Immigrazione, perché è un’ossessione

Inutile fingere. Persino i complicati percorsi economici che legano e oppongono uno Stato ad altri Stati, in una combinazione nuova e difficile come l’Unione Europea, sono scuse e pretesti. I Paesi dell’Unione non languono, e in molti di essi (la maggior parte dei membri originari e tutti i rancorosi arrivati per ultimi), non hanno mai conosciuto un simile livello di vita e l’accesso così facile al resto del mondo.

La questione su cui si sta giocando tutto, e che gradatamente ha raggiunto livelli molto alti di contrapposizione e di dissenso, è l’immigrazione. Da “non possiamo accoglierli tutti” si è arrivati a dire francamente “non ne vogliamo nessuno”. Lo scontro, fra risposte e ipotesi diverse, si divide in tanti modi, il falso e il vero, il meglio e il peggio, il vantaggio e il pericolo, soprattutto il pericolo. Se li lasciamo fare, arrivano. Non c’è teorico dell’immigrazione che, a un certo punto del discorso, dica che 500 mila stanno per venire, no, in un milione, forse cinque milioni. Prima o poi, tutta l’Africa. Quando accade di sentir dire in televisione la ormai famosa frase del cittadino di Rocca di Papa che esclama: “E adesso a quei poveretti (gli immigrati della nave Diciotti appena arrivati, ndr) gli tocca pure di trovare ’sti rompicoglioni dei fascisti” si capisce che non sono in gioco cultura e classe sociale (i radical chic) come tante volte si è detto. Molti capiscono tutto comunque, a qualunque livello di istruzione, molti no, o sono indottrinati diversamente. Il problema è di capire perché gruppi di adulti, che non sono nè incolti nè stupidi, decidono di presentarsi col tricolore come segno di rifiuto. Da quando la bandiera di un Paese libero dice no? Ma la questione che stiamo affrontando o è troppo piccola (in realtà non c’è stata alcuna invasione) o è troppo grande, in una visione che è stata preparata con cura, non solo in Italia, e ben sopra la Lega. Non l’invasione. La leggenda dell’invasione. Toccherà a tutti coloro che si oppongono al razzismo e devono respingerlo, occuparsi della seconda ipotesi. La prima è solo inganno o illusione. Niente può più risolversi a metà strada: meno profughi, più accoglienza e un po’ di condivisione fra Stati. Non accade e non accadrà. C’è dunque un mercato italiano della paura, un partito aiutato dalle disattenzioni e dal modesto impegno dei partiti di centrosinistra per molti anni. Maroni, ministro leghista dell’Interno per due legislature, ha fatto la sua parte di danni, puntando presto sul blocco dei migranti tramite Libia e dando vita alla legge Bossi Fini. Ha inventato i clandestini, che non possono esserci (non si arriva a nuoto in Italia, non ci sono percorsi segreti) e inventa il reato di clandestinità, che si crea quando ti negano i documenti dovuti. Eppure tutto ciò è solo un indizio di ebrezza politica ai livelli bassi della vita pubblica italiana. L’esplosione del razzismo aperto (aggressioni di strada e iniziative politiche da un lato, lotta senza quartiere alle navi di salvataggio Ong dall’altro). In più l’invenzione del finanziere ebreo Soros che investe, ti dicono, immensi capitali, per la sostituzione dei popoli, svuotando ogni Paese bianco, togliendo loro il lavoro, la fede, i valori; episodi grotteschi come quello delle donne polacche che difendono dagli islamici la loro frontiera col rosario in mano, la formazione triste e cupa del patto di Visegrad (a cui ora si aggiunge Salvini e la sua metà del governo italiano). O la imposizione all’Italia del motto “prima gli italiani”, che è un modo di stabilire il razzismo come principio. Tutto è avvenuto dopo l’elezione di Donald Trump negli Usa e la conferma perpetua al vertice russo di Vladimir Putin.

Entrambi sono circondati da un brulicare di personaggi di una estrema destra sconosciuta, legati a una causa che rimane oscura e che sembra preparare una svolta non immaginabile. La strana inclinazione di Trump a imporre di tanto in tanto ordini disumani (separare i bambini dei migranti dai genitori) è la stessa di Putin, intorno al quale si intravedono strane morti e veleno. Trump non è amico di nessuno, neppure del suo Paese. Il suo è un patriottismo arido, senza affetti. Anche Putin è isolato e arido. Come Trump, non è amico di nessuno. E come Trump accetta vassalli ma non amici e appare pronto. Pronto per cosa? Ai piani bassi della politica di destra italiana si notano assestamenti, come se qualcuno sapesse. La decisione di Salvini di incontrare Orban, l’idea di legarsi a Orban, uomo che ha falcidiato la libertà nel suo Paese, e vuole solo frontiere chiuse e potere assoluto, può spiegare la vicenda assurda e crudele della nave Diciotti. Ed è un brutto presagio. Sembra segnalare idee ed eventi che molti di noi non vorrebbero vedere o hanno già visto. Serviva una grande paura, debitamente manovrata, per arrivare a questo punto. Ora ci siamo.

