Indie ruvido per James in “Uniform Distortion”

È stato ispirato da una fotografia di Duane Michals intitolata Illuminated Man, Jim James, per comporre Uniform Distortion il suo terzo album da solista, in libera uscita dai My Morning Jacket. Del resto, il fotografo di McKeesport, Pennsylvania, era stato chiaro riguardo all’approccio da tenere con le sue opere: “Quando guardi le mie fotografie, stai guardando i miei pensieri”: e quell’immagine, comparsa su una rivista di ecologia pubblicata negli anni 70, ha fatto riflettere James sul declino del mondo occidentale, sulla sua dipendenza dalla tecnologia e dal modo in cui, al tempo delle fake news, vengono utilizzati i social network e le informazioni. Tali preoccupazioni sono le coordinate di Uniform Distortion, composto da 11 brani (segnaliamo Throwback, Just a Fool e No Secrets). Un disco ai limiti del Lo-Fi, che combina l’irruenza dell’indie rock a un certo pop à la Neil Young, con la voce dalle inflessioni angeliche di Jim James che svetta su un tappeto psichedelico ruvido e dilatato, ma comunque seducente.

Marcella, volata su una Stella in periferia

La gattara che ogni mattina si alza, le braccia secche, per portare ai mici randagi qualche scatoletta e due biscotti. La corpulenta Marcella, scomoda abitante del quartiere, che insulta chiunque in cerca di spicci e sigarette: Emilio Stella continua a raccontare la periferia e a sette anni dal primo disco autoprodotto, Panni e scale, torna con Stonato. Il suo folk della tradizione dà un indirizzo spiccato alle tracce, ma c’è qualche eccezione: Gli alieni siamo noi per esempio, nata durante un viaggio in volo, vira verso il pop e aperture che avrebbero funzionato a Sanremo.

Resta fortissimo Stella nel racconto del territorio, inteso in senso urbanistico e antropologico: autore di Capocotta non è Kingston, sarcastico brano pubblicato nel 2014 su YouTube che gli valse in pochi giorni oltre 100 mila visualizzazioni, torna nel disco con l’ennesimo disagio alla romana, la Pontina. “Sono cresciuto nella periferia della periferia, a Pomezia – spiega – dormo lì e vivo a Roma. Per me, quella maledetta strada rappresenta non ciò che mi porta alla Capitale, ma quello che mi divide dalla città”.

Ma nella periferia Stella vede anche cosa c’è di buono, e se sa che le “leggi della strada non dette vanno rispettate” – per dirne una, Marcella esiste, ma non si chiama con quel nome – sa che “i pittori del Trullo e gli street artist di Tor Marancia con le loro opere hanno aiutato anziani e bambini, con tutto quel colore che ha spezzato il torpore”. Mentre prepara uno spettacolo di teatro canzone “alle case popolari”, dov’è cresciuto e dove spera di portare collaborazioni di peso, ha trovato uno spazio per Francesco Totti, con cui è cresciuto (metaforicamente parlando): “Quando ha salutato i tifosi per il suo addio al campo, disse che gli sarebbe piaciuto salutare tutti con una poesia o una canzone. Dopo un po’ ho realizzato che avrei voluto scrivere un brano mettendomi nei suoi panni”. Il risultato, con un perfetto titolo-citazione, è Maledetto tempo: a Totti piacerà.

Gli spettri di Jimi e Battisti agitano il rock di Kravitz

L’undicesimo album di Lenny spariglia le carte e alza notevolmente l’asticella della qualità. A tre anni dal precedente Strut, Kravitz scrive e produce magistralmente dodici tracce incandescenti, senza fronzoli, suonandole quasi interamente da solo. A 54 anni non serve reinventarsi quanto, piuttosto, cementificare e calibrare ancora di più il suono che lo contraddistingue, una potente miscela di rock e funk a cavallo dei Led Zeppelin, James Brown e Prince. Un album contro ogni forma di razzismo e sfruttamento delle persone, un velato e sottile attacco al Presidente americano ma, soprattutto, una volontà di mettersi totalmente a nudo.

