Il lento risveglio delle polizze dormienti: beneficiari ignari

Tra la fine del 2007 e il 2018 sono state “risvegliate” 187.493 polizze dormienti. Si tratta di assicurazioni di cui i beneficiari non ne sono a conoscenza o di prodotti di risparmio giunti a scadenza e non riscossi dai sottoscrittori che se ne sono dimenticati o, nel caso dei prodotti vita, dagli eredi dell’assicurato defunto che, nella maggior parte dei casi – sembrerà strano – risultano beneficiari a loro insaputa. Va, infatti, ricordato che se per 10 anni quel tesoro non viene reclamato, resta prima alle assicurazioni ­ ingrossandone i profitti grazie agli interessi maturati – e poi finisce in un fondo istituito nel 2005 e gestito dalla Consap, dove vengono parcheggiati anche conti correnti non movimentati per un decennio. Tanto che attualmente si stima che nel fondo ci siano 6mila polizze – per un importo complessivo di 54 milioni di euro – per le quali il decesso dell’assicurato è avvenuto tra il 28 ottobre 2007 e il 19 ottobre 2010.

A dare i numeri è l’Ivass, l’istituto di vigilanza sulle assicurazioni, che – dopo averlo già annunciato durante la relazione annuale dello scorso giugno – ha ora aggiornato l’indagine sulle polizze vita dormienti pubblicato nel luglio 2017, in cui era stato lanciato l’allarme: nei bilanci delle compagnie assicurative ci sono 4 miliardi di euro relativo a 3.912.632 polizze scadute negli anni 2012-2016 su cui le imprese non hanno certezza dell’eventuale decesso dell’assicurato. Così, dopo aver dato il via a questa attività di risveglio, l’Ivass ora spiega che delle oltre 187mila polizze censite, 116.056 sono quelle dormienti relative a prodotti di risparmio giunti a scadenza, per un importo complessivo di 1,5 miliardi di euro, che gli stessi contraenti hanno trascurato di riscuotere e che le compagnie assicurative, impropriamente, hanno lasciato in stato di dormienza senza curarsi di effettuare i dovuti controlli. Mentre altre 71.437 sono polizze relative ad assicurati deceduti, per un ammontare di circa 2 miliardi di euro mai reclamate dai legittimi beneficiari. Tra queste ultime 30.857 polizze, per circa 1,7 miliardi di euro, sono relative a contratti a vita intera, cioè polizze che non hanno una scadenza definita e si concludono con il riscatto o con la liquidazione della prestazione per il decesso dell’assicurato. Un’operazione, insomma, decisamente piacevole, visto che ha portato nelle tasche di contraenti ed eredi un totale di 3,5 miliardi di euro. Un gruzzolo ottenuto grazie al pressing effettuato dall’Ivass sulle compagnie, alle quali è stato chiesto di effettuare delle verifiche sui sottoscrittori e i cui dati sono stati incrociati con circa 7 milioni di codici fiscali presenti nell’Anagrafe Tributaria. Entro il prossimo 30 ottobre dovranno essere inviati anche i codici fiscali relativi alle polizze scadute nel 2017 e nel quinquennio 2001-2006, arrivando così a coprire in totale 16 anni di possibile dormienza. Un lavoro che ha permesso anche di scoprire che, a maggio 2018, sul fronte delle 4 milioni di polizze potenzialmente dormienti, per 3,3 milioni di contratti non si sono verificate le condizioni per il pagamento delle prestazioni in quanto l’assicurato era ancora in vita o aveva interrotto i pagamento del premio.

Resta, invece, ancora da capire la sorte di altri 900 mila contratti, per la maggior parte relativi a polizze temporanee caso morte, per le quali le assicurazioni non hanno ancora indagato, omettendo di inviare all’Autorità di vigilanza i codici fiscali degli assicurati o inviando un codice sbagliato. “Questo è il vulnus delle polizze dormienti”, commenta Fabrizio Premuti, presidente di Konsumer. Che aggiunge: “Per legge le assicurazioni non sono state mai obbligate a contattare gli eredi e per decenni le compagnie si sono arricchite grazie agli interessi maturati. Anche se l’azione che l’Ivass sta portando avanti è decisamente positiva, i risultati ottenuti sono ancora al lumicino non solo perché le imprese tardano a comunicare i dati, ma soprattutto perché al momento della sottoscrizione di una polizza vita non viene ancora richiesto di indicare i dettagli sul beneficiario o sugli eredi. Avere a disposizione solo il nome e il cognome resta un’aggravante per una vicenda così complessa che vede sul piatto miliardi di euro”.