Mail box

Salvini ha giurato di essere fedele alla Costituzione

A commento della decisione del Tribunale di Genova sul sequestro dei beni intestati alla Lega, Salvini ha detto che il Popolo sta con lui. Desidero fargli presente che almeno io non sto affatto con lui. Ma non credo di essere il solo, stando all’ultima votazione politica, in base alla quale solo il 17% dei votanti, neanche degli aventi diritto al voto, si è pronunciato per la Lega; altrimenti quella percentuale, rapportata a questi ultimi, si ridurrebbe ulteriormente.

E poiché altre votazioni dopo quella del quattro marzo scorso non vi sono state, non capisco da quali fonti il leghista tragga il convincimento che il popolo italiano stia con lui.

A parte questa fanfaronata, cui ci ha ormai abituati ma non certo assuefatti, vorrei fargli notare che un ministro degli Interni non dovrebbe parlare in quel modo che viola gravemente la nostra Costituzione alla quale egli, prima di assumere l’incarico ministeriale affidatogli, ha giurato di esserle fedele.

Essa, infatti, prevede diversi poteri tra i quali ha distribuito la sovranità, che appartiene al popolo.

Il ministro ha rincarato la dose a seguito della comunicazione giuntagli dalla Procura della Repubblica di Agrigento, con la quale gli si è data notizia della incriminazione per sequestro di persona per la vicenda della nave Diciotti, manifestando stupore per il fatto che un organo dello Stato ne indaghi un altro e sottolineando che mentre lui è stato eletto, i magistrati non lo sono. È incredibile l’ignoranza della Costituzione che questo ministro manifesta con determinate esternazioni. A parte, anzitutto, che in essa non è scritto che un Ministro che abbia commesso un reato non è perseguibile dai magistrati, gli va insegnato che la II parte della Costituzione è dedicata appunto all’Ordinamento della Repubblica: il Titolo I è dedicato al Parlamento, il II al Presidente della Repubblica, il III al Governo, il IV (oh! sorpresa) alla Magistratura. Si rassegni, dunque, il Salvini: i magistrati costituiscono un Potere della Repubblica alla pari dei ministri.

La circostanza che i ministri siano, di norma, eletti (guarda caso: il Primo Ministro attuale non lo è) ed i magistrati non lo siano, dipende da una scelta dei Padri Costituenti che varrà finché non sarà modificata.

Se Salvini avrà mai i numeri, si accomodi.

Fino ad allora rispetti la Costituzione e con essa i magistrati. Nel frattempo egli è solo uno spergiuro.

Tommaso De Pascalis

Pd: anche se volessi, come potrei votarlo?

Seguo con molta irritazione le discussioni all’interno del Partito Democratico sulla natura del partito, l’identità della sinistra, il rapporto con gli elettori, che si sono dileguati e ormai sono irreperibili, e mi viene in mente l’accusa di “incapibilità” lanciata da Checco Zalone ai leader della sinistra.

Salvini sarà grezzo, scaltro, populista, ma tutte le volte che apre bocca, snocciola i punti del suo programma, che sarà anche irrealizzabile, ma è comprensibile. A me non viene in mente neanche un punto del programma del Pd: anche volendo, come potrei eventualmente votarlo?

La cosiddetta sinistra dovrebbe rendersi conto che alcuni punti del programma gialloverde sono sacrosanti e invece Renzi, che andrà a vivere in una villa che non dispiacerebbe alla First Lady degli Usa Melania Trump, mette sullo stesso piano la riforma Fornero e la flat tax.

Io, pur di andare in pensione, a 64 anni, con la quota 100 (tra l’altro difesa tenacemente da Damiano!) darei il voto a Salvini senza neanche turarmi il naso. Gli esponenti della sinistra come Speranza, Boldrini, Martina e molti altri (che passano il tempo a litigare sullo stato gassoso dell’area politica che rappresentano e che veleggia ormai nell’iperuranio) incarnano l’idea di uno stato francescano, caritatevole, che vorrebbe fare del bene ai derelitti e ai perseguitati di tutta la terra con le magre risorse di un paese, sorvegliato dalla Ue, che non riesce a garantire sanità, case, lavoro, pensioni, scuole decenti e sicure ai propri cittadini. I politici che predicano accoglienza e compassione non sono dei santi e i loro discorsi suonano falsi e retorici. Se la sinistra vuole davvero recuperare il rapporto con il suo potenziale elettorato deve capire che non vive nei boschi verticali di Boeri, ma nelle periferie dove si accampano i Rom, dove negli asili nido i genitori italiani non riescono a iscrivere i figli perché i genitori stranieri sono sempre più poveri di loro.

