Polmonite, 200 ricoverati e due vittime. L’incubo della falda acquifera inquinata

L’ultimo caso reso noto ieri è quello di un 55enne ricoverato in gravi condizioni al Policlinico di Milano. Resta un mistero l’origine dell’epidemia di polmonite che da una settimana ha colpito a macchia d’olio la Bassa Bresciana, sconfinando verso le province di Mantova e Cremona. I casi accertati in una settimana sono oltre 200 e il trend è in costante aumento, come dimostra il flusso di nuovi ricoveri per polmonite registrati negli ospedali dei comuni coinvolti: tra i paesi più colpiti del Bresciano figurano Carpenedolo (34 casi), Montichiari (26) e Calvisano (20), anche se il bilancio nelle scorse è già notevolmente salito. E ci sono anche le prime vittime che potrebbero essere ricondotte all’emergenza in corso, un 85enne di Carpenedolo e una 69enne di Calvisano, su cui nelle prossime ore verrà eseguita l’autopsia. La Procura di Brescia ha aperto un fascicolo per epidemia colposa e ha ordinato ai carabinieri del Nas di acquisire la mappatura delle reti idriche, dei pozzi e degli acquedotti che forniscono l’acqua ai paesi coinvolti e di cercare di individuare nei pazienti in cura nei diversi ospedali elementi che possano indicare un’eziologia o luoghi di esposizione comuni.

L’assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera, rassicura la popolazione: “Stiamo facendo tutto ciò che è nelle nostre possibilità – ha reso noto Gallera – e tra qualche giorno avremo i risultati dei campionamenti che sono già stati effettuati”.

I tecnici dell’Agenzia di tutela della salute (Ats) hanno prelevato 52 campioni dalla rete idrica ed effettuato analisi nelle abitazioni di 28 persone ricoverate in ospedale.

Ma l’ipotesi di una contaminazione venuta dall’acqua, come quella della polmonite da legionella che si trasmette per inalazione attraverso goccioline d’acqua o fenomeni di nebulizzazione, per ora non trova riscontri univoci: finora sono soltanto due i casi di pazienti in cui il batterio della legionella è stato individuato come origine della patologia. In tutti gli altri la causa è ancora ignota e dovranno essere effettuati ulteriori approfondimenti, anche perché non sono state riscontrate connessioni tra le infrastrutture delle reti idriche che servono i diversi paesi. La situazione più eclatante è quella del Comune di Calvisano, tra i più colpiti dall’epidemia con una ventina di casi accertati, che non ha acquedotto né rete fognaria: gli oltre 8mila abitanti attingono l’acqua da pozzi artesiani gestiti privatamente.

L’unico elemento comune, dunque, sembra essere l’acqua attinta dalla falda acquifera. Mentre i tecnici dell’Ats esplorano altre ipotesi per spiegare la diffusione del contagio, come quella della contaminazione attraverso l’aria, nei supermercati dei paesi in cui si diffonde la paura del contagio le bottigliette d’acqua vanno a ruba. Ieri pomeriggio si è svolta una riunione di vertice in Regione con i direttori delle aziende sanitarie di Brescia e della Val Padana (Mantova e Cremona): domani l’assessore Gallera riferirà al consiglio regionale sulla gestione dell’emergenza.

Rissa alla cena tra FdI e FI: “Ma la coalizione di destra resta unita”

Volano schiaffi alla cena di maggioranza a Massa. Il Comune, a guida centrodestra dopo le ultime elezioni, vive sull’accordo tra Lega, FdI e Forza Italia, che però ogni tanto è messo a dura prova. Due sere fa, ad esempio, il coordinatore comunale di Fratelli d’Italia Alessandro Cancogni si è scagliato contro il presidente del Consiglio comunale (in quota FI) Stefano Benedetti, che poi ha denunciato l’accaduto su Facebook: “Tale Cancogni mi ha aggredito rifilandomi uno schiaffo all’interno di un locale pubblico, senza un particolare e giustificato motivo. Se il buon giorno si vede dal mattino, presto pioverà parecchio”. Benedetti è rimasto svenuto per un paio di minuti, prima di rinvenire soccorso dagli amici. “Niente di grave, ho un occhio tumefatto, il dito e la mascella doloranti”, ha detto ancora Benedetti. Eppure dall’altra parte c’è voglia di stemperare i toni. Lo stesso Cancogni, interpellato da la Voce Apuana, ha voglia di ricucire: “Mi dispiace che la cena sia finita in quella maniera. Ho già parlato con Benedetti e capisco bene il suo sfogo. Ma non c’è nessun rancore tra me e il presidente, il centrodestra resterà unito”.