Come il caso dei contratti a vita: le attività di verifica hanno consentito di risvegliare 30.857 polizze pari a 1,7 miliardi di euro. Ma mancano all’appello ancora 311.391 polizze, pari a ben 13,8 miliardi di euro di somme assicurate, sempre perché le compagnie non hanno ancora inviato i codici fiscali degli assicurati.

Cosa fare nel frattempo? Per verificare se un familiare deceduto abbia stipulato una polizza vita, si può utilizzare il Servizio ricerca coperture dell’Ania (l’associazione delle compagnie assicurative) oppure rivolgersi all’agenzia di cui si serviva il familiare. Nel caso in cui, invece, il gruzzolo sia finito nel fondo della Consap, si può sempre richiedere il rimborso che, tuttavia, sarà parziale: il 60% del capitale.

Quando Marchionne scoprì che la concorrenza era il male

In morte di Sergio Marchionne, il suo più assiduo biografo aggiorna corposamente il lavoro già pubblicato nel 2009 e nel 2011 sempre con il cognome del protagonista come titolo, e propone un primo giudizio. Grazie a Dio, Marco Ferrante resta fedele alla serietà e alla sobrietà del cronista. Per anni ha pedinato e interrogato Marchionne ma non pensa come altri (politici, sindacalisti, economisti, giornalisti) di sostituirsi al defunto per insegnarci come si vive. Al contrario la proposta di valutazione storica (“un’occasione mancata”) stigmatizza come il manager abruzzese sia passato sull’Italia come acqua su una pietra. “La sua storia non è stata rappresentativa di qualcosa oltre Marchionne. Potrebbe essere stato un marziano a Torino, un caso, un episodio, un fatto accidentale, più che il segnale di un cambiamento nella struttura del nostro capitalismo e delle nostre classi dirigenti.” Insomma, in Italia “Marchionne è stato considerato soprattutto uno spunto di dibattito”. Combustibile per chiacchiere, un po’ come la vita sessuale del suo coetaneo Harvey Weinstein.

Il libro di Ferrante regala uno spunto prezioso per il lettore curioso che voglia indagare la riduzione del fenomeno Marchionne da occasione storica ad argomento per talk show. È la rievocazione della famosa conferenza del 29 aprile 2015 significativamente intitolata Confessions of a capital junkie (Confessioni di un drogato del capitale). Quando gli venne affidata la Fiat nei giorni drammatici e concitati dei funerali di Umberto Agnelli, a fine maggio del 2004, lo sconosciuto Marchionne, che non aveva mai lavorato in Italia, apparve un personaggio del tutto eccentrico rispetto alla gretta cultura provinciale del capitalismo nazionale. Il suo primo approccio ai temi sindacali fu questo: “È inutile picchiare su chi sta alla linea di montaggio pensando di risolvere i problemi. Quando si perdono tre milioni di euro al giorno e uno pensa che sia colpa degli operai, vuol dire che ha perso qualche ponte sulla sua strada”. Quando poi il conflitto si apre, e culmina nei drammatici referendum di Pomigliano d’Arco e Mirafiori, il capitalismo straccione della Confindustria attiva i suoi corifei sindacali, accademici e giornalistici per fare di Marchionne il campione della mitica flessibilità finalizzata alla competizione internazionale. Come se la modernità consistesse nella gara a chi sfrutta nel modo più feroce gli operai per battere la concorrenza.

Nello stagno mefitico del declinante capitalismo italiano, sedicenti imprenditori e opinionisti a libro paga hanno fatto di Marchionne il loro profeta, facendo credere al popolo dei loro impiegati che fosse andato per il mondo a predicare flessibilità e competizione. Tutto ciò non è solo falso ma anche privo di senso. I junkies del paradiso artificiale della competizione, come tutti i drogati, si rifiutano di rispondere a una domanda: la competizione è bella anche per chi perde? La domanda è tanto più decisiva in quanto oggi sono proprio gli italiani a perdere, e non per colpa dei sindacati.

