Perché le maestre sono solo donne e in ateneo ci sono tutti prof maschi?

Abbiamo studiato decine e decine di campi estivi, scegliendo per loro quelli più stimolanti ma soprattutto quelli per i quali non era necessario accendere un mutuo (pochissimi). Li abbiamo affidati a nonni sempre più anziani, tremando per ogni telefonata dalla campagna o dal mare, purtroppo sei i genitori sono attempati, i nonni ancora di più. Li abbiamo infine portati in vacanza con noi, passando le giornate tra una gita e una lavatrice e la spesa, perché se sei una famiglia l’albergo te lo scordi, meglio la casa per mille ragioni. E ora che finalmente i lunghissimi tre mesi di vacanza sono finiti – un unico assoluto in Europa, dove si torna sui banchi molto prima e basta con questa baggianata del clima, ormai fa caldo sempre, pure a settembre e ottobre e basterebbero i condizionatori – la scuola tanto desiderata ci appare con tutti i suoi difetti di sempre, visto che nessuna bacchetta magica ha cambiato le cose nel frattempo.

Per i bambini che entrano alla materna si prospetta un surreale inserimento, fatto di settimane in cui i bambini entrano solo per un paio d’ore, poi se ne tornano a casa perché si potrebbero scioccare nel fare qualche ora di scuola in più. Per gli altri ci sono i problemi di sempre, il materiale che manca, le supplenti che si alternano vorticosamente. Ma soprattutto una didattica antica, che si pensa grottescamente di aggiornare usando lavagne elettroniche e tablet. E poi, questione enorme di cui nessuno parla, mentre si invocano ovunque le quote rosa, una schiera di maestre ed insegnanti quasi tutte donne. Perché se i ruoli in famiglia stanno cambiando, a scuola invece la divisione dei compiti resta pervicacemente tale, con grave danno per i bambini, che tanto avrebbero bisogno di figure di riferimento maschili nei primissimi anni di vita. Le ritroveranno solo dopo, all’Università dove, ma che strano, l’80% dei professori ordinari sono maschi.

Il fulmine su Garibaldi al Gianicolo, a 148 anni dalla breccia di Porta Pia

Oggettivamente, i fulmini sono un segno del cielo. Poi si tratta di capire se con la “c” minuscola, cielo, o maiuscola, Cielo. Per i fedeli cattolici, senza dubbio, fu un segno del Cielo la luccicante saetta che cadde sul Cupolone l’11 febbraio di un lustro fa. Ossia lo stesso giorno della eclatante rinuncia al pontificato di papa Ratzinger, evento unico e inaspettato.

Il fulmine della notte tra il 6 e il 7 settembre, sempre a Roma, ha suscitato molto meno clamore ma questo non attenua il suo carattere simbolico. Stavolta uno spietato lampo si è abbattuto sul Gianicolo, sgretolando parte della base del monumento equestre eretto a Giuseppe Garibaldi. A quasi 148 anni dall’anniversario della breccia di Porta Pia che finalmente riunì la Roma papalina al regno d’Italia. Era il 20 settembre 1870, una ricorrenza ormai dimenticata se non fosse per le celebrazioni del Grande Oriente d’Italia, la maggiore obbedienza massonica del Paese.

L’eroe dei due mondi fu infatti Gran Maestro del Goi e la sua statua a cavallo, per un’altezza di oltre venti metri, fu opera di Emilio Gallori, artista massone. Non a caso, appresa la funesta notizia, il Goi si è subito detto pronto a contribuire alla riparazione del basamento: “Il Grande Oriente d’Italia intende assicurare sin da ora al Comune di Roma e al sindaco Virginia Raggi la propria disponibilità a contribuire economicamente al restauro del monumento in virtù dell’importanza che esso ha non solo per i massoni ma per tutti gli italiani”. Il monumento venne inaugurato il 20 settembre 1895, a 25 anni dall’arrivo degli “italiani” a Roma, e la sua realizzazione fu tortuosamente lunga, ben 13 anni. Non solo.

L’intera famiglia Garibaldi, con il primogenito Menotti in testa, disertò l’inaugurazione in polemica con il governo Crispi, accusato di non aver cacciato 100mila lire per il comitato delle celebrazioni del 25esimo anniversario della breccia di Porta Pia. In origine, Garibaldi a cavallo guardava il Vaticano. Ma dopo i Patti Lateranensi del 1929, il monumento fu “voltato” verso il Gianicolo dal regime fascista di Mussolini, su richiesta della Santa Sede.

