Lo stallo svedese: welfare a pezzi più che razzismo

Stoccolma

Che il crollo del welfare sia una realtà innegabile che gli svedesi non possono accettare per la loro storia è oggettivo. Che una buona porzione della società svedese si senta depauperata dei servizi a causa dello straniero, delle risorse economiche stornate per mantenere i rifugiati durante i sette, otto anni di cui mediamente hanno bisogno prima di essere idonei al mercato del lavoro, o per pagare i docenti impegnati nell’insegnamento della lingua ai neo-arrivati, anche.

Tanti elementi hanno contribuito a rendere questo voto schizofrenico, tra i quali l’impennata di criminalità che nello scorso anno ha causato 120 sparatorie solo a Stoccolma. Tra i quartieri ghetto di Malmö e Göteborg invece, la mafia dei Balcani e gli immigrati clandestini preferiscono le bombe. Un clima del generare non può che generare quell’insicurezza sociale che poi, per protesta, per razzismo o per ignoranza, finisce dritta dentro le urne.

Il ricordo dell’esodo biblico che nel 2015 ha condotto nel Paese 160 mila migranti, è ancora molto vivido nella memoria svedese. Non lo sono invece i circa 80mila rimpatri che il premier uscente socialdemocratico Stefan Löfven ha effettuato, per la prima volta in modo così massiccio (e discreto).

La situazione economica della Svezia di oggi è buona. Lo Stato sociale sgretolato invece ha lasciato un vuoto incolmabile nella tradizione antropologica di questo Paese. Il doppio mandato del centrodestra, dal 2006 al 2014, di cui tutti sembrano essersi dimenticati, ne ha cambiate di cose. Sotto la voce “modernità” ha avviato il tipico processo di liberalizzazione scomposta, delegando grosse fette di cosa pubblica al privato.

A esempio le risorse della sanità, tema molto sentito, vengono oggi pesantemente intaccate dalle visite mediche private che si possono fare online, e che poi vengono fatturate al servizio sanitario nazionale. Come conseguenza, per una qualsiasi visita specialistica nel pubblico, anche oncologica, ci sono lunghe liste d’attesa. La storia insegna che quando c’è anche un po’ di malcontento, basta trovare un nemico da indicare ad alta voce e il popolo, specie se non troppo incline al confronto e alla riflessione, ti segue. Non è originale quanto fatto dal giovane Jimmie Åkesson con il suo partito di estrema destra, Sverigedemokraterna, certo. Lo è però a queste latitudini. Ha osato, meno di dieci anni fa, proporre un linguaggio diretto all’elettorato, una schiettezza nell’affrontare temi scomodi e scottanti come l’immigrato e i suoi costi, la “svedesità” da difendere da una contaminazione etnica multicolore e irreversibile, il diritto degli svedesi alla priorità nell’accesso ai servizi. E da signor nessuno e diventato il politico che ha acceso le telecamere del mondo sulle elezioni in Svezia.

La xenofobia è un fenomeno presente anche qui, come pure la corruzione e il sottobosco di abusi e malcostume che il movimento #metoo ha scoperchiato, travolgendo anche l’Accademia di Svezia. Non è un caso che tutta la campagna elettorale sia stata giocata sulla sicurezza sociale e sull’immigrazione. Il centrosinistra l’ha declinata in termini di integrazione. Ma non era ciò che le pance volevano sentirsi dire.

Toninelli, il ministro carabiniere “uscito dall’uovo di Pasqua”