E infatti. Marchionne quel 29 aprile risponde da par suo alla domanda. Ricorda Ferrante che, in un impietoso ritratto del mercato mondiale dell’auto, il numero uno di Fiat-Chrysler denuncia come la concorrenza tra troppi grandi gruppi determini un’enorme distruzione di ricchezza. “Marchionne spiega che le imprese automobilistiche sopportano interi capitoli di costi che potrebbero essere dimezzati se si andasse verso una nuova stagione di fusioni. La cifra più impressionante è quella che riguarda ricerca e sviluppo. Rispetto ai 76 miliardi di euro spesi nel 2010, nel 2014 la spesa globale del settore auto in r&s era arrivata a 122 miliardi di euro. Più di due miliardi alla settimana solo per immaginare e programmare il futuro. Idem per il settore degli acquisti di componenti non identitari (vetri, sportelli, sedili, parti di motore, eccetera eccetera) da mettere a fattor comune. Solo con la riduzione di questi costi il settore auto potrebbe far crescere la remunerazione del capitale investito. Le joint venture e gli accordi su singoli modelli o singole piattaforme non sono sufficienti, spiega. Bisogna andare verso le fusioni”.

La realtà del capitalismo globalizzato non è una novità del terzo millennio. La concorrenza pesa sui conti perché alcuni costi si moltiplicano per il numero dei concorrenti. Il monopolio sarebbe da questo punto di vista il sistema industriale più efficiente se non generasse (come insegnano la storia sovietica e i viadotti della società Autostrade) altre inefficienze più gravi e drammatiche. Ma soprattutto, quando la concorrenza genera le inefficienze descritte da Marchionne, i più deboli sono destinati a essere colonizzati dai più forti o a uscire dal mercato. Ecco perché il capo di Fca parlava di fusioni. E aveva un’idea concreta, precisa: unire il suo gruppo con la General Motors, allora terza nel mondo dopo Volkswagen e Toyota. Solo che Mary Barra, la figlia dell’operaio arrivata al vertice di Gm, gli disse di no: non aveva bisogno di lui perché era la più forte.

Il figlio del carabiniere emigrato in Canada ci ha insegnato che, in un sistema in cui (tra vicini di casa o tra continenti) c’è chi sfrutta e chi viene sfruttato, la competizione è bella solo per chi vince. Lasciate perdere i propagandisti a gettone, è questa la lezione di cui essere grati a Marchionne.

 

Corleone, Montelepre e Prizzi: la rinascita della Sicilia libera

Volete voi sapere qualcosa di Corleone, di come sia oggi questa città, storico simbolo di mafia? Volete sapere che cosa abbia io da raccontarvi dopo esservi stato con ampia compagnia giovanile? Certo, la toponomastica non aiuta a cambiare la fama: via Riina, cortile Leggio. Saranno pure omonimie, ma le ambiguità sconvolgono. Tutto sembra confermare la nera leggenda volata per il mondo. Le magliette del padrino esibite beatamente da qualche turista straniero. La moto che gira nervosamente intorno al gruppo di studenti sconosciuti. L’amaro “Don Corleone” in vetrina. E perfino un consiglio comunale sciolto per mafia. Diresti tutto come prima. Povero il busto di Falcone nella piazza principale.

E, invece, scopri che l’Italia è cambiata anche in questo luogo che se ne sta come rifugiato tra le braccia possenti delle sue rocce. Perché le scuole di Corleone hanno insegnanti donne che fanno contro la mafia quel che non si vede nemmeno per sbaglio in qualche paese dell’Emilia dei fratelli Cervi. La scuola prima di tutto, ti ripetono due professoresse. Perché a reggere la città ci sono tre commissarie, guidate da Giovanna Termini, che preferiscono saltare i pasti e i pacchetti di crackers ai ristoranti, perché “è meglio frequentare i posti pubblici il meno possibile”. Mica come i ministri che nelle fotografie proibite ci cascano sempre. Oppure qualcosa cambia perché i carabinieri sono una cosa seria, e il giorno lo passano con l’occhio sempre al territorio, fanno analisi e attività operativa, e vedono di buon occhio i giovani venuti da lontano a studiare la storia della città. O perché vi si coltiva la memoria delle vittime, giudici e contadini. Il sindaco di Prizzi, pochi chilometri da Corleone, ripete quel che sostiene Giovanna Termini. La scuola è stata determinante per cambiare un mondo bloccato per decenni nel terrore. I giovani non si riconoscono più nella mafia. Sono frattaglie, ormai, i giovani tifosi di Cosa Nostra.