Ivrea dell’Unesco e i Casaleggio così lontani dal mondo Olivetti

Ora che l’Unesco ha dichiarato il centro industriale di Ivrea “patrimonio dell’umanità, viene in mente un piccolo e prezioso libro pubblicato nel 2016 dalle Edizioni di Comunità: Ivrea, guida alla città di Adriano Olivetti di Marco Peroni. “Prezioso” non è un complimento sprecato, per una guida passato-presente di ciò che era Ivrea e di ciò che resta di Ivrea. Ci aiuta a impedire che storia e ricordo diventino archeologia.

Quasi archeologia sono apparsi, infatti, molti articoli apparsi su giornali italiani, scritti da persone troppo lontane, dopo un vuoto troppo grande di dimenticanza del valore e del senso non solo del lavoro di Adriano Olivetti, ma del cambiamento prodotto dalla sua stessa esistenza. L’archeologia di Ivrea ci offre una città modello, tipo Pompei o Angor . Ogni cosa sembra appartenere a un passato che interpretiamo per analogia. Esempio: Ivrea era un punto di Intenso progresso tecnologico, e noi siamo qui, in un punto molto più avanzato, a ricostruire per immagini, offrire apprezzamento e mettere una targa. Ma l’archeologia deforma la storia.

Cerco di offrire qualche prova, riferendomi agli argomenti che sono stati usati e celebrati nella stampa italiana. Uno è il riferimento alla dinastia Casaleggio, fondatrice del Movimento cinque stelle. I Casaleggio non c’entrano nulla con Olivetti e anche coloro che li seguono dovrebbero accorgersi di due fatti. Il primo è che i Casaleggio compaiono a Ivrea, e nella stessa fabbrica, molto dopo Olivetti. Hanno avuto contatti con le cose ma non con le persone, neppure (si capisce dalla loro gelida segretezza) con le pagine scritte che Adriano e i tanti intellettuali che hanno lavorato con lui hanno lasciato, e di cui non c’è traccia in questi appartati e potenti eroi contemporanei. Un’altra distorsione archeologica è che il Movimento cinque stelle (anche se cerca antenati) non può proclamare, come fa il ministro della Cultura Bonissoli, una discendenza da Adriano Olivetti e dalla Fabbrica di Olivetti.

Olivetti era del tutto estraneo al potere inteso come licenza politica di comandare. Bella e triste è la conclusione di un articolo di Aldo Cazzullo (Corriere della Sera, 2 luglio), dove compare l’ombra di un destino (prima muore Adriano poi l’Ing. Chou, artefici di un salto prodigioso di innovazione imminente) che sembra spietato solo da un lato della storia.

Il livornese che trovò per Gramsci la sede del Congresso nel ’21

Ilio Barontini non era destinato ad andare in Spagna: per lui il Pci aveva disegnato un ben altro percorso. Scriveva infatti Edoardo D’Onofrio nel dicembre 1939 che il partito l’aveva scelto “per fare un lavoro particolare nell’apparato legale… Ma commise l’errore di confidare ad altri compagni che venivano con lui dall’Urss ciò che il Partito voleva fare di lui”. Per cui fu deciso di non impegnarlo in quel ruolo e di “permettergli di andare in Spagna nelle Brigate Internazionali”. Insomma Barontini ebbe la lingua lunga, chiacchierò troppo, forse per la grande soddisfazione di essere tornato in auge, e così andò a combattere in Spagna. Dove il caso dominò su altre sue vicende.

Quando arrivò in Spagna, nel novembre 1936, Barontini aveva 46 anni, era nella piena maturità. Anche politica. Fin da giovane (a Livorno, ndr) aveva aderito alla Fiom e alla Gioventù socialista per poi entrare nella segreteria provinciale del Psi. Eletto in Consiglio comunale fu anche assessore. Nel 1921 aderì al Pci, anzi procurò proprio lui il famoso e decrepito teatro San Marco dove si costituì il nuovo partito. Da allora fu di fatto il capo indiscusso dei comunisti livornesi. Nel 1927 fu arrestato. Passò un anno in carcere ma il Tribunale speciale lo mandò assolto per assenza di prove. Proseguì in perfetta e fortunata clandestinità a guidare il Pci livornese finché nel maggio 1931 riuscì con altri a fuggire in Francia. (…) Aderì fattivamente alla linea stalinista distinguendosi nella lotta contro i compagni accusati di bordighismo e trotskismo. Era insomma un quadro altamente affidabile e fedele, tanto che fu tra i non molti comunisti italiani (poco più di cinquanta) che furono inviati in Francia e poi in Spagna. (…)

