Il ministro Trenta incontra i due marò: “Paese sia compatto”

“Il Paese si mostri compatto attorno ai nostri due fucilieri di Marina”. A poco più di un mese dall’avvio delle udienze al Tribunale dell’Aia che dovrà decidere sul caso, il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha incontrato i due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone per esprimere loro “la vicinanza di questo governo e di tutto il Paese”. I due marò sono stati dunque ricevuti a Palazzo Baracchini dal ministro, che ha definito quel 15 febbraio del 2012 – quando Latorre e Girone sono stati accusati di aver ucciso due pescatori indiani nel corso di una missione antipirateria – un giorno “da tenere a mente”, perché “è il giorno in cui inizia un calvario”. Al termine di un complicato braccio di ferro diplomatico tra Roma e New Delhi, la Corte Suprema indiana ha accordato nel 2016 la possibilità per i due fucilieri di rimanere in Italia per la durata del procedimento arbitrale, con la concessione della libertà su cauzione. Ma “dopo quasi 7 anni – ha aggiunto la Trenta – la loro storia non è finita. Il 22 ottobre si aprirà l’arbitrato davanti ai giudici dell’Aia”. Per la sentenza, i due marò – rientrati in Italia nel 2014 (Latorre che era stato colpito da un ictus) e nel 2016 (Girone) – dovranno attendere la primavera 2019.

Diciotti: presto gli interrogatori, anche Salvini

C’è il comandante del pattugliatore Diciotti, il capitano di fregata Massimo Kothmeir, e ci sono anche i comandanti delle capitanerie di porto di Catania e Porto Empedocle, il responsabile dell’ufficio circondariale marittimo di Lampedusa, il capo del Dipartimento delle libertà civili, Gerarda Pantalone, e il suo vice, Bruno Corda.

È l’elenco dei testimoni da ascoltare trasmesso dalla procura al Tribunale dei ministri da ieri al lavoro a Palermo, che comprende anche il capo di gabinetto di Salvini, Matteo Piantedosi, uscito dall’inchiesta come indagato e rientrato, probabilmente, come teste.

Mentre la polizia ha rintracciato a Ventimiglia un gruppo di 34 eritrei sbarcati dalla Diciotti – che viaggiavano su un pullman noleggiato dalla Baobab Experience di Roma verso Campo Roja, centro gestito dalla Croce rossa da dove gli immigrati cercano di andare in Francia –, per i tre giudici del Tribunale dei ministri, il primo problema da risolvere è la competenza e per questo nella prima riunione di ieri nel palazzo di giustizia il presidente Fabio Pilato e i giudici Filippo Serio e Giuseppe Sidoti, hanno iniziato a studiare la posizione del pattugliatore Diciotti al momento dell’ordine di non attraccare: se la nave era ancora al largo di Lampedusa, la competenza resta a Palermo, se invece era già in direzione di Catania, le carte andranno trasmesse ai giudici del capoluogo etneo e l’istruttoria ricomincerà da capo.

Tra le prime mosse da valutare c’è l’interrogatorio dell’unico indagato, il ministro Matteo Salvini, disponibile a venire a Palermo “anche a piedi” che ieri ha continuato ad attaccare, sia pure indirettamente, i magistrati: “Venerdì sarò a Vienna, dove ci sono 27 Paesi europei – ha detto a Enrico Mentana –. Ci vado da ministro del primo partito del governo. Qualche collega mi dirà: perché è indagato? C’è un pezzo di Stato che indaga un altro pezzo di Stato…”.

Sull’intera questione il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, oggi sarà in audizione al Copasir, a palazzo San Macuto mentre mercoledì terrà l’informativa sulla Diciotti in Senato per intervenire nel pomeriggio, alle 15, al question time alla Camera.

Intanto a Palermo i giudici del Tribunale dei ministri mantengono le bocche cucite, perfino sul luogo fisico del palazzo in cui si riuniscono: “Se lo diciamo vi troveremo ogni giorno dietro la porta”, ha detto il presidente Pilato, nel suo ufficio di giudice per le indagini preliminari così come il collega Filippo Serio.