Il clan Riina? È stato smantellato, ognuno dei figli è andato in luoghi diversi, qui non incidono più. Provenzano? Le nuove generazioni della famiglia sono costrette a sbarcare il lunario, altro che i macchinoni degli anni d’oro. Si chiama Luigi Vallone, il sindaco di Prizzi. È il primo cittadino da vent’anni, in mezzo una parentesi da consigliere provinciale. Ha una bella faccia moderna, capelli bianchi e vitalità da adolescente saggio. Sente l’orgoglio di una storia che è stata di riscatto come poche altre, anche se l’Italia ha l’aria di non accorgersene. Ha offerto al gruppo venuto a studiare queste plaghe di Sicilia un residence che non deve avere avuto fortuna. Ma ci ha messo l’anima perché l’ospitalità apparisse quella di un paese che cambia, amante degli scambi culturali. Il giorno prima ha provveduto a comprare all’Ikea di Catania asciugamani e coperte e federe. Anzi, dicono i suoi dipendenti che abbia perfino preparato un po’ di letti. È felice che nel suo comune si moltiplichino associazioni e murales. Quando spiega il percorso arduo di Corleone, Prizzi e Montelepre non si fermerebbe mai. Gli vibra dentro un intero pezzo di Sicilia che sente di potere stare alla pari con l’Italia migliore. Là dove già gareggia Valentina Fiore, la grande manager di Libera Terra, che qualunque giuria seria metterebbe tra le prime cento donne d’Italia. E che rivendica il rifiuto dell’assistenzialismo buono, dell’idea di potere vendere i suoi vini per “solidarietà antimafiosa” anziché per la loro “qualità”. Si appassiona, Valentina, narra la Sicilia che muta pelle su quest’ asse tra San Giuseppe Jato e San Cipirrello. Di quando ai raccolti non arrivava la trebbiatrice, perché così avevano deciso i boss, e di oggi che alla cooperative si mettono in fila per un’assunzione con contratto regolare.

La Sicilia delle cose incredibili. Come quella di Antonio, il bimbo innamorato dell’Arma che il 2 settembre ha tenuto un piccolo concerto davanti alla Cattedrale normanna di Palermo mentre era in corso la Festa dell’onestà. Una musica di sua composizione, l’ha chiamata Melodia per un generale. Antonio, 7/8 anni, aveva promesso lo scorso anno che avrebbe realizzato una composizione in onore del generale e l’ha fatto. Ora suona contorcendosi come i grandi musicisti. Non tradisce emozioni, gli adulti lo guardano rapiti mentre solleva le mani e le porta sulla tastiera. La melodia è bella e anticipa qualcosa. Forse la carriera di Antonio. Forse il futuro della Sicilia.

“Depistaggio di Stato, il Csm lasci stare Di Matteo”

Professor Legnini, le scrivo, nella sua qualità di rappresentante apicale dell’Organo di autogoverno della magistratura. Ho appreso che per domani il Csm ha convocato, per audirli e per valutarne eventuali responsabilità, Antonino Di Matteo, Anna Maria Palma e Carmelo Petralia, tutti magistrati che due decenni fa e più si occuparono di indagini e processi relativi alla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, nella quale furono uccisi mia fratello Paolo e cinque agenti della scorta.

Nel processo Borsellino quater definito con la sentenza emessa dalla Corte di Assise di Caltanissetta – la cui motivazione è stata depositata il 30 giugno scorso – mi sono costituito parte civile e, al momento delle conclusioni, il mio difensore ha chiesto la condanna di tutti gli imputati a eccezione di Vincenzo Scarantino (il falso pentito di via D’Amelio, l’uomo che si autoaccusò, salvo poi ritrattare, della strage, ndr): condanna del quale, non ho esitato a dire, che avrebbe costituito una vergogna per l’Italia. In effetti la Corte di Assise di Caltanissetta ha condannato tutti gli imputati a eccezione di Scarantino: i giudici hanno ritenuto che egli fosse stato determinato da terzi a eseguire le calunnie, che con certezza erano state ideate da altri, e in particolare da infedeli rappresentanti delle istituzioni. Proprio a tale riguardo, mi sono speso in questi anni sia quale parte civile nel processo, sia per dovere civico fuori dal processo, a lottare perché emergessero le responsabilità di coloro che, dall’esterno (collocati in posizioni di potere ufficiale), hanno concorso con i mafiosi di Cosa nostra nella strage di via D’Amelio, e di coloro che (sempre annidati nei gangli del potere) si sono resi responsabili di “uno dei più gravi depistaggi della storia”, per riprendere le parole della Corte di Assise.

