L’Identità inventata degli italiani

“Identità è una parola pericolosa: non ha alcun uso contemporaneo che sia rispettabile”. L’ammonizione dello storico inglese Tony Judt (2010) era stata avanzata, prima e in termini più espliciti, dall’economista indiano Amartya Sen in Identità e violenza. Recensendo quel libro, Mario Vargas Llosa ha scritto che la domanda che sorge di fronte all’affermazione, violenta, delle identità nazionali e religiose è riassunta in un verso di Pablo Neruda: “E l’uomo dov’era?”
“Prima gli italiani”, “dove metterete quei 100 che vi siete accollati?”, “difendiamo le nostre radici cristiane”: ebbene, l’uomo dov’è? Che ne è della comune identità umana, unica fonte dei diritti fondamentali dell’individuo? È la domanda cruciale, in questa orrenda stagione del discorso pubblico sfigurato dal veleno della retorica identitaria.

Siamo al punto che su uno stesso giornale (il Corriere della sera del 28 agosto) si può trovare, a pagina 5, il resoconto di una ricerca dell’Istituto Cattaneo che dimostra come sia l’ignoranza a far parlare di ‘invasione’ di migranti (che sono il 7 per cento della popolazione, e sono ritenuti invece quasi il 30% da chi ha solo la terza media), e poi leggere, a pagina 28, un editoriale che toglie a Matteo Salvini, per dare a Marco Minniti, il merito “del duro lavoro in Libia con cui pose fine ai flussi che ci stavano seppellendo”.

Una frase che colpisce per il silenzio circa il fatto che quel ‘lavoro’ era duro soprattutto per i migranti: chiusi in campi di concentramento i cui allucinanti video sono arrivati fino al papa. Ma che sconcerta non meno per il lessico irresponsabilmente apocalittico: perché afferma senza remore che, se non avessimo chiuso i migranti in campi di tortura, ne saremmo stati “seppelliti”.

‘Noi’ seppelliti da ‘loro’: è questo il nucleo identitario, dichiarato o meno, su cui si fonda ogni dottrina del respingimento. Un’opposizione, questa tra ‘noi’ e ‘loro’, abbracciata senza riserve anche dal Partito democratico, come dimostra il Matteo Renzi cripto-razzista dell’ormai famoso “aiutiamoli a casa loro”. Da qua discende quel terrore identitario che non ha alcuna giustificazione nei numeri, attuali o futuri: perché l’Africa non vuole venire in Occidente, tantomeno in Italia (l’87 % delle migrazioni è intra-africano), e meno del 10% dei rifugiati medio-orientali è arrivato in Europa. Un terrore tuttavia diffusissimo, e perfettamente intercettato da Matteo Salvini, capace di riassumerlo in un tweet esemplare: “L’immigrazione è invasione, è pulizia etnica al contrario” (7 settembre 2016). Ha scritto Primo Levi: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno inconsapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al temine della catena, sta il Lager. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo”. Ora, dovrebbe apparire con drammatica chiarezza che i campi di concentramento in Libia sono conseguenza diretta del fatto che il dogma dello straniero come nemico è tornato ad essere, in Europa, la premessa del sillogismo su cui poggia il consenso dei partiti ‘sovranisti’. E se il leader xenofobo e razzista di uno di questi partiti e il primo giornale italiano si trovano a usare lo stesso vocabolario, abbiamo un serio problema culturale.

È precisamente su questo che dovrebbero concentrarsi gli intellettuali italiani (non certo sull’improbabile tentativo di prendere il potere dentro il Pd, come singolarmente li esorta a fare un noto filosofo): occuparsi del conflitto tra identità nazionali e diritti umani è il dovere più urgente. Perché “nei libri di storia che non asseconderanno la narrazione egemonica si dovrà raccontare che l’Europa, patria dei diritti umani, ha negato l’ospitalità a coloro che fuggivano da guerre, persecuzioni, soprusi, desolazione, fame. Anzi, l’ospite potenziale è stato stigmatizzato a priori come nemico. Ma chi era al riparo, protetto dalle frontiere statali, di quelle morti e di quelle vite porterà il peso e la responsabilità”. Questa è la portata della sfida, e Matteo Salvini sa perfettamente che la si vince o la si perde innanzitutto sul piano delle idee: uno dei suoi primi atti da ministro dell’Interno è stata infatti la revoca della scorta all’autrice di queste righe, la filosofa teoretica Donatella Di Cesare, minacciata dai neonazisti per i suoi studi (il cui ultimo frutto è Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione, Bollati Boringhieri 2017).

Dunque, prendiamo sul serio Matteo Salvini. Perché, è vero: il ‘ministro della paura’ (secondo la lungimirante definizione di Antonello Caporale) è solo un cialtrone superficiale, per comprendere il quale è esagerato scomodare categorie come il fascismo. Ma la paura, i paradigmi culturali, e le credenze che egli abilmente evoca e strumentalizza quelli, invece, sono profondi e pericolosi, e indubbiamente connessi ai fantasmi del nazionalismo nazifascista. Salvini non è serio: ma tutto questo lo è, terribilmente.

