Il senso comune di un Paese che non ne può più

“Quasi tutti hanno troppo da perdere per volere davvero una rivoluzione”

(da “Essere #matteorenzi” di Claudio Giunta – Il Mulino, 2015)

Sarà pure il frutto più o meno avvelenato della propaganda populista, come dice in tv il vecchio leader comunista Fausto Bertinotti, ma oggi nell’Italia gialloverde il “senso comune” è una miscela esplosiva d’insofferenza, rabbia sociale, incertezza e paura del futuro che incombe su tutti noi come una nube tossica. Una sindrome o un incubo collettivo che Luciana Castellina, un’altra esponente della sinistra storica, ha definito “angoscia” in occasione della recente manifestazione indetta a Milano per contestare l’incontro tra Matteo Salvini e Viktor Orbán, il premier ungherese che guida il fronte “sovranista” anti-europeo. Ed è un’angoscia che dura da dieci anni, dall’inizio della crisi economica e sociale che ha sconvolto il mondo occidentale.

Viviamo ormai in un Paese sull’orlo di una crisi di nervi. Un Paese che non ne può più della vecchia politica, dell’establishment, dei privilegi, della corruzione, del malaffare, degli abusi e dei soprusi, dei ritardi e delle inefficienze di un apparato statale obsoleto. Non ne può più delle disuguaglianze che invece di diminuire continuano ad aumentare. Delle ipocrisie, degli opportunismi, delle rivalità, degli antagonismi che attraversano la cosiddetta classe dirigente.

Che cos’è, allora, questo “senso comune”? È l’idem sentire de republica degli antichi Romani, cioè la necessità di condividere lo stesso concetto dello Stato, un’omogeneità culturale e sociale almeno sulle questioni fondamentali per una comunità nazionale? Ovvero il buon senso, in cui si riconosce e s’identifica la maggior parte di una collettività?

Diciamo pure che è tutto questo, con in più il carico di un’ansia esistenziale che oggi attanaglia la popolazione in un mood di sfiducia e smarrimento. Una carenza genetica dci autostima che tende a esasperare quello che non funziona e a rimuovere quel poco o quel tanto che funziona. Noi italiani ci piacciamo meno di quanto statisticamente piacciamo agli stranieri. E in realtà, al di là delle debolezze croniche di un Paese fragile sotto il profilo sociale e ambientale, pur non riuscendo a crescere come gli altri siamo tuttora una delle prime cinque o sei economie del mondo e la seconda industria manifatturiera d’Europa.

Manca insomma quel feel good, quel sentirsi bene, che alimenta la speranza nel futuro e genera consenso. Anche il sistema mediatico ha certamente le sue colpe e le sue responsabilità. Ma non è solo una questione di buone e cattive notizie. Al fondo, c’è un vuoto morale, una caduta di tensione ideale, un deficit d’impegno civile che – per essere onesti – non riguardano esclusivamente la famigerata Casta.

Non sorprende perciò che in una stagione come questa i populisti riscuotano successo, in alternativa a un sistema che non corrisponde più alle aspettative, ai bisogni, alle domande dei cittadini. Finora, anzi, queste forze hanno fatto da filtro agli impulsi e alle spinte contro l’ancien régime, sia pure attraverso la demagogia e il giacobinismo dei Cinquestelle: chissà che cosa sarebbe accaduto se non fossero state convogliate e rappresentate dal loro Movimento. Ma ormai, di fronte alla crescente e preoccupante popolarità di un leader autoritario come Matteo Salvini, c’è perfino da pensare che la Lega possa essere un “male necessario” per rompere – come auspica Papa Francesco – “il silenzio del senso comune” e scuotersi dal torpore delle coscienze. Resta solo da augurarsi che il Paese ne abbia il tempo.

Renzi-telemaco e la coazione a ripetersi

Quando Renzi si è affacciato alla festa Pd di Ravenna al grido di “toccherà presto a noi!”, non sono riuscito a non pensare al soldato sconfitto che abbandona Mompracem appena riconquistata da Sandokan, urlando “torneremo e la riprenderemo!”. Alle sue spalle, uno sconfitto Lord Brook che sillaba: “Non torneremo più. Mompracem è persa”. Questi annunci fanno presagire che il renzismo stia rialzando la testa, sperabilmente per il suo ultimo atto. Tornerà, sorretto dal mantra clinicheggiante “i colpevoli sono là fuori” (e, stavolta, anche dentro) motto che ne condensa e riassume l’essenza, fatta di una ripetitiva coazione a ripetere che consiste nel chiamarsi fuori dopo aver condotto la nave sugli scogli, addossando ad altri le proprie responsabilità, per poi tornare in campo quando qualcuno si è occupato di togliere i detriti e pagare i danni.