In questo ho dovuto perfino assumere posizioni di conflitto con la procura di Caltanissetta, nella sua composizione di questi ultimi anni. Quell’ufficio requirente, proprio nel corso del processo Borsellino quater, aveva chiesto e ottenuto l’archiviazione per gli esponenti della polizia individuati come possibili corresponsabili del depistaggio. Lo stesso ufficio – solo dopo la conclusione del giudizio di primo grado, e dopo che la Corte di Assise aveva trasmesso l’intero incartamento ai pm – si è trovato costretto a esercitare l’azione penale per alcuni appartenenti alla polizia che, sotto la guida del defunto Arnaldo La Barbera, avrebbero realizzato la fase esecutiva del “depistaggio Scarantino”. Com’è evidente a chiunque, tuttavia, quel criminoso depistaggio, per dispiegare appieno tutti gli effetti, ha avuto l’avallo formale o la convalida postuma, se non addirittura la condivisione, da parte di esponenti della magistratura, non solo requirente ma anche giudicante.

Limitando qui l’analisi alla magistratura requirente, ho potuto accertare chi abbia avuto un ruolo attivo nelle indagini finalizzate alla falsa collaborazione con la giustizia da parte di Scarantino e nella cura delle relazioni con La Barbera, al quale fu dato – fuori da ogni ragionevolezza giuridica e pratica – il ruolo di assoluto dominus nello svolgimento di tutte le indagini.

Le prove raccolte nel Borsellino quater dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che i due magistrati della procura di Caltanissetta con i quali La Barbera ebbe un rapporto oltremodo privilegiato e preferenziale furono Giovanni Tinebra e Ilda Boccassini. É risultato anche come Nino Di Matteo nella vicenda giudiziaria della strage di via D’Amelio con La Barbera non ebbe alcun tipo di rapporto. Del resto, in qualità di parte civile del processo Borsellino quater, ho fornito alla Corte d’Assise – che ne ha disposto l’acquisizione facendolo divenire patrimonio probatorio – un documento che ha una forza dimostrativa enorme su chi siano stati, alla procura di Caltanissetta del tempo, i magistrati che si assunsero pubblicamente la paternità della “collaborazione con la giustizia” di Scarantino. Quel documento consiste nell’audioregistrazione della conferenza-stampa svoltasi il 14 luglio 1994, e indetta su iniziativa della procura di Caltanissetta, per riferire agli organi di informazione sull’ordinanza di custodia cautelare che era stata eseguita il giorno precedente, e fondata sulle “rivelazioni” di Scarantino (che aveva iniziato a “collaborare con la giustizia” il 24 giugno 1994, subito dopo un “risolutivo” colloquio investigativo con La Barbera).

Professor Legnini, le segnalo che in quella conferenza-stampa – ove il Csm, che immagino abbia fatto un qualche accertamento prima di scegliere quali magistrati (requirenti) convocare quali possibili responsabili del “depistaggio Scarantino”, non ne abbia ancora fatta formale acquisizione, sebbene sia online sull’archivio di Radio radicale – i magistrati che declamarono come una vittoria della Giustizia il “pentimento” di Scarantino furono Tinebra, Boccassini e, con pochissime parole, Francesco Paolo Giordano. Prendo atto che il Csm, non potendo convocare il defunto Tinebra, ha omesso di convocare Boccassini e Giordano, cioè gli unici magistrati che si assunsero pubblicamente il merito della “collaborazione con la giustizia” di Scarantino. Soprattutto, le segnalo che Di Matteo al momento di quella penosa conferenza-stampa non era ancora nemmeno stato assegnato alla trattazione dei fascicolo sulla strage di via D’Amelio. Quel che si vuole imputare a Di Matteo è altro, e in particolare il ruolo che egli ha avuto, quale magistrato della procura di Palermo, nei processi per la “trattativa Stato-mafia” e per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. La invito a evitare che il Csm si presti a compiere quella che non potrebbe che essere considerata una rappresaglia ai danni di Nino Di Matteo.

La Fiat senza Marchionne spaventa Torino e unisce Appendino&Chiamparino

Il convitato di pietra, se mai potesse ancora arrivare – in una fresca serata del settembre torinese – allora entrerebbe nei vecchi capannoni delle Laminature di Mirafiori. Corso Settembrini 168, una delle “porte” laterali del Fabbricone.