La prima traccia di questo cambiamento intimista si è trovata nel primissimo video di Low, carico di immagini della sua famiglia regalate ai fan, quasi una dichiarazione di intenti, un manifesto programmatico. L’apice dell’introspezione si registra in Johnny Cash, nella quale l’artista dedica a tutti coloro che hanno perso una persona importante l’auspicio di ricevere un grande abbraccio. È lo stesso Lenny a raccontare all’Indipendent l’esperienza che ha generato la canzone, dedicata alla madre Roxie: “Mi trovavo a casa del produttore Rick Rubin, arrivò una telefonata e mi dissero che era appena morta. In quel momento mi trovai davanti Johnny Cash e sua moglie June ed entrambi mi abbracciarono come nessuno aveva mai fatto prima. Non eravamo grandi amici ma si sono comportati come tali, rivelandomi la loro bellezza”.

We Can’t Get It All Togheter conquista grazie alla sensuale linea di basso, un groove le cui radici si perdono negli anni ruggenti della Motown (The Majesty Of Love ancora più marcatamente audace, nel solco di Stevie Wonder periodo Superstition). Salvo poi spiazzare nuovamente con Who Really Are The Monsters in un singolare intreccio di beat Anni 80 (in salsa breakdance) e suoni acidi anni novanta. La title-track è la traccia più ambiziosa, un sentito omaggio al mentore Jimi Hendrix, a tratti ispirata anche da BB King e persino Bob Marley. È anche la canzone più legata ad Always On The Run e Are You Gonna Go My Way. Lo spettro di Prince rivive in Gold Dust mentre Ride riporta la mente – complice l’anniversario della sua morte in questi giorni – ad alcuni suoni tipici del periodo Amarsi un po’ di Lucio Battisti.

L’unico scivolone è la mielosa Here To Love mentre tutti e tre i singoli sono notevoli, da Low (con un falsetto di Michael Jackson nel refrain) alla malinconica 5 More Days Till Summer sino a It’s Enough. Proprio quest’ultima canzone è la più diretta e tagliente, con quasi otto minuti di jam session, a sottolineare la profonda sofferenza del testo: “Non ne posso più del razzismo”, afferma in una dichiarazione, “le persone di colore vengono trattate in modo diverso e addirittura uccise. Non ne posso più della guerra e della distruzione del nostro ambiente. Dobbiamo risollevarci e andare avanti verso una comprensione maggiore”.

La passione per “Vale” e le moto senza di lui

Il bimbo è in piedi sugli spalti di una tribuna del circuito di Misano per il Gran Premio di motociclismo di San Marino. Ha la maglia di Valentino Rossi, il cappellino contro il sole cocente con il numero 46 di Valentino Rossi, un trucco sul viso col colore giallo di Valentino Rossi. Anche la mamma, che lo osserva un po’ affranta, è completamente firmata Valentino Rossi. “Dai Valentino, dai”, ripete al bimbo, che reagisce alzando le mani in segno di festa. I piloti sbucano dalla curva e passano a razzo sotto la tribuna per pochi secondi: l’italiano Dovizioso, gli spagnoli Lorenzo e Marquez e via elencando. Rossi è ottavo, finisce settimo. Il bimbo non ha dieci anni. Non ha gioito mai per una vittoria di un titolo di VR46 eppure lo adora. Come lo adorano decine di migliaia di tifosi – quasi centomila domenica per il Moto Gp – e formano su spalti e prati macchie gialle di “the Doctor”. Agli occhi di un profano, la passione per Valentino Rossi ha un alto valore mistico. Il pubblico di Misano – che ogni anno ricorda il campione Simoncelli – era lì per Rossi e per il resto. Ora va capito quanto vale il resto, la Moto Gp senza Vale. Perché Rossi non può continuare a lungo con i grandi ricordi di ieri e le grandi delusioni di oggi.