Non si può chiedere agli elettori di imitare san Francesco, non si può annoiarli con discorsi fumosi che non arrivano mai da nessuna parte. Così la gente diventa sempre più furibonda e dispettosa. E voterà anche solo per dispetto contro il Pd.

Margherita Simonetta

La ludopatia non si combatte con il proibizionismo

Ritengo che contro la dipendenza dal gioco d’azzardo occorra l’educazione, non il proibizionismo. Ci sono molte persone dipendenti dal gioco o che hanno dilapidato fortune in scommesse. Anche per questo esistono leggi e norme che disciplinano la materia.

Ma anche per il gioco vale un principio: non è la cosa in sé che è giusta o sbagliata, ma è l’uso che se ne fa. E la strada da seguire non è il proibizionismo o un ipotetico stato etico, ma l’educazione a comportamenti responsabili.

Mario Pulimanti

“Futtiri” è diventato meglio di “cumannari” (in politica)

“Nunzia De Girolamo, ‘nuova vita’ da inviata per Giletti”.

Corriere della Sera

Apparire (in tv) è meglio che governare? Parrebbe di sì a giudicare dalla “nuova vita” sul teleschermo sposata con entusiasmo dalla ex ministra berlusconiana De Girolamo, promossa opinionista e inviata di “Non è l’Arena”. Preceduta dall’ex premier Matteo Renzi, assiduo nelle feste Pd dove però sembra più interessato a pubblicizzare “Florence”, la docufiction sulla sua città prossimamente su questi schermi, che alle tormentate questioni del congresso. In entrambi i casi potrebbe trattarsi di comprensibili diversivi consolatori dopo che in politica gli è andata come è andata. Forse c’è un’altra spiegazione. Secondo un noto proverbio siculo (per il quale non occorre traduzione) “cumannari è megghiu di futtiri”. E se per certi politici fosse diventato vero il contrario per cui futtiri – ovvero godersi la vita, esibirsi in popolari trasmissioni, pavoneggiarsi senza grande sforzo – fosse meglio che cumannari? Pensiamo per un attimo alla gigantesca mole di problemi che comporta il governo di questo Paese dove ogni giorno scoppia una grana (se va bene). Alle fatiche, ai nervosismi, alle tensioni. Senza contare lo studio di pallosissimi dossier (che infatti alcuni ministri danno per letti, e si vede). Certo certo, sono loro che hanno voluto la bicicletta e sicuramente c’è di peggio nella vita. Sembrano ripagati da tanto stress solo quando vengono circondati da microfoni e telecamere a cui dispensare il verbo quotidiano. È il momento in cui appaiono distesi, appagati: finalmente esistono. Poi c’è un genio assoluto che ha saputo fondere in maniera armonica il cumannari e il futtiri (con rispetto parlando). Il suo nome è Matteo Salvini che (ha notato “Repubblica”) dopo tre mesi da ministro degli Interni (ma in fuga dal Viminale) ha collezionato 60 tappe per show e feste. Nel caso in questione, però, si potrebbe anche rispolverare l’aforisma del grande Luigi Barzini a proposito del mestiere del giornalista: difficile, carico di responsabilità, con orari lunghi, anche notturni e festivi ma sempre meglio che lavorare (e a quei tempi non c’erano i selfie e nemmeno Facebook con cui farsi belli). Purtroppo, come sappiamo, quando si tratta di comandare Salvini non sta dando il meglio di sé. Anche perché, come dice il suo amico Giorgetti, una cosa è “spararle grosse” in campagna elettorale (i seicentomila migranti irregolari che avrebbe rispedito “subito in Africa”), un’altra fare il ministro e rispettare le leggi. Decisamente più efficace il Salvini versione social anche se su questa storia dei 49 milioni, truffati allo Stato, da restituire recita lo stesso copione del suo maestro Berlusconi (“io eletto, le toghe no”). Può fare meglio.

Antonio Padellaro

Le 3 pesti all’assalto della democrazia

Tre pesti infettano la democrazia in Italia, e dunque la nostra libertà e la nostra vita. Sono germi di ceppi diversi, eppure convergono in un unico gioco al massacro. Il massacro della democrazia. La prima patologia è di moda ai nostri giorni: dando per scontato lo svuotamento delle istituzioni rappresentative, se ne sbandiera cinicamente un qualche estemporaneo sostituto.

