Chiamò le toghe “schifezza” Bonafede: processate Salvini

Una volta è il sequestro dei fondi della Lega, un’altra l’inchiesta sul presunto sequestro dei migranti a bordo della nave di Diciotti. Matteo Salvini attacca i magistrati un giorno sì e l’altro anche, poi fa un po’ di marcia indietro e il giorno dopo ricomincia. Ora però rischia un processo per vilipendio all’ordine giudiziario, reato punito con una multa da mille a cinquemila euro. E a firmare l’autorizzazione a procedere, richiesta dalla legge, nei confronti del ministro dell’Interno, sarà il suo collega Guardasigilli a Cinque stelle, Alfonso Bonafede. Il suo predecessore, Andrea Orlando del Pd, non aveva mai risposto alle tre richieste della Procura di Torino. Bonafede invece si prepara a dire sì.

L’accusa contestata nel capoluogo piemontese ovviamente non è legata alle ultime dichiarazioni del capo della Lega. Il fatto risale a due anni e mezzo fa e già dimostrava l’insofferenza del leader del Carroccio nei confronti dei giudici. Il 2 febbraio 2016 un giudice del tribunale di Genova aveva rinviato a giudizio alcuni consiglieri ed ex consiglieri regionali, tra cui l’attuale sottosegretario ai Trasporti Edoardo Rixi. Pochi giorni dopo, il 14 febbraio, nel corso di un incontro a Collegno (Torino) l’allora europarlamentare Salvini aveva preso le difese del compagno di partito. “Se so che qualcuno nella Lega sbaglia – aveva detto Salvini – sono il primo a prenderlo a calci nel culo e a sbatterlo fuori. Ma Rixi è un fratello e lo difenderò fino all’ultimo da quella schifezza che è la magistratura italiana”. Poi aveva sfumato l’insulto, utilizzando un concetto ripetuto anche negli ultimi giorni: “Ci sono tanti giudici che fanno benissimo il loro lavoro. Penso a chi è in prima linea contro mafia, camorra e ‘ndrangheta. Purtroppo è anche vero che ci sono giudici che lavorano molto di meno, che fanno politica, che indagano a senso unico e che rilasciano in 24 ore pericolosi delinquenti. Finché la magistratura italiana non farà pulizia e chiarezza al suo interno, l’Italia non sarà mai un paese normale”.

Parole che il giorno dopo avevano spinto la Procura di Torino ad aprire un fascicolo per vilipendio all’organo giudiziario affidando gli accertamenti, alla Digos della questura di Milano. Il codice penale, però, prevede che per poter proseguire l’inchiesta sia necessaria l’autorizzazione da parte del Guardasigilli. Alla fine del marzo 2016 il procuratore Armando Spataro aveva scritto la richiesta all’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando e lo aveva fatto per altre due volte senza mai avere una risposta. Ci ha riprovato nei primissimi giorni di luglio, poco dopo l’insediamento del nuovo esecutivo composto da M5s e Lega.

In via Arenula gli uffici hanno iniziato a valutare la richiesta poco dopo la ricezione. Nel frattempo Salvini ha proseguito con le sue critiche, anche dure, alla magistratura. Adesso, dopo la pausa estiva, gli uffici del ministero della Giustizia stanno terminando le ultime procedure. E siccome non vogliono certo dare l’impressione di proteggere amici e alleati, oltre ad autorizzare il procedimento nei confronti di Salvini daranno via libera anche al procedimento aperto dalla Procura di Roma nei confronti del padre di Alessandro Di Battista, Vittorio Di Battista, indagato per offese al prestigio e all’onore del presidente della Repubblica Sergio Mattarella dopo lo stop, a fine maggio, al primo tentativo di formare il governo Conte: “Il Quirinale – aveva scritto il padre dell’ex deputato – è più di una Bastiglia, ha quadri, arazzi, tappeti e statue. Se il popolo incazzato dovesse assaltarlo, altro che mattoni. Arricchirebbe di democrazia questo povero Paese e ridarebbe fiato alle finanze stremate”.