“Show” di Renzi al processo al suo “nemico”

Dopo quattro anni di rinvii, ieri Matteo Renzi ha deciso di presentarsi nell’aula del Tribunale di Firenze dove era stato convocato come testimone già altre quattro volte. “Perché non sono venuto prima? – si è posto la domanda da solo –, Perché da presidente del Consiglio venire a fare uno show non mi pareva proprio il caso”. E in effetti ieri l’ex premier ha fatto uno show.

Il procedimento era nato nel 2013 quando Renzi ha querelato per diffamazione un ex dipendente del Comune di Firenze, Alessandro Maiorano, che da anni lo accusa di aver dilapidato 20 milioni di euro di soldi pubblici in pranzi, viaggi e regali negli anni in cui era presidente della Provincia di Firenze, quindi dal 2004 al 2009. Il processo è iniziato il 7 luglio 2014 e da allora Renzi non s’è mai presentato a testimoniare. Fino a ieri. In aula l’ex premier ha trovato Maiorano e il suo legale, il professor Carlo Taormina che a tratti è parso fare da spalla a Renzi per il suo show. I due, infatti, hanno sin da subito dato vita a continui battibecchi. Eppure la domanda posta da Taormina era chiara: ha usato a fini personali soldi dell’ente? Renzi ha negato. “Quelle spese avevano finalità istituzionale ed erano da me controllate attraverso le voci del bilancio, la finalità istituzionale delle spese era asseverata dai dirigenti della Provincia. Abbiamo avuto verifiche del Mef e della Corte dei conti ma non c’è stata mai nessuna condanna”. Quando Taormina rincalzava Renzi ribadiva tergiversando per poi rivolgersi al giudice, Laura Bonelli, e provocando non solo la reazione del legale – avvezzo a processi ben più complessi – ma in particolare quella di Maiorano che dal 2012 porta avanti una battaglia tutta personale nei confronti di Renzi. Irritato dalle “non risposte” del senatore, l’ex dipendente comunale è andato in escandescenza tanto da essere più volte allontanato dall’aula. “Stai prendendo per il culo il mio avvocato”, ha gridato, ed è stato preso da un carabiniere e portato fuori tra epiteti vari e un “bugiardo” ripetuto come un mantra. Ma nonostante la querela, il processo e il rischio condanna, Maiorano non ha arretrato di un passo. Ha atteso che terminasse l’udienza e appena Renzi ha lasciato l’aula gli ha gridato contro chiedendo spiegazioni sull’acquisto della “mega villa di via Tacca”. Poi lontano dal tribunale e una volta tornato a casa, Maiorano ha proseguito su Facebook: “Preparati Renzi ho in serbo nuove cosine su di te e famiglia, ti mando in galera tuo padre, tua madre e cognatino”.

Eppure protagonista dello show è stato l’ex premier, per sua stessa ammissione. Per due ore ha risposto alle domande del giudice e del pm che sostiene l’accusa, Massimo Bonfigli. Poi si è offerto ai giornalisti presenti minacciando “tolleranza zero nei confronti di chi diffonde fake news” che lo riguardano e garantendo che andrà fino in fondo contro Maiorano, dando per scontata la vittoria: “Il denaro che vincerò sarà devoluto all’ospedale pediatrico Meyer” di Firenze. Infine ha promesso che a breve renderà pubblici gli atti inerenti l’acquisto della villa acquistata a poche centinaia di metri da piazzale Michelangelo per 1,3 milioni. E così, ancora una volta, si pone in condizione di poter dimostrare che quel “bugiardo” più volte ripetuto da Maiorano non sia vero.

La sfida a mafie e gang: i bambini via dalla famiglia

Norme che rendano più semplici gli arresti per i minorenni accusati di fatti gravi, oggi impossibili in flagranza di reato persino per il porto di un’arma comune e per le lesioni gravi. Una valutazione dell’incisività della misura dell’allontanamento del minore dalla famiglia mafiosa. La lotta alla dispersione scolastica come precondizione di legalità, tramite rilevazioni più accurate e tempestive.