“La tivù deve affrontare l’attualità. Come i migranti”

“Un tempo ci avevo fatto pure un sonetto: se vuoi realizzare una fiction di successo ci devi mettere un prete, un carabiniere o un medico. Ci abbiamo messo un giornalista, e funziona. Ho dato pure una mano alla categoria…”. Gigi Proietti non perde mai la capacità di sorridere e far sorridere, anche quando, nei panni del cronista di nera Bruno Palmieri (“uno vecchio stampo”) deve indagare sul brutale omicidio del suo amico poliziotto, ed ex fidanzato di sua figlia, Enrico Vella.

Da oggi in prima serata su Rai Uno, tornano le inchieste di “Una pallottola nel cuore” e del Messaggero, la cui sede (reale) viene mostrata in continuazione, vice diretto – ed è una delle novità di questa terza stagione – da Maddalena (Francesca Inaudi), figlia di Bruno appena rientrata da Milano. Ad aprire i sei film-tv una puntata che sembra quasi un monito: su richiesta proprio della figlia, pressata a sua volta da un politico, Palmieri si troverà a indagare sul rogo di un Centro di identificazione ed espulsione avvenuto anni prima ma rimasto senza colpevoli. Lasciando sullo sfondo le speculazioni edilizie sui terreni del Cie, quello che è emerge è il clima anti-immigrati cui le letture politiche ci stanno abituando: “Sia chiaro: io non sono un razzista, ma ’sti negri de merda…” si sente dire al boss della zona. Che lancia poi un chiaro riferimento ai giornalisti che indagano troppo e finiscono con il naso rotto da una testata. Ostia docet. “Nessuno vuole fare spettacoli o film che risolvano i problemi – spiega Proietti al Fatto – ma è giusto che se ne parli a livello popolare, che gli ambienti siano ben riconoscibili. Il personaggio è un cronista di nera, quindi l’argomento non viene ‘politicizzato’, ma è un dovere parlare di temi e di ambienti che ci riguardano”.

Bruno Palmieri non è uno che rimane seduto alla scrivania: affiancato dal fido fotografo del giornale Fiocchi (Marco Marzocca), ha bisogno della “strada” per lavorare. Cosa che nei giornali (reali) si fa sempre meno: “Questo me lo dite in molti – ancora Proietti –. Ma lui è uno di prima, uno che vuole la verità. Sembra un’affermazione molto semplice, ma chi la vuole davvero la verità? Lo colpisce di più ciò che è rimasto irrisolto, perché se una cosa è irrisolta da dieci anni vuol dire che ci sono persone che soffrono a vuoto. Questo è il senso etico della serie”. Che alterna momenti di grande drammaticità a battute molto divertenti (Proietti ne ha curato anche la sceneggiatura). Fatti salvi qualche sbavatura retorica e qualche stereotipo (vedi alla voce: bullismo a scuola), la regia è accurata (Luca Manfredi) e il cast è di buon livello: oltre agli attori già citati, Mariella Valentini veste i panni di Veronica, Paola Minaccioni quelli di Luisa Renzoni, Carlotta Proietti quelli di Marzia, e ci sono i due giovani Blu Yoshimi (Francesca) e Lorenzo Zurzolo (Michele). L’arduo compito di sostituire Giovanni Scifoni (il poliziotto assassinato, Enrico) spetterà infine a Sergio Assisi.

Chi non ha visto le stagioni precedenti e pensa a una “normale” fiction, si troverà invece di fronte a veri e propri film. Segno ulteriore, qualora non si fosse compreso, che il confine tra grande e piccolo schermo è ormai ridotto al lumicino. E proprio dopo le polemiche sulla vittoria di Netflix a Venezia (il film Roma di Alfonso Cuarón), Proietti vuole intervenire: “Spesso si sente parlare positivamente del fatto che una pellicola arriva in tv poco tempo dopo aver lasciato le sale. Si sta modificando il sistema produttivo, sta succedendo qualcosa che non so giudicare. Ma la sala cinematografica non ha più il senso di un tempo”.

