Nel Bresciano 150 casi di polmonite. Caccia al batterio

I casi di Polmonite, accertati nei presidi ospedalieri di Montichiari e altri Comuni del Bresciano, nel territorio di Ats Brescia e Ats Valpadana, hanno superato quota 150. Lo ha confermato Giulio Gallera, assessore al Welfare della Regione Lombardia. Anche l’Istituto Superiore di Sanità lavora per accertare le cause dell’epidemia. “Il personale di vigilanza del dipartimento di Igiene e prevenzione sanitaria e del laboratorio di sanità pubblica di Ats Brescia – ha dichiarato Gallera – è impegnato nella verifica della rete idrica” e nei “campionamenti delle acque potabili”. Non si esclude che la polmonite sia dovuta a un batterio presente nell’acqua. Un anno fa l’incontro tra il sindaco di Montichiari Fraccaro e il direttore di Ats Speziani sulle presunte conseguenze dell’inquinamento nell’area. Si registrava il 55% di aumento di morti per tumori delle prime vie respiratorie e il 23% di morti in più per patologie respiratorie. Fraccaro aveva evidenziato: ”Abbiamo 5 discariche ancora attive, con una volumetria molto significativa. A queste si aggiungono sei siti dismessi e ben 11 da bonificare. Si possono stimare circa quindici milioni di metri cubi di rifiuti”.

De Puyfontaine accusa Elliott: “Noi restiamo in Tim”

In Telecom “c’è stato un dibattito diciamo acceso sull’azionariato, che ha portato all’ingresso di un nuovo socio che ha fatto grandi promesse. Non vedo quello che era stato promesso”, l’ha detto ieri l’amministratore delegato di Vivendi Arnaud de Puyfontaine, ospite di Digithon di Francesco Boccia, facendo riferimento all’ingresso del fondo Elliott in Telecom. E sul futuro della permanenza di Vivendi in Telecom – di cui è primo azionista, ma non controlla più il consiglio di amministrazione – il manager francese spiega: “Sono state dette molte cose sulla società, ci sono state molte speculazioni ma Vivendi è in Italia per il lungo termine, per costruire una storia di successo industriale e non per fare un’operazione finanziaria”. “Ho avuto la possibilità di essere executive chairman di Telecom e in quell’anno, nel 2017, la performance di Telecom è stata la migliore degli ultimi 17 anni”, spiega ancora De Puyfontaine. Che insomma accusa la gestione di Elliott, anche se l’amministratore delegato Amos Genish è lo stesso.

L’eredità e la porpora mancata. Vi racconto l’ex nunzio ferito

Le esternazioni di monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio vaticano a Washington, contro Papa Francesco sono la vendetta di chi non ha ottenuto il cardinalato. L’integerrimo monsignore non può ammettere la vera ragione della sua sortita, ma sono a conoscenza di fatti che possono far luce sul caso.

Nel 2013 pubblicai un libro con ilSaggiatore dal titolo Cristo non abita più qui (avrei preferito Vaticano, Dio è altrove ma all’editore parve troppo forte) in cui scrivevo: “Mons. Carlo Maria Viganò, uomo giusto, aveva avvertito il papa che monsignori e cardinali erano ladri e corruttori a forza di tangenti in Vaticano e fuori. Il cardinal Bertone, vedendo toccati e accusati i suoi uomini, per punirlo della sua onestà che, per contrappeso, faceva emergere la delinquenza dei protetti bertoniani, lo fece allontanare dal Vaticano e lo spedì oltreoceano, con una promozione che nelle intenzioni e nei fatti era solo una condanna a morte”. In effetti, durante la gestione Bertone, Viganò si comportò in modo ineccepibile, scoprendo e svelando truffe e corruttele per 42 milioni.

Dopo alcuni mesi,ricevetti un plico di atti del Tribunale di Milano da cui emergeva che monsignor Viganò era accusato di avere raggirato il fratello Lorenzo – prete malato e in quasi povertà – sull’eredità immobiliare di famiglia, quasi tutta nei dintorni di Chicago negli Usa e denaro liquido per un giro complessivo di circa 28 milioni di euro, senza contare i canoni di affitto di molti immobili in comunione ereditaria con il fratello prete Lorenzo e una sorella. Dai documenti sembrava emergere che il monsignore si fosse appropriato in modo illegittimo di tutta l’eredità, salvo un accredito di un milione al fratello che dopo due mesi (sic!) sarebbe stato stornato dallo stesso monsignore sul proprio conto. Dopo lunga riflessione, nel dicembre 2014, scrissi a Papa Francesco, al Segretario di Stato Pietro Parolin e al cardinale Bagnasco di Genova.