 

Conte rassicura: “Non siamo scriteriati. Valuto caso per caso”

Dopo il dibattito sulle “nazionalizzazioni” che si è aperto in seguito al crollo del ponte Morandi, ieri a Cernobbio per la serata conclusiva del Forum The European House Ambrosetti, il premier Conte ha spiegato la posizione del governo agli industriali: “Non siamo per le nazionalizzazioni, non siamo per le privatizzazioni ma per una gestione efficiente delle risorse pubbliche”. “Delle volte – ha proseguito il presidente del Consiglio – sarà necessario affidarsi ai privati ma d’ora in poi consentiremo la remunerazione dell’investimento. Sappiamo cos’è il rischio di impresa e lo sconteremo ma sappiamo anche cosa significa depredare le risorse pubbliche e non lo consentiremo più”. Poi è anche entrato nel merito del caso Autostrade: “Ho avviato la procedura per la caducazione della concessione, mi hanno dato dell’irresponsabile, uno che fa scappare gli investitori che non verranno più in Italia, ma ci saranno tutte le garanzie di legge, state tranquilli”. Infine, smentendo divisioni all’interno del governo, ha aggiunto: “Se ci sono gli estremi per la caducazione decideremo serenamente cosa fare. Non siamo degli scriteriati e abbiamo una prospettiva quinquennale di operosità”.

“Pronto a un confronto con Maroni e Salvini”

“Quaranta milioni. Quando me ne sono andato dalla Lega ho lasciato 40 milioni a saldo contabile”.

Francesco Belsito, lei le casse della Lega le conosce fin troppo bene. Era tesoriere con Umberto Bossi. Poi gli scandali, due condanne in primo grado a Genova e a Milano…

Dopo le mie dimissioni nel 2012 sono entrati nelle casse del partito altri 19 milioni legati alle elezioni del periodo di Bossi, perché i rimborsi erano scaglionati negli anni. E immagino che siano arrivati rimborsi per elezioni successive. Soldi ce n’erano.

Dove sarebbero finiti?

Penso che siano stati spesi. Come, non lo so. Non voglio dire che ci sia niente di illecito.

I vertici leghisti negano la sua ricostruzione. Dicono che lei parla per vendetta.

Dico soltanto le cose come stanno. Sono pronto a un confronto con Roberto Maroni e Matteo Salvini. Ma sui fatti. Non vale parlare con i tweet.

Ma lei non sente più nessuno della Lega?

Nessuno. Dal giorno delle dimissioni nell’aprile 2012. All’inizio fu una mia scelta, per non inquinare le prove. Ma poi sono spariti tutti. Ho pagato solo io, come se quello che è successo nel partito potesse essere tutto responsabilità del tesoriere.

Qual è la sua versione?

Il tesoriere è quello che deve cercare di finanziare le richieste dei dirigenti del partito. E tanti in quel periodo chiedevano. Proprio tanti. Venivano da me e domandavano soldi per iniziative di partito, per feste elettorali, per altre cose.

Oggi i pm sono a caccia di 48 milioni pubblici. E tanti si domandano cosa ne sappiano delle casse della Lega Roberto Maroni e Matteo Salvini, segretari dopo Bossi…

Maroni era nel consiglio federale che parlava di questioni politiche, ma a volte intervenivo anch’io per affrontare temi di cassa. Non so se sapesse. In quel periodo faceva anche il ministro ed era in rottura con Bossi.

E Salvini?

Lui non era nel federale. Ma tutti e due… quando sono diventati segretari… immagino che dandogli le chiavi del partito li abbiano informati di cosa aveva in cassa.

Dica la verità, lei non li ha mai più sentiti?

Mai, giuro. Sono il capro espiatorio.

Eppure è stato una delle figure chiave del Carroccio.

Avevo cominciato come braccio destro del precedente tesoriere, Maurizio Balocchi. Poi ne presi il posto.

Nelle sue mani passavano decine di milioni.

Vero, ma gli ho tolto tante castagne dal fuoco. La Lega prima si era lanciata in operazioni rovinose come la banca Credieuronord e il villaggio turistico in Istria.

Le casse della Lega hanno avuto vita tormentata?