‘I migranti sono un costo’, ‘portano via il lavoro agli italiani’, ‘delinquono più degli italiani’, ‘aiutarli impedisce di aiutare gli italiani poveri’, ‘i migranti distruggono la nostra cultura e minacciano la nostra identità nazionale’: come tutti gli altri ‘argomenti’ della retorica dell’invasione, anche questi sono falsi, e tutti sono infatti falsificati da imponenti quantità di dati elaborati e discussi in vaste bibliografie scientifiche e divulgative. Quello di cui si parla meno, perché più difficile da decostruire, è proprio l’ultimo: quello identitario.

Eppure non è un argomento secondario. Dal 2008 lo statuto leghista impone alla regione Lombardia di perseguire “sulla base delle sue tradizioni cristiane e civili il riconoscimento e la valorizzazione delle identità”, e in questo agosto 2018 Primato Nazionale, il “quotidiano sovranista” di Casa Pound, ha dedicato molto spazio ad una ‘inchiesta’ in più puntate su “Italia arcana, alle radici della nostra identità nazionale”. Per preparare risposte a chi urla “prima gli italiani” bisogna porre l’interrogativo etico fondamentale: per quale ragione l’essere italiano – “perché qui ti ha partorito una fica”, come canta l’eloquente Caparezza descrivendo una condizione puramente casuale, priva di ogni merito – dovrebbe dare una precedenza nel diritto alla sopravvivenza? Ma non basta: è cruciale contestare la possibilità di usare come una clava la categoria di “italiani”. Davvero esiste un’‘Italia arcana’ con una identità pura, definita una volta per tutte? C’è un ‘dna’ che ci determina italiani? Esiste, è mai esistita, l’Italia cantata da Manzoni: “una d’arme, di lingua, d’altare. Di memorie, di sangue e di cor”?

Ebbene, se “identità” significa – etimologicamente – uguaglianza assoluta, corrispondenza esatta e perfetta, bisogna dire con chiarezza: no, questa ‘identità italiana’ non esiste. Quando fu pronto il primo volume del Dizionario biografico degli italiani si constatò l’enorme quantità di voci che si aprivano con il patronimico ‘al’: arabi, dunque, e italiani. Come ha ben spiegato Eric Hobsbawm nell’Invenzione della tradizione (1983) le identità nazionali sono definite a posteriori, spesso inventate di sana pianta.

Restiamo a Manzoni. Il sangue: nessun popolo europeo è meticcio quanto gli italiani, frutto di infinite fusioni che lasciano traccia in ogni manifestazione culturali. E ogni tentativo di costruire, retrospettivamente una purezza anche in ambiti più ristretti è destinato a scadere nel ridicolo: nelle scorse settimane il Consiglio regionale della Toscana ha, per esempio, indetto una Giornata degli Etruschi (!) tracciando una genealogia della “identità toscana” tutta appiattita sulla propaganda cinquecentesca di Cosimo de’ Medici, e affermando che la costituzione del granducato di quest’ultimo “ha di fatto prefigurato l’attuale configurazione della Regione Toscana”.

Un marchiano errore, che dimentica da un lato l’esistenza di stati autonomi toscani come il principato di Piombino, lo Stato dei Presidi, il ducato di Massa, la Repubblica di Lucca e dall’altro il fatto che gli etruschi non vivevano affatto solo in Toscana, proprio come i longobardi non solo in Lombardia. La scala italiana amplifica la portata di simili sciocchezze: e basterebbe pensare alla tormentata storia dell’invenzione della lingua italiana per liquidare ogni idea di un’italianità data a priori e dunque intangibile. Quanto alla cucina, Massimo Montanari ha dimostrato che “non esiste una cucina italiana”: esiste invece una straordinaria varietà locale, la stessa che fa diverse le tradizioni popolari e le stesse arti figurative. Come ha scritto Piero Bevilacqua in Felicità d’Italia (Laterza 2017), “giova ricordare che l’identità della cultura italiana fa tutt’uno con la sua multiforme varietà e in un certo senso con la sua stessa mancanza di una identità unitaria”. Non c’è spazio per analizzare la strumentalizzazione delle cosiddette ‘radici cristiane’: ma basterà ricordare che, finita la troppa lunga stagione dell’alleanza tra trono e altare, il Novecento italiano ha saputo ridare un significato all’etimo della parola ‘cattolico’ (che significa ‘universale’: perché, scrive san Paolo, “non c’è più giudeo o greco …”). Ed è stato don Lorenzo Milani a opporre una volta per tutte le ragioni del Vangelo a quelle degli stati-nazione: “Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che … io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi e privilegiati e oppressori. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri” (1965).