Teresa va alla guerra dei fascisti traditori

È da oggi in libreria l’ultimo libro di Giampaolo Pansa, “La repubblichina, memorie di una ragazza fascista”, che segna il ritorno del giornalista e scrittore – dopo “Uccidete il comandante bianco. Un mistero nella Resistenza” (dedicato al giallo della morte di Aldo Gastaldi, il comandante partigiano “Bisagno”) – ai temi della “riscrittura” della guerra civile italiana e della Liberazione. La narrazione procede attraverso la ricostruzione storica delle vite dei fascisti che continuarono a seguire il destino feroce e disperato di Mussolini e del suo alleato nazista. Qui pubblichiamo una breve anticipazione del romanzo.

Ci eravamo appena seduti accanto a un tavolino d’angolo del caffè, quando Franco mi disse: “Non indosso più la divisa per un motivo che devo spiegarle. Ho lasciato la Guardia nazionale, mi sono dimesso dal partito e ho deciso di raggiungere una banda partigiana del Monferrato”.

Lo scrutai sbalordita. E dandogli per la prima volta del tu, gli replicai: “Sei diventato pazzo? Eri un ufficiale della Gnr (Guardia nazionale repubblicana, ndr), non puoi diventare un disertore. Se ti prendono, sarai condannato a morte e fucilato. Ma soprattutto tradisci il giuramento che hai fatto: quello di difendere l’Italia da chi vuole conquistarla. Parlo degli inglesi, degli americani, dei francesi, pensa a tutti gli stupri che i marocchini hanno compiuto in Ciociaria… Vuoi essere complice di quelle bestie che hanno violentato migliaia di donne?”.

Franco era diventato livido. Ma trovò la calma per rispondermi con gentilezza: “In questa guerra orrenda ciascuno di noi è responsabile delle proprie azioni. Anche tu hai la tessera della Repubblica sociale, ma io non ho mai pensato che tu fossi complice delle deportazioni e delle uccisioni di tanti ebrei nelle camere a gas che non hanno mai indignato nessuno dei fascisti italiani, a cominciare da Mussolini…”.

Di fronte al mio silenzio, l’ex tenente della Gnr continuò: “Capisco che la mia scelta ti sconvolga, Tere. Ma non mi sento un disertore e non vorrei che tu mi giudicassi così. Sono soltanto un italiano che con molto ritardo ha compreso di non poter continuare a combattere una guerra sbagliata…”.

“Perché la giudichi sbagliata?” domandai a Franco, con il tono di chi voleva aggredirlo.

“Dovresti arrivarci da sola, Tere” rispose lui. “Prova a immaginare quello che ci accadrebbe se a vincere la guerra fosse Hitler. Che cosa diventerebbe l’Italia? Saremmo soltanto una provincia dell’impero nazista. Mussolini verrebbe retrocesso al rango di vecchio fascista senza più autorità. L’Italia cadrebbe nelle mani di qualche governatore tedesco, affiancato da un pugno di gerarchi fascisti tra i più faziosi, come Alessandro Pavolini, che ha appena inventato un corpo militare tutto suo, le Brigate nere. Il maresciallo Graziani, che si illude di comandare anche la Guardia nazionale repubblicana, sarebbe ritenuto un vecchio arnese inutile. Gli americani abbandonerebbero l’Italia al suo destino e seguiterebbero a bombardarci con più ferocia di prima!”.

Replicai, impedendomi di urlare: “Smettila con queste previsioni assurde. Non immaginavo che un giovane intelligente come te nutrisse fantasie tanto macabre. Non accadrà nulla di quanto immagini. Per un complesso di ragioni che dovresti conoscere meglio di me. La prima è che la Germania di Hitler è già alle corde. Il capo nazista è circondato da generali traditori che pochi mesi fa, in luglio, hanno tentato di ucciderlo. Gli avversari dell’Italia fascista sono tantissimi. E in cima alla lista c’è una superpotenza, gli Stati Uniti, che nessuno riuscirà a sconfiggere. Anche noi fascisti italiani saremo battuti. È quasi certo che i partigiani comunisti fucileranno Mussolini. Abbiamo una sola speranza: ottenere dai vincitori di non essere considerati una preda di guerra da sbranare giorno dopo giorno. E tu vorresti disertare! Per fare che cosa? Per unirti ai comunisti, i nostri peggiori nemici?”.

