Machete, el Hombre e lo Zar: l’Italvolley alla ribalta mondiale

“Lo zar”, “El hombre”, “Velcro”, “Cesto”, “Machete”: sono solo alcuni dei soprannomi con cui i ragazzi della Nazionale maschile di pallavolo si chiamano fuori e dentro il campo per non spegnere mai il divertimento. Ed è con questo spirito, leggero e insieme consapevole, che li ha preparati il commissario tecnico Gianlorenzo Blengini: “Sono ragazzi ambiziosi perché conoscono le proprie qualità e riconoscono quelle degli avversari, e sanno che è nel lavoro di preparazione quotidiano che si costruisce l’opportunità di vincere”. Il Ct sottolinea inoltre l’importanza del gruppo: “Non c’è solo il sestetto che scende in campo, in una squadra c’è bisogno del contributo di tutti”.

In attesa dell’imminente Campionato del mondo conosciamo i 14 ragazzi che proveranno a ripetere l’impresa olimpica di Rio 2016 coronata dalla medaglia d’argento. In quella rassegna, Ivan Zaytsev (lo Zar), la sua cresta rossa e i suoi 127 km/h al servizio (che ci ha aiutato nella semifinale con gli Usa) sono diventati il simbolo del movimento. E anche Ivan, attuale capitano, ha definito questa “la Nazionale del gruppo”. Ma chi sono gli altri? Iniziamo dai “ministri della difesa”, i liberi Salvatore Rossini (Totò) e Max (Velcro) Colaci, quest’ultimo capitano in pectore: “Il ministro è una carica notevole, mi piace,” sorride Max, “significa che in campo svolgo un ruolo importante”. Giocatore di lungo corso, il suo pensiero va all’ultimo Mondiale (Polonia, 2014) in cui l’Italia si è fermata alla seconda fase, classificandosi al 13° posto: “In questa edizione – prosegue Colaci – giochiamo in casa di fronte al nostro pubblico. Mi aspetto un gran Mondiale. Stiamo ricreando la stessa atmosfera di divertimento in campo che c’era due anni fa durante l’Olimpiade”. E alla finale di Rio ripensa anche Osmany Juantorena (el Hombre, ma anche la Pantera per la sua elasticità) per il quale Andrea Lucchetta ha inventato lo slogan Su le mani dai divani, su le mani per Osmany: “Sarebbe un sogno arrivare in finale anche a Torino. Noi siamo concentrati e rimaniamo coi piedi per terra. Anche se non partiamo da favoriti, possiamo far bene. Mi auguro che questa Italia possa arrivare sul podio”. Insieme a lui e Zaytsev nel comparto schiacciatori, il solido e affidabile Filippo Lanza (Pippo, classe 1991 e 138 presenze in Nazionale): giocatore volitivo, ha un tatuaggio sul gomito che rappresenta il suo mantra Tutto ciò che si sogna lo si può realizzare. E ancora il giovane siciliano Luigi Randazzo (Gigi), autore quest’anno di una straordinaria stagione a Padova; Gabriele Nelli detto Nello e il suo braccio armato al servizio – artefice di tre ace consecutivi durante la Volley Nation League contro l’ostico Brasile – e Gabriele Maruotti (il Duca) giocatore d’esperienza, eccellente in tutti i fondamentali. Completano il gruppo degli attaccanti, i centrali: l’energico e rapido Enrico Cester (Cesto) in maglia azzurra dal 2013, l’altissimo Daniele Mazzone (Mazzo, 2,07 mt) il cui muro ha fermato sia brasiliani e russi, Davide Candellaro (Cande) e il suo imprevedibile servizio jump-float, Simone (Machete) Anzani, che si dice orgoglioso di vestire la maglia azzurra: “Mi sento pronto e maturo per dare il mio contributo, per mostrare ai nostri tifosi una grande pallavolo e portare il nome dell’Italia in alto”.

Il collante di tutti questi campioni, che rende possibili le loro prodezze è il Wonder boy Simone Giannelli (Gian): imprevedibile e geniale, a soli 21 anni è tra i migliori palleggiatori al mondo. “Il talento di Simone – sostiene Blengini – è sotto gli occhi di tutti. Ha grande maturità e cresce in maniera continua”. Accanto a lui, un regista d’esperienza come Michele Baranowicz, (Il Bara), uno abituato a “non mollare e dare sempre il massimo”.