Io ci ho messo una pezza, tirando fuori molti milioni.

Diventò perfino sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

E vicepresidente di Fincantieri, un posto che spettava alla Lega.

Scelto da chi?

Posso ipotizzare, le nomine le seguiva Giancarlo Giorgetti.

Ecco, lei conosceva tutti. Ce li racconti. Cominciamo da Giorgetti?

Intelligente, preparato. Quello che parlava di economia con Bossi. Il Gianni Letta della Lega. C’era allora e c’è anche adesso, sempre con un ruolo chiave. Credetemi, è lui la mente, più di Salvini. Altro che discontinuità.

Con Salvini era amico?

Con Matteo avevo buoni rapporti. Mi chiedeva denaro per Radio Padania.

Eppure adesso dicono di essere un’altra Lega. È vero?

Giorgetti era con Bossi e adesso è con Salvini. Matteo a vent’anni era già in Consiglio comunale a Milano. Non vedo tante differenze.

Lei risparmia sempre Bossi, perché?

È uno puro, in fondo. Uno che ha creato da zero un partito con delle basi ideologiche. Parlava alla gente per strada, mica sui social. Intorno, però, tanti erano pronti a tradirlo.

Neanche lui ha sentito?

Umberto non ha neanche il telefono.

Così lei è solo?

Mi guardi. Da sei anni non faccio niente, soltanto processi. Cerco di fare il consulente.

E gli altri si sono salvati…

Bossi è parlamentare e presidente del partito. Non dimentichiamolo quando sentiamo dire che è un’altra Lega.

Ora ci sono i processi d’appello, lei rischia grosso.

A Genova in primo grado ho preso 4 anni e 10 mesi. A Milano 2 anni e 6 mesi. Ma ditemi voi se ha senso: io, comunque sia andata, soldi per me non ne ho preso.

Difficile vederla nel ruolo della vittima, non crede?

In questo ambiente nessuno è una verginella.

La Lega a Genova l’ha querelato. Si sente tradito?

Mi hanno scaricato. Ma adesso viene il bello: a Milano perché il processo vada avanti la Lega oltre a me deve querelare per appropriazione indebita anche Bossi. Sarà da ridere.

Qualcuno dice che lei sarebbe pronto a parlare, a raccontare altre cose. È vero?

Sono rimasto senza lavoro. Ho tre figli. Non mi voglio mettere nei guai. Però, ripeto, sono qui. Se vogliono parlare di fatti vengano e vediamo dove sono finiti i soldi.

Ma lo Stato rivedrà mai quei 48 milioni?

Non sono rimasti al verde, ci sono gli immobili, come la sede di via Bellerio… 10mila metri quadrati. Una fortuna. L’avevano comprata con il sostegno di Gianpiero Fiorani.

Lo stesso che contribuì al salvataggio di Credieuronord. Il banchiere che oggi pare interessato a banca Carige?

Esatto.

Matteo si calma: “Nessun golpe”. Di Maio gli fa il verso in video

Aun certo punto, a metà della diretta Facebook con cui festeggia l’undicesimo anniversario della “discesa in campo” di Beppe Grillo, il V-day del 2007, Luigi Di Maio tira fuori una busta gialla. Il siparietto servirebbe a spiegare cosa succederà ai funzionari pubblici che incapperanno nelle norme anticorruzione varate dal governo, ma il vicepremier ne approfitta per lanciare una stoccata al collega leghista: “Io non apro buste dalle procure”. Ce l’ha, come ovvio, con la messa in scena di venerdì, quando Matteo Salvini è riuscito, per l’ennesima volta, a tener banco su ogni mezzo di comunicazione con l’apertura in diretta social dell’avviso di garanzia da parte della procura di Palermo, proprio nel giorno in cui il Movimento avrebbe voluto passare all’incasso mediatico della “spazza-corrotti”. “Io ieri gliel’ho detto che non deve attaccare i magistrati – racconta Di Maio, smentendo però che ci sia stato un incontro – perché quei magistrati sono gli stessi che arrestano i mafiosi, i corrotti, gli scafisti. Quindi si rispettano anche quando ci indagano. Anche perché sulla Diciotti abbiamo fatto una scelta politica e la portiamo avanti tutti insieme, senza perdere la testa, con calma e sangue freddo”. Sono toni pacati, quelli di Di Maio, anche perché ieri mattina è stato lo stesso ministro dell’Interno a darsi una calmata, rispetto al giorno prima: “Non c’è nessun golpe contro la magistratura e non c’è nessun golpe giudiziario”. Un “chiarimento”, come lo ha chiamato il premier Giuseppe Conte, frutto anche delle pressioni ricevute dagli alleati di governo: “Ha chiarito il suo pensiero, ci mancherebbe, questo governo rispetta la divisione dei poteri, è una cosa che risale a Montesquieu”, ha detto ieri Conte a Cernobbio, dopo aver parlato al telefono col titolare del Viminale.

