“Il ping pong dentro casa e la trattoria come sala prove”

Il 1968 è un anno fatale, anche per Mario Lavezzi – compositore, cantautore e produttore discografico – allora ventenne: più che sulle barricate il musicista si è barricato in studio, scritturato nientemeno che da Lucio Battisti e Mogol.

Come li ha conosciuti?

Tra il ’67 e il ’68 scrissi Il primo giorno di primavera, portata poi al successo dai Dik Dik, che erano prodotti da Lucio e Mogol. Io arrivavo dai Camaleonti, che avevo dovuto lasciare per il servizio militare: ero disperato, pensavo che la vita fosse finita. Così mi sono messo a scrivere canzoni ed è venuto fuori Il primo giorno di primavera. Lì è iniziata la mia collaborazione con Mogol e Battisti, sfociata poi in amicizia: con Lucio ho lavorato sporadicamente anche dopo la rottura tra i due. Quando loro fondarono la Numero Uno, mi chiesero di non firmare contratti con nessun altro.

Battisti resta un enigma: lo era anche per lei?

No, ci siamo frequentati tanto, e normalmente. Siamo anche andati a caccia insieme… Per la verità fu la nostra prima e ultima volta: fu il padre di Mogol a portarci tutti alla battuta in Jugoslavia negli anni Settanta. Facevamo le cose che fanno gli amici. Anche nel lavoro Lucio era molto disponibile: veniva in studio a farci sentire le sue cose e ci chiedeva magari di fargli i cori, oppure di suonare con lui.

Quindi Battisti aveva un lato solare, giocoso…

Certo, avevamo in comune anche la passione per la fotografia e la camera oscura.

Perché allora si è sottratto ai riflettori e al pubblico?

È stata una scelta, anche su suggerimento di Mogol. Lucio seguiva molto volentieri i suoi consigli: rispetto ai colleghi che sgomitavano e cercavano di andare in televisione a tutti i costi, lui ha scelto di spendersi meno. Anche Mina ha fatto così.

Oggi però questa mossa sarebbe perdente.

Stiamo parlando di epoche diverse: di epoche! Allora c’erano canzoni che duravano due o tre anni, se non di più, mentre oggi si consuma tutto in fretta, in due, al massimo tre mesi. Era un’epoca diversa: per questo Lucio poteva permettersi di non esporsi. Ora invece è una rincorsa continua alla visibilità.

Ricordi curiosi?

Quando Lucio abitava a Milano in zona Lorenteggio andavo spesso a trovarlo, e magari ci scappava anche una registrazione. Poi si è spostato in una casa più grande, in cui ha montato un tavolo da ping-pong in salotto: ci giocavamo sempre.

Il vostro era un giro di amicizie ampio?

No, con gli amici intimi andavamo alla trattoria Arlati, la cui cantina è stata da noi trasformata in una saletta per suonare. Poi Lucio si è un po’ ritirato, ma per sua scelta: si è spostato a Roma, si è staccato da Mogol e anche io l’ho un po’ perso di vista. Ci siamo poi rincontrati a Milano casualmente. Non abbiamo mai avuto screzi; ci siamo allontanati solo perché lui ha cambiato città.

Battisti ha seminato, ha lasciato eredi?

Eredi non so. Io lo considero un maestro: ho cercato di apprendere da lui il più possibile. Nel lavoro era meticoloso ai limiti del maniacale, sia nello scrivere sia nel suonare o nel cantare. Tanti ancora oggi lo ascoltano per prendere spunti, per copiare: è un punto di riferimento imprescindibile per la musica italiana, ma anche in termini planetari.

Qual era il suo segreto?

È stato un autore rivoluzionario, assolutamente controcorrente: normalmente tutti puntano su un ritornello orecchiabile, mentre Battisti scriveva canzoni discorsive, fregandosene del ritornello nella stragrande maggioranza della sua produzione. Molti sostenevano che lui non fosse un buon cantante, ma dicevano lo stesso di Bob Dylan perché entrambi, più che cantare in modo impeccabile, esprimevano, comunicavano.

Che uomo era?

Tra noi c’era una amicizia sincera, assolutamente disinteressata: Lucio, su qualsiasi tema, entrava in verticale, non era mai superficiale. Era un uomo sempre molto informato e curioso: quando è stata messa l’Iva, lui sapeva già tutto, aveva già fatto tutti i calcoli. Così come quando uscirono i primi computer della Apple: lui li ha avuti tutti e poi si confrontava con noi e ci dava consigli.

Ha commesso qualche sbaglio o inciampo?

No. Stare fuori dalle scene è stata una decisione giusta, secondo me. La rottura con Mogol, invece, l’ha portato a sperimentare di più a scapito della scrittura, ma, come detto, è stata una scelta.

Cosa rimpiange di Battisti?

Tutto.

Battisti artista-alchimista. Salviamo la sua musica dal supermarket horror

Chi vuol capire Lucio Battisti deve ascoltare uno dei suoi brani che meno si capiscono: Il nostro caro angelo. Lo scrisse insieme a Mogol nel 1973 e lo pubblicò nell’album omonimo, il suo sesto, quello della svolta rock e della copertina enigmatica e sfrontata, con due donne a seno nudo, un bambino come mamma l’ha fatto, tre uomini africani e nessuna immagine dell’autore. Qualcuno disse che la canzone parlava della nascita di Luca, primo e unico figlio suo e di Grazia Letizia Veronese. Mogol sostenne invece che era un duro attacco alla Chiesa cattolica. Potete ascoltarlo milioni di volte e non riuscirete mai a stancarvene, né a liberarvi del suo fascino misterioso. Anche perché le sue ultime volontà, custodite nel silenzio mai rotto da Grazia Letizia e da Luca, l’hanno fin qui preservato dall’inflazione, dal riciclo sul web e in streaming, dalla commercializzazione pubblicitaria. Una teca di cristallo che ha retto nei decenni e che ora rischia di finire in mille pezzi con la causa milionaria fra gli eredi e Mogol e la messa all’asta dello scrigno padrone dei diritti, “Acqua azzurra Srl”.