Le travature di calcestruzzo e le rotaie d’acciaio che reggono le piccole gru immobili per sempre, lo sporco-fabbrica delle pareti grigie macchiate da ormai antichi sberleffi di olio e vernice, cinque o sei container, quelli da Tir, spalancati: a fare la parte dell’ufficio volante, della toilette di fortuna, del magazzino per le bibite. Lo chiamano ancora Tne, Torino nuova economia, lo spezzone della grande fabbrica che fu e che, nel 2005, passò in un accordo tra gli enti locali e la Fiat (e con la grancassa dei media amici) a una società a maggioranza pubblica che vagheggiava reindustrializzazioni, insediamenti del terziario, grandi centri commerciali. Soprattutto, prometteva di “restituire una piccola, nuova grande città alla sua Città, a Torino”.

Sogni di gloria ormai dimenticati di una realtà compiaciuta che viaggiava verso l’ubriacatura olimpica, ma che si preparava invece ad accogliere la sorpresa della crisi mondiale e la mutazione del Dna produttivo della Fiat. Così, oggi, Tne sembra quasi uno scenario per film apocalittici ed è invece il buco nero che, ogni tanto, ha bisogno di nuove elemosine pubbliche del Comune e della Regione Piemonte per far sopravvivere i suoi simulacri societari.

Da qualche tempo, allora, lo usa persino la Fiom: la grande sconfitta ma anche la grande “orgogliosa” della battaglia di Mirafiori, per la sua festa annuale che quest’anno deve fare i conti con la politica. Quella che il 4 marzo “ha portato tanti voti M5s, ma anche leghisti, nelle case operaie e tra gli iscritti che continuano a vivere tra corso Agnelli e corso Unione Sovietica”, come spiega Giorgio Airaudo, ex segretario piemontese dei metalmeccanici della Cgil, ex parlamentare di Sel e poi candidato senza fortuna per Liberi e uguali.

Nelle ore in cui Fca certifica la sua nuova leadership affidata a un inglese che vive negli Usa, qui si fanno dibattiti nei quali si chiede ai giornalisti, talvolta con toni leninisti d’antan, di spiegare se il governo giallo-verde sui temi del lavoro “è di destra oppure di sinistra”, ma in realtà ogni volta si torna a discutere del proprio inconscio e del proprio incubo: “Che ne sarà della Fiat italiana e di quel che rimane, poco, di Mirafiori?”. Con discrezione, però, quasi con imbarazzo un mese e mezzo dopo che tutto è accaduto: perché il convitato di pietra questa volta non tornerà più, perché le ceneri di Sergio Marchionne sono sepolte in Canada.

Allora tocca a Sergio Chiamparino, il vecchio compagno del Pci e della Cgil che, quando Marchionne, il suo commensale a scopa e a tressette, attaccava e prostrava la Fiom, spiegava ai giornali la necessità di “stendere un tappeto rosso” davanti al manager venuto dal Nuovo Mondo per salvare gli ultimi degli Agnelli. Adesso viene quasi a Canossa o, forse è più giusto dire, per una riconciliazione che, per chi è stato o continua a essere di sinistra, prima o poi trova le parole adatte. E lo fa, per la prima volta in un incontro pubblico a due con Chiara Appendino, la sindaca a Cinquestelle che ha umiliato l’altro grande fan di Marchionne, l’altro ex “ragazzo rosso” subalpino, Piero Fassino.

Declinano entrambi la concordia istituzionale – “possiamo dividerci su tante cose, ma su Fca vogliamo lavorare insieme” – poi Chiamparino lancia un allarme soffuso che, però, assume toni mai usati da tanti, troppi anni: “Servono certezze, che ora non ci sono. Credo sia necessario che il governo parli con Fca perché il problema del piano industriale Fiat non è solo un problema torinese”. E tutto, da questa settimana, finirà in una lettera a doppia firma, sindaco e governatore, con destinazione Palazzo Chigi.

È la filiera contraddittoria degli ultimi mesi a inquietare, con le delusioni del “polo del lusso”, i chiaroscuri della Comau, della Cnh di San Mauro e dell’Iveco Stura, il nuovo modello del piccolo Suv che non arriva mai a Mirafiori per sostituire la MiTo, la cassa integrazione che ogni tanto si infila anche tra i 5mila impiegati degli “Enti centrali”, gli ultimi a lavorare a tempo pieno nel Fabbricone che fu il simbolo della lotta di classe del Novecento, e che – da fine settembre a ottobre inoltrato – bloccherà i 568 lavoratori delle Presse.