Sono convinto che la mia lettera ebbe risonanza in Vaticano e forse un peso nella decisione di non nominare Viganò cardinale. Egli stesso mi telefonò informandomi di essere al corrente del mio rapporto al Papa e delle conseguenze. Seguirono altre quattro o cinque telefonate. Monsignor Vigano mi spiegò le sue ragioni, logicamente opposte ai documenti che egli minimizzava. Sperava che io potessi ristabilire la verità. Non ero convinto di quanto mi diceva e risposi che ci avrei pensato.

Poi scoprii che lo studio legale che mi aveva inviato i documenti era direttamente interessato alla vicenda ereditaria, poiché il figlio del titolare aveva sposato una nipote di monsignor Viganò, figlia della sorella che sarebbe stata truffata. Il titolare dello studio tacque sul palese conflitto d’interessi, ma giunse a propormi di essere “mediatore” nella questione ereditaria, se il nunzio americano fosse stato d’accordo. Mi sentii raggirato sia dallo studio legale sia da monsignore. Rifiutai ogni coinvolgimento. Nel febbraio 2014 scrissi una seconda lettera agli stessi destinatari della prima in cui aggiornavo delle ultime scoperte. Decisi di spedirla anche al nunzio negli Usa, Carlo Maria Viganò. Lo studio legale mi accusò di tradimento, da Washington ricevetti una email di ricezione e dal Vaticano la ricevuta di ritorno della raccomandata. Per Viganò si chiuse ogni possibilità di nomina, nonostante avesse avuto il merito di aver fatto emergere il sistema di potere e di corruzione nell’era Bertone all’origine delle dimissioni di Benedetto XVI.

Con l’arrivo di Papa Bergoglio, Viganò sognava un rientro trionfale a Roma e la nomina a cardinale. Papa Francesco, però, non dispensa premi e prebende, ma esige coerenza e povertà e lasciò che Viganò giungesse alla normale scadenza delle dimissioni. Nel monsignore crebbe la voglia di vendetta. Vedendo crollare il proprio castello di carta scivolosa, novello Masaniello, Viganò dichiara guerra a Francesco e arriva a chiederne le dimissioni. Un tentativo maldestro con cui l’ex nunzio tenta di mettersi alla testa della destra cattolica più becera perché ogni giorno che passa è sempre più difficile per la lobby gay e la congrega del malaffare che fanno assomigliare il Vaticano a una città senza Dio. Gesù ha insegnato di amarsi come fratelli, ma per fortuna sua, pare che fosse grato a Dio di essere figlio unico. Chi vuole sapere la verità sull’“onesto” Viganò, non faccia altro che “chercher l’argent!”. Come sempre.

Ora Francesco ordina un dossier contro le “bombe nemiche”

Con estrema sintesi: anche il Vaticano fabbrica dossier. Jorge Mario Bergoglio ha ordinato un’indagine interna per ricostruire la catena di comando che ha permesso all’ex cardinale Theodore Edgar McCarrick, molestatore seriale, di agire indisturbato e di abusare di giovanissimi seminaristi per oltre vent’anni. Così il Papa intende replicare al report con richiesta di dimissioni incorporata – per le presunte coperture a McCarrick – firmato Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico a Washington. Francesco s’è imposto un artefatto silenzio su Viganò per pianificare – e la Santa Sede conferma – una solida reazione con carte, date, nomi, che si riserva di utilizzare in pubblico e soprattutto in Vaticano. “Ogni giorno scoppia una bomba che disorienta i fedeli. Chi detesta il Papa lavora già per la successione”, racconta un collaboratore di Francesco.

Attorno a San Pietro danzano nemici, nuove cordate di vecchi personaggi, girano documenti patacca, indiscrezioni fasulle intrise di veleno. Non c’è soltanto Viganò. E poi c’è la piega, sempre più purulenta, degli scandali sessuali e dei pedofili in tonaca che il Vaticano non ha sanato mai. Il pontificato di Bergoglio è in bilico: o riprende quota o precipita male. Con l’aiuto di più fonti, ecco un resoconto dell’intera vicenda.

Carlo Maria Viganò è un arcivescovo in pensione, “ambasciatore” negli Usa per sette anni fino al 2016. Viganò fu rimosso dall’incarico di capo del Governatorato nell’autunno del 2011 per i contrasti con l’allora potente Tarcisio Bertone, segretario di Stato di Joseph Ratzinger. Ha denunciato corruzione e malaffare con diverse lettere che hanno innescato Vatileaks e logorato la guida del pontefice tedesco. Era considerato un moralizzatore. Finché non l’hanno costretto a rientrare dagli Stati Uniti in anticipo e presto s’è schierato tra i critici di Francesco. Viganò ha compilato un memoriale – diffuso dal quotidiano La Verità e che coinvolge i due papi in vita, 38 fra cardinali e vescovi e salva Giovanni Paolo II – per svelare l’omertà del Vaticano su McCarrick, ex arcivescovo di Washington.

