“Le toghe fanno i concorsi i politici invece i comizi”

Il ministro della Giustizia cammina per il suo studio e mostra lo smartphone: “Il Greco, l’organo anticorruzione del Consiglio d’Europa, scrive che le nostre proposte vanno nella direzione giusta. Eppure qui in Italia in tanti si ostinano a cercare quello che non c’è, anche se il nostro disegno di legge è una vera e propria rivoluzione”. Alfonso Bonafede è convinto di aver portato a casa un grande risultato con il suo ddl anti-corruzione. Ma ora il testo dovrà superare il vaglio del Parlamento.

Matteo Salvini parla di “processi politici” e sostiene che “qualcuno” vuole fermarlo. Un pericoloso attacco ai giudici, no?

Io ho un obiettivo, far uscire la giustizia dal pantano del dibattito politico, e questo sto facendo. Non mi diverte commentare dichiarazioni.

È grave assistere a un ministro dell’Interno che si paragona così ai giudici: “Io sono un eletto, loro no”.

Non penso che Salvini abbia nostalgia di quando la Lega governava con Berlusconi. Rievocare toghe di destra e di sinistra è fuori dal tempo. I magistrati fanno un concorso, i politici le campagne elettorali: non c’è nessuna anomalia.

L’Associazione nazionale magistrati l’ha accusata di non difendere i giudici.

Come ho già detto, non sono il sindacalista dei magistrati. Non sono pro o contro i giudici: lavoro per i cittadini. Ma difendo l’autonomia della magistratura.

Lei è molto soddisfatto dal ddl Anticorruzione, però il Daspo a vita per i corrotti non c’è più, sostituito dalla possibilità della riabilitazione dopo alcuni anni. Avete dovuto ammettere che era incostituzionale.

Il Daspo a vita c’è eccome, perché è prevista l’incapacità perpetua per il condannato a più di due anni di carcere, che non potrà mai più avere rapporti con la Pubblica amministrazione. Però c’erano dei limiti costituzionali da rispettare, e così è stato necessario dare una possibilità di reinserimento, prevista anche per i reati più gravi. Ma la riabilitazione si può chiedere solo tre anni dopo aver scontato la pena e noi abbiamo stabilito che, se accordata dal giudice, possa scattare solo dopo 12 anni. Considerando che una condanna per corruzione si aggira di solito attorno ai sei anni, ci vorranno mediamente 21 anni per essere riabilitati.

Basta come deterrente?

Assolutamente sì. Anche perché noi cancelliamo tutte le misure deflative, quindi i corrotti la galera la faranno per davvero, e tutta. I colletti bianchi prima la scampavano quasi sempre, ma ora ci penseranno mille volte prima di pagare una mazzetta.

Il presidente dell’Anm, Francesco Minisci, sul Corriere della Sera ha fatto notare come il Daspo non sia previsto per le persone giuridiche, cioè per le imprese.

Minisci evidentemente non ha letto nel dettaglio il testo, perché il Daspo per le imprese c’è e dura cinque anni. Prima era di un solo anno. Ma già giorni fa qualcuno si lamentava che non ci fosse cenno ai pentiti, e invece i pentiti sono previsti dal testo.

Le critiche e i suggerimenti sono leciti, non pensa?

Rispetto tutte le opinioni, ma trovo davvero assurdo che l’Anm, di fronte a una legge di tale portata, lamenti l’assenza di un intervento sulla prescrizione. Già giovedì sera ho spiegato che la riforma di questo istituto arriverà entro fine anno. Mi aspetto che gli addetti ai lavori parlino della norma.

Però senza riformare la prescrizione i processi dureranno all’infinito e il Daspo resterà lettera morta. Tanto che Minisci suggerisce anche di applicarlo in via cautelare durante le indagini.

Non si può, perché è una misura molto incisiva. Bisogna attendere una sentenza definitiva, tanto più che ci sono già diverse misure cautelari per salvaguardare la società, che noi abbiamo incentivato. Per esempio abbiamo aumentato le pene per il traffico di influenze illecite, che sarà soggetto a misure cautelari.

Però la prescrizione è un nodo. Anche la Lega non tifa per allungarla.