Entrambi si sono occupati di immigrati: Pilato da giudice tutelare è stato tra gli ideatori del protocollo d’intesa siglato insieme con il comune di Palermo per garantire la tutela legale ai minori sbarcati da soli sulle coste siciliane; il nome di Filippo Serio invece nel 2011 era finito in una lista nera di “amici degli immigrati”, pubblicata sul sito neonazista Stormfront, dopo che il giudice aveva annullato la misura cautelare per un migrante perché l’ordinanza non era stata tradotta in inglese, non consentendo all’indagato di conoscere le accuse a suo carico.

Convenienze e sentimenti dell’Italia che ama il Capitano

“Odiano la Lega perché vola”: questo ieri un titolone di Libero, che però si potrebbe anche leggere al contrario. Ovvero: amano la Lega perché vola. Sulla indiscussa capacità di Matteo Salvini di essere enormemente divisivo, e dunque popolarissimo, è stato scritto (quasi) tutto. Sulla natura dei suoi odiatori e dei suoi amatori (spesso incontenibili) forse c’è qualcosa da scandagliare.

Una sintesi illuminante di questi due mondi in aspro conflitto la troviamo in una lettera pubblicata sull’ultimo numero dell’Espresso, a firma Gaia Santolin. Che a 19 anni manifesta “sconforto e disagio” quando sente i ragazzi della sua età dire che “la Diciotti andava lasciata in mare per sempre”. O che “siamo invasi e diventeremo tutti neri”. Scrive la giovane lettrice (di Treviso, appena iscritta a Giurisprudenza) che se azzarda un riferimento alle leggi razziali del 1938, i suoi coetanei replicano che “Mussolini ha fatto anche tante cose buone”. E se osa citare la Costituzione viene bloccata da due argomenti decisivi: “È stata scritta da quattro deficienti” e “andrebbe tutta rivista”. Alla curatrice della rubrica, Stefania Rossini, Gaia ha descritto questi ragazzi come “persone generose e generalmente aperte”. Perfino con qualcuno che a marzo “ha votato a sinistra” sentendosi poi tradito e non più rappresentato. Conclusione della Rossini: i giovani non trovano più un’offerta politica che li tenga ancorati alle istanze migliori della convivenza civile e si abbandonano alle proposte muscolari di un leader carismatico. Conclusione di questo diario: giusto, ma per dire simili desolanti bestialità non occorreva fare il liceo.

Pur non avendo mai odiato nessuno, chi scrive vorrebbe (come Gaia e tanti altri) che l’Italia non affogasse nella montante marea nera, assieme a migranti e magistrati. E pur tuttavia rimane sinceramente colpito dall’entusiasmo di tanti giornali e giornalisti nel trattare le gesta del Capitano assiso sul Carroccio. Sere fa, per esempio, abbiamo nutrito qualche apprensione per il bravo collega Mario Giordano – autore di battaglieri libri di successo come Vampiri e Avvoltoi, dedicati alle malversazioni e agli abusi di chi ci governava fino a tre mesi fa. Apparso in tv, da Barbara Palombelli, letteralmente sgomento dinanzi al sequestro dei 49 milioni (truffa ai danni dello Stato e dunque degli italiani) deciso dai giudici di Genova nei confronti della Lega. Un provvedimento che potrebbe impedire al partito in testa ai sondaggi di fare politica (anche se l’astuto Giorgetti non esclude la nascita di una Lega bis).