Il monsignoreriporta le sanzioni segrete e però non esaustive di Ratzinger contro l’americano, le segnalazioni ai cardinali Bertone e William Levada (all’epoca al Sant’Uffizio), i colloqui infruttuosi con lo stesso Francesco. I seguaci di Bergoglio hanno rammentato le ragioni di una vendetta di Viganò: il Papa l’ha congedato troppo in fretta dagli Usa, non l’ha premiato con la berretta rossa di cardinale, non gli ha lasciato l’appartamento in Vaticano che l’ex nunzio ha conservato a lungo, seppur a distanza. Risposte scomposte e dannose: screditare chi accusa non ridimensiona il valore delle accuse. Almeno, adesso non basta più. Perché i vescovi italiani, europei e americani – le sentinelle di Francesco in una Chiesa divisa per tradizione e succube di pericoli scismatici – captano un consistente disagio dei fedeli e temono una flessione della popolarità di Bergoglio. Per esempio, l’argomento abusi sessuali – connesso a Viganò – sarà discusso al prossimo consiglio permanente dei vescovi italiani. In Vaticano sono consapevoli che il passato di McCarrick ha oscurato l’ancora più inquietante passato di sei diocesi della Pennsylvania. I magistrati dello stato nordamericano hanno divulgato un rapporto di 1.300 pagine – si riferisce a un arco temporale di settant’anni – che individua 301 sacerdoti predatori e (al momento) 1.000 vittime minori, adolescenti e bambini violentati in parrocchia. Il Vaticano, anche per il procuratore Josh Shapiro, ha insabbiato lo scandalo. Sull’anziano McCarrick (classe ’30), invece, papa Francesco rivendica l’espulsione dal collegio cardinalizio del luglio scorso e l’obbligo di ritirarsi a vita privata senza aspettare il processo canonico. Un precedente unico per la Chiesa.

I bergogliani hanno scoperto che la segreteria di Stato era informata sulla condotta di McCarrick dal duemila, che la Curia ha ignorato i sospetti ricevuti con assiduità dagli Stati Uniti, che i provvedimenti di Ratzinger non erano sanzioni, che il nunzio Viganò ha incontrato più volte l’ex cardinale sfoggiando cordalità. Notizie che assolvono Francesco già introiettate nel circuito mediatico. Al contrario, vacilla il posto di Donald Wuerl, cardinale e arcivescovo di Washington, perciò erede di McCarrick. All’esame di gruppo tra chi sapeva e forse ha taciuto, anche per questioni logistiche, finisce David Joseph Farrell. Il prefetto del dicastero per la famiglia – di cui ha parlato il Fatto – era vescovo ausiliare e coinquilino di McCarrick.

Il tema pedofilia nella Chiesa è troppo serio e grave per ignorare il “comunicato” – così viene definito con disprezzo – di Viganò, ma per il Vaticano la sagoma dell’ex nunzio nasconde le manovre di chi combatte giorno dopo giorno contro papa Francesco. L’indizio più angosciante per la Santa Sede arriva dagli Stati Uniti e dal sostegno organizzato – di una trentina di vescovi con la regia del cardinale Raymond Burke – al report di Viganò.

Il sinodo sui “divorziati” – e l’esortazione Amoris Laetitia – ha profondamente lacerato la Chiesa e, in maniera sommaria e dunque errata, l’ha spaccata in due pezzi: riformatori e conservatori. Quest’ultimi tra laici e religiosi reclutano ovunque nel mondo: dai tre vescovi kazaki al banchiere Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente dello Ior di Ratzinger, che fu “sbattuto fuori” dal Vaticano di Bertone perché professava trasparenza sui conti. Gotti Tedeschi ha scritto di recente un libro assieme al ministro Lorenzo Fontana – La culla vuota della civiltà – con prefazione di Matteo Salvini.

Protagonisti più o meno volontari di Vatileaks e del periodo che ha spinto Ratzinger alle dimissioni tornano in auge e tornano Julian Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi, i tre cardinali – scelti da Ratzinger – che hanno condotto un’inchiesta sul marcio in Vaticano. I numerosi faldoni, affidati da Ratzinger a Francesco a Castel Gandolfo per il passaggio di consegne, sono militarmente custoditi in Vaticano. Hanno influenzato già un Conclave. Quello che ha eletto Bergoglio. Oggi è riaperta la caccia al faldone – utile anche come suggestione – perché qualcuno auspica a breve una riunione dei cardinali in Cappella Sistina? Nel dubbio, papa Francesco commissiona un dossier.