La riforma è prevista nel contratto di governo.

Ma è legata a un aumento del personale nel comparto della giustizia. Ergo, servono soldi. Quanti?

Non parlerò di numeri finché non saranno certi. Ma le assunzioni ci saranno, sia in termini di magistrati che di personale di cancelleria. Ne ho già discusso con il ministro della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno.

Dopodiché la prescrizione va fatta. Come?

Il punto di partenza sarà sempre il suo congelamento dopo la sentenza di primo grado. Ed è possibile una particolare prescrizione per i micro-reati, che rappresentano un problema per le procure.

Ne dovrete parlare con Salvini, severo con il suo ddl: “Il Parlamento modificherà, perché certi passaggi mettono sotto inchiesta 60 milioni di italiani”.

Non ci saranno 60 milioni di indagati, come non ci sono 60 milioni di corrotti. Il ddl è stato approvato in Consiglio dei ministri, quindi sul testo il governo è compatto. Poi ci potranno essere miglioramenti, ma la sostanza non cambierà: chi sbaglia paga.

Non cambierà neppure la norma che traccia i finanziamenti a partiti e fondazioni collegati a essi? A proposito, cosa prevede?

La norma deve ancora essere perfezionata, ma è già nel testo, con il consenso della Lega. E su questo punto c’è grande attenzione da parte del presidente del Consiglio Conte.

Molte persone potrebbero avere un legittimo interesse a non far sapere che finanziano la politica.

E allora non daranno i soldi a un partito.

“Carcere duro” per il capo dei Casamonica. Disposto il 41-bis

Su richiesta della Dda di Roma, confermata dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, è stato disposto il regime speciale previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, il cosiddetto “carcere duro” nei confronti di Giuseppe Casamonica: è ritenuto il capo dell’omonimo clan mafioso che controlla i quartieri Tuscolano e Anagnina, nella zona est della Capitale. Giuseppe Casamonica era tornato in carcere lo scorso 17 luglio, quando i carabinieri di Roma sferrarono un blitz tra la Capitale e le provincie di Reggio Calabria e Cosenza che portò a 33 arresti tra esponenti del gruppo e loro affiliati. L’organizzazione è considerata a tutti gli effetti un clan mafioso e gli arrestati sono ritenuti responsabili, in concorso fra loro e con ruoli diversi, di aver costituito un’organizzazione dedita al traffico di droga, estorsione, usura, commessi con l’aggravante del metodo mafioso. Al momento dell’arresto, a luglio, Giuseppe Casamonica era tornato in libertà da pochi giorni dopo aver scontato una condanna a circa 10 anni per traffico di droga.

Politici, magistrati e attivisti: cadono gli dèi dell’antimafia

Cadono, gli dei dell’antimafia. Ora traballa anche la reputazione di Giuseppe Falcomatà, sindaco di Reggio Calabria. Per colpa dei messaggi scambiati con il genero del boss Pasquale Libri, che poi al telefono riferiva alla moglie, Serafina Libri: “Mi ha chiamato Falcomatà e mi ha detto se voglio la ‘Luna ribelle’”. E ancora: “Mi ha detto se voglio il bar del Museo”. Due locali cool sull’incantato lungomare di Reggio, che sarebbero da assegnare non via sms, ma con asta pubblica. Falcomatà smentisce tutto, non è indagato, e solo gli esiti dell’inchiesta ci diranno chi ha ragione.

Ma intanto cadono, gli dei dell’antimafia. In Calabria, in Sicilia, in Campania. A Palermo, da anni predicava la necessità di combattere il pizzo imposto da Cosa Nostra ai negozianti. Poi, il 2 marzo 2015, Roberto Helg, da quasi dieci anni presidente della Camera di commercio palermitana, viene arrestato in flagranza di reato, mentre intasca una tangente da 100 mila euro estorta al pasticciere Santi Palazzolo, in cambio della promessa di non lasciare il suo spazio commerciale dentro l’aeroporto di Palermo.