Naturalmente, tutto questo serve a dire non che ‘gli italiani non esistono’, ma invece che ‘gli italiani sono multiculturali per storia e cultura’. Non ha senso opporre ‘noi’ a ‘loro’ perché il nostro ‘noi’ si è formato grazie ad una somma di ‘loro’ accolti e fusi in questa terra: una coabitazione senza selezione che dura fin dalla mitica fondazione di Roma da parte della discendenza di Enea, rifugiato, richiedente asilo e migrante troiano.

L’unico dei principi fondamentali della Costituzione che usi la parola ‘nazione’ è l’articolo 9, che mette in strettissima connessione “lo sviluppo della cultura e la ricerca” e la tutela del “paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”: in altri termini, il riconoscimento costituzionale della nazione avviene in relazione alla conoscenza, e non al sangue o alla stirpe, alla fede religiosa o alla lingua. La Repubblica, cioè, prende atto del ruolo fondativo che la tradizione culturale, il suo sistematico nesso col territorio e il suo incessante rinnovamento attraverso la ricerca hanno nella definizione e nel continuo rinnovamento della nazione italiana. Un rapporto non proprietario: di tutela, e non di consumo insostenibile. Un rapporto in cui tutti siamo provvisori, migranti e stranieri: perché nessuno è padrone assoluto della terra. Chiunque abbia oggi un figlio che frequenti una scuola pubblica (quella scuola che Concetto Marchesi definisce in Costituente il “solo presidio della Nazione”) vede come bambini di ogni provenienza divengano, giorno per giorno, italiani: accettando di prendere parte a un patto, ma anche rinnovandolo con la loro diversità. La nostra è un’identità non solo aperta a tutti coloro che vengono in pace, ma anche aperta ai cambiamenti anche sostanziali che i nuovi italiani porteranno: una nazione per via di cultura è per definizione multiculturale.

In questo senso, la storia d’Italia risponde in modo profetico alle aspettative di chi – come per esempio Habermas nel saggio su Cittadinanza politica e identità nazionale (1992) – indica la necessità di una democrazia che sappia separare il popolo dall’etnia, suggerendo che il nazionalismo possa essere rimpiazzato da un patriottismo costituzionale ispirato da una costituzione cosmopolitica: come quella che avrebbe potuto darsi l’Unione europea, in una delle grandi occasioni mancate di cui ora paghiamo il conto. In ogni caso, la Costituzione italiana del 1948 ha un’idea di nazione radicalmente diversa da quella, chiusa e guerresca, nutrita dai grandi nazionalismi: tanto che all’articolo 10 progetta un’Italia che accolga “lo straniero al quale sia impedito l’effettivo esercizio dei diritti derivanti da libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”. Per questo ogni dottrina del respingimento è incompatibile, da noi, con un vero patriottismo costituzionale.

La spaventosa diseguaglianza, le dimensioni della povertà, il tradimento della sinistra e la rimozione della necessità di un conflitto sociale tra italiani (cioè tra ricchi e poveri) hanno messo in ombra tutto questo, e rendono molti nostri concittadini sensibili alla sirene del neo-nazionalismo di Salvini. Ma è anche vero che la retorica per gli ‘italiani’ appare sempre più strumentale, perché è sempre più chiaro che “c’è differenza tra il senso della propria identità e quello che ne ha il potere che ci domina, il quale … sostituisce la conoscenza effettiva delle differenze, storiche, culturali, ambientali per degenerare in un duplice abuso: quello di concepire la distinzione come barriera da alzare tra un gruppo umano e un altro, e quello di ignorare la dimensione del mutamento, che appartiene alla storia” (Adriano Prosperi, Identità. L’altra faccia della storia, Laterza, 2016). In fondo sappiamo tutti benissimo che l’Italia del 2100 sarà multietnica e dunque multiculturale, o non sarà: si tratta di capire che, in realtà, lo è sempre stata. Chi oggi lo nega sta solo cercando di mettere a reddito la paura dello straniero sventolando le false bandiere di una identità inventata: senza passato, e senza futuro.

Tria: “Gradualità per le misure, inutile sforare il tetto del 3%”

Gradualità, equilibrio, prudenza. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria usa a Cernobbio il passo felpato. A lui spetta l’ultimo intervento del Forum Ambrosetti: traccia i confini in cui si muoverà la manovra di bilancio e parla della necessità di creare un ambiente favorevole agli investimenti, una parola che è musica per gli imprenditori in platea. Niente dettagli sulle misure. Piuttosto Tria ribadisce che ci sarà gradualità. “Non tutto subito”. “L’obiettivo è l’1,6% (per la crescita, ndr). È inutile cercare 3 miliardi in più di deficit – dice – se poi ne perdiamo altrettanti sul mercato”. Tria non parla dei provvedimenti singoli, nemmeno della “pace fiscale”, un tema sul quale interviene invece Palazzo Chigi per precisare che sabato il premier Conte non ha parlato di condono: “I contribuenti potranno immettersi nel nuovo regime fiscale, riformato, azzerando le pendenze”. Sulla manovra, assicura Tria, si procederà con ”equilibrio” tra i vari capitoli: Reddito di Cittadinanza, Flat Tax, superamento della Fornero e investimenti procederanno di pari passo con coperture che non poggiano sul deficit. Arrivano dall’interno del bilancio e da quello che si riuscirà a concordare con l’Ue.