Personalmente – l’ho già scritto sul Fatto qualche anno fa – mi sono sempre domandato perché nessuno abbia mai approfondito il rapporto di Battisti con la magia. Neppure ora, nel ventennale della sua morte. Perché Battisti non era soltanto un musicista e un cantante: era anche e soprattutto un mago. Sia quando appariva in pubblico, fasciato dai suoi celebri foulard o dalle leggendarie dolcevita nere. Sia quando smise di apparire, anzi sparì proprio dalla circolazione. Per sempre. E lo fece prestissimo, nel 1972, quando comparve per l’ultima volta in un programma televisivo italiano, e non aveva ancora compiuto trent’anni (era nato il 5 marzo 1943, un giorno dopo l’altro grande Lucio della musica, Dalla). Ormai, disse, “alla televisione preferisco l’olio di ricino”. Pare che l’irruzione dei paparazzi nella stanza della clinica dove la moglie Grazia, in arte “Velezia”, aveva appena partorito Luca Filippo Carlo, subito cacciati a pedate, sia stato la goccia che fece traboccare un vaso già colmo da tempo. Almeno per un orso come lui.

I concerti li aveva già abbandonati, anzi non li aveva mai neppure davvero iniziati: di lui si ricorda un tour e mezzo, non di più, perché “la gente deve ascoltare i miei dischi per la qualità musicale, non per l’eventuale fascino del personaggio che li canta”, e poi perché “voglio anche vivere, non solo cantare”. Ultima esibizione su un palco, nel 1970. Per il resto, qualche comparsata in tv e alla radio, un Festival di Sanremo (1969, Un’avventura), un paio di Cantagiro, di Festivalbar e di Un disco per l’estate, un’ultima apparizione alla televisione svizzera, nel 1980, per interpretare (in playback, visibilmente inciccionito in un camicione rosa) Amore mio di provincia.

Della sua vita si sa pochissimo, prima, durante e dopo gli anni della visibilità. Pare che la musica gliel’avesse insegnata l’elettricista di Poggio Bustone, il paese natale sui colli della Sabina. Pare che suo padre, che lo voleva perito elettrotecnico e lo costrinse a quel diploma, contrastasse la sua passione, fino a sfasciargli la sua prima chitarra in testa. Ma non c’è nulla di certo. A parte il fatto che, dopo gli esordi nel gruppo dei Mattatori, Lucio suonò con i Satiri, complesso che si esibiva nel night romano Cabala. Un mago, appunto. Un uomo del mistero. Deve saperne qualcosa Giulio Rapetti in arte Mogol, il grande paroliere che trovò l’alchimia giusta solo con lui, mentre i suoi testi scritti per altri cantanti dopo la rottura con Lucio non lasciarono tracce indelebili. Un alchimista, dunque. Di suoni. Di atmosfere. Di generi: pop, rock, disco music, progressive, folk, ritmi latini, musica elettronica. E di emozioni: che poi erano l’unica cosa che davvero gl’interessava. “Ahò, so’ tre ore che parlate de me, ma nun m’avete ancora detto se le mie canzoni vi emozionano o no”: così interruppe critici, esperti e giovani impegnati che, in un programma tv condotto da Renzo Arbore, Speciale per voi, sottilizzavano sulla sua voce non proprio cristallina (e perciò unica: qualcuno la paragonò a quella di un bambino appena sveglio) e strologavano sulle sue presunte idee politiche nascoste subliminalmente nelle sue canzoni (ogni volta che tiravano fuori la favola delle sue simpatie fasciste solo perché nell’era dei cantautori engagé se ne fregava della politica, o perché equivocavano sul “mare nero” e sui “boschi di braccia tese”, li lasciava dire, poi li metteva a sedere beffardo: “Facciamoli parlare, così alimentano il personaggio”).

A 23 anni, quando uno normale non sa ancora come si chiama e che ci sta fare al mondo, Lucio esordiva col 45 giri Per una lira/Dolce di giorno. E a 24 conquistava la vetta dell’Hit Parade con 29 settembre, regalato ai suoi amici Equipe 84. Il resto lo conosciamo da sempre e lo conosceremo per sempre, anche se l’abbiamo visto pochissimo (e meno male che esiste l’archivio della Rai, con quei rari filmati in bianco e nero, in solitaria o in duetto con Mina). Magica la ricerca di sonorità sudamericane in Anima latina. Magica la continua, onnivora ansia di rinnovarsi e sperimentare, che lo eleva e astrae da tutte le mode musicali del momento, e anche dai generi tradizionali della sua epoca, tant’è che le sue canzoni sembrano tutte scritte domani, mai oggi o ieri o l’altroieri. E spesso anticipano i tempi e i gusti. Magica l’avarizia selettiva, che lo portò a litigare con le grandi case di produzione perché non gli davano ciò che si aspettava in cambio dei suoi dischi; ma anche a rifiutare di esibirsi per la Fiat al teatro Regio di Torino rinunciando al cachet di 2 miliardi di lire messo sul piatto dall’Avvocato Agnelli. Magico il lunghissimo autoesilio a Dosso di Coroldo, nel comune di Molteno, in una villetta anonima di un comprensorio isolatissimo della Brianza velenosa.

Lì accadeva e cominciava tutto: i lavoretti di bricolage, i viaggi in Inghilterra e negli Stati Uniti, il divorzio dal suo autore e dirimpettaio Mogol, l’ellepì E già scritto con la moglie per dimostrare che Battisti era Battisti comunque e con chiunque, le sfuriate ai fotografi che tentavano di stanarlo le rare volte che usciva dal covo per andare al supermercato (Supermaket giovedì tu lavori lì…), il mancato album a tre con Celentano e Mina perché Adriano si scorda di andare all’appuntamento, il sodalizio con uno stralunato esoterista della poesia, il romano Pasquale Panella, che firma con lui gli ultimi cinque album di musiche avveniristiche e testi iniziatici (Don Giovanni, La sposa occidentale, capolavori), così come le copertine, disegnate personalmente da Lucio col pennarello tremolante del bambino alla prima elementare (e c’è ancora chi giura che Velezia, amorevole e arcigna custode della memoria e dei segreti, tenga nel cassetto un ultimo Lp inedito). È allora che il popolo battistiano torna a dividersi, stavolta non più sull’inesistente bandiera politica, ma fra mogoliani e panelliani. Come se, prima del- l’impanellamento, Lucio Battisti fosse mai stato semplice e lineare (provate a tradurre in parole povere, appunto, Il nostro caro angelo). Come se Lucio Battisti fosse scomponibile fra un prima e un dopo. Assurdo e impossibile: Lucio Battisti, come tutti i maghi, è durante e per sempre.