Disse Barontini nella prima riunione dei commissari politici della XII Brigata quando la battaglia di Guadalajara volgeva al termine, il 22 marzo 1937: “Prima di marciare verso il fronte di Guadalajara il generale Miaja e Rojo chiesero se il nostro battaglione aveva qualche incertezza al sapere che dall’altro lato c’erano italiani. Lo esclusi in assoluto. Chiesero anche se avessimo preso dei prigionieri se li avremmo uccisi. Non ebbi alcun dubbio. Detti immediatamente raccomandazioni ai commissari perché si rispettassero tutti i prigionieri. I commissari fecero un buon lavoro in questo senso e tutti i prigionieri sono stati rispettati nonostante provocazioni inaudite (un nostro prigioniero torturato e fucilato, ufficiali fascisti che hanno sparato su di noi dopo aver mostrato di arrendersi). Quando i nostri uomini hanno visto che si trattava di povera gente hanno fraternizzato con i prigionieri”. (…)

Barontini fu dentro questa tragedia, vi partecipò con tutte le sue forze (e le sue debolezze). Si misurò con difficoltà inaudite, ebbe fiducia nei suoi compagni di lotta e nelle sue idee quando comandò il Battaglione italiano a Guadalajara. Sia stato un valido o un inadeguato comandante a Guadalajara, un politico buono o insufficiente, fece la sua parte, che fu rilevante, dalla parte giusta. Fu tra quanti scrissero in Spagna e a Guadalajara una pagina di Storia.

L’amor perduto di Maiorca per la ferocia di Franco

Ottant’anni fa, tra la fine di luglio e il novembre del 1938, sul fiume Ebro le forze repubblicane spagnole e i nazionalisti di Francisco Franco si affrontarono nella battaglia più lunga e tremenda della guerra civile scoppiata nel luglio del 1936. Nello scontro, che si concluse con la sconfitta delle truppe antifasciste, si batterono per l’ultima volta i volontari delle Brigate Internazionali. Organizzati dai comunisti, dal 1936 erano accorsi in Spagna in circa 40 mila, da oltre 50 nazioni, per difendere la repubblica. Più della metà di loro venne uccisa, dispersa o ferita nel corso del conflitto. Nell’ottobre del 1938, su pressione delle democrazie occidentali, che propugnavano il “non intervento”, il governo spagnolo ordinò il ritiro delle Brigate Internazionali.

Tra coloro che furono feriti sull’Ebro e che raggiunsero la Francia, per essere rinchiusi in uno dei vari campi di internamento, tra Argeles, Gurs e Vernet, c’era l’operaio torinese Pierino Bosco, detto “Maiorca”. Classe 1906, comunista, nel 1941 fu tradotto in Italia e confinato a Ventotene. Liberato dopo il 25 luglio ’43, e ritornato a Torino, nel settembre salì in montagna e fece il partigiano nelle formazioni garibaldine in Valle di Susa, Valli di Lanzo e nelle Langhe. Non aveva mai dimenticato la Spagna, sempre viva e lacerante nel cuore e nella memoria. Ricordava la guerra contro Franco con la Brigata Garibaldi e, prima, nell’agosto del ’36, nella Centuria “Gastone Sozzi”, con cui aveva preso parte allo sfortunato sbarco alle Baleari: da qui il nome di battaglia di “Maiorca”. E rammentava le ferite riportate: al polmone destro (a Palahustan), a una gamba (a Pozoblanco), alla regione glutea (il 22 agosto ’38, sull’Ebro). Ma Pierino, soprattutto, pensando alla Spagna, rivedeva una donna, la sua compagna, e una bambina, sua figlia, che era stato costretto ad abbandonare ad Albacete. Non aveva più saputo niente di loro. E voleva sapere. Così Pierino Bosco, operaio alla Fiat, discriminato perché militante del Pci, un giorno decise di ritornare in Spagna. Un amico che allora lo accompagnò, Renzo Solfaroli, oggi rammenta che partirono quando Franco era ancora vivo e al potere. Ci andarono probabilmente negli anni Sessanta, forse quando in Italia Fred Bongusto aveva lanciato una canzone che si chiamava Il mio amore è nato a Malaga. Albacete è distante cinquecento chilometri da Malaga, però quella canzone doveva averla ascoltata più volte anche Pierino. E su quelle note aveva fantasticato, cambiando il nome di Malaga con Albacete.

