“Ilva, il parere smentisce Di Maio”

Caro direttore, apprendiamo che il ministero dello Sviluppo Economico aveva dal 21 agosto il parere, da lui richiesto, dell’Avvocatura dello Stato. Nella conferenza stampa del 23 agosto il ministro ha detto che la gara era illegittima mentre leggendo il parere apprendiamo che per l’Avvocatura non è mai esistito alcun serio vizio della procedura. Forse per questo lo ha tenuto nascosto per 17 giorni e fino ad accordo siglato. Nella conferenza stampa ha citato singole frasi di un parere che invece smentisce il ministro. L’unico rilievo, che attiene però ad una ragione di opportunità, riguarda il fatto che la lettera di invito, diversamente da quanto previsto dall’avviso originario, non abbia previsto una fase di rilanci. Rilanci che però la stessa Avvocatura ritenne impossibili nel giugno 2017. Fu prevista, invece, solo una fase negoziale conclusiva con il vincitore. Tuttavia tale scelta non configura alcun vizio perché non vi era obbligo alcuno di prevederla. E men che meno si poteva seriamente considerare la tardiva e scorretta richiesta in tale senso della concorrente. Che infatti nulla ha obiettato, all’epoca, nelle opportune sedi giudiziarie.

Nemmeno la posticipazione del termine per interventi ambientali è idonea a determinare alcun vizio, visto che la gara già bandita non avrebbe potuto essere riaperta senza integrale annullamento in contrasto con elementari principi di celerità e speditezza del procedimento.

Siamo in presenza di una ricostruzione che consente di affermare che la gara non è stata caratterizzata da alcun vizio di legittimità idoneo a comportarne l’annullamento. Non è quindi nemmeno necessario dare ingresso nemmeno alla comparazione degli interessi in gioco, pubblici e privati, attività che comunque avrebbe dovuto essere fatta anche se in presenza di veri vizi di legittimità. Pertanto “l’interesse pubblico attuale e concreto” era un arzigogolo giuridico per scaricare sulla trattativa le sua responsabilità.

La revoca non è mai stata una opzione seria perché avrebbe dato luogo all’indennizzo del vincitore (Arcelor Mittal) con conseguenze economiche devastanti. Invece il ministro Di Maio ha sempre affermato che esistevano vizi così gravi del procedimento da determinarne l’annullamento. Ora si scopre che questi vizi di legittimità non ci sono, tutte le scelte hanno avuto una congrua motivazione anche quella di non riaprire la gara.

Di Maio ringrazi il senso di responsabilità del sindacato per l’accordo nonostante ci abbia fatto negoziare con un’azienda che aveva ritenuto illegittimamente vincitrice di una gara. Il ministro ha un altra grave responsabilità, aver fatto promesse impossibili ad una città che poi non ha mantenuto.

 

Come Bentivogli sa bene, essendo uno dei pochi che il parere dell’Avvocatura l’ha letto, nel documento si elencano diverse irregolarità e vizi nell’aggiudicazione della gara. Li elenca lui stesso derubricandoli a particolari secondari. L’Avvocatura, in realtà, rimanda la valutazione di quei vizi – la “discrasia” tra lettera di invito e lettera 0di procedura, l’allungamento dei termini per i piani ambientali, l’impossibilità di fare rilanci – alla stessa Amministrazione che avrebbe dovuto applicare il criterio dell’interesse pubblico. Cosa che, ci sembra, il ministro Di Maio ha fatto disponendo di non annullare la gara e garantendo, anche con una sua iniziativa diretta, la firma dell’accordo.

Negozi aperti la domenica: la verità dietro gli annunci

Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, ha rilanciato il dibattito sulla chiusura o meno dei negozi alla domenica. Una iniziativa che, nelle intenzioni del leader M5S serve a ridare dignità al lavoro e a permettere ai dipendenti di passare più tempo in famiglia. Una posizione sostenuta da quasi tutto il sindacato e da molta parte dello schieramento politico, ma avversata dalle grandi catene della distribuzione, da quasi tutto il Pd, da Forza Italia e, sembra, da gran parte della Lega, che cerca una mediazione. Mediazione che è lo stesso Di Maio ad aver avanzato ieri proponendo una soluzione “a turni”, con negozi, o supermercati, aperti in modo tale da garantire almeno il 25% dell’offerta ai consumatori, mentre il restante 75% dovrebbe rimanere chiuso con sollievo per i dipendenti.

Lavoro volontario?

Gli orari di lavoro non garantiscono la volontarietà del lavoro domenicale. Secondo il decreto legislativo 66 del 2003, che applicava una direttiva europea, infatti, “il lavoratore ha diritto ogni sette giorni a un periodo di riposo di almeno 24 ore consecutive, di regola in coincidenza con la domenica”. Di regola non significa obbligatoriamente e quindi la materia rientra nella contrattazione tra le parti, al livello aziendale o di settore.

