Facce di casta

 

Bocciati

Più lontano non basta Perchè lo fai disperata ragazza mia. Maria Elena Boschi non poteva sopportare che l’attenzione in negativo venisse catalizzata tutta dalla Lega con lo scandalo dei 49 milioni, così è riuscita a catturare l’attenzione twittando una sciocchezza tale che tra i monti del Trentino Alto Adige ancora se ne sente l’eco: “Mettetevi nei miei panni: sono stata massacrata mediaticamente due anni per aver incontrato l’ad di una banca. Solo per un incontro. Ora provate a immaginare cosa potrebbe accadere a me se rubassi 49milioni e mi rifiutassi di restituirli nonostante una sentenza”. Il freddo non è bastato a schiarirle le idee.

voto 4

 

Promossi

Il talento obbligatorio Dopo gli attacchi dell’Hollywood reporter che lo hanno tacciato di essere “un rappresentante della cultura italica condita di maschilismo tossico che ignora il talento femminile”, anche Alberto Barbera, direttore del Festival di Venezia, ha dovuto vincere le sue resistenze e piegarsi all’onda montante di un politicamente tanto corretto quanto sciocco, che continua ad approcciare le discriminazioni di genere dall’angolazione più ottusa. Così il Festival di Venezia ha siglato l’accordo promosso dall’associazione francese 50/50 by 2020 per un’equa rappresentazione di uomini e donne nel mondo dello spettacolo entro i prossimi due anni. In altre parole si tratta di un inserimento delle quote rosa in ambito artistico, provvedimento la cui inevitabile conseguenza sarà il primato della forma sulla sostanza. A mettere l’accento sul grottesco della questione c’ha pensato Riccardo Scamarcio, per ironia della sorte interprete del film di una regista donna, Valeria Bruni Tedeschi, presente al Festival: “Questo discorso sessista mi fa ridere, cosa vuol dire? Ci sono i registi uomini e le registe donne, ma la cosa importante è che ci siano delle brave registe e dei bravi registi, punto. Il genere non c’entra, esistono le persone. Dobbiamo riconquistare il principio di persona… anche questa è una polemica che tende a dividerci, a voler ordinare l’ordine costituito. Quante donne ci sono e quanti uomini ci sono? Cos’è questa cosa? Dove siamo finiti?”.
Che dallo scandalo Metoo in poi, tanto le analisi quanto le soluzioni proposte per affrontare il tema continuino ad incagliarsi in un fondamentalismo privo di sfumature e che finisce per costeggiare il ridicolo è purtroppo un dato di fatto.

voto 7

Terzia via a destra e poi sempre dritto Siccome la terza via alla fine era senza uscita, Tony Blair ha deciso di provare la quarta e si è messo direttamente a fare il lobbista. L’ex premier laburista è venuto in Italia con l’obiettivo di caldeggiare con Matteo Salvini la causa del Tap. Lo straniamento che si prova nel vedere Blair in questa veste, lo ha sintetizzato bene in un tweet Tomaso Montanari: “In Tony Blair che va a trovare Salvini non per contestarlo ricordandogli i diritti dell’uomo, ma a pregarlo in veste di lobbista di un’opera ambientalmente insostenibile è racchiusa tutta la tragedia della sinistra europea e italiana. O si capisce, o la destra vincerà sempre”. Amen.

voto 7

Gli stomaci delicati si voltino altrove: riecco il Casto Divo

“Al populismo, io gli do fuoco, al tuo giudizio, io gli do fuoco. Ho l’orifizio che mi va a fuoco”: Immanuel Casto non è per stomaci delicati. Essere bifronte nato nei primi del Duemila, quando l’era d’oro dell’online coltivava fenomeni da portare al grande pubblico, negli anni ha mantenuto una doppia anima: quella della musica e quella dell’impegno. In ogni caso manifesto, ma con una discriminante: l’arte come territorio franco. Più veniva (e viene) contaminato dal sarcasmo e dalla provocazione, e meglio era (è).