La guerra era finita, la dittatura franchista era sempre al suo posto. La Spagna, tuttavia, aveva mutato volto. Pierino Bosco e i suoi amici, Solfaroli e un ex comandante partigiano, giunsero dunque ad Albacete. Chiamata la Guernica della Mancha per i tanti bombardamenti subiti, come quello effettuato nel febbraio del 1937 dai nazisti della Legione Condor, la città non era più quella che ricordava “Maiorca”. Le bombe e poi la ricostruzione avevano cancellato larga parte della vecchia Albacete, dove si erano radunati ed erano stati addestrati i volontari delle Brigate Internazionali. Pierino, comunque, non si scoraggiò. Percorse le strade di ciò che restava del borgo antico; girò per osterie e botteghe, interrogò i vecchi, chiese alle donne. Alla fine riuscì a strappare qualche brandello di notizia dall’oblio del tempo e della gente: i fascisti avevano ucciso la sua compagna; la sua bambina, ormai una donna matura, all’epoca era stata data in adozione, e nessuno l’aveva più vista ad Albacete. “Per Pierino – dice adesso Solfaroli – fu un colpo molto duro, da cui non si riprese più”.

Pierino Bosco, che dopo la guerra di Spagna non si era più risposato, morì nel tardo novembre del 1988. Negli ultimi anni aveva gestito un circolo del Pci, e si vedeva con gli amici della vecchia Trattoria del Ponte Barra, nel borgo torinese di Sassi, ai piedi della collina. Ebbe funerali rigorosamente civili. Su l’Unità furono pubblicati alcuni necrologi, in cui venne rievocato il suo passato di antifascista emigrato nel 1931 in Francia e in Corsica, il volontario di Spagna dell’estate del ’36, il partigiano e il commissario politico delle “Garibaldi”, l’attivista del Pci alla Fiat e il militante della sezione comunista di Mongreno-Sassi. Nessuno, in ogni caso, accennò a quel suo viaggio di ritorno in Spagna, nella “rossa terra di Spagna”, come aveva scritto un poeta. Furono dimenticati anche il nome della compagna e della figlia di “Maiorca”. Se li è portati Pierino nella tomba, sono rimasti per sempre con lui come i versi di quella canzone della guerra, in quell’estate del 1938: “El Ejército del Ebro/ rumba la rumba ba/ una noche el río pasó/ ay Carmela, ay Carmela”.

Leone avvelenato, tutti contro Netflix

Leone avvelenato. All’indomani del trionfo di Roma di Alfonso Cuarón, sulla Mostra di Venezia piovono gli strali degli esercenti: “Iniquo che il marchio della Biennale sia veicolo di marketing della piattaforma Netflix, che con risorse ingenti sta mettendo in difficoltà il sistema delle sale italiane ed europee”.

J’accuse firmato dagli autori dell’Anac, unitamente alla Fice (Federazione cinema d’essai) e all’Acec (Associazione cattolica esercenti), e il francese non è peregrino: amplificata dal Leone netflixiano, si ribadisce “la contrarietà per aver inserito nel concorso di Venezia alcuni film non destinati alla visione in sala, diversamente da quanto aveva deciso il festival di Cannes”. Per queste associazioni, Roma, The Ballad of Buster Scruggs dei Coen, 22 July di Paul Greengrass – i primi due premiati – avrebbero dovuto al più occupare una parte meno nobile del cartellone, come peraltro il delegato generale di Cannes Thierry Fremaux propose al colosso dello streaming, ricevendo un due di picche. Il direttore della Mostra Alberto Barbera è di diverso avviso e – licenziando il bilancio oltremodo lusinghiero della 75esima edizione: biglietti venduti + 12%, accrediti + 25%, presenze + 11% – non le manda a dire: “Bisogna prendere atto delle nuove realtà come Netflix, Amazon e gli altri operatori che verranno. Io sono d’accordo con Cronenberg, tutte le polemiche sulle trasformazioni che il cinema sta subendo sono solo l’effetto di una nostalgia. Il processo non è compiuto, bisognerà confrontarsi con tutti i soggetti coinvolti. Ma negare questa realtà è perdente”. Chiedendo a Barbera “di rivedere per il prossimo anno la sua posizione” e al ministro della Cultura Alberto Bonisoli di “varare con la massima sollecitudine norme che regolino anche da noi come avviene in Francia un’equa cronologia delle uscite sui diversi media”, Anac, Fice e Acec annusano l’aria sovranista che tira e buttano lì, tra l’ardito e l’artato, che “il Leone d’Oro, simbolo della Mostra internazionale d’arte cinematografica da sempre finanziata con risorse pubbliche, è patrimonio degli spettatori italiani: il film che se ne fregia dovrebbe essere alla portata di tutti, nelle sale di prossimità, e non esclusività dei soli abbonati della piattaforma americana”.

A parte che, a voler fare i pignoli, in sala il Leone 2016 The Woman Who Left di Lav Diaz non è mai arrivato e che l’abbonamento a Netflix costa più o meno quanto un biglietto, il problema è un altro: se come parrebbe, analogamente ad Amazon, anche Netflix porterà in sala i propri film, andrà perfezionata o comunque ridiscussa la window tra lo sfruttamento theatrical e quello streaming.