Gli accordi

I contratti di settore o integrativi che disciplinano la materia prevedono quasi tutti questa eventualità. Una delle catene di supermercati più nota, la Esselunga, ad esempio, ha previsto nel contratto integrativo, siglato lo scorso maggio, cinque domeniche non lavorabili nel corso dell’anno per i lavoratori il cui contratto prevede la domenica lavorativa. In cambio l’accordo prevede una maggiorazione retributiva del 30% per chi lavora fino a 24 domeniche, percentuale che sale al 40% per chi supera le 37 domeniche l’anno.

Posti di lavoro a rischio

Secondo il Pd, contrario alla proposta, si rischiano fino a 30 mila posti di lavoro, secondo l’ad di Conad si arriverebbe a 50 mila. Secondo Federdistribuzione, l’associazione della grande distribuzione (300 mila addetti), i posti di lavoro che sarebbero stati creati dalla liberalizzazione degli orari – voluta dal decreto Italia del governo Monti nel 2012 – sarebbero stati, dall’introduzione della misura, circa 16.000. Quindi meno della metà di quanto sarebbe oggi l’eventuale perdita. La Confesercenti, associazione dei commercianti, calcola che con la deregulation l’occupazione è fortemente diminuita con la perdita di 108 mila posti di lavoro, comprendendo i piccoli negozianti. Infine, la Filcams Cgil sostiene che la maggior parte dei posti di lavoro creati nella Grande distribuzione, cresciuta tra il 2013 e il 2016 del 6%, sono precari.

Italia unica in Europa

Una tabella di Confcommercio mostra invece che per quanto riguarda la liberalizzazione degli orari domenicali, l’Italia è praticamente unica in Europa. Non si lavora la domenica in Germania a eccezione di alcuni particolari tipologie, come le panetterie, né in Francia dove solo i negozi alimentari sono aperti fino alle 13. Tutto chiuso in Olanda e in Spagna, dove si applicano delle deroghe a carattere regionale. Nella liberale Gran Bretagna solo la Scozia non ha alcuna restrizione, mentre in Inghilterra per la grande distribuzione sono concesse 5 ore di apertura tra le 10 e le 18.

Ricavi e profitti

Secondo la ricerca di Mediobanca del 2016, il fatturato aggregato dei maggiori operatori è aumentato nel 2016 del 2,5%, passando da 56,7 a 58,1 miliardi. “Ma il record di crescita spetta ai discount: Lidl Italia (+8%) ed Eurospin Italia (+6,8%) distanziando Esselunga (+4,4%). Margini negativi per Carrefour (-0,5%), le Coop (-0,9%) e Auchan- SMA (-3,7%).

L’ecommerce

Sempre secondo la ricerca Mediobanca, il grosso dell’ecommerce, che secondo gli oppositori di Di Maio sarebbe avvantaggiato dalla chiusura domenicale, passa proprio per le strutture della Gdo. “L’ecommerce food in Italia nel 2016 è cresciuto del 35% rispetto al 2015 raggiungendo un valore di 593 milioni di euro ed è previsto che oltrepassi gli 800 milioni nel 2017”. Ma, scrive la ricerca, “in tale segmento, i principali operatori tradizionali della Gdo ricoprono un ruolo preponderante e in continua evoluzione con lo sviluppo di nuovi servizi al consumatore”.

Oggi primo sciopero docenti: “Graduatorie per i precari abilitati”

È stato proclamato per la giornata di oggi il primo sciopero nazionale del nuovo anno scolastico. A indirlo, l’associazione sindacale Anief per il personale docente e il personale Ata. La protesta si concentrerà a Roma con una manifestazione nazionale in piazza Montecitorio dalle 9 alle 14 “contro la politica del governo sul precariato”.

“In tanti – segnala Anief – scenderanno in piazza nel giorno di avvio dell’esame nell’aula della Camera del decreto Milleproroghe: i partecipanti chiederanno ai parlamentari a gran voce di approvare l’emendamento salva-precari che riapre le graduatorie a esaurimento a tutto il personale docente precario abilitato, come avvenuto fino al 2012”.

Il sindacato spiega che “tale testo, se approvato, permetterebbe la copertura del 60 per cento delle cattedre rimaste deserte in questi giorni di immissioni in ruolo e tutelerebbe i tanti insegnanti assunti a tempo indeterminato con riserva o che si accingono a frequentare il terzo anno del Fit, ovvero di Formazione iniziale e tirocinio”.

“Manager Fininvest pagavano la mafia”: il Biscione perde contro il pm Tescaroli

La Fininvest ha perso anche in appello la causa civile che ha intentato contro il neo procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli, uno dei pm di Mafia Capitale a Roma. Pure i giudici civili della Corte d’appello di Venezia, così come quelli di primo grado a Verona, hanno dato torto alla società di Silvio Berlusconi che aveva chiesto i danni al magistrato e al coautore Ferruccio Pinotti per il libro Colletti Sporchi, edito da Bur Rizzoli. Il saggio è del 2008, ma il Biscione ci ha pensato due anni per fare causa contro il magistrato antimafia che, insieme a Nino Di Matteo, quando erano entrambi a Caltanissetta, provarono a scoprire i mandanti esterni delle stragi.