Elio: “Odio i processi online”. Zilli: “Sky decide, ma il rock può violare le regole”

“Internet e i social si sono trasformati in un mostro che inghiotte tutto”. Giovedì sera la prima puntata del programma andata in onda su Sky è stata l’argomento più discusso proprio sui social network e in tantissimi hanno preso le difese della regista. Magari gli stessi che in passato l’avevano insultata: “Internet è un’arma potentissima, a doppio e triplo taglio – spiega Elio al Fatto –: così come non mi piace usarla in bene, la odio quando genera effetti devastanti”. Il leader delle Storie Tese – che proprio quest’anno hanno lasciato le scene con il loro Tour d’addio – parla di “processi sommari, senza prove, basati sui like, che si aprono e si chiudono in un attimo. Io sono un po’ vecchio stampo, vorrei vedere dei fatti, delle prove”. Elio preferisce non entrare nel merito dell’affaire Asia Argento allontanata “di comune accordo” dalla giuria di X Factor, ma quando gli si chiede se trova giusta la scelta della produzione di mandare in onda le puntate registrate, che vedono la presenza della regista, ammette: “In questa storia di giusto non c’è niente. Ma mi sembra una scelta obbligata: sarebbe stato impossibile rimontare tutto. E lo dico perché come giudice ho partecipato a varie edizioni di X Factor, so come sono organizzati. A meno di non comportarsi come negli Stati Uniti, dove hanno cancellato Kevin Spacey sostituendolo all’improvviso con un altro attore. Ma lì siamo alla crudeltà”.

Certo, è anche vero che – considerando che contro Asia non ci sono procedimenti penali aperti, almeno finora – si poteva anche scegliere di proseguire con lei: “Le scelte che ha fatto negli anni Sky sono state contestate, ma poi in gran parte si sono rivelate azzeccate. Compresa la stessa Argento: quando è stata presa sono piovute critiche. E invece adesso sono in tanti a prendere le sue difese”.

E tra i tanti c’è anche Nina Zilli, anche lei tra gli “ex” giudici e data nei giorni scorsi in pole position per sostituire proprio Asia: “Lo sapevo benissimo – racconta al Fatto –, non avevo dubbi che sarebbe stata bravissima perché conosce a fondo la musica e chi conosce la sua storia lo sa. Sapevo che l’avevano scelta per questo”.

La cantautrice non ha potuto vedere la puntata di giovedì perché in tournée, ma non risparmia una stoccatina al programma: “Non ho gli strumenti di conoscenza per giudicare il caso che l’ha coinvolta. Capisco l’esigenza di un network che avrà le sue regole, però noi siamo rock’n’roll, per cui, se serve, le regole le dobbiamo pure violare”.

Tra le migliaia di tweet e post arrivati a sostegno della regista durante la messa in onda, ce ne sono alcuni di colleghi dello spettacolo. “Gran peccato che Asia non sia il quarto giudice – ha scritto Alba Parietti su Instagram –. A me, soprattutto in questo contesto, mi piace moltissimo. Asia avrà i suoi difetti, non ho condiviso molti atteggiamenti, non ho condiviso il voler personalizzare la battaglia sulla violenza, facendo secondo me più parlare di sé che del vero problema diffuso e generalizzato sulle fasce più deboli. Che lei certo non può rappresentare. Ma cazzo, questa volta per la legge del contrappasso ha pagato un prezzo troppo alto. […] Asia ha talento è un gran bel personaggio, dark, un angelo nero sofferente, antipatica ma perché non vuole piacere per forza. È forte, perfettamente integrata nella giuria”. Sempre su Instagram le ha fatto eco il coreografo Luca Tommassini, che negli anni scorsi ha curato tutte le esibizioni dei live: “Dopo la prima ora della nuova edizione di #xf12, la prima certezza: cacciando #AsiaArgento, #sky si è fatta un danno enorme. Complimenti a chi ha preso questa decisione illuminata”. Dalla regista e scrittrice Francesca d’Aloja su Twitter addirittura un avvertimento: “Dite quello che vi pare ma @AsiaArgento è BRAVISSIMA #XF12 ve ne pentirete”.

Il fattore Asia: a rimetterci sarà soltanto lo spettacolo

“No, X Factor no, dai”. Fino a un paio di anni fa, era questa la reazione obbligata di noi gucciniani adorniani con la puzza sotto al naso, anti-snob in tutto tranne che nella musica (pure quella pretesa popolare), indifferenti alla febbre dei talent show visti come diseducativi contenitori per la competizione tra rapaci non talentuosi, capaci di assecondare il carattere masochistico dello spettatore oltre che dei concorrenti e di sfornare prodotti commerciali privi di aura. Era ovviamente un antidoto alla spaventosa ipotesi di essere come tutti, una professione di fede nella canzone d’autore (preferibilmente italiana), nell’ascolto privato (o concertistico, ma senza telecamere), nel talento quale forza che emerge da sé come nei poeti romantici, senza bisogno del doping della effimera gloria della società dello spettacolo, che è “il capitale divenuto immagine” e dove “il vero non è che un momento del falso” (Guy Debord). Sicché, davanti a quello che ci pareva un karaoke dei padroni, ci siamo sempre detti “manco morti”.

Poi si sono viste per caso alcune puntate, e siamo guariti. X Factor, format britannico esportato da noi e altrove con pochissime variazioni, è un programma strepitoso. Si è capito che l’X Factor è sempre esistito, solo che prima si chiamava fuoco sacro, o quid, ed è quel qualcosa di indefinibile e inqualificabile capace di detonare l’esperienza dell’unicità; l’esibizione dal vivo, davanti a una giuria di esperti famosi, di una pletora di aspiranti cantanti, duetti o band, ci è apparsa non come il delirio narcisistico di una generazione in perenne attesa in ufficio di collocamento, ma come una performance teatrale, artistica e antropologica carica di straordinaria potenza.