L’ex tenente della Gnr scosse il capo e ribatté con schiettezza: “Il nostro Paese verrà salvato soltanto da chi avrà il coraggio di rifiutare il fascismo prima che venga sconfitto. Rifiutarlo dopo che sarà scomparso lo faranno in tanti. E quello sarà un supremo atto di ipocrisia, tipico dei vigliacchi”.

Il “Sir” cerca moglie con porto d’armi e patente per elicotteri

L’aristocratico milionario Sir Benjamin Slade cerca moglie. A 72 anni non ha ancora trovato la donna della sua vita, che possa dargli un figlio a cui lasciare tutta la sua eredità. Nonostante prometta alla fortunata anche una rendita fissa annuale superiore al milione di euro, tutti i suoi tentativi di accasarsi al momento sono falliti. Così ha deciso di iniziare una ricerca pubblica lanciando il suo annuncio sui principali media d’Oltremanica. “Non sono un tipo che si scoraggia facilmente, ma la mia ricerca finora non ha portato ai risultati sperati” ha detto. Per affinare la ricerca, il nobile ha diffuso anche la lista dei requisiti della sua donna ideale: deve essere in età fertile, ma non una ragazzina, quindi deve avere tra i 30 e i 40 anni e non deve essere alta più di un metro e 65 centimetri. “Ogni cosa riguarda gli affari, anche sposarsi lo è – ha detto – Vorrei una donna intelligente, magari con capacità gestionali, perché così saprei a chi affidare le grandi responsabilità in futuro e farei un affare doppio”. Richiesti anche porto d’armi e licenza da pilota di elicotteri, oltre ad accettare di vivere in un castello costruito nel XIII secolo ed essere una buona casalinga e “allevatrice” di bambini.

Da X Factor alle campagne web: Asia licenziata da Asia

Di Asia Argento bisognerebbe scrivere solo a matita, su un foglio sottile e senza calcare troppo il tratto, perché qualsiasi cosa si scriva di Asia oggi, domani potrebbe essere scaduta, come il gratta e vinci del parcheggio. Nel giro di un anno è stata eroina, paladina, esiliata, riabbracciata, amante, fedifraga, molestata e molesta, megafono e silenziatore, pugno chiuso e mano morta.
La Argento, come l’omonimo metallo, è l’individuo a più alta conducibilità del pianeta.

Attraverso di lei, le sue azioni, il suo coraggio sgangherato e la coerenza intermittente, passano tutte le umane contraddizioni. Le sue, le nostre. E se proprio lei, Asia, avesse preso coscienza di questo mentre creava l’onda potente del #Metoo, avrebbe evitato la risacca meschina che s’è portata via anche lei. Se avesse capito che esistono i predatori seriali alla Harvey Weinstein che sì, vanno fermati e resi inoffensivi, e che poi c’è tutto un universo di sfumature popolato da viscidi, sessuomani, esseri fastidiosi o semplicemente inopportuni e che talvolta l’inopportuna puoi essere perfino tu perché il ricordo e il percepito spesso prevalgono sui fatti, beh, forse il suo posto a X Factor non glielo avrebbe tolto nessuno.

Ed è un peccato che il suo gomito smetta di confinare con quello di Manuel Agnelli, perché paradosso vuole che il talent di Sky fosse la prima esperienza artistica in cui Asia Argento pareva a fuoco. Protetta da un bancone, lontana da ingombranti competenze paterne e giudice non della morale altrui, ma dell’effimero, sembrava finalmente libera di dare il meglio, di dimostrare qualcosa. Si era tolta il gesso che la faceva sembrare rigida come conduttrice tv e la cantilena innaturale con cui ha sempre recitato (male). “Non esiste il metal da villaggio turistico”, ha detto nello show a un concorrente che voleva fare il maledetto con una camicia hawaiana. Già. E neppure il #metoo da villaggio turistico, purtroppo.