Nota a margine per gli amanti della competizione gialloverde: nella notte, l’hashtag di solidarietà con il ministro dell’Interno #complicediSalvini ha generato oltre duemila contenuti. Ieri Di Maio ha ringraziato i 23 milioni che hanno condiviso #byebyevitalizi.

In Cassazione contro il sequestro: come si difenderà il Carroccio

Due giorni fa Giancarlo Giorgetti, il tesoriere della Lega Giulio Centemero, commercialisti e avvocati come Giovanni Ponti, si riunivano in via Bellerio per discutere delle strategie da adottare all’indomani del sequestro dei 49 milioni. Il ricorso in Cassazione ci sarà. E ne sono stati discussi alcuni punti. Tra questi, nel ricorso dovrebbero sostenere che l’appello del pm era – a loro detta – inammissibile. Poi analizzeranno le somme che la Procura ha confiscato perchè ritenute provento della truffa dell’ex leader leghista Umberto Bossi e dell’ex tesoriere Francesco Belsito (condannati in primo grado). Nel ricorso si farà riferimento ad una sentenza della Grande Chambre di Strasburgo. “La sentenza – ragionano in via Bellerio – ha stabilito che non può essere disposta la confisca verso un soggetto che non è parte nel giudizio di merito. È stata rigettata la nostra richiesta di partecipare in Appello. Il sequestro è illegittimo”. La stessa sentenza è stata esaminata dal Riesame: “Attiene – scrivono i giudici – a fattispecie diversa da quella del procedimento: la prima ha carattere sanzionatorio equiparabile all’irrogazione di una pena, quella in esame ha carattere restitutorio di un indebito arricchimento”.

Le toghe eversive ai tempi di Consip

Ci vuole rispetto per la magistratura e gli inquirenti. Sempre? Quasi. Almeno secondo il Pd, oggi schierato in difesa delle Procura contro gli attacchi di Salvini, ma teorico del complotto e dell’eversione quando ad essere indagati, nell’inchiesta Consip, erano tra gli altri Luca Lotti e Tiziano Renzi.

Qualche esempio. Matteo Renzi: “Lo scandalo Consip è nato per colpire me, ma credo che finirà per colpire chi ha falsificato le prove contro il presidente del Consiglio” (15 settembre 2017).

Più recente (23 febbraio 2018), Luigi Zanda: “Il quadro che emerge dall’inchiesta Consip è molto grave. Se tutto quello che stiamo apprendendo dai giornali risultasse vero, vuol dire che qualcuno ha complottato contro le istituzioni democratiche. E la cosa è più grave se il complotto è stato ordito da organi dello Stato che hanno il dovere di tutelare le istituzioni”.

A ruota tutti gli altri. Andrea Romano: “Ci troviamo di fronte ad un fatto enorme e dal chiaro sapore eversivo”.

Matteo Orfini: “Emergono fatti nuovi che confermano i miei timori di una dinamica eversiva. Sulla base di prove false si è provato a colpire il presidente del Consiglio e lo avrebbero fatto apparati dello Stato. Se fosse acclarato sarebbe il nostro Watergate”.