Ne discute oggi il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, riunito eccezionalmente a Napoli per sottolineare l’importanza della partita da vincere: quella contro le baby gang di camorra e contro la cultura mafiosa che stimola i ragazzini a compiere reati predatori per “il desiderio di soddisfare bisogni materiali” e così “emulare modelli veicolati dai mass media”.

Sono alcuni dei passaggi della risoluzione della VI Commissione del Csm – relatori i consiglieri Paola Balducci, Antonello Ardituro e Raffaele Cananzi – che il Plenum affronterà oggi pomeriggio. E come sottolinea Ardituro, “sulle misure cautelari per i minorenni esistono dei paradossi sui quali i magistrati che abbiamo sentito ci hanno chiesto di intervenire”.

Forse anche per questo i fascicoli minorili a Napoli sono diminuiti tra luglio 2016 e 2017 del 24%. “Non perché c’è stato un calo degli episodi criminosi, ha spiegato in commissione la presidente del Tribunale dei minori di Napoli Maria De Luzenberger, ma “perché sono aumentate le mancate denunce delle vittime e sono diminuite le segnalazioni da parte delle forze dell’ordine”.

La risoluzione è il frutto dell’analisi del “caso Napoli” e delle relazioni provenienti dai Tribunali minorili di Napoli, Reggio Calabria e Catania. Il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini coordinerà i lavori su temi che hanno diviso e continuano a dividere pezzi di magistratura, tra chi è favorevole all’allontanamento dei minori dalle famiglie dei boss, e chi invece ritiene che lo Stato dovrebbe rispondere intensificando le politiche di inclusione e di reinserimento.

Tra i primi c’è il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho: “Da anni – ha detto – si opera per sottrarre i figli ai boss quando il contesto non consente per loro alcuna proiezione futura che non sia quella della permanenza nel sodalizio mafioso. Le risoluzioni del Csm stanno dando sul punto delle indicazioni condivisibili e rispondono ai risultati positivi che sono stati conseguiti attraverso i modelli proposti da Reggio Calabria e Napoli”.

I contrari fanno proprie le riflessioni dell’ex giudice di Napoli Nicola Quatrano – autore della sentenza di condanna della “paranza dei bambini”, le baby gang di camorra portate alla sbarra dai pubblici ministeri Francesco De Falco ed Henry John Woodcock – che in un editoriale sul Corriere del Mezzogiorno ha scritto: “Sottrarre i figli a chi delinque è una punizione collettiva vietata dalla Convenzione di Ginevra e risponde a una logica militare che considera chi delinque un nemico da annientare e non un problema sociale da risolvere”.

Ma secondo la relazione del presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, che è stato il primo a usarla, la misura dell’allontanamento dei minori funziona: “Su quasi 50 provvedimenti, tutti i ragazzi hanno ripreso la frequenza scolastica interrotta, svolgono attività socialmente utili, frequentano percorsi alla legalità con gli operatori antimafia. L’orientamento giurisprudenziale ha portato un vero e proprio scossone culturale, ha intercettato quasi un bisogno sociale da parte di tante madri ‘ndranghetiste”.

Ricordando che “nel 2017 lo stesso ufficio giudiziario si trova a giudicare i figli o i fratelli minori di coloro che erano stati processati negli anni 90: tutti appartenenti alle storiche famiglie del territorio. La conferma che la ‘ndrangheta si eredita, con l’indottrinamento sistematico dei figli”.

I cardinali difendono il Papa: “La Santa Sede fornirà chiarimenti”

Dalla prima riunione della 26ª sessione del C9 – il Consiglio dei Cardinali istituito da Papa Francesco nel 2013 – emerge un messaggio di profondo sostegno al Santo Padre. Il Consiglio, dopo lo scandalo sollevato dall’ex nunzio vaticano Viganò, ha formulato “piena solidarietà a Papa Francesco a fronte di quanto accaduto nelle ultime settimane, consapevole che nell’attuale dibattito la Santa Sede sta per formulare gli eventuali e necessari chiarimenti”. Anche il Vaticano, dunque, prepara un suo dossier per rispondere alle insinuazioni su Francesco sulle presunte coperture all’ex cardinale McCarrick, colpevole di abusi sessuali. E lo stesso Pontefice ieri nella sua omelia è sembrato voler alludere alle accuse ricevute: “Il grande accusatore – ha detto – suscita gli accusatori di oggi per prenderci in contraddizione”.