Chissà se Giordano avrebbe avuto questa stessa reazione se, per esempio, analogo sequestro fosse stato disposto nei confronti delle belve rapaci del Pd. Quanto all’analogia tirata in ballo con quanto accadde alla Margherita di Rutelli, si potrebbe obiettare che la Lega di Bossi e Belsito ha consentito una truffa a vantaggio del partito. Mentre il tesoriere Lusi incamerò fior di quattrini ai danni del partito. Osservazioni probabilmente inopportune. Poiché esiste una parte importante dell’informazione che al di là di tutto (e senza necessariamente piaggerie) ritiene il ministro degli Interni l’unica salvezza per l’Italia (così come esiste un’altra parte che vede in lui i prodromi del risorgente fascismo). Insomma, al cuor non si comanda. Domenica sulla Lettura del Corriere della Sera, a proposito dei semidei passati e presenti, Alessandra Tarquini ha ricordato ciò che scriveva, atterrito, nel suo diario il ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai immaginando di separarsi da Mussolini: “Ora sono solo senza il mio Capo. Ora so cos’è la paura: un precipitare improvviso d’una ragione di vita”. Parole che ci sovvengono pensando a certe prime pagine disperate. Come: “Vogliono uccidere Salvini”: titolo apparso sul Giornale dove fortunatamente l’imminente assassinio era annunciato in punta di metafora. Anche se il mio preferito resta: “I rumeni ci rubano il pesce” (Libero): allegoria fulminante di un Paese lasciato dai buonisti radical-chic alla mercé delle orde predatrici. Perché in definitiva il salvinismo, senza se e senza ma, può anche rispondere alle legittime convenienze di un non florido mercato editoriale: restare nella scia di un Capo che naviga con il vento (e le copie) in poppa. Ma il motore che tutto muove è sempre prettamente sentimentale. Infatti, l’amore per Salvini e l’odio per la sinistra sono la stessa cosa.

Moavero va da Haftar. A Tripoli attaccata sede petrolifera Noc

Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero, ha incontrato ieri il maresciallo Khalifa Haftar. “Fra i due – cita un comunicato della Farnesina – vi è stata ampia convergenza per un’intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile”. “I cittadini libici – ha detto Moavero – devono essere messi in grado di esercitare la propria sovranità e di poter decidere liberamente il proprio destino. Il percorso politico avviato va portato a termine, in particolare, attraverso elezioni ordinate e trasparenti, che si svolgano in condizioni di adeguata sicurezza”. Mentre si teneva l’incontro, a Bengasi, a 650 km di distanza, a Tripoli, la sede della compagnia petrolifera libica, National Oil Corporation (Noc) a Tripoli è finita sotto attacco. I sei uomini del commando che ha sferrato l’attacco sono morti: almeno tre attentatori si sarebbero fatti saltare. Vari media locali concordano nel dire che gli aggressori sarebbero di origine africana. Tutti i dipendenti della Noc sono stati portati in salvo, come ha confermato lo stesso presidente della compagnia, Mustafa Sanallah. Vittime dell’attacco, due agenti della sicurezza.

L’Onu manda ispettori contro il “razzismo”. E il ministro si scatena

Sorvegliati speciali per motivi di razzismo. L’Onu invierà in Italia, e in Austria, i suoi funzionari per valutare il “forte incremento di atti di violenza e razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom”. L’Alto commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, in occasione del 39esimo congresso Onu sui diritti umani, ieri a Ginevra, ha usato parole durissime verso l’Italia e il governo in carica. “Il governo italiano – ha dichiarato Bachelet – ha negato l’ingresso alle navi di soccorso delle Ong. Questo atteggiamento politico, e altri sviluppi recenti, hanno conseguenze devastanti per molte persone già vulnerabili”.

E ancora: “I migranti in Libia continuano a essere esposti al pericolo d’essere uccisi, della privazione della libertà, torture, violenze sessuali, lavoro forzato, estorsione e sfruttamento. È indegno di qualsiasi stato inviare intenzionalmente uomini, donne e bambini ad affrontare tali rischi. Ho accolto con favore il recente riconoscimento, da parte della Commissione europea, in base al quale la Libia non è un luogo sicuro per il ritorno. E sebbene il numero di migranti che attraversano il Mediterraneo sia diminuito, il tasso di mortalità è stato, nei primi sei mesi di quest’anno, più alto di prima”.