Fu un duro colpo, per i palermitani che consideravano Helg un paladino dell’antimafia. Qualcuno riconsiderò allora le parole pronunciate pochi mesi prima da Don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera: “L’antimafia è ormai una carta d’identità, non un fatto di coscienza. Se la eliminassimo, forse sbugiarderemmo quelli che ci hanno costruito sopra una falsa reputazione. L’etichetta di antimafia oggi non aggiunge niente. Anzi”.

Il primo caso della mafia che si fa antimafia va in scena a Villabate, nei primi anni Duemila: Francesco Campanella, presidente del consiglio comunale, fonda l’Osservatorio per la legalità e consegna un premio a Raoul Bova, che in tv aveva prestato la sua faccia al capitano Ultimo che aveva arrestato Totò Riina. Peccato che Campanella avesse avuto il mandato direttamente dal capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Solo in seguito si rimise in pari, diventando collaboratore di giustizia.

Poi è arrivato Helg. Infine è toccato ad Antonello Montante, ex presidente di Confindustria siciliana ed ex delegato nazionale alla legalità di Confindustria nazionale: arrestato nel maggio 2018, non solo era finito sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa a seguito delle testimonianze di alcuni pentiti (accuse che finora non hanno però trovato sufficienti riscontri), ma aveva anche creato un sistema di spionaggio che coinvolgeva personaggi delle forze dell’ordine e dei servizi segreti.

E Silvana Saguto? Il suo caso è clamoroso, perché riguarda una giudice che per anni ha guidato la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Ha costruito un sistema di gestione dei beni confiscati ai mafiosi, che venivano affidati a suoi amici e parenti.

In Calabria è toccato al giudice Vincenzo Giglio finire agli arresti, con l’accusa di aver stretto rapporti con esponenti della cosca Lampada, ’ndrangheta calabrese ben impiantata in Lombardia. Più pittoresca la vicenda di Rosy Canale, che girava l’Italia come eroina dell’antimafia dopo aver gestito una discoteca a Reggio Calabria, averne cacciato (a suo dire) gli spacciatori e aver fondato un’associazione che riuniva (parole sue) quasi tutte le donne di San Luca, uno dei paesi calabresi a più alta densità mafiosa. Perfino sul palcoscenico portava la sua storia, con lo spettacolo Malaluna, musiche di un incolpevole Franco Battiato. Poi fu arrestata e condannata a 4 anni, perché i soldi raccolti dalle sue associazioni antimafia se li spendeva in vestiti e borse, mobili, automobili e viaggi.

In Campania un’altra icona dell’antimafia, Silvana Fucito, è stata raccontata in tv, nella fiction Il coraggio di Angela. Se Rosy Canale l’eroismo se l’era costruito a tavolino, Fucito si era invece davvero opposta al racket della Camorra e davvero il suo negozio a San Giovanni a Teduccio era stato dato alle fiamme il 19 settembre 2002. Peccato che nel 2014 sia coinvolta in un’inchiesta che ha come protagonista il marito, arrestato con l’accusa di associazione a delinquere, fatture false e simulazione di reato. Davide Imberbe, invece, aveva ottenuto la scorta per aver denunciato il racket che taglieggiava i suoi supermercati tra Portici e San Giorgio a Cremano. Nel 2012 finisce in carcere per calunnia: ha accusato due carabinieri e quattro ragazzi di un inesistente tentativo di estorsione. Il movimento antimafia, entusiasta, coraggioso e silenzioso, ha ormai preso atto di essere usato e infiltrato da un variopinto circo dell’antimafia, chiassoso, cinico e spregiudicato.

Raggi cambia nome alle strade intitolate agli scienziati razzisti

Mercoledì il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha sottoscritto la lettera in cui comunica ai cittadini residenti in via Arturo Donaggio (Torrevecchia) e via Edoardo Zavattari (traversa della Pontina) la scelta di cambiarne l’intitolazione. Donaggio, medico psichiatra allora presidente della Società italiana di Psichiatria, e Zavattari, biologo ed entomologo a lungo direttore dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Roma, furono tra gli scienziati e accademici firmatari del Manifesto della Razza pubblicato, con il titolo “Il fascismo e i problemi della razza”, su Il Giornale d’Italia del 14 luglio 1938 e contenente le presunte basi scientifiche delle leggi razziali. La Raggi, la cui amministrazione ha recentemente negato l’intitolazione di una strada all’ex leader del Msi Giorgio Almirante, sollecitata da parte della destra, scrive: “Ottant’anni fa fu firmato il primo dei decreti con cui il regime fascista colpì migliaia di ebrei, molti dei quali romani, togliendo loro diritti, lavoro, dignità, la possibilità di studiare, fino all’infame deportazione nei campi di concentramento!”. Ha dichiarato inoltre che sceglierà insieme ai cittadini le due personalità, tra le vittime del razzismo, a cui intitolare le vie.

