in svariati settori”. Se non fosse un felpato diplomatico, Moavero potrebbe aggiungere qualche promemoria sui nostri accoglienti vicini di casa: non solo il truce Orbán e i suoi degni compari del fronte Visegrad, ma anche i democraticissimi spagnoli che, dai tempi di Zapatero, usano di tanto in tanto sparare a vista sui migranti nelle loro enclave marocchine di Ceuta e Melilla, senza ricevere né reprimende visite dell’Onu; o i civilissimi e generosissimi francesi, che sotto la presidenza Macron si sono distinti per aver incriminato un cittadino che accompagnava in auto una migrante incinta e respinto con le maniere forti aspiranti profughi alle frontiere di Ventimiglia e Bardonecchia, anche con sconfinamenti e scorribande dei loro gendarmi in territorio italiano, il tutto senza nemmeno un rabbuffo dalle Nazioni Unite.
Ma ciascuno deve guardare in casa propria. E non possiamo dimenticare la macelleria messicana che si scatenò al G8 di Genova nel 2001 non appena il centrodestra approdò al Viminale, per non parlare dei vari casi Cucchi, Aldrovandi, Uva e molti altri simili. Ora la “mano libera alle forze dell’ordine” annunciata da Salvini per “fare pulizia” può indurre in tentazione non solo le tante teste calde che albergano nella popolazione, soprattutto nelle periferie urbane, ma anche qualche settore particolarmente esagitato della Polizia. Perciò l’episodio di Venezia deve suonare come un campanello di allarme per un prefetto certamente democratico come Franco Gabrielli. Ottavia Piccolo, con la sua meravigliosa intransigenza mista a grazia, l’ha commentato così: “Se non fosse preoccupante per l’Italia, quel che mi è accaduto sfiorerebbe il ridicolo. Ma in che paese viviamo?”. La migliore risposta è che il funzionario allergico al fazzoletto dell’Anpi sia subito individuato e punito con la peggiore delle sanzioni: non la sospensione o la rimozione, che ne farebbe un martire; ma un corso accelerato di storia della Resistenza antifascista, su cui si fonda la Costituzione che ciascun poliziotto ha il dovere di difendere, non di tradire.

Le canne miliardarie del divino Elon Musk

Mentre i grandi affrontano la sfida dei nuovi cicli di omologazione, di cui si parla in questa pagina, o magari si annusano per riuscire a collaborare nel campo della tecnologia ibrida, come fanno ad esempio Toyota e Geely, il divino Elon riscopre i piaceri della post pubertà: fuma marijuana in diretta radio, pasteggiandoci sopra a whisky. È successo nel corso di un’intervista rilasciata per il podcast di Joe Rogan in California. Ma, a ben ricordare, è solo l’ultima delle uscite improvvide del numero uno di Tesla. Il cui fallimento era stato annunciato per gioco il primo aprile, con tanto di foto a corredo con la scritta “bancarotta”, sempre da Musk, che non contento il mese successivo aveva rifiutato le domande di alcuni analisti sui ritardi della Model 3 definendole “noiose”, arrivando poi ad annunciare l’intenzione di realizzare un sito di “valutazione” dei giornalisti, e di volerlo chiamare Pravda.

Fino ad arrivare, in estate, a esprimere (via tweet) dubbi sulla permanenza di Tesla in Borsa, per poi tornare a più miti consigli ed escludere il delisting. “Sono ragazzate”, direbbe qualche nonna benevola. Il problema è che nel frattempo l’azienda perde soldi e manager; l’ultima in ordine di tempo è la responsabile delle risorse umane Gabrielle Toledano. E l’ultima bravata con spinello e whisky è costata perdite del 10% in Borsa, in un periodo non certo florido a livello di conti. Non stupisce che, tra investitori e addetti ai lavori, cresca la fronda di chi vuole Musk fuori dall’azienda.