“Noi, come Costa Concordia”. Il terrore del Pd di affondare

“Io non vengo né dal dal Pci, né dalla Dc, né dai Ds, né dalla Margherita. Sono del Pd”. Occhi azzurri di una sfumatura che in Italia non si trova, accento toscano, ma nome straniero: Bernard Dika ha 20 anni e racconta: “I miei genitori sono arrivati in Puglia sui barconi”. Albanese di origine, iscritto al circolo di Lanciano (un paese vicino Pistoia) si conquista gli applausi più spontanei della Festa dell’Unità di Ravenna, mentre interviene all’Assemblea dei circoli. “Dobbiamo avere una linea più chiara sui migranti: noi salviamoli tutti, ma loro rispettino la legge”. Ovazione. Ex presidente del Parlamento degli studenti toscani, fu uno dei Millennials scelti da Renzi per la direzione, tra le contestazioni dei suoi ragazzi. La platea forse non lo sa o non se ne cura: ha un aspetto fresco, sa parlare. Visto il contesto, quasi basta.

“Siamo tutti volontari, siamo tanti e siamo qui, per trascorrere con voi questa festa del Pidì”. Sopra lo stand che vende bibite, lo striscione pare studiato per trasmettere entusiasmo ecumenico. Al Pala De Andrè si entra attraverso i tornelli. Poi c’è un banchetto che vende frutta. Dopodiché lo scenario si fa familiare: prima le auto in mostra, poi i ristoranti. Nello stand dedicato alla “pesca gigante”, ovvero alla possibilità di vincere oggetti di ogni tipo, dalle biciclette ai peluche, c’è Alvaro. “È dal 1987 che lavoro qui. Tutte le sere ci sono circa 20 volontari. Un buon numero, anche se molti non vengono più, per motivi politici”. Notazione per Renzi: “Era già venuto l’estate del referendum. Pioveva, c’era tantissima gente”. Si percepisce un pizzico di nostalgia. Non tanto per lui, quanto per un’epoca in cui la battaglia politica era fiammeggiante. Dopo anni di liti, divisioni, scontri frontali, coltellate alle spalle, a Ravenna il clima che si respira fa venire in mente il titolo di una poesia di Giuseppe Ungaretti, “Allegria di naufragi”. C’è una strana specie di euforia, quella che arriva quando quasi tutto è perduto. Ma anche prudenza. E paura di sparire. “Sembriamo la Costa Concordia”, commenta un dirigente della zona. “Sali a bordo, cazzo!”, è un’esortazione di sottofondo dedicata a tutti.

Rispetto alle ultime feste, è un altro film. 2012, Reggio Emilia: irrompeva Renzi sulla scena, nello sconforto degli ex Ds che si vedevano sfilare il partito; Genova 2013: il Porto Antico si trasformava in un palcoscenico, ancora per Renzi. Bologna 2014: era l’anno dei leader del Pse in camicia bianca sul palco. E poi, Milano 2015, nel disinteresse dell’allora premier, con presenze in calo vertiginoso, Catania 2016, la Festa del Sì, con le forze dell’ordine all’entrata e proteste in tutta la città. Imola 2017, deserto dei Tartari. Quest’anno, l’organizzazione è andata sul sicuro: ha scelto una festa collaudata, quella di Ravenna. La partecipazione – che c’è stata – era garantita e i rischi calcolati: il dibattito con Fico, quello con la Casellati, la presenza di renzianissimi accanto a fuoriusciti. Solo l’arrivo di Pier Luigi Bersani evoca qualcosa della fu battaglia frontale. Uno del pubblico gli urla “fuori”, altri lo applaudono speranzosi. Il “popolo della sinistra” qui dalla scissione non si è ripreso. Eppure sopporta più o meno tutto con pazienza. Accoglie Renzi con l’affetto che si dà a un figlio finito fuori strada, non si infiamma quando Vincenzo De Luca attacca Martina. Ascolta con educato interesse il dibattito dell’ultima sera in cui il terzetto composto da Annalisa Chirico del Foglio con fiocco in testa manco fosse a Venezia, Jacopo Jacoboni de La Stampa che fa una lezione su Steve Bannon e l’ex direttore de l’Espresso, ora senatore dem, Tommaso Cerno, che si infiamma ad arte sui drammi della politica e riesce ad oscurare Maria Elena Boschi. La chiusura di Martina scivola via in sordina: la gente c’è (ma meno di quella arrivata per Renzi), il gruppo dirigente è assente quasi in blocco, i renziani disertano ostentatamente. Copione scritto per un partito in crisi. Più che rabbia si sente saturazione rispetto ai dirigenti. “Non frega niente a nessuno chi ha votato per chi al congresso”, dice tra gli applausi Giulia Bernagozzi, neo segretaria di Navile, il quartiere della Bolognina. Sul congresso futuro confusione massima. “Se si candida Renzi vince lui. La gente lo vuole”, dicono in molti ancora renziani. Ma quale “gente?”, “certo nel paese, la gente lo odia”. Corti circuiti. Alla Festa è arrivato anche Nicola Zingaretti. “Si è fermato a parlare con noi per mezz’ora”, racconta Michelangelo Vignoli, segretario dei Giovani Pd di Ravenna. E Renzi? “Lui no, ma abbiamo imparato a conoscerlo. Non sono mai stato un fan della parola Rottamazione, ora spenderei qualcosa per quella Rinnovamento. Su Zingaretti candidato, però, la cautela è collettiva: uno che fa discorsi condivisibili, ma non scalda i cuori.