Se si è deciso per la sanzione sociale che ti elimina da set e palcoscenici, da piccoli e grandi schermi e perfino dai titoli di coda, se tu per prima l’hai invocata non solo per il predatore Weinstein, ma pure per un Kevin Spacey che non ha mai aggredito nessuno e non ha mai promesso lavoro a nessuno, per i Brizzi mai ascoltati da un giudice, per i Louis CK che hanno la colpa di essere dei geni col microfono in mano e degli omuncoli patetici ma certo non pericolosi nel loro camerino col loro arnese in mano, beh, poi finisce che la pesante scure della morale talebana si abbatte pure sul tuo collo. Ed è inutile prendersela con Sky che per giunta, nei contratti con i giudici, ha da tempo clausole rigidissime in tema di molestie.

È Asia Argento che ha licenziato Asia Argento, purtroppo. È Asia Argento che ha chiesto di trasformare in zombie, in morti viventi come negli amati film di papà quelli che ci provano con un diciassettenne. Ora è uno zombie anche lei. È viva, ma deve sparire dalla tv. Non solo dalla tv che verrà (X Factor), ma pure da quella che è già stata (la sua presenza nelle serie con l’ex compagno morto suicida, Anthony Bourdain è stata tagliata). È una morta vivente. In compenso, il web, la stessa pentola in cui fino a qualche giorno fa bollivano insulti e anatemi perché “l’eroina del #Metoo abusa di un diciassettenne!”, ora organizza petizioni perché a Sky si mettano una mano sulla coscienza e se la riprendano come giudice, perché una donna con quel carisma e quella competenza quando la ritrovano più! (che per giunta è un altro argomento di un sessismo raccapricciante).

Nel frattempo – ironia della sorte – mentre Asia diventa zombie, il povero Bourdain che invece morto lo è per davvero, viene premiato con sei Creative Arts Emmys postumi per Parts Unknown, come a dire “è ancora vivo”, “non morirà mai”. Eppure santo non lo è stato neppure lui, ma ormai è deciso, la molestia (o tutto quello che decidiamo di chiamare così, ognuno col suo misurino), merita lo stigma. La damnatio memoriae, riservata ormai nei secoli solo alle ideologie, torna in auge per i singoli, per i peccatori. Asia Argento, Kevin Spacey, Fausto Brizzi, Louis CK come il bunker di Adolf Hitler, asfaltato e diventato parcheggio. E dunque, qual è la morale? Cosa doveva fare Sky? Che ne sarà di Asia Argento?

Le accuse contro Asia non devono fermare il #Metoo, si dice giustamente. “La meno credibile tra di noi è la più adatta per fare la battaglia. Il diritto di denunciare una violenza non dipende da quanto sei una brava ragazza”, dice Michela Murgia. Che è vero. E però c’è dell’altro. C’è che un simbolo, il condottiero che guida l’esercito e impugna l’asta con la bandiera, non deve consentire agli altri di raccontare le pagine sgradevoli, prima che le abbia raccontate lui stesso. Proprio perché chi denuncia ha il diritto di essere cattivo, deve sventolare la sua cattiveria, non insabbiarla. Deve rivendicarla, non nasconderla sotto al tappeto. Era Asia a doverci raccontare di Bennet, del sesso con lui, dei soldi richiesti, non il New York Times. Era lei a dover tracciare la linea che separa un Weinstein da un Kevin Spacey. Un Weinstein da un’Asia Argento. E invece, mentre decideva il ruolo della vita, ha scelto di essere l’eroina senza macchia col pugno chiuso e la ghigliottina per i colpevoli, anziché quella sporca e cattiva che non strizza l’occhio allo spettatore, che non vuole apparire meglio di quello che è, ma intanto, nell’ultimo fotogramma, fa la cosa giusta. L’ultima nota amara: la vogliono al Grande Fratello Vip, dicono. Peccato che anziché come una riabilitazione, suoni come un’ulteriore sanzione sociale.

“Ego, indifferenza e gusto della sfida: ecco perché Trump e Putin si piacciono”

“La grafologia non è una scienza esatta”, premette Emma Bache, grafologa di punta del Regno Unito. Nemmeno la politica; eppure quando le due discipline si incontrano ne escono ritratti convincenti.