Telefono sequestrato al giornalista: schiaffo dei giudici ai pm di Brescia

Un sequestro illegittimo, eseguito in “carenza assoluta di elementi fattuali” rispetto all’ipotesi di reato e sulla base di una motivazione “eccentrica” del pubblico ministero. Sono pesantissime le motivazioni dell’annullamento del decreto di sequestro degli strumenti di lavoro del giornalista Andrea Cittadini, indagato dalla Procura di Brescia (ma il fascicolo è stato già trasmesso a Venezia per il possibile coinvolgimento di magistrati bresciani) per istigazione alla rivelazione di segreti d’ufficio e pubblicazione arbitraria di atti d’indagine, depositate ieri dal tribunale del Riesame. Contro il provvedimento, disposto dal pm Mauro Leo Tenaglia ed eseguito lo scorso 24 luglio dai carabinieri del Ros, c’era già stata la levata di scudi della Fnsi, dell’Ordine dei giornalisti e dei giornali locali. Ora i giudici del Riesame Michele Mocciola, Luigi Patroni Griffi e Marina Colabraro spiegano come “difettino del tutto elementi fattuali congrui a sostegno della prospettazione del pubblico ministero”. Nel fascicolo che la Procura ha messo a disposizione del Tribunale vi sarebbero solo “gli articoli pubblicati sul Giornale di Brescia” da Cittadini. Il sequestro del cellulare e del tablet sarebbe stato finalizzato – sempre secondo i giudici – non tanto all’identificazione della fonte delle notizie, quanto “all’acquisizione preliminare della notitia criminis di un pubblico ufficiale concorrente nel delitto, fatto del quale vi erano meri sospetti”.

Sono parole che pesano come pietre. Intorno alla metà di luglio Cittadini sta lavorando a un delicato articolo sul figlio del procuratore di Brescia, Tommaso Buonanno: cerca riscontri sul fatto che Gianmarco Buonanno, 33 anni, risulti indagato per la cessione di armi poi usate per una rapina a Manerbio, nel territorio di competenza della Procura bresciana retta dal padre. Il pezzo uscirà il 18 luglio. Il pm ipotizza un concorso del giornalista nella rivelazione di segreti relativi all’indagine sulla scomparsa di Sara Capoferri, che si era allontanata da casa a Brescia ed è stata poi ritrovata il 5 marzo 2017 e sulla morte di Mario Bozzoli, l’imprenditore di Marcheno (Brescia) sparito nel nulla nella sua fonderia l’8 ottobre 2015 e mai più ritrovato. Articoli risalenti, dunque, a mesi prima. Ma la Procura improvvisamente sembra avere urgenza di intervenire e il 23 luglio il pm Tenaglia firma il decreto di perquisizione a casa del giornalista, con il visto del procuratore Buonanno. Ieri il Riesame ha disposto la restituzione di tutto il materiale acquisito, comprese le copie dei dati estratti dai Ros, anche se ormai c’è un fascicolo aperto a Venezia che da quel materiale sequestrato ha tratto origine: e i pm veneziani hanno fatto sapere di voler procedere lo stesso, a partire da alcuni messaggi scambiati dal giornalista con magistrati bresciani.

“Sul delitto Vassallo depistaggi istituzionali. Ma possiamo farcela”

L’ex pm della Trattativa Stato-mafia Antonio Ingroia sarà avvocato di parte civile delle indagini sull’omicidio del sindaco di Pollica (Salerno), Angelo Vassallo. La nomina sarà formalizzata nelle prossime ore dal fratello Dario Vassallo, e verrà ufficializzata stasera al porto di Acciaroli, frazione costiera di Pollica, nel corso della “Festa della Legalità” organizzata dalla Fondazione Angelo Vassallo, sindaco pescatore ucciso il 5 settembre del 2010.