Giovedì sera abbiamo confermato questa convinzione. Come in ogni ambito dell’ingegno umano, ci sono i furbastri, e chi si fa sanguinare i polpastrelli per allenarsi tutti i giorni per provare quel riff; chi pensa di stare alla Corrida, e chi senza sforzo fa risuonare un suono umano, disperato o felice; chi fa il cretino come fosse su Facebook, e chi porta sul palco un’aura speciale. Ma questa edizione ci conferma anche ciò che avevamo anticipato su queste pagine in un pezzo sulla censura sessuofobica da Codice Hays che si è abbattuta sul mondo dello spettacolo dopo le denunce del #MeToo. Per doppio paradosso, stavolta, a farne le spese è una delle persone che hanno contribuito a fondare e diffondere il movimento, cioè Asia Argento, che è contestualmente giudice in questa edizione. Cioè, lo è ancora, ma non lo è più, come il gatto di Schrödinger.

Perché, con la motivazione che “nessuna polemica deve interferire con la gara”, il canale ha deciso di mandare in onda le puntate registrate in estate, prima che un tale Bennet denunciasse pubblicamente Asia Argento di aver fatto sesso con lui quando aveva 17 anni (un reato in certi Stati d’America), e di sostituire Argento con un altro giudice per i live, cioè per le puntate future in diretta, nella presunzione che la supposta copula tra la irregolare artista e uno sconosciuto attorino potesse turbare il regolare svolgersi della gara (il manifestarsi del fattore X) o sottrarre manciate di share di benpensanti al popolarissimo programma. E qui Sky e FremantleMedia, che lo produce, ci hanno assai deluso (si fa per dire: sopravviveremo).

Chiunque abbia visto la prima puntata sa che quella di licenziare la Argento è una scelta sbagliata sul piano autoriale, oltre che ipocrita. Insieme a Manuel Agnelli (rigoroso), Fedez (una macchina da guerra) e Mara Maionchi (la più brava di tutti i talent di sempre), Asia Argento è perfetta nel ruolo: pensante, ironica, autentica, il contrario di quello in cui la sua battaglia, dialetticamente rovesciata, la stava trasformando. Sky non ha rinunciato a sfruttare la sua popolarità, mai così alta come in questo suo momento biograficamente difficile, salvo disfarsi di lei per adeguarsi a un Super-Io collettivo repressivo che mal sopporta, da sempre, gli artisti incontrollabili, liberi, sessuati, figuriamoci se donne.

La differenza tra cinema e tv è tutta in un solo, unico fotogramma

“La televisione vive di cinema ma il cinema muore di televisione”. Lo diceva Dino Risi in un passato prossimo che oggi trasuda di remoto: cosa avrebbe detto di Netflix? Forse si sarebbe astenuto dalla banalità che “Cannes muore di Netflix mentre Venezia gongola”. E infatti è proprio la Mostra a ospitare 24/25 Il fotogramma in più, saggio “dotto e scanzonato” che alterna sequenze d’archivio a interviste (a Tornatore e Augias) sul delicato rapporto fra il grande e il piccolo schermo, che certo non è una questione di dimensioni semmai di “velocità”. Perché alla base del Dna dell’uno e dell’altra sta proprio quel fotogramma “in più o in meno” che ha cambiato il nostro modo di guardare le immagini in movimento, dunque la nostra visione di mondo. E scherza bene Tornatore dicendo che “il cinema esiste grazie a un difetto del nostro occhio”, un difetto che la tv ha “corretto” con i suoi 25 fotogrammi al secondo.

Scritto e diretto da Giancarlo Rolandi e Federico Pontiggia per Rai Movie – dove andrà in onda oggi alle 13.30 – il film può definirsi il racconto del travaso della materia cinematografica in quella televisiva in una trasmutazione (spesso senza ritorno) endemica di narrazioni e personaggi. Rai Teche fornisce un patrimonio che va da Totò Lascia o raddoppia alle prime e goffe esperienze in tv di cine-dive come la Magnani ma anche alla disinvoltura del giovane Moretti di Sogni d’oro passando per la battaglia contro la pubblicità durante i film capitanata da Fellini.

Caput Roma? TotoPalma a Cuarón (non alla Capitale)

Roma vince Venezia. A dar retta ai critici, la 75esima Mostra chiuderà questa sera con un verdetto stracittadino, ma la nostra Capitale non c’entra nulla: Roma è un quartiere di Città del Messico, dove Alfonso Cuarón ha vissuto la propria infanzia e quindi ambientato un impeccabile – e furbetto – memoir in bianco e nero, sospeso tra invenzione e biografia, storie e Storia. Con sparute eccezioni, l’hanno elogiato tutti, stampa estera e nazionale, e pure il pubblico: il Leone d’Oro, dunque, andrà a un film messicano per il secondo anno consecutivo?