Nell’attesa di una presa di posizione unitaria, dalle associazioni preminenti dell’esercizio, Anec e Anem, trapela “incazzatura”, rifiuto dell’unilateralità e una domanda retorica: “Ma che un film così importante come quello su Cucchi, Sulla mia pelle, esca solo su 70 schermi sfigati (il 12 settembre, in contemporanea su Netflix, ndr) è un fallimento o no?”. Meno retorica la consapevolezza che “qui ci giochiamo tutto, e rischiamo di perdere”.

Monarchia assoluta tra marijuana e Aids

Come rinunciare alla democrazia e vivere felici. Lo Swaziland festeggia mezzo secolo d’indipendenza in questi giorni e ad aprile ha festeggiato i 50 anni del re Mswati III che nel 2006 ha “archiviato” il parlamento tornando alla monarchia assoluta, unico regime del genere in Africa, uno dei pochi del mondo, insieme al Vaticano e alle petromonarchie arabe, con cui però il regno swazi non ha niente a che vedere. Non solo in termini di ricchezza: qui non ci sono risorse minerarie da sfruttare; il prodotto di esportazione più importante, anche se non si può dire ufficialmente, è sicuramente la marijuana, la “swazi gold”: per il resto, agricoltura di sussistenza (per tre quarti delle famiglie), e tanta povertà (quasi metà popolazione vive con un dollaro al giorno).

Ma la libertà che si vive in Swaziland, i ricchi sudditi degli sceicchi, degli emiri, e dei re del Golfo, se la possono solo sognare. A partire dalla libertà di movimento: è facile entrare, è facile uscire, nessuno si sognerebbe di sequestrare i documenti ai poveri immigrati, soprattutto dal vicino Mozambico e dallo Zimbabwe, che per lo più sono in transito verso il Sudafrica, dove magari troveranno lavoro, ma anche tanta emarginazione, ormai degenerata in xenofobia. E quelli che arrivano da Pakistan e Bangladesh, qui si danno al commercio al dettaglio, non sono certo in condizioni di semi schiavitù come nei paesi di cui condividono la religione, islamici di serie B. Lo Swaziland è per metà cristiano (soprattutto protestante, ma con una significativa presenza cattolica) e per metà segue le religioni tradizionali. Fatto sta che a queste latitudini gli scontri di civiltà, le guerre a sfondo religioso o etnico, sono solo ipotesi che verrebbero seppellite da un sorriso.

Vivi e lascia vivere, sembra essere l’atteggiamento degli swazi: qui nessuno si sente straniero; eppure basta attraversare la frontiera con il Sudafrica per avvertire tutte le tensioni del dopo apartheid; e il Mozambico, unico altro paese confinante, ogni tanto vede riaffacciarsi i fantasmi della guerra civile. Non sono neppure le dimensioni lillipuziane (lo Swaziland è grande come il Lazio), o la relativa omogeneità etnica a garantire l’armonia; basta pensare a paesi altrettanto piccoli, come il Burundi, il Gambia, la Guinea Bissau, con le loro situazioni di instabilità e violenza politica. No, il segreto di Eswatini, protettorato inglese fino al 6 settembre 1968, sta innanzi tutto nel sentimento del popolo nei confronti del re. “Il re rappresenta l’unità della nazione”, dice Thabo Magagila, 40 anni, assistente sociale per Save the Children. È la risposta che danno un po’ tutti, una risposta classica, da diritto costituzionale, che qui però è una realtà autentica vissuta da tutta la popolazione, un milione e 250mila persone. Vissuta nel bene e nel male, a quanto pare. Perché, come ogni giorno porta la sua pena, ogni fase storica ha i suoi pro e i suoi contro. Lo Swaziland diventò indipendente con un grande re, Sobhuza II. Nessun altro sovrano ha regnato così a lungo, nel mondo, e, a quanto pare, nella Storia: quasi un secolo, dai primi del Novecento, alla sua morte, nel 1982.

Sobhuza era saggio, lungimirante, carismatico, austero. Un vero capo africano. Era la tradizione che sfidava la modernità, portandosi dietro i problemi storici del continente nero: povertà estrema, arretratezza, analfabetismo. Sobhuza, poligamo, padre di una pletora di figli (“il toro dello Swaziland” era uno dei suoi attributi regali), rappresentava il Patriarcato, nella sua forma “buona”. Il Paese cresceva, piano piano, migliorava lentamente i suoi standard, dava asilo politico ai leader dell’African national congress, tutti occidentalizzati, nella comune lotta contro l’apartheid; e accoglieva, per quello che poteva, i profughi che scappavano dalla guerra civile mozambicana.