Chi ora vuol farne un cantante come tutti gli altri e magari ingrassare su qualche jingle pubblicitario delle sottilette o dei detersivi, delle supposte o dei sofficini, sulle note storpiate di Emozioni, Pensieri e parole, Il mio canto libero, Una donna per amico, non ha che da riascoltare Ma è un canto brasilero, memorabile sberleffo contro il consumismo e filosofia di tutta una vita: “… Io non ti voglio più vedere sul muro davanti ad un bucato dove qualcuno c’ha disegnato pornografia a buon mercato… Col dentifricio pure trasparente dove ti fanno dire che illumina la mente e mentre indossi un super super super reggiseno per casalinga tutta veleno. E mentre parli insieme a una semplice comparsa, vestito da dottore, che brutta farsa. Ti fanno alimentare l’ignoranza fingendo di servirsi della scienza… Io ti vorrei vedere mentre cogli l’insalata dell’orto che vorrei aver coltivato prima di essere morto… Oh no! Anche se guadagni centomila lire al giorno, non ti puoi scordare che la vita è andata e ritorno…”.

Paolo Pablito Rossi

Per lui Juventus, Milan, Lanerossi Vicenza e tutte le altre squadre di calcio nelle quali ha giocato sono fasi della vita. Belle. Ma solo fasi. La Nazionale no, la maglia Azzurra Paolo Rossi la sente addosso come forza, riscatto dopo la squalifica del 1980, orgoglio, condivisione, la mejo gioventù da non perdere. E ancora oggi, a 61 anni, si emoziona quando ne parla (“sono momenti irripetibili, la seguo sempre, meno venerdì per questioni personali e gravi”), si avvelena se alcuni calciatori la sottovalutano (“quando ti convocano, ci devi andare anche a piedi”) e ogni giorno chatta con i Campioni del 1982 (“non parliamo sempre di pallone. Anche di altro…”, sorride malizioso). La carriera di allenatore non lo ha mai realmente interessato (“è difficilissima”), ha preferito spendere il suo talento davanti allo schermo tv; quest’anno, come ai tempi d’oro, è stato oggetto di “mercato” prima di finire alla Domenica Sportiva da opinionista, accanto al “socio” azzurro, Marco Tardelli e alla conduttrice Giorgia Cardinaletti.

È considerato tra i primi calciatori-idolo pop della storia.

Realmente?

Così pare.

In qualche modo è vero, e sulla mia maglia sono comparsi gli sponsor dopo il Mondiale del 1982, e sono iniziati anche i primi spot per la Federazione.

Pionieri.

Spesso frutto di casualità, eravamo dei rabdomanti del progresso, viaggiavamo a occhi chiusi verso il domani, con alle spalle logiche a volte ancestrali. Neanche ci rendevamo bene conto delle strade che stavamo aprendo. E i reali benefici sono stati a beneficio di altri arrivati dopo di noi.

A voi le briciole.

Senza esagerare, ma sul piano economico non viaggiavamo al ritmo degli ultimi due decenni. Però credo di aver vissuto un gran bel calcio, e per fortuna ho giocato prima dell’arrivo della legge Bosman (nel 1995 per la libera circolazione dei calciatori in Europa), altrimenti la mia carriera sarebbe stata molto differente.

Ne è certo?

Quanti italiani scendono attualmente in campo?

Non molti.

Appunto. E poi non ero un fenomeno atletico, non ero nemmeno un fuoriclasse assoluto.

Cosa era?

Un attaccante rapido e intuitivo, la mia forza nasceva dalla testa, dalla lucidità, dall’intuito. Vincevo sulla frazione di secondo, arrivavo all’improvviso con la punta del piede e fregavo gli avversari. Causavo dei bei mal di testa a chi mi marcava.

Pochi gol da fuori area.

Appunto, pochissimi. I difensori spesso non capivano dove stavo.

Insomma, nessun rimpianto.

Niente e neanche invidia. Sono certo di aver goduto di un calcio più vero, non artefatto; tutti vivevamo per la domenica, mentre oggi assistiamo a una dispersione assurda, dove ogni emozione è diluita, frammentata e parcellizzata nell’arco delle ore, non dei giorni. E negli Ottanta c’erano i campioni, quelli veri.

Nostalgia canaglia.

Ho giocato con Platini, ho visto Zico e Maradona. Basta?

C’è Cristiano Ronaldo.

Di questo non c’è dubbio, vediamo…

L’attenzione totale per CR7, non la trova da provinciali?

Da cinque anni è il numero uno; è un grande e in simbiosi con questa epoca social, e dopo la nostra mancata qualificazione ai Mondiali, rappresenta l’ossigeno. E anche qui mi tocca diventare retrò…

Prego.

Penso ai social…

Ri-prego…

Noi non subivamo tutte queste attenzioni, non eravamo perennemente in vetrina. Leggevamo i giornali, temevamo i giudizi, aspettavamo il resoconto del lunedì, e poi via agli allenamenti. La partita era l’apice della settimana, mentre adesso, a volte, sembra solo la parte residuale del chiacchiericcio.

Lei non è social.

No! Già fatico a mantenere una vita privata, e da sempre. Al contrario del mio ruolo da giocatore, qui vado in difesa. Rispetto le priorità. (Ci riflette…) Non ho questo tipo di mentalità moderna.

La fama l’ha mai spaventata?

La popolarità e il successo che ho vissuto sono arrivati come conseguenza, mai come un fine; mi ci sono ritrovato.

Non a suo agio.

Sono passati trent’anni da quando ho smesso, e se mi fermano sono contento, e poi trovo doveroso restituire, rientra nel gioco dei ruoli.