“Non c’è un allarme razzismo in Italia, i numeri smentiscono tutto questo”, replica il vicepremier Matteo Salvini. I numeri – forniti dallo stesso Viminale – raccontano però un recente incremento delle violenze a danno di stranieri ed extracomunitari. Il raffronto tra il primo semestre del 2017 e quello del 2018, infatti, vede innalzarsi il numero delle vittime immigrate per parecchi reati gravi. Raddoppiati i reati di strage (da 4 a 8), nei primi sei mesi del 2018 si contano 6 vittime extracomunitarie. Nello stesso periodo del 2017 la cifra era pari a zero. Omicidi volontari: su 172 vittime, nel primo semestre del 2017, gli stranieri erano 21 e gli extracomunitari 16. Quest’anno – mentre il numero delle vittime scende a 156 – gli stranieri ammazzati sono ben 37 e gli extracomunitari salgono a 28. Con una crescita, per questi ultimi, che va dal 9,3 al 17,9 per cento. I tentati omicidi diminuiscono in termini generali – da 564 a 516 – ma vedono crescere le vittime straniere da 133 a 156 (si passa dal 23,5 al 30 per cento) e calare quelle extracomunitarie – da 113 a 100 – con una percentuale che resta pressoché stabile (dal 20 al 19,3 per cento). Diminuiscono anche i casi di lesioni dolose – da 29.218 a 25.792 – ma la percentuale di vittime straniere ed extracomunitarie (anche se in termini assoluti diminuisce) resta grosso modo la stessa passando dal 5,1 al 6 per cento per le prime e dal 14,9 al 14 per le seconde. Nonostante il crollo degli sbarchi – l’Onu conteggia il 41% di ingressi in meno, rispetto allo scorso anno, tra Grecia, Italia e Spagna – secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, di appena una settimana fa, attraversando il mare dalla Libia il numero delle vittime è salito da una ogni 42, nel 2017, a una ogni 18.

Salvini non intende prestare il fianco alle critiche dell’Onu. E alle accuse risponde con altre accuse. Annunciando che intende rivedere i contributi dell’Italia: “Ragioneremo con gli alleati sull’utilità di continuare a spendere questi 100 milioni di euro per finanziare sprechi, mangerie ruberie a un organismo che vorrebbe venire a dare lezioni agli italiani e poi ha paesi che praticano la tortura, la pena di morte la sevizia l’infibulazione, il carcere a vita per gli omosessuali. Invece di mandare gli ispettori in Italia, fossi un dirigente dell’Onu avrei mezzo mondo in cui mandarli”. Il ministro dell’Interno rivendica il ruolo dell’Italia nell’accoglienza di questi ultimi anni: “Ha accolto 700 mila immigrati, molti dei quali clandestini, e non ha mai ricevuto collaborazione dagli altri Paesi europei. Non accettiamo lezioni da nessuno, tantomeno dall’Onu che si conferma prevenuta, inutilmente costosa e disinformata”.

I guardacoste di Tripoli non rispondono al telefono

Il primo tentativo fallisce alle 15.32. Il secondo alle 19.07. Il telefono squilla a vuoto finché non cade la linea. Il punto è che – almeno in teoria – a questa linea sono aggrappate le speranze di restare in vita, non soltanto per i migranti sui barconi, ma anche per qualsiasi cargo in transito, se c’è bisogno di un soccorso nel Mediterraneo centrale in un vasto specchio di mare compreso tra le coste libiche e il limite delle acque territoriali greche a Sud di Creta. Dove un tempo c’erano le navi delle Ong e il soccorso di fatto lo coordinava l’Italia.