Il compleanno della Sim: ce ne sono più delle persone

La diffusione di smartphone, tablet, smartwatch e tanti dispositivi connessi spinge in alto il numero delle Sim, le piccole carte che li fanno funzionare, che hanno compiuto 27 anni. Tanto che queste sono più delle persone presenti sul globo terrestre. Secondo l’ultimo rapporto di Ericsson sulla mobilità, nel mondo ci sono 7,8 miliardi di Sim, pari al 103% della popolazione mondiale. E cresce a dismisura anche il traffico dati da dispositivi mobili, aumentato del 52%. Numeri destinati a salire nel giro di pochi anni con l’arrivo del 5G, lo standard del futuro. Secondo l’indagine, che si riferisce al secondo trimestre del 2018, sono 5,4 miliardi gli utenti unici e gli abbonamenti alla telefonia mobile (Sim) crescono del 2% anno su anno. La Cina ha registrato la crescita più grande durante il trimestre (+37 milioni), seguito dal Sudafrica (+2 milioni), Filippine (+2 milioni), Myanmar (+2 milioni) e Pakistan (+2 milioni). Un traguardo inimmaginabile per la Sim, il cui primo prototipo fu creato nel 1991 per contenere un numero unico che racchiudesse tutte le informazioni necessarie ad identificare un utente. Nel periodo considerato dal Mobility Report sono 345 milioni i cellulari venduti, di cui solo il 15% non sono smartphone.

Jack Ma lascia Alibaba: “Voglio morire in spiaggia”

Domani compie 54 anni e ha deciso di regalarsi la libertà. Per questo Jack Ma – al secolo Ma Yun – lascerà ogni incarico in Alibaba, la sua creatura, il colosso dell’e-commerce che lo ha reso l’uomo più ricco della Cina, con un patrimonio personale che si aggira sui 40 miliardi di dollari. A dispetto dell’ancor giovane età andrà in pensione perché, come lui stesso ha detto in un’intervista di qualche tempo fa, “non voglio morire in ufficio ma in spiaggia, sotto un ombrellone”. In realtà è difficile pensare che Ma, comunque presente nel board del gruppo, non continui ad esercitare la sua influenza su un gruppo di cui, più che un leader, è un vero e proprio guru. Solo che potrà seguire l’esempio di un altro Paperone, quello che lui ha più volte indicato come un modello: Bill Gates. Come il fondatore di Microsoft Ma si dedicherà quasi a tempo pieno alla filantropia, alla guida della sua fondazione che finanzia progetti per dare internet ai contadini e per la diffusione dell’istruzione nelle zone agricole più remote e povere della Cina. Lui che prima di lanciarsi nell’avventura dell’e-commerce è stato povero e poi un insegnante. “È l’inizio di una nuova era”, ha spiegato al New York Times, il giornale che ha dato la notizia.

I primi segnali, il crollo: 27 anni di rimpalli, allarmi ignorati e ritardi

Ci sono 43 morti, oltre 600 sfollati. Il disastro del Ponte Morandi è una storia italiana fatta di allarmi vecchi di decenni, studi e monitoraggi ripetuti nel tempo, continui rinvii al futuro di ciò che si sarebbe potuto fare subito, ritardi della burocrazia ma soprattutto negligenza dei privati che avevano in gestione la tratta e non hanno ascoltato tutti i segnali nel corso degli anni, preoccupati più dal profitto che dalla sicurezza. Dopo il crollo, sono emersi svariati documenti che dimostrano come le condizioni del viadotto fossero note da tempo ad Autostrade per l’Italia, e alla fine anche al Ministero. La tragedia era stata annunciata: per ora sono 20 gli indagati da parte della Procura di Genova.

04/09/1967 – L’avvio

Viene inaugurato il viadotto Polcevera, i cui lavori erano iniziati nel 1963. Già nei suoi primi anni di vita, però, l’infrastruttura comincia a manifestare problemi precoci, come sottolineato proprio dall’architetto Morandi in una relazione del ‘79 sul “comportamento a lungo termine dei viadotti sottoposti a traffico pesante in ambiente aggressivo”: è già in atto – si legge – “una perdita di resistenza superficiale del calcestruzzo”, “la struttura viene aggredita dai venti marini”, si crea così un’atmosfera ad alta salinità che porta ad un concreto “allarme di corrosione”.

1981 – L’allarme

Quattordici anni dopo l’inaugurazione, Autostrade (allora ancora pubblica) chiede un parere sulla stabilità del viadotto a chi l’ha costruito.