A presiedere la giuria è proprio Guillermo Del Toro, laureato dodici mesi fa per La forma dell’acqua, e grande amico di Cuarón: agli Academy Awards, dove con il terzo dei Three Amigos Alejandro González Iñárritu si sono spartiti quattro degli ultimi cinque premi per la regia, per loro hanno coniato l’hashtag #OscarsSoMexican, la Laguna potrebbe oggi ribattere con #LionsSoMexican.

Il direttore Alberto Barbera ha dichiarato imbarazzo alcuno per l’eventualità, depennando l’amicizia quale causa scatenante l’ambito felino: niente da eccepire, del resto – giura chi non se n’è perso nemmeno un fotogramma – Del Toro è già ringraziato da Cuarón nei titoli di coda. Sarebbe, in effetti, il Leone perfetto, per convenienza geopolitica – il ritorno in patria del cineasta dopo il trionfo di Gravity, ma con affaccio hollywoodiano – e opportunità streaming-festivaliera: Venezia fu la prima a mettere in concorso un film Netflix, Beasts of No Nation nel 2015, e tre anni più tardi isserebbe la piattaforma guidata da Reed Hastings sul gradino più alto del podio, altro inedito e Zeitgeist tremendo. Una coppa, si capisce, da alzare in faccia a Cannes, e chissà foriera di quali produzioni Netflix per il cartellone dell’anno prossimo: The Irishman di Martin Scorsese? Troppo giusto, e ancor più esatto, che Roma la spunti? Probabilmente sì, e nel caso il pubblico ha l’indiscusso beniamino nell’Opera senza autore di Florian Henckel von Donnersmarck, un thriller artistico-politico tra Nazismo e Germania Est che ha riscosso il Leoncino Agiscuola e qualche favore critico.

Le penne nazionali, chiamate a giudizio dal daily di Ciak, gli preferiscono il delizioso triplete “carta-twitter-corna” di Olivier Assayas Non-Fiction, che in tasca avrebbe già l’Osella per la sceneggiatura, e l’intrigante e cortigiano The Favourite di Yorgos Lanthimos, che potrebbe dividere la Coppa Volpi tra le tre magnifiche interpreti Olivia Colman, Rachel Weisz ed Emma Stone. Analoga porzione di stelle (3,8, Roma guida con 4,2) vanta il western igienico di Jacques Audiard, The Sisters Brothers, il cui protagonista John C. Reilly lotta per la Volpi con il Van Gogh Willem Dafoe (At Eternity’s Gate).

E gli italiani? Capri-Revolution punta il Marcello Mastroianni per l’interprete emergente con la capraia Marianna Fontana, Suspiria di Luca Guadagnino può perfino ambire al Leone d’Argento per la regia, che ha temibili pretendenti nel messicano Carlos Reygadas (Nuestro Tiempo), l’ungherese Laszlo Nemes (Sunset, che vince il Fipresci dei critici internazionali) e l’americano Brady Corbet (Vox Lux). Tra i riconoscimenti già assegnati, il Signis va a Roma, il Pasinetti dei giornalisti a Capri-Revolution e Sulla mia pelle (Alessandro Borghi nell’agonia di Stefano Cucchi dovrebbe laurearsi migliore attore a Orizzonti), le Giornate degli Autori segnalano C’est ça l’amour della francese Claire Burger, la Settimana della Critica Still Recording dei siriani Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub.

Starbucks a Milano, mia nonna con la moka la faceva più semplice

Se non sapete che a Milano ha aperto il primo Starbucks della nazione ci sono solo due possibilità: o vivete nell’area 51 infilati nel barattolo per alieni in salamoia o le notizie ve le filtra Rocco Casalino. L’evento ha avuto infatti una copertura mediatica impressionante, ma non c’è da stupirsi: apre una caffetteria in Italia. Vi rendete conto? È come se aprisse un sushi bar a Tokyo, una cevicheria in Perù, una piadineria a Riccione. Quelle cose che non ti aspetti, destinate a rivoluzionare abitudini e catena alimentare di un’intera nazione. Di fronte a questo evento di natura quasi insurrezionale, il Paese si è diviso in due fazioni: c’è la corrente Di Maio, per la quale l’apertura di Starbucks è un’opportunità di lavoro per molti ragazzi e quella salviniana, per cui #primailcaffèitaliano e quella bevanda nera che se la bevessero a casa loro. Chiudete i porti alle navi cargo brasiliane.

Il caffè lungo in tazza giusto a Malta. Perfino la storia del fondatore di Starbucks, Howard Schultz, è molto italiana. A un certo punto della sua vita, pur di far quadrare i bilanci, s’è messo a vendere il suo sangue. Ora sappiamo perché il povero Salvini si è fatto fotografare spesso sul lettino col laccio emostatico. Poi ci sono quelli che il giorno dell’inaugurazione, alle quattro del mattino, erano già in fila per essere i primi a entrare in uno degli esclusivissimi 3500 Starbucks del mondo a cui andrebbe dato il Tso di cittadinanza. Diciamolo: se sei italiano e punti la sveglia alle tre per andarti a prendere un caffè colombiano in Cordusio, vuol dire che nei test sulle personalità borderline riesci a fare peggio di Anna Oxa.