Ma il passaggio degli anni Ottanta segna “l’autunno del Patriarca”, perché non era facile sostituire un sovrano del genere, e perché troppi cambiamenti erano in corso: stava per compiersi il “corto circuito” fra tradizione e modernità. L’anno simbolo è il 1986; due avvenimenti, uno celebrato, l’altro tragicamente ignorato: Mswati raggiunge la maggior età e diventa re; e viene registrato il primo caso di Aids.

Il nuovo re non è nemmeno figlio legittimo di Sobhuza; la versione agiografica vuole che sia il figlio della donna che il vecchio re ha amato di più, che si dice fosse entrata a corte come serva, ma poi divenne una delle sue 125 mogli, una delle più giovani. La versione più prosaica parla di un intrigo di corte, che vede una regina (Dzeliwe), defilarsi rapidamente, e un’altra (Ntfombi) prendere il suo posto, entrambe manipolate dagli anziani. Niente trapela dai palazzi reali: la stampa, che risulta credibile e molta sciolta un po’ su tutti i temi, sul re attua un’autocensura totale; e se qualche voce esce dal coro, allora ci pensa il regime ad intervenire, con i mezzi classici della repressione (licenziamenti, carcere, torture, espulsioni). Qualcosa è cambiato, nel regno chiamato Swaziland.

Il nuovo re si rivelerà spendaccione fino al capriccio, lussurioso, assolutamente incapace di mettere un freno alla sua smodatezza, nemmeno di fronte ai drammi del paese. E il flagello dell’Aids esploderà negli anni Novanta con una forza terrificante: i primi contagi avvengono probabilmente fra gli swazi emigrati, che sono andati a lavorare nelle miniere del Sudafrica, lasciando le loro famiglie, “consolandosi” con le prostitute. Insomma, nello Swaziland post-moderno suo malgrado, si assiste al suicidio del Patriarcato: uomini sempre più assenti, come capifamiglia; sempre meno poligami (anche perché la dote ora costa troppo, soprattutto per quelli che cercano fortuna in città) e sempre più donnaioli.

I codici di condotta saltano; le donne non sono più mogli, ma compagne, amanti, divertimenti di una notte. Nel caos dei costumi sessuali, nella promiscuità maschilista, che non si cura di proteggersi, rifiuta gli esami dell’Hiv, e quando conosce i risultati, li tiene nascosti per evitare lo stigma sociale, l’Aids trova praterie, e nel giro di un decennio si arriva al primato mondiale: oltre il 30 per cento della popolazione è contaminata (!); ma tutti sanno che la stima ufficiale è abbassata, si può dire che metà della nazione è sieropositiva.

Il Duemila arriva con proiezioni di ecatombe: le statistiche mediche dicono che gli swazi potrebbero estinguersi o quasi, nel giro di alcuni decenni. E invece oggi nella piccola capitale del regno, 80 mila abitanti di una cittadina dignitosa e pulita, poco trafficata, poco inquinata, con la Chiesa cattolica di Mater Addolorata che veglia sui suoi figli da una delle tante colline divise da un fiume, si celebrano i cinquanta anni di indipendenza con un ottimismo ritrovato: per quanto i dati restino drammatici, tutte le statistiche volgono al meglio: non si muore quasi più, grazie all’impiego massiccio degli antiretrovirali; e le nuove generazioni, le ultime arrivate fra i “millennials”, nascono sane, libere dal terribile virus che stava falcidiando un intero Paese.

“Sono le nonne che hanno salvato lo Swaziland”: non ha dubbi suor Beni Michielin, che questo regno l’ha visto nascere, essendo arrivata qui pochi mesi prima dell’indipendenza. Unici capifamiglia per migliaia di famiglie, con nipoti orfani o rispediti indietro da padri che non pagavano la lobola, la dote; con figlie ragazze madri, spesso malate a loro volta, queste donne, anziane, povere, spesso con salute malferma, hanno fatto miracoli. Eroine sconosciute, hanno traghettato il passato nel futuro; anche perché le loro figlie, le loro nipoti, sempre di più vanno a scuola, acquistano sapere e consapevolezza. “La maggior parte di loro sa già tutto, di anticoncezionali; ma noi puntiamo sul valore della persona, che si afferma con difficoltà, perché le ragazze sono spesso alla mercé di maschi più ricchi, più adulti, più forti”: le suore non si fanno certo problemi ad affrontare i temi della sessualità, stanno in trincea da troppo tempo; e sanno benissimo che non c’è niente più forte dell’istruzione; per cui spingono le ragazze a studiare, studiare, studiare; o comunque a saper fare, a saper gestire.