Alessia Morani: “La vicenda della Cpl Concordia ha delle sinistre analogie con la vicenda Consip. Identico è il pool. Identico il braccio operativo, il Noe guidato dal capitano Scafarto. Identici gli effetti: un’artificiale tempesta mediatica che si abbattuta sui vertici nazionali del Pd. Tutte queste analogie, sommate, fanno nascere l’insopportabile dubbio che Consip e Cpl-Concordia possano essere state usate come pretesti per colpire una parte politica. Che si sia cioè davanti a un vero e proprio disegno eversivo”.

Graziano Delrio: “Le notizie che arrivano sono davvero preoccupanti per tutti noi, per la nostra democrazia”.

Alessia Rotta: “Prove contraffatte e testimoni minacciati da parte di settori deviati delle forze dell’ordine per distruggere il premier in carica. É la storia del complotto Consip”

Michele Anzaldi: “Quello che viene fuori ogni giorno di più, con il procedere delle indagini, è uno scenario di carattere pericolosamente eversivo”.

David Sassoli: “Inchiesta Consip: emerge un’attività eversiva contro il presidente del Consiglio Matteo Renzi e le istituzioni repubblicane. Vogliamo la verità”

Piero Fassino: “I fatti denunciati dal procuratore Musti sulle inchieste Concordia e Consip sono di una gravità inaudita. Se fossero confermati saremmo di fronte a un vero complotto ordito per colpire Matteo Renzi, in quel momento Presidente del Consiglio”.

Marco Di Maio: “Perché non si parla più di Consip? Se è vero che il super-testimone Vannoni fu indotto ad accusare Luca Lotti con il solo scopo di colpire lui, Matteo Renzi e il Pd, sarebbe un fatto per il quale tutti dovrebbero indignarsi. Chiamiamo le cose col loro nome: questa è eversione”.

Ora il Pd attacca i leghisti ma candidò tanti “furbetti”

La decisione del Tribunale del Reisame, che in settimana ha imposto il sequestro dei fondi della Lega fino al raggiungimento dei 49 milioni, ha risvegliato l’indignazione delle opposizioni, Pd in testa. Eppure proprio i dem, in passato, non hanno rinunciato a candidare chi era implicato in processi per le spese pazze in giro per l’Italia.

Liguria È ancora segretario del Pd ligure Vito Vattuone e ora, grazie alla candidatura alle ultime elezioni, siede in Senato. Nel frattempo sarà processato: ad aprile il gup di Genova lo ha rinviato a giudizio per rimborsi contestati di circa 7mila euro, assieme ad altre 18 persone coinvolte nell’indagine per le spese pazze regionali tra il 2005 e il 2015. A febbraio il conto del neo-senatore era finito tra i 16 depositi bancari per i quali era stato disposto il sequestro.

Lazio Secondo la Procura di Roma, il recordman di spese nel consiglio regionale travolto dall’inchiesta del 2012 era Claudio Mancini, premiato dal Pd con la candidatura alle ultime elezioni. Oggi siede in Parlamento, ma dovrà giustificare spese per 188 mila euro. Nelle liste laziali c’erano poi Claudio Moscardelli, a giudizio per l’assunzione di alcuni collaboratori coi fondi del gruppo, Carlo Lucherini e Bruno Astorre, rieletto senatore nonostante debba spiegare spese sospette per 122mila euro. Quel gruppo consiliare deve essere piaciuto molto al Pd: a giugno Esterino Montino, a giudizio per l’utilizzo improprio di oltre 7mila euro, è stato candidato sindaco (poi eletto) a Fiumicino.

Marche Non ha creato imbarazzi al Pd la candidatura alla Camera, lo scorso 4 marzo, di Paolo Petrini. Accusato di peculato, è finito in un’indagine sulle spese dei gruppi consiliari dal 2008 al 2012. Nella stessa indagine è coinvolta anche Maura Malaspina, candidata nelle scorse elezioni nel collegio proporzionale Marche Sud con la lista Civica Popolare Lorenzin, alleata del Pd.