La Panda cede lo scettro: ora la più amata è la Clio

Cosa è successo nel mercato automobilistico di agosto? Leggendo le statistiche, si direbbe che gli italiani abbiano preso una sbandata per le francesi. Una in particolare, vista l’impennata di immatricolazioni della Renault Clio, che ha superato la Panda tra le auto più vendute nel nostro Paese. Un sorpasso epocale – si parla di 4.402 vetture francesi contro le 3.739 della best seller Fiat – che nulla ha a che vedere con la nascita di un nuovo amore, magari piuttosto di una semplice cottarella estiva destinata a svanire con l’arrivo dell’autunno. La scalata francese, infatti, si configura piuttosto anomala se si considera l’appartenenza delle due auto a segmenti diversi. Stando ai dati di Unrae, nell’ultimo anno l’utilitaria di casa Fiat è stata regina indiscussa di vendite con 124.380 immatricolazioni, battendo 500X, Lancia Ypsilon e proprio Renault Clio. Ma non basta: c’è da dire che l’improvvisa richiesta di Renault Clio è coincisa con l’avvicinarsi di una data particolare. Il primo settembre 2018, infatti, è entrato in vigore il nuovo ciclo di omologazione Wltp, frutto di una più stringente normativa sul calcolo delle emissioni inquinanti. Per costruttori e concessionari si è di certo imposta una vera e propria corsa allo smaltimento degli stock delle vetture omologate secondo il vecchio ciclo e, soprattutto, ancora da immatricolare. Difficile e azzardato, partendo da questi dati, quindi, definire lo slancio di agosto una controtendenza nei gusti del mercato italiano. Ma che si tratti di gusti o di una semplice e necessaria impennata pre-Wltp, sarà facile stabilirlo già dal prossimo mese.

Vendite al galoppo: +26%. Boom europeo con il trucchetto

Ha davvero del miracoloso l’impennata registrata dal mercato dell’auto nel mese di agosto: in Italia sono state oltre 91.500 le immatricolazioni, in ascesa del 9,4% rispetto all’agosto del 2017. Uno sprint che ha riportato il computo delle vendite dei primi otto mesi del 2018 ai livelli dello scorso anno, a quota 1,36 milioni di unità.

È andata addirittura meglio al mercato automobilistico dell’Europa Occidentale, che ha registrato una crescita di oltre il 26% ad agosto, con oltre un milione di immatricolazioni: ciò ha fortemente influenzato il conteggio complessivo del periodo gennaio-agosto 2018, portandolo a quota 10,13 milioni di pezzi, pari a un esaltante +4,8% sullo stesso periodo 2017. Apparentemente, sono diventati tutti pazzi per le automobili ad agosto, in Italia come in Europa.

Ma spesso, purtroppo, numeri che sembrano “divini” hanno ben poco di miracoloso, come in questo caso. Infatti, lo scorso 1° settembre è entrato in vigore il nuovo ciclo di omologazione Wltp – acronimo di Worldwide Harmonized Light Vehicles Test Procedure – che interesserà tutti i veicoli di nuova produzione: il nuovo standard registrerà dati di consumo ed emissioni inquinanti più aderenti a quelli riscontrabili nelle reali condizioni di utilizzo. Il mercato, quindi, è sì cresciuto ma “bisogna considerare che in parte è stato influenzato da una certa pressione di alcune case automobilistiche per smaltire autovetture non ancora in regola con il nuovo sistema europeo di omologazione Wltp”, spiega il Centro Studi Promotor. Al fine di smaltirli, le concessionarie si sono intestati gli stock di vetture non conformi alle nuove procedure di omologazione: non essendo possibile targarle dopo il 1° settembre, le hanno registrate a proprio nome per rivenderle come auto a “Km 0”. Una pratica commerciale arciconosciuta, che ha quindi l’effetto i “drogare” il mercato caricandolo di veicoli aggiuntivi da smaltire.

Va detto, inoltre, che la crescita italiana di agosto è stata inferiore a quella europea perché nel nostro Paese è stata accordata una deroga per l’immatricolazione di veicoli non conformi al Wltp: va dai 12 ai 18 mesi a seconda della tipologia di veicolo, purché la quota in deroga non superi il 10% dell’immatricolato dell’anno precedente.

Eppure, “sembra che la necessità di immatricolare vetture prima dell’avvento del nuovo ciclo di omologazione Wltp non sia stata recepita correttamente in Italia”, sostiene Salvatore Saladino, country manager di Dataforce Italia: “Non si può escludere che sia mancata un’adeguata formazione da parte delle case automobilistiche alla rete di vendita”.