Lo fanno da sempre (la prima scuola dello Swaziland è stata fondata dai missionari Servi di Maria), lo fanno meglio, adesso, perché da un po’ di anni lo Stato ha aumentato gli investimenti in istruzione, e cerca, saggiamente, di portare gli avanzamenti tecnologici verso le zone rurali, cioè di invertire la tendenza alla fuga verso le città. Questo processo va avanti, si potrebbe dire, “nonostante” il re (che possiede il 60 per cento della ricchezza intesa come immobili e terre, e contribuisca a fare dello Swaziland un Paese assai diseguale, comunque migliore del vicino Sudafrica, che, incredibile ma vero, era più equo ai tempi dell’apartheid); anche se tutti qui direbbero “grazie a lui”. Le donne, fra enormi problemi (fra cui la violenza, molto diffusa), avanzano in silenzio. “Ben scavato, vecchia talpa”, commenterebbe Marx. La plateale fallocrazia di Eswatini, simboleggiata dalle due cerimonie fondamentali, la “Danza delle canne” (quando il re sceglie la nuova moglie fra migliaia di vergini) e la cerimonia dell’Incwala (in cui un toro viene brutalmente ucciso a mani nude, e i suoi testicoli offerti al re), viene erosa, anno dopo anno. Qui nessuno sembra avere fretta. E forse questa lentezza, aiutata probabilmente da un po’ di cannabis, è il vero segreto di un Paese che riesce a resistere a tutto.

Svezia sempre più nera: anti-Ue vicini al 20%

I socialdemocratici svedesi restano il primo partito, anche se ottengono il peggior risultato dal 1908 a oggi, con poco più del 25% dei suffragi. La destra populista e xenofoba dei Democratici svedesi (Sd) non sfonda: aumenta i suffragi e contende – e forse strappa – il secondo posto ai Moderati di centro, ma resta, però, al di sotto del 20%, che i sondaggi le accreditavano.

Le indicazioni, provvisorie, vengono da due exit-poll diffusi a seggi chiusi: c’è consenso sull’affermazione dei socialdemocratici, mentre Moderati e Sd si contendono la seconda piazza, entrambi sotto al 20%. Sarà la conta dei voti notturna a fornire la composizione del nuovo Riksdag.

Il voto svedese stempera, in parte, le ansie europee per l’avanzata di forze euroscettiche, sovraniste e nazionaliste, ma lascia aperte molte ipotesi sulla formazione del nuovo governo, che dovrà essere necessariamente di coalizione – gli svedesi ci sono abituati – e che potrebbe essere di minoranza – anche questa non sarebbe una novità – L’ipotesi di una Swedix, cioè di un’uscita della Svezia dall’Ue, caldeggiata dagli Sd, sembra comunque scongiurata.

Il voto frammenta la composizione del Parlamento e lascia in equilibrio i due blocchi di centro-sinistra e di centro-destra, accreditati entrambi del 40% circa dei seggi (con prevalenza al centro-sinistra). Bene sono andati alcuni partiti minori, come la Sinistra degli ex comunisti, che raddoppia i suffragi e sfiora il 10%, e il Centro e i cristiano-democratici. Dati che confermano la disaffezione dai maggiori partiti e un quadro politico in evoluzione.

Secondo le indicazioni raccolte dalla tv di Stato svedese, ben il 41% degli elettori, due su cinque, hanno cambiato la loro scelta, rispetto al voto del 2014, e il 38% ha deciso il suo voto nell’urna (anche quattro anni fa erano stati molti, il 33%). Il premier uscente Stefan Lofven ritiene che gli elettori “abbiano scelto di continuare a far evolvere la nostra società basata sul welfare”. nessun commento dal leader degli Sd, Jimmie Akesson.

La giornata elettorale, che ha visto un’affluenza ai seggi elevata com’è tradizione – in Svezia, supera in genere l’80% – è stata segnata dalla presenza – senza precedenti a queste latitudini – d’osservatori dell’Osce, sollecitati, forse, da una campagna aspra, in gran parte incentrata sull’immigrazione e segnata da episodi di violenza, oltre che da minacce di morte ad Akesson “firmate” dall’Isis.

La cronaca segnala aggressioni ad elettori e giornalisti in diversi seggi a Boden, Ludvika e Kungalv, ad opera di neonazisti del Movimento di resistenza nordica: lo riferisce lo Svenska Dagbladet, che parla di panico fra le persone in coda per votare. Un’altra formazione di estrema destra, Alternativa per la Svezia, avrebbe invece infranto il silenzio elettorale. Il tabloid Expressen riferisce, per altro, la denuncia di una candidata degli Sd, che sarebbe stata verbalmente aggredita da due giovani.