Campania Nicola Marrazzo in questi giorni è impegnato a discutere dello stabilimento La Doria di Acerra (Napoli), seduto al tavolo con Luigi Di Maio. Eppure anche lui, quando fu candidato dai dem nel collegio uninominale di Casoria, era sotto processo (e lo è ancora) per peculato nell’ambito dell’inchiesta sulla “rimborsopoli” campana. L’accusa è di essersi appropriato indebitamente di circa 42mila euro di denaro pubblico.

Sardegna A marzo Gavino Manca ha lasciato la Sardegna per trasferirsi a Roma. Il Pd infatti ha deciso di candidarlo alla Camera dando poco peso al processo per peculato in cui è coinvolto. A maggio è stato rinviato a giudizio con altri 30 ex consiglieri regionali, tutti coinvolti in un’indagine sulle spese dei gruppi della legislatura dal 2004 al 2009. A Manca sono contestati 52mila euro. Nell’indagine è coinvolto Silvio Lai: candidato (senza successo) dal Pd per il Parlamento, la Procura gli chiede conto di circa 81mila euro.

CalabriaBruno Censore, candidato alla Camera, è rinviato a giudizio nell’ambito del processo per le spese pazze regionali: dovrà difendersi, tra l’altro, dall’accusa di aver messo in conto alla Calabria 3.997 euro per la stampa di 7.000 copie del volume “Attività consiliare dell’onorevole Bruno Censore”, ovvero lui stesso. Candidato Pd in Calabria era anche Ferdinando Aiello, per il quale la Cassazione ha di recente bloccato il sequestro dei beni, ma che dovrà spiegare ai giudici 4.573 euro di spese per carburante, 790 euro di pasti e 192 per un soggiorno a Roma. A processo andrà poi Antonio Scalzo, voluto dal Pd nel collegio di Crotone nonostante debba rispondere di quasi 3.000 euro di spese per carburante e dell’acquisto di beni che, secondo l’accusa, non c’entrano nulla col suo lavoro: mobili per l’ufficio da 1.900 euro, un pc da 600 euro e cene da oltre 50 euro a coperto.

Senti chi pirla

“Complotto”, “Watergate italiano”, “eversione”, “attacco alla democrazia”, “inchiesta con false prove per colpire il governo”, “pm deviati”. Sembrano parole di Matteo Salvini, il vicepremier e ministro eversore che sfida e minaccia i giudici dei casi Lega e Diciotti, ricorda che non sono stati eletti mentre lui sì (mo’ me lo segno) e appende nel suo ufficio al Viminale l’avviso di garanzia per sequestro di persona come una medaglia di guerra o un trofeo di caccia, beccandosi le sacrosante reprimende delle opposizioni, degli alleati 5Stelle e delle migliori penne del giornalismo. Invece no: sono alcuni dei commenti che i massimi vertici del Pd renziano dedicarono ai pm e ai carabinieri che avevano scoperto lo scandalo Consip: cioè i traffici del galoppino di papà Renzi e dell’imprenditore Alfredo Romeo per truccare il più grande appalto d’Europa (2,7 miliardi di euro) e le fughe di notizie dal Giglio Magico renziano per avvertire i sospettati su indagini e intercettazioni, salvarli dai guai e rovinare l’indagine.

Era un anno fa, il 15 settembre 2017, quando una fuga di notizie dal Csm trasmise a Repubblica, Corriere e Messaggero alcuni stralci (manipolati ad arte) di un verbale segretato del procuratore di Modena Lucia Musti, sentita mesi prima su un’altra inchiesta condotta dagli stessi inquirenti di Consip: il pm Henry John Woodcock e il capitano del Noe Gianpaolo Scafarto. Dal verbale taroccato, pareva che la Musti accusasse Scafarto e il suo ex comandante Sergio de Caprio di averle fatto pressioni per “far esplodere la bomba” e “arrivare a Renzi”. La bufala, rilanciata a reti ed edicole unificate, servì allo stato maggiore del Pd (seguito a ruota dai partiti alleati e amici, inclusa ovviamente FI) per accusare i pm napoletani delle stesse nefandezze che Salvini & C. imputano ai magistrati siciliani e genovesi. “Lo scandalo Consip – tuonò Renzi – è nato per colpire me e credo che colpirà chi ha falsificato le prove per colpire il premier. Io lo so bene chi è il mandante”. Il presidente Matteo Orfini rincarò: “Questo è il Watergate italiano”, un caso di “eversione”, un “attacco alla democrazia”. Il capogruppo Luigi Zanda, l’ex segretario Ds Piero Fassino e il sottosegretario Riccardo Nencini, in perfetta coordinazione, strillarono al “complotto”. I ministri Franceschini e Pinotti si unirono al coro. Andrea Romano e Mario Lavia, direttore e vice dell’house organ “Democratica”, titolarono stentorei: “Il complotto”. L’ora era grave. Si attendeva lo schieramento delle Forze Armate a presidio delle istituzioni minacciate dalla magistratura deviata.