I passaggi “incriminati” da Fininvest hanno in qualche modo cercato di minare la credibilità del pentito di mafia Salvatore Cancemi, che si autoaccusò della strage di Capaci. Inoltre, nell’atto di citazione si sostiene che ci siano altre “falsità”.

A proposito di Cancemi, i giudici scrivono che è pacifico quanto riportato nel libro. In merito alla Fininvest si ricorda che le sue dichiarazioni “si riferiscono a ‘versamenti periodici di somme a titolo di contributo’ effettuati a Cosa Nostra da persone fisiche ‘appartenenti al gruppo Fininvest’ e a ‘rapporti con i vertici della Fininvest’, dunque ancora con persone fisiche, che ‘Riina si era attivato per coltivare personalmente’”.

Dunque, concludono i giudici, questi passaggi contestualizzati nel libro escludono la valenza diffamatoria: non si può evincere “l’attribuzione al soggetto giuridico Fininvest di un qualche coinvolgimento nelle vicende che hanno condotto alla strage di Capaci, e men che meno di condotte astrattamente riconducibili a riciclaggio di denaro”.

Il Biscione aveva chiesto i danni anche per altri passaggi del libro che fanno un parallelismo storico-processuale tra le vicende Calvi e Dell’Utri: “Il solo fatto, pacifico in causa, che oggetto di uno dei due processi in questione, quello palermitano, fosse ‘l’origine dei soldi delle numerose holding Fininvest’, depriva di consistenza la doglianza in ordine alla diffamatorietà ritenuta di per sé insita nell’associazione del nome Fininvest a tale vicenda processuale. Il collegamento tra i due processi, peraltro, deriva da una molteplicità di elementi, oggettivi e soggettivi, oltre che dalla tematica del riciclaggio che costituisce il filo conduttore dell’esposizione”. Connessa a questa vicenda è la condanna per diffamazione dell’ex direttore di Panorama Giorgio Mulé e del giornalista Maurizio Tortorella autore di un articolo contro il pm quando Fininvest fece causa civile. Tescaroli venne descritto come un magistrato che ha “un ego ipertrofico”, che se subisce decisioni avverse alle sue tesi da parte dei colleghi e pensa che siano “dettate da errore o da malafede (se non peggio)”. I due giornalisti sono stati condannati a Milano sia in primo grado che in appello nel 2013-2014.

Consob, Nava si impone: stop alla sanzione a Tim

La notifica della Consob è arrivata in questi giorni al numero uno di Telecom Italia Amos Genish ed è per lui una buona notizia. L’authority per i mercati finanziari ha infatti deciso di archiviare il procedimento sanzionatorio a carico del colosso telefonico che era stato accusato l’anno scorso di irregolarità nelle trattative con Canal Plus (controllata dal suo azionista Vivendi) per una joint venture in conflitto d’interessi. E qui finiscono le buone notizie, perché dietro una vicenda apparentemente minore c’è il caso esplosivo del presidente della Consob Mario Nava che rischia di mettere in ulteriore serio imbarazzo il governo Conte.

Nava, a quanto raccontano i bene informati, avrebbe imposto alla Commissione, facendo valere il suo voto doppio, un’inopinata archiviazione per un fascicolo che gli uffici avevano trasmesso ai vertici con proposta di sanzione. Lo stesso Giovanni Diele, l’avvocato 34enne a cui il capo dello studio Andrea Zoppini aveva affidato la pratica e che ha portato a casa una vittoria a sorpresa, si era appellato alla clemenza della corte, protestando la buona fede della Telecom. Del resto le irregolarità erano palesi, e denunciate in corso d’opera prima dal consigliere indipendente Lucia Calvosa, presidente del comitato consiliare Controllo e rischi di Tim, e poi addirittura dal collegio sindacale del gruppo telefonico con una segnalazione alla stessa Consob.

Doverosa parentesi. In Italia la democrazia è ostaggio dell’arma totale in mano a magistrati e burocrati: il segreto d’ufficio. Può accadere, com’è accaduto, che il collegio sindacale di una grande società quotata segnali alla Consob un illecito ai danni gli azionisti e del mercato; che la Consob indaghi per mesi su questa presunta irregolarità e la segnali a sua volta alla procura della Repubblica; che la commissione decida con un voto di misura l’archiviazione e che tutto il fascicolo venga secretato perché così dice la legge. Gli azionisti della Telecom non sapranno mai di che cosa era accusata la società, quali elementi avevano raccolto gli inquirenti e per quali ragioni sia stata decisa l’archiviazione. Anzi, per la precisione, alla Consob è vietato dalla legge dare notizia della stessa archiviazione.