A Sjobo, nel sud del Paese, invece, un episodio più in linea con la tradizione democratica svedese: Lars Lundberg, candidato cristiano-democratico, ha offerto salsicce gratis ai primi mille elettori. Intervistato dal Guardian, Lundberg non ha escluso un’eventuale alleanza di governo del centro-destra con gli Sd: “Se loro vorranno sostenere un governo che attui politiche normali, va bene. Meglio averli dentro lo steccato che fuori”.

Il Trentino è a caccia di medici (all’estero)

In Trentino sono andati a caccia di medici perfino all’estero. L’azienda sanitaria provinciale ha messo degli annunci sulle riviste mediche di Germania, Austria, Francia e Inghilterra. Ma è stato un buco nell’acqua. E così nell’ospedale di Trento “mancano ancora 9 anestesisti alla pianta organica – riferisce il segretario Anaao provinciale Marco Scillieri – e nei 5 ospedali periferici, di Arco, Cles, Tione, Cavalese e Borgo Valsugana, di notte l’anestesista-rianimatore è disponibile solo attraverso reperibilità”. Se ci sono urgenze c’è da sperare che il medico raggiunga l’ospedale per tempo. Il ricorso a cooperative che prestano medici a gettone è escluso. “Non ci fidiamo, vogliamo essere noi a selezionare il personale – spiega il direttore generale dell’Apss, Paolo Bordon –. Pur di attirare medici i concorsi per coprire le assenze temporanee, andando deserti, diventano concorsi per posizioni a tempo indeterminato”. Per Bordon occorre offrire studi medici aggregati per servire i Comuni senza medico di base e “infermieri di comunità” al fianco degli specialisti. Soluzioni che il Trentino sta già sperimentando.

Il fragile miracolo dei Paesi di Visegrad dipende soprattutto dal settore auto

C’è soprattutto un motore, alla base della crescita economica dei Paesi dell’Est Europa noti col nome di Gruppo di Visegrad, oltre al carburante di elevati sussidi Ue: l’industria automobilistica. Nel 2017, infatti, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria e Slovacchia hanno assemblato 3,1 milioni di veicoli, nuovo massimo storico e il 35% in più rispetto a dieci anni addietro, secondo l’Economist Intelligence Unit. I quattro Paesi realizzano ormai quasi un quinto dei 17 milioni di veicoli prodotti annualmente in Ue, e la Repubblica Ceca ne è il leader, oltre ad essere il quinto paese produttore della Ue, con oltre 1,4 milioni di di auto assemblate lo scorso anno, con una progressione del 50% in un decennio. Ma in termini pro capite, Praga è al secondo posto nel mondo per auto prodotte, dietro la Slovacchia. I quattro di Visegrad mostrano quindi una elevata dipendenza da un’unica filiera settoriale, visto che l’auto rappresenta ben un quarto della produzione industriale ed un quinto dell’export ceco, e addirittura un terzo in Ungheria. I Paesi della regione sono saldamente inseriti nelle catene di fornitura tedesche, ma il loro favorevole posizionamento geografico e costi del lavoro ancora contenuti ne fanno la testa di ponte verso il nostro mercato continentale anche di produttori extra europei, come Hyundai in Repubblica Ceca. Malgrado costi del lavoro in forte crescita relativa, anche a causa di profili demografici sfavorevoli, i quattro paesi restano attrattivi: in Ungheria, Bmw costruirà il suo primo impianto da 150 mila veicoli e Mercedes amplierà le fabbriche esistenti, spostando parte della produzione tedesca.

La forte dipendenza manifatturiera di questi Paesi dall’industria automobilistica in generale, e da quella tedesca in particolare è una evidente vulnerabilità, anche non considerando i crescenti rischi protezionistici: incoraggiare l’investimento diretto estero solo in ambiti di assemblaggio manifatturiero non pare essere la strada migliore per accrescere nel lungo periodo produttività e standard di vita. Un indiretto riscontro a ciò si trova nella progressione relativamente lenta del reddito pro capite dei paesi del gruppo Visegrad: la Polonia è al 60% di Pil pro capite della media Ue e la Repubblica Ceca al 72% ma in recupero di solo il 7% dal 1989. I governi accrescono il salario minimo, i costruttori rispondono spingendo sulla robotizzazione. Il nazionalismo e la crescente avversione agli investitori esteri da parte dei cittadini di questi Paesi si alimentano anche di questo finto boom con lenta convergenza dei redditi alla media Ue mentre i governi locali, che non possono fare a meno di capitali esteri, riducono le imposte sulle aziende (l’Ungheria nel 2017 è scesa al 9%). É la contraddizione di un gruppo di Paesi che qualcuno in Italia si ostina a considerare modelli da seguire ma che sono in realtà esempi di vulnerabilità economica e dipendenza da capitali esteri.