“Il ministro è un bugiardo e deve dimettersi”. La frase era indirizzata a Danilo Toninelli. Pensiero legittimo e non così isolato. Solo che a pronunciarla, con la consueta ars retorica da venditore di pentole irrisolto, è stato Matteo Renzi. E sentire Renzi che dà del bugiardo a qualcuno è quasi come immaginare Ted Bundy che accusa un altro d’esser troppo violento. Oltretutto, se un bugiardo dovesse dimettersi, Renzi dovrebbe rinunciare alla sua stessa esistenza. Un tale inizio pare però figlio dell’insopportabile “E allora il Pd?”. Come a dire: se anche i 5Stelle sbagliano, sono comunque migliori del Pd. Capirai: chiunque è migliore di un renziano di grido. Anche un fagiano morto. Il caso Toninelli esiste e resiste. Troppi errori, troppi inciampi. Era naturale che prima o poi Crozza lo crivellasse. Lo ha fatto tratteggiandolo come un ragazzotto ingenuo, che parla per frasi fatte, loda a caso il “governo del cambiamento” e parla genericamente di “mangiatoie” che ieri esistevano e oggi no. Magari fosse così facile e magari fosse vero. Toninelli è nato nel ’74 a Soresina, in provincia di Cremona. Vive a Castelleone con la moglie e i due figli. Ieri, su Wikipedia, un buontempone aveva aggiunto alla sua biografia: “Uscito dall’uovo di Pasqua il primo aprile 2018”. Liceo Scientifico, laurea in Giurisprudenza. Tre anni nei carabinieri. Liquidatore di sinistri e ispettore tecnico presso una compagnia assicurativa. Si iscrive al M5S nel 2009, anno di nascita del Movimento. Non viene eletto nel 2010 alle Regionali in Lombardia e nel 2012 alle Comunali di Crema (9 preferenze). Deputato nel 2013 e 2018. Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti nel Salvimaio.

Il dicastero si rivelerà subito uno dei più nevralgici, sia perché riguarda battaglie campali per il M5S (Tav), sia per fatti più contingenti (migranti, ponte Morandi). Toninelli diviene subito uno dei ministri più criticati, emblema – secondo l’opposizione – di quei dilettanti allo sbaraglio ora al potere. L’immagine che più racconta Toninelli è quella del 25 giugno 2014, quando incontra in streaming l’allora potentissimo e riveritissimo Renzi. Toninelli gli illustra il “Democratellum”, legge elettorale da lui partorita e non poco cervellotica. Renzi ha buon gioco a fare il bullo, zimbellandolo con consueta arroganza e lodando al contempo le mirabili virtù dell’Italicum (sic). Già in quella occasione Toninelli parve quel che poi è sempre parso: uno a cui vien voglia di dar torto anche se ha ragione, a causa di quell’aria perenne a metà strada tra il pedante logorroico e il saputello un po’ nerd. Non pochi colleghi 5Stelle lo descrivono come un leghista casualmente iscritto ai 5Stelle, a suo agio nel dar quasi sempre ragione a Salvini (Saviano l’ha attaccato per questo duramente). L’immagine che Toninelli dà spesso di sé è quella del carabiniere da stereotipo: zelante e senz’altro onesto (non è poco), ma costantemente legnoso e ben poco autoironico. Lui stesso ci mette del suo, postando autoscatti in cui parla di sguardo “vigile”, che però a guardarlo tanto “vigile” non sembra. Il resto è storia recente. Gli scontri con Giovanni Toti e Mario Calabresi, contro i quali è impossibile aver torto (ma lui ci va vicino). La scelta dell’ingegner Bruno Santoro, da lui nominato nella commissione che indaga sul crollo del ponte Morandi e subito dimessosi perché uno dei 20 indagati dalla Procura per omicidio colposo plurimo. Eccetera. I 5Stelle hanno fatto dell’onestà un mantra. E Toninelli lo è. Ma l’onestà, da sola, non basta. E Toninelli, per ora, fa di tutto per ribadirlo.