Del resto, la città di Milano ha vissuto questa apertura come l’evento del 2018: piazza Cordusio, giovedì, è stata chiusa al traffico dalle 16 e ai pedoni dalle 19, manco sotto la macchina del caffè avessero trovato un ordigno della Seconda guerra mondiale.

Il general manager di Starbucks ha dichiarato che per il punto vendita di Milano sono stati assunti 300 giovani da tutto il mondo. Trecento? Per fare dei caffè in una caffetteria? Mia nonna con una moka da 40 ml a Natale riesce a servire 78 caffè in sei turni a tutti i parenti, vicino di casa che porta la stella di Natale a mezzanotte compreso. Devo suggerire al general manager di Starbucks di contattarla per formare il personale. Va ricordato comunque che questo non è un normale Starbucks. Intanto, per dimensioni, è il terzo più grande del mondo. 2.300 mq, quindi se dite a una ragazza “ci vediamo da Starbucks per un caffè?”, sappiate che potreste non incontrarla mai. Poi si chiama Reserve Roastery, mica caffetteria. Poi nel negozio c’è l’impianto di torrefazione a vista, per cui i silos vengono caricati a lotti di 60 kg, il caffè tostato in 15 minuti e fatto passare attraverso dei tubi appesi al soffitto con sifoni e azoto liquido. Continuo a dire che mia nonna con la moka la faceva più semplice. Qui uno chiede un caffè e si aziona la macchina del tempo.

Comunque, siccome da Starbucks all’estero io ci vado e di sicuro non per il caffè servito alla temperatura di Venere ma per le bombe caloriche servite al posto dei nostri miseri cappuccini e delle nostre modeste brioches, ero già tutta gasata all’idea di dopare il mio colesterolo con una capatina in Cordusio e invece ho fatto un’amara scoperta. Non ci sono i frappuccini. Rendiamoci conto. Cioè, va bene che l’Italia in fatto di caffè è esigente, va bene che Milano è fighetta, però qualcuno spieghi al signor Starbucks che a Milano abbiamo Miuccia Prada ma pure Fabrizio Corona. È come entrare in un negozio Birkenstock e scoprire che dentro ci sono solo mocassini in pelo di cavallo pezzato. No, io voglio la ciabatta da tedesco alle Canarie. Voglio il frappuccino. Voglio uscire da Starbucks con i trigliceridi provati. Voglio sedermi al tavolo dopo aver fatto tre ore di fila (perché assumeranno pure 300 persone ma poi c’è sempre una ragazza sola che fa tutto, dal preparare il latte macchiato allo scrivere il tuo nome con la pronuncia uzbeka sul bicchiere), sollevare il muffin al cioccolato da sei etti dalla busta e intingerlo nella panna del mio frappuccino alla fragola il cui apporto calorico Chiara Ferragni se lo fa bastare sei mesi. E invece no. Fanno l’affogato con pallina di gelato raffreddata con azoto liquido. Fanno il Nitro Flat White. Fanno l’espresso frizzante, con acqua gassata, roba che se in Italia non volevano essere blasfemi, quando a Napoli arriva voce del caffè frizzante, le nuove puntate di Gomorra le girano in presa diretta da Starbucks a Milano. Cracco, dopo le polemiche sulla pizza eretica servita nel suo ristorante, è andato in terapia di gruppo con quello che ha detto che la mozzarella si poteva fare pure a Treviso e quello che ha detto che la pizza salsiccia e friarielli è pesante. Inoltre, c’è anche la degustazione di tre caffè in tazza, roba che se sei uno vagamente irascibile, esci da Starbucks e accoltelli il primo che ti sorpassa al semaforo.

Per il resto, da Starbucks in Cordusio, oltre alle cento varietà di caffè ci sono cocktail per l’irrinunciabile aperitivo milanese e la pizza di Princi per l’irrinunciabile voglia di pizza degli italiani. Mancano solo il tizio che suoni l’irrinunciabile mandolino e il cartonato di Monica Bellucci a dare il benvenuto all’ingresso e il nostro provincialismo è assecondato in via definitiva. Evviva il frappuccino.

“Civili o jihadisti, Assad ci ammazzerà tutti”

In trappola, in attesa di un destino segnato. Vivere e morire a Idlib, l’enclave nel nord della Siria, al confine con la Turchia: “Chi può cerca di scappare – racconta Mohamed Hanora, residente ad Azzaz, cittadina del territorio provinciale di Idlib –, ma non c’è scelta. Siamo sotto la tutela della Turchia, ma passare di là è impossibile. Da una parte Ankara ci protegge, dall’altra ci spara addosso se proviamo a superare il confine. Un tempo viaggiare in clandestinità tra Hatay (città della Turchia meridionale nei pressi del confine, ndr) e Idlib era facile e bastavano 100 dollari; adesso di dollari ce ne vogliono 3-4 mila, nessuno si assume il rischio. La nostra terra è sigillata, non entra e non esce nulla e nessuno. Mancano i generi di prima sussistenza, la scuole sono chiuse e gli ospedali funzionano a mezzo servizio”.