Le voci però corrono, almeno fino a quando non saranno vietate anch’esse per legge. Dicono che dei cinque commissari Consob due erano a favore della sanzione (Giuseppe Maria Berruti e Paolo Ciocca), due contrari (il presidente Nava e Carmine Di Noia) mentre la quinta, Anna Genovese, non ha partecipato alla votazione perché in missione altrove. Peraltro la sua partecipazione al voto sarebbe stata in sé imbarazzante perché, prima di diventare commissaria Consob, ha militato come consulente dello studio di Zoppini. In ogni caso Nava ha fatto valere il suo voto doppio in caso di parità e così il procedimento a carico di Telecom Italia ha subito un fenomeno di tipo soprannaturale, difficilmente definibile tecnicamente. Potremmo chiamarlo svaporamento nell’iperuranio dell’inconoscibile.

La mossa di Nava ha fatto felice il potente Zoppini proprio in un momento critico per la presidenza Consob, che è stata attribuita dal governo Gentiloni ignorando la violazione delle norme costituita dal rifiuto di Nava di mettersi in aspettativa (come prescrive la legge) da dirigente della Commissione europea.

La vicenda non è infatti avulsa da un dettaglio di scenario raccontato nel giugno scorso da Emiliano Fittipaldi sull’Espresso: quando il presidente Sergio Mattarella si sentì proporre Giuseppe Conte come premier, non sapendo chi fosse, chiese al fidato presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno e “al gruppo di professionisti e grand commis di Stato capeggiato da Giulio Napolitano, figlio del presidente emerito Giorgio, e dall’avvocato Andrea Zoppini, entrambi grandi amici del figlio di Mattarella, Bernardo Giorgio”. E proprio ieri sera Nava è tornato sull’argomento con parole quasi sprezzanti, ostentando la sicurezza di chi si sente le spalle super coperte: sulla sua nomina, ha detto, sono intervenute “quattro istituzioni, validando l’atto”, ed è la stessa linea autorevomente sostenuta sul Corriere delle Sera da Sabino Cassese, maestro e nume tutelare dei nuovi potenti Napolitano jr e Zoppini. Poi Nava ha aggiunto: “Due mesi fa Conte mi ha chiesto i documenti, che gli ho dato. Da allora non ho più saputo niente, presumo vada tutto bene. Io vado avanti, sono tranquillissimo. Dimettermi? Nessuno me lo ha chiesto, io faccio il mio lavoro, bado alla sostanza”. Quanto ai malumori soprattutto del mondo Cinquestelle, Nava li ha liquidati così: “Se ci fosse qualcosa, credo che me lo avrebbero detto. Trovo ridicolo che si parli di una polemica da sei mesi. Ci sono stati tutti i chiarimenti possibili, ma la polemica continua”.

Nelle prossime ore sapremo se la sfrontata fiducia nella debolezza (o nella complicità) del premier Conte è stata ben riposta. Intanto Nava continua a presiedere la Consob, come dichiarato dal commissario Gunter Oettinger, “comandato nell’interesse della Commissione europea”.

 

 

Inizia il processo a Volkswagen: rischia 9 miliardi di multa

L’azienda automobilistica Volkswagen non informò tempestivamente i mercati della tempesta che si sarebbe scatenata per il dieselgate: è quanto sostengono molti azionisti ed è il cuore dell’udienza dibattimentale della causa-pilota di un processo collettivo, che si è tenuta ieri davanti alla Corte d’appello di Braunschweig, a carico del colosso di Wolfsburg. Un procedimento che, alla fine, potrebbe costare alla casa automobilistica circa 9 miliardi di euro. I soli danni chiesti dalla Deka Investment (fondo filiale della Sparkasse), che ha denunciato nella causa pilota, ammontano già a 4 miliardi. E la decisione che sarà presa per questo caso sarà valida per i 1645 attori che hanno sporto complessivamente denuncia al riguardo. La prima udienza del procedimento ha provocato una certa delusione in chi attende di essere risarcito: il giudice ha infatti avvertito che le rivendicazioni potrebbero essere prescritte per il periodo che va fino a metà del 2012. Subito dopo le rivelazioni sullo scandalo delle violazioni dei dati sulle emissioni dei gas di scarico, il corso azionario di Vw subì un crollo: a tratti le azioni persero quasi la metà dei loro valore. Con gravi danni per gli azionisti, che quindi hanno fatto causa.

S’indaga sulla lettera che assolve Aspi

La lettera, finita sulle scrivanie del ministero, che assolveva Autostrade e puntava il dito sul progetto originario del ponte: di questo hanno parlato i primi due testimoni dell’inchiesta sul Morandi sfilati ieri pomeriggio in Procura a Genova, Chiara Murano, dirigente marketing della società di consulenza ingegneristica Cesi, ed Enrico Valeri, responsabile coordinamento viabilità autostrade. Nessuno dei due risulta indagato.