Glifosato, guerra di lobby in tribunale

Non si comprende il clima a tratti da stadio che ha caratterizzato le audizioni di conferma di Cavenaugh, il prescelto da Trump per la Corte Suprema, conclusesi ieri in Senato, senza capire cosa sia il lawfare negli Stati Uniti. Il neologismo, che orecchia warfare e significa guerra tramite il diritto, coinvolge oggi i più potenti nuovi soggetti globali. Mentre si profila una causa antitrust contro Amazon, il fronte di guerra coinvolge oggi MonsantoBayer con tre decisioni nelle ultime quattro settimane, ultima in ordine quella della Corte Suprema (giudice di primo grado) di New York, in un’azione “protettiva” promossa dalla Ong Avaaz. La campagna di Avaaz contro gli effetti cancerogeni di Roundup, il diserbante di punta della Monsanto, ha raccolto milioni di adesioni e qualche risultato. L’Ue nel dicembre del 2017 ha approvato l’uso del glifosato (principio attivo di Roundup) per 5 anni invece dei 15 richiesti da Monsanto. Come rappresaglia, il colosso dell’agrobusiness, acquisito da Bayer per 61 miliardi, ha adito la Corte Suprema di New York (primo grado) per ottenere ampi poteri di subpoena nei confronti di Avaaz, sostenendo la necessità di utilizzare nelle oltre 500 cause in cui deve difendersi contro malati di cancro, la documentazione messa insieme dall’organizzazione nelle sue campagne contro Roundup. Tali poteri istruttori privati (discovery) avrebbero conferito a Monsanto l’autorità per rovistare nell’organizzazione interna di Avaaz imponendo la consegna di migliaia di documenti a costi economici e organizzativi stratosferici. La strategia di lawfare contro attivisti (e contadini accusati di utilizzare abusivamente in seconda semina le sementi brevettate), ha trovato uno stop. Il giudice newyorkese ha accolto la richiesta di ordine protettivo presentata da Avaaz sostenendo che il subpoena sarebbe stato in violazione di diritti costituzionali.

Poche settimane fa, Dewayne Johnson, un giardiniere afroamericano di Benicia, piccola comunità dormitorio a nord ovest di San Francisco, 46enne malato terminale di cancro per avere utilizzato Roundup per tenere la locale scuola libera dalle erbacce, ha ottenuto oltre 280 milioni di dollari in danni da una giuria di San Francisco. Nel processo è emerso che Monsanto era al corrente del rischio cancerogeno di Roundup tanto da aver investito in lobbismo per evitare l’inserimento del glifosato negli elenchi ufficiali delle sostanze cancerogene.

Poche ore dopo la decisione della giuria, in un diverso procedimento, un giudice Federale monocratico dava però ragione a Monsanto e decretava che le conoscenze a disposizione non sono sufficienti per inserire Roundup nella lista dei prodotti potenzialmente cancerogeni. Il processo federale si è basato su testimonianze “scientifiche” di esperti (molto ben retribuiti) intervenuti a favore del colosso dell’agrobusiness. Forte di questo risultato, Monsanto non solo annunciava appello in ogni processo ma ribadiva che la connessione fra Roundup e il cancro non è provata.

Il colosso della Bayer, oltre a disporre di legioni di lobbisti, potrà contare su nuovi amici influenti nella Corte Suprema Federale. Gli esperti di proprietà intellettuale scommettono che il giudice Cavenaugh, qualora confermato, si guarderà bene da mettere in discussione in materia di brevetti la decisione della Corte (2010) che immunizza i semi autosterilizzati (quelli che si devono ricomprare ad ogni semina) dalla dottrina generale dell’esaurimento del brevetto dopo la prima messa in commercio. È certo che il neo-nominato giudice supremo dopo la conferma seguirà stare decisis (ossia vincolante il precedente) in questo caso. Ben pochi scommettono che lo farà in Roe v.Wade in materia di aborto nonostante le sue rassicurazioni nell audizione del Senato.

Incredibile a dirsi: il governo funziona

Incredibili dictu. Il governo degli incompetenti, degli incapaci, degli sprovveduti, degli steward, dei populisti, degli sfascisti, dei fascisti ma anche un poco comunisti, che doveva squagliarsi, come un ghiacciolo, già al sole di luglio per incompatibilità di vedute e di carattere dei suoi due leader, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, non solo tiene, ma sembra funzionare. E anche piuttosto bene.