Indizio recente e solo in apparenza minimo, il preteso referendum sull’ora legale: vi ha partecipato una percentuale infima della popolazione europea, eppure se ne discute come fosse necessario tenerne conto. Noi italiani possiamo stupircene meno di chiunque altro: non è forse da noi che bastano poche centinaia, se non decine, di volenterosi o velleitari votanti per “approvare” un programma (o “contratto”) di governo, la scelta di un leader o di un sindaco, l’alleanza con una forza politica estranea anzi ostile? E non è dalla stessa parte politica (uscita dalle urne del 4 marzo come il primo partito italiano) che vengono voci irresponsabili che proclamano la fine del Parlamento e la sua sostituzione con piattaforme informatiche buone a creare effimere maggioranze senza quorum? Così mentre ci stracciamo le vesti per l’incompetenza di chi fa crollare i ponti non ci avvediamo di propugnare la generalizzata incompetenza di chi dovrebbe governare il Paese. E anzi di indicare nell’inesperienza (meglio se totale) la panacea di tutti i mali.

Accanto a questo, il bacillo dell’astensionismo elettorale. Anzi, della nostra tendenza a rimuoverlo dalla coscienza. Fu evidente già nel 2014, quando un Renzi al suo meglio come imbonitore degli ingenui e dei distratti proclamava la vittoria del Pd alle Europee con il 40,81%: percentuale drogata, giacché non teneva nel minimo conto il 49,63% di italiani che a quelle elezioni non votò, o votò scheda bianca. Se quel 49,63% non sono cittadini di seconda classe, il preteso 40,81% al Pd valeva la metà (20,40%). Eppure la percentuale drogata viene ancora oggi richiamata, anche da chi definisce Renzi un ciarlatano. E mentre l’astensionismo cresce (il 37,71% di votanti alle Regionali dell’Emilia-Romagna non basta come ammonimento?), l’afasia della sinistra e le incertezze sulla tenuta dell’attuale governo allontaneranno altri cittadini dalle urne. È in questo vuoto che cresce un’irresponsabile xenofobia, cavallo di battaglia della Lega da Bossi a Salvini.

Terzo agente patogeno, il diffuso nominalismo, l’uso di mere etichette in luogo di argomenti, di nomi anziché dati. Basta accusare qualcuno di sovranismo, populismo, antipolitica, per condannarne ogni idea senza guardarci dentro; e (simmetricamente) per mettere alla gogna gli avversari basta accusarli di connivenza con la finanza internazionale, con la Banca centrale europea, con il Fondo monetario internazionale. Vengono così screditate e irrise prima ancora di esser formulate ipotesi opposte: per esempio, che una qualche tesi etichettata come liberista possa mai aver qualcosa di buono, o per converso che sia giusto ricordarsi dell’art. 1 della Costituzione secondo cui la sovranità appartiene al popolo. Questo scontro muro contro muro impedisce alla stragrande maggioranza dei cittadini di farsi un’idea propria sui termini dei problemi che il Paese deve comunque affrontare. Ma gli astratti princípi, giusti o sbagliati che siano, non si trasformano da soli in concrete azioni di governo. Perciò, mentre più d’uno elogia l’incompetenza come virtù suprema, un radicalismo fatto non di meditati progetti ma di improvvisate e generiche petizioni di principio può naufragare miseramente alla prova dei fatti (il caos vaccini insegni). E la parola torna fatalmente ai veri o presunti “addetti ai lavori”, quelli che a torto o a ragione dicono di saperla lunga, facendo leva sugli errori degli altri più che sulla propria competenza e fedeltà alle istituzioni.

Un’ultima pennellata è necessaria, mentre già traguardiamo verso le prossime elezioni europee. Delle due forze di governo una (M5S) è, almeno in linea di principio, portatrice di cambiamenti radicali, di una sorta di immaginazione al potere, ma intanto, nonostante qualche buona mossa come l’insistenza sul principio costituzionale della dignità, mostra la corda arroccandosi su slogan post-elettorali e dando spazio alla svalutazione del Parlamento. L’altro partito è la Lega, che non viene dal nulla né è alla prima esperienza di governo. Per essere precisi governò, con Berlusconi presidente e ministri come Bossi o Calderoli in primissima linea, in quattro governi di tre legislature, senza contare più o meno confessabili appoggi esterni e patti dietro le quinte. In questo scenario, e traguardando verso le Europee, la Lega si presenta come il partito che sta dalla parte dei veri “addetti ai lavori”, perché le competenze da spendere dice di averle: sotto la salsa piccante di una rampante xenofobia, è questo il piatto che ci viene quotidianamente servito. Questo (vero o presunto) “realismo” della Lega rispetto al M5S spiega la sua crescita nei sondaggi, una malcerta procedura statistica che nell’opinione pubblica ormai soppianta i meccanismi elettorali voluti dalla Costituzione vigente. L’attivismo di Salvini e le gaffes di Grillo, Casaleggio, Di Maio stanno regalando alla Lega la patente di primo partito d’Italia anche se non fu certo questo il responso delle urne. Eppure in quelle forse astratte petizioni di principio, in quel radicalismo, in quella disordinata ma autentica voglia di cambiamento fermenta un’altra idea d’Italia, un’altra ipotesi progettuale che non ha ancora preso forma (la parola “cambiamento” non basta). Questo è il banco di prova del governo Conte, di cui ancora non sappiamo se servirà da cavallo di Troia per imporre al Paese la Lega di Salvini, o come ponte verso una maggiore autocoscienza del M5S, o almeno di quella sua parte che viene dalla sinistra. Domande come queste interessano ben poco ai Soloni del Pd, occupati come sono a contemplare l’ombelico dei propri insuccessi e ormai soffocati dall’indigestione di pop-corn.