Il livore diffuso l’altra sera da Telemaco era tuttavia eccessivo. Stavolta c’è dell’altro. Il nuovo movimento macroniano pareva infatti ormai cosa fatta, già dotato del vecchio slogan renzicalcatista “la fuori c’è solo odio e patologia”, salvo poi conoscere una brusca battuta d’arresto inferta dai sondaggi che quotavano al 3-4 per cento la nuova creatura telemaica. Pare che dopo questa ennesima doccia gelata, fredda quanto la notte del 4 dicembre, anche i più tenaci negatori della realtà abbiano visto tremare le posate della Leopolda. Per questo Telemaco ha dovuto ripiegare, arringando più tenacemente che mai ai suoi, attingendo direttamente dal frasario di Hal 9000: “Noi siamo, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore e incapaci di sbagliare” rispondeva il computer al comandante Bowman che gli chiedeva conto dei suoi svarioni. Il renzismo, come Hal, non contempla la messa in discussione. Costretto a circoscrivere una linea Maginot all’interno del Pd oggi bramato da Zingaretti, opera l’ennesima torsione puntando di nuovo la carabina verso i “nemici interni”, a suo tempo estromessi al grido di “scissionisti”, sperando che il canovaccio anche questa volta regga, e che il “Fuori! Fuori!” che accompagnò Bersani alla porta riecheggi anche alla prossima Leopolda. Altre mummie da cacciare, insomma.

Come un novello Cincinnato coltiva fantasia di folle che ne reclamano il ritorno, ingiustamente orbato da una stramba volontà popolare di uno scranno che ritiene suo di diritto. Oggi però c’è una sinistra, fatta dalle persone in carne e ossa, che spera. Se, volesse il cielo, davvero il renzicalcatismo fosse coerente e si richiudesse in un proprio movimento seguito dai fedelissimi, assisteremo finalmente all’epilogo di una storia già scritta. Il neo partito sarà sempre più strutturato sull’amore verso il leader unico, allergico alle regole di democrazia interna, intimorito dal voto popolare, incline alla defenestrazione e clinicizzazione del dissenso.

Se invece, come sembra, si avvinghierà a ciò che resta del Pd, lo trascinerà verso un inabissamento centrifugo definitivo. La scuola di Rignano non ha prodotto una classe politica di rango, né tantomeno lo ha fatto la breve (brevissima) scuola politica Pasolini. Hanno invece creato collettori di rancore che, gridando al fascismo, cercano di ergersi a difensori della tradizione democratica di quel Paese che ne ha decretato l’esilio. La speranza di tutti è dunque che la nuova “narrazione poetica” si concretizzi alla Leopolda, andando, come Icaro, incontro a una consunzione finalmente definitiva, schiantandosi contro quel principio di realtà bandito dalle mura leopoldine. Là fuori non c’è odio o malattia. È che fa un freddo cane.

Il codice civile contro Autostrade

In fondo Catone il Censore, il più grande nemico di Cartagine, non aveva motivi troppo validi per desiderare la distruzione della città. Nei decenni che erano trascorsi dalla sconfitta di Annibale essa aveva infatti rispettato gli accordi di pace e per mezzo secolo versò con regolarità a Roma le consistenti rate annuali in cui erano stati ripartiti i danni di guerra. A differenza di Catone il Censore, i cittadini italiani hanno invece ottimi motivi per desiderare che la concessione pluridecennale in favore di Autostrade per l’Italia sia rimossa dal governo Conte. Il crollo del ponte Morandi a Genova sembra aver compromesso la fiducia dell’opinione pubblica nell’affidabilità dell’azienda riguardo alla sicurezza dei quasi tremila chilometri di rete. Come si può far finta di nulla e lasciare inalterata la concessione e con essa le cospicue rate di profitti garantite dagli automobilisti?