Il vicepremier e ministro del Lavoro Di Maio ha risolto al meglio, data la quasi inestricabile condizione di partenza (conciliare l’occupazione con l’ambiente) la difficilissima questione Ilva. L’accordo con Arcelor Mittal non sarà il massimo, ma era il possibile e non si è sempre detto dai soloni che ci hanno governato fino a ieri e dai loro lacché intellettuali che la politica è “l’arte del possibile”? L’opposizione, ammesso che possa dirsi tale quell’accozzaglia di disperati chiamata Dem, ha dovuto, con Calenda, arrampicarsi sugli specchi, aggrapparsi a un cavillo giuridico, per cercare di sminuire l’incontestabile successo di Di Maio.

Matteo Salvini è riuscito a porre all’attenzione dell’Europa la questione dei migranti che riguarda il nostro Paese più di altri. Lo ha fatto con modalità discutibili, sia nel caso dell’Aquarius sia, e ancor più, con la Diciotti per cui è indagato per sequestro di persona. Ma qui acquista più rilevanza un altro elemento. Dopo le iniziali sbruffonerie Salvini, su pressione di Di Maio, ha lasciato perdere le consuete geremiadi sulla “giustizia a orologeria”, sulle “sentenze politiche”, sulla “magistratura politicizzata” di berlusconiana memoria e ha riconosciuto che anche gli uomini politici sono sottoposti a quelle leggi che tutti noi siamo chiamati a rispettare. Cosa ovvia, ma che fino a ieri ovvia non era soprattutto in quel mondo di destra o centrodestra che sta alle spalle di Salvini. Il peloso “pseudogarantismo” berlusconiano è stato, forse, messo alle spalle per sempre. E fosse anche solo per questo il governo gialloverde meriterebbe un’imperitura riconoscenza da parte di chi per 25 anni ha dovuto subire la violazione sistematica del principio cardine della democrazia: la legge è uguale per tutti. Io credo che fra Di Maio e Salvini, pur con le loro diverse personalità e culture, si sia creata, conoscendosi, una certa amicizia e un rapporto di collaborazione sincero. Giovanni Tria nell’incontro tenuto a Vienna fra i ministri finanziari dell’Eurogruppo e Giuseppe Conte al workshop Ambrosetti hanno rassicurato gli stramaledetti mercati e soprattutto l’Unione europea che l’Italia non ha alcuna intenzione di uscire dall’euro e tantomeno dall’Europa. Mettendo così la parola fine sull’infantile sovranismo di Salvini. Alla Versiliana Di Maio, da me sollecitato, si è pubblicamente impegnato a ritirare i nostri militari dall’Afghanistan, confermando ciò che l’anno scorso, sempre alla Versiliana, aveva detto Di Battista. Con la differenza che Di Battista era allora solo un parlamentare all’opposizione, mentre Di Maio è il vicepremier e il suo impegno quindi ha ben altra autorevolezza. Se questo impegno dovesse concretizzarsi sarà per me una soddisfazione particolare perché vorrebbe dire che anche da una piccola stanza, qual è quella da cui scrivo, si può smuovere qualcosa di importante anche a livello internazionale. Sono infatti 17 anni che mi batto contro l’occupazione dell’Afghanistan. Per noi italiani non sarebbe solo e tanto una questione di quattrini (470 milioni di euro l’anno buttati via) ma etica. Vorrebbe dire sottrarsi a una sopraffazione infame e sanguinaria voluta dagli americani. Ciò potrebbe preludere a un’uscita dalla Nato. Non della sola Italia, ovviamente, che sarebbe pura utopia, ma di tutti i Paesi europei che ne fanno parte e che sono arcistufi dell’avventurismo bellico americano che si è regolarmente ritorto contro l’Europa. In questo senso si muove, sia pur con una cautela obbligata, Angela Merkel per trovare un’equidistanza fra Stati Uniti e Russia. In questo potrebbe tornar buono Salvini col suo putinismo, purché il leader leghista si renda conto che non si può essere nello stesso tempo filorussi, filoamericani e antitedeschi e antieuropei.