Il Fatto ieri ha provato a contattare la Guardia costiera libica ai numeri ufficiali che compaiono sulla scheda Imo (International Maritime Organization) della sua zona Sar (search and rescue, ovvero ricerca e soccorso). Sono i numeri ufficiali del “Centro di coordinamento del salvataggio” libico, ma dall’altro capo del telefono non ha risposto nessuno. E nessuno avrebbe risposto, quindi, a una richiesta di soccorso. Nei fatti, siamo dinanzi a una sospensione dell’operatività dell’area Sar libica, motivata dalla gravissima crisi in corso, con gli scontri armati in atto a Tripoli. In appena 72 giorni – era il 28 giugno – da quando la Libia ha dichiarato ufficialmente la propria zona Sar, per il sistema dei soccorsi s’è già creato il vuoto. Confermando, peraltro, che non è possibile definire la Libia Place of Safety, ovvero un porto sicuro. Il punto è che proprio sulla costituzione di un’area Sar libica si erano incentrati gli sforzi della diplomazia italiana, a partire dal governo Gentiloni, con la strategia messa in campo dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, che ha fornito ai libici motovedette e personale di addestramento per bloccare le partenze dei migranti. Le motovedette libiche, infatti, dopo gli interventi in mare, riportavano i migranti nei centri, dove spesso sono stati documentati crimini nei loro riguardi. Dopo una serie di naufragi con numerose vittime anche a poche miglia dalle coste libiche, ai primi di giugno, è così che le partenze verso l’Italia sono state notevolmente ridotte. Adesso la situazione rischia di esplodere nuovamente.

Il caos libico oltre a mettere fuori gioco temporaneamente la Guardia costiera sta spingendo i migranti alla fuga dai centri e a tentare nuove partenze. In molti sono eritrei, sudanesi e somali, in fuga da conflitti armati quindi con altissime probabilità di ottenere lo status di rifugiato. Era solo il 2 settembre quando il vicepremier Matteo Salvini ringraziava pubblicamente “le autorità libiche per l’opera di soccorso e di rimpatrio”. Il 1° settembre, infatti, secondo fonti del Viminale, la Guardia costiera libica aveva “salvato 275 persone, provenienti da Sudan, Mali, Niger, Ghana, Camerun, Algeria e Bangladesh”. Altri tempi. Il centralino per i soccorsi ora squilla a vuoto. La Guardia costiera libica non è al momento raggiungibile.

Di Battista all’attacco: “Carroccio restituisca fino all’ultimo euro”

L’ex deputato 5Stelle Alessandro Di Battista, in collegamento dal Guatemala durante il programma di Lilli Gruber Otto e mezzo, attacca: “La Lega deve restituire i 49 milioni di euro fino all’ultimo centesimo. Le sentenze si rispettano, quindi restituiscano il maltolto”. Le parole di Di Battista arrivano dopo che, nella mattinata di ieri, era arrivato l’annuncio degli avvocati della Lega di voler ricorrere in Cassazione contro la pronuncia del Tribunale del Riesame di Genova che ha disposto il sequestro dei 49 milioni. Di Battista aggiunge poi un avvertimento: “La Lega si sputtana se ferma la riforma anticorruzione di Alfonso Bonafede, mi auguro non lo faccia”. Immediata la replica di Matteo Salvini: “Peccato che Di Battista non sia in Parlamento. Avrebbe tanto tempo per lavorare e meno per parlare. Se fossi in Guatemala, passerei il tempo in maniera più ludica. Mi sa che è una roba interna ai Cinquestelle”. Dalla Lega si leva anche il sospetto che Di Battista attacchi l’alleato di governo per aprire un varco a una nuova maggioranza M5S-Pd. Di Battista nega: “Io e Luigi siamo indissolubili. A dicembre torno, anche se non so se in prima fila. Ma non mi candiderò mai alle Europee”.

Ora la procura tratta. “La Lega paghi a rate i 49 milioni rubati”

Quarantanove milioni da pagare a rate. Quando ieri gli avvocati della Lega si sono presentati in Procura a Genova si sono sentiti avanzare una proposta: la rateizzazione del sequestro, che consentirebbe al partito di sopravvivere e allo Stato di rientrare in possesso del denaro che, secondo la sentenza di primo grado del processo sulla truffa ai danni del Parlamento, potrebbe essere sequestrato immediatamente dai pm. Ora la parola spetta soprattutto a Matteo Salvini: accettare la proposta dei magistrati e restituire i soldi nel tempo oppure andare allo scontro rischiando però di finire a gambe all’aria.