Ed è proprio l’architetto Riccardo Morandi a mettere nero su bianco parole che a distanza di decenni si sarebbero poi rivelate profetiche: “La struttura ha subito un deterioramento più rapido del previsto. Gli stralli del pilone numero 9 presentano infrazioni trasversali, che ne pregiudicano la stabilità e la sicurezza”.

1993 – Ultimi lavori

L’ultimo robusto intervento sul viadotto è datato addirittura a 25 anni fa: i lavori del ‘93 riguardano però il pilone 11, sul 9 (quello del crollo) vengono fatti solo dei ritocchi minori sul calcestruzzo. Nell’occasione viene installato anche un sistema di controllo continuo riflettometrico, utile a capire il deterioramento dei tiranti: il sensore, però, è stato disattivato nel ‘96.

1994 – L’articolo

Negli archivi della rivista ufficiale di Aspi è ancora possibile leggere un articolo del ‘94 in cui, a proposito dei lavori di ristrutturazione appena effettuati, si parla della scoperta di “un degrado diffuso degli stralli delle pile 9, 10 e 11, ed una serie di ulteriori degradi concentrati”.

2011 – Gronda, il parere

Anche nella procedura di valutazione dell’impatto ambientale per la costruzione della Gronda, Autostrade si mostra pienamente consapevole dei problemi del viadotto: “Il traffico – si legge in quella relazione – provoca un intenso degrado della struttura, in quanto sottoposta a ingenti sollecitazioni. Il viadotto è quindi da anni oggetto di manutenzione continua”

2014 – Controlli statici

Spea, società del gruppo Atlantia, compie dei nuovi monitoraggi statici sul viadotto: i risultati non sono rassicuranti. Probabilmente nasce da qui il progetto di retrofitting, il cui iter parte un anno dopo.

2015 – Il retrofitting

La società Spea comincia a stilare il progetto di ristrutturazione da 20 milioni di euro, che avrebbe dovuto risistemare i piloni 9 e 10, ritenuti più a rischio, rinforzando gli stralli che hanno poi ceduto e causato il disastro.

Il piano, però, verrà approvato da Autostrade solo due anni dopo.

01/2016 – Ismes

Tra gennaio e maggio la società Ismes (del gruppo Cesi) consegna i report finali di un primo studio di cui era stata incaricata da Autostrade: il documento, che rileva carenze strutturali sulle pile 9 e 10, suggerisce di “aumentare la frequenza di alcune ispezioni e implementare un sistema di monitoraggio dinamico, ossia continuo, in presenza di fenomeni rapidamente variabili”. Entrambe le raccomandazioni saranno inserite nel progetto di retrofitting, ma non vengono attuate subito.

28/04/2016 – In Aula

L’allarme era arrivato anni fa anche in parlamento. Rivolgendosi all’ex ministro Graziano Delrio, il senatore genovese Maurizio Rossi dice: “Recentemente il Ponte Morandi è stato oggetto di un preoccupante cedimento dei giunti che hanno reso necessaria un’opera straordinaria di manutenzione”. Un’altra interrogazione era stata presentata nel 2015: il ministro non ha mai risposto.

12/10/2017 – Il cda

Il cda di Autostrade approva il progetto di retrofitting. Il verbale d’assemblea riporta anche le dichiarazioni preoccupate dell’ad, Giovanni Castellucci: “Qui la sicurezza viene prima di tutto, anche del traffico”. E non è ancora a conoscenza dei risultati dello studio del Politecnico.

10/2017 – Lo studio

L’università milanese consegna ad Autostrade il dossier firmato da Carmelo Gentile e Antonello Ruccolo che segnala la disparità di tenuta fra i tiranti del viadotto nella tratta in cui poi ci sarà il crollo. “È probabile – scrivono i tecnici – che le differenze siano riconducibili a una diversa presollecitazione generata da fenomeni di corrosione dei cavi secondari; (…) in particolare gli stralli del sistema numero 9 si presentano con deformata modale non del tutto conforme alle attese e certamente meritevole di approfondimenti”. A margine dello studio, gli stessi professori suggeriscono anche di installare dei sensori particolari sul ponte: Aspi sceglie di metterne altri (meno sofisticati) e non subito, rinviando il posizionamento al futuro intervento di ristrutturazione generale.

05/12/2017 – Il Mit

La Direzione di vigilanza del Ministero riceve da Aspi il progetto, e lo inoltra anche al provveditorato interregionale. Il dossier contiene la relazione del Politecnico e le altre perizie sul viadotto. Da questo momento anche al Ministero sono a conoscenza delle condizioni del Morandi.