Per questo divide, come dividono le idee di gioco che ha – creò un gioco da tavola, “Squillo”, che prima di uscire gli valse un’interrogazione parlamentare – e le sue esternazioni. “Più che un pioniere della provocazione, sono stato un pionere del trollaggio” risponde il Casto Divo. Un grande momento di autocoscienza. Prima che Martina Dell’Ombra mandasse in tilt fior fiori di analisti con il suo personaggio della principessina con l’autista che schifa Roma Sud (interpretato da Federica Cacciola), prima che Myss Keta scuotesse gli animi con “Milano Sushi & Coca” e prima che Young Signorino fosse centro di discussioni alla “ci è, o ci fa?”, Immanuel Casto già parlava di belle cappelle, beat anale e porn groove. Ora, a pochi giorni dall’uscita della raccolta L’Età del Consenso (venerdì, Freak & Chic/Artist First), la differenza tra il palco e i video in cui parla di diritti civili si fa ancora più smaccata. Proprio adesso che i social network faticano a trovare un equilibrio tra libertà di espressione e controllo di propaganda e diffusione di fake news: “Se parliamo di un terreno prettamente artistico, nella musica ci sono icone pre-social che escono un po’ mortificate da quel mondo. Gianni Morandi è stato uno dei pochi a riuscire a governare il mezzo. Le fake news sono sempre esistite, il problema è la nuova potenza di fuoco, il meccanismo per cui conta il ministro che ha più seguito online. A livello comunicativo, lo staff di Salvini sa esattamente come muoversi online, e parlo ovviamente di una questione meramente tecnica”.

Al contempo, è difficile educare le generazioni a una nuova alfabetizzazione digitale. Le responsabilità di una nuova educazione resta condivisa, sottoscrive Manuel, dalle piattaforme all’istruzione, unico ecosistema che può mettere mano alle promesse tradite della rete: “Sì, sono state traditi i principi con i quali è nata. Se non per l’aspetto artistico, per l’idea che l’informazione avrebbe potuto svincolarsi dalle logiche d’interesse. Non è stato così, perché si sono verificati scenari peggiori, di persone assoldate per generare discussioni pilotate su una notizia”. Per non parlare della “nuova meritocrazia, che poi è diventata apparente”. “Ora ti chiedono di pagare per like e views che non necessariamente si traducano in valore economico o impatto sulle persone”. “Goodbye Milano”, dice il secondo inedito della raccolta. No Immanuel, nun ce lassà. Spoiler: non ci lascia. L’anno prossimo nuovo disco e nuovo gioco.

La settimana Incom

 

Bocciati

Certi amori non finiscono Brad Pitt e Jennifer Aniston di nuovo insieme? Da qualche tempo la notizia tiene banco su siti e riviste di gossip di tutto il mondo: secondo il magazine australiano “New Idea” i due attori avrebbero trascorso una vacanza insieme sul lago di Como, ospiti dell’amico George Clooney.
La coppia ai sarebbe incontrata segretamente e più volte già da inizio anno (auguri): torna di moda la minestra riscaldata.

Povero Michelangelo Lo spettatore attento non si sarà perso certamente la succulenta anteprima del docu-Renzi, mandata in onda durante la prima puntata della trasmissione pre-serale di Barbara Palombelli in onda su Rete 4.
Non volendo essere sospettati di pregiudizi, ci affidiamo ai giudizi del critico Bonami, apparsi su Dagospia. “L’esperienza è momentaneamente imbarazzante (…). L’imbarazzo nasce dal timore che la metamorfosi kafkesca di Renzi in un Angela abbia definitivamente rubato a se stesso il mestiere che sapeva fare, quello del politico. Sostituendolo con un falso. Pare quasi una parodia come se avesse chiesto a Crozza d’insegnargli ad imitarsi. Insomma, guardando il rottamatore interruptus lì in piedi davanti al Michelangelo che si gira verso lo spettatore stile “Simon Schama” (lo storico dell’arte in onda sulla Bbc), viene il sospetto che la buona Agnese, a differenza della Michelle, anziché aiutarlo, stremata dalla convivenza, per levarselo di torno lo abbia mandato allo sbaraglio facendogli credere che quella fosse una puntata de La Corrida”.
Niente da aggiungere.