L’assassino è ancora ignoto. A giugno la Dda di Salerno ha iscritto nel registro degli indagati un sottufficiale dei carabinieri con l’accusa di concorso in omicidio con l’aggravante camorristica. Il militare è in carcere per altre accuse: secondo la Dda di Napoli avrebbe protetto i traffici di droga del clan di Caivano ricevendo benefici dai boss. Dopo l’arresto ha lasciato l’arma.

Avvocato Ingroia, perché ha accettato l’incarico?

Ero ancora pm a Palermo e lavoravo a indagini su incroci tra poteri criminali e collusioni di Stato quando iniziai a partecipare a conferenze sulla figura di Angelo Vassallo. Questo caso pareva avere lo stesso odore che avevo incrociato nelle mie inchieste, un profumo che mi ha sempre incuriosito, di depistaggi, di coinvolgimenti istituzionali. È l’odore che si respira quando in un omicidio si naviga apparentemente nel buio. Spesso è perché dietro c’è qualcuno che depista.

Chi la invitava alle conferenze?

Il fratello, Dario Vassallo. Lo conobbi in quelle occasioni. Mi parlò della vicenda. Ovviamente da pm non avevo alcun titolo per occuparmene. Da avvocato non ci sono questioni di competenze territoriali e così seguo ovunque storie con queste caratteristiche. Come la morte del medico Attilio Manca a Viterbo, collegata alla “trattativa” Provenzano, anche lì con coperture dei carabinieri, morte che io definisco omicidio e la Procura di Roma morte accidentale. E in un processo a Gioia Tauro sono invece avvocato di parte civile dei carabinieri vittime di un agguato che pareva di matrice della ’ndrangheta e invece si è rivelato collegato alla strategia stragista della Trattativa.

Quando Dario Vassallo le ha proposto di essere il suo avvocato?

A luglio, quando sono emersi gli elementi che rafforzavano i sospetti, che la famiglia Vassallo ha sempre avuto, su coinvolgimenti istituzionali e su infedeltà interne all’Arma che possono avere inciso nella maturazione del delitto.

Cioè poco dopo l’iscrizione del carabiniere. Che davanti al pm si è avvalso della facoltà di non rispondere riguardo all’omicidio, mentre risponde agli interrogatori delle accuse di camorra.

Il suo parziale silenzio potrebbe essere promettente. È un messaggio del tipo ‘per ora sto zitto, ma prima o poi potrei parlare’. Qualcosa si muove dietro le quinte, a occhio.

Avvocato, lei come si è documentato sul caso Vassallo?

Finora solo attraverso la lettura dei giornali.

Non ha atti giudiziari.

Me li procurerò appena ne avrò titolo. Ho intenzione di incontrare al più presto i procuratori che si occupano del fascicolo. Con la buona volontà ad ascoltare dei magistrati, sono convinto che i familiari possono ancora dare un contributo importante alla ricerca della verità.

Perché in otto anni l’assassino non è stato ancora trovato?

In attesa di leggere le carte, mi fido di quel che mi dicono i familiari: una forse non casuale distrazione che inizia dal giorno dell’omicidio, presenze fin troppo affollate sul luogo del delitto e, per usare un eufemismo, un eccesso di timidezza della prima Procura, quella di Vallo della Lucania, che operò nei primi giorni. I primi testimoni da sentire, la valorizzazione delle prime tracce, le prime intercettazioni o perquisizioni da disporre nei primi giorni sono cruciali in casi del genere. Altrimenti si diventa cold case e bisogna affidarsi ai collaboratori di giustizia.

Ha un’idea del perché Vassallo è stato ucciso?

Non si ammazza un sindaco famoso e non si mettono in campo depistaggi se non in presenza di interessi illeciti minacciati in modo significativo. La spiegazione più plausibile, a intuito, è che Vassallo avesse scoperto un crocevia di poteri criminali e istituzionali in combutta. Se la pista è quella della guerra di Vassallo contro il traffico di droga a Pollica, e se Vassallo avesse davvero appreso del coinvolgimento non di questo o quel delinquente, ma di livelli istituzionali… Altrimenti sarebbe inspiegabile un omicidio che avrebbe comportato attenzioni e reazioni di alto livello nella magistratura e nell’opinione pubblica.