La storia, rivelata già due giorni dopo il crollo dal Fatto, ha subito interessato la Procura. Che sta cercando di appurare se vi siano state pressioni di qualsiasi tipo sull’accertamento della verità dopo il crollo. I pm hanno chiesto ai due testimoni di ricostruire come sia nata la mail inviata da Murano a Valeri dodici ore dopo il crollo, a mezzanotte e otto minuti del 15 agosto. In particolare gli inquirenti sono stati colpiti dal passaggio in cui la donna, che non risulta svolgere mansioni tecniche presso Cesi, scrive testualmente: “A nostro avviso il ponte ha mantenuto pressoché inalterata la sua risposta dinamica nel tempo, nonostante la vetustà della struttura, il variare delle condizioni di traffico, la particolare esposizione ambientale e la severa esposizione al rischio idrogeologico dell’aria. Dal nostro punto di vista, le attività di gestione e sorveglianza del ponte sono state adeguate e svolte con la dovuta diligenza. Riteniamo piuttosto che le cause di quanto tragicamente occorso siano da rintracciarsi nel vizio progettuale originario di una struttura complessa e inconsueta (d’altra parte ci sono soltanto tre ponti Morandi nel mondo) e che questo possa aver generato un collasso imprevisto e non riconducibile ai parametri dell’ingegneria classica”.

Un’assoluzione di Autostrade che ha stupito il ministero e gli inquirenti perché invece lo studio tecnico compiuto da Cesi sollevava dubbi sulle condizioni del ponte e suggeriva ad Autostrade di aumentare i controlli sulla struttura con un monitoraggio dinamico. Perché allora, hanno voluto sapere i pm, Murano scrive “a nostro avviso” e parla al plurale chiamando così in causa anche l’intera società? Cesi sconfessa l’affermazione della sua dipendente: “La dirigente non ha parlato a nome nostro”.

Ma il punto è soprattutto un altro: perché e da chi l’email, compresa di questa parte essenziale, è stata poi girata al ministero delle Infrastrutture che l’ha ricevuta tra le prime carte il giorno dopo il disastro?

Una circostanza di cui il Fatto ha prova documentale.

Murano e Valeri sono stati sentiti nello stesso momento, in due stanze separate.

Il dirigente di Autostrade riferisce: “Il 14 agosto, appena dopo il disastro, era in corso una riunione.

Fu chiesto di reperire lo studio del Cesi, risalente al febbraio 2016, insieme con la consulenza del Politecnico di Milano”, che conteneva anch’essa motivi di allarme. “Poiché conoscevo Murano mi sono offerto di chiamarla subito, perché il giorno dopo era Ferragosto e non ci sarebbe stato nessuno”.

Pressioni da parte di Autostrade? “Nessuna”. Ma chi ha girato l’email al ministero? “Non ne ho la minima idea. Non noi”. Eppure sul tavolo del ministero il 16 agosto la mail c’era.

Scalo di Fiumicino: l’altro bancomat dei Benetton

Fiumicino è l’aeroporto più caro d’Italia, ogni aereo in partenza o in arrivo deve pagare una tariffa più alta che altrove al concessionario dello scalo, Aeroporti di Roma-Adr, società dei Benetton. A Roma si pagano in media 30,94 euro, più del doppio rispetto, per esempio, a Catania o Bergamo (13,39 e 13,66 euro). Ma molto di più anche nei confronti di Bologna (17,11 euro), Napoli (22,50), Venezia (22,98) e Milano-Linate (25,13). Siccome il peso delle tariffe alla fine viene scaricato sui biglietti aerei, sono i passeggeri a dover versare il contributo maggiorato ai Benetton. Insomma, se i 3 mila chilometri di autostrade sono il bancomat numero 1 dei Benetton, lo scalo romano è il bancomat numero 2. Tutto ovviamente avviene nel rispetto rigoroso delle leggi, ma il punto è che sia per le autostrade sia per l’aeroporto di Roma leggi e concessioni sembrano fatte su misura per i Benetton. Nel caso dello scalo di Roma sembrano fatte proprio dai Benetton, cioè dai loro manager come Fabrizio Palenzona e Gianni Mion. I quali non hanno dovuto neanche bussare alle porte dei ministri per farsi ascoltare, quelle porte le hanno trovate sempre spalancate.

Palenzona è il presidente sia dell’associazione delle autostrade (Aiscat) sia degli aeroporti (Assaeroporti). È lui la mente del doppio bancomat dei Benetton. Per le autostrade, quando ancora era legatissimo ai Gavio, l’altra famiglia dei signori del casello, come presidente dell’Aiscat organizzò un sistema che ha indorato i concessionari. Per quanto riguarda il bancomat 2, cioè Fiumicino, da presidente Adr ha inventato il metodo che ha consentito all’aeroporto romano di diventare una macchina da soldi, capace di distribuire agli azionisti un dividendo di 720 milioni di euro negli ultimi 5 anni. Tre mesi fa, a un convegno dell’Enac (Ente per l’aviazione civile), Palenzona lo ha rivelato papale papale: “Ci siamo inventati una legge – ha scandito – un piccolo emendamento che consentisse i contratti in deroga”.