Di Maio mi ha deluso solo quando, sempre alla Versiliana, gli ho chiesto perché mai fosse andato a incontrare il tagliagole Al Sisi e lui ha dribblato la domanda in perfetto stile politichese ancien régime focalizzando la questione solo su Regeni. L’infamia che si sta consumando da cinque anni in Egitto non è grave perché vi è stato coinvolto anche un italiano, è grave per i motivi che ho cercato di riassumere sul Fatto del primo settembre. Se ne è accorto perfino il Manifesto di domenica con un titolo di taglio centrale (“Il boia non molla”). Se proprio, per motivi economici, dobbiamo avere a che fare con questi golpisti manigoldi e assassini, la prossima volta Di Maio ci mandi Moavero che come tutti i ministri degli Esteri è il più simile ai diplomatici per attitudini e compito: mandar giù della merda senza vomitare.

Mail box

 

I primi 100 giorni di esecutivo gialloverde fanno ben sperare

Doveva scoppiare l’apocalisse populista e invece i primi 100 giorni del governo sono stati davvero ottimi. Nonostante le emergenze e le infamie dei giornali e delle caste reazionarie. Il cambiamento consiste nel ritorno del popolo come protagonista della scena politica. E cioè, in sostanza, il ritorno della vera democrazia in cui la volontà popolare non viene più inquinata e manipolata ma si esprime liberamente sia nei contenuti che nella forma. Lo si è visto nelle due emergenze estive – Genova e migranti – che hanno finito per mettere in luce plasticamente le differenze positive di questo governo col passato. Il governo gialloverde si è schierato senza esitazioni dalla parte dei cittadini. A Genova contro le lobby e i prenditori autostradali e i segreti di Stato. Sui moli siciliani contro pelosi moralismi e le mollezze ipocrite dell’Europa. Movimento 5 Stelle e Lega sono due modelli molto diversi tra loro ma accomunati dall’intenzione di riportare la volontà popolare nei palazzi del potere. Si è passati da un sistema che si permetteva di mediare e negoziare e perfino di svendere la volontà popolare a un sistema in cui la volontà popolare dominano. Nei primi 100 giorni si registrano il decreto Dignità, l’abolizione dei vitalizi e la stretta sull’immigrazione clandestina, uno schiaffo ai trafficanti di uomini e alle lobby ipocrite dei tecnocrati europei. E la schiaffeggiata s’intensificherà in autunno con la legge Anticorruzione, la legge sull’editoria, quella pensionistica e via schiaffeggiando. Delle caste reazionarie del vecchio regime e dei loro complici in doppiopetto e dei loro giullari dei giornali non resterebbe che un triste ricordo. Quindi i primi 100 giorni, tra uno schiaffo e l’altro, fanno ben sperare.

Tommaso Merlo

 

Renzi parlerà nelle scuole: un cattivo segnale

Sui notiziari tv e sui giornali leggo una cosa incredibile e mai sentita prima d’ora: Matteo Renzi, in tono minaccioso verso tutti coloro che lo ritengono liquidato, fa “graziosamente” sapere che non lo è affatto; anzi, andrà a parlare in tv e nelle scuole. Storicamente, la politica non è mai entrata a scuola. Credo che nessun politico si sia mai permesso di fare propaganda nelle scuole. Gli studenti incontrano magistrati, forze dell’ordine, associazioni. Ritengo scandaloso ed inaccettabile che un senatore della Repubblica, seppure risponda al nome di Renzi Matteo, pensi di parlare a scuola, a migliaia di adolescenti pro domo sua. Il Miur provveda ad approfondire preventivamente la notizia. Passi che il Partito democratico ultimamente ha tenuto banco in una bellissima chiesa storica di Ortona (non è la prima volta che usa le chiese!) e che in tv Renzi faccia quel che vuole. Ma a scuola no! Sarebbe veramente troppo. Sarebbe il segnale che non vi sono più regole. Un cattivo segnale. Anzi, un segnale pessimo.

Liliana Gissara

 

Per la prima volta alla festa del Fatto. Ci siamo commosse

Siamo due signore attempate e abbiamo lasciato a casa i mariti e per la prima volta siamo venute alla festa del Fatto. Le nostre famiglie sono abbonate ed è stato emozionante parlare con persone come noi e vedere e ascoltare i giornalisti che leggiamo quotidianamente. Sono stati tre giorni belli, tre giorni importanti. Il fatto di avere ascoltato idee e persone diverse ha fatto sì che avessimo ancora più chiara la visione del nostro mondo. Ci siamo commosse alle parole di Borsellino, e abbiamo sperato sempre di più di meritarci una persona come Gratteri. Auguri e arrivederci al prossimo anno, forse con i mariti.