Siamo ancora in tempo per trovare la verità?

In altri casi sono usciti fuori brandelli di verità anche dopo 20 anni, per l’omicidio Rostagno siamo riusciti a fare un processo dopo 30 anni. Otto anni sono tanti, ma non comportano la dispersione delle prove. Se i depistatori non sono stati scientifici, le tracce dei reati restano.

Qui! Group dichiarata fallita: nei guai negozi e lavoratori

Fino a poche settimane fa era principale operatore italiano dei buoni pasto con una quota di mercato del 20 per cento: ieri invece Qui!Group è stato dichiarato fallita. Il tribunale fallimentare di Genova – dove la società ha sede – ha rifiutato la richiesta di amministrazione straordinaria presentata dai vertici del Gruppo, accogliendo invece l’istanza di fallimento del procuratore aggiunto Francesco Pinto e del pm Patrizia Petruzziello. I debiti ipotizzato ammontano ad “oltre 325 milioni di euro”. Centinaia di negozi in tutta Italia vantano crediti per migliaia di euro, a causa dei buoni pasto raccolti e mai saldati dalla società genovese. E migliaia sono i lavoratori, soprattutto quelli della pubblica amministrazione, che si ritrovano tra le mani blocchetti di buoni pasto senza più valore.

E poi ci sono gli oltre cinquecento dipendenti di Qui!Group, oltre duecento soltanto a Genova: in occasione dell’ultima assemblea, prima di Ferragosto, avevano deciso di non proclamare lo stato di agitazione e neppure una o più giornate di sciopero, ma in una lettera ai vertici societari si erano detti “preoccupati” per la situazione.

“Vaffanbagno”, quando i leghisti progettavano di far sparire i soldi

Vaffanbagno. Questa è la risposta che i consulenti della Lega Nord, già cinque anni fa, meditavano di dare a chi voleva sequestrare i soldi del partito che allora era guidato da Roberto Maroni e oggi è diventato il regno di Matteo Salvini.

Quando è iniziata la grande fuga della Lega Nord dalle sue responsabilità? Nella prima metà del 2013, con la regia dell’avvocato Domenico Aiello, stretto collaboratore e difensore legale dell’allora segretario del partito Maroni, la Lega Nord progetta un piano in due mosse: spostare il patrimonio dai conti della Lega a quelli di un soggetto diverso dal partito, che poteva essere un trust o una fondazione. Questo soggetto avrebbe avuto un conto corrente separato da quello della Lega Nord e in caso di azioni giudiziarie i pm o i creditori del vecchio partito, per altre vicende diverse da quelle odierne, non avrebbero trovato nulla da prendere.

Cinque anni dopo i magistrati di Genova stanno cercando di capire che fine abbiano fatto 49 milioni mancanti all’appello. Dopo la condanna in primo grado per gli sperperi della family di Umberto Bossi e dell’ex tesoriere Francesco Belsito, la magistratura ha disposto il sequestro di circa 49 milioni di euro che lo Stato italiano ha elargito alla Lega per la sua attività politica sulla base di conti poi rivelatisi non veritieri. Sul conto della Lega nel 2017 erano rimasti solo 1,6 milioni.

Le intercettazioni delle telefonate dell’avvocato Aiello risalenti al 2013 e contenute nell’indagine Breakfast della Dia di Reggio Calabria, pur non avendo portato a nessuna conseguenza penale, sono interessanti per ricostruire la logica dei consulenti dello stato maggiore leghista di allora. In particolare è interessante leggere la trascrizione della conversazione del 9 gennaio 2013 tra l’avvocato Aiello e il notaio Angelo Busani, grande conoscitore del diritto. Busani chiede ad Aiello: “Tu hai paura di azioni esecutive?” e Aiello: “Una l’abbiamo appena subita per circa 3 milioni. Era un ricorso per decreto ingiuntivo non opposto e poi il precetto. (…) prestazioni professionali erano. (…) Eh! Era, tra l’altro, un dirigente della Lega (Matteo Brigandì, avvocato e amico di Bossi, ndr)”.