“Quest’anno non è andata male”, dicono sollevati tutti alla fine. I riflettori (e l’energia) sono altrove. L’aspettativa è sotto terra, la delusione è impossibile, la paura fa di necessità virtù.

Indagato e pagato da Aspi, il tecnico del ministero lascia

La Commissione ispettiva del ministero delle Infrastrutture nominata da Danilo Toninelli per fare luce sul disastro di Genova ha perso un altro pezzo, il terzo: ieri sono state formalizzate le dimissioni di Bruno Santoro, indagato nell’inchiesta sul crollo. È accusato, come gli altri 19, di disastro colposo, omicidio colposo stradale plurimo e omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme antinfortunistiche. Negli anni scorsi, due consulenze per Autostrade portavano la sua firma. Su questo punto, Toninelli ha però voluto precisare: “Appena dal 23 marzo scorso Santoro è dirigente della Divisione 1 (vigilanza tecnica e operativa della rete autostradale in concessione) della Direzione generale per la vigilanza sulle concessioni autostradali. E presso tale divisione non ebbe alcuna competenza sul progetto di manutenzione straordinaria presentato da Autostrade per il Ponte Morandi”. Dal ministro anche una stoccata al Governatore Toti: “Si preoccupi di far rientrare in casa gli sfollati per riprendersi gli effetti personali e di dar loro un nuovo alloggio”. E il vicepremier Di Maio ha ribadito la linea del governo: “Autostrade avrà un’altra brutta sorpresa. Non faccio ricostruire il ponte a chi l’ha fatto crollare”.

Rimpatri, il bagno di realtà di Salvini: “Servono 80 anni”

Che la storia dei 500 mila rimpatri di migranti irregolari (nel medio periodo) fosse utopica si era capito nello stesso momento in cui quella cifra era finita nel contratto di governo tra Lega e 5stelle.

Ma ieri anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini – che del tema ha fatto il cavallo di battaglia di una perenne campagna elettorale – ha dovuto ammettere che per far finire la “pacchia” (per usare le sue stesse parole) di tempo ne serve e anche parecchio: “Entro l’autunno, stiamo lavorando per fare accordi di espulsioni e di rimpatrio volontario assistito con tutti i Paesi di provenienza” dei clandestini, ha detto a Rtl 102.5.

“Attualmente – ha aggiunto – l’unico che funziona decentemente è quello con la Tunisia. Noi organizziamo due charter a settimana per un’ottantina di espulsioni. Capite però che se ogni settimana, fra tunisini, nigeriani e altri, ne espelliamo 100, ci mettiamo 80 anni a recuperare i 5-6-700mila immigrati entrati negli ultimi anni”. E quanti soldi?

Intanto, nei primi quattro mesi di governo nessun accordo con altri Stati è stato ancora siglato. Ma Salvini è ottimista: “Su alcuni Paesi siamo già abbastanza avanti – ha detto ieri –. In Tunisia ci andrò a fine mese, perché i tunisini quest’anno sono arrivati in più di quattromila e in Tunisia non c’è la guerra, la carestia, la peste. E, quindi, non si capisce perché questi ragazzi devono scappare. Di accordi ne stiamo preparando con la Nigeria, il Bangladesh, con la Costa d’Avorio”.

Già a inizio settembre, intervistato da Peter Gomez durante la Festa del Fattoquotidiano a Marina di Pietrasanta, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti aveva fatto capire, senza mezzi termini, quanto fosse poco convincente la teoria sui rimpatri: “Salvini – ha detto il leghista – aveva promesso che avrebbe rimpatriato 500mila immigrati irregolari. Mancano soldi, aerei e gli accordi con gli Stati. Insomma: l’ha sparata grossa”.