Non è andato al Napoli perché il pubblico è troppo caloroso.

Non è vero.

Ne è certo?

Ho rifiutato solo per ambizione, ritenevo la squadra non all’altezza. Tutto qui. Quella del “no” per il tifo è solo una leggenda.

Da commentatore non trova spesso noiose le dichiarazioni dei calciatori.

Quando li ascolto so già cosa stanno per dire. Ogni parola è come se l’avessimo sentita decine e decine di volte.

Come mai?

Paura, timore, atteggiamento, società alle spalle pronte a limitarli: è un mix.

Il risultato?

Dichiarazioni meno sincere e meno fresche, secondo me creano anche un danno perché allentano la giusta tensione e danno al pubblico la sensazione di trovarsi davanti a dei normali dipendenti di un’azienda.

E voi opinionisti?

Abbiamo la responsabilità di andare oltre certe prassi oramai consolidate.

Si sente agitato davanti alla telecamera?

Forse nei primissimi anni da calciatore, adesso no. Ma attenzione: caratterialmente non sono mai stato un tipo ansioso né ansiogeno, ho cercato di controllare il tempo con la testa.

Sempre.

Giusto con la Nazionale ho sentito la pressione, poi basta.

Nel 1982 era il salvatore della Patria.

Mamma mia che pressione! Vivevo ogni minuto avvolto da adrenalina e ansia da prestazione, mi sentivo responsabile di tutto e di tutti, la fortuna è stato quella di trovarmi con dei compagni di squadra fantastici e un allenatore come Bearzot. A loro devo dire sempre e ancora grazie.

Oltre a Bearzot, a chi in particolare è grato?

Penso ad Antonio (Cabrini): dormivamo in stanza insieme e alle sistematiche chiacchierate e confidenze prima di addormentarci. Non parlavamo solo di calcio, ma di noi come persone; uno non deve mai dimenticare un fattore chiave: eravamo dei ragazzi poco più che ventenni con gli occhi dell’Italia addosso.

Chi altro?

Marco Tardelli, gran bella testa sulle spalle, è sempre stato uno in grado di approfondire (si ferma ancora…) Davvero, siamo e siamo stati un gruppo irripetibile. Uniti a prescindere. Tra di noi c’è un legame che va oltre; siamo l’emblema di cosa vuol dire il gruppo.

Dicono sia la celebre chat dei campioni…

Tutti i giorni ci scambiamo messaggi.

I più attivi?

Bruno Conti, Ciccio Graziani e Alessandro Altobelli.

Argomenti affrontati.

Qualche giudizio sui calciatori, ma in realtà di pallone veramente poco. Scherziamo più su altro, ma non rivelerò il contenuto, come dicevo siamo pur sempre una squadra e manteniamo le regole dello spogliatoio.

È saturo di pallone?

Seguo i momenti più importanti, senza cadere nella maniacalità, ed è anche per questo che ho scelto di non diventare un allenatore; chi allena deve restare connesso 24 ore su 24, vivere tutti i giorni il campo, occuparsi dei calciatori pure in chiave psicologica. In alcuni momenti deve diventare il confidente dei ragazzi. Non se ne esce mai.

Per carità.

Non sarei capace. Ribadisco: nella vita non ci può essere solo la liturgia del rettangolo.

Incontro fondamentale della sua vita?

Oltre Bearzot? Gigi Fabbri (suo allenatore a Vicenza nel 1978). È lui ad avermi scoperto attaccante, quando allora giocavo sulla fascia; è lui ad aver intuito il mio intuito per il gol. Sulla fascia non avrei ottenuto questa carriera.

Si sente un simbolo?

Mai, proprio per niente. Mai legato a una maglia in particolare, non sono come Boniek, Platini o alcuni dei miei compagni di Nazionale.

Solo quella azzurra.

Lì è un’altra storia, il pubblico vede in me quell’immagine e non sa quanto lo apprezzo, anche perché al giorno d’oggi tutto è improntato al frazionamento. I club dividono. La Nazionale è l’unico momento di condivisione sportiva su ampia scala.

Il giorno del suo esordio in azzurro…

Forse uno dei momenti più belli della mia vita (Italia-Belgio 1977). Ricordo i minuti dell’inno, sentivo una paura folle, mi guardavo attorno ma quasi non vedevo nulla; non mettevo a fuoco il pubblico in tribuna. Poi al fischio d’inizio sono stato preda di una sensazione di forza assurda.

In campo è stato picchiato molto?

Cavolo! Ho preso tante di quelle botte… Vierchowod mica lo dimentico, era terribile, un duro; poi sembrava di ferro, quando gli andavi addosso erano cacchi amari: rimbalzavi. E poi i difensori della Germania nella finale del Mondiale, terribili, si sono inventati la qualunque pur di fermarci. Eppure gli ho segnato contro.

Zico l’ha definita il “boia del Brasile”.

Lui parla e parla, ma quando vuole imparare qualcosa viene sempre in Italia; attenzione: oggi siamo amici.

Resta una ferita per i Carioca.

La mia tripletta ancora se la ricordano, per loro è una ferita nazionale. Un giorni in Messico incontro Ronaldo: “Da noi hai lasciato un ricordo davvero brutto, ma ti stimiamo lo stesso”.

Ha un omonimo celebre.

E dal vivo mi ha raccontato una storia che poi ha inserito nei suoi spettacoli: due carabinieri lo hanno fermato, controllato i documenti, si sono consultati, e poi gli hanno chiesto se eravamo fratelli. Stupendo.

Paolo Rossi non è quindi un emblema…

Però recentemente una coppia al mare mi ha chiesto di sposarla, perché “sei un simbolo anche di questa spiaggia”. Ho accettato e sorriso…

Ministero dello Sport, il governo taglia i fondi

In vista ci sono i preparativi per le Olimpiadi del 2024, ma la Francia taglia i fondi allo Sport. Una nota interna agli uffici del primo ministro, pubblicata ieri dall’agenzia di stampa France Presse, ha rivelato infatti che il governo prevede di tagliare, entro il 2022, 1.600 posti di funzionari al ministero dello Sport, che ne conta poco più di 3.000, soprattutto di agenti tecnici attivi sul territorio.