A questo punto Busani propone di contattare una persona a cui far svolgere il ruolo di gestore del trust per mettere al sicuro le finanze della Lega Nord. E Aiello frena: “No, prima devo capire la bontà dell’ingegneria… dell’architettura della struttura che mettiamo su”. La risposta di Busani: “Domenico, la bontà è che i soldi non sono più sul conto della Lega e vaffambagno, se fanno l’esecuzione non li trovano! Però non so se sia buono per te”. A quel punto, Aiello chiede a Busani di vedersi di persona. Poi l’avvocato Aiello fissa un incontro dal notaio Busani con Roberto Maroni per l’8 febbraio 2013. Il trust poi non fu poi fatto.

La Lega però, dopo le elezioni, nel luglio 2013 continuò ad accarezzare il progetto cambiandone la forma.

Il 23 luglio Domenico Aiello conversa con il commercialista Carmine Pallino del patrimonio leghista e dice che devono accelerare mettendo “il più possibile in sicurezza”. I due condividono l’ipotesi di realizzare una fondazione, che per Pallino è da intendere come salvaguardia del patrimonio. Aiello precisa che deve essere la “cassaforte padana”. Proprio l’avvocato di Maroni a tal riguardo spiega che per tal fine aprì un conto alla Cassa di Risparmio di Bolzano.

La disponibilità liquida presente allora presso la Banca Aletti, pari a 20 milioni di euro, fu spostata alla Cassa di Risparmio di Bolzano Sparkasse nel febbraio del 2013. Grazie all’entità della somma Aiello spuntò anche un tasso conveniente.

Il progetto dopo l’elezione di Maroni a Governatore è però saltato.

Quando i pm genovesi nel 2017 sono andati a cercare di sequestrare i 48,9 milioni sul conto della banca dove nel frattempo la Lega aveva ritrasferito i suoi fondi, hanno trovato solo un milione e 651 mila euro.

I dirigenti leghisti sostengono che in questi anni i soldi sono stati spesi per il funzionamento del partito. Ed effettivamente c’è traccia di uscite verso società di comunicazione o soggetti come Google che un’organizzazione politica può pagare per migliorare la sua immagine sul web.

Il punto però non è solo rintracciare la sorte dei 20 milioni di euro trasferiti nel 2013 alla Sparkasse. Il punto è anche capire se tutti i trasferimenti effettuati con lo scopo dichiarato di eludere i sequestri dei creditori siano leciti o meno.

A Genova è stata aperta un’indagine per riciclaggio ma è stata la Procura di Reggio Calabria, durante l’inchiesta Breakfast, a intercettare le telefonate dell’avvocato Aiello nel periodo 2013-2014 fino al passaggio di consegne tra il vecchio segretario Maroni e il nuovo, Matteo Salvini.

Quelle intercettazioni segrete sono state pubblicate nel 2016 sul Fatto e poi nel libro “Il potere dei segreti”. Poi sono state acquisite dalla magistratura penale (la Procura di Reggio Calabria le ha sequestrate al Fatto nel 2016, dopo la pubblicazione) e sono state sottoposte anche alla magistratura civile romana in una causa per diffamazione intentata contro Il Fatto.

Già il 20 dicembre del 2012 Domenico Aiello spiega al suo amico avvocato Francesco Centonze, che se il partito non avesse avuto i 9 milioni di euro pignorati allora sul conto corrente della Lega (per cause civili che nulla hanno a che fare con la vicende attuali di Genova), ma li avesse spostati su questo fondo separato, non avrebbero potuto essere oggetto di sequestro. La Procura di Genova non ha trovato i 49 milioni sui conti della Lega. Ieri Umberto Bossi ha dichiarato: “Quando ero io alla guida i soldi c’erano”.