01/02/2018 – Il parere

Arriva il via libera del comitato tecnico ministeriale. A presiederlo è Roberto Ferrazza, il provveditore che poi il ministro Toninelli metterà a capo anche della commissione d’indagine sul crollo, salvo essere costretto a rimuoverlo dopo pochi giorni per incompatibilità. Nei verbali della riunione vengono evidenziati “alcuni aspetti discutibili per quanto riguarda la stima della resistenza del calcestruzzo, un lento trend di degrado dei cavi dei piloni 9 e 10 con quadri fessurativi più o meno estesi, presenza di umidità, fenomeni di distacchi, dilavamenti e ossidazione”, e soprattutto “un ammaloramento medio oscillante tra il 10 e il 20%”. Nonostante ciò, nessuno solleva la questione della chiusura preventiva del viadotto. Anzi, i lavori vengono derubricati a “interventi di tipo locale”, per cui non è previsto un collaudo statico.

04/2018 – I solleciti

Tra il 6 febbraio e il 13 aprile Aspi scrive ben 5 lettere diverse di sollecito al ministero: dopo il parere del comitato tecnico, il Mit ha 90 giorni di tempo per firmare il decreto di approvazione finale. Ma le cose vanno a rilento e il concessionario ha fretta: chiede di “accelerare le procedure per garantire l’incremento di sicurezza necessario sul viadotto”. In una delle missive, il responsabile manutenzioni Michele Donferri precisa che “l’espletamento delle procedure di affidamento può essere stimato in 13-15 mesi”. I lavori quindi sarebbero partiti solo nel secondo semestre 2019, o addirittura nel 2020.

05/2018 – Il bando

Senza nemmeno aspettare l’ok definitivo del Mit, Autostrade pubblica il bando di gara per “interventi di retrofitting strutturale” sul viadotto Polcevera. Si tratta di una procedura preliminare, prima della gara vera e propria che si sarebbe conclusa in autunno.

11/06/2018 – Il via

Vincenzo Cinelli, direttore della vigilanza del Mit, autorizza definitivamente i lavori. In un dossier inviato a Toninelli dopo il disastro, Atlantia accusa il Ministero di aver dato l’ok con 60 giorni di ritardo rispetto a quanto previsto dalla concessione.

14/08/2018 – Il crollo

Alle 11.56, nel corso di un nubrifragio, la sezione del ponte che sovrasta la zona fluviale e industriale di Sampierdarena, lunga circa 250 metri, crolla insieme al pilone 9. Muoiono 43 persone.

Ponte, le porte girevoli delle consulenze Aspi

“Trovare periti totalmente indipendenti è un’impresa! Qui tutti hanno lavorato o avuto consulenze per un colosso come Autostrade. Molti hanno paura di bruciarsi professionalmente, ma soprattutto c’è la necessità di trovare esperti davvero liberi da condizionamenti. Non sappiamo come fare. Finirà che dovremo rivolgerci all’estero”, allarga le braccia un investigatore che segue l’inchiesta sul ponte.

Le indagini sul Morandi stanno prendendo anche una nuova direzione: le consulenze che Autostrade ha concesso a decine di esperti. Sul ponte, ma non soltanto. Insomma, il faro dell’inchiesta oltre alle cause del disastro sta puntando anche il mondo della vigilanza e dei controlli. Dove il pubblico si intreccia con il privato ed è difficile tracciare una linea precisa di divisione. Del resto basta leggera la lista degli indagati: c’è Autostrade con i suoi dirigenti, ma ancora più numerosi sono i tecnici pubblici e i professionisti chiamati a pronunciarsi sulla validità dei progetti. Tanto da arrivare al paradosso che buona parte della Commissione ministeriale scelta da Danilo Toninelli (e poi azzerata) per indagare sul disastro oggi risulta indagata. Così come è stata decimata la Commissione pubblica che nei mesi scorsi era stata chiamata a pronunciarsi sul progetto di retrofitting del ponte.

Ad accendere una spia per la Procura era stata la vicenda di Bruno Santoro, lui pure indicato nella commissione ministeriale. Come ha rivelato L’Espresso lo stesso Santoro aveva ricevuto incarichi professionali da Autostrade (terminati nel 2013 e senza rilievo penale). Santoro – indagato, ma non per questo – dal 2015 al 2018 è stato poi direttore della ‘Divisione 3 – Qualità del servizio autostradale’, che fa parte della Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali. Non solo: Santoro sei mesi fa è diventato anche direttore della ‘Divisione 1 – Vigilanza tecnica e operativa della rete autostradale in concessione’.