Il budget del ministero dovrebbe passare così da 480 a 450 milioni di euro nella prossima legge di bilancio per il 2019. Il mondo dello sport però non ci sta. A fine agosto, il Comitato olimpico francese (CNOSF) ha lanciato una petizione contro i tagli e per chiedere al governo di rinunciare a ridurre il budget. In particolare il comitato olimpico francese chiede da tempo che le tasse prelevate dallo Stato sulle scommesse sportive on line e sui diritti televisivi vengano versate interamente allo Sport, mentre una parte di esse confluisce attualmente nel bilancio generale dello Stato. Denis Masseglia, presidente del CNOSF, ha anche denunciato l’ostracismo dello Stato contro lo Sport. La formula non era piaciuta all’allora ministro Laura Flessel, ma era an che noto che l’ex campionessa di scherma era in attrito con Emmanuel Macron per i tagli e che lottava per evitarli. Nel frattempo però, i problemi col fisco hanno obbligato la Flessel, il 4 settembre scorso, ad annunciare le sue dimissioni.

L’ex campionessa di scherma era uno dei personaggi più popolari del governo di Macron. In un anno e mezzo aveva portato a casa due vittorie, l’organizzazione in Francia dei Mondiali di rugby nel 2023 e delle Olimpiadi nel 2024. La sua popolarità era di riflesso cresciuta anche grazie al successo dei Bleus ai Mondiali di calcio in Russia. La poltrona è stata affidata, e con essa anche lo spinoso fascicolo, a Roxana Maracineanu, ex nuotatrice franco-rumena, nota ma meno popolare, e apparentemente meno carismatica della Flessel.

In segno di dialogo con il nuovo ministro, il comitato olimpico francese ha ritirato la petizione e lanciato un’operazione di comunicazione meno aggressiva sui social. Ma minaccia di riprendere la raccolta di firme sul web se niente si smuove. Il mondo dello sport francese non sa cosa aspettarsi ora dal cambio al vertice. Trattiene il fiato ma resta mobilitato: “Lo sport viene considerato come un peso. Invece – ha detto ieri Denis Masseglia – dovrebbe essere considerato una volta per tutte come un investimento al servizio della popolazione e dei giovani in particolare”.

Si teme soprattutto per i piccoli club sportivi locali dove si formano i campioni di domani ma che, soprattutto in certi quartieri difficili delle periferie, sono un punto di riferimento importante per i ragazzi. Philippe Bana, presidente dell’associazione dei Direttori tecnici nazionali, confida nella mobilitazione: “Non ci stanno chiedendo di fare uno sforzo, ci stanno svendendo – ha detto – ma il settore reagirà”.

Gli analisti condividono le preoccupazioni degli operatori del settore. Alla radio France Info due giorni fa, l’economista dello sport Pierre Rondeau ha detto che il nuovo governo “con la scusa di una rigorosa disciplina di bilancio, sta letteramente distruggendo il tessuto dello sport amatoriale francese. Ma non è da ora che lo fa, il budget del ministero dello Sport – ha aggiunto Rondeau – non smette più di calare dal 2017”.

Idlib, il Sultano adesso riscopre i “diritti umani”

Come previsto, le bombe di Assad e di Putin stanno colpendo a intervalli sempre più brevi Idlib, l’ultima roccaforte dei ribelli siriani. Dopo il niet di Mosca e di Teheran alla tregua richiesta l’altro ieri dal presidente turco Erdogan, la maxi offensiva su Idlib sembra ormai avviata.

Per mostrare a Erdogan che non c’è un’alternativa al massacro di migliaia di persone, tra terroristi e civili, se non convincerà i ribelli “moderati”, che sostiene da anni, a non opporsi al ritorno delle truppe di Damasco, meglio ancora a combattere al loro fianco contro i terroristi islamici di Hayat Tahrir al Sham, gli ex Al Nusra legati ad Al Qaeda, Putin non ha atteso nemmeno 24 ore dalla fine del summit per dare il via libera a un massiccio bombardamento.

Ma Ankara non ci sta, almeno a parole. “La Turchia non guarderà l’uccisione di decine di migliaia di innocenti in Siria per promuovere gli interessi del regime”, ha avvertito il Sultano con un tweet tradotto anche in inglese, russo e arabo. Erdogan ha quindi aggiunto che la Turchia non guarderà da bordo campo né parteciperà a un tale gioco “se il mondo chiuderà un occhio sull’uccisione di decine di migliaia di innocenti”. Il processo di pace di Astana (dal nome della capitale kazaka dove si tenne il primo incontro tra Turchia, Russia e Iran sulla Siria) che ha portato alla realizzazione della zona di contenimento e alla creazione di 12 punti di monitoraggio per l’esercito turco nella provincia di Idlib, è pertanto bloccato. La Turchia però non può permettersi di farlo fallire anche se il coltello dalla parte del manico, non solo in senso letterale, è tornato in mano ad Assad, l’arci nemico di Erdogan assieme ai curdi. Allo scopo di non perdere completamente di credibilità e rimanere in partita, a Erdogan non rimane che tentare la carta dei “diritti umani” e sotto banco negoziare con Mosca per assicurarsi che l’Esercito libero siriano sponsorizzato dalla Turchia non verrà schiacciato nel sangue e, soprattutto, che i curdi non otterranno una vera autonomia una volta conclusa la guerra. “Senza discriminazioni, ci siamo precipitati in aiuto dei nostri fratelli e sorelle siriani: oggi, come in passato, non vogliamo vedere nessuno dei nostri fratelli o sorelle siriani sanguinare”, ha scritto in un altro tweet il reis turco. Inoltre ha sottolineato che la questione Idlib deve essere risolta in linea con il processo di Astana e senza dare origine ad altre sofferenze.