 

N.c.

All you need is love In un’intervista su Rai3, Morgan rievoca il periodo della sua storia con Asia Argento (c’è qualcuno in Italia che non parla di lei?).
“In quel periodo non mi rendevo conto di niente perché stavo malissimo a causa dell’amore. Sono arrivato a pesare 45 chili, non mangiavo, mi buttavo sul pavimento e ci restavo per giorni e giorni senza fare nulla. Ero disperato. Litigavamo sempre, tutti i giorni. E per cosa poi? Per amore”. Talete restò immobile quattro anni e fondò la filosofia, ci spiega Hugo. Chissà cos’ha fondato Morgan sul pavimento.

 

Promossi

Riso con le rane Avevano avuto un grandissimo successo al Teatro Greco di Siracusa: tutto esaurito per l’occasione. Ma quello che è accaduto la settimana scorsa su Rai1 ha proprio dell’incredibile. Una commedia greca, di Aristofane, ha conquistato il pubblico televisivo e scalato Twitter, diventando trend topics. Il miracolo lo hanno compiuto Ficarra e Picone (applausi) con “Le rane”, spettacolo messo in scena da Giorgio Barberio Corsetti (la regia televisiva l’ha firmata Duccio Forzano): quasi 2 milioni di spettatori. Morale: non per forza bisogna mandare in onda le boiate.

I maledetti consigli dopo le ferie: dallo yoga al bere più acqua

La chiamano “post vacation blues”, visto che usare una definizione italiana – tipo rodimento di culo da fine ferie – non le darebbe quell’allure clinica, con conseguente necessità del solito manipolo di semi-ignoti psicologi e ricerche condotte su un drappello di persone, spacciato per campione statistico. Ma attenzione, che l’altresì chiamato “stress da rientro” vanta una letteratura giornalistica che neanche i consigli per l’afa o i trucchi per dimagrire.

Perché l’articoletto sui consigli per superare il malessere del ritorno in ufficio non può mancare in qualsiasi sito o rivista che si rispetti. Il punto di partenza è già uno stereotipo, e cioè che la vacanza sia un “dolce far nulla”, dove si dormono 8-10 ore e si respira aria pulita, mangiando pesce a volontà. Già se hai fatto un giro a Bangkok – ma anche solo a Roma– il cliché va all’aria, così come si sgretola se magari in vacanza ci sei andato con tre ragazzini o parenti vari e agogni il rientro per finalmente riposarti.

L’altro luogo comune duro a morire è che al ritorno ci sia per forza una scrivania, e un capo ostile, quando tra partite iva, casalinghe, lavori stagionali è probabile che per buona metà dei vacanzieri non ci sia nessun ufficio da varcare. Ma tant’è. Ammettiamo che la vacanza sia stata riposante e un luogo di lavoro ci aspetti. Come superare dunque il post vacation blues, i cui sintomi devono essere necessariamente “astenia, irritabilità, sbalzi d’umore, ansia, spossatezza, insonnia” (per cui se avete voglia di fuga o rabbia non potete neanche vantarvi della patologia)?