Gli avvocati Giovanni Ponti e Roberto Zingari, che difendono il Carroccio, ieri si erano presentati in tribunale a Genova con l’intenzione di proporre ricorso contro la decisione del Riesame che la settimana scorsa ha aperto le porte al sequestro. Ma inaspettata è arrivata la proposta: restituite i soldi un po’ alla volta. Scelta che, ovviamente, implicherebbe l’accettazione della decisione del Riesame precludendo lo spazio all’ulteriore ricorso in Cassazione. Insomma, si apre una sorta di ‘trattativa’. La rateizzazione del denaro da sequestrare è prevista essenzialmente per i reati tributari. Ma la procura ha valutato che possa essere applicata anche a questo caso. Esistono infatti margini di discrezionalità per i magistrati e il decreto non è stato ancora firmato.

Certo, l’operazione è tutt’altro che semplice: parliamo di 48,9 milioni. Ma lo spiraglio si è aperto proprio leggendo la memoria che gli avvocati leghisti – basandosi su una relazione di PriceWaterhouseCoopers – avevano presentato al Riesame per opporsi al sequestro. In sostanza, si diceva, nelle casse del partito ci sono milioni che sono frutto dimostrato di donazioni e tesseramenti.

Per la Procura quel passaggio è stato la dimostrazione che le casse della Lega non sono vuote. A pagina 15 della memoria gli avvocati scrivono: “Dopo l’esecuzione dei sequestri sui conti intestati alla Lega sono confluiti circa 5.618.000 euro”. Una cifra che, ricostruendo, sarebbe stata incassata in circa dieci mesi: il sequestro cui si fa riferimento è quello del settembre 2017, mentre la relazione è stata ultimata il 27 luglio scorso. I legali ricostruiscono così la provenienza del denaro: “Circa 4,7 milioni sono costituiti da erogazioni liberali, donazioni, finanziamenti, sovvenzioni effettuate dai cittadini (persone fisiche e in minima parte società), da candidati alle elezioni, da parlamentari e da somme derivanti dal tesseramento”. È il grosso del denaro presente sui conti del partito. Ma c’è altro: “Circa 730mila euro provengono dal due per mille”. Gli avvocati sottolineavano: “Si tratta di somme di accertata provenienza lecita e non possono essere sequestrate quale profitto del reato”.

Una teoria respinta dal Riesame genovese secondo il quale il denaro non è distinguibile quando confluisce nelle medesime casse in cui sarebbe stato versato quello frutto di un reato. Ed è, perciò, comunque sequestrabile. Ora la parola passa ai dirigenti della Lega. Il via libera potrebbe suonare come un’ammissione di colpa (seppur per fatti non imputabili alla presente gestione), ma eviterebbe lo svuotamento delle casse. E potrebbe forse disinnescare la bomba politica del denaro del Parlamento nelle tasche del Carroccio.

Ieri pomeriggio i vertici leghisti ne hanno discusso a Milano in due riunioni. Alla seconda era presente il segretario che, però, sostiene di voler attendere una proposta ufficiale dalla Procura prima di pronunciarsi formalmente: “Rateizzazione? Ma come posso rateizzare quello che non ho”, ha provato a scherzare Salvini incontrando i giornalisti. E ha aggiunto: “Siamo nati senza una lira, se c’è la fiducia degli italiani, possiamo andare avanti anche senza una lira. I soldi? Chiedete a chi li ha visti, stiamo parlando del 2008, 2009 e 2010. Siamo nel 2018”. E l’ipotesi di cambiare nome? “Ci chiamiamo Lega e ci chiameremo Lega”.

Non è la sola rogna giudiziaria su cui la Lega deve prendere una decisione: presto infatti scadranno i termini per presentare querela per appropriazione indebita nel processo milanese gemello di quello genovese. Il dubbio è amletico: querelare Umberto Bossi (ancora oggi presidente del partito), commettendo un parricidio politico, oppure soprassedere lasciando però che il processo finisca nel nulla incassando una figuraccia? La nuova legge approvata pochi mesi fa infatti ha previsto che l’appropriazione indebita, prima punibile d’ufficio, sia perseguibile solo su querela.