Mattarella, il monito all’Ue: “Governi siano più costruttivi”

L’Unione europea deve essere una “casa comune solida e ben gestita” per resistere alle “antistoriche spinte dissociative” che ne mettono a rischio la tenuta. L’appello a resistere alle campane populiste è del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che interviene inviando un messaggio al Forum Ambrosetti di Cernobbio. A banchieri e imprenditori riuniti a Villa d’Este il capo dello Stato ricorda che è “indispensabile riaffermare i valori fondamentali” alla base dell’Europa, “come libertà, stato di diritto, democrazia, uguaglianza, solidarietà, rispetto della dignità umana”. Ma il monito di Mattarella è anche per i governi, che devono essere “costruttivi” a Bruxelles per evitare di far scivolare i propri Paesi nella “irrilevanza”. Il monito di Mattarella è diretto a una platea finanziaria italiana meno fiduciosa sul futuro dell’Ue rispetto allo scorso anno. Dal sondaggio condotto tra i partecipanti all’evento emerge infatti che quasi uno su due è sfiduciato nelle prospettive future dell’Unione. Tra gli imprenditori interpellati, il 13,3% ha un livello di fiducia molto basso, rispetto all’appena 2,7% di un anno fa, mentre il 35,3% ha un livello di fiducia basso, contro il 15,5% del 2017.

“Salvini minaccia di cacciare chi si oppone”

“Settecento? Alla fine vedrà che i ricorsi saranno di più”. Quella contro il taglio dei vitalizi è la nuova battaglia dell’avvocato bellunese Maurizio Paniz, già deputato dal 2001 al 2013 per Forza Italia e per il Pdl, noto anche perché presentò alla Camera la mozione in cui si sosteneva che Ruby fosse la nipote dell’allora presidente egiziano Mubarak.

Sono arrivati i ricorsi al Consiglio di giurisdizione, il tribunale interno della Camera. E lei è il legale che ne curerà la maggior parte.

Non è così. Io rappresento oltre 400 ricorrenti, di tutti i partiti, anche se nomi non posso farne. Ma non sono la gran parte, glielo assicuro, perché i ricorsi saranno davvero molti.

La casta si ribella.

Ma quale casta. Parliamo di ex deputati mediamente tra i 70 e gli 80 anni, che al massimo prendono 3mila euro al mese. E ora, dall’oggi al domani, taglieranno loro fino all’80 per cento della pensione. E come pagheranno il mutuo e le medicine?

È un problema comune a molti pensionati, no?

Colpa dello Stato se eroga pensioni di 700 euro. Ma la soluzione non è certo toccare diritti acquisiti.

Su cosa punterà nei suoi ricorsi?

Il parere del Consiglio di Stato dello scorso agosto, richiesto dalla presidente del Senato Casellati, contiene già tutte le risposte.

Quel parere afferma che il taglio dei vitalizi è ammissibile, anche con delibera dell’ufficio di presidenza.

Spiega anche sarebbe stato meglio intervenire tramite legge. E comunque il Consiglio di Stato scrive che qualsiasi intervento su situazioni consolidate può avvenire solo sulla base di una serie di principi, che in questo caso sono tutti totalmente assenti.

Cioè?

Il primo scoglio è quello della retroattività. Se passa il principio che si possono toccare diritti acquisiti, allora si potrà intervenire anche sulle pensioni. Le pare possibile?

Il Consiglio di Stato però precisa che il limite alla retroattività delle leggi “può recedere al cospetto di altre esigenze inderogabili” a patto che rispetti il bilanciamento tra l’interesse pubblico e la tutela di chi ha maturato un diritto. Insomma, si può fare.

Sì, ma se c’è un interesse pubblico non si può comunque intervenire su una singola categoria. Si tocchino allora tutte le pensioni, tagliandole di una determinata percentuale.

Che tempistica prevede per i giudizi alla Camera (esiste anche un secondo grado, ndr)?

Non posso certo prevederlo. Ma se necessario andremo anche in Cassazione.

La Suprema Corte è un giudice di merito, mentre per la Camera vale il principio dell’autodichia, ossia il potere di risolvere, attraverso un organismo interno, giurisdizionale le controversie insorte con i propri dipendenti. Se andrete in Cassazione i giudici rimanderanno tutto alla Consulta, che la dichiarerà non competente, come è già successo varie volte.