Questo è il sentire comune di buona parte degli italiani, in particolare di coloro che in ciò che è accaduto vedono conferma alla loro convinzione che chi ha governato prima non abbia tutelato né il loro portafogli di automobilisti né la loro sicurezza. Ma, posto che per l’opinione pubblica la concessione di Autostrade delenda est, è possibile rimuoverla senza che la collettività abbia a subire dopo il danno del crollo anche la beffa di dover risarcire il danneggiante? Se ci si limita a leggere la convenzione in vigore la risposta è negativa e l’alternativa apparente è tra tacere e continuare a pagare oppure alzare la voce e pagare un multiplo.

Nella convenzione vi sono due fattispecie per la revoca: da un lato per scelta unilaterale del concedente, ad esempio a seguito della decisione di ritornare a una gestione pubblica diretta; dall’altro per giusta causa. Nel primo caso il concessionario ha diritto a titolo di indennizzo al pagamento del valore attuale al momento della revoca di tutti i ricavi futuri sino al termine della concessione al netto dei relativi costi. Questa clausola può sembrare equa tuttavia il lavoratore dipendente è ben consapevole che in caso di suo licenziamento senza giusta causa ha diritto come indennizzo solo a un paio d’anni di guadagni e noi ai 24 garantiti ad Autostrade. Nel caso di giusta causa è invece prevista la decadenza della concessione per persistente grave inadempienza del concessionario, ma anche in tal caso egli ha egualmente diritto a un indennizzo pari a tutti i profitti futuri, un valore che è stato stimato da diversi analisti tra un minimo di 8 miliardi di euro e un massimo di 20. Pertanto non vi è alcuna differenza tra cessazione della concessione per giusta o ingiusta causa dato che in entrambe le fattispecie i profitti futuri sono identicamente garantiti.

Come è possibile che un contraente pubblico abbia sottoscritto una clausola del genere, esentando preventivamente la controparte privata dalle conseguenze economiche di qualsivoglia suo scorretto comportamento e rinunciando preventivamente al diritto di interrompere senza costi un contratto che prevede prestazioni continuative per un lunghissimo periodo, corrispondente a più decenni, nel caso in cui il prestatore si riveli palesemente inadatto? Come è possibile che la revoca della concessione, che dovrebbe essere la sanzione più grave a carico di un concessionario inaffidabile, sia stata resa equivalente a nessuna sanzione? Eppure la risposta alla domanda è scritta molto chiaramente all’art. 1564 del codice civile che regola la risoluzione del contratto nel caso di fornitura di prestazioni continuative, come sono nel caso specifico i servizi di manutenzione della rete realizzati dal concessionario: “In caso d’inadempimento di una delle parti relativo a singole prestazioni, l’altra può chiedere la risoluzione del contratto, se l’inadempimento ha una notevole importanza ed è tale da menomare la fiducia nell’esattezza dei successivi adempimenti”. Più chiaro di così non potrebbe essere. La menomazione della fiducia non è altro che il timore di inadempimenti futuri, fondato su inadempimenti gravi effettivamente realizzati.

Questa è la norma in grado di descrivere alla perfezione e regolare il caso specifico. Pertanto non si faccia intimorire il governo in carica dalle clausole capestro che i suoi predecessori hanno sottoscritto, non tema il rischio dell’indennizzo miliardario, delle lunghe controversie giudiziarie e delle critiche degli organi di stampa che già si sono già premurati di produrre a difesa degli interessi del monopolista. Quello che si aspettano i cittadini, quelli che rischiano di essere licenziati per ingiusta causa con pochi mesi di stipendio di indennizzo, è l’esatto contrario, che uno Stato forte rimuova una situazione insostenibile, che licenzi Autostrade non concedendo un indennizzo ma chiedendolo e che trovi una soluzione per garantire la sicurezza della rete, tariffe ragionevoli per gli utenti e guadagni equi per il soggetto, possibilmente pubblico, che gestirà in futuro la rete.