Catia e Pia

 

Grazie a voi ho capito cosa voglio fare “da grande”

Per la prima volta, ho partecipato alla Festa del Fatto, alla Versiliana… Mi sono sentita a casa. Ho sentito che il mio posto era lì, in mezzo a voi giornalisti che non avete paura di fare domande scomode e che riuscite a raccontare scottanti verità con una semplicità disarmante; il mio posto era lì, in mezzo a tutte quelle persone che giravano con il quotidiano sotto al braccio. Grazie, perché siete gli unici di cui sono sicura potermi fidare; grazie, perché per merito vostro ho conosciuto questioni che ignoravo e che altrimenti avrei continuato ad ignorare; grazie, perché ogni giorno fate un lavoro abnorme per portare la verità alla luce; grazie, perché io, pur avendo solo 14 anni, ho capito che il giornalismo è ciò che voglio fare nella vita, ed è il giornalismo che attuate voi, quello che tiene conto solo dei lettori, non di questo o quel partito.

Elena

 

I nostri errori

Nell’edizione di ieri, nell’articolo “Quelli che la fascia per Astori fa male” abbiamo erroneamente riportato il nome dello scomparso capitano della Fiorentina, che si chiamava Davide e non Lorenzo.

Inoltre, nell’articolo uscito domenica scorsa in pagina 8 dal titolo “I primi segnali, il crollo” abbiamo pubblicato per errore la foto del pittore Giorgio Morandi al posto di quella dell’architetto Riccardo. Ce ne scusiamo con i lettori e con gli interessati.

FQ

Asia Argento. Occuparsene è un dovere nei confronti delle donne e della verità

Spesso mi capita di non comprendere, limite mio, lo dico con sincerità. Perché tanta attenzione e pagine importanti su Asia Argento? Quanto l’ha riguardata nel passato artistico e quanto la espone ora per altri motivi non mi pare tanto rilevante, da nessun punto di vista, da meritare tante vostre parole. Ho riflettuto un tempo congruo sui vari aspetti interessati e continuo a non capire… limite mio!

Fiorenza Carmignani

 

Gentile Fiorenza, lei ha ragione: abbiamo seguito la “questione Argento” fin da quando, voce praticamente isolata nel panorama italiano – fatta eccezione per un paio di colleghe che l’hanno difesa –, ha reso note al mondo violenze e angherie subìte da Harvey Weinstein. Le abbiamo dato voce quando tutti le chiedevano conto del tempo trascorso tra quelle violenze e la denuncia pubblica (“perché solo ora?”) e l’abbiamo intervistata quando criticava – nel modo aspro e irriverente che le è proprio – le colleghe italiane che non l’avevano coinvolta, a suo dire, nella formazione del movimento “Dissenso comune”. Così come abbiamo ospitato la sua intervista ad Ambra Battilana, un’altra vittima del “sistema Olgettine” prima e dello stesso Weinstein dopo. Abbiamo cercato di capire qualcosa in più su quanto accaduto nel 2013 con l’attore americano Jimmy Bennett, che l’ha accusata di molestie. E abbiamo ascoltato la voce di personaggi (famosi e non) che chiedevano conto della sua esclusione “di comune accordo” da X Factor. Non lo abbiamo fatto perché Asia Argento è una nostra amica (come sa bene, al Fatto è più facile farsi dei nemici che degli amici) né perché ci è simpatica. Lo abbiamo fatto perché crediamo che, a differenza di tantissime altre donne anche famose costrette a subire, Asia abbia avuto il coraggio di metterci la faccia. Che non si sia mai tirata indietro rispetto alle accuse e agli insulti di ogni genere. C’è un equivoco di fondo in questa vicenda: siamo abituati a pensare alle vittime come a persone depresse, solitarie, schive, angeliche. Asia non corrisponde a questa descrizione: anzi, semmai, il suo essere senza filtri la rende antipatica ai più. È questo che vogliamo sfatare: noi donne dobbiamo smetterla di avere paura di denunciare, di essere costrette a scegliere tra un “no” e la carriera, di doverci vergognare del nostro stile di vita (che è nostro, anche quando siamo personaggi pubblici). Per questo il Fatto si occupa di Asia: perché rispetto allo schifo che si legge in Rete o si ascolta nei “salotti buoni”, dobbiamo provare a ristabilire la verità.