“Basta quartieri fantasma a Roma, Conte ci aiuti”

La città colma di quartieri fantasma ha urgente bisogno di case, per migliaia di persone. E sull’onda di questo paradosso la sindaca a 5Stelle di Roma Virginia Raggi si rivolgerà al suo governo, chiedendo di costringere di fatto i “palazzinari”, i costruttori, a rimettere sul mercato le loro distese di palazzi. “Incontrerò il presidente del Consiglio Conte, e gli chiederò di rimettere l’Imu e la Tasi sulle case sfitte o disabitate” annuncia la sindaca, rilanciando un’idea che in parte già il vicesindaco Luca Bergamo aveva lanciato sul Fatto lo scorso luglio.

E tutto questo mentre sui Comuni italiani pesa la circolare del ministero dell’Interno, quindi di Matteo Salvini, che esorta le prefetture a “censimenti e sgomberi tempestivi” degli occupanti abusivi di case, rinviando “alla fase successiva ogni valutazione in merito alla tutela”. Una linea dura a cui Raggi risponde con “l’esigenza di mediare” perché, spiega, “non posso mandare in strada migliaia di persone, e allora bisogna contemperare l’esigenza di legalità con la difesa dei più fragili”. Quindi, “si andrà avanti con il protocollo siglato con la prefettura di Roma lo scorso gennaio”. In base a cui si cercheranno sempre sistemazioni alternative prima di sgomberare.

Ma per chiarire il gioco distorto della domanda e dell’offerta di abitazioni bisogna partire dai numeri, quelli che fornisce proprio Raggi: “A Roma abbiamo oltre 12 mila persone in lista d’attesa per una casa popolare. E questo a fronte di circa 3mila dimore di edilizia popolare occupate, quelle dell’Erp, e ad altre 6 mila case occupate dell’Ater, l’ente regionale”. Ma il conto è più corposo di così. “Ci sono anche 90 palazzi occupati, e le stime dicono che ci siano dentro circa 10mila persone”. Insomma, numeri da “emergenza abitativa”, che stridono con un’altra impressionante cifra: “A Roma ci sono circa 200 mila case sfitte o disabitate”. Una città vuota dentro la città. Un fenomeno che ha ragioni perfino normative, sostiene la sindaca: “Il governo Letta esentò da Imu e Tasi le abitazioni sfitte o disabitate, quelle senza il requisito di abitabilità. E questo ha reso conveniente ai costruttori non immettere sul mercato tanti palazzi, privi ancora acqua corrente e luce elettrice, a fronte di una mancanza di domanda”. Tradotto, meglio tenere “fermi” interi quartieri che renderli abitabili per poi doverci pagare le tasse perché non si riescono a vendere.

Proprio per questo il Campidoglio chiederà a Conte (“ma ne ho già parlato con alcuni parlamentari”) una norma per costringere i proprietari a rendere disponibili gli alloggi, magari a prezzi ragionevoli. Però è naturale chiedere se non sia utile anche e soprattutto convocare al tavolo i costruttori. E trattare. Un’ipotesi a cui Raggi risponde con molta cautela: “La mia porta è sempre aperta, ma con i costruttori già lavoriamo ai tavoli per la rigenerazione urbana”. Va bene, ma è chiaro che il problema principale sono i loro interessi… “Ripeto, ci si può confrontare. Ma la situazione va sbloccata innanzitutto a livello centrale”. E le case del Comune? “Noi abbiamo già sbloccato mille assegnazioni di case popolari, ma ci sono i tempi burocratici. Ed è una lunga trafila”.

E comunque, proprio dal livello centrale è arrivata la circolare di Salvini. E anche su questo la sindaca soppesa la sillabe: “Per me non rappresenta un problema. L’importante è mediare tra le varie esigenze, ben sapendo che ci sono anche tanti che lucrano sulle case popolari. E quelli vanno cacciati, tutti”.