Mail box

 

Caro Salvini, non risulta che la Costituzione tuteli i ladri

Roma ladrona, Lega padrona! Radicale mutazione genetica nell’organismo politico dirigente e militante della Lega che per anni ha utilizzato il primo slogan contro i partiti della Prima Repubblica. La Lega ladrona, presa con le mani nel sacco risponde di aver il consenso dei cittadini e dunque ritiene di potersene fregare delle decisioni di uno dei poteri dello Stato – la magistratura – che persegue chiunque rubi, tanto più se ai danni dello Stato, dunque di tutti noi cittadini. Prima si permettono indebitamente e inopportunamente di fare pressioni sulla stessa magistratura invitandola a occuparsi di cose più importanti, poi arrivano addirittura a invocare la Costituzione. Che non risulta tuteli i ladri.

Entrambi si pongono l’obiettivo di far rispettare le leggi che il consesso civile si è dato per vivere insieme e lo chiedono anche ai potenti, nonostante si vogliano considerare padroni e non al servizio del Paese; e se la Costituzione li garantisce, non è certo obiettivo dei magistrati chiudere i partiti. Fatelo sapere anche alla marziana Gelmini e al vaniloquente Gasparri.

Melquiades

 

Il numero quattro ricorre sempre per la famiglia Renzi

Il 4 settembre Tiziano Renzi e sua moglie Laura Bovoli, papà e mamma dell’ex presidente del Consiglio Matteo sono stati rinviati a giudizio dal Gup di Firenze. L’accusa è di false fatture per un ammontare di 160 mila euro. Con loro, accusato di truffa, c’è anche l’imprenditore Luigi Dagostino. E dire che solo poco tempo fa, Renzi senior in una lettera aperta aveva scritto: “Urlo con forza la mia innocenza”. Intanto il figlio Matteo grida al complotto e annuncia denunce. Ironia della sorte: il processo dei genitori inizierà il 4 marzo 2019. Si prospetta un bell’autunno caldo per la famiglia Renzi! Anche l’affare Consip non si farà attendere troppo. Sono aperte le scommesse: io dico che ricorrerà di nuovo il 4!

Massimo Testa

 

Il Pd è entrato in un limbo di armonia artificiale

“Si litiga troppo a sinistra” ricorre spesso nelle analisi politiche. Credo invece si sia litigato poco. O non abbastanza per archiviare la fase renziana. Così il più grande partito della sinistra è entrato in un limbo di armonia artificiale, dove non ha più né un capo, né una linea. Tutti guardano al congresso per rimettere in moto questo flaccido corpaccione, ma occorre andarci “già litigati”, cioè con i chiarimenti risolti, anche in modo duro, per non veder volare le sedie proprio nell’occasione che potrebbe ridare identità e direzione a un partito smarrito.
Massimo Marnetto

 

Bunker tedeschi sul mare in piedi dopo 80 anni

Leggo di “caducità del cemento” con riferimento a opere infrastrutturali con previsioni di vita intorno ai cinquant’anni, limite oltre il quale occorre necessariamente intervenire con lavori di manutenzione per assicurare la tenuta del manufatto. Si fa riferimento agli agenti di degrado tra cui spicca l’azione corrosiva della salsedine.

Non sono un ingegnere ma un buon osservatore. Sulle coste della Sardegna, soprattutto quella occidentale, nel corso dell’ultimo conflitto venne realizzata una serie infinita di bunker affacciati sul mare in attesa di uno sbarco nemico che mai avvenne. Dopo circa ottant’anni, queste opere, a due passi dal mare, sono ancora lì, intatte, senza segno alcuno di degrado, incuranti della salsedine, del feroce sole sardo e dell’impietoso maestrale.

Che sia perché i tedeschi il cemento ce lo mettevano davvero e nelle quantità previste?

Mario Ponti

 

Movimento 5 Stelle: unico riferimento a sinistra

Il banco di prova del Movimento 5 Stelle, come movimento meritevole dell’attenzione dell’elettorato di sinistra, è stata la chiusura della vicenda Ilva. Essa ha anche dimostrato l’assenza della dirigenza del Pd al fianco dei lavoratori nel recente passato. La chiusura della vertenza, con pieno raggiungimento degli obiettivi sindacali sull’occupazione e sulle tutele ambientali, ha visto un importante successo di Di Maio con il netto miglioramento di quei risultati deludenti ottenuti dal ministro Calenda, dal Pd e dal governo Gentiloni. Ora è chiaro a tutti perché il Movimento 5 Stelle sia diventato l’unico riferimento possibile a sinistra nella attuale fase politica. È la prassi quella che conta e non le salottiere elucubrazioni di principio, spesso anche mal digerite.