C’è un’altra affermazione che dimostra il senso di impotenza di Ankara, dopo essersi inimicata gli Stati Uniti a causa del dilemma curdo. Erdogan ha enfatizzato che si deve resistere agli sforzi separatisti per minare l’integrità territoriale della Siria e la sicurezza nazionale dei paesi vicini. Un problema che conosce bene dato che foraggiando l’Esercito libero siriano e altri gruppi ribelli, la Turchia ha sfruttato fin dall’inizio della rivoluzione la guerra in Siria con l’obiettivo di aumentare la propria influenza nella regione, e non solo. Più di otto anni di sangue nel paese dell’ex “fratello alawita Assad” pur di far diventare la Siria un paese sunnita: se, come ora sembra, ciò non accadrà, Erdogan spera di far avere loro almeno una zona dove esercitare ufficialmente il potere. Ossia Idlib.

“Elezioni, indios candidati per salvare le loro terre”

Le terre indigene sono sempre più minacciate e i leader di circa cento nazioni indio si sono impegnati ad appoggiare, per la prima volta nella storia brasiliana, la candidatura di almeno 36 loro rappresentanti che concorreranno alla carica di deputato e senatore: l’obiettivo più importante è la vice presidenza e la donna che rappresenta gli indios è Sônia Bone Guajajara: corre con il Psol (Partito Socialismo e Libertà) – nel 2011 per motivi di delusione politica il Partido dos Trabalhadores (Pt) – come vice del candidato alla presidenza Guilherme Boulos, il leader del Movimento dei lavoratori senzatetto (Mtst).

Ex infermiera, laureata in lettere, è una voce ascoltata all’Onu e nella Comunità europea. Sono in molti a sostenerla, tra cui la Chiesa, i movimenti dei diritti umani artisti, come Caetano Veloso, Alicia Keys e Paula Lavigne.

Che cosa spera da queste elezioni?

Che siano democratiche, poiché tutto indica che l’élite politica brasiliana vuole fare di tutto per mantenere la presidenza.

Che relazione c’è tra il movimento indigeno e la causa del Mtst, ma anche dei quilombolas – i nuovi schiavi delle piantagioni – e i movimenti afrobrasiliani?

La lotta che gli indios fanno per ottenere la demarcazione delle terre è la stessa che conduce l’Mtst nelle città e i quilombolas nei loro territori. I temi toccati dall’Mtst sono gli stessi che affrontiamo noi indios da 518 anni. Afro e quilombolas, così come i popoli indigeni, sono sempre stati emarginati, prima dagli invasori e poi dallo Stato brasiliano. Le nostre affinità sono nella nostra capacità di resistere, pensare al progetto di un Brasile che nasce dal basso. Noi nativi, senzatetto, quilombolas e afro-brasiliani resistiamo per esistere, affermare la nostra cultura e presentiamo, in questa maniera, soluzioni alle crisi istituzionali.

Che probabilità avete di eleggere deputati e senatori indigeni?

Gli istituti di ricerca elettorale non ci considerano minimamente. Tuttavia, posso dire che abbiamo forti candidati e occuperemo spazi nei parlamenti statali e federali, come già li occupiamo in diversi comuni.

Chi sono i principali alleati del movimento indigeno?

Sono i movimenti sociali, ambientalisti, artisti, intellettuali, la chiesa, i senzatetto, i movimenti delle donne, il movimento Lgbt, il movimento afro, i senza terra, i giovani, gli studenti e i contadini. Chi lotta per la democrazia, la giustizia e l’uguaglianza. Costruiamo alleanze con i più poveri.

L’unico deputato indio eletto in Brasile, Juruna, era solito camminare con un registratore, perché sosteneva che l’uomo bianco non era di parola. Lei lo crede?

Juruna è un punto riferimento per la lotta degli indios. Usò saggiamente il registratore per avere prove degli impegni presi dal governo, ma quella era un’altra situazione di comunicazione. Oggi abbiamo reti sociali che facilitano e consentono la divulgazione in tempo reale delle notizie. Tutto è pubblico. Documentiamo sempre le nostre linee guida. Archiviamo tutto. Siamo più preparati. Molti dei nostri figli si laureano e sono pronti a unirsi nella lotta contro chi ha sempre lavorato per distruggerci.

Se dovesse passare l’emendamento denominato Pec 215, con la possibilità di vendita di terre indigene per l’agro-business brasiliano e internazionale, potrebbe avvenire una reazione violenta degli indios?

Preferiamo le vie istituzionali, come risoluzione dei conflitti, ma ci rendiamo conto che l’azione diretta è fondamentale come misura per l’attuazione dei diritti. Per azione diretta, mi riferisco a una mobilitazione in tutti gli angoli del Brasile, come blocchi delle autostrade e delle linee ferroviarie o l’occupazione di terre originariamente nostre.

Teme di più i neo-fondamentalisti religiosi o l’agro-industria?

Nonostante lo stato brasiliano sia laico, viviamo sistematici affronti, imposizioni di fede e catechesi. Il nostro principale nemico, però, sono le forze del mercato finanziario che, per mezzo dei suoi alleati latifondisti, tentano d’impadronirsi delle nostre terre. Questi, in realtà, sono i grandi nemici del popolo brasiliano e non solo dei nativi.

Che cosa pensa del caso Lula e la sua detenzione?

L’arresto dell’ex presidente Lula è un affronto alla democrazia. Comprendo che la sua politica ha mostrato molti limiti, ma dobbiamo riconoscere che ha apportato importanti cambiamenti per il Brasile, come ad esempio la lotta alla miseria. E l’impeachment dell’ex presidente Rousseff è avvenuto attraverso un ampio golpe politico-legale da parte di un congresso corrotto che ha aperto la porta a una serie di barbarie, come l’omicidio di Marielle Franco, l’attivista uccisa a Rio per il suo impegno sociale.

Estrema destra, attrazione fatale

Con dieci milioni di abitanti – un sesto dell’Italia – e con una superficie una volta e mezzo l’Italia – la Svezia è da sempre e di gran lunga il Paese Ue che accoglie il maggior numero di rifugiati ed è pure in testa alle classifiche della redistribuzione dei migranti dall’Italia – dati pro capite -. Ma difficoltà d’integrazione emerse negli ultimi tempi e sfociate in episodi di criviolenza, specie a Malmoe e a Stoccolma, strumentalizzati dalla destra xenofoba e neo-nazista, hanno inciso sul clima sociale e possono oggi cambiare, alle urne, il quadro politico. S’avverte anche l’influenza di quanto avviene nei Paesi vicini: ci sono i Veri Svedesi, come i Veri Finlandesi, e c’è un’Alternativa per la Svezia, come l’Alternativa per la Germania.