Ps. Anche qualora (e ne dubito) dovessero esserci un processo e una condanna per il caso Bennett, questo non cambierebbe di una virgola la posizione della paladina italiana del #MeToo nei confronti di Weinstein.

Silvia D’Onghia

Carminati&C. alla sbarra: oggi la sentenza di Appello

È prevista per oggi la sentenza di Appello del processo al “Mondo di Mezzo” che vede imputate 43 persone tra cui l’ex Nar, Massimo Carminati e il ras delle coop romane, Salvatore Buzzi. I giudici della terza corte presieduta da Claudio Tortora, dovranno esprimersi sulle richieste della Procura generale. L’accusa ha chiesto di riconoscere il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, al contrario di come avvenuto in primo grado, dove i giudici con la sentenza del luglio del 2017 riconobbero l’esistenza di due associazioni a delinquere “semplici” ai cui vertici c’erano Carminati e Buzzi. In primo grado, Carminati è stato condannato a 20 anni, Buzzi a 19, Riccardo Brugia, ritenuto braccio destro dell’ex Nar, (nel frattempo ai domiciliari) a 11 anni. E poi c’erano le condanne inflitte ai politici, in rapporti – secondo le accuse – con il gruppo: come l’ex consigliere regionale Pdl Luca Gramazio, al quale è stata inflitta una pena di 11 anni. In primo grado dunque l’accusa più forte, quella di essere un’associazione mafiosa, è caduta. Oggi si vedrà se i giudici di Appello sono dello stesso avviso. Nel frattempo, il procuratore generale ha chiesto 26 anni e mezzo per l’ex Nar e 25 anni e 9 mesi per Buzzi.

Lite per la musica troppo alta degenera: investito un 21enne

Il motivo della lite, che stava per sfociare in una vera tragedia, è banale: il volume della musica troppo elevato. Siamo a Cisliano (Milano): un 30enne ha chiesto a un gruppo di ragazzi che sostava sotto casa sua di abbassare il volume della musica ma uno di loro lo ha colpito con una bottigliata in faccia e così l’uomo ha reagito. Come? Investendo uno dei giovani presenti con la propria auto.

È accaduto attorno alle 23.15 di ieri in una zona industriale a Cisliano: il 30enne è stato arrestato dai carabinieri della compagnia di Abbiategrasso per il tentato omicidio di un 21enne che è stato operato all’ospedale di Magenta per la rottura della gamba.

Secondo quanto ricostruito dai militari, la notte scorsa un gruppo di giovani si era fermato vicino casa di questo ragazzo ad ascoltare un po’ di musica a volume alto.

Quando il residente ha chiesto di abbassare la musica, avrebbe ricevuto come risposta solo parole offensive. Nessuno dava ascolto alle sue richieste. E così invece di chiamare, magari, le forze dell’ordine è sceso per affrontare il gruppo.

A quel punto uno dei ragazzi presenti ha preso una bottiglia e l’ha colpito al volto, provocando ferite importanti. Ancora sanguinante è tornato in casa, ha preso le chiavi del proprio suv ed è tornato in strada. Così ha prima speronato una Golf e infine poi ha investito uno dei giovani presenti che tentava di scappare a piedi.

Il 21enne è stato operato d’urgenza. Sul posto sono arrivati i carabinieri che hanno arrestato il 30enne per il tentato omicidio di un giovane. Chi invece lo ha colpito con la bottiglia è stato denunciato per lesioni aggravate.