È la paura strisciante di una Torino che non ha più il suo convitato di pietra e che, Juve e Ronaldo a parte, non ha mai imparato a fidarsi sino in fondo degli ultimi Agnelli.

Trasporti pubblici allo sfascio ma gli autobus stanno per fallire

C’era una volta in Italia, a Bologna soprattutto, la Menarinibus, azienda di famiglia, storica costruttrice di autobus che poi, in seguito a una crisi prolungata fu rilevata da Finmeccanica che creò la BredaMenariniBus. E c’era in provincia di Avellino, nella Valle Ufita, un’azienda di proprietà Fiat, la Irisbus, anch’essa costruttrice di autobus, dismessa perché fare autobus in Italia costava troppo. Le due aziende sono state fuse grazie alla regia pubblica nell’Industria Italiana Autobus (Iia) con una partnership con la cinese King Long (il maggior player mondiale nella costruzione di autobus), in modo da salvaguardare l’occupazione di circa 190 lavoratori a Bologna e di 294 dipendenti a Flumeri in provincia di Avellino.

Nel giorno in cui si chiudeva la vertenza Ilva gli operai stavano manifestando sotto al ministero dello Sviluppo economico anche perché rischiano di rovarsi senza stipendio. Il Mise è già attivo per garantire le risorse pubbliche al fine di attivare un nuovo piano industriale, utilizzando ancora una volta il supporto di Invitalia.

I sindacati invitano a osservare il paradosso industriale insito nella vicenda. L’azienda sarebbe di fatto l’unica produttrice di autobus in Italia proprio quando la situazione del trasporto pubblico, si veda la città di Roma, è al limite dell’emergenza.

La multinazionale delocalizza in Romania, non resta che la Cig

Intervistato dal Sole 24 Ore, Luigi Di Maio ha detto che intende ripristinare la cassa integrazione per cessazione, un ammortizzatore sociale che intervenga in caso di chiusura delle attività. “Lo devo agli operai della Bekaert” ha detto, “con cui mi sono impegnato”. La multinazionale belga, infatti, ha deciso di chiudere senza preavviso lo stabilimento di Figline e Incisa Valdarno per delocalizzare in Romania. A trovarsi senza lavoro rimangono 318 lavoratori diretti e circa 100 dell’indotto ed è stata già presentata un’interrogazione alla Commissione Europea affinché venga fatta chiarezza su eventuali violazioni delle direttive Ue da parte della Bekaert.

L’ultimo incontro, il 30 luglio, si era chiuso con il piano presentato dall’azienda che intende mantenere il sito attivo solo fino al 31 dicembre 2018 e poi “si impegna a promuovere, con la collaborazione del proprio advisor, progetti di reindustrializzazione presentati da terze parti che non siano concorrenti di Bekaert”. Impegni generici il cui unico pezzo forte è garantito dalla richiesta di deroga alla 223 sui licenziamenti collettivi. Richiesta inaccettabile per la Fiom mentre gli altri sindacati hanno chiesto la sospensione della procedura. Che ora potrebbe attendere le determinazioni del governo sulla Cigs, misura certamente utile a salvare le condizioni dei lavoratori, ma ancora una volta misura tampone senza prospettive industriali.

Una storia di fallimenti e perdite spera nella nazionalizzazione

Un altro grande risultato da parte del governo sarebbe la chiusura della gestione commissariale di Alitalia con la stabilizzazione di un’azienda la cui rilevanza è evidente e che ancora oggi occupa 11.300 dipendenti. Negli anni passati lo Stato, oltre alle perdite della compagnia, si è caricato sulle spalle migliaia di ammortizzatori sociali corrisposti a un personale messo a riposo contro la propria volontà. La gestione commissariale, dal maggio 2017, prosegue grazie a un finanziamento la cui restituzione parziale, di 600 milioni di euro, era prevista il 30 settembre. A giugno il Parlamento ha disposto che l’intero finanziamento pari a 900 milioni di euro venga restituito entro il 15 dicembre 2018.