Sui civili chiusi nell’enclave di idlib, le rispettive propagande presentano numeri diversi: tra i 3 e i 4 milioni per gli osservatori internazionali; la metà per Damasco che di solito sul numero degli asserragliati ad Aleppo, Ghouta e Dara’a ha sempre centrato le cifre. Mescolati tra la popolazione civile, tuttavia, la coalizione a difesa del governo di Bashar al-Assad va a caccia di un numero di terroristi-ribelli che si aggira tra le 70 e le 80mila unità. Russia e Iran stanno dialogando con Erdogan a Teheran, ma al tempo stesso portano a termine azioni militari mirate.

Difficile fare selezione all’interno dell’ultimo bastione da riconquistare prima della fine ufficiale del conflitto siriano, a 7 anni e mezzo dalle prime proteste di piazza anti-regime. Attacchi in tempo reale: “Stanno bombardando su Jisr al-Shoughour – denuncia Mahmoud Kader, intrappolato nel capoluogo della roccaforte ribelle –. Presto toccherà a noi, Assad non guarderà in faccia a nessuno. Ogni giorno dagli aerei di regime gettano migliaia di volantini in cui chiedono ai terroristi e a tutti coloro che li sostengono di arrendersi, altrimenti moriranno come cani. Noi vogliamo vivere in pace, senza i terroristi, il male della Siria”. Il volantino sostanzialmente incute terrore sulla gente. Un misto di minacce e di sarcasmo in cui gli attaccanti intimano ai terroristi di uscire allo scoperto: “Vediamo se la Turchia vi aiuterà questa volta, se Erdogan farà qualcosa di buono per voi. Siamo pronti a colpire nel giro di 24 ore. Vi faremo fuori come a Ghouta e Dara’a, è una promessa”.

In mezzo ai civili c’è il peggio del terrorismo radicale sunnita. I numeri non mentono. Le evacuazioni dai centri attaccati nell’ultimo anno e mezzo dalla coalizione a guida russa dicono che almeno 50 mila combattenti, comprese le famiglie, sono stati convogliati a Idlib. A questi si devono aggiungere le basi di al Nusra, ex al Qaeda, pronti a cambiare nome e sostanza in Hts, Hayat Tahrir al-Sham, e di altre decine di gruppi terroristici: “I combattenti di Hts saranno al massimo 6mila, ma Assad con questa scusa attaccherà anche i civili”.

Rami Adham, originario di Idlib, vive all’estero dopo essere scappato all’inizio della rivoluzione, ma in Siria c’è andato spesso: “Lì ho i miei parenti – racconta – mi raccontano la loro paura e la ricerca di un posto sicuro dove nascondersi. Da un anno non riesco a rientrare, neppure clandestinamente, temo il peggio”.

Infine Thaer Mohamed, fotografo scappato da Aleppo durante l’assedio del 2016: “La resistenza ad Assad non finirà mai. È vero, dentro Idlib ci sono i combattenti di al Nusra, ma l’obiettivo del regime è eliminare la rivoluzione”.

I tre “cattivi” invitano l’Occidente al banchetto

Non ci sarà alcun cessate il fuoco per Idlib, ultimo rifugio dei ribelli moderati e radicali. E, molto probabilmente, non ci sarà mai, se non quando si arrenderanno.

L’incontro tra i cosiddetti “garanti di Astana”, ovvero i presidenti di Turchia, Iran e Russia a Teheran, sull’incombente maxi-offensiva del regime contro l’ultima roccaforte nella provincia settentrionale siriana si è concluso con un nulla di fatto. Ognuno è rimasto sulle proprie posizioni mentre sul terreno i caccia di Assad e Putin, d’accordo il presidente iraniano Rohani, bombardano le postazioni dei jihadisti più radicali che controllano il 60% della cruciale provincia a soli 35 chilometri dal confine turco. A chiedere la sospensione del primo round di raid, iniziato la settimana scorsa ma non su larga scala, è stato il presidente turco Erdogan. Il Sultano da giorni usa il pretesto di una probabile nuova ondata di profughi per tentare in realtà di impedire all’arci-nemico Assad di riconquistare tutto il Paese e dare una vera autonomia ai curdi siriani. Sia Erdogan sia il maggior partito di opposizione turco, il repubblicano Chp, vogliono scongiurare che la Siria diventi una federazione perché significherebbe la nascita della prima entità statuale curda. Fatto che potrebbe, dal punto di vista di Ankara, galvanizzare i curdi del Pkk legati a quelli siriani. I curdi siriani delle Unità di Protezione del popolo (Ypg) in questa che potrebbe essere l’ultima battaglia della guerra in Siria, combatteranno a fianco delle truppe di Assad. I loro nemici sono i jihadisti di Al Nusra e dell’Isis, così come i soldati turchi presenti nella provincia.