I contratti in deroga sono il sistema fissato per legge nel 2009 che consente a Fiumicino di avvantaggiarsi per un decennio con un regime tariffario estremamente favorevole e diverso da quello della maggior parte degli altri aeroporti italiani. Insieme a Fiumicino quel criterio è stato applicato solo a Milano-Linate e Venezia, ma più per un’esigenza di copertura dei destinatari veri del privilegio, cioè i Benetton, che per altro. La giustificazione per la creazione di un trattamento particolare fu la necessità di raddoppiare l’aeroporto romano nei terreni a nord dell’attuale sedime (che andrebbero espropriati e sono in larga parte dei Benetton). Alla base della richiesta c’era una previsione di traffico che si è dimostrata infondata.

La svolta ci fu nel 2012. In quell’anno fu istituita per legge l’Autorità di regolazione dei trasporti (Art) e i Benetton temettero che i loro interessi aeroportuali potessero andare in fumo. La legge istitutiva dell’Art prevedeva che l’Enac, con cui avevano alacremente lavorato fino a quel momento, avrebbe potuto continuare a occuparsi di tariffe solo in via transitoria, in attesa che la stessa Art entrasse in funzione. Dal punto di vista dei Benetton a quel punto era necessario dare la sveglia. Ci pensò Gianni Mion, presidente di Sintonia, la holding del gruppo, con una lunga lettera aperta al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al capo del governo, Mario Monti e una sfilza di ministri, pubblicata il 13 dicembre su Repubblica e Corriere della Sera e all’estero sul Financial Times e Wall Street Journal. Con quello scritto Mion intimava al governo di darsi una mossa per impedire che “la società Adr sia gettata sine die in una insostenibile situazione di incertezza normativa”.

Detto, fatto: appena nove giorni dopo, il presidente del Consiglio, Mario Monti, ancorché dimissionario, alla vigilia di Natale firmò il decreto per l’aumento delle tariffe a Fiumicino di circa 10 euro, primo passo per il gigantesco raddoppio dell’aeroporto da 18 miliardi di euro. Ora il governo, fanno sapere fonti ministeriali, sta studiando anche le concessioni autostradali per rimetterle in discussione.

L’Autorità dei trasporti aspettò altri tre anni per entrare in funzione. Nel frattempo la Ue ha aperto una procedura di infrazione perché considera l’Enac non un ente terzo di regolazione, ma dipendente dal governo.

La Santa Inserzione

Nel 2010 l’Enel comprò alcune pagine del Fatto, come pure degli altri giornali, per promuovere la quotazione di Green Power. Noi illustrammo i possibili rischi di quel prodotto finanziario. L’articolo non piacque all’addetto stampa di Enel, che inviò al nostro concessionario di pubblicità una spudorata mail annunciando la fine delle inserzioni sul nostro giornale. Evidentemente gli altri l’avevano abituato a vendere a Enel, in cambio di qualche pagina di pubblicità, anche tutte le altre: quelle teoricamente riservate all’informazione. Noi non siamo usi a questi andazzi: infatti prendemmo l’sms e lo sbattemmo in prima pagina. Perché tutti sapessero con chi avevano a che fare. Quel gran genio lasciò poi l’Enel per approdare alle Autostrade dei Benetton. Dove continuò a foraggiare i giornali in cambio di soffietti e silenzi, addirittura a sponsorizzare la festa di Repubblica e iniziative di altre grandi testate, che infatti dopo il crollo del Ponte Morandi impiegarono parecchi giorni prima di nominare, obtorto collo, i Benetton. La stessa cosa ci riaccadde nel 2017 con un’altra partecipata di Stato, l’Eni, che cancellò da un giorno all’altro 20 mila euro di pubblicità al Fatto subito dopo i nostri articoli sull’inchiesta che la vedeva coinvolta per corruzione internazionale in Nigeria.

Queste esperienze hanno confermato in noi le poche certezze che abbiamo sempre avuto sull’informazione all’italiana: la stessa che ci aveva indotti a mettere a repentaglio le nostre carriere e i nostri portafogli per fondare un giornale tutto nostro e senza un euro di denaro pubblico, cioè libero. 1) Le sei reti tv più diffuse, con relativi tg, sono tutte in mano ai partiti: le tre della Rai al Pd di Renzi, le tre di Mediaset a B. 2) I quotidiani – salvo un paio, tra cui il nostro – sono in mano a gruppi imprenditoriali che si occupano marginalmente di editoria e principalmente di tutt’altro (finanza, banche, assicurazioni, costruzioni, automobili, cliniche, appalti pubblici, politica), in pieno conflitto d’interessi, anche per i rispettivi agganci con i partiti di riferimento. 3) Il mercato pubblicitario è tutt’altro che libero, perché non obbedisce alla regola aurea della diffusione, ma a quella delle marchette: Mediaset ha il 55-60% di spot contro uno share medio del 30-35%; quanto ai giornali e ai siti, gl’inserzionisti (anche partecipate o concessionarie di Stato) premiano non le testate più lette, ma le meno critiche con loro e con i governi retrostanti. Negli ultimi 10 anni, secondo il Politecnico di Milano, la quota dei giornali nel mercato pubblicitario sui media è passata dal 31 al 13% e quella del web dal 10 al 34.