Avanti così e presto sarà ridimensionato pure il ruolo della Lega che, tutto sommato, rimane anch’esso fatto principalmente di slogan, razzisti o antimeridionalisti, che producono solo danni e nuovi nemici per un Governo del Cambiamento che ha già troppi nemici di suo.

Carlo De Lisio

 

I nostri errori

Nell’intervista pubblicata domenica scorsa a Carlo Verdone abbiamo sbagliato destinazione: la meta della sua vacanza da ragazzo non era Bratislava ma Breslavia. Ce ne scusiamo con lui, con i lettori e pure con le due città interessate.

FQ

Nazioni Unite. Non confondiamo la malattia con la terapia (seppur non sempre efficace)

 

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha riconosciuto il governo di unità nazionale di Al Serraj come solo governo legittimo della Libia, altrettanto fece la Ue. Qualora tale governo venga spazzato via, vuol dire che queste organizzazioni internazionali contano politicamente meno del due di briscola. Del resto, l’inefficienza dell’Onu è stata ampiamente dimostrata dal massacro di Srebrenica le cui vittime non ricevettero la protezione di questo inutile organismo internazionale. Fanno più danni di un asteroide che cade sulla Terra.

 

Maurizio Burattini

 

Caro Maurizio, i dinosauri sparirono dalla faccia della Terra, ammesso che sia stato per effetto della caduta di un asteroide, prima che le Nazioni Unite, l’Unione europea e qualsiasi forma di diplomazia multilaterale venissero inventate. Non attribuiamo loro responsabilità che non hanno; e non confondiamo la malattia con la terapia, magari inefficace. Il caos libico non l’ha creato l’Onu; e la Libia, Stato che non è nazione, non l’ha inventata l’Onu. L’Onu, magari, ha la responsabilità di non riuscire a mettere ordine. Ma non è mica facile: come l’Ue, l’Onu deve spesso giocare contro i propri Stati membri. Il governo Al Serraj è stato riconosciuto perché nel Consiglio di Sicurezza nessuno ha posto il veto. Ma, poi, gli stessi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che hanno diritto di veto, fanno scelte fra di loro diverse e talora in contrasto con l’avvenuto riconoscimento del governo Al Serraj: assenteisti gli Stati Uniti, disposti persino ad affidarsi a una cabina di regia italiana; interventista la Francia, a fianco del ‘grande nemico’ del premier Al Serraj, il generale Haftar; presenzialista, ma senza dare troppo nell’occhio, e comunque dalla parte di Haftar, la Russia; alla finestra, per il momento, la Cina e la Gran Bretagna, che fu invece interventista nel 2011. È un po’ quel che accade nell’Ue quando i governi non trovano accordi sulla politica da fare, ad esempio in tema di migrazioni, e poi se la prendono con le istituzioni comunitarie perché non agiscono. Il che non vuole dire che l’Onu, o l’Ue, o le altre sigle della diplomazia multilaterale funzionino bene: Somalia, Ruanda, Srebrenica sono un rosario di fallimenti negli anni Novanta. Ma spesso gli tocca aggiustare di giorno quello che gli Stati membri disfano la notte. E quando gli capita d’essere nel posto giusto al momento giusto, a Srebrenica, trovano un comandante sul terreno che preferisce voltare la testa da un’altra parte.

Giampiero Gramaglia

Zingaretti rottama D’Alema: “È il passato, servono leader nuovi”

“Ci vuole rispetto per tutti, ma tornare a leader del passato non è la soluzione ma parte del problema”. Nicola Zingaretti, candidato alla segreteria del Partito democratico, chiude le porte a una possibile alleanza con Massimo D’Alema. L’ex presidente del Consiglio, oggi esponente di Liberi e Uguali, è stato uno dei fautori della scissione dem ma dalla festa de “La sinistra” a Reggio Calabria aveva espresso il suo apprezzamento nei confronti del governatore del Lazio, aprendo anche a un riavvicinamento al Pd: “Se passasse dall’essere il partito di Renzi, che dice ai lavoratori che è contro i sindacati, a favore del lavoro precario, all’essere il partito di Zingaretti, io non sarei indifferente”. Evidentemente, però, il sentimento non è ricambiato: “Il cambiamento deve essere radicale e valere per tutti”, ha risposto il governatore su Twitter a un utente che gli chiedeva se fosse interessato alla proposta di D’Alema. “Io voglio costruire un progetto nuovo – ha spiegato – il futuro va cercato davanti a noi, non dietro di noi”.