Periferie, i sindaci non si fidano: “Soldi subito in manovra”

Iprogetti già esecutivi entro il 15 settembre del bando periferie del governo Renzi saranno garantiti. Non subito però, ma nella legge di Bilancio. Questo almeno è quanto sta promettendo il governo in queste ore. Ma i sindaci non si fidano e sono pronti a dare battaglia. Arriva oggi nell’aula di Montecitorio il Milleproroghe, che contiene una questione che aveva suscitato non poca polemica prima della pausa estiva del Parlamento. Si tratta di un emendamento presentato dalla Lega in Senato – e votato all’unanimità, Pd e Renzi compresi – che ha sospeso per due anni 96 dei 120 progetti approvati da Palazzo Chigi ai tempi di Renzi e Gentiloni per la riqualificazione delle periferie, bloccando investimenti per 1,6 miliardi circa su 2,1 stanziati in totale e finanziati solo parzialmente.

I soldi “liberati” – 140 milioni quest’anno, 320 il prossimo, 350 nel 2020 e 220 milioni nel 2021 – vengono destinati a sbloccare gli avanzi di amministrazione dei Comuni “virtuosi”: ovvero quelli che hanno soldi in cassa, ma non possono spenderli per via delle regole sull’equilibrio di bilancio degli enti locali che assegna rigidi obiettivi annuali. A denunciare “il furto con destrezza” era stato Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci. E a protestare tutti i sindaci che si erano visti bloccare i progetti. Tra i 24 programmi “salvati” c’erano quelli di Roma, Torino, Modena, Bologna e della città metropolitana di Bari; tra i “sommersi” Firenze, Milano, Livorno, Treviso e delle province di Roma e di Torino. A reagire con perplessità e preoccupazione all’idea di vedersi togliere per sempre quei soldi erano stati anche sindaci della maggioranza, da Filippo Nogarin, primo cittadino di Livorno a Mario Conte, alla guida di Treviso. La Lega – “motore” politico dell’iniziativa – aveva spiegato che si trattava in realtà di una misura che toglieva ad alcuni per dare a tutti: alla fine ad avere i soldi sarebbero stati più Comuni. Senza contare che si trattava di una valutazione politica: sconfessare la politica dei bonus e dei soldi a pioggia di Renzi e con l’occasione premiare i Comuni del Nord, notoriamente più virtuosi.

Ma la pressione dei Sindaci è andata avanti per tutta l’estate. Ed è partita una trattativa informale. Negli scorsi giorni Decaro ha incontrato il premier Giuseppe Conte e il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio. Perché non ci sta a vedere i Comuni “defraudati” di fondi che gli erano già stati promessi. Per oggi è in agenda un incontro istituzionale tra Conte e 15 Sindaci. “Aspettiamo responsabilmente l’incontro con il presidente del Consiglio Conte. Se non otterremo risposta, siamo pronti anche a interrompere i rapporti istituzionali. Non si possono stracciare i contratti firmati tra istituzioni dello Stato con un tratto di penna, con un emendamento votato in Senato di notte senza alcuna interlocuzione con i Comuni”.

Ieri intanto il Pd ha fatto ostruzionismo in Commissione alla Camera. Stanno arrivando le rassicurazioni che una soluzione si troverà. “C’è una interlocuzione in corso e in legge di Bilancio interverremo per garantire il finanziamento dei progetti che hanno piani esecutivi approvati”, spiega la viceministra dell’Economia, Laura Castelli. E il vice dell’Economia, Massimo Garavaglia, fornisce anche una quantificazione al Fatto: “Dopo un’analisi seria nella legge di bilancio risolveremo i problemi tecnici. L’idea è di salvare 551 interventi su 1262 dei vari progetti finanziati”. Basteranno le promesse e la mediazione in atto a fermare la protesta che sta portando avanti prima di tutto Decaro? “Se non abbiamo delle garanzie io non vado più in Conferenza unificata e blocco tutto. Anche la data del 15 settembre, che cosa significa? C’è chi ha chiesto una proroga e l’ha avuta. Chi invece l’ha chiesta e non ha mai ricevuto risposta. Quelli perché devono essere penalizzati?”.