Dai dati pubblicati dall’azienda risulta che rispetto alle perdite operative di 496 milioni maturate nel 2017 il 2018 vedrà un risultato negativo di 273 milioni. In due anni, quindi, la compagnia si è mangiata quasi tutto il prestito. Il “contratto di governo” prevede un forte intervento pubblico e le voci che si rincorrono ripetutamente da alcuni mesi prevedono una soluzione di proprietà pubblica al 51%, probabilmente con il supporto di Ferrovie dello Stato, e una partnership privata. Forse con i cinesi, oppure con Easyjet o, ancora, l’americana Delta. L’unica cosa certa è che dopo il fallimento dei “capitani coraggiosi” voluti da Berlusconi e quello di Ethihad sponsorizzato dal Pd, la vicenda è a punto di svolta.

La Sicilia abbandonata da Fca che ora chiede aiuto al M5S

Nell’eredità Fiat lasciata all’Italia si dimentica sempre Termini Imerese. Lo stabilimento siciliano ai tempi d’oro contava, infatti, oltre 3000 occupati poi scesi a poco a poco in seguito a varie ristrutturazioni. Quelli che sono attualmente in cassa integrazione sono circa 700. L’abbandono della struttura da parte del Lingotto si è tradotto in un’affannosa ricerca di un compratore e di un nuovo progetto industriale e nel corso del tempo gli operai hanno dovuto assistere a vicende incresciose, tra tutte quella della Dr Motors svanita nel nulla.

Dal 2017 è subentrata la Blutec, azienda del gruppo piemontese Metec Stola con 4000 dipendenti tra Brasile e Italia che però ha assunto solo 120 operai per costruire l’auto elettrica. Tanto che Invitalia, il braccio del ministero dello Sviluppo incaricato di rilanciare le aree di crisi ha chiesto indietro i venti milioni di euro stanziati per risanare Termini.

Ora è intervenuto il Sindaco di Termini Imerese, Francesco Giunta molto preoccupato e che chiede al governo di attivarsi rapidamente: “Sin dall’insediamento del governo – ha dichiarato – mi sarei aspettato maggiore attenzione per una vertenza tutta siciliana, Regione che tanta fiducia ha riposto nel M5S. Se il Ministro Di Maio ed il nutrito raggruppamento politico dei rappresentanti locali del M5S desiderano, concretamente, darci una mano che battano un colpo!”

Dopo l’Ilva altre 144 crisi. Il governo alla prova

Conclusa con successo la vertenza Ilva il governo mette a segno un buon colpo di politica industriale. Non a caso Confindustria si è sbracciata nel benedire l’intesa.

Restano però irrisolte moltissime altre crisi industriali che assediano il sempiterno affollato tavolo istituito presso il ministero dello Sviluppo economico (Mise). Come ha riferito in parlamento il ministro Luigi Di Maio, “i tavoli di crisi aperti al 30 giugno 2018 sono ben 144 e vedono coinvolti 189.000 lavoratori”. Scorrendo l’elenco ricorrono nomi noti negli ultimi dieci anni: l’area industriale di Trieste, con la crisi della Ferriera di San Servola, la Sardegna, da Porto Torres al Sulcis, la crisi di Termini Imerese, abbandonata dopo la chiusura della Fiat, un’altra crisi siciliana determinata dalle difficoltà della raffinazione nell’area di Gela e che riguarda l’Eni; ancora siderurgia con l’area industriale di Piombino e Porto Marghera a Venezia, la ceramica in Emilia Romagna, la crisi della zona industriale di Massa e Carrara e quella nel marchigiano che segue le ristrutturazioni del gruppo Merloni.

Ma non c’è solo il comparto industriale. Ad avere il posto non più garantito, ad esempio, ci sono i dipendenti di Italia on-line, l’azienda ex Seat Pagine Gialle che ha avviato la procedura di licenziamento collettivo per 400 persone; la crisi dei call center come quella della Comdata che ha avviato i licenziamenti nelle sedi di Padova e Pozzuoli. Oppure situazioni come quella dei riders su cui il ministro Di Maio è apparso volersi concentrare all’inizio del suo mandato e che poi è stata messa di lato anche per l’opposizione delle grandi aziende del settore.

In un’intervista al Sole 24 Ore Di Maio ha annunciato il ripristino della Cassa integrazione per cessazione, un boccata d’aria per migliaia di lavoratori come quelli della Bekaert di cui parliamo sotto. Ma governare le crisi industriali solo con provvedimenti tampone non porta lontano. Salvata l’Ilva serve una politica industriale per il Paese. Se il governo non si spaventa di fronte alla parola “nazionalizzare” perché dovrebbe farlo nei confronti del “piano”?