Al top dei suggerimenti c’è il rientro graduale, anzi è consigliato tornare prima, così se già la vacanza era di scarsi dieci giorni vi resterà una settimana. Al secondo, toccasana per qualunque disagio, c’è lo sport, che “stimola la produzione di endorfine”, unito, manco a dirlo, all’alimentazione “ricca di frutta e verdura e povera di grassi”. Non è chiaro come queste pratiche possano cancellare l’insensatezza di un mercato del lavoro dove si lavora undici mesi e mezzo e ci si riposa solo due settimane, quando ci sono, così come ben difficilmente cambieranno questa funesta realtà “un bagno caldo, una tisana o un buon libro”. Ma il più illogico degli avvertimenti è quello che invita a “concentrarsi su pensieri positivi”, e “farsi una risata”, dove si scambia la causa con l’effetto, grottescamente imposto come terapia. C’è poi chi consiglia un check up completo, chi “togliersi uno sfizio”, chi lo scrub esfoliante, chi la butta più sul new age, con meditazione e yoga, chi invita a cucinare sughi semplici, evitando “lasagne, melanzane alla parmigiana, saint honoré”, chi suggerisce di azionare a distanza il robot aspirapolvere, noto oggetto delle case italiane, per avere casa pulita al rientro. Ma il non plus ultra dell’esortazione è sempre lo stesso: “Bere tanta acqua, per ammortizzare il post vacation blues”.

Insomma, stracciamo i manuali di sociologia del lavoro. Oggi per lavoratori sovraccaricati ed esausti bastano pillole di luoghi comuni. Unite, ovviamente, a una bottiglia di minerale.

Quelli che la fascia per Astori fa male

La serie A è commissariata e senza presidente da oltre sette mesi, la B è partita con 19 squadre e sotto la spada di Damocle dei ricorsi di 7 club che si ritengono ingiustamente esclusi, la C è ancora ferma al palo con i club che falliscono uno dopo l’altro; nel ranking mondiale-Fifa l’Italia, dopo la debacle della gestione Tavecchio-Ventura (con relativo mondiale sfumato) è precipitata al 21° posto dietro Perù, Galles e Polonia e col fiato sul collo di Stati Uniti, Tunisia e Senegal; gli appassionati di calcio sono fuori dalla grazia di Dio per la fregatura rifilata loro da Lega, Sky e Dazn nella vicenda dei diritti tv (vedono meno partite, le vedono peggio e pagano di più); le partite vengono giocate in stadi semivuoti e su veri e propri campi di patate, vedi Bologna-Inter in serie A e Cosenza-Verona in serie B, quest’ultima addirittura cancellata; e potremmo andare avanti all’infinito con questa litania di brutture che fotografa lo stato del calcio italiano oggi, anno di (dis)grazia 2018, titolo del film: “Sotto il Cr7 niente”.

Da qualunque parte lo si guardi il quadro che ne esce è spaventevole, ma la notizia del giorno è che i capataz del Palazzo hanno finalmente individuato il cancro che mina alla base la salute del movimento e hanno deciso di passare all’azione: duramente, senza indugi, senza pietà. I deboli di cuore e le persone impressionabili sono pregate di non procedere oltre nella lettura di questo dispaccio: stiamo infatti per svelare che la Lega di serie A, 27 anni dopo l’operazione Desert Storm (Tempesta nel deserto), pur senza disporre di un eroe come Cocciolone ha dato il via all’operazione Band Storm (Tempesta sulla fascia), e cioè la guerra senza quartiere alla fascia da capitano personalizzata che sedicenti leader di varie fazioni sono usi utilizzare, a mo’ di arma impropria, in partita. In particolare sono ricercati in tutti gli stadi italiani, dead or alive, oltre ai due tupamaros che rispondono al nome di Daniele De Rossi della Roma e Alejandro Dario Gomez dell’Atalanta, il più pericoloso fra i guerriglieri, il capo del cartello German Pezzella che al comando della Fiorentina, la cellula più agguerrita, in spregio a ogni diktat insiste nell’indossare e nel fare indossare ai suoi vice la fascia da capitano dedicata a Lorenzo Astori, il capitano viola tragicamente scomparso durante il campionato scorso.