Alla richiesta turca, Putin ha risposto che un cessate il fuoco sarebbe inutile in quanto non potrebbe coinvolgere i gruppi islamici Al Nusra (legata ad al Qaeda) e dello Stato Islamico che non fanno parte dell’opposizione siriana essendo inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche. Rohani ha sottolineato che la Siria deve riprendere il controllo di tutto il territorio.

Teheran e Mosca hanno aiutato Assad a cambiare il corso della guerra contro una schiera di oppositori che vanno dai ribelli sostenuti dall’Occidente ai militanti islamici, mentre la Turchia è uno dei principali sostenitori dell’opposizione e ha invaso il nord del paese per impedire ai curdi di espandersi a ovest dell’Eufrate.

Putin per indorare la pillola a Erdogan ha sostenuto: “Penso che in generale il presidente turco abbia ragione. Ma non posso parlare con i terroristi di al-Nusra o dell’Isis per chiedere loro di smettere di sparare o usare droni armati”.

Nella dichiarazione finale, i tre hanno concordato sulla necessità di eliminare lo Stato islamico, il Fronte Nusra e altri gruppi collegati ad al Qaeda e designati come terroristi. Il comunicato ha inoltre invitato Onu e comunità internazionale a intensificare gli aiuti umanitari e a contribuire al ripristino delle infrastrutture. Tradotto: americani, europei e turchi lasciate vincere Assad e noi vi permettiamo di prendere parte alla ricostruzione con tutto il denaro che ne deriva.

Gli Usa sono stati criticati da tutte le parti in causa. Rohani ha detto che dovrebbero porre fine alla loro presenza in Siria, mentre Erdogan che la Turchia è “estremamente infastidita” dal sostegno di Washington ai curdi del Ypg.

Intanto il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito su richiesta Usa, e il mediatore per la Siria, Staffan de Mistura, ha affermato che “ora ci sono tutti gli ingredienti per una tempesta perfetta. I pericoli sono tanti e talmente complessi che qualsiasi battaglia per Idlib potrebbe trasformarsi in un orribile bagno di sangue”.

Gru: parola d’ordine, destabilizzare il nemico

La strada è lunga da Washington fino a Londra, ma sembra che in segreto le spie russe l’abbiano percorsa tutta. Gli uomini accusati nell’indagine del procuratore speciale Robert Mueller per l’interferenza alle elezioni americane 2016 e quelli additati da Theresa May per l’avvelenamento dell’ex spia Sergey Skripal in Gran Bretagna arrivano dalla stessa agenzia russa, il Gru, il Direttorato principale dell’informazione, che dipende direttamente dallo Stato Maggiore dell’esercito russo in teoria, ma quasi solo da se stesso in pratica.

Creata da Lenin nel 1918, quasi come opposto complementare della Ceka, il Gru – servizi segreti dei servizi segreti – è antagonista diretto del Kgb di ieri, dell’Fsb di oggi. Sospettati di furto informatico e interferenza alle elezioni presidenziali americane del 2016, oltre che di cospirazione e furto aggravato di identità, sono i suoi membri delle unità 26165 e 74455: Viktor Netyksho è il primo, Aleksey Potemkin è l’ultimo nella lista di Mueller. Secondo il Gran Jury i documenti del Comitato Nazionale Democratico di Hillary Clinton, le spie del Gru li rubano ad aprile e cominciano a pubblicarli a giugno 2016 con le identità on line Guccifer 2.0 e DCLeaks.

Anche gli investigatori inglesi sono convinti che facciano parte del Gru le due spie responsabili dell’avvelenamento di Skripal padre e figlia con il novichok, identificati come Alexandr Petrov e Ruslan Boshirov; i due ufficialmente lavoravano per l’industria farmaceutica statale russa Microgen.

In Europa la strada del Gru arriva fino in Spagna, dove Skripal lavorava come colonnello sotto copertura all’ambasciata russa negli anni ’90. Gli inglesi lo avrebbero reclutato per il doppio gioco nelle strade di Madrid. Le autorità del Cni, i Servizi spagnoli, hanno fornito ieri nuove informazioni: Skripal collaborava anche con Madrid indagando sulla mafia russa che sfreccia in Lamborghini in Costa del Sol. Prima di Skripal ad essere avvelenato a Londra con il nervino nel 2006 era stato un suo collega, Aleksandr Litvinenko; quest’ultimo è morto dopo una lunga agonia, Skripal è sopravvissuto e con la figlia è sotto protezione britannica.

Il Gru ha basi operative, risorse umane e ricognizione satellitare quasi ovunque nel mondo e le sue attività sono coperte da un alone di leggenda: nessuno arresta mai un membro del servizio segreto militare dai tempi di Stalin. A meno che qualcuno non parli. A soffiare nell’orecchio del procuratore Mueller i nomi dei dodici agenti che avrebbero avuto un ruolo nell’inquinare la campagna elettorale americana del 2016 – scrive Bloomberg – forse è stato un ex colonnello dei rivali dell’Fsb: Serghey Mikalkov. Se tutto quello che succede non è una “messa in scena straniera”, come dice Mosca, è una faida trasversale tra agenzie russe. Perché se “una spia rimane sempre una spia”, come ha detto il presidente Putin e come amano ricordare i russi, allora un traditore rimane sempre un traditore e non può essere mai perdonato.