Niente di illegale, ma anche da questo caso è partito un ramo dell’inchiesta che porterà i pm a incrociare i dati di chi si è occupato del ponte in veste pubblica e di chi ha ottenuto consulenze o contratti di qualsiasi tipo da Autostrade.

Una pista che potrebbe diventare un fascicolo con una storia a parte.

Con Autostrade hanno siglato accordi decine di ingegneri e di università. Tanto che nei giorni scorsi in Procura a Genova si sono presentati spontaneamente tecnici per chiarire subito di aver siglato accordi con Autostrade: come Giovanni Solari del Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica e Ambientale dell’Università di Genova (Dicca, totalmente estraneo all’inchiesta) che all’inizio di agosto aveva siglato una convenzione con Autostrade per esaminare le condizioni del ponte. I responsabili del Dicca, come quelli del Politecnico di Milano – autori dello studio decisivo che metteva in luce i guai del ponte – potrebbero presto essere sentiti come testimoni in Procura.

L’obiettivo di fondo della ricerca – che finora non ha ancora trovato riscontri – è cercare se siano stati concessi contratti o consulenze a persone che poi dovevano occuparsi di controllare progetti o lavori. Bisogna escludere che le condizioni degli stralli del ponte non siano state individuate tempestivamente proprio per mancata vigilanza su chi doveva controllare sul campo.

Intanto, ovviamente, procede l’inchiesta principale sulle cause del disastro. Pm e Guardia di Finanza lo sanno: basterebbe rintracciare una parola, un sms o una mail per cambiare le sorti di un’inchiesta monumentale.

I cervelli elettronici degli investigatori stanno esaminando il materiale sequestrato a caccia di parole chiave (“pericolo”, “sicurezza”, “criticità”, oltre ovviamente a “ponte”, “Morandi”, “strallo”). Sono stati isolati trenta telefoni cellulari (quindici di dipendenti di Autostrade). Ma la Procura ha deciso di andare molto oltre: saranno esaminate migliaia di mail di centinaia di dipendenti delle società interessate ai lavori sul Morandi.

Ultim’ora: hanno iscritto il Papa alla Confindustria

Jorge Maria Bergoglio è il primo Papa gesuita della storia. Il fondatore della Compagnia di Gesù, Ignazio di Loyola, ci ha lasciato cinque secoli fa un agile testo che il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia avrebbe potuto scorrere prima di fare di Francesco (a sua insaputa) il testimonial della sua sgarrupata associazione impegnata “nella costruzione di un mondo migliore” (sic). Bastava il titolo: “Esercizi spirituali per vincere se stessi e ordinare la propria vita senza prendere decisioni in base ad alcuna propensione disordinata”. Spiegazione per imprenditori forse globalizzati ma eventualmente e cionondimeno ottusi: se la Confindustria caccia il direttore del Sole 24 Ore perché indagato per falso in bilancio, solo una “propensione disordinata” può indurla a proporlo come professore della sua università Luiss a studenti altopaganti, i quali potrebbero opporre alla sacra presunzione d’innocenza l’altrettanto sacra presunzione di pagamento futuro della retta.

Dunque il direttore del Sole Guido Gentili pubblica una bella intervista a Bergoglio, il cui senso è chiaro già dal titolo: “I soldi non si fanno con i soldi ma con il lavoro”. Per la Chiesa il capitalismo è un peccato. Lo disse Leone XIII con l’enciclica Rerum Novarum (1891), lo confermò Paolo VI con la Populorum Progressio (1967). Bergoglio cita puntigliosamente i predecessori, quasi a sottolineare (a uso Vaticano) che non è impazzito. Per il Papa gli adoratori “dell’idolo-denaro” – quelli che “creare valore per gli azionisti” è una preghiera – sono peccatori. Se ne facciano una ragione, l’assoluzione non gliela dà, si è chiamato Francesco, non Benetton. Gentili, generosamente, ci ha provato: “Dalla lettura dei Vangeli emerge peraltro che Gesù mostra grande simpatia (si pensi alla parabola dei cinque talenti) per gli imprenditori che si assumono un rischio”.

Il Papa, empaticamente, ha finto di non sentire. Forse ha sorriso, forse ha pensato “beato il popolo che non ha bisogno di giornalisti che spiegano il Vangelo al Papa”. E gli ha detto: “Credo sia importante lavorare insieme per costruire un nuovo umanesimo del lavoro, promuovere un lavoro rispettoso della dignità della persona che non guarda solo al profitto o alle esigenze produttive ma promuove una vita degna sapendo che il bene delle persone e il bene dell’azienda vanno di pari passo”. Non ci crederete, ma tanto è bastato a Boccia per conferire a Bergoglio la tessera confindustriale ad honorem. Ieri ha scritto un solenne intervento sul suo giornale, impreziosito da una gaffe mostruosa: ha attribuito al Papa la frase “il lavoro rende liberi” (ha scritto così, non è uno scherzo), mentre il Papa ha parlato di dignità del lavoratore (concetto oscuro per lorsignori), “arbeit macht frei” l’aveva detto un altro. Comunque Boccia, che da due anni finge di non sapere chi ha svuotato le casse del Sole 24 Ore, stavolta ha capito al volo: “Il conforto del Pontefice, che mostra di comprendere le ragioni della produzione quanto quelle dell’animo umano, ci servirà per impegnarci sempre meglio e sempre di più nella costruzione di un mondo migliore”.