Il tempo dell’indulgenza è finito. E anche se la Lega di A, spalleggiata da Coni e Figc, ha un cuore buono e chiude un occhio se ad esempio un club importante espone nel suo stadio scudetti che non le appartengono, cancellati da tribunali sportivi dopo condanne ricevute in tribunali penali, di fronte a una provocazione come quella della captain band indossata per celebrare un compagno scomparso – atto altamente diseducativo pensando ai bambini che si avvicinano al calcio –, la Lega, dicevamo, non vuole più chiudere gli occhi e fare finta di niente. Finora si era limitata ad intimarlo: ma da domani si cambia, e fioccheranno sanzioni esemplari. Basta con la fascia da capitano personalizzata! Vinta questa battaglia, i bilanci torneranno in attivo, gli stadi torneranno a riempirsi, sui campi rifiorirà l’erba, l’Italia vincerà Europei e Mondiali, Sky mostrerà tutte le partite a 9,99 euro e Dazn farà pace con gli sportivi dicendo loro: “Sorridete: eravate su Scherzi a parte!”.

La Olivetti e il cugino di Casella

La vecchia Olivetti che troneggiava sulla scrivania di mio padre ha preso la via della custodia, verrà messa in un ripiano della cantina tra le scatole delle cose vecchie, o nel cellophane, come è capitato al mio dolce forno, ai libri delle ricerche con le figurine e alla macchina per fare la pasta in casa, bellissima, a manovella. Il mio cassetto è colmo di diari di Naj Oleari. Gli armadi di mamma traboccano come sartorie teatrali. E anche i miei pensieri quando non faccio spazio nella testa si affollano di stupide cianfrusaglie. Manolita dice che, come i maestri orientali, c’è necessità di ricreare un vuoto. Con i pensieri non è facile come con gli oggetti, che li nascondi e non ci pensi più. Ci vorrebbe una meditazione! Abbiamo conosciuto un maestro zen che ci insegna a praticare il distacco. Si chiama Pino e viene da Foggia, non proprio Estremo Oriente, ma sempre più a est di Benevento. Pare abbia passato due anni in Nepal, secondo lui a meditare, secondo altri a fare il cameriere in un ristorante pugliese. Lui sostiene che gli oggetti abbiano un’anima e forse è per questo che il suo studio è pieno di qualunque cosa. È molto interessato alla mia Olivetti e durante la meditazione mi ripete sottovoce con accento foggiano: “Portamela a me, portamela a me…”, con un piglio alla Giucas Casella. Io non credo che la mia Olivetti abbia un’anima, allora anche il mio frullatore, o il mio phon ce l’hanno, ma lui si è fissato con l’Olivetti. Però se insiste tanto ci deve essere un motivo, ho deciso quindi di regalargliela. E qui è avvenuto il prodigio! I tasti della Olivetti hanno cominciato a battere da soli, io l’ho guardato tra il terrore e lo stupore, lui mi ha sorriso e ha detto: “Sì, non ve lo volevo dire, ma Giucas Casella è mio cugino!” e, come in un delirio, ha guardato la mia macchina e ha urlato: “Quando lo dico io, quando lo dico io!”.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Diritti essenziali negati dai politici. Meglio gli antichi

Il caso giudiziario relativo all’illecito “commercio” di case popolari che sta scuotendo profondamente Lecce ripropone il tema drammatico e scottante del diritto alla casa, un diritto essenziale per assicurare a se stessi e alla propria famiglia una vita libera e dignitosa. L’entità del caso e il vasto coinvolgimento di politici locali e nazionali dimostra anche quanto questioni simili abbiano un peso rilevantissimo nella politica, e in particolare nella formazione di clientele per il procacciamento di voti al momento giusto. Nell’antichità, più che la casa, oggetto di distribuzioni era la terra. La storia di Roma è anche una storia di lotte per la terra, di riforme di distribuzione più equa e di contrasto al grande latifondo dell’ager publicus come quelle varate dai due fratelli, tribuni della plebe, Tiberio e Caio Gracco nell’ultimo trentennio del II secolo a.C., e che ai due, e a molti dei loro seguaci, costarono la vita. Ma nei decenni successivisi, con la nascita affermatasi con la nascita dell’esercito professionale, si affermò fu un’altra assai discutibile pratica seguita dai “signori della guerra” dell’ultimo secolo repubblicano: le attribuzioni di terra ai veterani dei rispettivi eserciti. Mario, Pompeo, Cesare, Antonio e Ottaviano ebbero un occhio di particolare riguardo verso i loro veterani, che così assicuravano ai loro comandanti fedeltà militare e politica. Eppure una differenza, anche notevole, correva con l’attualità: quelle distribuzioni avvenivano dietro una precisa proposta di legge autorizzata dal Senato e votata dalle assemblee popolari. In altri termini, neppure quegli spregiudicati generalissimi si permettevano di procedere al di fuori della legge.