Il militante cerca conforto e trova De Luca

“Ragazzi, coraggio! È bello vedere che nel Pd ci sono dei giovani”. L’anziano militante si avvicina al banchetto dei deputati dem, accanto al palco principale dei dibattiti della Festa dell’Unità di Ravenna. “Connessione aperta”, recita – altisonante – la scritta. Il riferimento è alla “connessione sentimentale” di gramsciana memoria tra popolo e intellettuali. Poi la spiega: “Ogni giorno qui nel nostro stand. Incontri con i deputati del Pd per ascoltare, parlarsi, provare a dare risposte”. Sarebbe una via di mezzo tra counselling psicologico e laboratorio politico. Il “vecchietto” (come lo hanno ribattezzato allo stand, visto che lo vedono tutte le sere) alle feste dell’Unità viene sempre e comunque. Cerca risposte, come tutto quel che resta del popolo del Pd: che politica vuole fare il partito? Chi sarà il segretario? Quando sarà il congresso? Cosa ha in mente Renzi? Ma ha capito che non le troverà. Giovedì, dopo l’intervento di Renzi, a sistemarsi sugli sgabelli dello stand per ristabilire la connessione di cui sopra, ci sono tre giovani deputati: due ignoti ai più, Carmelo Miceli e Diego Zardini. E uno noto per essere l’erede di una dinastia: Piero De Luca, figlio del potentissimo governatore della Campania, Vincenzo, che esibisce lo sguardo di chi cerca accudimento. Così, l’anziano militante, ormai talmente rassegnato al peggio da non aver neanche voglia di protestare, capisce che tocca ancora regalare una pacca sulla spalla e parole di incoraggiamento.

A Ravenna, lo stand è attivo ogni sera dalle 20 alle 22. Si sono alternati un po’ di illustri sconosciuti, qualche parlamentare di buona volontà (dalla Noja a Silvia Fregolent a Stefano Ceccanti) a volti un po’ più conosciuti (tipo Giachetti, Ermini, Fiano). Tra i big nessuno ha preso abbastanza seriamente l’iniziativa da mettersi a disposizione. Ogni giorno arrivano una decina di persone. Non portano grandi temi, ma problemi personali. “Il mio titolo può essere riconosciuto in Italia?”, chiede una ventenne di Ravenna, laureata in Sociologia a Parigi. Una famiglia si presenta con una piantina: vorrebbe la bretella di collegamento tra Forlì e Ravenna. “Che ne sarà della mia pensione?”, domanda una signora. Di sottofondo, gli echi di un gruppo di discussione sulla scuola condotto alle spalle dello stand da Francesca Puglisi, ex senatrice, che negli scorsi mesi ha messo in piedi una specie di #metoo alla pidina, per chiedere più spazio alle donne. “Abbiamo sbagliato, è vero, ma…”, è la frase che si sente di più. Autoanalisi.

Davanti, qualcuno ancora parla di Renzi. “Non sono arrivato in tempo per sentirlo, ma dicono che ha bucato lo schermo e che sembrava Panariello. Chissà se è vero”. Altro genere di domande senza risposta certa che si pone Diego. Accanto a lui, Massimo Castellucci, ex consigliere comunale di Meldola, si ferma al banchetto per un’oretta. Tra un ricordo (“Vengo da una famiglia povera, sono del Pci da quando ero bambino”) e una battuta, suggerisce: “Qui sono tutti incazzati con quelli che sono usciti dal Pd. Chiedono unità”. Richiesta vecchia come il cucco, ritornello abusato, ricetta destinata a essere disattesa pure fuori tempo massimo.

Matteo, i dem e altri rancori. La Lega fa paura pure a Firenze

Cosa ancora resta di Matteo Renzi a Firenze? “Il rancore”, dice Fabio Picchi, chef e oratore, bottegaio di alta qualità. “Se il rancore non vincerà, e io penso di no, Firenze alle prossime elezioni rimarrà dov’è”.