E vorrà dire che finalmente discuteremo dell’autodichia, che risente pesantemente del condizionamento della politica. Le pare che un organo interno possa giudicare serenamente davanti alle pressioni di un vicepremier, di cui condivide la stessa sensibilità politica?

Si spieghi meglio.

Matteo Salvini ha detto a diversi ex parlamentari che se avessero fatto ricorso contro vitalizi li avrebbe espulsi dalla Lega.

Glielo hanno raccontato alcuni dei suoi assistiti?

Certamente sì.

 

Vitalizi, è pioggia di ricorsi. Ma il M5S preme la Casellati

I predatori del vitalizio (non ancora) perduto non si arrendono. E alla Camera è carica di ricorsi, contro la delibera dell’ufficio di presidenza che a luglio li ha aboliti. “Settecento” ha scritto ieri Repubblica. “Perfino di più” assicura al Fatto l’avvocato ed ex deputato forzista Maurizio Paniz (vedi l’intervista sotto). Ma i Cinque Stelle, che invocano il taglio anche in Senato, non rallentano. Anzi.

E allora, dal Canada il presidente della Camera Roberto Fico ostenta tranquillità: “Presentare i ricorsi è un diritto ma resto ovviamente convinto della delibera approvata. Perché è un provvedimento che ricuce una ferita. Non l’abbiamo fatta contro qualcuno, ma nell’interesse degli italiani”.

Invece il capogruppo del M5S a Palazzo Madama, Stefano Patanuelli, racconta: “Pochi giorni fa mi ha telefonato la presidente del Senato Casellati, dopo che l’avevamo sollecitata con dei comunicati sul tema dei vitalizi. È stata molto gentile, e mi ha assicurato che intende far approvare la delibera sul taglio con la stessa tempistica della Camera, ossia in modo che entri in vigore dal prossimo 1° gennaio”. Ma quale sarà la tabella di marcia? Patanuelli riavvolge il nastro: “Dopo il parere del Consiglio di Stato dello scorso agosto, che conferma come l’abolizione dei vitalizi sia perfettamente legittima e si possa fare tramite delibera, ci rimane solo l’audizione del presidente dell’Inps Tito Boeri, che non mi pare ostile al provvedimento. Ai membri dell’ufficio di presidenza è già arrivata la richiesta di indicare le domande che porranno a Boeri, e ciò permette di guadagnare tempo”. Ergo, sostiene il capogruppo del Movimento, “la comunicazione della data dell’audizione potrebbe arrivare già in questa settimana. E poi non ci sarebbero davvero più ostacoli per l’approvazione del provvedimento”. Però il condizionale è d’obbligo. Innanzitutto, perché la pioggia di ricorsi a Montecitorio potrebbe anche far vacillare qualche senatore. Magari anche nella maggioranza, cioè nella Lega, che a Palazzo Madama si è mostrata fredda nei confronti del provvedimento, di fatto una bandiera del Movimento.

Ma Patanuelli nega problemi: “L’abolizione dei vitalizi è nel contratto di governo, e poi il Consiglio di Stato ha confermato che i senatori che voteranno la delibera non incorreranno in responsabilità dirette (cioè non potranno essere sottoposti a richieste di risarcimento, ndr): e questa era la preoccupazione dei colleghi della Lega”. Va bene. Ma di Casellati, a cui avete lanciato comunicati intrisi di fiele per settimane, vi fidate? Il capogruppo del M5S si mostra fiducioso: “La presidente ha capito che quella sui vitalizi è una battaglia di civiltà. Anzi, al telefono abbiamo parlato anche della necessità di tagliare sprechi e del problema dei nullafacenti, quelli che non si fanno mai vedere in Senato”. Neanche un però? “Ci aspettiamo che la presidente convochi a breve l’ufficio di presidenza. Ci sono tutte le condizioni”.

Dall’altro fronte, ossia dalla presidenza, non si sbilanciano sulle date. Giurano che i ricorsi alla Camera non influenzeranno Casellati, “come non ci ha mai influenzati nulla di quanto accaduto a Montecitorio”. E spiegano che il loro motto, in questa come in altre partite, rimane una massima addirittura di Luigi Einaudi: “Conoscere per deliberare”. E comunque, “non decide certo solo la presidente, ma un intero ufficio di presidenza”.

Poi c’è la furia di Luigi Di Maio, il capo politico del M5S, contro gli ex deputati che hanno presentato ricorso: “In 700 vogliono continuare a essere mantenuti a vita dallo Stato come fossero dei nababbi. Questi ex dis-onorevoli lo sanno cosa è la giustizia sociale?”. E loro, gli ex eletti, non la prendono bene. Tanto che il presidente dell’associazione ex parlamentari, Antonello Falomi, annuncia querela: “Di Maio, che governa assieme alla Lega condannata per truffa a danni dello Stato, pretende che gli ex deputati, non possano chiedere agli organi interni della Camera una verifica sulla legalità e costituzionalità della delibera”.