Crolli, chiusure e devastazioni: la Storia che non viene raccontata

In hoc Signo vinces. Uno sfregio in forma di croce sulla fronte di Atena – la Dea della sapienza – decreta la vittoria del cristianesimo sul mondo dei nostri antenati. Decapitata, sfregiata nel naso, la divinità – riversa tra le colonne abbattute – si ritrova amputata delle braccia e ridotta a cosa tra le cose. Nel 529 d.C., ad Atene – nella città dove pure ha avuto luce – la filosofia muore. L’Accademia, l’austera scuola di Platone e Aristotele, viene chiusa d’Imperio. Ed è – a farsene un’idea – come immaginare la chiusura del Louvre, di Oxford, di Qqom, della Nasa, dei Guggenheim nel mondo e, in contemporanea, della demolizione della Grande Muraglia in Cina.

Ci sono cose che non si sanno, che non si studiano a scuola, che mai diventeranno patrimonio di sentimento e consapevolezza e, insomma, il primo stupro di Palmira – la Regina del Deserto, in Siria – accade nel momento esatto in cui, con la vittoria del cristianesimo, si consuma “la più grande distruzione dell’arte che la storia umana abbia mai visto”. Non si sa, non si studia, suonerà anzi peggio che bestemmia parlarne, come a volere mitigare l’orrore del fanatismo fondamentalista dell’Isis – è ancora fresco il sangue di Khaled Asaad ucciso dallo Stato Islamico, l’archeologo martire in difesa delle pietre di Palmira – ma quel che si ricava dal lavoro di Catherine Nixey, Nel nome della Croce, la distruzione cristiana del mondo classico (Edizioni Bollati Boringhieri, euro 24,00) è il perfetto trauma di rigenerazione della coscienza “epocale”.

Non erano pagani i nostri progenitori “pagani”, avevano una re-ligio sacrissima (è l’etimo del legame, il legarsi insieme) che come una vena minerale attraverso il marmo è riuscita penetrare nei secoli per riversarsi nel bello. L’antichità mediterranea era universale, era quell’aurorale pietas su cui Friedrich Nietzsche trasfigurava Dioniso ed è il riverbero che ancora oggi persiste nel Sud del Sud dei Santi, perfino nei cattolicissimi riti devozionali dove i santi, a beneficio dei popoli, prendono in prestito l’archetipo del Divino radunando nelle processioni l’intero cosmo di Iside, Hermes o Ares, e dunque il culto mariano, o un Sant’Antonio di Padova che assume il compito che fu di Mercurio (stare dappertutto), oppure ancora gli Arcangeli – guerrieri tutti – come il sacrissimo Marte, come Shiva, come Wotan.

Tutto ciò che accade è già accaduto. Questa è una sentenza di Novalis, è calzante con il repertorio proposto da Nixey, e ciò che cade – come il soffitto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma – è già caduto. Ad Alessandria, a Roma, a Costantinopoli, ad Atene, la memoria della devastazione – e così quella dei massacri, compreso il linciaggio di Ipazia – è scivolata nell’oblio. La Storia, per dirla con Hilary Mantell è ciò che resta “nel setaccio”, il sacro, invece, è sempre che ciò che torna.