Nel programma di governo Lega-M5S si parlava di “una seria ed efficace politica dei rimpatri risulta indifferibile e prioritaria”.

Ma al di là degli annunci la macchina da gestire è molto più complessa e costosa.

Dal primo gennaio al 7 settembre di quest’anno, i migranti sbarcati in Italia, secondo i dati del Viminale, sono 20.292 – circa l’80% in meno rispetto agli oltre 100 mila dei primi sei mesi del 2017 – dovuti anche al piano immigrazione dell’ex ministro Minniti.

Nel caso degli irregolari (almeno 500 mila per il ministro) per legge l’espulsione immediata non è consentita: una volta in Italia, vengono ospitati nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), con tutte le criticità non da poco di spazi e condizioni in cui sono costretti a vivere. Cinque sono i centri attivi (secondo i dati del Viminale per 880 posti), ma il vicepremier ha già annunciato che ne verranno aperti altri due, per altri 400 posti.

Per riportare i migranti nei loro Paesi (dopo il riconoscimento dell’identità da parte degli Stati d’origine), poi ci sono i voli. Secondo i dati Frontex, gestire ogni pratica di rimpatrio ha un costo medio di 5.800 euro, compreso volo di linea e l’accompagnamento della persona nel Paese d’origine. Il calcolo è semplice: per circa 500 mila immigrati irregolari, servirebbero quasi 3 miliardi di euro. In un anno (luglio 2017-2018) sono stati rimpatriati 6.833 migranti irregolari, a cui devono aggiungersi circa 1.200 rimpatri volontari per i quali si attivano procedure particolari. Insomma l’ iter è lungo e farraginoso. Salvini, dopo quattro mesi di governo, adesso lo sa. La campagna elettorale è un’altra cosa.

Twitter @PacelliValeria

Ma mi faccia il piacere

Il viatico. “È ufficiale: Nicola Zingaretti è un coglione” (Giuliano Ferrara, Twitter, 30.8). Gli manca soltanto una maledizione di Fassino, poi Zingaretti è in una botte di ferro.

La lettera. “Noi stiamo mettendo appunto un Decreto Urgenze…”, “Noi stiamo mettendo, appunto, un Decreto Urgenze…” (Luigi Di Maio, vicepremier M5e e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Facebook, 4.9). Appunto, due appunti: massì, fai vedere che abbondiamo, abbondandis abbondandum!

Animali acquatici. “L’obiettivo del ritorno all’acqua pubblica è un tema culturale del Paese, perché l’acqua è quello per cui noi siamo costituiti per oltre il 90 per cento” (Luigi Di Maio, Presa diretta, Rai3, 49). Il guaio è il restante 10.

Nessuno e trino. “In Italia abbiamo almeno tre governi diversi” (Renato Brunetta, deputato FI, Il Sole-24 ore, 1.9). E fortunatamente tu non fai parte di nessuno dei tre.

Miss Muretto. “Toninelli si fa bello con le cose di Toti” (Libero, 5.9). Beh, adesso, belli non esageriamo.

Svolta diuretica. “Berlusconi torna in campo. A Fiuggi detterà la linea” (il Giornale, 8.9). Il Patto della Prostata.

Maletton/1. “Responsabili, non colpevoli” (Giovanni Castellucci, ad di Autostrade, La Stampa, 7.9). Ah beh allora.

Maletton/2. “Autostrade, altro crollo. Il manager Castellucci manda in pezzi il modellino di ponte firmato da Renzo Piano” (La Verità, 8.9). Su consiglio dei suoi avvocati.

Maletton/3. “Genova, accertare le responsabilità. Non potremo mai dimenticare” (Gilberto Benetton, azionista di Autostrade-Atlantia, Corriere della sera, 6.9). Se l’è segnato sul diario.

Maletton/4. “Il silenzio delle prime ore? Dalle nostre parti è considerato un segno di rispetto” (Gilberto Benetton, ibidem). Dalle parti della Sicilia, invece, lo chiamano omertà.

La Repubblica Enigmistica. “Ilva passa ad Arcelor Mittal, salvi 10.700 posti di lavoro” (Repubblica, 7.9). Ricchi premi a chi indovina chi è il ministro che li ha salvati.

Severa autocritica. “Il mio più grande errore è che a un certo punto ho smesso di rottamare” (Matteo Renzi, Stasera Italia, Rete 4, 3.9). Povera stella: lo diciamo sempre, noi, che è troppo buono.

La supercazzola. “Il turbocapitalismo globocratico genera lo sradicato come profilo antropologico: versione glamour, il globetrotter startupper (come lo appella la neolingua). Versione tragica, il migrante apolide deterritorializzato” (Diego Fusaro, filosofo, Twitter, segnalato da nonleggerlo.it, 31.8). Brematurata come foss’antani con scappellamento a destra.