E gli investimenti complessivi sono scesi da 9,2 a 7,9 miliardi. La gran parte dei giornali campa per metà di vendite e per metà di inserzioni. Ma non il Fatto di carta, che vive per oltre il 95% dei soldi dei lettori, non delle aziende. 4) A dopare vieppiù il mercato ci sono i finanziamenti statali alla stampa, prima più estesi e generalizzati, ora più mirati ma pur sempre scandalosi.
Sui punti 1 e 2, attendiamo con ansia che il governo rispetti il contratto e vari una legge contro i conflitti d’interessi e una che liberi la Rai dal controllo governativo-parlamentare. Sul punto 4, confidiamo che il sottosegretario Crimi dia seguito alla promessa di azzerare i fondi pubblici ai giornali che ancora li incassano. Sul punto 3, il recente annuncio del ministro Di Maio sui limiti alla pubblicità delle società partecipate dallo Stato (Eni, Enel, Leonardo, Poste, Rai) è il minimo sindacale: i criteri di destinazione dei budget pubblicitari devono essere trasparenti e uguali per tutti, altrimenti si entra nella corruzione e negli scambi di favori. Di Maio sbaglia a sostituirsi al ministro dell’Economia e a limitare l’annuncio alla carta stampata: il grosso degli investimenti promozionali va alle tv e al web (la sede più adatta per la pubblicità di prodotto – sconti, nuove tariffe, nuovi servizi – perché il potenziale cliente può passare dall’inserzione all’acquisto con un clic; sui giornali è rimasta la pubblicità “istituzionale”, che presenta il nuovo logo, ricorda l’esistenza di una certa azienda o presenta nuovi testimonial).

Se poi un’azienda è monopolista, come gli acquedotti municipali o le Autostrade, non c’è motivo di concorrenza che giustifichi i suoi spot, inserzioni e sponsorizzazioni di qua o di là (se non quello inconfessabile di comprarsi la buona stampa coi soldi dei cittadini); se invece ha concorrenti privati e deve comunicare un nuovo servizio, è tenuta a farlo nella massima imparzialità per non turbare vieppiù il mercato editoriale. L’ha spiegato Gad Lerner, ex firma di Repubblica, al Fatto dopo la tragedia di Genova: “L’eccesso di zelo con cui si è protetta la famiglia Benetton – e cito anche lo spirito acritico con cui era stata valutata l’esperienza di Sergio Marchionne – ha confermato un riflesso automatico dei media a difesa dei grandi imprenditori, che poi spesso sono stati (o sono) nei gruppi editoriali”. E l’ha ribadito a La Verità: “I grandi giornali si sono dimostrati reticenti perché, in tempi di penuria di pubblicità, sono stati condizionati dagl’investimenti degli azionisti di Autostrade… Altra prova che, per molti anni, direttori di testate e protagonisti dell’informazione sono stati confidenti di grandi capitalisti e allo stesso tempo consiglieri dei dirigenti della sinistra”.

Perciò leggiamo con grande sorpresa l’editoriale di Ezio Mauro su Repubblica, che accusa Di Maio di voler sottomettere la stampa più sottomessa d’Europa con “l’ordine alle partecipate dello Stato di non fare più pubblicità sui giornali”, con una “ritorsione per quelle poche fonti di informazione che le forze di governo non controllano direttamente o indirettamente”, dopo che “la Rai si è allineata”, anzi è stata “addomesticata” e “gli imprenditori comprati con un semi-condono” (vuoi mettere invece Renzi che anticipava a De Benedetti il decreto Banche popolari, facendogli guadagnare 600 mila euro in Borsa senza muovere un dito).

Anzitutto siamo curiosi di sapere quali media “controllano direttamente o indirettamente” i giallo-verdi, visto che hanno contro il 95% della stampa e non posseggono neppure l’1% di un giornale o di una tv (a parte il Blog delle Stelle e la Prova del cuoco); che gli attuali direttori di rete e di tg della Rai li ha nominati Renzi e quelli di Mediaset li ha scelti B.; che del “semi-condono” non c’è traccia normativa; e che gli imprenditori sono talmente comprati che minacciano di scendere in piazza contro il governo, furibondi per il divieto di spot al gioco d’azzardo, il dl Dignità, il Daspo a vita per i condannati, la revisione delle concessioni ad Autostrade &C. e i limiti alle aperture domenicali per la grande distribuzione.