Il punto di svolta è stato il 2015, l’anno che il flusso di migranti verso l’Ue fu maggiore, l’anno che Angela Merkel aprì le porte della Germania a un milione di siriani: i 163 mila rifugiati accolti allora in Svezia hanno spinto una parte dell’elettorato svedese verso i Democratici svedesi (SD), un partito che ha radici in movimenti neo-nazisti. Il leader Jimmie Akesson ha però cercato di ammorbidirne l’immagine, pur rompendo i tabù sottaciuti nei discorsi pubblici su immigrazione e integrazione. Il Riksdag, il parlamento, può uscire ‘terremotato’ dal voto odierno: l’SD , radicali di destra populisti e anti-immigrazione, sono accreditati dai sondaggi del 20% dei suffragi – e c’è chi li dà addirittura in testa -. In calo, in un voto i cui risultati potrebbero essere più frammentati del solito, sia i socialdemocratici (Sap) del premier Stefan Lovfen, che da oltre un secolo sono il primo partito svedese, che i Moderati. Nel Riksdag uscente, il Sap ha 113 seggi, il centro 84, l’SD 49.

Uno scenario del genere, nella Svezia campione europeo e mondiale di tolleranza e di accoglienza, crea allarme a Bruxelles, ma anche a Parigi e a Berlino, specie in proiezione delle elezioni europee del maggio 2019, perché la galassia euro-scettica e xenofoba, nazionalista e sovranista, s’allarga: l’asse Le Pen – Salvini ha sponde in Belgio e Olanda, in Germania e Austria, in Svezia e al Nord, nei Paesi di Visegrad e in Croazia, e intacca anche famiglie politiche tradizionalmente europeiste: Fidesz, il partito del premier ungherese Viktor Orban è nel Partito popolare europeo della Merkel. Il programma politico degli SD prevede, fra l’altro, un referendum ‘all’inglese’ per uscire dall’Ue, la Swexit, e il dirottamento dei soldi per l’accoglienza al sistema sanitario nazionale, la priorità degli elettori, abituati a un welfare modello di riferimento mondiale. Difficile che gli SD approdino al governo: nessuno dei partiti tradizionali è disponibile ad allearsi con loro. Ma difficile pure mettere insieme una maggioranza di centro-destra o di centro-sinistra. Si va forse verso un governo di minoranza, in un Paese mai così polarizzato, nonostante la crescita economica sia buona e il tasso di disoccupazione basso, al 6%.

Scuola, martedì sciopero e sit-in davanti alla Camera

L’Anief ha organizzato per martedì prossimo, 11 settembre, uno sciopero nazionale con contestuale sit-in a Roma, davanti alla Camera dei deputati, dove in quelle stesse ore inizierà l’esame in Aula, a partire dalle 11, del decreto Milleproroghe contenente nuovi emendamenti salva-precari. La protesta proclamata dal giovane sindacato della scuola, fa sapere Anief, intende anche sensibilizzare i deputati ad opporsi alla nuova proposta del ministro Bussetti “sul vincolo quinquennale legato alla residenza lavorativa per gli insegnanti neo-assunti: servono, invece, regole più semplici e favorevoli al ricongiungimento familiare nel nuovo contratto triennale sulla mobilità. A partire dal riavvicinamento immediato di migliaia di docenti costretti dal governo Renzi ad accettare l’immissione in ruolo a centinaia di chilometri da casa. L’inizio dell’anno scolastico – scrive il sindacato – si preannuncia incerto e denso di problemi: nei giorni di ripresa delle lezioni, il Parlamento potrebbe risolverne diverse – chiede Anief – perché sarà chiamato ad esprimersi sul futuro di 150mila docenti abilitati che, ad un passo dalla stabilizzazione, per colpa delle scelte del governo, si apprestano ad essere ricacciati nelle graduatorie d’istituto”.

Investono male: ultime d’Europa

I guasti che hanno sconvolto la circolazione dei treni di questi giorni dimostrano ancora una volta che la manutenzione della rete ferroviaria resta il nodo centrale da risolvere per l’efficienza e la sicurezza del servizio. Non è pensabile che i motivi dei guasti siano riconducibili a fattori metereologici – il caldo – perché il sistema è strutturato in modo tale da poter affrontare temperature anche più alte di quelle di questi giorni. Emergono invece i soliti tradizionali limiti costituiti da una manutenzione carente (vedasi il grave incidente di Pioltello dello scorso 25 gennaio) piuttosto che le performance deludenti di Trenord in Lombardia o del settore dei treni ad Alta velocità che in questi ultimi mesi ha subito notevoli perturbazioni nella circolazione con conseguenti ritardi. Le Ferrovie dello Stato si trovano davanti al solito problema, con le male utilizzate risorse per i soccorsi e la manutenzione; continuare a privilegiare l’alta velocità, 1.000 km di rete per 130 mila passeggeri al giorno, oppure il trasporto locale che si svolge su 16.000 km di rete ma trasporta tre milioni e mezzo di pendolari al giorno.

La prova muscolare data da Mauro Moretti prima e da Renato Mazzoncini (nella foto)

, per dimostrare che le Fs sono la più grande azienda italiana, ha avuto successo solo con l’allargamento delle attività ferroviarie, derivanti dall’attivazione dell’Alta velocità, ma non dal punto di vista del mercato, tanto è vero che le Ferrovie italiane sono rimaste il lumicino di coda per il traffico a livello europeo sia per il trasporto passeggeri che per il trasporto delle merci. Quindi non solo un esiguo numero di merci e passeggeri trasportati, ma anche la pessima qualità del servizio caratterizza l’attività ferroviaria. Attività delle Fs che si è sviluppata molto all’estero (vedasi l’acquisizione delle ferrovie greche, o a Londra o in Germania) a cui però non è corrisposto il miglioramento dei servizi nel nostro Paese. Era prevedibile che l’alta velocità, oltre a essere costata moltissimo per la sua realizzazione, richiedesse un enorme volume di risorse per le costose attività manutentive, attività che riguardano la rete, la linea aerea, il materiale rotabile su cui si sono rivolte spasmodicamente tutte le attenzioni della già debole e inefficace struttura ferroviaria per attirarsi la benevolenza della politica.