Conte chiama giovane startupper a palazzo Chigi

“Tommaso me lo porto via a Palazzo Chigi!”. Lo ha detto il premier Giuseppe Conte, a Bisceglie, dal palco di Digithon, dopo avere ascoltato la descrizione dell’idea di start-up di un giovanissimo inventer di Perugia, Tommaso Vicarelli, la “Secure Shelter” per il monitoraggio statico delle infrastrutture in tempo reale.

Tommaso ha spiegato che, un anno e mezzo fa, con l’Università di Perugia, è stata compiuta l’analisi strutturale di alcuni edifici, agganciando a tale sistema di analisi degli algoritmi utili a capire, in tempo reale, se un edificio è in buone condizioni o no. Il sistema, ha spiegato, si basa su sensori di accelerazione. “Come una corda di chitarra – ha spiegato Vicarelli – quando la struttura non vibra più nello stesso modo vuol dire che si è scordata, e questo è un segnale per riconoscere se una struttura sta bene o no”. È stato a questo punto che Conte ha invitato il ragazzo a seguirlo a Roma. “Devi sapere – gli ha detto Conte – che stiamo lavorando a un decreto che porteremo in Consiglio la prossima settimana su emergenza, controllo, monitoraggio e ammodernamento delle infrastrutture, dopo quello che è successo al ponte Morandi”.

Bersani: “La Ditta è sempre stata una sola”

“Intanto, ciao compagni…”. Esordisce così Pier Luigi Bersani alla Festa del Pd di Ravenna. Il piglio sicuro e un po’ malinconico di chi pensa che la kermesse nazionale del partito sia ancora casa sua. Il leader di Leu mancava da due anni: l’anno scorso non era stato nemmeno invitato a Imola, festa a trazione renziana, dopo la scissione. “Bisogna andare avanti. Serve un soggetto di sinistra”. “Un soggetto o un partito?”. “Basta che siano di sinistra”, dice poi al Fatto. La ricerca di un modo per tornare nel Pd (o per far sì che il Pd torni a lui) è all’ordine del giorno.

Quello di ora è un partito ibrido, formalmente guidato da Maurizio Martina, ampiamente condizionato dal senatore di Scandicci e con la candidatura al congresso di un ex Ds come il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti. E allora gli ex Pd ci sperano che qualcosa possa cambiare, che il quadro si scomponga e si ricomponga ancora una volta, permettendo un ricongiungimento. “Martina e Zingaretti sono persone con cui possiamo parlare. Il presidente del Lazio governa con un pezzo di noi”, sono i ragionamenti che si fanno ai piani alti di Liberi e uguali. E allora, ci si chiede se in qualche modo Zingaretti chiederà il sostegno degli ex colleghi di partito in caso di eventuali primarie. Ora, i sostenitori di Leu non possono votare a consultazioni dem perché dovrebbero dichiarare di essere elettori Pd. E allora? Nessuno lo dice ancora chiaro e tondo, ma quello che vorrebbero è un gesto, un appello da parte dei vertici del Pd a tornare a casa, a ripensare alla scissione. Che arrivi, poi, è ancora un altro problema.

La domanda viene posta a Bersani mentre entra alla Festa, accompagnato da Vasco Errani: “Se vi chiedessero di tornare, che fareste?”. “Non è questione di tornare”, dice lui, in maniera abbastanza sfumata da lasciare la risposta aperta. E poi, parla della necessità di una “sinistra di governo”. Come dire, il primo passo verso una direzione comune. Ad accoglierlo, una platea decisamente nutrita e curiosa. Molti applausi. Ma pure qualche contestazione. “Fuori!”, gli grida uno dal pubblico, subito allontanato e bollato come “provocatore”. Ma c’è chi lo guarda con simpatia: a Ravenna c’è sia la base che fu di Bersani, sia quelli ancora arrabbiati con gli scissionisti. Lui, comunque, anche dal palco continua a marcare non la rottura, ma la continuità con il Pd (non renziano): “Casa mia è la Ditta. E la Ditta è sempre stata una: la sinistra di governo”. La platea applaude, i renziani sono insofferenti. Ma Bersani sembra più in forma di Renzi giovedì. Quando dice che con il combinato disposto di Italicum e riforma costituzionale Salvini avrebbe potuto fare tutte le nomine, si sente un borbottio: “Bugiardo, sarebbe toccato a Di Maio”. Sarà Teresa Bellanova nel dibattito successivo a rispondere dal palco: “Chi il 4 dicembre ha votato no, ha scelto un altro campo”. La platea non reagisce.