La gaffe di Di Maio su Matera in Puglia inventata dai media

Per un paio d’ore ieri l’Italia è stata convinta d’avere un vicepremier talmente ignorante da pensare che Matera si trovi in Puglia e non in Basilicata. Ma il problema è un altro: la capitale europea della cultura 2019, Matera, non ha un collegamento decente con l’aeroporto più vicino: Bari. Ecco perché la domanda posta da Luigi Di Maio a Michele Emiliano (“Con Matera cosa state facendo?”) e captata dalle telecamere, era sensata. Era riferita alle opere interregionali come il raddoppio della ferrovia Matera-Bari. Uno dei primi siti a prendere atto della verità è stato Repubblica.it, seguito dagli altri. Per ore però, complice il video nel quale Emiliano sembra capire male e rispondere “Matera è in Basilicata”, siti, giornali e commentatori si sono avventati sul ministro. Il Tempo: “Di Maio ne spara un’altra e imbarazza tutti”; Libero: “Di Maio, terrificante gaffe: non sa che Matera è in Basilicata”. Il Corriere della Sera: “Matera in Puglia, la gaffe di Di Maio”. Lettera 43: “Per Di Maio Matera è in Puglia? Imbarazzo di Emiliano” che invece ha subito twittato: “Di Maio sa benissimo che Matera è in Basilicata e sa che il sostegno della Puglia a Matera è fondamentale perciò mi ha fatto le domande pertinenti cui ho risposto”.

Cottarelli &C.: “trombati” in politica, esperti tv

Succede un po’ come nel calcio. Dove gli ex calciatori, magari quelli che non sono riusciti a diventare buoni allenatori, si riciclano come opinionisti nelle trasmissioni sportive. Anche in politica ex ministri e parlamentari, “trombati” o scaricati dai loro partiti, o comunque non più in auge, vivono una seconda giovinezza nei programmi tv d’informazione. L’ultimo arrivato è Carlo Cottarelli.

L’ex commissario per la spending review, nonché per quattro giorni presidente del Consiglio incaricato da Mattarella per sbrogliare lo stallo, sarà ospite fisso nella trasmissione di Fabio Fazio Che tempo che fa. “La presenza di Cottarelli è un modo per mettere un punto fermo, per essere laici e oggettivi in un momento di scarsa razionalità. Penso sia un dovere del servizio pubblico offrire un’analisi competente su temi che interessano i cittadini”, ha spiegato Fazio.

Ma Cottarelli non è certo il primo che proviene dalla politica e finisce nei salotti tv, magari dopo una bocciatura. Nella prossima stagione televisiva ce ne saranno diversi. A partire da Nunzia De Girolamo, l’ex ministra ed ex parlamentare di Forza Italia, assoldata come inviata da Massimo Giletti nel suo Non è l’Arena (su La7 da domenica 23 settembre). “Avevo anche altre proposte, ma Giletti è un ottimo professionista che mi è stato vicino in un momento molto complicato. Però non perderò la mia identità: sono e rimango di centrodestra, liberale, berlusconiana e non forzista”, ha affermato l’ex parlamentare che alle Politiche del 4 marzo non è stata eletta, dopo aver subìto (con roventi polemiche) il trasloco di lista dalla “sua” Campania all’Emilia da parte del vertice azzurro. “Nella passata stagione l’avevo sperimentata come inviata vicino Palermo, dove ha saputo gestire una piazza inferocita. Nunzia funziona, ha passione e capacità di racconto”, spiega Giletti. Che per quest’anno ha ingaggiato anche un’altra ex parlamentare, Irene Tinagli, accademica eletta nel 2013 con Scelta civica e poi passata al Pd: sarà opinionista sui temi economici.

E sugli “ex” si scatena pure il mercato. Giuliano Cazzola, per esempio, ex sindacalista e già parlamentare Pdl nel 2008, esperto di economia e pensioni, è stato strappato da Mediaset a La7: così quest’anno non lo vedremo più ospite fisso di Giovanni Floris a Di Martedì, ma nei programmi della nuova Rete 4. Dovrebbe invece restare al suo posto, da Floris, Elsa Fornero, esperta di pensioni. “Se un conduttore trova un volto forte è difficile che vi rinunci. Soprattutto per i programmi serali”, continua Giletti.

Opinionisti a contratto, ma anche ospiti fissi. Massimo Cacciari, per esempio, viene invitato spesso da Lilli Gruber. Mentre nei programmi di Paolo Del Debbio, ora chiusi dopo il restyling di Rete4, non vi era serata senza Daniela Santanchè (FdI), Alessia Morani (Pd) o il presidente di Federconsumatori Rosario Trefiletti. Sarà interessante vedere su quali ospiti in studio punterà ora la nuova Rete 4 dopo la svolta post populista.

Conte prima rinvia il test, poi rinuncia al posto in Sapienza

Alla fine Giuseppe Conte ha deciso: nei prossimi giorni ritirerà la richiesta di trasferimento da Firenze a Roma e rinuncerà così al bando per la cattedra di Diritto privato all’Università Sapienza di Roma, quella lasciata libera dal suo maestro Guido Alpa e che da tempo è la sua più grande ambizione professionale.