Idee chiare. “In chiave europea bisogna unire le forze, da Macron a Tsipras” (Maurizio Martina, segretario reggente del Pd, Repubblica, 1.9). “Abbiamo l’esigenza di arrivare a un congresso anche per trovare un punto di equilibrio tra le cose che questo partito dice, un punto di equilibrio tra Pepe Mujica ed Emmanuel Macron” (Lorenzo Guerini, deputato Pd, presidente del Copasir, 1.9). Io credo che a questo mondo esista solo una grande Chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a madre Teresa, passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano (li portano via).

Il portafortuna. “Ecco le carte che salvano la Lega. Oggi la sentenza” (il Giornale, 6.9). Infatti la sentenza ha ricondannato la Lega al sequestro. Salvini ha subito pregato Sallusti di non difenderlo più.

Sana e robusta Costituzione. “La rabbia di Salvini contro i pm: ‘E’ un attacco alla Costituzione’” (La Stampa, 7.9). Osano addirittura rispettarla.

Pacate reazioni. “I giudici pugnalano la Lega… Pena di morte” (Renato Farina, Libero, 7.9). “Chi vuole morto Salvini” (il Giornale, 8.9). In fondo, l’hanno presa bene.

Chi può e chi non può. “Reddito di cittadinanza, idea fascinosa e impossibile” (Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 7.9). Ce l’hanno soltanto tutti gli altri paesi d’Europa.

Il titolo della settimana/1. “L’uomo che tutti cercavano era nel tombino davanti a casa” (Corriere della sera, 2.9). Ecco dov’era finito Berlusconi.

Il titolo della settimana/2. “Reddito di cittadinanza, spie e manette facili: adesso Di Maio fa paura” (il Giornale, 3.9). La Banda Bassotti non ci dorme la notte.

Il titolo della settimana/3. “Occupa case chi è ricco” (Libero, 2.9). Infatti i Benetton, non trovandone nessuna libera, hanno occupato le autostrade.

Natascha Lusenti, dal microfono al romanzo con promessa di felicità

Leggendo il romanzo d’esordio di Natascha Lusenti, voce molto amata di Radio 2 Rai (per intenderci, la voce dell’alba, di “Risvegli”), scopriamo prima ancora che l’autrice, la profondità e la delicatezza della donna. Il romanzo esce per Garzanti, “Al mattino stringi forte i desideri”, e sembra, leggendo la nota critica in bandella, che questo passaggio letterario fosse quasi la risposta ai tanti radioascoltatori che lo chiedevano. Si aspettavano da Natascha il completamento di una narrazione che l’autrice ha intessuto anzitempo, ha iniziato su un piano parziale (la Radio o la tv) con una comunicazione empatica e nuova.

La voce radiofonica diventa una voce letteraria autentica, anch’essa nuova, la voce di Emilia, la protagonista del romanzo. Emilia cambia casa, cambia città, una città enorme, la destinazione di molta solitudine, un condominio anonimo, porte chiuse, frequentatori schivi e silenziosi. Emilia è una giovane donna che vuole ricominciare. La sua rinascita trova la corrispondenza esatta nella saggezza misteriosa dei bambini, portatori di irrevocabili verità, non solo di innocenza, posto che entrambe coincidano. Così il romanzo diventa uno spartito dentro cui seguire le note che conducono a una qualche specie di felicità.

Emilia la riconosce nella fedeltà ai gesti, un nobile modo di intendere l’abitudine, che non è automatismo, ma fedeltà al gesto, rigore, la disciplina di bere un solo caffè, la mattina, ad esempio, guardando fuori il giorno, che per lei sopraggiunge prima degli altri. La fedeltà e la disciplina al gesto. Prima lezione che apprendiamo imprevedibilmente lasciandoci ingannare da un titolo se vogliamo rassicurante e sentimentale. Invece il romanzo ci sorprende perché ci propone una rilettura della nostra vita, un apprendistato che si nasconde nella levità della voce che lo racconta. La scrittura si distingue, non è mai quel che ci si aspetta, cioè non è rassicurante. Ed è questo il dato più interessante e inedito di Natascha Lusenti, il suo straordinario mondo interiore, visionario, complesso e insieme nitido come la saggezza sempiterna e misteriosa di un bambino.

Un bambino che nel romanzo comparirà (l’alter ego?) con il nome di Nicola. Il romanzo è dunque una promessa di felicità. Di capitolo in capitolo. L’annuncia senza forzatura l’autrice, utilizzando la protagonista Emilia, i suoi brevi post emotivi che fisserà sulla bacheca del condominio, in forma anonima e quotidiana. Nei brevi post troviamo le soluzioni prossime ai piccoli tedi che ognuno di noi vorrebbe evitare, il crepuscolo sulle nostre anonime esistenze. Per condurci alla felicità, il mondo interiore di Emilia-Natascha usa persino i colori, o soprattutto i colori. I colori si sganciano dalle cose, diventano l’interlocuzione o uno specchio su cui riflettere alcune considerazioni. Il giallo è il colore preferito di Emilia. Il giallo non ha paura di scolorare nel marrone. Il giallo come certe mele che non hanno paura di invecchiare: “(…) perché resistono all’attacco del tempo e, anche se fuori sembrano invecchiate, con la pelle grinzosa, dentro la polpa mantiene la promessa del frutto giovane (…). Il giallo si fa attraversare dal tempo con coraggio”.