50enni aggrediscono un ragazzo africano per un monopattino

Quando hanno visto passare un ragazzo di colore su un monopattino elettrico, hanno deciso che era troppo costoso per lui e hanno iniziato a insultarlo per poi prenderlo a calci e pugni, provocandogli lesioni poi giudicate guaribili in 15 giorni. Protagonisti del pestaggio, tre uomini di Mortara, in provincia di Pavia, tutti sopra i 50 anni, che ieri sono stati individuati dai carabinieri del posto e denunciati per lesioni personali, danneggiamento e discriminazione razziale. I fatti risalgono allo scorso primo settembre: nelle prime ore del pomeriggio, un ragazzo del 1993 del Benin, operaio, sposato e residente a Mortara, passa a bordo di un monopattino elettrico di fronte al bar dove si trovano i tre. Gli aggressori iniziano a urlare al giovane insulti razziali e frasi come “Noi lavoriamo ogni giorno, tu come fai a permetterti una cosa del genere?”. Poi lo prendono a calci e pugni. Non contenti, alla fine lanciano con violenza il monopattino della vittima sull’asfalto, danneggiandolo. Il giovane inizialmente sporge querela, poi la ritira, ma i carabinieri procedono d’ufficio per aggravante razziale.

Roma, caccia ai “reduci” della nave: fermati in 16, ri-identificati e rilasciati

Identificati per la seconda volta e subito rilasciati. È polemica dopo il blitz della Digos di Roma che ieri mattina ha prelevato 16 migranti dal centro Baobab Experience mentre erano in fila per farsi visitare dai volontari di Medici Senza Frontiere. Erano fra i 53 dileguatisi tre giorni fa dal centro d’accoglienza “Mondo Migliore” di Rocca di Papa, a cui erano stati assegnati 100 dei 143 sbarcati il 26 agosto della nave Diciotti della Guardia costiera. Un “diritto” quello di usufruire del centro, non una detenzione che non sarebbe possibile: sono 74 quelli che rinunciano all’accoglienza. La Questura specifica che si è trattato di un “semplice controllo”, senza confermare “indicazioni dall’alto” sulla vicenda che tiene banco da settimane. “Un blitz a colpo sicuro, tanto è vero che i poliziotti si sono accontentati di prelevare i ragazzi in attesa di fare le visite mediche, senza ispezionare il centro”, dice invece al Fatto Valerio Bevacqua del Baobab, centro romano da anni punto di riferimento per gli eritrei diretti nel Nord Europa.

Il blitz della Digos è avvenuto senza alcuna resistenza da parte dei migranti, “tutti sprovvisti di documento”, che sono stati portati presso la Divisione Stranieri della Questura di via Patini, in quel momento già ingolfata da 50 persone provenienti dallo sgombero in atto nel vicino quartiere di Tor Cervara. Gli agenti hanno incrociato le impronte digitali e le generalità con quelle già raccolte a Catania dopo lo sbarco dalla Diciotti e hanno raccolto (di nuovo) le richieste di asilo politico. Un “doppio lavoro” salutato con fastidio da alcuni sindacati di polizia. “L’operazione – dice Filippo Bertolami, segretario nazionale della Polizia Nuova Forza Democratica – è stata inutile e speculare alle identificazioni di Catania. In entrambi i casi è stato consegnato un foglio con le generalità ma senza foto allegata. Così i migranti potrebbero essere di nuovo prelevati, identificati, e rilasciati all’infinito. Così si finisce per identificare sempre le stesse persone”.

Mentre per Medici Senza Frontiere è stata “un’inaccettabile violazione del diritto alle cure mediche”, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha affermato che “rifiutano l’aiuto e pretendono di circolare senza documenti: abbiamo la conferma che la storia degli ‘scheletrini che scappano dalla guerra’ è una farsa”. In realtà, come è noto e come ripete da giorni il direttore della Caritas, Francesco Soddu, molti eritrei scappano dal feroce regime di Isaias Afewerki, che dura da 25 anni nel Paese che fu colonia italiana dal 1890 al 1941. Il dittatore è stato condannato nel 2015 dall’Onu per crimini contro l’umanità.

Il Baobab è lo storico punto di riferimento per gli eritrei dissidenti, che a Roma hanno a che fare anche con la presenza di connazionali legati all’ambasciata del regime e per il 90% non si fermano in Italia, preferendo raggiungere i connazionali in Svizzera, Germania e Scandinavia.