“Giornalista imbrattafogli”: Barracciu (Pd) patteggia per le offese alla stampa su Fb

Seicento euro di multa, col patteggiamento: Francesca Barracciu (Pd), ex sottosegretaria alla Cultura nel governo Renzi, già europarlamentare e candidata alle primarie per la corsa alla presidenza della Regione Sardegna nel 2013, ha deciso di uscire così dal procedimento che la vedeva imputata con l’accusa di diffamazione nei confronti del giornalista de La Nuova Sardegna Mauro Lissia. La vicenda risale al marzo 2015 e vede coinvolto con la stessa accusa anche Antonello Gregorini, presidente della fondazione “Nurnet”, attiva nella diffusione della cultura archeologica in Sardegna, il quale invece andrà a giudizio nel mese di ottobre.

Tutto nasce da un articolo pubblicato da La Nuova Sardegna il 3 marzo 2015, dal titolo “Nuove contestazioni per la Barracciu”, nel quale veniva dato conto degli sviluppi dell’inchiesta sui fondi ai gruppi del Consiglio Regionale della Sardegna in cui era coinvolta l’ex consigliera Barracciu.

Non gradendo il contenuto dell’articolo, la Barracciu (poi condannata in primo grado a quattro anni di reclusione per il reato di peculato) aveva manifestato il suo forte disappunto nel suo profilo pubblico di Facebook, in una modalità che, sottolinea il dispositivo della sentenza, essere stato “liberamente consultabile da tutti”, definendo il giornalista un “imbrattafogli” che faceva “pessimo giornalismo”, poiché aveva bisogno di “raccontare cose false o di costruire intorno a queste, ipotesi di ulteriori nefandezze”.

Il post veniva poi ripreso da Gregorini, che in un profilo riservato ad appassionati di archeologia aggiungeva altre valutazioni personali sul cronista, indicandolo per nome e cognome. A quel punto il giornale fa partire le querele, a firma dell’avvocato Mario Maffei. Il pm Diana Lecca conferma chiede il giudizio per l’ex europarlamentare e per Gregorini.

Eroina, cocaina e marijuana per 20 milioni, 30 arresti: stavolta arrivava dal Brennero

La droga veniva dall’Albania, passava per il Trentino Alto-Adige e finiva in Lombardia. Una rotta scoperta dalla Guardia di finanza di Trento, che ieri ha arrestato 30 narcotrafficanti in Italia e all’estero sequestrando 120 chilogrammi di cocaina, eroina e marijuana per un valore di oltre 20 milioni di euro. Sedici le ordinanze di custodia in carcere eseguite in Italia (in Trentino-Alto Adige, Lombardia e Veneto), quattro con il mandato di arresto europeo in Germania e in Albania, che si sommano ai dieci arresti già eseguiti nel corso delle indagini durate due anni.

L’inchiesta, iniziata nel gennaio 2016 a seguito di un sequestro di 93 chili di cocaina a Vipiteno (Bolzano) mentre stavano entrando in Italia, sono state effettuate in collaborazione con lo Scico della Guardia di finanza di Roma ricorrendo a numerose procedure di cooperazione internazionale con le forze di polizia e doganali tedesche e di diversi altri Stati, tra cui Belgio, Albania e Macedonia.

L’operazione ha permesso di portare alla luce i canali di rifornimento delle sostanze stupefacenti dal Nord Europa all’Italia tramite il valico del Brennero. Due le organizzazioni criminali finite nel mirino: una composta da cittadini albanesi, macedoni e serbi, l’altra formata da complici di cittadinanza irachena, pakistana, afghana, tedesca e italiana, tutti radicati a Bolzano, dove si occupavano di rifornire di droga anche alcuni pregiudicati legati alla criminalità calabrese.

Importanti le ramificazioni del gruppo in Belgio ed Olanda, dove acquistavano direttamente le partite di droga che poi venivano trasportate in Italia grazie a camion con il doppio fondo. Uno dei componenti della banda si era rifugiato all’estero ma è stato individuato dagli investigatori in Belgio, dove è stato catturato ed estradato in Italia.