Tutto da copione: Netflix vince, “Roma” è d’oro

Roma, ma non Italia. Ampiamente previsto, il Leone d’Oro va al memoir in bianco e nero di Alfonso Cuarón, però Venezia 75 consegna un palmares inaudito, almeno dal 2010: dal Concorso a Orizzonti e più, digiuno totale per i film italiani. Anzi, uno laureato c’è, eppure suona beffardo: La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani, anno di grazia 1982, migliore restauro di Venezia Classici. Old but gold, ma nel mosaico generale sa di “presa per i fondelli”.

Non che ci spetti per diritto divino un alloro, non che i nostri tre alfieri in Concorso, Capri-Revolution di Mario Martone, Suspiria di Luca Guadagnino e What you gonna do when the world’s on fire? di Roberto Minervini, dovessero prendere uno dei tre Leoni, ma sia il verdetto stilato dalla giuria di Guillermo Del Toro che quello di Athina Tsangari, omologa a Orizzonti, stigmatizzano nei nostri riguardi un deficit d’attenzione. Per dirne uno, Alessandro Borghi alias Stefano Cucchi di Sulla mia pelle (Orizzonti) non meritava? Queste recriminazioni non terrebbero nemmeno un po’ di fronte a un palmares inappuntabile, ma quello del Concorso di certo non lo è: il pesce non puzza dalla testa, però. Al di là dell’amicizia tra Del Toro e Cuarón, che già non è un motivo invalidante, come non celebrare un primus inter pares per distacco, un titolo che ha messo d’accordo critica e pubblico, elevando l’autobiografia dell’allora bambino Alfonso a dramma sociale, peana femminile e, su tutto, esercizio di stile? Vittoria meritata, e – scrivevamo ieri – ancor più opportuna: andrà avanti e chissà quanto agli Oscar, confermando ineludibile per l’award season il trampolino veneziano; è il primo film Netflix ad aggiudicarsi un festival, qui dove passò l’antesignano Beasts of No Nation tre anni fa, dunque Zeitgeist in purezza; dopo #OscarsSoMexican, a fronte della vittoria de La forma dell’acqua di Del Toro l’anno scorso, ora è anche #LionsSoMexican, che magari non vuol dire nulla ma porta bene. Purtroppo, il restante palmares non rafforza, anzi, inficia questo trionfo, rievocando decisioni largamente discutibili e plasticamente identitarie (imperialiste?) di altri cineasti americani, di nascita o domicilio professionale, chiamati a giudicare in Laguna. Su tutti, Quentin Tarantino: guarda caso, c’era proprio lui a presiedere in quel 2010 del nostro sconforto (Leone d’Oro a Somewhere della sua ex Sofia Coppola).

Anche Del Toro stampiglia i propri gusti, affinità e passaporto su Leoni e affini, e perché non dovrebbe, non è forse quel che gli si richiede? Certo, ma denuncia una smaccata e smodata predilezione americanocentrica, abbastanza indifferente ai valori estetici e poetici della selezione. Sicché il Leone d’Argento – Gran premio della Giuria va a The Favourite di Yorgos Lanthimos, coproduzione e interpreti statunitensi: decisione assai generosa. Poi, Leone d’Argento per la Regia al western The Sisters Brothers di Jacques Audiard, produzione europea con attori americani (John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhaal): sconsiderato, Nemes, Reygadas, Guadagnino erano quelli tra cui pescare. La Coppa Volpi femminile all’inglese Olivia Colman – per carità, bravissima – di The Favourite, quella maschile a Willem Dafoe, Van Gogh americano dell’americano At Eternity’s Gate: peraltro, più somigliante che bravo. Sceneggiatura agli americani fratelli Coen dell’americano e netflixiano The Ballad of Buster Scruggs: il francese Olivier Assayas di Non-Fiction non pervenuto.

Dopo questo “Make America Great Again”, Del Toro si è rivolto sempre all’America, ma al #MeToo, distinguendo l’unica regista donna in lizza, l’australiana Jennifer Kent: al suo inverecondo e stroncato rape-revenge movie The Nightingale il premio speciale della giuria e, si vola, un inopinato Marcello Mastroianni per l’attore emergente Baykali Ganambarr.

Una grande Venezia; benedetta dal pubblico: + 10%, con 8mila accreditati (+24%) e 3.485 giornalisti; fraintesa – se non vilipesa – da Del Toro.

@fpontiggia1