Se il governo pensava che il problema dei trasporti in Italia fosse costituito solo dalla sicurezza stradale e delle concessioni autostradali si sbagliava. Questa nuova serie di guasti sono l’ennesimo campanello d’allarme che dimostrano che non basta l’alta intensità della spesa pubblica (sia per investimenti che per la spesa corrente) per le Ferrovie per avere dei risultati soddisfacenti da paese moderno, siamo in presenza di un monopolio pubblico mal regolato. Emerge invece, sempre di più, che il ruolo delle Fs si evidenzia per essere stato in passato una delle cause principali del debito pubblico italiano, senza contare gli aspetti consociativi e clientelari e di essere ancora protagonista solo in questo senso. L’Alta velocità corre sempre meno ma corre invece la spesa pubblica per le Ferrovie.

Ferrovie in tilt per un cavo che spezza in due l’Italia

Un cavo di alimentazione che si è rotto alle 15 e 50 di venerdì pomeriggio sulla Direttissima ferroviaria direzione nord poco fuori Roma nel giorno clou delle partenze da Roma a Milano ha sconvolto la circolazione spezzando l’Italia in due. Sono caduti 150 metri di linea tra Settebagni e Capena e per riparare il guasto e riavviare la circolazione ci hanno impiegato la bellezza di quasi 6 ore e mezzo: il ripristino è avvenuto alle 22,15. I ritardi accumulati da tutto il sistema ferroviario, dall’Alta velocità di Trenitalia a quella di Italo-Ntv, dai convogli a lunga percorrenza ai regionali e locali sono stati in media di tre ore e le conseguenze per i viaggiatori disastrose. Sia per quelli del treno rimasto in panne soccorsi in ritardo sia per gli altri sui convogli in circolazione e su quelli in partenza.

Ieri altri guasti e altri disagi: poco prima delle 6 del mattino e fino alle 7 e 30 a Torino Porta Nuova guai alla linea elettrica con ritardi tra i 70 minuti e le due ore. Alle 12 e 15 un inconveniente ad un treno Italo sulla linea Roma-Napoli tra Anagni e Labico con ritardi di un’ora e più.

La rottura del cavo di alimentazione è uno degli inconvenienti più gravi per la circolazione ferroviaria. Di solito, però, i tempi per il ripristino della linea sono molto più rapidi di quelli che sono occorsi venerdì, raramente vengono impiegate più di 4 ore. Questa volta è andata male perché tra Roma e il punto dove si è verificato il guasto si sono accumulati una serie di intoppi clamorosi. Come da prassi è stato inviato un treno diesel G 2000 (la linea elettrica era inutilizzabile) instradato da Termini sul binario in direzione nord con lo scopo di agganciare il convoglio rimasto bloccato in mezzo alla campagna (un Frecciarossa duplex Trenitalia strapieno con circa 900 persone) e riportarlo indietro verso Roma.

Le operazioni di soccorso si sono rivelate molto più complicate del previsto. La spiegazione ufficiale delle Fs è che ci sono stati non meglio precisati “inconvenienti tecnici”. Probabilmente si è trattato di un problema di aggancio difficoltoso o impossibile tra un convoglio e l’altro per il traino.

Nel frattempo le ore passavano e alle Fs si sono resi conto che i passeggeri del Frecciarossa fermo non potevano essere lasciati in balia di se stessi in mezzo alla campagna. Allora è stato inviato sul binario sud, quello a fianco del binario inutilizzabile, un treno che affiancasse quello in panne. A quel punto sono state stese le pensiline per trasbordare da un treno all’altro i passeggeri intrappolati e per compiere in sicurezza anche questa operazione è stata interrotta pure la linea da Milano verso Roma. A quel punto il caos è diventato massimo e i ritardi si sono sommati ai ritardi. Alla fine, a notte inoltrata, l’operazione di aggancio per il traino è stata completata, il treno in panne riportato a Roma, la linea elettrica rimessa in funzione e la circolazione ferroviaria di nuovo molto lentamente riavviata. Ai viaggiatori del Freccia rossa bloccato le Fs hanno rimborsato il biglietto e offerto un bonus di pari valore. Anche i passeggeri che hanno subito ritardi su altri treni verranno risarciti: con il rimborso del biglietto sopra le 3 ore di ritardo, con il 50 per cento per 2 ore.

Ma perché il cavo si è spezzato? Le Fs si limitano a ricordare che quei 70 chilometri di linea tra Settebagni e Orte dove si è verificato il guasto sono stati riammodernati tre anni fa con una spesa di una quarantina di milioni di euro per i binari e un’altra ventina per la linea elettrica. Il cavo dell’elettricità si è però spezzato lo stesso e le cause possono essere due. O si era logorato per l’usura dagli “striscianti” del pantografo che trasmette l’energia elettrica dalla linea al treno oppure il pantografo stesso era difettoso oppure stava lavorando male. In un caso e nell’altro nessuno si è accorto di nulla anche se gli strumenti per individuare situazioni anomale almeno sulla carta ci sono. Un treno apposito, il Diamante (acronimo di Diagnostica e manutenzione tecnologica) gira in continuazione per l’Italia e passa ogni 15 giorni sui binari dell’Alta velocità dove si è verificato l’inconveniente per saggiare anche le condizioni delle linee aeree. Lo stato dei pantografi dei treni viene invece monitorato dalle telecamere piazzate sulle linee da Rfi-Rete ferroviaria. Una commissione ad hoc stabilirà chi è responsabile di che cosa, se il gestore della rete (Rfi) oppure l’azienda di trasporto (Trenitalia). A quel punto al responsabile verrà attribuita una penale in punti e a fine anno imposto il risarcimento dei danni provocati.