Lo stupore aumenta quando Mauro scrive che l’ordine di Di Maio “non cambierà nulla per i giornali”, però ci precipiterà in un plumbeo “mondo senza giornali, dominato dalle prediche impartite ai seguaci dal pulpito dei social”. Ora, se per i giornali vendere o non vendere pagine alle società pubbliche non cambia nulla, in che senso Di Maio vuole “neutralizzare i giornali, convinto che tutto si compri e si venda”? Se Repubblica continuerà a tenere le sue feste anche senza la sponsorizzazione di Autostrade-Benetton, e anche senza la presenza di Monica Mondardini nel Cda di Atlantia-Benetton e alla vicepresidenza del gruppo Repubblica- Espresso-Stampa-Secolo XIX, buon per lei. Semmai, a protestare contro Di Maio, dovrebbero essere i manager e i direttori della comunicazione delle partecipate, allarmati dalla rinuncia forzata a un’importante leva di marketing. Ma Mauro che c’entra? É un giornalista, che per vent’anni ha diretto Repubblica, celebre per meritorie battaglie contro i conflitti di interessi (degli altri, tipo B., un po’ meno contro quelli di De Benedetti). Anziché sostituirsi agli uffici marketing, un giornalista che teme ritorsioni dal governo dovrebbe chiedere ai lettori di acquistare più spesso il giornale, per trovare nel pubblico – cioè sul libero mercato – le risorse finanziarie che verrebbero meno. Invece Repubblica, curiosamente, tra i lettori e gl’inserzionisti di Stato, sembra preferire i secondi.

Il Toro deve impegnarsi con l’amante mentre l’Acquario si barrichi in casa

ARIETE – Per arrivare ai tuoi [I miei] primi 54.000 anni fai come Karin Bojs (Utet), sdrammatizza: “Subito dopo la fine dell’era glaciale, la vita è stata ‘una vera pacchia’. Ovviamente non dobbiamo idealizzare l’età della pietra”. Spassati la pacchia, anche se di pietra: passioni in vista.

TORO – Che cosa è il sesso? (Ponte alle Grazie). Boh, però Alenka Zupancic ha una buona risposta, scopiazzata da Lacan: “Ora non sto scopando con te, sto parlando con te, ma posso trarne la stessa soddisfazione”. Contento lui! Tu invece impegnati di più coll’amante giustamente esigente.

GEMELLI – “Non voglio che ti senta come se fossi stato sottoposto a un giudizio o qualcosa del genere”, invece è andata proprio così: visita ai raggi x da parte di amici e parenti altrui. Dove c’è fumo c’è arrosto, avverte Simon Beckett (Bompiani): guardati dall’entourage nemico.

CANCRO – Per Sandra Scoppettone Il gioco dell’assassino (Il battello a vapore) è semplice; perciò, stai all’occhio: “K. flirtava con molte ragazze, e a tutte diceva di non poter lasciare la fidanzata per via dei suoi nervi fragili”. Sbaglio, o ha detto così anche a te?

LEONE – Nella Tokyo Zombie (Coconino) Yusaku Hanakuma si augura: “Non sarò più umano. Da zombie farò la bella vita, mangerò schiavi mentre la folla acclama”. Beato lui! Tu, viceversa, sei costretto a rimanere nel mondo civile ancora per un po’: tieniti stretti gli amici in ufficio.

VERGINE – “Mi lascio risucchiare dal passato… come stuzzicando una ferita recente. Ma quando la soddisfazione passa, la ferita rimane”: Val Emmich ti suggerisce di stilare La lista delle cose che non dimenticherò mai (Piemme), ma anche di lasciare andare le zavorre.

BILANCIA – “Alcuni maghi sostengono che la magia faccia a pezzi la nostra visione del mondo. Ma io credo che la magia tenga insieme il mondo”, e Chloe Benjamin con me. Lascia perdere i presuntuosi Immortalisti (Rizzoli), la vita è adesso, e il tuo flirt pure: svegliati o scemerà.

SCORPIONE – Se non sai come stare Al mondo, ricordati che c’è chi sta peggio di te, tipo Radclyffe Hall (Fandango): “Mi sento così terribilmente inquieto, come fossi troppo solo. Eppure sono sempre stato orgoglioso del mio lavoro”. Sbagliato: lavora meno e amoreggia di più.

SAGITTARIO – Quando parla di Beautiful Mistake (Sperling & Kupfer) Vi Keeland sottintende gli abbagli del cuore: “L’uomo con cui ha passato l’intera vita pensa di essere innamorato di un’altra, e lei è felice per lui”. Aiuto! Abbandona la postura di crocerossina prima di fine mese.

CAPRICORNO – “Sul palco, loro due: quella strana coppia da molti giudicata impossibile, da alcuni insopportabile, ma unita fino alla fine”. Michele Mozzati sta descrivendo Silenzi e stanze (Skira), ovvero i figurini di Hopper, ma vale per la tua poetica tresca. Persevera.

ACQUARIO – “Nessuno di noi due si sente esattamente trovato”: siccome ti sei perso in un bicchier d’acqua e d’amore, evita di andare in Un luogo dove non sono mai stato, come lo scellerato David Leavitt (Sem). Chiuditi in casa e prega, o medita, o mangia cioccolato.

PESCI – Margherita Loy racconta una tragica Storia ungherese (Atlantide). Eppure, “forse, per un incantesimo, il castello è rimasto indenne, è sopravvissuto ai carrarmati, ai cannoni, ai bombardamenti”. Apri uno spumante per il tuo imminente incantesimo famigliare.