Poi, quando uscì il vero verbale della Musti (sul Fatto), si scoprì che era un Piano Sòla: l’indagine riguardava una coop emiliana vicina alla vecchia “ditta” del Pd (cioè non a Renzi, ma ai suoi avversari interni) e, portando delle carte di quel fascicolo, Scafarto aveva confidato alla pm di essere impegnato in un’altra indagine che portava al giro renziano (Consip). Acqua fresca, insomma. Ma nessuno rettificò, né si scusò, anzi il processo staliniano a Woodcock è proseguito fino all’altroieri sui media e in un Csm ormai scaduto e putrefatto, ma sopravvissuto a se stesso solo per sparare le ultime raffiche contro il pm napoletano (e pure contro Di Matteo).
Ora qualcuno dirà: qualunque scandalo investa il governo giallo-verde, parte il solito ritornello “E allora il Pd?”. Ma è esattamente l’inverso: è il Pd che, qualunque scandalo tocchi il governo giallo-verde, non ha alcun titolo per scandalizzarsi perché ha fatto le stesse cose e pontifica dal peggior pulpito possibile. Come quello dei giornaloni, del Csm e di pezzi dell’Anm che, quando Renzi & C. attaccavano i magistrati, non gridavano all’eversione, ma tacevano o si associavano. Il 16 settembre 2017, anziché ridicolizzare – carte alla mano – i delirii pidin-governativi, Repubblica li rilanciò con lo stesso armamentario dialettico di B&C. Titolo di prima pagina: “Caso Consip, manovre e veleni. Renzi: creato solo per colpirmi”. Editoriale del direttore: “La democrazia anormale”. E giù botte contro gli inquirenti colpevoli di “manipolazione delle carte giudiziarie… affinché fosse affondato l’allora primo ministro”, per “disarcionarlo” e “chiudere una carriera politica”. Un caso di giustizia a orologeria, con perfetta “tempistica”, per rovesciare il governo del povero Renzi (che per la cronaca, quando uscirono le prime notizie su Consip, si era già dimesso da due settimane). Seguiva un drammatico appello a chi di dovere (Quirinale? Ue? Nato? Onu?) sulla “necessità di liberare le istituzioni da pezzi di apparati che, come troppe volte nella storia d’Italia, agiscono in modo deviato ed eversivo” e usano il “metodo a strascico… con intercettazioni telefoniche e ambientali” (copyright a B.).
Ma c’è di più, come ricordiamo oggi a pag. 2 a beneficio degli  smemorati di Collegno. La Lega ha rubato 49 milioni di soldi pubblici al Parlamento e deve restituirli, o farseli sequestrare. Dunque ha ragione l’opposizione, cioè il Pd (stante comprensibile il silenzio di FI in tema di furti), a reclamare il bottino a nome dei cittadini derubati. Anzi avrebbe ragione se lo stesso Pd non avesse promosso al governo e in Parlamento un plotone di consiglieri regionali e comunali indagati nelle varie Rimborsopoli per altri soldi pubblici rubati: quelli per le spese politico-istituzionali dei gruppi consiliari. Tutto ciò non allevia di un grammo le colpe della Lega nelle ruberie e negli attacchi ai giudici: dimostra soltanto che il primo problema dell’opposizione, oltre al crollo di voti e consensi, è l’assenza di credibilità. L’oppositore che non si può zittire con un bel “senti chi parla” deve ancora nascere. O sta entrando all’asilo.