Parcheggio disabili: “Aggredita dall’automobilista che mi ha fregato il posto”

Cara Selvaggia, mi chiamo Sabrina, ho 41 anni e ti scrivo per sottoporti un problema che mi ferisce. Ho una malattia genetica rara che si chiama sindrome di Ehlers Danlos. È una malattia che colpisce tutti gli organi perché riguarda i tessuti: ossa, muscoli, stomaco, intestino, cuore, pelle, etc. Dà molti problemi fisici. Ad oggi non c’è una cura e non si può prevenire. Sin da piccola ho avuto fratture per traumi banali e soprattutto lussazioni, in particolare alle gambe. Mi accadeva anche solo camminando. Non ho potuto fare sport né giocare come gli altri bambini. Ho dovuto fare 9 interventi per camminare con un po’ più di stabilità. Ho sempre avuto dolori cronici a tutto l’apparato muscolo scheletrico. Poi sono cominciati i problemi allo stomaco e all’intestino. Poi i neuromi, per cui mi sono dovuta operare altre quattro volte, e le ultime due mi hanno dovuto fare delle neurectomie. Ho sincopi e presincopi frequenti. Questa malattia in certi giorni non dà scelta, costringe a letto, fa stare molto male. È come se ti schiacciasse. Ma la mia vita è bella. Ho inseguito e raggiunto tanti sogni, ho la fortuna di fare il lavoro che ho sempre desiderato, mi godo ogni giorno malgrado faccia tutto sul dolore, sul malessere fisico, e ringrazio la vita perché sono ancora autonoma, lavoro, vivo da sola e affronto col sorriso (non potrei fare altrimenti) tutte le cure e le terapie. I dottori si meravigliano perché voivo una vita al di sopra delle mie “possibilità cliniche”. Malgrado la mia salute, ho un aspetto che non farebbe mai pensare che abbia problemi. Ho un’invalidità alta e il contrassegno disabili col parcheggio sotto casa. Ebbene, questi diritti mi vengono sempre contestati da gente arrabbiata, incattivita e malpensante. Vengo spesso aggredita verbalmente da persone che occupano il mio posto auto quando le invito a spostare la macchina. Un venerdì pomeriggio di luglio, l’aggressione è stata terribile. Abito a Roma. Sono tornata a casa dal lavoro verso le 18:30. Ero molto provata, avevo bisogno di stendermi a letto. Un’auto occupava il mio parcheggio. Ho suonato più volte per farla spostare e, dopo 20 minuti, finalmente è arrivato il proprietario. Era un signore di circa 70 anni. Si è avvicinato e ha cominciato ad urlarmi contro accusandomi di essere una falsa invalida, una truffatrice che ha le conoscenze e altre cose del genere. Mi ha colpito la violenza, l’acredine, il livore. E anche l’insistenza, nonostante io abbia provato a spiegargli che non sto bene sul serio. Mi ha braccata davanti alla mia auto tirando fuori una collera che mi ha fatto tanta paura. Non ho avuto la lucidità di chiamare aiuto, tremavo. Ero come paralizzata, incredula perché, malgrado la mia età, la cattiveria ancora mi spiazza, mi stupisce. Speravo che qualche passante venisse in mio soccorso ma non lo ha fatto nessuno. Quando sono riuscita a salire a casa, ho pianto tanto, tutta la sera. Il giorno dopo sono andata dai carabinieri. Non voglio avere paura di girare da sola, non voglio avere l’ansia tutte le volte che torno a casa e devo parcheggiare. I carabinieri mi hanno detto che simili aggressioni rientrano nel penale e vanno denunciate. E, cosa ancora più importante, mi hanno rassicurata, invitandomi a chiamarli subito una prossima volta. Interverranno tempestivamente in qualunque giorno e a qualsiasi ora. Ora ho tanta paura, ma piano piano passerà.

Sabrina

Cara Sabrina, visto che per tua fortuna ci sono giornate in cui i dolori non ti sfiancano, fammi un favore: quando trovi l’arrogante di turno, prima di chiamare i carabinieri, assestagli una bella pedata nel culo. Perché sì, esistono i falsi invalidi ma pure i veri stronzi.