Uno legge, si stropiccia gli occhi, rilegge e capisce perché l’Italia è un Paese finito. Il Papa parla di “uomo”, cosa diversa dall’animo umano di cui parlano gli psicoterapeuti con le mogli disperate di lorsignori. Per la cronaca, ecco le parole del Papa che per Boccia suonano di conforto: “Una economia così strutturata uccide perché mette al centro e obbedisce solo al denaro: quando fare soldi diventa l’obiettivo primario e unico siamo al di fuori dell’etica e si costruiscono strutture di povertà, schiavitù e di scarti”. Cari confindustriali, starebbe parlando di voi. Ma si sa, chi si conforta gode.

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Il mistero dell’Apertura. Così Gesù ci fa udire e comunicare con gli altri

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”. (Marco 7, 31-37).

L’evangelista racconta di Gesù che, venendo da Tiro e attraversando Sidone, compie un miracolo in pieno territorio pagano, nella regione detta “Decàpoli” (dieci città). Un territorio che si era riunito in un patto che però escludeva la parte ebraica e semitica che vi si era stabilita. In questo contesto multiculturale, da gente buona viene portato a Gesù un uomo sordo e muto che parla a fatica (moghilàlon). È la stessa espressione che ritroviamo nella prima lettura del profeta Isaia: Dio interverrà a sciogliere la lingua di chi parla a fatica (cioè del muto) perché alzi grida di gioia (Is 35,6).

Marco evidenzia i segni compiuti da Gesù i quali indicano la sua messianicità e la missione: realizzare la promessa del Dio fedele a favore di tutti gli uomini! Il sordomuto è portato in disparte; dopo averlo preso con sé, Gesù si mette tutto a sua disposizione e stabilisce con lui un contatto visivo e corporale mediante due semplici gesti di prossimità: gli tocca con le dita gli orecchi e con la saliva la lingua. È chiara la volontà di ripristinare i canali, i sensi deboli e bloccati della comunicazione di questo sofferente e permettergli, in questo modo, di entrare in relazione con gli altri: udire e parlare correttamente. L’animo di Gesù prorompe in preghiera di liberazione, invoca nel silenzio il Dio che vince ogni male, sospira decisamente la speranza della guarigione espressa dalla parola aramaica: Effatà, cioè: Apriti! che entrerà autorevolmente nei riti dell’iniziazione cristiana.

Apriti è la parola che Gesù prima e poi la Chiesa rivolgono al cuore dell’uomo perché venga liberato da ogni schiavitù, debolezza e paura. È vinta ogni resistenza contraria che ne mortifica la dignità, permette alla buona Notizia, alla Parola di Dio d’illuminare, riscaldare e comunicare la gioia della vita. Si aprono gli orecchi all’ascolto e si scioglie la lingua in un parlare appropriato e condiviso. Ecco l’opera efficace di Gesù: farsi prigioniero della sordità e dell’impossibilità di parlare rimettendo l’emarginato in relazione con gli altri, con il mondo, con Dio. Sant’Ambrogio commentando il rito dell’Effatà, proprio del Battesimo, lo chiama il mistero dell’apertura. Poteva essere taciuta e non divulgata quest’azione di Gesù che insegna che sa parlare solo chi sa ascoltare? Più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa”.

Viva è l’eco della Genesi che, al colmo dello stupore per la creazione, esclama: Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (Gen 1,31).

Parole, azioni, gesti di Gesù lasciano intravvedere, tra la meraviglia generale, che in Lui agisce la potenza stessa di Dio Creatore! Che in Gesù chiama alla guarigione, alla libertà, alla pienezza di vita pagani e credenti. Essenziale è che il cuore si apra ma è altrettanto fondamentale accogliere la grazia di ogni guarigione. L’apertura del sordomuto alla comunicazione diviene segno della possibilità e della capacità offerte ad ogni uomo di ascoltare e annunciare la Parola che salva, di testimoniare al mondo Cristo che libera, guarisce, sostiene, ha cura per sempre della vita di tutti.