Le sfide

Si parte con 24 squadre divise in quattro gironi (due in Italia e due in Bulgaria). Le migliori quattro di ogni girone andranno al turno successivo portandosi dietro tutti i risultati acquisiti. Successivamente si formeranno quattro gruppi da quattro formazioni ciascuno. A passare al turno successivo saranno le quattro vincitrici, la migliore seconda dei due gironi giocati in Italia e la migliore seconda dei due gironi giocati in Bulgaria. Segue la terza fase con due gironi da tre squadre ciascuno. Poi semifinali incrociate e finale.

“Con più difesa possiamo anche farcela”

Non c’è azione di cui non sia protagonista. Dalle sue mani passano i palloni destinati agli attaccanti, che devono essere messi nelle migliori condizioni di schiacciare. A soli 22 anni Simone Giannelli è il regista della Nazionale italiana di pallavolo in cui ha esordito nel 2015, ancora diciottenne. Nel 2016, a 20 anni appena compiuti, insieme a Ivan Zaytsev, Osmany Juantorena, Filippo Lanza e altri, è stato titolare nella squadra medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio. “Silver boy”, o meglio “golden boy”. Freddezza, precisione e tattica sono doti che hanno fatto di lui il nuovo capitano del Trentino volley, club in cui è cresciuto, e il perno della squadra che da domenica disputerà i Mondiali in casa.

Giannelli, domani al Foro Italico di Roma esordite contro il Giappone. Siete pronti?

Abbiamo molta voglia di cominciare dopo un mese e mezzo di ritiro a Cavalese. Abbiamo lavorato su molti aspetti del nostro gioco su cui non eravamo riusciti a concentrarci. Siamo migliorati.

Nel 2015 lei, giovanissimo, è diventato titolare in un ruolo molto delicato. Deve impostare il gioco, decidere chi attacca, metterlo nelle migliori condizioni di farlo. È stato complesso per lei così giovane?

Di solito un palleggiatore diventa maturo intorno ai 25 anni. Io ho sempre cercato di cambiare questa tendenza. Certo, più si gioca più si ha l’esperienza per capire chi è il giocatore giusto da fare attaccare, ma da giovane ho anche una ‘spensieratezza sensata’, che non significa andare allo sbaraglio.

Da regista della sua squadra, come valuta la Nazionale?

Siamo molto completi sotto tutti i punti di vista, ma possiamo ancora fare di più in difesa. Oltre a Max Colaci, il nostro libero, uno dei più forti al mondo, possiamo tutti migliorare in questo settore. È un ‘fondamentale’ molto umile, ma importantissimo per fare bene contro le squadre più forti.

Quali sono gli avversari che temete?

Brasile, Russia, Stati Uniti e Francia sono molto forti e puntano sempre al massimo. Però anche le squadre che affronteremo, prima a Roma e poi a Firenze, sono formazioni che sulla carta non hanno nomi importanti, ma possono farci male, come il Giappone, l’Argentina (allenata da Julio Velasco, ndr), la Slovenia e il Belgio. Sono tutte squadre con cui abbiamo perso. Appena inizia a girare male si rischia di subire e anche molto. È una delle difficoltà della pallavolo. Non è come il basket, dove uno da solo come LeBron James può fare la differenza. Ci sono delle occasioni in cui anche le squadre più forti non riescono a trovare una soluzione e gli avversari sembrano fenomeni.

A proposito di fenomeni, sono passati vent’anni esatti dall’ultimo Mondiale vinto dall’Italia. Era la “Generazione di fenomeni” capace di vincere tre titoli iridati consecutivi dal 1990. Per voi è un peso o un esempio?

Quando loro giocavano io non ero nato. Sono del 1996 e l’ultimo Mondiale è del 1998, avevo due anni. Hanno fatto imprese incredibili che si racconteranno nei secoli dei secoli. Noi non dobbiamo cercare di imitare qualcuno. Dobbiamo scrivere la nostra storia senza la pressione della ‘Generazione dei fenomeni’.