Sulla strada del rancore le lancette dell’orologio ritornano al secolo scorso. Graziano Cioni, insigne uomo d’apparato quando il Pci decideva anche le feste comandate, c’era e oggi in qualche modo ritorna. Ha 72 anni: “La nostra lista si chiamerà Punto e a capo. Raccoglierà gli anziani, quelli della sinistra classica allargata, socialisti e comunisti. I nostri voti non sono pochini, penso che almeno al dieci per cento arriveremo”. Firenze voterà a maggio prossimo, l’unica grande città abbinata al turno delle Europee, e la previsione fosca di un altro grande passo in avanti della Lega di Salvini, col Pd che rischia di sbracare. “Il problema è questo: se non diamo un aiutino al Pd, vince Salvini. Dario Nardella, il sindaco uscente, non è il problema. Alla fine si può dire che è un bravo figlio. Però c’è lui che gli fa ombra… Dunque dobbiamo capire come fare. Perché bastonare Renzi, e la voglia è tanta di dargli la legnata definitiva, significa aprire le porte di Palazzo Vecchio al centrodestra. E la paura fa novanta”.

La strada del rancore è infinita e chi vota a sinistra deve decidere. Prende Nardella e si tura il naso, o cambia nome e va all’avventura? Sul nome un’idea pure ci sarebbe. Potrebbe per caso essere Tomaso Montanari, lo storico dell’arte e presidente di Libertà e Giustizia? “Qualcuno me ne ha parlato. Lo spirito di avventura non mi manca, ma il principio di realtà va pure rispettato. Qua non si tratta di trovare un nome ma un popolo. Non si tratta di unire la sinistra ma cambiare le politiche che hanno portato la sinistra alla sconfitta. Firenze oramai è svuotata di identità, consumata nell’anima da questa economia malata, un turismo che la invade e la svuota di senso, le cambia i connotati. Ha visto che non ci sono più fiorentini nel centro storico? È oramai una città appaltata ai visitatori, che perde il senno di se stessa ogni giorno di più. Cambiare politica significa rivoltare Firenze come un calzino. Ma dov’è che si discute? Dov’è questo sentimento comune?”.

Già, dov’è? Stasera siamo fortunati: appuntamento alla casa del popolo di Settignano, sulle colline. Quartiere borghese e affluente e perciò ancora sentimentalmente legato al potere storico e ufficiale.

La sala è gremita, solo capelli bianchi però. Alza la mano Nadia: “Voterò ancora Pd, sperando che abbiano capito la lezione. Non può essere che qualcosa di buono non si sappia fare più”. Armando la ferma: “Ti racconto questa storia, così poi capisci anche tu. Qualche mese fa nel mio condominio vennero a trovarci i ladri. La cosa un po’ ci inquietò e ci mettemmo a discutere su cosa fare, come sorvegliare meglio le nostre cose. I ladri (la polizia ci ha detto che era gente dell’est), ci hanno fatto una nuova visita qualche settimana dopo. Quando ci siamo ritrovati nella nuova riunione di condominio non c’è stata discussione: si vota Salvini”.

La Lega ha il suo zoccolo duro dove le case del popolo sono più attive, nei quartieri popolari e periferici, nell’elettorato anziano e proletario figlio del Pci. Era all’undici per cento a marzo, oggi già viene valutata al 21, e il dato è in salita. Cinzia sbotta: “Anche a me hanno svaligiato casa, ma non mi sono neanche sognata di votare Lega. Io ho scelto i Cinquestelle alla Camera, al Senato Potere al popolo. Al Pd mai più”. Eccola lì un’altra mano che si alza: “Anch’io Cinquestelle. Mi sono anche iscritto al Movimento. Mi sono cancellato dopo un mese, quando hanno iniziato a dire le fregnacce sui vaccini. Non fanno per me. Però Nardella come si fa a votarlo? O mi astengo, oppure se c’è Potere al popolo… Anche se sono vecchi, hanno idee vecchie, sarà un voto di mera testimonianza”. Massimo: “Non voterò. La Fornero mi ha fatto fare l’infermiere per 43 anni, perché 40 le sembravano pochi. A Careggi s’era immaginato di fare qualcosa di nuovo almeno sindacalmente perché la Cgil era una appendice della direzione generale. Abbiamo costituito i Cobas. Ma dopo tre mesi ci siamo scissi ed è nata una nuova sigla, Snai Cobas, e poi altri tre mesi dopo e un’altra sigla ancora: Slai Cobas. Così siamo noi di sinistra, non ce la facciamo a stare insieme”. Andrea, insegnante in pensione: “Ho il terrore dell’unità delle sinistre. Perché se metti insieme tutte le idee sbagliate fai solo uno sbaglio più grande ancora”. Roberto: “Io chiederei umilmente di pensare a reiscriverci al Pd. Sarò un sognatore, ma dovremmo cercare di riportare il partito in pista”. “Cosa vuoi fare te?”, domanda spaventata la compagna che gli siede al fianco.