Lo ha annunciato ieri il presidente del Consiglio su Facebook, pur specificando che nessuna legge gli avrebbe vietato di prendere parte al concorso: “Formalmente non c’è alcun conflitto di interessi, ma rinuncio alla cattedra esclusivamente per una sensibilità personale. Noi siamo il governo del cambiamento, non voglio che anche solo il sospetto di lucrare da questa situazione possa offuscare la mia carriera e creare sentimenti negativi nei cittadini”.

E in effetti Conte, che aveva inoltrato la richiesta alla Sapienza lo scorso febbraio, dunque prima di essere nominato premier, non aveva limiti normativi, se non quelli stabiliti dal dpr 382 del 1980 che obbligano i docenti a mettersi in aspettativa qualora vengano chiamati a Palazzo Chigi.

A pesare sulla sua candidatura restava però una questione di opportunità, legata alla comprensibile difficoltà dei commissari nel giudicare il presidente del Consiglio e nell’imbarazzo dei colleghi nel contendersi con lui la cattedra.

Ieri mattina il premier avrebbe dovuto presentarsi nella Sala delle lauree di Giurisprudenza della Sapienza per sostenere una prova orale di fronte alla commissione. Qualche giorno fa, quando Politico.eu ha riportato la notizia del concorso, Conte aveva fatto un parziale passo indietro, annunciando la sua assenza al colloquio e la volontà di “riconsiderare la procedura in corso”. A ieri mattina, però, Conte non aveva ancora comunicato la sua rinuncia alla commissione. Tutt’altro: gli altri due candidati alla cattedra, Mauro Orlandi e Giovanni Perlingieri, sono usciti dalla Sapienza intorno all’ora di pranzo ancora convinti di giocarsi il posto con il premier.

Mattinata strana, quella di Orlandi e Perlingieri. Neanche il tempo di entrare in aula per la prova e Enrico Elio Del Prato, presidente della commissione, annuncia che Conte ha appena notificato la propria impossibilità a partecipare al test, causa l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. A quel punto, i due candidati hanno qualche minuto per riflettere: la commissione chiede loro se vogliono comunque sostenere la prova in giornata o se non sia il caso di svolgerla “contestualmente all’altro candidato”. Invito accettato dai professori, che poi mettono nero su bianco, scrivendo a mano a mo’ di dettato, la propria disponibilità a rinviare la prova.

“Mi spiace che vi abbiamo fatto scomodare per niente – prova a scherzare Del Prato – uno da Napoli, l’altro da Milano…”.

Nessuno dei due ha voglia di parlare, ma la scocciatura è evidente. Orlandi, professore dell’Università Cattolica di Milano, è allievo di Natalino Irti, giurista in pensione ordinario per una vita proprio alla Sapienza. Si presenta per primo in Facoltà, aspettando l’arrivo dei commissari – oltre a Del Prato ci sono Giusella Dolores Finocchiaro e Stefano Dalle Monache – come un qualunque studente prima di un esame: rilegge gli appunti, ripete il discorso, cammina nervoso su e giù per l’atrio, dove lo ha accompagnato la famiglia. Se gli si chiede se ritenga imbarazzante la partecipazione di Conte al concorso, lui allarga le braccia, fa intuire il fastidio ma si impone di non parlare.

Perlingieri arriva poco più tardi. Figlio di Pietro, giurista e senatore centrista per due anni, e nipote di Giovanni, anche lui avvocato e membro della Costituente in quota Democrazia cristiana, insegna diritto privato a Napoli. Parla fitto con Orlandi più volte e non è affatto stupito che Conte, fino a quel momento, non si sia ancora ritirato. Poi, come il collega, se ne va senza sapere quando dovrà tornare per sostenere la prova orale.

Con loro, adesso che il concorso per la cattedra di Guido Alpa ha perso il candidato più ingombrante, potrebbe presentarsi alla prossima convocazione anche Marialuisa Gambini, docente di Diritto privato all’Università di Chieti ieri assente. Per Conte, come assicura lo stesso presidente in diretta Facebook, non restano che “cinque anni a Palazzo Chigi”. Poi si vedrà, ripartendo in ogni caso da Firenze.