“Quasi tutti hanno troppo da perdere per volere davvero una rivoluzione”
(da “Essere #matteorenzi” di Claudio Giunta – Il Mulino, 2015)
Sarà pure il frutto più o meno avvelenato della propaganda populista, come dice in tv il vecchio leader comunista Fausto Bertinotti, ma oggi nell’Italia gialloverde il “senso comune” è una miscela esplosiva d’insofferenza, rabbia sociale, incertezza e paura del futuro che incombe su tutti noi come una nube tossica. Una sindrome o un incubo collettivo che Luciana Castellina, un’altra esponente della sinistra storica, ha definito “angoscia” in occasione della recente manifestazione indetta a Milano per contestare l’incontro tra Matteo Salvini e Viktor Orbán, il premier ungherese che guida il fronte “sovranista” anti-europeo. Ed è un’angoscia che dura da dieci anni, dall’inizio della crisi economica e sociale che ha sconvolto il mondo occidentale.
Viviamo ormai in un Paese sull’orlo di una crisi di nervi. Un Paese che non ne può più della vecchia politica, dell’establishment, dei privilegi, della corruzione, del malaffare, degli abusi e dei soprusi, dei ritardi e delle inefficienze di un apparato statale obsoleto. Non ne può più delle disuguaglianze che invece di diminuire continuano ad aumentare. Delle ipocrisie, degli opportunismi, delle rivalità, degli antagonismi che attraversano la cosiddetta classe dirigente.
Che cos’è, allora, questo “senso comune”? È l’idem sentire de republica degli antichi Romani, cioè la necessità di condividere lo stesso concetto dello Stato, un’omogeneità culturale e sociale almeno sulle questioni fondamentali per una comunità nazionale? Ovvero il buon senso, in cui si riconosce e s’identifica la maggior parte di una collettività?
Diciamo pure che è tutto questo, con in più il carico di un’ansia esistenziale che oggi attanaglia la popolazione in un mood di sfiducia e smarrimento. Una carenza genetica dci autostima che tende a esasperare quello che non funziona e a rimuovere quel poco o quel tanto che funziona. Noi italiani ci piacciamo meno di quanto statisticamente piacciamo agli stranieri. E in realtà, al di là delle debolezze croniche di un Paese fragile sotto il profilo sociale e ambientale, pur non riuscendo a crescere come gli altri siamo tuttora una delle prime cinque o sei economie del mondo e la seconda industria manifatturiera d’Europa.
Manca insomma quel feel good, quel sentirsi bene, che alimenta la speranza nel futuro e genera consenso. Anche il sistema mediatico ha certamente le sue colpe e le sue responsabilità. Ma non è solo una questione di buone e cattive notizie. Al fondo, c’è un vuoto morale, una caduta di tensione ideale, un deficit d’impegno civile che – per essere onesti – non riguardano esclusivamente la famigerata Casta.
Non sorprende perciò che in una stagione come questa i populisti riscuotano successo, in alternativa a un sistema che non corrisponde più alle aspettative, ai bisogni, alle domande dei cittadini. Finora, anzi, queste forze hanno fatto da filtro agli impulsi e alle spinte contro l’ancien régime, sia pure attraverso la demagogia e il giacobinismo dei Cinquestelle: chissà che cosa sarebbe accaduto se non fossero state convogliate e rappresentate dal loro Movimento. Ma ormai, di fronte alla crescente e preoccupante popolarità di un leader autoritario come Matteo Salvini, c’è perfino da pensare che la Lega possa essere un “male necessario” per rompere – come auspica Papa Francesco – “il silenzio del senso comune” e scuotersi dal torpore delle coscienze. Resta solo da augurarsi che il Paese ne abbia il tempo.