 

Insulti omofobi in un negozio di Venezia

Ciao, Selavaggia. Vorrei segnalarti uno spiacevole avvenimento accaduto a Venezia, in centro. Mentre mi trovavo da solo per strada ho deciso di entrare in un piccolo negozio di artigianato per prendere un regalo e dentro trovo (suppongo) il proprietario sui 45 anni intento a starsene sul suo computer. Insomma, comincio a dare un’occhiata e ad un certo punto chiedo: “Ma i pezzi vengono prodotti qui a Venezia?”. Lui mi risponde: “Secondo te? Evitiamo domande sciocche che non servono a nulla!”.

Fin qui credo di essermi imbattuto “semplicemente” in una persona maleducata, così mi avvio verso l’uscita salutando, ignaro di quello che sarebbe capitato poco dopo. L’uomo viene verso di me e mi dice: “Viva la figa comunque eh? Viva la figa sempre”… Io un po’ perplesso capisco che il tono non è amichevole e gli chiedo se c’è per caso qualche problema. Al che lui mi risponde: “Sì, clienti finocchi non ne voglio nel mio negozio!”.

Io mi giro e non faccio in tempo a rispondergli che questo mi spinge con forza fuori dal negozio e chiude la porta con una cordicina, lasciandomi lì abbastanza sbigottito. Detto ciò, ora oltre a scrivere questa lettera (che ho messo anche su Facebook) che vorrei fosse condivisa all’inverosimile giusto per fargli chiudere bottega, ho deciso di ritornare tra qualche giorno in questo negozio con il mio fidanzato mano nella mano e vedere cosa ha il coraggio di fare. Episodi come questo non dovrebbero mai succedere, mai.

Tito Palaia

Presentati nel suo negozio mano nella mano con i carabinieri, caro Tito.

 

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Facile, gli uomini evitano così botte dei genitori e stipendi da fame

In Italia “si riaprono le scuole” è un’espressione equivoca: gli istituti sono così fatiscenti che ad aprirsi spesso sono tetti e soffitti. A metà settembre, per fortuna, è più probabile che si alluda solo alla riapertura delle porte. Cosa troveranno i ragazzi è però un’incognita: il governo del cambiamento ha iniziato a smantellare la “buona scuola” renziana (che stava a una vera riforma scolastica come Valeria Fedeli stava a un vero ministro dell’Istruzione) pensando prima agli insegnanti che agli alunni. Forse bisognerebbe dire “alle” insegnanti, perché in Italia è soprattutto lavoro da donne; solo quando è davvero un luogo di potere, come all’università, la cattedra fa gola anche agli uomini. Ci vorrebbe una riforma per riportare nella scuola i maschi, sia come docenti che come genitori presenti ai colloqui. Ma ormai il mondo dell’insegnamento emana un tale profumo di sfiga, di frustrazione, di inutilità, che i maschi se ne tengono ben lontani.

Nessun uomo vuole fare il maestro o il professore delle medie, a meno che non abbia un’anima romantica da poeta o da missionario, o un lucroso secondo lavoro autonomo. Ma attenzione: anche le donne hanno sempre meno voglia di rischiare mobbing studentesco, ceffoni genitoriali e ludibrio sui social in cambio di uno stipendio ridicolo. Già ora mancano professoresse di parecchie materie, ma presto tutto il mondo dell’insegnamento vivrà la crisi di vocazioni che sta passando in Inghilterra e in Francia. E del resto per molti leghisti il dovere primario delle donne è riempire le culle, non le cattedre. Nel frattempo, visto che la scuola non funziona più da ascensore sociale, noi genitori diventiamo una specie di montascale, sempre pronti a risparmiare alla prole qualunque sforzo o frustrazione, dai compiti a casa ai brutti voti. Sbagliato, lo sappiamo. E infatti tutto sommato anche a noi servirebbe una riforma radicale.