Skripal ha bruciato le coperture di decine di agenti russi rivelandole agli inglesi all’MI6 e forse al Gru tutti la pensano come il colonnello Alksandr Gusak, responsabile di Litvinenko all’epoca della sua defezione: “Sono stato educato con idee sovietiche, spara ai traditori e piscia sulle loro tombe”.

Comizi, coltellate e colpi bassi: sono le elezioni, bellezza

“Quando semini odio raccogli tempesta. Promuovere certe attitudini non è mai positivo: non puoi dire che uccidere è legittimo. Non puoi dirlo. Ma, considerazioni a parte, ora chi si è reso responsabile dell’aggressione non deve rimanere impunito”. Così l’ex presidente Dilma Rousseff ha commentato l’attentato a Jair Messias Bolsonaro, l’ex capitano dell’esercito e candidato dell’estrema destra alle Presidenziali brasiliane d’ottobre con il Partido Social Liberal (Psl), accoltellato giovedì all’addome, mentre era portato in spalla dai militanti per le strade di Juiz de Fora.

Uno dei responsabili della campagna elettorale di Bolsonaro, Delegado Franceschini, ha chiesto alle autorità di considerare l’attentato un “delitto politico”, mentre il candidato alla vicepresidenza nel ‘ticket’ del Psl, Antonio Hamilton Mourao, è stato diretto: “Sono certo che il responsabile dell’attentato è del Partito dei Lavoratori (Pt)”: il partito dell’ex presidente Lula da Silva, ora in carcere, e di Rousseff.

Bolsonaro è fuori pericolo e ha già registrato un video per i suoi fan preoccupati. La stampa subito dopo l’attentato aveva raccontato che il politico era grave per una ferita al fegato. A pugnalare il leader – considerato xenofobo, razzista, oppositore dei diritti umani e difensore della tortura e dei torturatori dell’ex regime militare brasiliano – è stato Adelio Bispo de Oliveira, 40 anni, che subito dopo l’arresto ha farfugliato di aver agito “Per volontà di Dio”.

Una delle nipoti di Oliveira ha affermato a BuzzFeed che lo zio era attivo come missionario evangelico e viveva da alcuni anni lontano dalla famiglia. “Aveva strane idee”, ha dichiarato la donna riferendosi all’accoltellatore. Oliveira non sembrerebbe, però, essere un fanatico evangelico che s’ispira alla lobby delle ‘tre B’ Biblia, boi e bala (Bibbia, buoi e proiettili), come la deputata Erika Kokay (Pt) ha definito la numerosa lobby di religiosi evangelici, militari e ruralisti eletti a Brasilia, che rappresentano l’epicentro dell’elettorato populista di Bolsonaro. L’attentatore è stato dal 2007 al 2014 affiliato al partito del Psol da cui è uscito di sua volontà. Secondo la polizia, Oliveira avrebbe attaccato il candidato alle presidenziali per “motivi personali”.

Una seconda persona è stata fermata e rilasciata nell’ambito dell’inchiesta: la polizia ha sequestrato telefoni e computer in casa del responsabile dell’aggressione per capire se la sua azione sia stata premeditata. Oliveira ha 15.473 ‘amici’ sul suo profilo Facebook: sulla piattaforma ha criticato Bolsonaro in maniera generica e ha scritto che i governanti brasiliani devono essere messi al muro. Ma quello che spicca nel profilo virtuale di Oliveira è il suo accanimento contro le logge massoniche, di cui fanno parte – a suo dire – il presidente Michel Temer, l’ex prefetto di São Paulo, João Doria e il Movimento Brasil Livre.

L’unico contatto appurato fra la parte politica che sostiene Bolsonaro e la massoneria è questo: il vice candidato alla presidenza di Bolsonaro, il generale della riserva Antonio Hamilton Martins Mourão (come l’ex capitano considera il torturatore del regime militare, Carlos Alberto Ustra, un eroe) ha tenuto nel settembre 2017 un seminario promosso dalla loggia massonica del Grande Oriente. Durante quell’incontro il generale aveva immaginato un possibile intervento delle forze armate nel caso in cui le istituzioni non fossero state capaci di risolvere il “problema politico”. Sul web si è scatenata la guerra tra i supporter e gli oppositori di Bolsonaro: per alcuni l’attentato è una messa in scena.

Non è chiaro quando l’ex capitano uscirà dall’ospedale, ma sarà presto trasferito in altra struttura. La Borsa brasiliana, nonostante fosse in perdita, per quasi tutta la giornata di giovedì, ha avuto dati positivi. Tutti i candidati che, per alcune ore, hanno sospeso per solidarietà la campagna elettorale.