Quando finisce, Bersani ha l’aria distesa, soddisfatta. Nel retropalco bacia tutti, si fa pure un paio di selfie. Entra in macchina, proprio mentre scende da un’altra Maria Elena Boschi. I due neanche si salutano. Lui va via, lei va a fare il giro delle cucine. La Festa l’ha relegata all’ultimo dibattito del sabato sera: i più partecipati sono quelli del pomeriggio. Ma dopo un’estate passata a cercare di rimettersi in pista e a vagheggiare incarichi di peso, non si scoraggia. Dal palco, Annalisa Chirico che modera, la presenta come “un volto fondamentale del Pd che verrà”. Il pubblico di buona volontà applaude. Come ha fatto sempre in questi giorni.

Ilva, l’Avvocatura conferma i dubbi. Ma la gara è valida

La gara per l’aggiudicazione dell’Ilva è formalmente chiusa. Il ministro Luigi Di Maio ha firmato il provvedimento con cui si conclude la procedura di annullamento della gara e, contestualmente, fa pubblicare, nei tempi promessi, anche il parere dell’Avvocatura di Stato sugli eventuali vizi di legittimità contestati all’ex ministro Calenda. Tra i due, non a caso, è andato in scena l’ennesimo scontro mediatico. Nel parere, però, la parte più interessante riguarda le modalità poco chiare con cui la cordata di AcciaItalia, partecipata dalla Cassa Depositi e Prestiti, si mosse per il rilancio.

Di Maio, nel disporre di “non procedere all’annullamento della gara”, ha confermato quanto detto finora. La gara in sé è stata viziata sia per l’allungamento dei termini per l’applicazione del piano ambientale, sia nell’impedimento al rilancio ad altre società in particolare AcciaItalia. Ma, scrive il ministro, “pur sussistendo i sopra evidenziati profili di illegittimità, non residuano più interessi concreti ed attuali all’annullamento degli atti”. I risultati acquisiti nel nome dell’interesse generale sono prevalenti rispetto “all’esigenza, pur meritevole, di ripristino della legalità”. Anche perché, si legge, la cordata che non si è aggiudicata la gara “risulta sciolta e posta in liquidazione”.

Questa considerazione è rafforzata nel parere dell’Avvocatura quando si sottolinea che a motivare la scarsa attenzione al rilancio di AcciaItalia, da parte dei commissari di Ilva, ci fu la circostanza che la lettera con cui la cordata formata da Jindal, Arvedi e Cassa Depositi e Prestiti, propose il rilancio fu firmata non dall’amministratore delegato ma solo da due consiglieri di amministrazione su quattro. E tra questi non figurava il rappresentante della Cdp. Un po’ come se lo Stato, in quel momento, avesse deciso di sabotarsi da solo.

L’ex ministro Carlo Calenda, dal canto suo, impugna il documento dell’Avvocatura come una vittoria perché, sostiene, non trova fondamento l’accusa di “eccesso di potere” che gli era stata mossa. Di Maio replica via Facebook, ribadendo le accuse.

A leggere attentamente il parere dell’Avvocatura si intravedono argomenti a favore della tesi di Di Maio perché, spiega l’organo legale, nonostante l’ampliamento dei termini per il piano ambientale, deciso il 9 giugno del 2016 con una gara che scadeva il 30 giugno, non si riaprì la gara. L’Avvocatura imputa un “mancato coordinamento del legislatore” alla discordanza tra i tempi per il termine dell’offerta e i tempi per l’attuazione degli interventi mentre, sul mancato rilancio, osserva come ci sia stato “un indiscutibile disallineamento” tra la Lettera di invito alla gara e la Lettera di procedura. Subito dopo però mitiga i suoi giudizi ritenendo l’atto comunque corretto sul piano formale e addebitando “la discrasia” esistente nei provvedimenti alla fretta dettata dall’emergenza. Più che annullamento, sostiene, si sarebbe dovuto procedere alla revoca dell’aggiudicazione con un evidente danno per l’interesse pubblico.

Va segnalato infine che il ministro Di Maio aveva chiesto un parere all’Avvocatura anche sulla “immunità penale” che sulla base del Decreto 98/2016 esenta dalla “responsabilità penale o amministrativa” per l’attuazione degli interventi e l’operatività degli impianti non solo il commissario straordinario, ma anche “l’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati”. Quindi ArcelorMittal. La misura, disposta dal governo Renzi, era stata contestata duramente dal M5S anche durante la campagna elettorale. E l’accusa di non averla modificata gli viene ora rinfacciata dagli ambientalisti di Taranto. L’Avvocatura, interpellata sul punto, ribadisce la legalità e legittimità del provvedimento anche se poi, per un parere più pertinente, rinvia alla Corte costituzionale. La questione potrebbe non essere chiusa.