Il blitz di Matteo in Rai per la prima tv di Elisa

Il primo giorno è dura, forse atroce. Si dorme male, fai colazione col magone, ascolti canzoni motivazionali e poi ti prepari – e che ansia – per il debutto. Il primo giorno è più facile se c’è la famiglia. Così Elisa Isoardi ha vissuto l’esordio alla Prova del cuoco su Rai1 con la mamma Imma Sarale e – in gran segreto – con il fidanzato Matteo Salvini.

Studi Dear di via Nomentana a Roma, manca mezz’ora per il ritorno di Elisa – dopo una stagione da supplente, anni fa – nel tempio che fu di Antonella Clerici. Il noto fidanzato – nonché ministro dell’Interno e vicepremier leghista – supera i controlli all’ingresso e s’infila nel palazzo: saletta riservata con la “suocera” e i collaboratori di Isoardi. Cadono le cicche di sigarette ai dipendenti di Viale Mazzini, chi corre di qua, chi corre di là, come a dire: “Oh, c’è Salvini! E io che mi metto?”. Il traffico verso la Nomentana aumenta. Tutti che si agitano. Tutti che si telefonano. Angelo Teodoli, il direttore di Rai1, è assente. E il primo giorno, caspita, l’assenza è un macigno.

Quel romanticone di Salvini esibisce l’amore – e il nazionalismo – con lo strumento che l’ha reso celebre. Apre Twitter e scrive: “Oggi alle 11.30 su Rai1 inizia la tua nuova avventura con la #laprovadelcuoco: in bocca al lupo, Elisa! Faccio il tifo per te e anche per la cucina italiana”. Buone notizie per il servizio pubblico: la Rai non ha ancora un presidente, però recluta un sostenitore influente e potente. E tra parentesi: la buona notizia vale pure per la cucina italiana e dunque, per esteso, per i prodotti italiani, gli agricoltori italiani, i ristoranti italiani, insomma per l’intera filiera alimentare italiana.

Elisa è in onda. Balli, canti, ospiti, la collega Caterina Balivo, l’ex rugbista Andrea Lo Cicero. Un omaggio per la Clerici: “Vorrei salutare la mamma di questo programma per diciotto anni, una grande professionista e una grande donna. Grazie Antonella per tutto quello che hai fatto”.

Mamma Antonella guarda da casa, mamma Imma è dietro le quinte e – per la più prevedibile delle sorprese – sbuca con un mazzo di fiori. Abbracci ripetuti, carezze, lacrime. Matteo è andato via, chiamato a ottemperare ai suoi obblighi istituzionali. La signora Imma, scaltra, indossa una camicia verde, un po’ troppo scura per rammentare il verde leghista, ma è il momento di rinnovare. Il primo giorno è dura, non dove sbarca Salvini.

Fino a giovedì si vota sull’accordo con Arcelor Mittal

È iniziato ieri il referendum dei lavoratori del gruppo Ilva sull’accordo siglato dai sindacati con ArcelorMittal. Le operazioni si concluderanno giovedì in serata. I “Sì” dovrebbero vincere con larga misura. Ieri a Taranto hanno votato in circa 2mila e si sono create code per l’affluenza massiccia. Oggi comincerà Genova – Cornigliano. I lavoratori dello stabilimento Ilva di Racconigi hanno già votato (87% favorevoli). Le fabbriche dalle quali potrebbe arrivare qualche sorpresa, soprattutto nelle assemblee, sono l’acciaieria di Taranto, dove lavorano a 10.500 operai e ne saranno assunti subito solo 8.200, e Genova – Cornigliano con i suoi 1.474 lavoratori. Per Genova ci saranno i tempi supplementari all’accordo siglato il 6 settembre con un tavolo da convocare entro il 30 di questo mese. La cifra di quelli che saranno assunti subito a Genova non è scritta, ma sarà individuata proprio al tavolo sull’accordo di programma. Qui l’obiettivo dei sindacati è di garantire l’assunzione a tutto l’organico effettivo. “Domani votiamo l’accordo e poi andiamo ai tempi supplementari” ha detto il segretario genovese della Fiom Bruno Manganaro.