È mezzanotte, si va a casa. Arrivederci Firenze.

L’Austria avvia l’iter per dare cittadinanza ai sudtirolesi

“Un atto curioso”. Così il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi commenta la notizia sull’avvio, da parte dell’Austria, della procedura per concedere il passaporto austriaco ai cittadini altoatesini di lingua tedesca. Che sono circa 335 mila, ovvero il 74% degli abitanti dell’Alto Adige. La questione dell’autonomismo sudtirolese è antica e affonda le radici nel Novecento, con periodi turbolenti segnati da attentati dinamitardi e violenze. Oggi, a fronte del fatto che nella provincia di Bolzano la prima lingua è il tedesco, il premier austriaco Sebastian Kurz torna a soffiare sul fuoco autonomista stuzzicando gli istinti dei sudtirolesi che vorrebbero essere austriaci e non italiani. “La volontà dell’Austria di concedere il doppio passaporto è un atto ostile. Il governo deve rispondere con chiarezza e durezza perché è in gioco la nostra sovranità e l’integrità territoriale dello Stato italiano”, tuona Giorgia Meloni, che fa sua una storica battaglia del Msi che qui è sempre stato paladino dell’italianità. La questione sarà protagonista delle prossime elezioni regionali trentine e provinciali (a Bolzano), con la Lega come nuovo riferimento degli autonomisti Svp.

Il leghista Giorgetti salta l’incontro alla Festa dell’Unità

“Devo occuparmi dei dipendenti della Lega che dobbiamo licenziare”. Giancarlo Giorgetti lo spiega così al Fatto il forfait alla Festa dell’Unità di Ravenna. Un appuntamento preparato da mesi e arrivato proprio il giorno dopo la sentenza del Riesame sui 49 milioni del Carroccio: “Primum vivere”, spiega. Non una metafora, visto che alla festa del Fatto aveva dichiarato che – in caso di condanna – il partito sarebbe morto. Il sottosegretario a Palazzo Chigi è da sempre considerato dal Pd l’unico interlocutore dentro la Lega. Ma il tessitore, quello che ha buoni rapporti con tutti, stavolta semplicemente non si presenta, non si espone a un dibattito difficile, sia per il momento, che – forse – per la platea. Matteo Orfini, che doveva fare il dibattito con lui, racconta che giovedì pomeriggio l’organizzazione ha cercato invano il sottosegretario. Niente. Lui non ha mai risposto. Così, ieri mattina il Pd ha annullato l’incontro. Qualcuno collega la “buca” di Giorgetti all’attacco frontale di Matteo Renzi giovedì, che più volte ha gridato a Lega “ladrona”. Ma al Pd raccontano che – anche se non c’è stata una comunicazione ufficiale – lui aveva già deciso giovedì mattina, dopo la sentenza. Quel che è certo è che il sottosegretario il suo pomeriggio ieri l’ha occupato in altro modo: in via Bellerio a Milano ha ricevuto gli avvocati Giovanni Ponti e Roberto Zingari. La Lega cerca una soluzione per risolvere una situazione che si fa sempre più complicata: l’opzione partito unico con Forza Italia non è all’ordine del giorno. L’ipotesi in campo, allora, resta quella di un nuovo soggetto politico, non riconducibile al vecchio Carroccio. Ma niente è semplice: nella Lega si naviga a vista. E resta una curiosità: la platea di Ravenna avrebbe accolto Giorgetti con gli applausi, come ha fatto praticamente con tutti finora (anche con Roberto Fico e con la Casellati) o lo avrebbe identificato come il nemico?