Cosa rivela la grafia di Donald Trump?

Guardi la firma, sembra un elettrocardiogramma. Siccome la possiamo controllare meglio del resto della scrittura, di solito mostra un’immagine diversa di quella reale. Nel caso di Trump no: lui non teme di mostrarsi come è… Un businessman, dominato dalla spinta a far soldi e chiudere affari, con un fortissimo narcisismo. Sbaglia chi lo liquida come uno scemo, incapace di comprendere le conseguenze delle sue azioni: è un uomo analitico e attento pianificatore, pondera le sue scelte ma sa imporle perché è indifferente a cosa pensa di lui la gente. Caratteristica pericolosa, ma molto utile in posizioni di potere. L’ego lo porta a non venir meno a una promessa o a una minaccia e quindi, per quanto non sia uno sconsiderato, cercare di spingerlo nell’angolo può esser pericoloso, perché ha la mentalità del who dares wins, chi tiene duro più a lungo raggiunge l’obiettivo.

E Vladimir Putin?

Un perfezionista, con tratti di estrema arroganza ma anche segni arrotondati che suggeriscono il bisogno di proteggersi. Come Trump è un narcisista ma con un intelletto superiore, e a motivarlo non è né il potere né il denaro. È mosso dalla lealtà alla Madre Russia, un attaccamento che lo rende emotivo, soggetto a collere furibonde e reazioni passionali. È sinceramente legato alla tradizione, non uno che rompe le regole come il presidente Usa.

Sembrano avere parecchio in comune…

Decisamente: narcisismo, concretezza, una totale indifferenza per ciò che gli altri pensano di loro, da cui deriva grande spregiudicatezza, ma che rendono possibile una buona relazione e probabilmente un accordo. Sono due facce della stessa medaglia.

Personalità pericolose?

Personalità che non si fermano davanti a nulla…

Mosca, voto contro lo zar, ma “Russia Unita” fa comunque man bassa

Elezioni e proteste: perché “Putin è un ladro!”. Alcuni uscivano dalle urne, altri entravano nelle celle delle prigioni. È stata una domenica di scontri e schede elettorali in Russia. Mentre si votava per eleggere i rappresentati regionali, governativi e municipali in 85 aree amministrative della Federazione, più di mille sono stati gli arresti in 33 città russe. Alla rivolta contro la riforma delle pensioni organizzata da Novalny prima che fosse arrestato, hanno partecipato in migliaia anche se il blogger era assente perché già in carcere.

A Khabarovk e San Pietroburgo gli organizzatori del suo fondo anti-corruzione sono stati subito ammanettati, come è successo a Georgy Alburov, capo investigatore della fondazione Novalny, fermato dalle divise un giorno prima delle elezioni. I manifestanti hanno occupato le strade da Ekaterinburg a Kazan e perfino nell’enclave russa di Kaliningrad per urlare pazor, vergogna e “basta rubare al narod”, al popolo. A opporsi alle divise schierate c’erano non solo i giovani del movimento del blogger, ma anche i loro nonni, che “non vogliono morire prima di andare in pensione”. Secondo l’ultimo sondaggio del centro Levada, il 90% dei russi si oppone all’innalzamento dell’età pensionabile voluto dall’ultima riforma della Duma. “Non è un cambiamento, è un furto”: ora gli uomini lavoreranno fino ai 65 anni e non più fino a 60, le donne fino ai 60 e non 55.

Queste urne erano un referendum sull’ultima mossa del Cremlino più che una conferma dei vecchi candidati del presidente al potere. Ma unico vincitore delle votazioni in tutti i governatorati è stato comunque il partito Russia Unita del presidente, dalla capitale fino a Vladivostok, nonostante il forte calo nei consensi. Solo in 4 Parlamenti regionali si andrà al ballottaggio con i candidati comunisti. Per Putin poi nessun’altra sorpresa: il suo alleato e amico Serghej Sobjanin, con il 70% di preferenze ricevute, è rimasto dov’era: sul trono del sindaco di Mosca, dove siede ormai dal 2010.